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La farsa della "pace" di Kiev e il mito delle Wunderwaffe

 

La “pace” fasulla dei Goncharenko ucraini e le “Wunderwaffe” di Kiev

 

6 ottobre. La notizia, se così la si vuol definire, dato che si tratta sostanzialmente di un goffo e aperto tentativo di “bidonare” Moskva, è che il deputato della Rada Aleksej Goncharenko, uno abituato in passato a farsi immortalare in compagnia di Joe Biden o nelle scene più violente del majdan ucraino, ha rilasciato nei giorni scorsi una dichiarazione dettata dal panico, cavalcando però anche l'onda degli umori della gente che, stando ai sondaggi ufficiali ucraini, al 72% propende per addivenire a un accordo con la Russia. «Ponti parzialmente chiusi a Kiev» ha detto Goncharenko, «attacchi al settore energetico. Attacchi alle imprese. Attacchi ai depositi. Attacchi ai data center. Ci troviamo di fronte a un problema enorme. E la strategia scelta dal governo, cioè la ricerca di una “Wunderwaffe” che risolverà tutti i nostri problemi, è assurda».

Goncharenko fa parte della frazione parlamentare Solidarietà europea, che fa capo all'ex Presidente golpista Petro Porošenko, pur se, ufficialmente, la frazione non appoggia tali posizioni, condivise invece da alcuni deputati del frazione Servo del popolo del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, secondo il quale, però, l'uscita di Goncharenko risponde a precise istruzioni ricevute da non meglio identificati inviati di Donald Trump. «La realtà è questa: stiamo perdendo la guerra» afferma Goncharenko; «stiamo perdendo un numero enorme di uomini; non abbiamo abbastanza denaro nostro per pagare la guerra, figuriamoci per governare il paese; stiamo perdendo attività commerciali ed economiche: per la prima volta in 100 anni, non abbiamo prodotto una sola tonnellata di acciaio in una settimana». Dunque, propone di raggiungere un accordo con la Russia, contando comunque che il regime banderista mantenga il controllo sulla maggior parte dell'Ucraina. «Se i nostri alleati americani vogliono prezzi dell'energia bassi... e le sanzioni contro la Russia vengono comunque revocate, forse non dovremmo essere così sciocchi e dovremmo approfittarne.

Ad esempio, dovremmo noi stessi sostenere la revoca delle sanzioni contro la Russia in cambio della fine di tutti gli attacchi sul territorio ucraino, dello sblocco del mar Nero e della limitazione delle ostilità in un settore del fronte nel Donbass».

Goncharenko propone quindi di accettare l'abbandono dell'adesione alla NATO, anche se, come si evince dal suo ragionamento, solo a parole, restando cioè l'Ucraina una forza per procura dell'Alleanza atlantica, sotto l'ombrello occidentale: «Per cercare di raggiungere un accordo, dobbiamo inviare un segnale. Ad esempio, la questione della neutralità. Torniamo di nuovo alla realtà. Saremo accettati nella NATO? Se veniamo presi, la NATO ci aiuterà in caso di guerra? Conosciamo la risposta a queste domande... Facciamo intendere che siamo pronti a parlare di neutralità... Continueremo la cooperazione con la NATO come ora. Creeremo un bilancio europeo comune per finanziare il nostro esercito. Proseguiremo nel riarmo». Questo il succo, chiaro e tondo, spiattellato quanto basta, da un lato, per adeguarsi al sentimento popolare stanco della guerra e, dall'altro, per non essere accusato di “tradimento” da nazisti e nazionalisti.

Il politologo Vladimir Fesenko, di stretta osservanza presidenziale ucraina, ritiene che l'uscita di Goncharenko risponda a un sentimento diffuso nel paese: «Molte persone dicono che sia necessario avviare colloqui di pace con la Russia e che si debbano fare delle concessioni; alcuni lo dicono sottovoce, altri tra di loro, altri ancora in discussioni riservate. Goncharenko si limita a esprimere pubblicamente la stessa posizione che, in un modo o nell'altro, viene già discussa nella nostra società a porte chiuse... Non faccio una valutazione quantitativa in questo momento, perché ci sono dati sociologici, ma penso che il numero reale di queste persone sia più alto; non tutti rispondono alle domande dei sociologi». In ogni caso, dice, Goncharenko cerca di approfittare dell'attuale situazione militare, politica e socio-psicologica: «si rende conto che la gente è stanca, molti sono depressi. Ci sono sempre più persone che desiderano sinceramente porre fine alla guerra, anche a costo di fare delle concessioni. Lui ha percepito questo sentimento e vuole cavalcare quest'onda, diventarne il leader, elaborare il suo programma politico e sfruttare questo momento favorevole. Questa è la sua politica».

“Sua” relativamente, obietta il politologo ucraino, fieramente russofobo, Jurij Romanenko: conoscendo il soggetto, si può dire che Trump stia creando una falsa immagine di "pacificatore" a partire dalla “prostituta” Goncharenko, che viene promosso dagli americani come una delle alternative politiche per l'Ucraina del dopoguerra. Per quanto riguarda Porošenko, anche se la frazione Solidarietà europea ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Goncharenko, l'ex presidente sta conducendo un ben preciso gioco, visto che Goncharenko non è stato espulso dalla frazione alla Rada: Porošenko «è astuto in questo senso. La sua è una strategia razionale... ti metti al riparo dai rischi, lanci un'esca e, se succede qualcosa, hai in mano gli strumenti adatti... Ipotizziamo che Goncharenko si candidi alla presidenza, inizi la campagna elettorale; Porošenko guarda i sondaggi e valuta le probabilità tra Zalužnyj e Goncharenko, o qualcun altro... se ci saranno le elezioni, se ci sarà un paese, se a quel punto ci sarà uno stato. Ecco come andrà a finire».

Oltre che delle smanie “pacifiste” di Goncharenko, Romanenko parla anche della situazione militare, che è lecito supporre niente affatto slegata dall'uscita del deputato di Solidarietà europea. Così, dice Romanenko, nella guerra con la Russia, l'Ucraina si è affidata a un miracolo, sperando  in un colpo di fortuna. Evidente il riferimento ai famosi “Flamingo”, al FP-7, della cui realizzazione in accordo con la Germania si è trattato anche nel corso della visita a Kiev di Friedrich Merz del 4 ottobre. Romanenko dice che «il percorso è più o meno questo: si crede nei miracoli, si aspetta un'arma miracolosa che cambierà tutto, si aspetta che la Russia crolli da sola o che arrivi la NATO. Mentre aspettiamo, per quanto tempo combatteremo? Fino alla fine, fino all'ultimo ucraino. Il governo è alla ricerca di una “Wunderwaffe”, un'arma miracolosa che risolverà tutti i nostri problemi».

Il fatto è, afferma il politologo, che nemmeno la comparsa di missili balistici ucraini cambierebbe la situazione, dato che la Russia ne avrebbe comunque molti di più, anche se Kiev, dice, potrebbe trovare una contromisura ai droni a reazione russi.

Ma la Russia poi ne creerà di nuovi e «noi cercheremo di nuovo una contromisura. E così via, in un circolo vizioso. E ogni ciclo ci costa migliaia di vite, migliaia di distruzioni. Gli ucraini amano il misticismo. Crediamo nei segni, nella salvezza miracolosa, che in qualche modo accadrà, che in qualche modo ce la faremo. Ma il mondo reale è spiacevole. I buoni muoiono, le armi miracolose arrivano troppo tardi o non arrivano affatto».

