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Gaza, l'inchiesta che smentisce Parigi: "35 spedizioni di armi a Israele"

 

Secondo un’indagine congiunta del Movimento Giovanile Palestinese e del collettivo francese Urgence Palestine, tra maggio e settembre 2026 la Francia ha autorizzato 35 vendite di armi a Israele. Tutti i trasferimenti erano destinati a filiali di Elbit Systems, il principale produttore di armi israeliano.

Il rapporto rivela che i fornitori, distribuiti in cinque regioni francesi, hanno prodotto equipaggiamenti chiave: unità di raffreddamento per carri armati e lanciamissili, visori integrati nei caschi dei piloti di elicotteri e caccia, sistemi di sorveglianza e dispositivi elettronici avanzati. Tra questi spicca il colosso francese della difesa Thales, che ha costruito e spedito pannelli di controllo per l'azionamento di armi a distanza. Si tratta di una tecnologia che, secondo costanti denunce di reporter e gruppi per i diritti umani a Gaza, Israele impiega per colpire i civili — compresi i bambini — nelle strade e tra le tende dei rifugiati.

Delle 35 spedizioni tracciate, 33 sono partite dall’aeroporto parigino Charles de Gaulle, 32 delle quali a bordo di voli della compagnia di bandiera israeliana El Al.

La scorsa settimana, la ministra della Difesa francese Catherine Vautrin ha dichiarato in parlamento che Parigi non fornisce "armi offensive" a Israele, ribadendo la posizione ufficiale del governo secondo cui tali vendite si sarebbero concluse nel 2024. Tuttavia Thomas Nayla, avvocato di Urgence Palestine, ha categoricamente smentito questa tesi ai microfoni di Middle East Eye: considerando materiali come le unità di raffreddamento per i carristi o i visori per la caccia, "non esiste alcun modo in cui questi componenti possano essere definiti 'difensivi'".

Questa nuova inchiesta segue quella pubblicata ad aprile dai medesimi gruppi, che aveva documentato oltre 525 spedizioni di materiale militare francese verso Tel Aviv tra ottobre 2023 e marzo 2026, contribuendo ad armare l'esercito israeliano durante il genocidio a Gaza.

I dati francesi si inseriscono in un contesto europeo di profonda ipocrisia: governi e aziende del Continente continuano a fornire a Israele materiali militari e a duplice uso (dual-use), mentre in pubblico diverse cancellerie criticano i crimini di guerra e l'apartheid annunciando restrizioni spesso solo simboliche.

In Germania, primo fornitore europeo di armi a Tel Aviv, il ministero dell'Economia ha approvato licenze di esportazione militare per oltre 930 milioni di dollari nei soli primi cinque mesi del 2026, come rivelato da Der Spiegel. La Gran Bretagna, pur sbandierando la sospensione di alcune licenze, ha mantenuto un'eccezione fondamentale per i componenti dei caccia F-35. Secondo i dati della Campaign Against Arms Trade, Londra ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per almeno 236 milioni di dollari dall'ottobre 2023, senza contare le licenze aperte che coprono gran parte del programma F-35.

Elbit Systems, che garantisce circa l'85% dei droni e delle dotazioni terrestri delle forze israeliane, gioca un ruolo centrale nelle operazioni militari in Asia Occidentale. I suoi droni Hermes assicurano una sorveglianza aerea continua e la tracciatura dei bersagli, mentre il sistema gestito da intelligenza artificiale Tzayad ha identificato oltre 800.000 "obiettivi" tra Gaza e il Libano in due anni. Durante questi anni di massacro, la società ha registrato profitti record, arrivando a vantarsi del fatto che il sistema Tzayad abbia catalogato come bersagli "fino a metà della popolazione civile" e delle infrastrutture di Gaza, e promozionando sul mercato globale i propri armamenti come "testati sul campo".

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L'Iran convoca l'ambasciatore francese e denuncia i "doppi standard" sulla repressione degli studenti

Il Ministero degli Esteri iraniano ha convocato l'ambasciatore francese a Teheran. Non per una nota diplomatica di routine, ma per consegnare una "forte protesta" contro quella che il governo iraniano denuncia senza mezzi termini come una "violenta" repressione delle proteste studentesche in Francia. Il dito puntato da Parigi contro l'Iran si è improvvisamente ritorto contro la Francia stessa.

"A seguito della violenta risposta del governo francese alle proteste dei sindacati studenteschi e alle diffuse violazioni dei diritti umani, l'ambasciatore francese a Teheran è stato convocato oggi al Ministero", si legge nella nota ufficiale diramata dalla Repubblica Islamica dell'Iran.

Il portavoce Esmail Baghaei ha affondato il colpo, smascherando l'ipocrisia di Parigi. A gennaio, ricorda Baghaei, la Francia parlava di "sollevazione pacifica" in Iran esortando il governo al "contegno". Oggi, di fronte ai propri cittadini in piazza, la narrazione è crollata: "Ora, in Francia, le proteste studentesche vengono definite 'violenza urbana'".

En janvier 2026, la France a appelé l’Iran à garantir le « droit de manifester pacifiquement sans crainte de représailles » et à faire preuve de retenue dans sa réponse aux manifestations. Malgré les appels à la révolte lancés depuis l’étranger et les informations faisant état d’attaques armées contre des centres et des forces de sécurité en Iran, le ministre français des Affaires étrangères a même parlé d’une « révolte pacifique ». Aujourd’hui, en France, les manifestations de lycéens sont décrites comme des « violences urbaines ». Le ministre de l’Intérieur semble beaucoup moins enclin à la retenue et appelle à une intervention rapide et à l’usage de la force pour rétablir l’ordre. Le gouvernement évoque également une « manipulation politique » et le rôle des mouvements d’extrême gauche. Il est évident que les violences contre la police, les incendies volontaires et les dégradations de biens publics ne peuvent être justifiés, et que l’État a le devoir de maintenir et de rétablir la paix et l’ordre public. Mais la contradiction se situe ailleurs : pourquoi les mêmes comportements et les mêmes critères sont-ils interprétés d’une manière lorsque le manifestant se trouve en Iran, et d’une autre lorsqu’il se trouve en France ? Le problème n’est pas la contestation ; le problème est le deux poids, deux mesures. Si les droits humains et le droit de manifester sont des principes universels, leur définition ne devrait pas changer en fonction de la géographie du manifestant.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 6, 2026


Dietro la diplomazia, c'è la realtà cruda e insanguinata delle strade francesi. Adolescenti mutilati dalle armi della polizia: un quindicenne ha perso una mano, un altro un occhio, a un terzo hanno frantumato mascella e denti, costringendolo a nutrirsi con una cannuccia in ospedale. "La polizia è un disastro. Le persone sono state mutilate... è orribile", denuncia Lily, 17enne scesa in piazza per un sistema educativo che abbandona i più poveri.

Il bilancio della repressione è pesante: oltre 5.000 arresti, l'87% dei quali di minorenni. Mentre il governo francese parla di "manipolazione politica" e dà la colpa all'estrema sinistra, i cartelli degli studenti raccontano un'altra verità: "Uno Stato che gasa gli studenti delle superiori è uno Stato debole".

La stoccata di Teheran a Parigi si chiude con una domanda che risuona come una sentenza: "Se i diritti umani e il diritto di protesta sono principi, non dovrebbero cambiare a seconda della geografia del manifestante. Il problema non è la protesta, il problema è il doppio standard".

L’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef non è una buona notizia


di Alessandro Volpi - Altreconomia

 

Poco meno del 19% dei contribuenti italiani paga il 65% dell’intera Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Si tratta di coloro che hanno un reddito lordo superiore ai 35mila euro annui. È evidente che si tratta di un dato non sostenibile perché significa che solo quel 19% scarso versa più di quanto riceva dallo Stato in termini di servizi complessivi e dunque contribuisce a pagare per tutti gli altri.

Su questo tema si potrebbero fare molte considerazioni. Mi limito qui a esporne una che mi pare decisamente rilevante perché è una chiara sconfitta dell’interesse pubblico. L’andamento recente del gettito derivante dalle imposte sostitutive dell’Irpef ha mostrato una crescita imponente, passando dallo storico bacino di 8-10 miliardi di euro all’anno a un picco vicino ai 18 miliardi. Questa apparente impennata, celebrata come un successo di cassa, cela in realtà una strutturale e profonda perdita di gettito potenziale per le casse dello Stato, determinata dalla progressiva sostituzione del modello di tassazione progressiva con regimi sostitutivi a flat tax e sanatorie straordinarie.

La causa scatenante di questo picco finanziario risiede principalmente nell’introduzione del “concordato preventivo” biennale per le partite Iva e gli autonomi, unito al relativo ravvedimento speciale per gli anni dal 2019 al 2023. Attraverso questo meccanismo, i contribuenti che aderiscono al concordato beneficiano di un’imposta sostitutiva fortemente agevolata, con aliquote ridotte tra il 10% e il 15%, applicata esclusivamente sulla quota di reddito incrementale rispetto all’anno precedente.

Il vero costo per l’Erario, e dunque per la collettività, emerge nel momento in cui si confronta questo prelievo agevolato con l’imposta ordinaria: in un regime Irpef progressivo -secondo quanto previsto dalla Costituzione all’articolo 53- quel medesimo extra-reddito verrebbe tassato con le aliquote marginali ordinarie che raggiungono rapidamente il 35% o il 43%, senza contare l’impatto delle addizionali regionali e comunali. Di conseguenza, per ogni quota di maggior reddito emerso, lo Stato rinuncia a una porzione consistente di prelievo fiscale, concedendo uno sconto d’imposta che varia dal 20% al 30% rispetto alla tassazione ordinaria e ai contribuenti a cui il prelievo è effettuato alla fonte.

Questa perdita di gettito potenziale risulta ancora più evidente e marcata se si analizza l’impatto del cosiddetto ravvedimento speciale. Per incentivare l’adesione al Concordato, il legislatore ha concesso la possibilità di sanare cinque annualità di dichiarazioni passate mediante il versamento di un’imposta sostitutiva calcolata su basi imponibili notevolmente ridotte e, soprattutto, con il totale abbattimento delle sanzioni amministrative e degli interessi. Nel regime ordinario, le sanzioni per infedele dichiarazione variano dal 70% al 135% della maggiore imposta dovuta. Sanando cinque anni di irregolarità con un’imposta sostitutiva minima e priva di sanzioni, l’Erario incassa una liquidità immediata di circa 10-12 miliardi, ma contestualmente rinuncia a un ammontare potenziale di sanzioni e maggiori imposte accertabili stimato tra gli otto e i 12 miliardi di euro. In pratica hanno vinto gli evasori.

L’incasso immediato di oggi si traduce infatti in un’enorme rinuncia alle pretese fiscali di domani, blindata dalla contestuale preclusione per legge di ogni futuro accertamento analitico su quelle annualità. Il fenomeno non si limita tuttavia alle sole misure straordinarie per le partite Iva ma rispecchia un’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef a favore di regimi sostitutivi permanenti. Il Regime forfettario per gli autonomi, ad esempio, applicando un’aliquota secca al 15% o al 5%, sottrae ogni anno miliardi di euro alla progressività dell’Irpef, generando un minor gettito potenziale annuo valutato dall’Ufficio parlamentare di bilancio tra i quattro e i cinque miliardi di euro.

