Il primo turno delle elezioni brasiliane ha prodotto un risultato destinato a pesare molto più del semplice vantaggio con cui Flávio Bolsonaro ha superato Lula. Il candidato del Partido Liberal ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% del presidente uscente, ribaltando le indicazioni della maggior parte dei sondaggi della vigilia. Il direttore di Quaest Felipe Nunes ha individuato nel risultato un forte movimento di “voto utile” a destra. Le candidature minori avrebbero funzionato, durante la campagna, come una sorta di “cassa d'acqua”, un serbatoio di consensi pronto a spostarsi verso Flávio quando la sua candidatura è apparsa realmente competitiva.
Marco Fernandes, membro del Consiglio Civile dei BRICS e analista geopolitico, invita invece a riconsiderare il ruolo degli stessi sondaggi. Una parte significativa dell'elettorato, sostiene, decide il proprio voto addirittura la mattina delle elezioni, rendendo molto più difficile fotografare con precisione un quadro in rapido movimento. Il sociologo Gabriel Puricelli sottolinea però che il risultato rientrava nelle oscillazioni indicate dalle rilevazioni e che la tendenza più evidente era il progressivo “stagnamento” del voto di Lula accompagnato dalla crescita di Bolsonaro. Per il ballottaggio, secondo Puricelli, il fattore sorpresa è ora dalla parte di Flávio, mentre i voti delle altre candidature di destra costituiscono il bacino più difficile da conquistare per il presidente uscente. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto la presidenza. Il Partido Liberal ha conquistato 121 deputati e 28 senatori, raggiungendo la maggiore rappresentanza della propria storia. Per Marco Fernandes si tratta della prima volta dagli anni Ottanta in cui un partito raggiunge una simile forza parlamentare. Anche nell'eventualità di una vittoria di Lula, avverte l'analista, il rapporto con il Congresso sarebbe “più complicato” rispetto al precedente mandato.
Il politologo José Henrique Artigas parla di una vera e propria “valanga” di voti verso l'estrema destra, sottolineando come il PL sia diventato il partito più forte del Brasile anche grazie alla conquista di parlamentari e governi statali. A suo giudizio, non si tratta più semplicemente dell'avanzata di un'opposizione liberal-conservatrice, ma di una destra che ha acquisito una capacità di presenza territoriale mai raggiunta prima. Artigas interpreta inoltre la trasformazione della comunicazione politica come uno degli elementi decisivi. Il campo conservatore, sostiene, ha saputo sfruttare meglio la nuova centralità degli algoritmi, attraverso una comunicazione costruita per colpire direttamente singoli gruppi di elettori. Una dinamica che avrebbe favorito la crescente capillarità del PL. Lula dovrà ora affrontare anche il problema di una parte dell'elettorato che, pur in presenza di indicatori economici positivi, continua a percepire una distanza tra i dati macroeconomici e la propria vita quotidiana. Criminalità, trasporti, lavori usuranti e indebitamento alimentano quella “frustrazione molto grande della popolazione” evidenziata da Fernandes.
Il ballottaggio del 25 ottobre si giocherà dunque su margini strettissimi. Puricelli avverte che sarebbe irresponsabile attribuire oggi un vantaggio a uno dei due candidati: la differenza è troppo ridotta e anche la partecipazione degli elettori che non hanno votato al primo turno potrebbe incidere. Il primo turno ha però già consegnato una certezza politica: qualunque sia il risultato presidenziale, il Brasile si avvia verso una nuova fase, nella quale il PL e il bolsonarismo dispongono di una forza parlamentare e territoriale senza precedenti nella storia recente del Paese.
Da tre settimane i licei francesi sono in blocco. Oggi, lunedì 5 ottobre gli istituti in protesta sono almeno 413, e per martedì 6 è prevista una mobilitazione intersindacale di grosse dimensioni. Ma quello che sta facendo discutere non è solo la protesta. È come lo Stato ci sta rispondendo.