Anche un nazista convinto, come l'ex comandante di compagnia di “Ajdar”, Evghenij Dikij, afferma che non abbia senso annunciare continuamente le date di lancio dei missili balistici ucraini contro Moskva, dato che la Russia ha già attaccato con successo gli impianti di produzione di FirePoint e dei suoi subappaltatori. Indicare delle «date precise, in queste circostanze, a mio parere è un po' sbagliato: sarebbe stato meglio tacere, come hanno fatto con il FP-7. Lo hanno annunciato solo dopo che il lancio in combattimento era già iniziato... Penso che sarebbe una buona idea imporre il silenzio anche sul FP-9, destinato a Moskva». Le preoccupazioni dei nazisti sono comprensibili, commenta Anatolij Lapin su PolitNavigator; ma, con i “Gherani” che "decomunizzano" quotidianamente le strutture di Kiev, il regime di Zelenskij ha semplicemente bisogno di placare in qualche modo il malcontento pubblico, e le promesse di vendetta con i nuovi “Flamingo” servono proprio a questo.

A questo proposito, l'ex vicesegretario del Consiglio di sicurezza ucraino Serghej Krivonos sostiene che il programma missilistico balistico di FirePoint sia una pura farsa, e la dimostrazione del lancio del FP-7 nient'altro che un tentativo di giustificare l'appropriazione indebita di miliardi di dollari. «Non è il primo lancio di questo missile che io ricordi; è il quindicesimo o sedicesimo. E ancora una volta non ha prodotto alcun risultato. Se ci fosse stato un risultato, le autorità lo avrebbero sbandierato ai quattro venti. Si tratta dell'ennesima truffa populista a basso costo per ingenui... negli ultimi due anni sono stati spesi oltre due miliardi di dollari per la campagna FirePoint... con quella somma avremmo potuto bombardare l'Impero russo con semplici sgabelli, in termini di quantità... non vediamo obiettivi effettivamente colpiti in territorio nemico, non vediamo niente, e non vediamo i soldi che sono stati investiti in questo progetto... Guardate, invece, con quanta sistematicità, purtroppo, operi l'industria della difesa nemica e come stia accelerando la modernizzazione dei droni aerei di cui dispone, ampliandone le capacità. Stiamo portando avanti un progetto che risale alla Seconda Guerra Mondiale, cercando di presentare come arma miracolosa un missile che ha esaurito le sue potenzialità. Cosa faremo con quest'arma miracolosa, anche se iniziasse a volare per i 250-300 chilometri promessi? Per noi, questo non risolve assolutamente nulla».

In effetti, afferma il politologo ucraino Ruslan Bortnik, Kiev ha migliorato le contromisure contro i droni russi, ma ne sta pagando un prezzo elevato. A suo dire, il numero di droni russi che raggiungono Kiev si sarebbe ridotto al 10-15%: «Potremmo assistere a un calo di efficacia dei droni russi, i cosiddetti “pacchetti”, che vengono abbattuti con maggiore frequenza. Per inciso, questa settimana c'è stato un attacco balistico su Kiev, ma alcuni missili, compresi quelli balistici, sono stati abbattuti, il che indica che il sistema di difesa aerea ucraino si è dotato di munizioni, anche antimissile, che vengono parzialmente utilizzate... e purtuttavia la difesa aerea ha un costo elevato... il rapporto costi-benefici non è a favore dell'Ucraina. In altre parole, la Russia spende meno risorse infliggendo danni maggiori. L'Ucraina deve spendere più risorse per abbattere queste armi relativamente più economiche».

Secondo Bortnik, la fase più acuta della guerra aerea raggiungerà il suo primo picco a dicembre e il successivo a febbraio; «quindi, amici, prepariamoci». Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, non diamo un peso che assolutamente non ha alle omelie propagandistiche dei Goncharenko di turno: se ce fosse stato ancora bisogno, proprio la visita del cancelliere tedesco a Kiev è servita a ribadire dove e chi prenda le decisioni sulla guerra in Ucraina contro la Russia. La pace necessaria ai conti elettorali della Casa Bianca, se arriverà, potrà benissimo sorvolare sulle uscite alla Goncharenko.

 

Festa nazionale ed esplosione dei consumi: come la risposta del mercato interno cinese smonta i calunniatori della sua economia

Pan Li, una trentenne di Pechino, ha appena concluso un viaggio on the road con la sua famiglia a Datong. Le parole d'ordine: meraviglie turistiche, cucina locale, attività educative per i bambini e un pizzico di tecnologia. La sua esperienza non è un caso isolato, ma il ritratto vivido di una nazione che si muove, spende e si gode la vita. Durante le recenti festività, centinaia di milioni di cinesi hanno preso la strada, confermando un trend che va ben oltre il semplice svago. È il termometro di un'economia che respira a pieni polmoni e di un benessere quotidiano che si traduce in scelte di consumo più consapevoli e appaganti.

Non si tratta solo di spostamenti fisici. I numeri delle ferrovie, con oltre 250 milioni di viaggi, e gli incassi al botteghino, superiori a 1,1 miliardi di yuan, raccontano di un mercato interno vibrante. Il vero segnale di un miglioramento tangibile della qualità della vita emerge però da come le persone decidono di utilizzare il proprio budget. I viaggiatori cercano esperienze più lunghe e ricche. Quasi il 30 percento ha prenotato hotel in almeno due città, mentre le prenotazioni in quattro o più città sono schizzate in alto. Questo desiderio di esplorazione profonda indica che i cittadini non si limitano più a risparmiare per necessità, ma investono attivamente nel proprio benessere culturale e personale.

Pan Li e la sua famiglia hanno speso circa 8.000 yuan per una settimana di viaggio, come racconta il quotidiano Global Times La voce più grossa del budget non è andata a finire in costi rigidi come benzina, pedaggi o biglietti d'ingresso, ma in esperienze. "Il servizio di guida turistica è straordinario, costa circa 500 yuan a visita. Mia figlia sembra avere domande senza fine per la nostra guida riguardo ai reperti culturali che abbiamo visitato", racconta. 

Questa transizione dal consumo materiale a quello esperienziale è la prova regina di un tessuto economico maturo. Le persone hanno la serenità finanziaria per pagare la conoscenza, il tempo e le emozioni.

L'innovazione dal lato dell'offerta asseconda perfettamente questa nuova domanda. Sul monte Tai, circa 2.000 turisti hanno provato gli esoscheletri robotici per scalare la montagna. Per 80 yuan, questa tecnologia ad alta intensità ha azzerato la fatica, trasformando una passeggiata faticosa in un'esperienza accessibile e memorabile. È l'immagine perfetta di un'economia che funziona. La tecnologia non sostituisce l'uomo, ma eleva la sua esperienza quotidiana, rendendo il tempo libero davvero tale.

Gli analisti leggono questi dati come un indicatore macroeconomico di prim'ordine. Wang Peng, ricercatore associato presso l'Accademia di Scienze Sociali di Pechino, fotografa la situazione con chiarezza: "Non si tratta di una crescita a impulsi in un singolo settore, ma di un riflesso concentrato della continua ottimizzazione della struttura dei consumi e di un impulso endogeno del mercato che si rafforza costantemente, gettando le basi a livello micro per la ripresa e il miglioramento dell'economia per l'intero anno. I vantaggi del super-mercato cinese continuano a essere liberati, i consumi nei servizi sono diventati il motore principale della crescita, gli effetti del sostegno politico sono stati erogati con precisione e l'innovazione dal lato dell'offerta ha continuato a rinvigorire la vitalità".