Analogamente, la cedolare secca sugli affitti sostituisce la tassazione ordinaria sui redditi da locazione con un’imposta flat al 21% o al 10%, causando un’ulteriore perdita di gettito potenziale pari a circa 2,5-3 miliardi all’anno rispetto a quanto l’Erario incasserebbe se tali redditi concorressero al reddito complessivo Irpef dei proprietari. L’argomento spesso sollevato per giustificare tali scelte fa leva sulla certezza dell’incasso e sulla prevenzione dell’evasione fiscale, secondo la logica per cui un’imposta bassa viene pagata subito mentre un’imposta alta rischia di alimentare il sommerso o finire in contenziosi infiniti.

In realtà, in termini più chiari, lo Stato ha deciso che gli evasori decidessero quanto versare. Il balzo del gettito delle imposte sostitutive a 18 miliardi di euro non rappresenta così la monetizzazione svenduta del credito fiscale dello Stato: l’Erario ha accettato di incassare subito una somma inferiore in cambio della rinuncia definitiva a un gettito potenziale di gran lunga superiore, alterando peraltro il principio di equità fiscale e progressività sancito dalla Costituzione. Di questo, penso, dovrebbe occuparsi la politica.

Israele verso la guerra civile? Rapporto della CIA spaventa Tel Aviv

 

Un nuovo rapporto pubblicato congiuntamente da Drop Site News e Capital & Empire rivela che una valutazione riservata della CIA ha lanciato un allarme drammatico: Israele rischia "una guerra civile o il collasso dello Stato".

Il documento, redatto ad agosto e intitolato "Frattura dall'interno", è stato elaborato dagli esperti della Red Cell della CIA — la struttura responsabile di fornire "analisi alternative" all'interno dell'intelligence statunitense — utilizzando sia fonti aperte sia dati riservati dell'intelligence USA.

MUST READ: CIA report warns Israel is headed toward civil war and total collapse. The report says Israel is seeking deeper integration into the American military, intelligence and defense establishment (like a leech) to save itself at US permanent expense. https://t.co/0VSDoGOQhq

— GenXGirl (@GenXGirl1994) October 6, 2026

Secondo quanto riferito da Drop Site News, la valutazione si concentra principalmente sulla popolazione ebraica di Israele, evidenziando "un mix esplosivo di pressioni": la crisi economica, l'esplosione della spesa militare e lo scontro attorno agli Haredi (gli ebrei ultraortodossi), che continuano a rifiutare la leva obbligatoria. Questo rifiuto, sostenuto dalla stessa coalizione di governo, ha esasperato una già grave carenza di personale all'interno delle forze armate.

Tra i fattori di rischio citati nel rapporto figurano anche "veterani pesantemente armati di ritorno dai combattimenti, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici", la crescente violenza dei coloni e le manovre del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per restare al potere a costo di innescare una crisi costituzionale — processo iniziato già nell'estate del 2023 con la controversa riforma della giustizia.

La gestione della guerra a Gaza da parte di Netanyahu ha scavato solchi ancora più profondi. Drop Site News sottolinea come gran parte dell'opposizione interna non contesti la brutalità delle operazioni contro i palestinesi, bensì le modalità di gestione del conflitto, la leadership e le responsabilità del premier nel fallimento della sicurezza del 7 ottobre.

Il dossier dell'intelligence evidenzia inoltre l'impennata dei prezzi dei beni alimentari, giunti a livelli record, e il progressivo isolamento internazionale del Paese, con un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani considerano una minaccia a lungo termine. Per la CIA, il fatto che Israele stia "diventando sempre più uno Stato paria" rappresenta un elemento chiave verso un potenziale collasso.

Una delle fonti ha tracciato un parallelo storico inquietante: «La combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti. Pensiamo ai Freikorps tedeschi post-Prima Guerra Mondiale. Non dico che Israele sia la Germania di allora, ma le similitudini sono evidenti».

Nel frattempo, la situazione sul campo di battaglia è estrema. Nonostante le operazioni su più fronti (Gaza, Libano, Siria), le truppe sono esauste e soffrono di gravi carenze di equipaggiamento. Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha più volte messo in guardia contro il crollo del sistema dei riservisti. Rapporti interni ammettono che molte unità operano sottorganico e privissime di carri armati: «Le unità di riserva oggi sono vuote», ha dichiarato un comandante.

A questo si aggiunge la fuga dal Paese. Studi dell'Università di Tel Aviv confermano un record di emigrazione da Israele nel 2025, un dato definito "profondamente preoccupante" dagli stessi analisti locali.

Il rapporto della CIA emerge a poche settimane dalle elezioni generali in Israele. Secondo fonti militari citate dai media locali, Netanyahu starebbe valutando di intensificare il conflitto a Gaza e aprire nuovi fronti nella regione con un unico obiettivo: ostacolare o rinviare il voto per difendere la propria sopravvivenza politica.

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UNO SGUARDO DAL FRONTE - DI FULVIO GRIMALDI

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Lo Yemen sotto l'attacco dell’"Alleanza della Mecca": Turchia e Pakistan corrono in soccorso di Riad

 

L'incendio geopolitico in Medio Oriente si allarga a macchia d'olio, spingendo le principali potenze dell'area a una mobilitazione senza precedenti. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno concordato di attivare i meccanismi di deterrenza collettiva e di dispiegare immediatamente forze militari congiunte sul territorio saudita. La decisione è stata presa al termine di una riunione d'emergenza del Comitato strategico, politico e di difesa dell'Alleanza della Mecca, convocata per rispondere ai recenti attacchi e alle minacce che incombono direttamente sul Regno e sui luoghi santi dell'Islam.

La dichiarazione congiunta rilasciata da Riyadh condanna fermamente i tentativi di attacco diretti contro le città sante della Mecca e di Medina, nonché contro infrastrutture civili ed economiche strategiche. Riconoscendo che la sicurezza di ciascuna delle tre nazioni è parte integrante di un unico sistema di difesa, le potenze hanno deciso il passaggio immediato all'attuazione pratica degli impegni militari congiunti. Come confermato dal Ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, l'obiettivo è garantire una risposta di deterrenza netta contro i responsabili degli attacchi e difendere l'integrità territoriale del Regno.

L'escalation in Yemen: dalla conquista di Bab el-Mandeb all'Operazione "Yemen Dawn"

Il fattore scatenante di questa drammatica accelerazione risiede nella ripresa su vasta scala del conflitto in Yemen, esplosa ad agosto dopo la fine della tregua in vigore dal 2022. Tra agosto e settembre, il movimento Ansar Allah (Houthi) ha condotto un'offensiva travolgente, estendendo il proprio controllo sull'intera costa del Mar Rosso fino a conquistare la città portuale di Mocha e l'isola di Perim, situata nello stretto di Bab el-Mandeb, mettendo così sotto scacco una delle rotte marittime e commerciali più vitali del pianeta.

Per consolidare questa posizione di vantaggio, gli Houthi sono avanzati verso la roccaforte strategica di Taiz. Un'eventuale caduta di Taiz spalancherebbe loro la strada verso il sud dello Yemen, sancendo un'inversione di potere determinante nell'intero scacchiere. Per impedire questo scenario, Rashad al-Alimi, capo del Consiglio Presidenziale Yemenita (PLC) sostenuto da Riyadh, ha annunciato una grande controffensiva.

L'operazione terrestre è supportata massicciamente dall'alto: la coalizione internazionale guidata dall'Arabia Saudita ha avviato l'Operazione "Yemen Dawn", impiegando oltre cento velivoli che forniscono copertura aerea continua. Il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, ha confermato il ferimento o la distruzione di oltre 300 "obiettivi di alto valore". Sul campo la tensione è altissima: gli Houthi hanno già rivendicato l'abbattimento di un drone da ricognizione armato saudita Wing Loong II nei cieli del governatorato di Taiz, mentre le forze governative tentano di riprendere il controllo dell'area di Bab el-Mandeb.

Un nuovo tipo di guerra all'orizzonte

Analisti ed esperti militari concordano sul fatto che l'ingresso operativo di Turchia e Pakistan al fianco di Riyadh segni una svolta strutturale. Se da un lato la campagna condotta dalle forze governative punta ora a un obiettivo ambizioso — la riconquista totale dello Yemen e della capitale Sana'a —, dall'altro la pressione militare spingerà inevitabilmente Ansar Allah a intensificare la guerra asimmetrica.

Ci si attende quindi un aumento di attacchi mirati contro le navi mercantili nel Mar Rosso e contro le infrastrutture energetiche saudite, come il fondamentale gasdotto Est-Ovest. Il Medio Oriente si appresta così a vivere una fase di conflitto completamente nuova e profonda, dove lo scontro locale in Yemen si è ormai saldato con le grandi dinamiche della sicurezza collettiva regionale.

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Il ricatto del dollaro: così il Tesoro USA trasforma l'Iraq in un braccio esecutivo contro l'Iran

 

Secondo quanto rivelato da fonti attendibili citate dalla testata di geopolitica The Cradle, una fuga di notizie su una conversazione telefonica tra un alto diplomatico del Ministero degli Esteri iracheno e l'ex presidente Abdul Latif Rashid sta svelando le profonde spaccature interne al governo di Baghdad, stretto nella morsa delle pressioni statunitensi contro Teheran.

Il diplomatico si è lamentato della gestione da parte dell'attuale Primo Ministro iracheno Ali al-Zaidi di dossier estremamente delicati. In particolare, è emerso che la delegazione irachena presente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) è stata tenuta totalmente all'oscuro dell'incontro tra Zaidi e il presidente statunitense Donald Trump a New York, apprendendone l'esistenza soltanto dai media. Un episodio che solleva pesanti interrogativi sulla trasparenza e sul coordinamento interno allo Stato iracheno quando in gioco ci sono le relazioni strategiche tra Washington e Teheran.

Il blocco dei voli iraniani e le paure del governo

A seguito dell'incontro a New York, Baghdad ha subito emesso una direttiva per limitare i voli iraniani, cedendo agli avvertimenti informali di Washington circa possibili sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA in caso di mancata conformità. Diversi ministri iracheni hanno tentato di frenare Zaidi, chiedendo tempo per valutare alternative ed evidenziando come una sottomissione immediata ai diktat statunitensi rischiasse di scatenare una grave crisi politica, di sicurezza ed economica interna, esponendo il governo alla reazione delle fazioni armate e dei partiti vicini a Teheran.

Nonostante gli avvertimenti, l'Iraq ha agito con insolita rapidità contro l'aviazione iraniana. Inizialmente, la linea ufficiale ha provato a giustificare la misura come un atto di "necessità", ricordando la totale dipendenza dell'Iraq dal sistema finanziario del dollaro e dai proventi petroliferi custoditi negli USA.