Il ministro dell'Interno Laurent Nuñez non ha fatto mistero di come la pensa. Ha detto che non darà "nessuna istruzione di moderazione e nessuna istruzione di non utilizzare tutto l'armamento intermedio a disposizione delle forze di sicurezza interne". Tradotto: mano libera. La Ligue des Droits de l'Homme ha parlato di una "deriva complessiva rispetto allo Stato di diritto" negli interventi contro gli adolescenti, e ha aggiunto che il diritto internazionale "viene completamente calpestato".
I numeri, del resto, sono pesanti. Giovedì 1 ottobre il ministro dell'Educazione nazionale Edouard Geffray ha riferito che dall'inizio del movimento 170 studenti erano rimasti feriti. Poi ci sono i casi singoli, che uno per uno raccontano qualcosa di più grande.
A Lens un ragazzo di 15 anni ha subito una grave ferita alla mano. La dinamica è ancora confusa. Una fonte sindacale della polizia sostiene che il liceale avrebbe voluto raccogliere la granata per rilanciarla, e che questa gli sarebbe esplosa in mano. Il procuratore di Béthune e il prefetto del Pas-de-Calais non hanno confermato questa versione. Il procuratore Etienne Thieffry è stato prudente: ha detto di non essere "in grado di rispondere [sulla questione di sapere] se questo adolescente avesse formalmente raccolto una granata esplosa nella sua mano, o se la granata gli fosse atterrata addosso". E ha aggiunto di non essere "in grado" nemmeno di "indicare quali granate siano state utilizzate". Una ragazza che era vicina al liceale al momento dell'esplosione ha raccontato una cosa diversa: "Stavamo correndo, hanno lanciato questa palla, non so cosa fosse esattamente. L'ha ricevuta nella mano e all'improvviso è esploso". Afferma che un altro ragazzo è stato colpito a una gamba.
A Tours, il 30 settembre, un altro studente ha perso l'uso dell'occhio destro dopo un colpo di LBD (Lanceur de balle de défense). La procura ha confermato che i colpi erano "compatibili" con le "lesioni all'occhio". La famiglia ha sporto denuncia per "violenze da parte di persona che esercita pubblica autorità".
A Saint-Ouen-l'Aumône, nel Val-d'Oise, un ragazzo di 14 anni ha riportato una doppia frattura della mascella, tutti i denti superiori rotti e molti denti inferiori rotti. La sua avvocata, Elsa Marcel, ha detto che il ragazzo se ne stava "isolato" ed è stato "preso di mira dai poliziotti, che lo colpiscono", prima che un agente "spari in testa a un metro di distanza" con un LBD. Il minore, secondo l'avvocata, "ha creduto di morire".
Sempre nel Val-d'Oise, il 1 ottobre, un sedicenne è stato ferito all'occhio dopo un colpo di LBD sulla dalle di Argenteuil. Il parquet ha aperto un'inchiesta dell'IGPN. Secondo la prefettura, i poliziotti avrebbero dovuto affrontare "due giovani situati a una ventina di metri che avevano sparato mortai in loro direzione". "In risposta, due poliziotti portatori di LBD ne facevano uso. I proiettili raggiungevano i due giovani che poi fuggivano".
Poi c'è il caso di Aina, 14 anni, ad Alençon. Un video girato da una giornalista locale la mostra trascinata da un poliziotto che la stringe con il braccio al collo. Siamo al 29 settembre, a margine del blocco del liceo Leclerc-Navarre. Aina ha raccontato il suo trauma: "Ho molto male al collo, ho dolori muscolari, ho male alla mascella. È un po' complicato perché ci ripenso molto". Dice che ha creduto di "rimanerci". I genitori hanno sporto denuncia. Le forze dell'ordine hanno parlato di un intervento "proporzionato", che ha "rispettato il quadro regolamentare". Il delegato sindacale Unité SG Police dell'Orne, Laurent Barreteau, ha detto che "per me non c'è violenza o, in ogni caso, sproporzione", aggiungendo che "abbiamo solo una parte del video" e che si vede un poliziotto che "blocca la ragazza e la sposta".
La LDH ha chiesto "la messa in atto prioritaria di un dialogo con i giovani", "il trattamento sistematico dei bambini per quello che sono, persone da proteggere come stipula la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia", "l'applicazione di una politica di de-escalation delle tensioni" e "l'abolizione definitiva delle pratiche di mantenimento dell'ordine liberticide".