Questo benessere si riversa anche oltre i confini nazionali. I turisti cinesi hanno invaso le mete globali, dai Dodici Apostoli in Australia alle Dolomiti in Italia. Un trend sui social recitava "Il mondo intero sa che i cinesi sono in vacanza". Le autorità thailandesi prevedono l'arrivo di 250.000 visitatori dalla Cina. Il cerchio si chiude con il turismo in entrata. Zhang Yiwu, professore all'Università di Pechino, nota come gli stranieri cerchino sempre più la Cina autentica: "La tendenza a privilegiare le esperienze approfondite è anche notevolmente evidente nel turismo in entrata, con i visitatori d'oltremare sempre più disposti ad avventurarsi in regioni meno conosciute per sperimentare la Cina autentica".

Le vacanze autunnali in occasione della Festa Nazionale cinese non sono solo una pausa dal lavoro. Sono la manifestazione tangibile di una società che ha raggiunto un nuovo gradino di prosperità. Un'economia che sa produrre ricchezza, distribuire opportunità e permettere ai suoi cittadini di godersi il frutto del proprio impegno, scoprendo il mondo e se stessi. Vista dalla Cina, la depressa Europa in crisi è a una distanza siderale.

 

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Spionaggio e Mossad: terremoto sui servizi segreti tedeschi

 

L'ex capo dei servizi segreti esteri tedeschi (BND) è stato arrestato con l'accusa di spionaggio e tradimento, secondo quanto riferito dalla procura. August Hanning, 80 anni, è sotto inchiesta per tentato tradimento e per aver agito come agente di un servizio di intelligence straniero, come confermato dall'Ufficio del Procuratore Generale Federale.

Hanning è stato presidente del Servizio federale di intelligence tedesco tra il 1998 e il 2005. L'arresto è avvenuto a Bad Tölz-Wolfratshausen, nella Germania meridionale. Contemporaneamente, il suo ex capo di stato maggiore — identificato solo come Manfred D. — è stato arrestato a Steinfurt, nella Germania occidentale, con l'accusa di "favoreggiamento in tentato tradimento e spionaggio".

La procura ha dichiarato: "In un'occasione, Hanning ha utilizzato informazioni classificate fornite da Manfred D. per redigere un'analisi destinata a un ufficiale di un servizio di intelligence straniero".

Secondo le ricostruzioni dell'accusa, Manfred D. ha ricoperto il ruolo di capo dello staff anche per i successori di Hanning tra il 2012 e il 2026. Sfruttando tale posizione per accedere a dati altamente riservati, li avrebbe poi trasmessi ad Hanning in cambio di compensi in denaro; Hanning avrebbe infine riutilizzato quelle informazioni nella sua attività di consulenza privata.

"Le attuali scoperte suggeriscono che, nel corso degli anni, Manfred D. abbia fornito a Hanning circa 2.000 documenti, molti dei quali contenevano informazioni classificate da utilizzare esclusivamente dai servizi segreti federali per scopi interni, in particolare per i briefing di intelligence destinati ai dirigenti", si legge nel comunicato ufficiale.

La nota della procura non ha specificato per chi i due uomini stessero spiando né quale fosse il Paese dell'agente straniero coinvolto, aggiungendo che "è ancora da stabilire se il materiale sia effettivamente giunto al destinatario previsto".

Le reazioni politiche e la pista azera

Il deputato tedesco Marc Henrichmann, presidente della commissione parlamentare per la vigilanza sui servizi segreti, ha dichiarato con fermezza all'agenzia AFP che la Germania "non tollererà il tradimento dei segreti" e ha aggiunto: "Chiunque si allei con i nemici della nostra democrazia liberale verrà smascherato".

Parallelamente, la rivista Der Spiegel ha rivelato che gli inquirenti starebbero valutando una pista che porta in Azerbaigian, ipotizzando che Hanning fosse in contatto diretto con un agente di quel Paese. La procura federale si è tuttavia rifiutata di commentare questa indiscrezione.

Nel corso delle indagini, le proprietà di Manfred D. e di Hanning sono state perquisite in diverse località della Germania, tra cui la capitale Berlino.

La pista del Mossad e il caso Christina Block

Le indagini sul caso di spionaggio avrebbero preso quota grazie ad alcune prove rinvenute nella residenza di Hanning ad Amburgo, perquisita dalla polizia locale nel settembre 2025 nell'ambito di una diversa inchiesta che coinvolge l'imprenditrice Christina Block.

Block, erede della nota catena di ristoranti di famiglia Block House, si trova al centro di un controverso caso giudiziario per l'affidamento dei figli ed è attualmente a processo con l'accusa di sequestro di persona. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe inizialmente ingaggiato la società di sicurezza privata di Hanning, la System 360, e l'ex agente della polizia criminale Thorsten Mehles per prelevare i suoi due figli minori dalla casa del padre in Danimarca e riportarli in Germania.

Dopo il fallimento di questo primo tentativo, Hanning avrebbe quindi commissionato l'operazione a Yaakov Perry, ex capo dello Shin Bet (l'agenzia di intelligence interna israeliana). Perry, oggi alla guida della società di intelligence privata CGI Group, ha assemblato una squadra che ha aggredito l'ex marito di Block, Stefan Hansel, riuscendo a rapire i bambini. Lo stesso Hansel sostiene che Hanning abbia reclutato anche l'ex capo del Mossad, Danny Yatom, per partecipare all'azione.

Interrogato su queste accuse dai media israeliani, Yatom ha dichiarato di aver conosciuto Hanning alla fine degli anni '80, sostenendo però di non avere "alcun legame con questo caso". Tuttavia, intervistato nel 2021 sempre dalla stampa israeliana, era stato lo stesso Hanning ad affermare di aver mantenuto "rapporti di lavoro molto stretti, persino di amicizia" con Yatom e con altri alti funzionari del Mossad anche ben oltre la fine del suo mandato alla guida del BND.

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Fare soldi a palate: chi trae profitto dalle stragi a Gaza e in Yemen?

 

In un articolo scritto da Fleur Hargreaves su Middle East Eye si ricorda come il commercio globale di armi sia un business che calcola i suoi profitti in miliardi e le sue perdite in vite umane. Questo devastante bilancio e il tema di Making a Killing: How the West Profits from Slaughter in Gaza and Yemen, un nuovo libro dell'organizzazione investigativa sulla corruzione nel settore degli armamenti Shadow World Investigations, scritto da Andrew Feinstein, Ruth Rohde e Jack Cinamon, insieme a Paul Holden e alla professoressa Anna Stavrianakis.

Nel libro, gli autori ripercorrono i fiumi di sangue che sgorgano dalle rovine di Gaza e dello Yemen fino agli incontri segreti tra politici e amministratori delegati di aziende produttrici di armi, smascherando la corruzione che permea il complesso militare-industriale: non tanto un virus che infetta il settore, quanto piuttosto la sua linfa vitale, ciò che lo mantiene in vita. Il progetto e iniziato nel 2017 con l'intento di documentare la crisi in Yemen, ma gli autori hanno incluso Gaza dopo l'inizio del genocidio nell'ottobre del 2023. L'opera, la cui pubblicazione e prevista per novembre, trasmette l'urgenza e l'immediatezza dei conflitti che stanno per definire il crollo dell'ordine internazionale e della supremazia morale un tempo rivendicata dalle democrazie occidentali.