La protesta a Najaf e le condizioni imposte dal Tesoro USA

La posizione del governo è tuttavia diventata insostenibile quando le proteste si sono estese alla città santa di Najaf. Movimenti come Harakat al-Nujaba e Kataib Hezbollah hanno appoggiato manifestazioni di protesta davanti all'aeroporto, costringendo Baghdad a riaprire le trattative. Il 1° ottobre, il Ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein ha incontrato il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent per discutere i dettagli della campagna di pressione contro l'Iran e la gestione dei pellegrinaggi sciiti.

L'intensa attività diplomatica ha portato, il 2 ottobre, all'annuncio da parte dell'ufficio del Primo Ministro di una deroga che consente alle compagnie aeree iraniane di riprendere i voli per Najaf — sospesi dal 25 settembre —, mantenendo tuttavia l'esclusione per Mahan Air.

Tuttavia, come evidenziato dai retroscena pubblicati da The Cradle, il prezzo di questa concessione riafferma il controllo statunitense sul Paese: le condizioni imposte da Washington prevedono controlli stringenti sui passeggeri soggetti a sanzioni, la tracciabilità delle liste d'imbarco e dei movimenti finanziari presso l'aeroporto di Najaf, oltre al tracciamento dei pagamenti per carburante e servizi di terra, i cui registri dovranno essere conservati per dieci anni. Di fatto, Baghdad si trova costretta ad applicare il regime sanzionatorio americano all'interno dei propri centri religiosi e strategici.

Questo continuo oscillare tra il rispetto delle sanzioni statunitensi e le istanze della politica interna mostra la fragilità della sovranità irachena: l'influenza militare e politica degli Stati Uniti, abbinata al controllo ferreo esercitato sulla valuta e sulle entrate petrolifere di Baghdad, continua a rappresentare la leva di ricatto più potente nelle mani di Washington.

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Gaslighting istituzionale: dal G8 di Genova al presente

 

 di Alex Marsaglia e Chiara Del Corona

 

Gaslighting: è una subdola forma di abuso e manipolazione psicologica in cui il manipolatore (detto gaslighter) spinge la vittima a dubitare della propria memoria, della percezione della realtà e della propria sanità mentale. Il termine deriva dall’opera teatrale Gas Light del 1938 e dal celebre film del 1944 (Angoscia nella versione italiana), in cui un marito manipola la moglie affievolendo le luci a gas della casa e negando ogni cambiamento per farla sentire folle. Il fenomeno manipolatorio si articola principalmente in tre fasi: disorientamento – il manipolatore distorce la comunicazione e nega gli eventi, creando confusione nella vittima; autodifesa – la vittima ricerca prove per avvalorare le proprie ragioni; sottomissione – la vittima perde sicurezza, comincia a dubitare della propria percezione e della realtà oggettiva, precipitando in una dipendenza emotiva e in uno stato di profonda insicurezza.

Introduzione

Siamo partiti da questo termine/concetto perché crediamo che riassuma a trecentosessanta gradi il fenomeno di manipolazione politica e istituzionale che stiamo vivendo. Giorgia Mazzucato lo ribadisce già nel sottotitolo del suo potente e lancinante spettacolo – Stomaco. Gaslighting e fascismo dal G8 di Genova ad oggi (che consigliamo vivamente di andare a vedere nei teatri) – e usiamo la parola “lancinante”, perché evoca il dolore di quel sasso che uccise Carlo Giuliani, insieme alla pallottola che gli perforò lo zigomo sinistro. L’opera narra dei tragici “fatti” che si svolsero tra le giornate del 20 e 21 luglio 2001: dall’assassinio del giovane manifestante – Carlo Giuliani, appunto – per mano delle forze dell’ordine fino alla mattanza all’interno della scuola A. Diaz (definita da un alto funzionario di polizia “una macelleria messicana”), per concludersi con le torture psicologiche e fisiche subite dai dimostranti nella caserma di Bolzaneto.

Rispetto a quelle vicende non c’è stata ancora, e forse non ci sarà mai, una vera giustizia politica e collettiva. Nonostante le condanne giudiziarie – arrivate persino nei confronti di figure che coprivano incarichi verticistici all’interno delle forze dell’ordine – molti dei responsabili, anziché scontare la pena, sono stati promossi o sono rimasti arroccati ai propri ruoli e alle proprie poltrone graduate, sfoggiando le loro belle stelline sulle divise, senza scontare un solo giorno di carcere. La narrazione tossica che ancora oggi subiamo è che i disordini siano stati provocati unicamente da manifestanti facinorosi, e che la polizia abbia dovuto “difendersi”. Si omette colpevolmente che in nessuna occasione le forze dell'ordine cercarono di fermare l’azione dei gruppi violenti isolati all’interno delle manifestazioni pacifiche – i cosiddetti “black bloc” – lasciati del tutto indisturbati nel mettere a ferro e a fuoco la città di Genova, e immortalati da registi come Davide Ferrario[1] mentre si confondevano persino tra le file della polizia, e al cui interno, tra l’altro, comparivano soggetti dichiaratamente neonazisti o neofascisti.

Qui non si tratta solo di riaprire gli atti di quel cataclisma in cui l’inaudita ferocia di carabinieri, polizia, guardia di finanza e vertici di comando soffocò un intero movimento altermondialista, ma di comprendere come quel fenomeno di manipolazione istituzionale, mediatica e politica stia ancora attraversando la nostra realtà. Quel movimento non nacque dal nulla, tra l’altro: era l'onda d'urto di una stagione globale straordinaria, sorta nel gennaio del 1994 nella foresta del Chiapas con la rivoluzione zapatista, che aveva denunciato per prima i dogmi del neoliberismo insegnandoci, con la voce degli indigeni maya, a immaginare “un mondo che contenga molti mondi”; era esploso fragorosamente nel dicembre del 1999 con la “Battaglia di Seattle”, bloccando i lavori dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio, o WTO in inglese – World Trade Organization –, nata nel 1995 in seguito agli accordi di Marrakech, è l’organizzazione che ha il compito di regolamentare gli scambi commerciali globali tra Paesi membri) dimostrando che la macchina della globalizzazione poteva essere inceppata nelle piazze; e aveva trovato la sua officina programmatica nel gennaio del 2001 a Porto Alegre, dove il primo World Social Forum aveva lanciato al mondo lo slogan “Un altro mondo è possibile”.

A Genova quel movimento chiedeva pace, redistribuzione della ricchezza, giustizia sociale, cancellazione del debito pubblico dei Paesi del Sud del mondo, giustizia ambientale e lotta radicale al capitalismo e al neoliberalismo selvaggio. Erano istanze che univano un’enorme eterogeneità: nei summit del Genoa Social Forum, all’interno del quale convivevano enti cattolici, i disobbedienti sfociati nelle “tute bianche” forze politiche come Rifondazione Comunista, leghe ambientali e sindacati, insieme a delegazioni provenienti da ogni angolo del pianeta.

Verso l’autoritarismo: criminalizzazione del dissenso, controllo del consenso e violenza arbitraria

In quel contesto, la diagnosi di Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione trovava la sua spietata conferma teorica: il capitalismo avanzato possiede una straordinaria capacità di assorbimento e neutralizzazione, tollerando l'opposizione politica unicamente fintanto che questa resta confinata nei recinti della rappresentanza innocua o della protesta tollerata. Ma quando l'istanza di cambiamento punta dritta alla radice dei rapporti di forza, rifiutando di farsi integrare e minacciando i dogmi del profitto e del mercato globale, il sistema tradisce la sua natura e rigetta la maschera democratica. Il G8 di Genova fu il laboratorio storico in cui lo Stato scelse la via della rimozione traumatica e violenta del dissenso, dimostrando che la democrazia liberale accetta il pluralismo sociale solo a patto che esso non metta mai in discussione lo status quo.

“Genova appare oggi come una svolta: un evento che ha anticipato le modalità con cui, negli anni successivi, gli Stati occidentali avrebbero gestito la protesta sociale, la sicurezza interna e le forme emergenti di conflitto politico. Se Genova fu un episodio limite, ciò che è venuto dopo mostra che non si trattò di una deviazione del modello democratico, ma della sua evoluzione interna. Le restrizioni alle libertà civili, l’espansione dei poteri di polizia, la normalizzazione dell’eccezione, l’arretramento dei diritti, l’intreccio fra politica estera militarizzata e governance interna hanno disegnato un nuovo passaggio politico, nel quale la democrazia sopravvive come forma, ma perde sostanza. Per comprendere questa traiettoria non basta guardare alla repressione: occorre indagare il contesto in cui si è sviluppata, segnato dal neoliberismo, dalla tecnocratizzazione europea, da emergenze multiple (finanziarie, sanitarie, migratorie, climatiche, belliche) che si sono succedute fino a fondersi in uno stato d’eccezione permanente”[2].

Chi scrive ha voluto ripercorrere documentari, filmati e testimonianze di quell’annullamento dei diritti e di quella mattanza di Stato. Durante quegli anni una di queste “penne” era una giovane studentessa del Ginnasio e faticava a cogliere la portata di ciò che accadeva; eppure, grazie a una famiglia fortemente politicizzata, la morte di Carlo le era rimasta impressa come una ferita inspiegabile in un mondo che, allora, non le sembrava così crudele. E così, nonostante la partecipazione al Social Forum dell’anno successivo a Firenze, a lungo si era portata dietro l’illusione che la verità stesse nel mezzo, che la violenza fosse degenerata da entrambe le parti. Mai aveva pensato che Carlo “se la fosse cercata”, ma tendeva a credere a un tragico incidente della storia, non a un disegno programmato.

Oggi, riguardando quel materiale con gli occhi di adesso, tanti di noi capiscono quanto sia potente l'operazione di gaslighting collettivo di cui siamo stati cavie e di cui lo siamo tuttora. Ci hanno abituati/e a credere che la colpa fosse condivisa, che chi deteneva il monopolio della forza avesse solo dovuto ripristinare un “ordine” che, in realtà, erano stati loro stessi, quelli che erano chiamati a difendere e a proteggere, a sfracellare nel sangue. Persino la narrazione globale che parla asetticamente dei “fatti di Genova”, come se fossero circostanze e non responsabilità, la dice lunga sul tentativo di distorsione – o comunque di neutrale appiattimento, mediazione e compromesso – della realtà di ciò che è avvenuto. Fatto (appunto!) sta che reprimere quel grande movimento internazionale significava spegnere la voce del futuro. Una volontà di censura che oggi ritroviamo intatta nei successivi DDL sicurezza, nelle strette autoritarie e nella meschina volontà di anestetizzare la reazione civile di fronte al genocidio in corso in Palestina, Cisgiordania e Libano. Quell’operazione di appiattimento asettico dell’orrore è ancora in corso, a fronte di un massacro di cui siamo complici tutti, in quanto consapevoli, in quanto nessuno potrebbe negare o dire di non sapere, di non aver visto.