Il punto però non è solo la repressione in sé, per quanto grave. Il punto è che neoliberismo e repressione vanno sempre a braccetto. Le politiche di austerità hanno svuotato la scuola pubblica, tagliato i servizi, arricchito i più ricchi e impoverito tutti gli altri. Quando la gente scende in piazza per rivendicare quello che le è stato tolto, la risposta non è mai politica. È sempre poliziesca. E non è un caso isolato, non è un eccesso di zelo di qualche agente. È il modello. Il neoliberismo produce disuguaglianza, la disuguaglianza produce rabbia, la rabbia viene repressa. E la repressione serve a proteggere l'ordine che ha prodotto quella rabbia. Un regime che si dice liberale e democratico ma che per imporre un regime che la maggioranza dei cittadini rifiuta come ingiusto e inegualitario deve ricorrere all'autoritarismo. L'autoritarismo non è un incidente di percorso. È la condizione necessaria perché il neoliberismo sopravviva.
Pedro Sánchez ha sciolto le Camere. La mossa dell’esponente socialista ha ribaltato la scena politica spagnola: elezioni anticipate il 29 novembre, con un anno di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. La decisione non è arrivata dal nulla, ma è la conseguenza diretta di un voto che ha fatto tremare le fondamenta del governo. Venerdì scorso, il Congresso ha affossato i due decreti legge sulla casa, quelli che dovevano fermare gli sfratti e mettere un freno alla speculazione immobiliare. A votare contro, un fronte trasversale che ha unito il Partido Popular, Vox, i conservatori catalani di Junts e l'Unión del Pueblo Navarro.
Per Sánchez, quella bocciatura è stata molto più di una sconfitta parlamentare. È stato il segnale che il suo esecutivo, già in minoranza, non ha più la forza di portare avanti le riforme sociali promesse. Nel discorso con cui ha annunciato lo scioglimento delle Cortes, il premier ha ammesso “errori” e “insufficienze”, parlando di una società indignata perché gli interessi della gente comune vengono calpestati in Parlamento a vantaggio di pochi. Ha parlato di un mondo che si affaccia a un'epoca complessa, di transizione, e ha chiesto agli spagnoli di decidere il proprio futuro. Ma dietro le parole, c'è la consapevolezza che la strada per riconquistare una maggioranza progressista passa attraverso le urne, non attraverso i corridoi del potere.
Vamos a dejarnos la piel, vamos a trabajar para ilusionar y para volver a ganar???? @sanchezcastejon https://t.co/bjc9RgeQC1
La decisione arriva nel mezzo di una mobilitazione sociale senza precedenti contro il neoliberismo e la turistificazione di massa delle principali città iberiche. Da settimane, le piazze spagnole sono occupate da chi chiede il diritto alla casa. Il caso di Maricarmen, l'ottantasettenne sfrattata dopo settant'anni di affitto, ha acceso la miccia. A Madrid, ventimila persone hanno sfilato e cinquecento hanno piantato le tende in Puerta del Sol, trasformando la piazza in un accampamento permanente. La rabbia per gli sfratti si è mescolata a quella per i prezzi degli affitti, schizzati in alto del dodici per cento in un solo anno, e per una città che sembra sempre più costruita per i turisti e non per chi ci vive.
Di fronte all'annuncio elettorale, il Sindicato de Inquilinas non ha esitato. Alicia del Río, portavoce del movimento, ha detto chiaro che la lotta per la casa non aspetterà nessun calendario elettorale. La risposta è la costruzione di uno sciopero generale, a partire da questa sera, con assemblee nei quartieri e mobilitazioni territoriali. Il messaggio è che il diritto all'abitare si conquista nelle piazze, non si aspetta che qualcuno lo conceda dall'alto. Anche Unai Sordo, segretario generale di CCOO, ha spinto per mantenere alta la tensione, parlando di uno “sciopero generale” come unica garanzia che le richieste della gente vengano ascoltate, qualunque sia il risultato delle urne. Allo stesso tempo, ha invitato a partecipare al voto, definendolo un diritto democratico fondamentale per rafforzare maggioranze che guardino ai diritti dei più vulnerabili.