Come osserva Hargreaves, mentre le perdite non vengono mai avvertite da coloro che traggono profitto dalla guerra, il libro rende omaggio ad alcune delle sue vittime attraverso le voci del giornalista palestinese Ahmed Alnaouq e dei fondatori di Mwatana for Human Rights, organizzazione con sede in Yemen, Radhya al-Mutawakel e Abdulrasheed al-Faqih. Mwatana e un'organizzazione che si propone di documentare le vittime civili della guerra in Yemen, le cui notizie non vengono riportate dai media internazionali o regionali. Alnaouq, autore di Non siamo numeri, ha visto tre generazioni della sua famiglia sterminate in un singolo raid aereo israeliano sulla sua casa a Gaza. Nel libro racconta con angoscia di come lo apprese da un messaggio di un amico a Gaza che diceva: "Attacco aereo. Tutti uccisi". «Israele pensava che uccidere la mia famiglia mi avrebbe messo a tacere, che mi avrebbe spezzato», dice, «ma non avrebbero mai potuto prevedere che questo avrebbe dato un nuovo scopo alla mia vita. Ora piu che mai, la mia vita ha un senso, un obiettivo chiaro e preciso: scoprire chi ha ucciso la mia famiglia, chi ha tratto profitto dall'omicidio della mia famiglia». La ricerca di una risposta a questa domanda diventa la forza trainante dell'indagine intrapresa da Feinstein, Rohde e Cinamon.

Sebbene si tratti di un conflitto meno conosciuto, gli autori ripercorrono in dettaglio la storia della guerra in Yemen e come essa sia stata resa possibile dagli armamenti occidentali, una realta tuttora in atto, nonostante il Primo Ministro britannico Andy Burnham abbia recentemente promesso di continuare a sostenere l'Arabia Saudita nel contesto dell'ultima escalation con gli Houthi in Yemen. Il rapporto tra le potenze occidentali e l'Arabia Saudita, descritto semplicemente dall'allora principe ereditario Fahd come uno scambio di petrolio in cambio di sicurezza, e da tempo caratterizzato da corruzione e illegalita. L'accordo per la fornitura di armi Al-Yamamah tra l'Arabia Saudita e il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher e stato il piu grande nella storia del Regno Unito, con un valore stimato fino a 6 miliardi di sterline (7,94 miliardi di dollari) versati in tangenti e regali sontuosi a membri della famiglia reale saudita, intermediari e altre personalita, tra cui il figlio della stessa Thatcher, da parte dell'azienda oggi nota come BAE Systems, la piu grande azienda di armamenti del Regno Unito.

Nonostante rappresentino solo lo 0,5% del commercio globale, le transazioni di armi sono responsabili di circa il 40% dei casi di corruzione. Tale corruzione e facilitata da accordi opachi, conclusi con denaro dei contribuenti e celati dietro autorizzazioni di sicurezza di alto livello, per impedire che i nemici si impossessino di informazioni cosi preziose. Sebbene alcuni casi di corruzione siano palesi, molti altri sono sistemici: aziende produttrici come BAE Systems vengono regolarmente trattate come un braccio dello Stato. Quello che viene spesso definito un porta girevole tra funzionari governativi e lobbisti delle armi potrebbe essere descritto piu accuratamente come un ufficio open space o, come osservo una volta il ministro degli esteri di Tony Blair a proposito di BAE Systems, come avere la chiave della porta del giardino di Downing Street numero 10.

Secondo gli autori, non e il valore dei prodotti in se, solitamente gonfiato al limite della truffa, bensi la capacita dell'azienda di influenzare il governo a rendere possibile questo rapporto. In questo modo, il denaro intriso di sangue ritorna nelle mani di politici corrotti, gruppi di pressione e think tank, per poi confluire nel tessuto vitale della democrazia, ostacolando la politica estera al fine di favorire un ulteriore accumulo di profitto privato a qualsiasi costo. Non si tratta di un errore del sistema, bensi del sistema che funziona esattamente come previsto.

"Il commercio di armi e la spina dorsale del potere statale sotto l'egemonia statunitense", sostengono gli autori, con Israele e Arabia Saudita che rappresentano due poli strategici per il mantenimento del potere degli Stati Uniti in Medio Oriente. Lo Yemen e Gaza simboleggiano il passaggio globale dal potere coloniale europeo al periodo postbellico di un ordine politico ed economico incentrato sugli Stati Uniti. In questo contesto, le elite di tutte le nazionalita collaborano tra loro e con i dirigenti delle aziende produttrici di armi per il proprio arricchimento personale e per sostenere un sistema che permette loro di continuare a guadagnare. Ecco perche la politica estera sembra spesso svolgersi al di fuori del dibattito democratico, con decisioni prese in uffici aziendali appartati, senza essere influenzate dai milioni di persone che scendono in piazza a protestare. "Il commercio corrotto di armi ci sta trascinando inesorabilmente in un mondo in cui persino le democrazie liberali stanno diventando le migliori democrazie che il denaro possa comprare", scrivono.

Citando 1984 di George Orwell, gli autori spiegano che "la consapevolezza di essere in guerra, e quindi in pericolo, fa si che la cessione di tutto il potere a una piccola casta appaia come la condizione naturale e inevitabile per la sopravvivenza". Pertanto, le spese per la difesa vengono presentate come un servizio di interesse pubblico volto a garantire la sicurezza, anche se assorbono fondi che potrebbero essere destinati ai servizi pubblici. In guerra esistono sempre fondi inesauribili.

L'ingerenza negli affari esteri, attraverso l'invio di armamenti in conflitti regionali instabili, comporta determinati rischi, tra cui quello che viene definito effetto boomerang. Le conseguenze negative, spiega il libro, dimostrano come la distribuzione globale sconsiderata delle armi possa alimentare proprio quell'instabilita che il commercio di armi e l'establishment della difesa affermano di voler contrastare. Dall'armamento dei mujahidin in Afghanistan contro i sovietici al sostegno a Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, gli Stati Uniti hanno la tendenza a trasformare i propri alleati in nemici da un giorno all'altro. Ma quando sacche di instabilita e violenza sono all'ordine del giorno, le ripercussioni negative vengono percepite come un vantaggio, mentre il rischio viene scaricato sulla popolazione locale: un altro nemico creato per la guerra al terrorismo, un'altra opportunita per aizzare l'opinione pubblica e spingerla a sostenere guerre senza fine con il pretesto della difesa.

In alcuni casi cio e del tutto esplicito. Israel Ziv, ex capo della Direzione Operazioni dell'esercito israeliano e fondatore di Global CST, una societa di servizi di sicurezza che ha orchestrato le esportazioni di armi israeliane, e stato sanzionato dal governo statunitense per aver fornito armi a entrambe le parti in conflitto nel Sud Sudan, traendo al contempo profitto da contratti per risolvere la crisi umanitaria che lui stesso aveva contribuito a creare. Allo stesso modo, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha guidato il Regno Unito in un'invasione illegale dell'Iraq e ha mentito al pubblico sulle armi di distruzione di massa del paese, ha capitalizzato sui suoi fallimenti da quando ha lasciato l'incarico, in particolare sedendo nel Consiglio per la Pace di Trump per la ricostruzione di Gaza. «Mentre i palestinesi setacciano 60 milioni di tonnellate di macerie, Blair e i suoi alleati stanno gia pianificando come monetizzare la ricostruzione», scrivono Feinstein, Rohde e Cinamon. "L'uomo che ha contribuito a distruggere la regione ora si propone come colui che la risana, ovviamente a pagamento."