Le riforme del sistema scolastico italiano dopo il 1989 hanno creato l’ecosistema adatto a sviluppare l’accettazione passiva dell’orrore. Con le controriforme volte a creare “capitale umano” e non più “teste pensanti”, hanno addestrato la popolazione a interiorizzare il sistema neoliberista occidentale acriticamente. Valditara oggi, con l’apartheid in classe, è solo l’ultimo epigono della controrivoluzione liberista, inaugurata dal centrosinistra nel 1997 con la Riforma Berlinguer: l’introduzione dei “crediti”, la valutazione dei cicli extracurricolari, l’introduzione del sistema 3+2 negli Atenei sono state tappe di un progressivo allontanamento del sapere dalla conoscenza verso una rincorsa nichilistica del fare, il tutto con l’inserimento all’interno della dimensione ideologico-burocratica del cosmopolitismo europeista basato sulla concorrenza spietata tra persone ridotte a “capitale umano”. Tutto questo è stato notevolmente peggiorato dall’impatto delle innovazioni e delle macchine dell’Intelligenza Artificiale che, ricordiamolo bene, all’interno del contesto occidentale, sono totalmente sottomesse al profitto e alle dinamiche di mercato.

Di qui l’impatto amplificato della tecnica e della burocrazia su un Essere Umano sempre più ridotto a mero strumento di profitto. Renato Curcio, nella sua analisi ormai decennale dell’Impero Virtuale, ha riassunto a due le reali ambizioni del “capitalismo cibernetico”: «per un verso consolida le sue alleanze belliche con gli “Stati amici” incoraggiandoli e spingendoli a ingaggiare battaglie, ovvero a sacrificare umani e risorse per mantenere attivi alcuni settori produttivi; per un altro, prova a colonizzare con nuovi strumenti “intelligenti” l’immaginario dei loro e dei propri cittadini»[3]. Ecco, dunque, tutta la manipolazione e la violenza del modo di produzione capitalistico occidentale dipanarsi in nuove “distrazioni intelligenti”, in grado di colonizzare l’immaginario di coloro che aderiscono sempre più alla figura del suddito e sempre meno a quella del cittadino.

È qui che il gaslighting geopolitico e mediatico dà il suo peggio, calandoci in quel perfetto “Stato di Eccezione permanente” teorizzato da Giorgio Agamben. Il filosofo ci ha insegnato che lo Stato moderno non governa più garantendo lo Stato di diritto, ma facendo leva su una crisi permanente – che si chiami sicurezza pubblica, emergenza terroristica, pandemica o geopolitica – per sospendere legalità e Costituzione. A Genova quell'eccezione fu brutale e concentrata in pochi giorni: la sospensione dei diritti civili, l'impunità garantita alle divise, la violazione sistematica dei corpi e delle garanzie democratiche dentro le caserme e le scuole non furono deviazioni dalla democrazia, ma lo svelamento temporaneo della sua vera natura. Oggi Agamben trova la sua più spietata conferma nel fatto che quell'eccezione è uscita dall’emergenza per diventare la regola ordinaria di governo. Come scrive Italo Di Sabato:

«Genova va interpretata come un laboratorio politico. Non fu un incidente né una gestione fallimentare: fu l’anticipazione di un paradigma. Le violenze, il loro occultamento, le promozioni successive, la narrazione distorta diffusa dai media, l’inerzia delle istituzioni nel riconoscere le proprie responsabilità, hanno segnato l’inizio di un modello di repressione e impunità che avrebbe accompagnato il Paese nei decenni successivi […] La combinazione fra neoliberismo, governance tecnocratica, gestione emergenziale e militarizzazione successiva ha così consolidato un modello politico in cui la democrazia non viene formalmente soppressa, ma svuotata: la partecipazione si restringe, il dissenso è delegittimato, la deliberazione collettiva cede il passo all’efficienza amministrativa e alla logica dell’eccezione. È questa la condizione che rende oggi possibile, e spesso legittimata, la repressione del conflitto sociale e la criminalizzazione dei movimenti»[4].

Viviamo in una normalizzazione quotidiana in cui la violazione dei diritti umani elementari, la soppressione del diritto d'asilo, la complicità con i crimini contro l'umanità e la censura del dissenso non fanno più scandalo: sono amministrate dai governi come dati di fatto amministrativi, trasformando l'orrore in una quieta consuetudine burocratica. È passato un quarto di secolo dai fatti di Genova, ma quanto sta accadendo in queste ore durante la repressione della ribellione partita dal liceo Saint-Exupéry in Francia non fa altro che confermare ciò che stiamo dicendo.

Ci fanno credere, a intermittenza, che sia in corso una “tregua”, mentre ogni giorno continuano a morire a Gaza bambini, donne, anziani, giornalisti e operatori sanitari per mano dello Stato di Israele, agendo nell'impunità totale con la complicità omertosa di gran parte dell’Occidente. I corpi straziati, la fame usata come arma, i bambini ridotti a cifre sacrificabili vengono consumati dai social network tra uno scroll e l'altro, trasformati in merce visiva. È la realizzazione esatta di ciò che Günther Anders chiamava l’era della “vergogna prometeica” e dell’apocalisse invisibile: siamo talmente sovraccarichi di immagini di distruzione da non riuscire più a patire la sproporzione tra la nostra impotenza quotidiana e la mostruosità di ciò che tolleriamo. Passiamo, nell’arco di un secondo, a mettere una faccina triste sotto una città distrutta per poi cliccare un “like” sotto i profili di chi si fa un selfie di fronte a una cascata trasparente in un luogo paradisiaco, o davanti a un piatto di spaghetti, o a chi presenta l’ennesimo libro da consigliare per le letture estive o autunnali, o per sempre. Il per sempre che quei bambini non potranno mai contemplare. Questa digitalizzazione selvaggia ci anestetizza, riducendo l'orrore a intrattenimento domestico.

A ben vedere, questa desensibilizzazione sistematica affonda radici profonde in quel meccanismo che Hannah Arendt, analizzando il processo Eichmann, ha definito “la banalità del male”: la constatazione spaventosa che l'orrore più feroce e radicale non nasce necessariamente da mostri isolati o patologici, ma da ingranaggi burocratici, da apparati e da individui perfettamente “normali” che spengono deliberatamente il pensiero critico, abdicando a ogni coscienza morale per obbedire ciecamente alle procedure di un sistema. Qui, più che banalità del male, per chi è testimone e non diretto assassino – come i soldati dell’IDF, i coloni e l’intero governo di Israele – è passivizzazione mentale. Un’anestesia totale e globale che ci ha reso indifferenti, apatici di fronte alle catastrofi, alle tragedie, che non scuotono, non scalfiscono minimamente la nostra routine. Siamo impermeabili, anche in questo traffico di disinformazione martellante e in questo fluire di spazzatura digitale.

Ma a proposito di banalità del male: non è un caso che, come emerge dalle testimonianze dirette dei soldati dell'esercito israeliano (IDF), filmate e registrate anche nel recente docufilm vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia, Naza, la distruzione sistematica e lo sterminio vengano interiorizzati e agiti attraverso una vera e propria gamification della morte. La violenza estrema, la pulizia etnica e lo smantellamento di un'intera società vengono filtrati attraverso i codici psicologici di un videogioco: si ricerca l'adrenalina, il distacco tecnico, la leggerezza di chi si muove dietro allo schermo di un terminale, spogliando l'atto omicida di qualsiasi residuo di umanità e riducendo l'orrore a una fredda routine digitalizzata.

Annientamento dell’Essere: funziono, dunque sono

A completare questo scenario di controllo non c'è più soltanto la manganellata o la censura mediatica, ma l'avvento di quel totalitarismo digitale teorizzato da pensatori come Shoshana Zuboff: un capitalismo della sorveglianza che mappa, anticipa e neutralizza il dissenso attraverso la profilazione algoritmica. Se Michel Foucault ci ha insegnato che la modernità nasce disciplinando i corpi attraverso spazi chiusi e gerarchici come la scuola-caserma e l'ospedale per forgiare “corpi docili”, oggi quel controllo si è fatto immateriale, pervasivo e digitalizzato. Le piazze di oggi vengono preschedate, i social network censurano o penalizzano sistematicamente la solidarietà riducendo la portata dei post (il cosiddetto shadowbanning), e la tecnologia viene convertita in un panopticon invisibile. Se a Genova lo Stato schedava i corpi nei cortei, oggi schedare il pensiero è diventato un processo automatizzato, silenzioso e pervasivo, che ci convince di essere liberi mentre ci recinta dentro confini digitali rigidamente controllati.

Ciò che più spaventa è proprio questa programmatica operazione di inaridimento della reazione collettiva. Questa società basata, volutamente, sull’iper-individualismo ci spinge all'indifferenza, mentre la propaganda soffia sul fuoco della paura costruendo falsi nemici: il pericolo dell'islamizzazione, la retorica della remigrazione, il pericolo del burqa o del niqab – che indosserebbero, guai a loro (ma anche fosse?!) insegnanti e alunne colpevoli di rendere discriminati e minoritari i nostri figli autoctoni (!) –, il tetto del 30% di alunni stranieri nelle scuole. Si dipingono come una minaccia i soggetti più vulnerabili, invertendo completamente la percezione della giustizia.

Cominciano a entrare nella famosa Finestra di Overton concetti e istanze che non sarebbero stati ammissibili, neppure dicibili, in quanto in netto contrasto con i principi e i valori su cui dovrebbe fondarsi una società che vuole dirsi democratica, e che si fonda su una Costituzione antifascista. Ormai l’inammissibile, l’intollerabile, entra a far parte di diritto e in maniera pericolosamente normalizzata e accettabile del dibattito pubblico e, di conseguenza, dell’agenda politica. E noi, normalizzando l’inaccettabile, lo accettiamo, lo interiorizziamo e lo facciamo entrare in quella finestra, sempre più dilatabile, per cui diventa “normale” parlare di “remigrazione”, di classi differenziate per alunni con disabilità, di tetti agli studenti che provengono da famiglie con background migratorio, di educazione militare nelle scuole, di persecuzione di insegnanti e istituti che ospitano webinar sulla Palestina o dove si parla dei rapporti di Francesca Albanese.

Diventa normale che si arrestino superstar hollywoodiane, come Susan Sarandon, perché manifestano davanti all’ONU mentre parla un criminale di guerra, con mandato pendente della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, quale è Benjamin Netanyahu, insieme a tutto il suo partito e ai ministri che ne fanno parte. Diventa tutto normalizzato, tollerato, accettabile; e il dissenso si trasforma in un atto di terrorismo o vandalismo, da criminalizzare, in questa retorica che ci rende soldatini passivi e incuranti, nel tentativo di costruire un nemico fittizio, un capro espiatorio che faccia da incubatore di frustrazioni rispetto a problemi ben più impellenti e urgenti (bisognerebbe ricominciare a parlare di lotta di classe, di sperequazione, di redistribuzione della ricchezza, di sanità al collasso, di soldi spesi per il riarmo, ecc., non di caccia al nemico straniero; ma è più semplice così, e il gaslighting la vince sempre!). Come del resto la propaganda e la retorica hanno sempre agito per oscurare problemi più grandi e insolubili dalla prospettiva dell’agenda politica, che attraversano la società tutta, trasformando colui o colei che stigmatizziamo come “diverso/a” in un pericolo, in una minaccia da neutralizzare, discriminare, emarginare, additare in ogni sua forma, con le buone o, nei peggiori dei casi, con le cattive maniere.