Il paradosso è evidente. Sánchez va alle elezioni dopo aver fallito nel far passare le misure sulla casa, ma lo fa presentandosi come l'unico in grado di difendere i diritti sociali contro le élites.
Dall'altra parte, i movimenti sociali non si fidano più delle promesse elettorali e scelgono la strada dello sciopero, sapendo che il voto da solo non basta a cambiare le cose. Anzi, spesso è lo strumento utilizzato per spegnere le lotte. In mezzo, c'è un paese dove il diritto alla casa è diventato un campo di battaglia, dove gli affitti sono fuori controllo e dove le città si svuotano dei loro abitanti per riempirsi di visitatori occasionali.
Le elezioni del 29 novembre non saranno solo una questione di maggioranza politica. Saranno un referendum su chi ha il diritto di abitare le città spagnole, su chi può permettersi di invecchiare nella casa dove ha vissuto per tutta la vita, su chi decide il futuro dei quartieri e delle periferie. E mentre i partiti si preparano alla campagna elettorale, in piazza c'è chi ha già deciso che non aspetterà il risultato delle urne per continuare a lottare.
5 ottobre. «Putin bombarda anche Merz», gridano a La Stampa, aggiungendo che il cancelliere tedesco sarebbe arrivato a Kiev, con una «visita a sorpresa», proprio mentre la capitale è sotto tiro costante dei droni russi. E, quasi ci fosse ancora bisogno di testimoniare come i fogli italici più bellicisti rispondano ai medesimi datori di lavoro e attingano alle medesime veline, ecco che, scopiazzandosi l'un l'altro il componimento, Stampa e Corriere della Sera si esaltano al rimando reaganiano di Merz che, sceso dal treno, omelia gesuiticamente «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata. Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra. Ma questi attacchi barbari contro la popolazione civile devono cessare». Un sermone che, ci dicono da Torino e da Milano, fa rivivere il «Mister Gorbachev, tear down this wall», «butti giù questo muro», di Ronald Reagan a Berlino nel 1987. Beh: la Russia non è l'URSS e nemmeno Putin è Gorbacëv.
Ora, il viaggio apostolico e l'orazione papale sulla “pacem in terris” ucraina, da parte di quello che gli stessi tedeschi considerano il loro peggior cancelliere, dice in realtà altre cose, rispetto a quelle raccontate dai media guerrafondai: a partire dalla constatazione che la visita a Kiev di Merz, che negli ambienti politici tedeschi è soprannominato il "Cancelliere ucraino",
esattamente nel giorno della festa dell'unità germanica, proprio “a sorpresa” non è stata, anche se viene presentata come tale. Non foss'altro che per la semplice constatazione che tali viaggi vengono preparati nei dettagli, come testimonia la presenza, accanto a Merz, di esponenti delle maggiori industrie belliche tedesche. Quanto al titolo a sensazione de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz»: di questo più avanti.
Intanto, i risultati dell'incontro, come sintetizzati per la russa Vzgljad dal politologo tedesco Alexander Rahr, secondo il quale la visita di Merz a Kiev ha permesso a Vladimir Zelenskij di compiere un ulteriore passo verso l'obiettivo di trascinare l'Europa in un conflitto diretto con la Russia. Nel contesto della politica estera, la visita a Kiev del cancelliere è stata «accolta piuttosto positivamente da alcuni media e dall'opinione pubblica tedesca. Tuttavia, è improbabile che ciò influisca sul suo indice di gradimento nazionale, che si attesta ai minimi storici. Non si può certo affermare che il viaggio in Ucraina abbia migliorato la sua posizione agli occhi degli elettori», osserva Rahr. Secondo un sondaggio del gruppo “Wahlen”, la percentuale di coloro che sono favorevoli a un maggiore sostegno a Kiev è scesa dal 43% di febbraio al 32% di giugno. Altro fatto, che la visita ha avuto implicazioni commerciali positive per le aziende militari tedesche e per altre imprese che si affidano a contratti governativi legati alla crisi ucraina. «Nel complesso, i sostenitori della visita di Merz a Kiev vedono questo gesto come una manifestazione di solidarietà europea con l'Ucraina e una risposta decisa all'"aggressione russa”», anche se un altro segmento della società tedesca ha un'opinione opposta: i critici ritengono che «Merz non abbia fatto abbastanza per la diplomazia e per una soluzione pacifica e ritengono che il Cancelliere stia contribuendo al protrarsi del conflitto e all'aumento delle pericolose tensioni nei rapporti con la Russia», altro che quell'ipocrita «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata», incensato da Stampa e Corriere!