Making a Killing svela come dirigenti e politici abbiano stabilito un prezzo per le vite umane nelle sale riunioni delle aziende, senza mai dover affrontare le conseguenze delle proprie azioni dall'altra parte del mondo. L'inchiesta riportata nel libro ha calcolato che la somma finale dei profitti accumulati dalla distruzione di Gaza, con la conseguente devastazione di innumerevoli famiglie come quella di Alnaouq, ammonta a 50 miliardi di dollari. I ricchi e i potenti coinvolti nel Consiglio per la Pace sperano di generare ulteriori profitti trasformando Gaza in una zona di speculazione immobiliare senza regole, come suggerito da un video di intelligenza artificiale pubblicato da Trump.

La tecnologia israeliana viene commercializzata a Gaza come testata sul campo ed esportata in zone di conflitto in tutto il mondo, oltre ad essere utilizzata per la sorveglianza interna al fine di contrastare le proteste antigovernative. Teatri di guerra come quelli di Gaza e dello Yemen vengono trattati come laboratori per la produzione di armi ad alta tecnologia, che vengono poi vendute a prezzi esorbitanti nelle fiere del settore. La bomba che ha ucciso la famiglia di Alnaouq e stata prodotta dalle aziende statunitensi Boeing e General Dynamics e sganciata da aerei prodotti da Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman e BAE Systems, tra gli altri; aziende le cui azioni hanno registrato un incremento vertiginoso e i cui dirigenti sono piu ricchi che mai.

L'indagine rivela i parallelismi tra i due conflitti: la bomba probabilmente utilizzava la stessa testata di quella sganciata su un mercato in Yemen, documentata da Mwatana, che uccise quasi 100 civili, tra cui 25 bambini. La risposta alla domanda "chi ha fabbricato la bomba che ha ucciso la mia famiglia?" mette a nudo l'avidita e la corruzione intrinseche a un'industria il cui modello di crescita si basa sulla morte e sulla distruzione, elementi che sono al centro dell'egemonia occidentale. Il libro Making a Killing: How the West Profits from Slaughter in Gaza and Yemen di Andrew Feinstein, Ruth Rohde e Jack Cinamon e pubblicato da Verso.

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"Ho degli esami da correggere": il piano del docente israeliano per massacrare centinaia di palestinesi

 

Un docente di matematica israeliano è stato incriminato per un presunto piano volto a uccidere centinaia di cittadini palestinesi di Israele e palestinesi residenti nei territori occupati, con l'obiettivo di costringere le popolazioni ad abbandonare le proprie case.

Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, l'uomo, un professore sessantenne dell'Università Bar-Ilan, è accusato di aver elaborato un piano dettagliato per attacchi simultanei contro comunità palestinesi, comunità beduine e città miste, stando all'atto d'accusa presentato dai pubblici ministeri. Il suo nome è attualmente coperto da un'ordinanza di silenzio emessa dal tribunale.

Secondo l'accusa, il docente avrebbe pianificato di reclutare 72 attentatori ebrei, incluso se stesso, da dividere in 12 gruppi da sei persone. I gruppi, armati di armi da fuoco, asce e martelli, avrebbero dovuto sferrare attacchi coordinati per provocare un elevato numero di vittime e seminare il terrore. Tra i bersagli figuravano cittadini palestinesi di Israele, comunità beduine, residenti di Gerusalemme Est e della Cisgiordania occupata.

L'obiettivo finale indicato dai magistrati era costringere i palestinesi alla fuga o all'espulsione definitiva verso Giordania, Libano e Striscia di Gaza. Il docente aveva battezzato il suo progetto "AIT", acronimo della frase ebraica "la nazione effettuerà il trasferimento".

L'elaborazione del piano sarebbe iniziata nel febbraio 2023, sulla scia delle tensioni interetniche del 2021, per poi subire un'accelerazione dopo gli attacchi condotti da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. L'uomo avrebbe anche effettuato sopralluoghi nei pressi della comunità beduina di Tuba-Zangariyye, nel nord del Paese, per studiare le vie d'accesso.

Per oltre un anno il professore ha cercato reclute per le azioni armate, senza tuttavia trovare adesioni. Tra i tentativi figura anche quello nei confronti del politico di estrema destra Moshe Feiglin, leader del partito Zehut; di fronte al mancato riscontro, il docente avrebbe tentato di ricattarlo con lettere minatorie. Feiglin e i membri del suo partito hanno successivamente denunciato le minacce alla polizia.

"Ho degli esami da correggere"

I pubblici ministeri hanno chiesto la custodia cautelare in carcere fino alla conclusione del processo, evidenziando la pericolosità sociale dell'imputato e la natura meticolosa dei preparativi. Durante l'udienza, tuttavia, il docente ha respinto le accuse di pericolosità chiedendo di tornare a casa: "Ho degli esami da correggere", avrebbe dichiarato in aula secondo quanto riportato da Ynet. L'Università Bar-Ilan ne ha disposto la sospensione immediata in attesa del giudizio, condannando con fermezza i fatti contestati.

Il caso si inserisce in un quadro di crescente allarme per la violenza dell'estrema destra e gli attacchi contro i palestinesi in Israele e nei territori occupati. Dall'inizio dell'operazione militare a Gaza, i palestinesi in Cisgiordania hanno subito un'escalation di aggressioni, incendi dolosi e distruzioni di proprietà da parte dei coloni.

Dal 2023 si registrano più di 1.300 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), tra gennaio e metà settembre sono stati censiti oltre 1.600 attacchi condotti da coloni che hanno causato vittime o danni materiali. La Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha definito questa ondata di violenza come prolungata e senza precedenti, evidenziando il sostegno logistico, finanziario e militare garantito dal governo israeliano a tali gruppi.

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Il Melonellum è un golpe (ma non per le ragioni sollevate dalle opposizioni parlamentari)

 

di Agata Iacono per l'AntiDiplomatico

 

La nuova legge elettorale è a tutti gli effetti un golpe. E non per le questioni sollevate dai media e dalle opposizioni parlamentari. Perché l'aspetto della raccolta firme passa sotto silenzio?
 
Abbiamo gridato allo scandalo per le elezioni annullate in Romania, per i partiti messi fuorilegge, per le vere e presunte ingerenze sovranazionali, per i brogli. Ma il Melonellum bypassa direttamente tutti questi fastidiosi e noiosi ostacoli, che potrebbero inficiare gli esiti già stabiliti.
 
Comunque vada. il Parlamento resta blindato: chi è dentro è dentro, chi è fuori resterà per sempre fuori. Non c'è alcun bisogno, infatti, con questo emendamento, di fingere una vera campagna elettorale.
 
Chiunque sarà eletto sarà espressione di una legge incostituzionale.
 