Questa vocazione alla sottomissione non nasce dal nulla: trova il suo primo, silenzioso laboratorio proprio nei banchi di scuola. È lì che l'istituzione scolastica – tradendo radicalmente la sua etimologia più profonda – smette di essere il luogo dell’ex-ducere, del “condurre fuori”, ovvero del risveglio e della fioritura del pensiero critico, per trasformarsi in una caserma burocratica votata all'addestramento e all’indottrinamento. Come ci ha insegnato Ivan Illich analizzando la società industrializzata, l'istruzione di massa rischia costantemente di ridursi a un dispositivo di mercato che distribuisce saperi certificati e merceologici, insegnando ai soggetti a delegare il proprio pensiero a un’autorità burocratica. E in questo ingranaggio, come evidenziato da Pierre Bourdieu, opera la “violenza simbolica”: la forma di dominazione più pervasiva, esercitata con la complicità di chi la subisce. Chi viene filtrato o giudicato dai canoni culturali e linguistici dominanti finisce per interiorizzare l'idea che la propria subalternità sia naturale, mentre la scuola valida l’habitus dei dominanti mascherando da merito democratico una spietata riproduzione sociale. La grammatica e i codici formali vengono imposti non come uno specchio vivo della realtà, ma come un corpus dogmatico di regole da memorizzare acriticamente per punire la deviazione e produrre corpi docili, perfette prede future del gaslighting di Stato.

Senza più un'idea di collettività o di comunità, spinti da questa pedagogia dell'obbedienza, finiamo per accettare la colpevolizzazione delle vittime: i palestinesi etichettati aprioristicamente come terroristi, gli aggressori assolti in nome del “diritto a difendersi”, e chi protesta schedato come sovversivo e marchiato con anni di carcere.

In questo scenario, torna di una drammatica attualità la distinzione che faceva Valerio Callieri, manifestante al G8 di Genova e rinchiuso nella caserma di Bolzaneto, tra colpevolezza e innocenza a livello politico e giuridico:

«Forse oggi io sono innocente, e con la parola ‘innocente’ non intendo qualcosa che abbia valenza giudiziaria, ma uno status molto più vicino all’indifferenza, e al compiacimento ironico di tale indifferenza [...]. La mia innocenza mi consente una tranquilla pacatezza di giudizio, conferitami dalla sottrazione, dalla capacità di non prendere parte veramente a nulla [...]. Noi non eravamo innocenti e non dovremmo considerarci vittime: storicamente, il tentativo di cambiare in maniera radicale il mondo in cui si vive ottiene come risposta una reazione abbastanza dura da parte di chi ritiene che il mondo vada benissimo così [...]. A livello politico il concetto di innocenza mi sembrava e continua a sembrarmene veramente ambiguo»[5].

Impariamo a essere colpevoli, politicamente

Essere politicamente colpevoli non significa esserlo sul piano dei codici penali e della legalità formale: significa assumersi la responsabilità di agire contro uno stato di cose ingiusto. L’innocenza immacolata è diventata la “coperta di Linus” di chi accetta lo status quo, l'accomodamento e la paura. Restare neutrali di fronte al collasso dello Stato di diritto significa essere complici dell'indifferenza.

Allora proviamo a diventare tutti colpevoli: colpevoli di creare crepe in questo inferno, colpevoli di scendere in piazza, di dire “no”, di rifiutare il gaslighting comunicativo che ci vuole lobotomizzati. Colpevoli di custodire una visione del mondo alternativa – sulla scia di quella degli zapatisti, capaci di immaginare “un mondo che contenga molti mondi” – e di custodire una memoria collettiva che non si permetterà mai di cancellare quel sangue (“don’t clean this blood”, sottotitolo di un altro film che ha l’effetto di una bomba nello stomaco: Diaz di Daniele Vicari).

Questo sangue. Quello del 2001, quello delle guerre imperialiste e quello del genocidio che continua a consumarsi, impunito, in diretta streaming sotto i nostri occhi. Ogni giorno e nell’ormai colpevole – questa sì – indifferenza globale. Forse siamo tutti, fin troppo, innocenti. Cominciamo a diventare colpevoli di reazione, di organizzazione, di attivismo, di ribellione, per costruire, o almeno immaginare (perché anche il potere dell’immaginazione ci è stato sottratto, in questo “dato di fatto” delle cose kantianamente dogmatico che annulla ogni alternativa, non solo di pensiero, ma anche di immaginario) di nuovo un mondo diverso, un mondo che sembrava possibile.

Forse nello sguardo azzurro di Carlo, spento per sempre, possiamo ancora ritrovarci e ritrovare la speranza per un mondo migliore. Senza mai, però, voltare la faccia di fronte al sangue che ancora lo ammanta. Non deve essere lo “sporco” che ci fa girare gli occhi dall’altra parte: questo manto di sangue va guardato, è l’impronta di una verità e di una memoria che mai andranno cancellate o ripulite per mondare vigliaccamente le nostre coscienze e convincerci che siano e restino immacolate. È semmai proprio questo pudore, questo sfuggire dalla realtà, questo pallore sbiadito che dovrebbero raccapricciarci, generare scalpore. Sporchiamoci, invischiamoci e infanghiamoci dentro questa negatività, non annulliamola, non rimuoviamo la polvere sotto i tappeti fingendo che non esista. Torniamo a essere colpevoli (nel senso politico, appunto, e non giuridico del termine) di dissenso e non innocenti menefreghisti, che si mettono la coscienza a posto per una faccina che piange sotto una città distrutta. Questa digitalizzazione e virtualizzazione selvaggia ci rende tutti assolti, impotenti e distaccati dal reale, ma invece dovremmo trovare le energie, la capacità e soprattutto un immaginario, ancorché utopico e idealista, che ci permetta di riunirci e attivare un pensiero, un progetto e un'azione collettiva che inglobi le forze e le idee, le istanze, la proiezione (nel senso filosofico e storico del termine – pro iacere, gettare in avanti, che rimanda anche all’uomo primitivo che scagliava pietre per difendersi dagli aggressori; oggi gli aggressori lanciano bombe, droni e propaganda nauseante e pericolosa) di chi non sta più alle regole di questo sistema, che davvero ci vorrebbe tutti impotenti, passivi, manipolabili e vittime di gaslighting.

Per farlo occorre innanzitutto reagire alla controrivoluzione neoliberista e all’Impero digitale che hanno annientato l’Essere Sociale lukacsiano, determinando un’involuzione della specie, per cui in Occidente la società è ritornata a funzionare secondo logiche di natura, come una somma di individui isolati da un individualismo ed egoismo sfrenato. L’uomo occidentale è sempre più fagocitato da un sistema che ne alimenta l’ego, ne annienta la coscienza e la progettualità. Già Zygmunt Bauman nella sua ultima lectio magistralis al Festival della Filosofia nel 2016 descriveva questa “legge della giungla” neoliberista come una legge pedagogica secondo la quale «fin da piccoli ai bambini viene insegnato l’antagonismo (…) Tutto ciò ha conseguenze sui legami umani, che vanno via via allentandosi». Addirittura, ci si impone l’autosfruttamento per cui «oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo per la propria impresa. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi». Dall’isolamento indotto all’annientamento dell’Essere sociale il passo in fondo è breve, poiché «in conseguenza dell’isolamento del soggetto di prestazione che sfrutta se stesso, non si forma un Noi politico capace di un agire comune»[6]. Questo gaslighting non ci fa solo perdere il contatto con il reale, ma anche con noi stessi. La manipolazione che veicola “dalla culla alla tomba”, ci fornisce una «visione unidimensionale di ciò che siamo: ci vediamo e ci valutiamo come macchine che devono funzionare»[7] e non più come esseri umani nella società.

Tutto il filone del transumanesimo, come ultima frontiera della biopolitica e del biopotere, è basato proprio sulle capacità di creare una sorta di “uomo aumentato” in grado di superare gli inevitabili limiti biologici degli esseri umani in quanto esseri viventi. La tecnica, in Occidente, viene lasciata agire alla cieca e procede verso un’eugenetica che supera persino quella nazista in questa rincorsa folle. Il disabile, il malato, l’anziano e in generale chiunque cessi di essere produttivo dovrebbe essere sottoposto alla trasformazione della natura biologica con l’intervento della tecnica. Il cyberumano è già teorizzato dal transumanesimo come superamento delle imperfezioni dell’Uomo che non lo rendono compatibile con il modo di produzione capitalistico e, tra queste, svetta su tutte la libertà di pensiero, il libero arbitrio e l’assoluta non programmabilità della persona. L’Essere Umano continua a voler resistere, agendo in base a emozioni, impulsi ed esperienza che forniscono spessore e qualità alla vita e all’agire, ma poco si adattano a un sistema produttivo plasmato sempre di più sulla macchina. La conoscenza stessa, lungi dal ridursi a un mero accumulo statistico di dati, è qualcosa di strettamente legato all’azione, alla prova e all’errore.

A frenare tutto questo interviene il gaslighting che ci spinge a performare in una “società del funzionamento”, in cui però perdiamo la nostra umanità soprattutto perché veniamo alienati nel virtuale, distaccandoci dalla pratica individuale e sociale in cui viviamo. Smettiamo così di essere empatici e solidali, fino a dimenticarci di essere animali sociali e politici e perdiamo contatto con la nostra materialità fatta di corpi, teste pensanti, desideri e intuizioni. Tuttavia, fuori dall’Occidente, si pensa e agisce politicamente proprio per porre limiti etici, normativi e stabilire dei fini collettivi incastonando l’Uomo al centro del sistema sociale, riportandolo così alla sua effettiva natura. L’Occidente invece continua a fare un uso irrazionalistico della ragione, sostanzialmente per mantenere al potere una classe dirigente che non ha esitato e non esiterà a reprimere ogni rivolta, preventivamente con gli strumenti della psicopolitica o direttamente nel sangue come è accaduto in Italia durante il G8, più recentemente e a più ondate negli Stati Uniti e sta accadendo ancora in queste ore in Francia.

Quel sangue, questo sangue, di ieri e soprattutto di oggi, appartiene a tutti e a tutte noi, e dovrebbe contagiarci: questa ferita va tenuta aperta fintanto che sanguinerà. Stiamoci dentro. Non ripuliamola per far finta che restino pulite anche le nostre coscienze, individuali e collettive.