Nella sostanza, il politologo tedesco vede, come principale risultato della visita di Merz, un ulteriore passo di Zelenskij verso il suo sogno di trascinare l'Occidente in un conflitto militare diretto con la Russia: «Solo in questo scenario il capo del regime di Kiev vede la sua ultima possibilità di resistere sul campo di battaglia», dice Rahr, osservando che la maggior parte dei paesi occidentali si sta gradualmente ritirando dalla partecipazione al conflitto.
Dunque, al di là dell'episcopale strappalacrime «Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra», a uso e consumo di una parte dell'elettorato tedesco, il succo della visita “pacifista” a Kiev era rappresentato dalla presenza, insieme a Merz, della ministra dell'economia Katherine Reiche e dai vertici di Siemens Energy, Hensoldt, Diehl Defence, Quantum Systems, cooperative sociali e società di beneficienza con cristiane finalità d'amore e di pace. Merz ha annunciato lo stanziamento di 1 miliardo di euro in aiuti militari, il finanziamento della produzione congiunta di droni e oltre 350 milioni di euro per il ripristino del settore energetico ucraino. Le aziende tedesche hanno firmato 14 accordi per circa 6,6 miliardi di euro, tra cui un contratto con Diehl Defence per la fornitura di missili antiaerei IRIS-T e un accordo per apparecchiature radar con Hensoldt. Si parla anche dell'incremento della produzione di droni anticarro, che la tedesca Quantum ha già testato con successo. Alla vigilia della visita a Kiev, ricorda Vzgljad, Merz aveva annunciato l'intenzione di espandere la produzione congiunta di missili e droni e in cambio Zelenskij aveva promesso un aumento degli attacchi contro le raffinerie russe. Già in precedenza, era stata annunciata la creazione di Quantum WIY Industries, una joint venture per la produzione del drone intercettore Strila e delle relative tecnologie di difesa aerea. L'accordo prevede anche lo sviluppo e la produzione congiunta di armi con una gittata superiore a 1.000 km, tra cui il FirePoint-9. Ma il Verbo è «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata».
A parere dell'osservatore militare Jurij Knutov, lo sviluppo del FirePoint dovrebbe includere un sistema di guida tedesco, mentre il propellente potrebbe essere prodotto in Danimarca. In questa situazione, afferma Knutov, Moskva ha due opzioni di risposta. La prima, attaccare le infrastrutture militari e industriali tedesche che operano nell'interesse dell'Ucraina: «questo, per così dire, è il modo più diretto per influenzare la situazione. Tuttavia, rischia di provocare un conflitto su vasta scala tra Russia e NATO... La seconda opzione, più accettabile, è il completo isolamento logistico dell'Ucraina.... La questione di tagliare fuori il nemico dal mar Nero può considerarsi provvisoriamente risolta per ora. Ora è necessario privare la parte ucraina dei collegamenti di trasporto con Polonia e Romania. Per raggiungere questo obiettivo, le forze russe stanno colpendo i ponti di Kiev e conducendo attacchi mirati sulle autostrade che collegano la capitale ucraina con L'vov, Khar'kov e Odessa». Knutov ha anche evidenziato il cambiamento di tattica russo: «la Russia ha smesso di astenersi dagli attacchi contro la capitale ucraina mentre in città si trovano “ospiti” di alto rango. Credo che ciò sia stato fatto deliberatamente, per dimostrar loro chiaramente il reale pericolo dei loro piani di militarizzazione dell'Ucraina e di coinvolgimento dei loro paesi nel conflitto». Moskva, dice Knutov, avrebbe potuto teoricamente «colpire la locomotiva che trainava il treno con a bordo la delegazione tedesca. Credo che la visita di Merz si sarebbe conclusa lì: il Cancelliere sarebbe tornato a Berlino il più rapidamente possibile. E non sono sicuro che la società tedesca avrebbe condannato incondizionatamente l'accaduto, visto il crescente malcontento per il sostegno all'Ucraina a scapito della spesa interna».