Perché l'esclusione di qualsiasi soggetto politico che non sia già in parlamento non è l'argomento principe del dibattito pubblico mediatico e politico?
Forse perché è funzionale al falso bipolarismo e perpetua il gattopardesco balletto?
 
Vediamo, in sintesi, cosa prevede la nuova legge elettorale.
 
Per le liste e i nuovi partiti privi di rappresentanza parlamentare, la nuova norma quadruplica il numero di firme, innalzando da 1.500 a 6.000 le sottoscrizioni cartacee richieste per ciascun collegio plurinominale (con un massimo che può arrivare fino a 7.000 a seconda delle disposizioni).
 
Esattamente, per singolo collegio plurinominale saranno necessarie un minimo di 6.000 a un massimo di 7.000 firme (rispetto alle precedenti 1.500–2.000).
A livello nazionale, quindi , saranno richieste fino a circa 450.000 firme complessive tra Camera e Senato (o circa 300.000–378.000 a seconda delle stime sui collegi)
 
Questo significa, in pratica, costringere i partiti più piccoli fuori dal parlamento e i nuovi soggetti politici, (come Agorà), a costituire banchetti di raccolta per ogni singolo collegio (perché puoi firmare solo se risulti nelle liste elettorali dello specifico ambito territoriale), mobilitando non solo un numero esorbitante di volontari, ma affrontando soprattutto spese ingenti per pagare gli autenticatori autorizzati.
 
D'altronde, l'astensionismo fa molto comodo. Proprio quei cittadini, che hanno disertato le urne e che sono andati invece a votare no al referendum contro il controllo della magistratura, potrebbero votare contro la guerra, per interrompere ogni relazione con Israele, per riprendere i rapporti commerciali con la Russia, per uscire addirittura dalla NATO e dalla UE....
 
Meglio non correre questo pericolo, meglio non farli proprio votare. Meglio, molto meglio, criminalizzarli e perseguirli nelle piazze. Meglio trasformarli in violenti disorganizzati, piuttosto che aprire loro la possibilità di usare gli strumenti di una (vera) democrazia parlamentare...

E' lotta di classe, bellezza! La verità sulle piazze francesi in fiamme che i media vi nascondono

La rivolta degli studenti francesi non si ferma e comincia a oltrepassare i confini. Dopo settimane di mobilitazioni contro riforme, tagli di bilancio e il progressivo deterioramento delle condizioni scolastiche, le proteste si sono estese anche al Belgio, in particolare ad Arlon e Liegi. In Francia, martedì 450.000 persone sono scese in piazza in oltre 30 città, mentre nella capitale gli studenti hanno eretto barricate con i cassonetti.

Gli scontri hanno già provocato centinaia di feriti e quasi mille arresti. Dietro la rabbia ci sono problemi molto concreti: classi sempre più affollate, carenza di insegnanti, giornate scolastiche eccessivamente lunghe e ore di lezione perse per l'assenza di personale. Il Ministero dell'Istruzione riconosce che circa il 10% delle ore di lezione annuali viene perso per diverse ragioni. Ma la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. La carenza di docenti e personale è particolarmente grave nelle scuole delle aree più povere, mentre nei territori più svantaggiati gli studenti pagano un prezzo molto più alto in termini di qualità dell'istruzione. Nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, una delle aree più povere attorno a Parigi, stime citate nel dibattito parlamentare hanno indicato perdite di ore di lezione enormemente superiori alla media nazionale.

A questo si aggiunge un'altra realtà difficilmente occultabile: edifici scolastici in condizioni fatiscenti, arredi deteriorati, aule prive di adeguati sistemi di climatizzazione e persino locali colpiti da infiltrazioni e allagamenti. Sono immagini circolate nelle ultime settimane sui social e diventate uno dei simboli della protesta. Eppure la reazione di Donald Trump ha cercato di spostare completamente il terreno dello scontro, attribuendo quanto accade in Francia all'immigrazione e alla diffusione dell'islam. Una lettura che ignora proprio le ragioni concrete portate dagli studenti nelle piazze. La Francia, infatti, spende per l'istruzione secondaria più della media OCSE. Il problema riguarda quindi anche l'efficacia della spesa, la sua distribuzione e le profonde disuguaglianze territoriali. Le risorse non impediscono che interi territori, soprattutto quelli più poveri, soffrano della carenza di insegnanti e di strutture adeguate.

La protesta degli studenti francesi, ora arrivata anche in Belgio, racconta così qualcosa di più profondo di una vertenza scolastica: una generazione che si trova a fare i conti con servizi pubblici sempre più diseguali e con un modello economico che scarica sui territori più fragili il costo delle proprie contraddizioni.

 

"Smettetela di usare i diritti umani come arma". Uno storico discorso della Cina all'ONU

I paesi del cosiddetto occidente collettivo sono veri e propri maestri di doppi standard e nel vantare una incomprensibile e ingiustificata superiorità morale rispetto al resto del mondo. L’ultima conferma è arrivata nell’ambito della della Terza Commissione dell'Assemblea Generale dell'ONU, dove sono tornati ad attaccare la Cina sul tema dei diritti umani. A tal proposito – come riporta il quotidiano Global Times -  Sun Lei, vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha replicato esortando un gruppo di paesi a smettere di inventare e diffondere falsità sulla Cina e a cessare di strumentalizzare la questione dei diritti umani a fini politici.

La Cina ha quindi condannato fermamente e respinto con sdegno le accuse infondate e le denigrazioni malevole riguardanti la situazione dei diritti umani nel Paese, mosse da nazioni quali Regno Unito, Australia, Giappone, Irlanda, Repubblica Ceca e Lituania durante il dibattito generale della Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite; quanto dichiarato da Sun è contenuto in una nota diffusa dalla Missione permanente della Cina presso l'ONU.

Questi paesi si considerano superiori agli altri e spesso assumono l'atteggiamento di chi si autoproclama "maestro dei diritti umani", pur avendo essi stessi gravi problemi in questo ambito; Sun ha aggiunto che tali paesi non sono nella posizione di impartire lezioni agli altri sui diritti umani, né tantomeno di rilasciare dichiarazioni irresponsabili sulla Cina.

Come evidenziato da Sun, la Cina ha continuato a tutelare e migliorare il benessere della popolazione attraverso lo sviluppo, eliminando la povertà assoluta su tutto il territorio nazionale. Quasi 100 milioni di persone sono state sottratte alla povertà ed è emersa una classe a reddito medio composta da oltre 400 milioni di persone.

Per contro, negli ultimi anni la povertà nel Regno Unito è peggiorata: oltre 14 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, metà delle quali in condizioni di "povertà estrema". In Giappone, il tasso di povertà relativa tra le famiglie si attesta al 15%, mentre la povertà infantile è diventata sempre più marcata. La Cina esprime profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Giappone, ha affermato Sun.

Nel frattempo, la Cina ha continuato a promuovere la democrazia popolare a processo integrale e a garantire che il popolo gestisca il Paese; da anni, il sostegno e la soddisfazione dell'opinione pubblica nei confronti del governo superano il 90%. La legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong ha segnato una svolta storica per la città, portandola dal caos al buon governo e dalla stabilità alla prosperità, migliorando e sviluppando al contempo il suo sistema democratico e ottenendo un ampio sostegno in tutta la città.