C’era chi si chiedeva come sarebbe stato il mondo futuro. Chi riusciva a immaginarlo. A immaginarlo migliore. Oggi abbiamo distolto gli occhi anche dal sogno, dalla mera possibilità di tesserlo con un invisibile filo di idealismo, di speranza, forse proprio perché la concretezza, l’impotenza cui siamo sottoposti ci rende impossibile anche solo la mera possibilità immaginifica. Però tornano alla mente le parole di quelle tante figure, più o meno eroiche, quasi simboliche o addirittura iconoclastiche, che idealizzavano, forse utopisticamente, una versione migliore della realtà, di ciò che ci circonda, pensando che valga la pena intervenire, non tanto in ciò che accade – come qualcosa di fatalistico – ma in ciò che possiamo cambiare, in ciò in cui possiamo intervenire per rendere migliore la realtà che viviamo, partendo dagli ultimi che quella realtà la subiscono come Prometeo incatenato a una roccia isolata sui monti del Caucaso mentre un’aquila gli dilania costantemente il fegato, colpevole di aver rubato il fuoco agli dei e reso più indipendenti e maturi gli esseri umani. Peccato di Hybris, per la Grecia arcaica. Oggi, io lo auspicherei, invece, a questa umanità che non sa dove ritrovare l’ardire, le fiamme di un’azione, di un risveglio e si lascia divorare il fegato da un sistema, un sistema-mondo che subiamo quotidianamente.

Eppure, c’era chi, tanto tempo fa, certe domande riusciva a porsele e a porle ancora:

“Come si chiamerà questo mondo? Quale sistema lo sosterrà o dominerà? Ebbene, questo lo decideranno o no, coloro che vivranno. Un mondo in cui il desiderio di egemonizzare e omogeneizzare impari da ciò che questo ha causato in questo e in altri tempi, e fallisca in quel mondo a venire. Un mondo in cui l’umanità non è definita dall’uguaglianza (che non fa altro che nascondere la segregazione di coloro che ‘non sono uguali’), ma dalla differenza. Un mondo dove la differenza non viene perseguitata, ma celebrata. Un mondo in cui le storie raccontate non sono quelle di chi vince, perché non vince nessuno”[8]

Ripartiamo da quelle domande. Non dalle risposte. Scriveva Rainer Maria Rilke, nella suggestiva poesia Sii paziente, in Lettere a un giovane poeta:

“Vivi ora le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e ai libri scritti in lingua straniera. Non cercare ora le risposte che non possono esserti date, poiché non saresti capace di convivere con esse. E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgertene, ti troverai a vivere la risposta”.

Stiamo nelle domande. Non accontentiamoci e non nascondiamoci dietro risposte facili che mistificano la complessità e gli interrogativi che pone. Restiamo sporchi, non laviamo il sangue, che oggi, come ieri, continua a interrogarci. E che ci mette di fronte alla domanda fondamentale, filosofica, etica, esistenziale: “Chi sono io? Chi siamo noi?” ma, soprattutto: “chi voglio essere io? Cosa vogliamo essere noi?”

 

Don’t clean this blood.

From the river to the sea. Palestine will be free!

[1] D. Ferrario, Le strade di Genova, 2002

[2] Italo Di Sabato, Democrazia e autoritarismi. A venticinque anni dal G8 di Genova (2001-2026). Neoliberismo, governance e stato d’eccezione nel XXI Secolo, in Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. Dal “movimento dei movimenti” ai giorni nostri: storia e attualità di una lotta necessaria, Redstarpress, 2026, pp. 163-164.

[3] R. Curcio, Intelligenze artificiali e intelligenze sociali, Edizioni Sensibili alle foglie Società cooperativa, 2024, p. 89

[4] I. Di Sabato, in Genova 2001, op. cit., Comitato Piazza Carlo Giuliani, p. 165 e pp. 173-174.

[5] Valerio Callieri, È così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 90-91

[6] Byung-Chul Han, Psicopolitica, nottetempo s.r.l., Milano, 2016, pp. 16 - 17

[7] M. Benasayag, Funzionare o esistere?, Vita e Pensiero, 2019, p. 23

[8] Frammenti di una lettera del Subcomandante Insurgente Moisés, Enlacezapatista.ezln.org.mx, 22 novembre 2023, in Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora, cit., p. 16.

Flávio Bolsonaro davanti a Lula: cosa racconta davvero il voto brasiliano

Il primo turno delle elezioni brasiliane ha prodotto un risultato destinato a pesare molto più del semplice vantaggio con cui Flávio Bolsonaro ha superato Lula. Il candidato del Partido Liberal ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% del presidente uscente, ribaltando le indicazioni della maggior parte dei sondaggi della vigilia. Il direttore di Quaest Felipe Nunes ha individuato nel risultato un forte movimento di “voto utile” a destra. Le candidature minori avrebbero funzionato, durante la campagna, come una sorta di “cassa d'acqua”, un serbatoio di consensi pronto a spostarsi verso Flávio quando la sua candidatura è apparsa realmente competitiva.

Marco Fernandes, membro del Consiglio Civile dei BRICS e analista geopolitico, invita invece a riconsiderare il ruolo degli stessi sondaggi. Una parte significativa dell'elettorato, sostiene, decide il proprio voto addirittura la mattina delle elezioni, rendendo molto più difficile fotografare con precisione un quadro in rapido movimento. Il sociologo Gabriel Puricelli sottolinea però che il risultato rientrava nelle oscillazioni indicate dalle rilevazioni e che la tendenza più evidente era il progressivo “stagnamento” del voto di Lula accompagnato dalla crescita di Bolsonaro. Per il ballottaggio, secondo Puricelli, il fattore sorpresa è ora dalla parte di Flávio, mentre i voti delle altre candidature di destra costituiscono il bacino più difficile da conquistare per il presidente uscente. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto la presidenza. Il Partido Liberal ha conquistato 121 deputati e 28 senatori, raggiungendo la maggiore rappresentanza della propria storia. Per Marco Fernandes si tratta della prima volta dagli anni Ottanta in cui un partito raggiunge una simile forza parlamentare. Anche nell'eventualità di una vittoria di Lula, avverte l'analista, il rapporto con il Congresso sarebbe “più complicato” rispetto al precedente mandato.

Il politologo José Henrique Artigas parla di una vera e propria “valanga” di voti verso l'estrema destra, sottolineando come il PL sia diventato il partito più forte del Brasile anche grazie alla conquista di parlamentari e governi statali. A suo giudizio, non si tratta più semplicemente dell'avanzata di un'opposizione liberal-conservatrice, ma di una destra che ha acquisito una capacità di presenza territoriale mai raggiunta prima. Artigas interpreta inoltre la trasformazione della comunicazione politica come uno degli elementi decisivi. Il campo conservatore, sostiene, ha saputo sfruttare meglio la nuova centralità degli algoritmi, attraverso una comunicazione costruita per colpire direttamente singoli gruppi di elettori. Una dinamica che avrebbe favorito la crescente capillarità del PL. Lula dovrà ora affrontare anche il problema di una parte dell'elettorato che, pur in presenza di indicatori economici positivi, continua a percepire una distanza tra i dati macroeconomici e la propria vita quotidiana. Criminalità, trasporti, lavori usuranti e indebitamento alimentano quella “frustrazione molto grande della popolazione” evidenziata da Fernandes.

Il ballottaggio del 25 ottobre si giocherà dunque su margini strettissimi. Puricelli avverte che sarebbe irresponsabile attribuire oggi un vantaggio a uno dei due candidati: la differenza è troppo ridotta e anche la partecipazione degli elettori che non hanno votato al primo turno potrebbe incidere. Il primo turno ha però già consegnato una certezza politica: qualunque sia il risultato presidenziale, il Brasile si avvia verso una nuova fase, nella quale il PL e il bolsonarismo dispongono di una forza parlamentare e territoriale senza precedenti nella storia recente del Paese.

Mano libera alle forze dell'ordine: la Francia reprime gli studenti

 

Da tre settimane i licei francesi sono in blocco. Oggi, lunedì 5 ottobre gli istituti in protesta sono almeno 413, e per martedì 6 è prevista una mobilitazione intersindacale di grosse dimensioni. Ma quello che sta facendo discutere non è solo la protesta. È come lo Stato ci sta rispondendo.

Il ministro dell'Interno Laurent Nuñez non ha fatto mistero di come la pensa. Ha detto che non darà "nessuna istruzione di moderazione e nessuna istruzione di non utilizzare tutto l'armamento intermedio a disposizione delle forze di sicurezza interne". Tradotto: mano libera. La Ligue des Droits de l'Homme ha parlato di una "deriva complessiva rispetto allo Stato di diritto" negli interventi contro gli adolescenti, e ha aggiunto che il diritto internazionale "viene completamente calpestato".

I numeri, del resto, sono pesanti. Giovedì 1 ottobre il ministro dell'Educazione nazionale Edouard Geffray ha riferito che dall'inizio del movimento 170 studenti erano rimasti feriti. Poi ci sono i casi singoli, che uno per uno raccontano qualcosa di più grande.

A Lens un ragazzo di 15 anni ha subito una grave ferita alla mano. La dinamica è ancora confusa. Una fonte sindacale della polizia sostiene che il liceale avrebbe voluto raccogliere la granata per rilanciarla, e che questa gli sarebbe esplosa in mano. Il procuratore di Béthune e il prefetto del Pas-de-Calais non hanno confermato questa versione. Il procuratore Etienne Thieffry è stato prudente: ha detto di non essere "in grado di rispondere [sulla questione di sapere] se questo adolescente avesse formalmente raccolto una granata esplosa nella sua mano, o se la granata gli fosse atterrata addosso". E ha aggiunto di non essere "in grado" nemmeno di "indicare quali granate siano state utilizzate". Una ragazza che era vicina al liceale al momento dell'esplosione ha raccontato una cosa diversa: "Stavamo correndo, hanno lanciato questa palla, non so cosa fosse esattamente. L'ha ricevuta nella mano e all'improvviso è esploso". Afferma che un altro ragazzo è stato colpito a una gamba.

A Tours, il 30 settembre, un altro studente ha perso l'uso dell'occhio destro dopo un colpo di LBD (Lanceur de balle de défense). La procura ha confermato che i colpi erano "compatibili" con le "lesioni all'occhio". La famiglia ha sporto denuncia per "violenze da parte di persona che esercita pubblica autorità".

A Saint-Ouen-l'Aumône, nel Val-d'Oise, un ragazzo di 14 anni ha riportato una doppia frattura della mascella, tutti i denti superiori rotti e molti denti inferiori rotti. La sua avvocata, Elsa Marcel, ha detto che il ragazzo se ne stava "isolato" ed è stato "preso di mira dai poliziotti, che lo colpiscono", prima che un agente "spari in testa a un metro di distanza" con un LBD. Il minore, secondo l'avvocata, "ha creduto di morire".

Sempre nel Val-d'Oise, il 1 ottobre, un sedicenne è stato ferito all'occhio dopo un colpo di LBD sulla dalle di Argenteuil. Il parquet ha aperto un'inchiesta dell'IGPN. Secondo la prefettura, i poliziotti avrebbero dovuto affrontare "due giovani situati a una ventina di metri che avevano sparato mortai in loro direzione". "In risposta, due poliziotti portatori di LBD ne facevano uso. I proiettili raggiungevano i due giovani che poi fuggivano".