Mertz, aggiunge il politologo Vladimir Kornilov, può essere definito un cadavere politico: «ha seri problemi elettorali e politici. Sarebbe già stato rimosso dal suo incarico se alcuni Länder occidentali – Saarland, Schweswig-Holstein, Nord Reno-Westfalia – non avessero le elezioni in primavera... i politici europei sono particolarmente attivi nel visitare Kiev proprio durante l'aggravarsi dei problemi elettorali nei loro paesi». E quasi a rispondere indirettamente alle urla de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz», Kornilov tiene a smentire le falsità di Merz che, a Kiev, ha affermato che la Russia attacca obiettivi civili: i filmati mostrano che «questi “obiettivi pacifici” sono, ad esempio, gli uffici di Ukrtelecom, che fornisce servizi di comunicazione alle Forze armate ucraine».
D'altra parte, già nei giorni precedenti, quasi in contemporanea col discorso di Vladimir Putin al Valdai Club, Friedrich Merz, intervenendo a Münster in occasione della cerimonia di premiazione della Pace di Vestfalia, che aveva posto fine alla Guerra dei Trent'anni nel XVII secolo, aveva chiesto a Moskva di «porre fine alla guerra e cessare i suoi attacchi ibridi contro l'Europa... Se non riusciamo a tenere a freno Mosca, la macchina da guerra russa prima o poi si rivolterà contro di noi e contro la NATO. Non dobbiamo chiudere un occhio su questo pericolo... Gli Stati baltici diventeranno un campo di battaglia per la guerra con i droni, come ora il Donbass? Quali grandi città europee diventeranno bersaglio dei missili balistici che la Russia sta lanciando contro le popolazioni di Kiev e Khar'kov? Anche noi tedeschi finiremo per diventare bersagli?» e via di questo passo. La sua ricetta contro questa “previsione”, ricorda Pëtr Akopov su RIA Novosti, è dunque quella di mantenere il sostegno all'Ucraina: «se falliamo in Germania, fallirà anche l'Europa. Se restiamo saldi, anche l'Europa resterà salda».
Ma, osserva Elena Karaeva ancora su RIA, il "patrimonio ucraino" è diventato tossico, trasformandosi da leva politica e arma militaristica con cui l'Europa sognava di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, in un peso totale. Non solo non genera profitti, ma consuma anche tutte le risorse a ritmi forsennati. Così, l'Europa si sta sbarazzando del "patrimonio ucraino", proprio come gli astuti agenti di borsa si sbarazzano di titoli non garantiti, un tempo redditizi e ora senza valore.
Sono trascorsi poco più di tre mesi da quando Kiev (ovvero l'Europa) ha dichiarato una campagna di terrore contro i civili, contro l'aviazione civile e persino contro i mercati dell'Europa collettiva. Ecco che ora, invece, «Kiev è diventata una città di prima linea!» urlano i media occidentali, gemendo che «le difese ucraine non tengono il passo con i progressi tecnologici della Russia». E allora gli occidentali sono sbalorditi dal fatto che la Russia abbia iniziato a comportarsi come un popolo i cui cari, le cui case e persino le cui vite stesse non sono semplicemente minacciate, ma vengono sistematicamente e metodicamente distrutte; si colpiscono obiettivi civili che non hanno alcun legame militare. È il caso di ribadire che questa "Kiev in prima linea" ha obbedito agli ordini, quando ha lanciato massicci attacchi con droni contro il convitto studentesco a Starobelsk, uccidendo oltre venti persone, molti minori di diciotto anni, oppure quando quella stessa "Kiev in prima linea" ha lanciato droni Storm Shadow franco-britannico-tedeschi sulle spiagge di Sebastopoli e Gelendžik, uccidendo bambini e adulti.
E ora la "città in prima linea di Kiev", aggiunge Karaeva, ha subito un duro colpo dalla Russia, portato «non ancora con tutta la sua forza. Ma per chiarire a coloro che hanno sottomesso la popolazione ucraina per oltre 12 anni che i giochi, gli inganni, le bugie, l'indifferenza verso le richieste di chiunque, sono finiti. E l'Europa e il suo protetto, la "città in prima linea di Kiev", ne sono stati avvertiti».