Di contro, i sondaggi mostrano che circa il 75% dei cittadini del Regno Unito è preoccupato per il futuro della cosiddetta democrazia. O di quel simulacro presenta in tali paesi. In Australia e nella Repubblica Ceca, la fiducia dell'opinione pubblica nel governo è scesa a livelli minimi storici, con un calo significativo anche della fiducia dei giovani nella democrazia, ha aggiunto Sun.

Sun ha affermato che tutti i gruppi etnici in Cina sono membri paritari della famiglia della nazione cinese e sono strettamente uniti, come i “chicchi di un melograno”. I diritti politici, economici, culturali, religiosi e di altra natura delle popolazioni di tutti i gruppi etnici nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang e nella Regione autonoma del Xizang sono efficacemente tutelati. L'adozione e l'attuazione della legge sulla promozione dell'unità e del progresso etnico mirano a favorire la prosperità e lo sviluppo comuni per tutti i gruppi etnici. Al contrario, il Giappone non ha adempiuto ai propri impegni di eliminare la discriminazione razziale e non ha trattato le popolazioni Ainu e Ryukyu come gruppi etnici alla pari, mettendo a rischio la loro sopravvivenza e il loro sviluppo. Nel Regno Unito, in Australia e in Irlanda, il colonialismo ha causato danni duraturi che persistono ancora oggi; questi Paesi affrontano gravi problemi sociali, tra cui razzismo e divisioni etniche, ha evidenziato Sun.

Sun ha inoltre dichiarato che, in un contesto di turbolenze globali e ostacoli per il multilateralismo, la Cina ha contribuito alla causa internazionale dei diritti umani attraverso il proprio sviluppo e sforzi concreti per promuovere il dialogo, la cooperazione e una governance globale dei diritti umani più equa.

Per contro, Paesi come Regno Unito, Australia, Giappone, Repubblica Ceca e Lituania invocano spesso la moralità, pur rimanendo indifferenti al trattamento ingiusto subito dalle popolazioni di Palestina, Iran e Cuba. Essi utilizzano ripetutamente i diritti umani come pretesto per interferire negli affari interni di altri Stati, in linea con l’imperialismo USA, e imporre misure coercitive unilaterali, ledendo gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e assumendo un ruolo estremamente deplorevole.

In conlusione, Sun ha affermato che la tendenza globale verso il multipolarismo e relazioni internazionali più democratiche è irreversibile e ha invocato maggiore solidarietà e cooperazione in materia di diritti umani. Ha ribadito che la Cina perseguirà un percorso di sviluppo dei diritti umani adeguato alle proprie condizioni nazionali, si impegnerà in un dialogo costruttivo e si opporrà alla politicizzazione dei diritti umani, esortando al contempo un ristretto numero di paesi a smettere di fabbricare e diffondere menzogne sulla Cina e di strumentalizzare le questioni relative ai diritti umani a fini politici; in caso contrario, finiranno solo per recare danno a se stessi.

L'UE taglia il welfare per regalare 574 miliardi all'industria bellica USA (I DATI AGGIORNATI)


La spesa militare complessiva dei paesi europei salirà del 15% nel 2026, raggiungendo i 574 miliardi di euro. Si tratta di un aumento del 103% rispetto al 2021, quando la spesa ammontava a 283 miliardi di euro, secondo i dati di SIPRI e NATO esaminati dal quotidiano Vedomosti.

Quest'anno, la spesa militare in Europa è salita al 2,55% del PIL, rispetto all'1,64% di cinque anni fa. È importante notare che questa cifra rappresenta solo la spesa diretta per la difesa. I paesi della NATO destineranno un ulteriore 1,4% del PIL a investimenti correlati in infrastrutture militari e sicurezza. Per coprire tutte queste spese, le autorità hanno dovuto attingere alle tasche dei cittadini europei, aumentando le tasse, accrescendo il debito pubblico e i relativi costi di servizio, e persino riducendo la spesa sociale.

La spesa europea cresce partendo da una base inferiore rispetto a quella statunitense; inoltre, l'Europa ha sostenuto la maggior parte dei costi per il supporto all'Ucraina, ha sottolineato l'esperto di relazioni internazionali Vasily Kashin. Nel 2022, ad esempio, l'Europa ha stanziato 16 miliardi di euro in aiuti militari al regime di Kiev, mentre gli Stati Uniti ne hanno forniti 21 miliardi. Tuttavia, entro il 2025, gli Stati Uniti hanno azzerato i propri finanziamenti. Gli europei hanno coperto la differenza, portando gli aiuti a 33 miliardi di euro, secondo l'Istituto di Kiel per l'economia mondiale (Kiel Institute for the World Economy). Le forniture belliche rimangono di provenienza statunitense, ma sono finanziate quasi interamente dagli europei.

In linea con programmi strategici chiave come il piano "ReArm Europe/Readiness 2030", del valore di 800 miliardi di euro, l'Europa sta attivamente riconvertendo la propria industria verso la produzione militare, ha osservato l'esperto militare Alexander Stepanov. Tuttavia, la militarizzazione è un motore di crescita economica inefficiente, poiché i beni e i servizi prodotti non vengono reinvestiti nel ciclo produttivo, ha fatto notare Kashin. Gli investimenti nel settore della difesa creano posti di lavoro, stimolano la produzione industriale e sostengono lo sviluppo tecnologico; pertanto, nel breve termine, possono avere un impatto positivo sul PIL, ha sottolineato l'esperto economico Pavel Sevostyanov. Tuttavia, gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto, nella digitalizzazione, nell'energia o nella modernizzazione industriale accrescono la produttività dell'intera economia, mentre una parte significativa della produzione militare non genera valore aggiunto, ha spiegato.

Il piano "ReArm Europe" (o "Readiness 2030") dovrebbe mettere l'Europa in condizione di esercitare autonomamente una deterrenza militare nei confronti della Russia entro tale data, riducendo la sua dipendenza critica dagli Stati Uniti, ha sottolineato Kashin. Tuttavia, sono state le aziende statunitensi a trarre i maggiori vantaggi dal riarmo europeo, basato su tecnologie USA – come l'acquisto di caccia F-35, sistemi di difesa aerea Patriot e infrastrutture informatiche –, ha osservato Demokrit Zamanapulov, ricercatore senior presso l'Accademia russa delle scienze. Il trasferimento di equipaggiamenti e munizioni all'Ucraina ha ulteriormente svuotato gli arsenali europei, rendendo necessario l'acquisto di nuovi modelli dagli Stati Uniti. Praticamente gli USA si sono smarcati dal pantano ucraino ma costretto l’Europa a rimpinguare le sue casse acquistando gli armamenti da inviare al regime di Kiev. 

Intanto le popolazioni europee pagano le conseguenze delle scellerate politiche del blocco europeo. Dalle sanzioni alla rinuncia dell’energia russa a basso costo su cui l’Europa aveva fondato la sua competitività economica. Neoliberismo e russofobia hanno provocato crisi economica, crisi energetica, irrilevanza sullo scacchiere internazionale e quindi qualità della vità che si riduce a vista d’occhio. Così mentre in Francia scoppia la rivolta studentesca contro il neoliberismo e in Spagna quella per il diritto alla casa. I fanatici neoliberisti che siedono in quel di Bruxelles studiano nuovi tagli al residuo welfare europeo per finanziare la guerra per procura contro la Russia. 