Poi c'è il caso di Aina, 14 anni, ad Alençon. Un video girato da una giornalista locale la mostra trascinata da un poliziotto che la stringe con il braccio al collo. Siamo al 29 settembre, a margine del blocco del liceo Leclerc-Navarre. Aina ha raccontato il suo trauma: "Ho molto male al collo, ho dolori muscolari, ho male alla mascella. È un po' complicato perché ci ripenso molto". Dice che ha creduto di "rimanerci". I genitori hanno sporto denuncia. Le forze dell'ordine hanno parlato di un intervento "proporzionato", che ha "rispettato il quadro regolamentare". Il delegato sindacale Unité SG Police dell'Orne, Laurent Barreteau, ha detto che "per me non c'è violenza o, in ogni caso, sproporzione", aggiungendo che "abbiamo solo una parte del video" e che si vede un poliziotto che "blocca la ragazza e la sposta".

La LDH ha chiesto "la messa in atto prioritaria di un dialogo con i giovani", "il trattamento sistematico dei bambini per quello che sono, persone da proteggere come stipula la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia", "l'applicazione di una politica di de-escalation delle tensioni" e "l'abolizione definitiva delle pratiche di mantenimento dell'ordine liberticide".

Il punto però non è solo la repressione in sé, per quanto grave. Il punto è che neoliberismo e repressione vanno sempre a braccetto. Le politiche di austerità hanno svuotato la scuola pubblica, tagliato i servizi, arricchito i più ricchi e impoverito tutti gli altri. Quando la gente scende in piazza per rivendicare quello che le è stato tolto, la risposta non è mai politica. È sempre poliziesca. E non è un caso isolato, non è un eccesso di zelo di qualche agente. È il modello. Il neoliberismo produce disuguaglianza, la disuguaglianza produce rabbia, la rabbia viene repressa. E la repressione serve a proteggere l'ordine che ha prodotto quella rabbia. Un regime che si dice liberale e democratico ma che per imporre un regime che la maggioranza dei cittadini rifiuta come ingiusto e inegualitario deve ricorrere all'autoritarismo. L'autoritarismo non è un incidente di percorso. È la condizione necessaria perché il neoliberismo sopravviva.

Sánchez va al voto, la piazza risponde con lo sciopero: la Spagna della casa non aspetta

 

Pedro Sánchez ha sciolto le Camere. La mossa dell’esponente socialista ha ribaltato la scena politica spagnola: elezioni anticipate il 29 novembre, con un anno di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. La decisione non è arrivata dal nulla, ma è la conseguenza diretta di un voto che ha fatto tremare le fondamenta del governo. Venerdì scorso, il Congresso ha affossato i due decreti legge sulla casa, quelli che dovevano fermare gli sfratti e mettere un freno alla speculazione immobiliare. A votare contro, un fronte trasversale che ha unito il Partido Popular, Vox, i conservatori catalani di Junts e l'Unión del Pueblo Navarro.

Per Sánchez, quella bocciatura è stata molto più di una sconfitta parlamentare. È stato il segnale che il suo esecutivo, già in minoranza, non ha più la forza di portare avanti le riforme sociali promesse. Nel discorso con cui ha annunciato lo scioglimento delle Cortes, il premier ha ammesso “errori” e “insufficienze”, parlando di una società indignata perché gli interessi della gente comune vengono calpestati in Parlamento a vantaggio di pochi. Ha parlato di un mondo che si affaccia a un'epoca complessa, di transizione, e ha chiesto agli spagnoli di decidere il proprio futuro. Ma dietro le parole, c'è la consapevolezza che la strada per riconquistare una maggioranza progressista passa attraverso le urne, non attraverso i corridoi del potere.

Vamos a dejarnos la piel, vamos a trabajar para ilusionar y para volver a ganar???? @sanchezcastejon https://t.co/bjc9RgeQC1

— PSOE (@PSOE) October 5, 2026

La decisione arriva nel mezzo di una mobilitazione sociale senza precedenti contro il neoliberismo e la turistificazione di massa delle principali città iberiche. Da settimane, le piazze spagnole sono occupate da chi chiede il diritto alla casa. Il caso di Maricarmen, l'ottantasettenne sfrattata dopo settant'anni di affitto, ha acceso la miccia. A Madrid, ventimila persone hanno sfilato e cinquecento hanno piantato le tende in Puerta del Sol, trasformando la piazza in un accampamento permanente. La rabbia per gli sfratti si è mescolata a quella per i prezzi degli affitti, schizzati in alto del dodici per cento in un solo anno, e per una città che sembra sempre più costruita per i turisti e non per chi ci vive.

Di fronte all'annuncio elettorale, il Sindicato de Inquilinas non ha esitato. Alicia del Río, portavoce del movimento, ha detto chiaro che la lotta per la casa non aspetterà nessun calendario elettorale. La risposta è la costruzione di uno sciopero generale, a partire da questa sera, con assemblee nei quartieri e mobilitazioni territoriali. Il messaggio è che il diritto all'abitare si conquista nelle piazze, non si aspetta che qualcuno lo conceda dall'alto. Anche Unai Sordo, segretario generale di CCOO, ha spinto per mantenere alta la tensione, parlando di uno “sciopero generale” come unica garanzia che le richieste della gente vengano ascoltate, qualunque sia il risultato delle urne. Allo stesso tempo, ha invitato a partecipare al voto, definendolo un diritto democratico fondamentale per rafforzare maggioranze che guardino ai diritti dei più vulnerabili.

Il paradosso è evidente. Sánchez va alle elezioni dopo aver fallito nel far passare le misure sulla casa, ma lo fa presentandosi come l'unico in grado di difendere i diritti sociali contro le élites.

Dall'altra parte, i movimenti sociali non si fidano più delle promesse elettorali e scelgono la strada dello sciopero, sapendo che il voto da solo non basta a cambiare le cose. Anzi, spesso è lo strumento utilizzato per spegnere le lotte. In mezzo, c'è un paese dove il diritto alla casa è diventato un campo di battaglia, dove gli affitti sono fuori controllo e dove le città si svuotano dei loro abitanti per riempirsi di visitatori occasionali.

Le elezioni del 29 novembre non saranno solo una questione di maggioranza politica. Saranno un referendum su chi ha il diritto di abitare le città spagnole, su chi può permettersi di invecchiare nella casa dove ha vissuto per tutta la vita, su chi decide il futuro dei quartieri e delle periferie. E mentre i partiti si preparano alla campagna elettorale, in piazza c'è chi ha già deciso che non aspetterà il risultato delle urne per continuare a lottare.

Merz a Kiev per i miliardi dell'industria di guerra


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


5 ottobre. «Putin bombarda anche Merz», gridano a La Stampa, aggiungendo che il cancelliere tedesco sarebbe arrivato a Kiev, con una «visita a sorpresa», proprio mentre la capitale è sotto tiro costante dei droni russi. E, quasi ci fosse ancora bisogno di testimoniare come i fogli italici più bellicisti rispondano ai medesimi datori di lavoro e attingano alle medesime veline, ecco che, scopiazzandosi l'un l'altro il componimento, Stampa e Corriere della Sera si esaltano al rimando reaganiano di Merz che, sceso dal treno, omelia gesuiticamente «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata. Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra. Ma questi attacchi barbari contro la popolazione civile devono cessare». Un sermone che, ci dicono da Torino e da Milano, fa rivivere il «Mister Gorbachev, tear down this wall», «butti giù questo muro», di Ronald Reagan a Berlino nel 1987. Beh: la Russia non è l'URSS e nemmeno Putin è Gorbacëv.

Ora, il viaggio apostolico e l'orazione papale sulla “pacem in terris” ucraina, da parte di quello che gli stessi tedeschi considerano il loro peggior cancelliere, dice in realtà altre cose, rispetto a quelle raccontate dai media guerrafondai: a partire dalla constatazione che la visita a Kiev di Merz, che negli ambienti politici tedeschi è soprannominato il "Cancelliere ucraino", 

esattamente nel giorno della festa dell'unità germanica, proprio “a sorpresa” non è stata, anche se viene presentata come tale. Non foss'altro che per la semplice constatazione che tali viaggi vengono preparati nei dettagli, come testimonia la presenza, accanto a Merz, di esponenti delle maggiori industrie belliche tedesche. Quanto al titolo a sensazione de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz»: di questo più avanti.

Intanto, i risultati dell'incontro, come sintetizzati per la russa Vzgljad dal politologo tedesco Alexander Rahr, secondo il quale la visita di Merz a Kiev ha permesso a Vladimir Zelenskij di compiere un ulteriore passo verso l'obiettivo di trascinare l'Europa in un conflitto diretto con la Russia. Nel contesto della politica estera, la visita a Kiev del cancelliere è stata «accolta piuttosto positivamente da alcuni media e dall'opinione pubblica tedesca. Tuttavia, è improbabile che ciò influisca sul suo indice di gradimento nazionale, che si attesta ai minimi storici. Non si può certo affermare che il viaggio in Ucraina abbia migliorato la sua posizione agli occhi degli elettori», osserva Rahr. Secondo un sondaggio del gruppo “Wahlen”, la percentuale di coloro che sono favorevoli a un maggiore sostegno a Kiev è scesa dal 43% di febbraio al 32% di giugno.
Altro fatto, che la visita ha avuto implicazioni commerciali positive per le aziende militari tedesche e per altre imprese che si affidano a contratti governativi legati alla crisi ucraina. «Nel complesso, i sostenitori della visita di Merz a Kiev vedono questo gesto come una manifestazione di solidarietà europea con l'Ucraina e una risposta decisa all'"aggressione russa”», anche se un altro segmento della società tedesca ha un'opinione opposta: i critici ritengono che «Merz non abbia fatto abbastanza per la diplomazia e per una soluzione pacifica e ritengono che il Cancelliere stia contribuendo al protrarsi del conflitto e all'aumento delle pericolose tensioni nei rapporti con la Russia», altro che quell'ipocrita «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata», incensato da Stampa e Corriere!

Nella sostanza, il politologo tedesco vede, come principale risultato della visita di Merz, un ulteriore passo di Zelenskij verso il suo sogno di trascinare l'Occidente in un conflitto militare diretto con la Russia: «Solo in questo scenario il capo del regime di Kiev vede la sua ultima possibilità di resistere sul campo di battaglia», dice Rahr, osservando che la maggior parte dei paesi occidentali si sta gradualmente ritirando dalla partecipazione al conflitto. 