Giovanissimi e adulti massacrati nei dormitori e sulle spiagge; ma è Putin che «bombarda anche Merz». Farabutti tagliagole a libro-paga dell'industria di guerra.
In questi giorni il caro vita torna a turbare i sonni del mondo politico e sindacale — persino di chi, fino ad oggi, ha ignorato i diffusi rincari delle bollette e dei beni di prima necessità, riducendo la questione a mera polemica di bottega.
Eppure, l’aumento del costo della vita dovrebbe essere il tema centrale in ogni discussione: sul posto di lavoro, al bar, nelle sedi politiche e sindacali. Rispetto al passato, tuttavia, sembrano prevalere passività e assuefazione. Un tempo il punto di riferimento era il paniere Istat o il cosiddetto "carrello della spesa". Oggi, per una famiglia tipo di tre persone, la spesa complessiva negli ultimi cinque anni è cresciuta del 30%, con picchi del 50% su beni primari come olio, ortofrutta, caffè e pesce.
La tavola degli italiani, però, non è uguale per tutti. Alcuni prodotti sono ormai riservati a determinati ceti sociali, a testimonianza di differenze di classe sempre più marcate.
In un contesto in cui i salari sono in costante erosione da trent'anni, il ritorno dell'inflazione spinto dai costi energetici assesta un ennesimo colpo al potere d'acquisto dei lavoratori. Inoltre, la scelta di calcolare i rinnovi contrattuali sulla base dell’IPCA al netto dei beni energetici importati pregiudica in partenza il recupero dell'inflazione anche per i prossimi anni.
Le poche mobilitazioni in corso ignorano la radice del problema: è l'economia di guerra a generare l'inflazione. L'escalation militare nel Golfo Persico e le tensioni internazionali hanno riacceso la corsa dei prezzi, con conseguenze devastanti per le economie europee, fortemente dipendenti dai flussi energetici di quell'area. Vale la pena ricordare che un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori. Affermare che la guerra e l'economia di guerra siano la causa primaria dell'inflazione e della stagnazione europea non è un'ideologia, ma una lettura oggettiva dei fatti.
Tra marzo e agosto dell'anno scorso, l'Unione Europea ha sostenuto oltre 50 miliardi di dollari di costi aggiuntivi solo per le importazioni di gas e petrolio. Basterebbe questo dato per aprire una riflessione seria sull'impatto dei conflitti e sulle ragioni di una traiettoria geopolitica che sembra disegnata per indebolire il Vecchio Continente. Come confermano anche le stime della CGIA di Mestre, le famiglie italiane si trovano ad affrontare miliardi di euro di stangata tra rincari di elettricità, gas e carburanti.
I recenti balzi del costo dell'energia elettrica e gli aumenti a doppia cifra sui beni alimentari non sono incidenti di percorso. Sono il risultato diretto di catene di approvvigionamento insicure, speculazioni finanziarie e della decisione politica di privilegiare la spesa militare a scapito del welfare. Il Governo prova a mettere pezze provvisorie, ma senza alcun coraggio strutturale: continua a sostenere gli scenari bellici, partecipa attivamente alle politiche di riarmo e tenta di calmierare le bollette con interventi insufficienti a coprire i centinaia di euro di costi extra annui a famiglia.
Per queste ragioni, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi una goccia nel mare, non solo per la partecipazione limitata, ma per la debolezza delle rivendicazioni. Manca una critica sistemica: i bonus non possono essere la soluzione, perché sono il sintomo dell'indebolimento dei servizi pubblici e della spinta verso le privatizzazioni.
È urgente rimettere al centro della discussione la critica all'economia di guerra: un sistema di produzione che spinge verso il conflitto per il controllo delle risorse strategiche e dirotta i fondi pubblici verso la difesa, costruendo al contempo una narrazione ideologica per giustificare il riarmo. Senza una visione d'insieme, continueremo a rincorrere singoli provvedimenti d'emergenza senza mai affrontare la causa reale del nostro impoverimento.