Dunque, al di là dell'episcopale strappalacrime «Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra», a uso e consumo di una parte dell'elettorato tedesco, il succo della visita “pacifista” a Kiev era rappresentato dalla presenza, insieme a Merz, della ministra dell'economia Katherine Reiche e dai vertici di Siemens Energy, Hensoldt, Diehl Defence, Quantum Systems, cooperative sociali e società di beneficienza con cristiane finalità d'amore e di pace. Merz ha annunciato lo stanziamento di 1 miliardo di euro in aiuti militari, il finanziamento della produzione congiunta di droni e oltre 350 milioni di euro per il ripristino del settore energetico ucraino. Le aziende tedesche hanno firmato 14 accordi per circa 6,6 miliardi di euro, tra cui un contratto con Diehl Defence per la fornitura di missili antiaerei IRIS-T e un accordo per apparecchiature radar con Hensoldt. Si parla anche dell'incremento della produzione di droni anticarro, che la tedesca Quantum ha già testato con successo.
Alla vigilia della visita a Kiev, ricorda Vzgljad, Merz aveva annunciato l'intenzione di espandere la produzione congiunta di missili e droni e in cambio Zelenskij aveva promesso un aumento degli attacchi contro le raffinerie russe. Già in precedenza, era stata annunciata la creazione di Quantum WIY Industries, una joint venture per la produzione del drone intercettore Strila e delle relative tecnologie di difesa aerea. L'accordo prevede anche lo sviluppo e la produzione congiunta di armi con una gittata superiore a 1.000 km, tra cui il FirePoint-9. Ma il Verbo è «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata».

A parere dell'osservatore militare Jurij Knutov, lo sviluppo del FirePoint dovrebbe includere un sistema di guida tedesco, mentre il propellente potrebbe essere prodotto in Danimarca. In questa situazione, afferma Knutov, Moskva ha due opzioni di risposta. La prima, attaccare le infrastrutture militari e industriali tedesche che operano nell'interesse dell'Ucraina: «questo, per così dire, è il modo più diretto per influenzare la situazione. Tuttavia, rischia di provocare un conflitto su vasta scala tra Russia e NATO... La seconda opzione, più accettabile, è il completo isolamento logistico dell'Ucraina.... La questione di tagliare fuori il nemico dal mar Nero può considerarsi provvisoriamente risolta per ora. Ora è necessario privare la parte ucraina dei collegamenti di trasporto con Polonia e Romania. Per raggiungere questo obiettivo, le forze russe stanno colpendo i ponti di Kiev e conducendo attacchi mirati sulle autostrade che collegano la capitale ucraina con L'vov, Khar'kov e Odessa». Knutov ha anche evidenziato il cambiamento di tattica russo: «la Russia ha smesso di astenersi dagli attacchi contro la capitale ucraina mentre in città si trovano “ospiti” di alto rango. Credo che ciò sia stato fatto deliberatamente, per dimostrar loro chiaramente il reale pericolo dei loro piani di militarizzazione dell'Ucraina e di coinvolgimento dei loro paesi nel conflitto». Moskva, dice Knutov, avrebbe potuto teoricamente «colpire la locomotiva che trainava il treno con a bordo la delegazione tedesca. Credo che la visita di Merz si sarebbe conclusa lì: il Cancelliere sarebbe tornato a Berlino il più rapidamente possibile. E non sono sicuro che la società tedesca avrebbe condannato incondizionatamente l'accaduto, visto il crescente malcontento per il sostegno all'Ucraina a scapito della spesa interna». 

Mertz, aggiunge il politologo Vladimir Kornilov, può essere definito un cadavere politico: «ha seri problemi elettorali e politici. Sarebbe già stato rimosso dal suo incarico se alcuni Länder occidentali – Saarland, Schweswig-Holstein, Nord Reno-Westfalia – non avessero le elezioni in primavera... i politici europei sono particolarmente attivi nel visitare Kiev proprio durante l'aggravarsi dei problemi elettorali nei loro paesi». E quasi a rispondere indirettamente alle urla de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz», Kornilov tiene a smentire le falsità di Merz che, a Kiev, ha affermato che la Russia attacca obiettivi civili: i filmati mostrano che «questi “obiettivi pacifici” sono, ad esempio, gli uffici di Ukrtelecom, che fornisce servizi di comunicazione alle Forze armate ucraine».

D'altra parte, già nei giorni precedenti, quasi in contemporanea col discorso di Vladimir Putin al Valdai Club, Friedrich Merz, intervenendo a Münster in occasione della cerimonia di premiazione della Pace di Vestfalia, che aveva posto fine alla Guerra dei Trent'anni nel XVII secolo, aveva chiesto a Moskva di «porre fine alla guerra e cessare i suoi attacchi ibridi contro l'Europa... Se non riusciamo a tenere a freno Mosca, la macchina da guerra russa prima o poi si rivolterà contro di noi e contro la NATO. Non dobbiamo chiudere un occhio su questo pericolo... Gli Stati baltici diventeranno un campo di battaglia per la guerra con i droni, come ora il Donbass? Quali grandi città europee diventeranno bersaglio dei missili balistici che la Russia sta lanciando contro le popolazioni di Kiev e Khar'kov? Anche noi tedeschi finiremo per diventare bersagli?» e via di questo passo. La sua ricetta contro questa “previsione”, ricorda Pëtr Akopov su RIA Novosti, è dunque quella di mantenere il sostegno all'Ucraina: «se falliamo in Germania, fallirà anche l'Europa. Se restiamo saldi, anche l'Europa resterà salda».

Ma, osserva Elena Karaeva ancora su RIA, il "patrimonio ucraino" è diventato tossico, trasformandosi da leva politica e arma militaristica con cui l'Europa sognava di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, in un peso totale. Non solo non genera profitti, ma consuma anche tutte le risorse a ritmi forsennati. Così, l'Europa si sta sbarazzando del "patrimonio ucraino", proprio come gli astuti agenti di borsa si sbarazzano di titoli non garantiti, un tempo redditizi e ora senza valore.

Sono trascorsi poco più di tre mesi da quando Kiev (ovvero l'Europa) ha dichiarato una campagna di terrore contro i civili, contro l'aviazione civile e persino contro i mercati dell'Europa collettiva. Ecco che ora, invece, «Kiev è diventata una città di prima linea!» urlano i media occidentali, gemendo che «le difese ucraine non tengono il passo con i progressi tecnologici della Russia». E allora gli occidentali sono sbalorditi dal fatto che la Russia abbia iniziato a comportarsi come un popolo i cui cari, le cui case e persino le cui vite stesse non sono semplicemente minacciate, ma vengono sistematicamente e metodicamente distrutte; si colpiscono obiettivi civili che non hanno alcun legame militare. È il caso di ribadire che questa "Kiev in prima linea" ha obbedito agli ordini, quando ha lanciato massicci attacchi con droni contro il convitto studentesco a Starobelsk, uccidendo oltre venti persone, molti minori di diciotto anni, oppure quando quella stessa "Kiev in prima linea" ha lanciato droni Storm Shadow franco-britannico-tedeschi sulle spiagge di Sebastopoli e Gelendžik, uccidendo bambini e adulti.

E ora la "città in prima linea di Kiev", aggiunge Karaeva, ha subito un duro colpo dalla Russia, portato «non ancora con tutta la sua forza. Ma per chiarire a coloro che hanno sottomesso la popolazione ucraina per oltre 12 anni che i giochi, gli inganni, le bugie, l'indifferenza verso le richieste di chiunque, sono finiti. E l'Europa e il suo protetto, la "città in prima linea di Kiev", ne sono stati avvertiti».

Giovanissimi e adulti massacrati nei dormitori e sulle spiagge; ma è Putin che «bombarda anche Merz». Farabutti tagliagole a libro-paga dell'industria di guerra.

Caro vita e riarmo: il costo nascosto dell'economia di guerra

 

In questi giorni il caro vita torna a turbare i sonni del mondo politico e sindacale — persino di chi, fino ad oggi, ha ignorato i diffusi rincari delle bollette e dei beni di prima necessità, riducendo la questione a mera polemica di bottega.

Eppure, l’aumento del costo della vita dovrebbe essere il tema centrale in ogni discussione: sul posto di lavoro, al bar, nelle sedi politiche e sindacali. Rispetto al passato, tuttavia, sembrano prevalere passività e assuefazione. Un tempo il punto di riferimento era il paniere Istat o il cosiddetto "carrello della spesa". Oggi, per una famiglia tipo di tre persone, la spesa complessiva negli ultimi cinque anni è cresciuta del 30%, con picchi del 50% su beni primari come olio, ortofrutta, caffè e pesce.

La tavola degli italiani, però, non è uguale per tutti. Alcuni prodotti sono ormai riservati a determinati ceti sociali, a testimonianza di differenze di classe sempre più marcate.

In un contesto in cui i salari sono in costante erosione da trent'anni, il ritorno dell'inflazione spinto dai costi energetici assesta un ennesimo colpo al potere d'acquisto dei lavoratori. Inoltre, la scelta di calcolare i rinnovi contrattuali sulla base dell’IPCA al netto dei beni energetici importati pregiudica in partenza il recupero dell'inflazione anche per i prossimi anni.

Le poche mobilitazioni in corso ignorano la radice del problema: è l'economia di guerra a generare l'inflazione. L'escalation militare nel Golfo Persico e le tensioni internazionali hanno riacceso la corsa dei prezzi, con conseguenze devastanti per le economie europee, fortemente dipendenti dai flussi energetici di quell'area. Vale la pena ricordare che un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori. Affermare che la guerra e l'economia di guerra siano la causa primaria dell'inflazione e della stagnazione europea non è un'ideologia, ma una lettura oggettiva dei fatti.

Tra marzo e agosto dell'anno scorso, l'Unione Europea ha sostenuto oltre 50 miliardi di dollari di costi aggiuntivi solo per le importazioni di gas e petrolio. Basterebbe questo dato per aprire una riflessione seria sull'impatto dei conflitti e sulle ragioni di una traiettoria geopolitica che sembra disegnata per indebolire il Vecchio Continente. Come confermano anche le stime della CGIA di Mestre, le famiglie italiane si trovano ad affrontare miliardi di euro di stangata tra rincari di elettricità, gas e carburanti.

I recenti balzi del costo dell'energia elettrica e gli aumenti a doppia cifra sui beni alimentari non sono incidenti di percorso. Sono il risultato diretto di catene di approvvigionamento insicure, speculazioni finanziarie e della decisione politica di privilegiare la spesa militare a scapito del welfare. Il Governo prova a mettere pezze provvisorie, ma senza alcun coraggio strutturale: continua a sostenere gli scenari bellici, partecipa attivamente alle politiche di riarmo e tenta di calmierare le bollette con interventi insufficienti a coprire i centinaia di euro di costi extra annui a famiglia.

Per queste ragioni, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi una goccia nel mare, non solo per la partecipazione limitata, ma per la debolezza delle rivendicazioni. Manca una critica sistemica: i bonus non possono essere la soluzione, perché sono il sintomo dell'indebolimento dei servizi pubblici e della spinta verso le privatizzazioni.

È urgente rimettere al centro della discussione la critica all'economia di guerra: un sistema di produzione che spinge verso il conflitto per il controllo delle risorse strategiche e dirotta i fondi pubblici verso la difesa, costruendo al contempo una narrazione ideologica per giustificare il riarmo. Senza una visione d'insieme, continueremo a rincorrere singoli provvedimenti d'emergenza senza mai affrontare la causa reale del nostro impoverimento.

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