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi


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“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

 

Gaza, l'inchiesta che smentisce Parigi: "35 spedizioni di armi a Israele"

 

Secondo un’indagine congiunta del Movimento Giovanile Palestinese e del collettivo francese Urgence Palestine, tra maggio e settembre 2026 la Francia ha autorizzato 35 vendite di armi a Israele. Tutti i trasferimenti erano destinati a filiali di Elbit Systems, il principale produttore di armi israeliano.

Il rapporto rivela che i fornitori, distribuiti in cinque regioni francesi, hanno prodotto equipaggiamenti chiave: unità di raffreddamento per carri armati e lanciamissili, visori integrati nei caschi dei piloti di elicotteri e caccia, sistemi di sorveglianza e dispositivi elettronici avanzati. Tra questi spicca il colosso francese della difesa Thales, che ha costruito e spedito pannelli di controllo per l'azionamento di armi a distanza. Si tratta di una tecnologia che, secondo costanti denunce di reporter e gruppi per i diritti umani a Gaza, Israele impiega per colpire i civili — compresi i bambini — nelle strade e tra le tende dei rifugiati.

Delle 35 spedizioni tracciate, 33 sono partite dall’aeroporto parigino Charles de Gaulle, 32 delle quali a bordo di voli della compagnia di bandiera israeliana El Al.

La scorsa settimana, la ministra della Difesa francese Catherine Vautrin ha dichiarato in parlamento che Parigi non fornisce "armi offensive" a Israele, ribadendo la posizione ufficiale del governo secondo cui tali vendite si sarebbero concluse nel 2024. Tuttavia Thomas Nayla, avvocato di Urgence Palestine, ha categoricamente smentito questa tesi ai microfoni di Middle East Eye: considerando materiali come le unità di raffreddamento per i carristi o i visori per la caccia, "non esiste alcun modo in cui questi componenti possano essere definiti 'difensivi'".

Questa nuova inchiesta segue quella pubblicata ad aprile dai medesimi gruppi, che aveva documentato oltre 525 spedizioni di materiale militare francese verso Tel Aviv tra ottobre 2023 e marzo 2026, contribuendo ad armare l'esercito israeliano durante il genocidio a Gaza.

I dati francesi si inseriscono in un contesto europeo di profonda ipocrisia: governi e aziende del Continente continuano a fornire a Israele materiali militari e a duplice uso (dual-use), mentre in pubblico diverse cancellerie criticano i crimini di guerra e l'apartheid annunciando restrizioni spesso solo simboliche.

In Germania, primo fornitore europeo di armi a Tel Aviv, il ministero dell'Economia ha approvato licenze di esportazione militare per oltre 930 milioni di dollari nei soli primi cinque mesi del 2026, come rivelato da Der Spiegel. La Gran Bretagna, pur sbandierando la sospensione di alcune licenze, ha mantenuto un'eccezione fondamentale per i componenti dei caccia F-35. Secondo i dati della Campaign Against Arms Trade, Londra ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per almeno 236 milioni di dollari dall'ottobre 2023, senza contare le licenze aperte che coprono gran parte del programma F-35.

Elbit Systems, che garantisce circa l'85% dei droni e delle dotazioni terrestri delle forze israeliane, gioca un ruolo centrale nelle operazioni militari in Asia Occidentale. I suoi droni Hermes assicurano una sorveglianza aerea continua e la tracciatura dei bersagli, mentre il sistema gestito da intelligenza artificiale Tzayad ha identificato oltre 800.000 "obiettivi" tra Gaza e il Libano in due anni. Durante questi anni di massacro, la società ha registrato profitti record, arrivando a vantarsi del fatto che il sistema Tzayad abbia catalogato come bersagli "fino a metà della popolazione civile" e delle infrastrutture di Gaza, e promozionando sul mercato globale i propri armamenti come "testati sul campo".

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L'Iran convoca l'ambasciatore francese e denuncia i "doppi standard" sulla repressione degli studenti

Il Ministero degli Esteri iraniano ha convocato l'ambasciatore francese a Teheran. Non per una nota diplomatica di routine, ma per consegnare una "forte protesta" contro quella che il governo iraniano denuncia senza mezzi termini come una "violenta" repressione delle proteste studentesche in Francia. Il dito puntato da Parigi contro l'Iran si è improvvisamente ritorto contro la Francia stessa.

"A seguito della violenta risposta del governo francese alle proteste dei sindacati studenteschi e alle diffuse violazioni dei diritti umani, l'ambasciatore francese a Teheran è stato convocato oggi al Ministero", si legge nella nota ufficiale diramata dalla Repubblica Islamica dell'Iran.

Il portavoce Esmail Baghaei ha affondato il colpo, smascherando l'ipocrisia di Parigi. A gennaio, ricorda Baghaei, la Francia parlava di "sollevazione pacifica" in Iran esortando il governo al "contegno". Oggi, di fronte ai propri cittadini in piazza, la narrazione è crollata: "Ora, in Francia, le proteste studentesche vengono definite 'violenza urbana'".

En janvier 2026, la France a appelé l’Iran à garantir le « droit de manifester pacifiquement sans crainte de représailles » et à faire preuve de retenue dans sa réponse aux manifestations. Malgré les appels à la révolte lancés depuis l’étranger et les informations faisant état d’attaques armées contre des centres et des forces de sécurité en Iran, le ministre français des Affaires étrangères a même parlé d’une « révolte pacifique ». Aujourd’hui, en France, les manifestations de lycéens sont décrites comme des « violences urbaines ». Le ministre de l’Intérieur semble beaucoup moins enclin à la retenue et appelle à une intervention rapide et à l’usage de la force pour rétablir l’ordre. Le gouvernement évoque également une « manipulation politique » et le rôle des mouvements d’extrême gauche. Il est évident que les violences contre la police, les incendies volontaires et les dégradations de biens publics ne peuvent être justifiés, et que l’État a le devoir de maintenir et de rétablir la paix et l’ordre public. Mais la contradiction se situe ailleurs : pourquoi les mêmes comportements et les mêmes critères sont-ils interprétés d’une manière lorsque le manifestant se trouve en Iran, et d’une autre lorsqu’il se trouve en France ? Le problème n’est pas la contestation ; le problème est le deux poids, deux mesures. Si les droits humains et le droit de manifester sont des principes universels, leur définition ne devrait pas changer en fonction de la géographie du manifestant.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 6, 2026


Dietro la diplomazia, c'è la realtà cruda e insanguinata delle strade francesi. Adolescenti mutilati dalle armi della polizia: un quindicenne ha perso una mano, un altro un occhio, a un terzo hanno frantumato mascella e denti, costringendolo a nutrirsi con una cannuccia in ospedale. "La polizia è un disastro. Le persone sono state mutilate... è orribile", denuncia Lily, 17enne scesa in piazza per un sistema educativo che abbandona i più poveri.

Il bilancio della repressione è pesante: oltre 5.000 arresti, l'87% dei quali di minorenni. Mentre il governo francese parla di "manipolazione politica" e dà la colpa all'estrema sinistra, i cartelli degli studenti raccontano un'altra verità: "Uno Stato che gasa gli studenti delle superiori è uno Stato debole".

La stoccata di Teheran a Parigi si chiude con una domanda che risuona come una sentenza: "Se i diritti umani e il diritto di protesta sono principi, non dovrebbero cambiare a seconda della geografia del manifestante. Il problema non è la protesta, il problema è il doppio standard".

L’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef non è una buona notizia


di Alessandro Volpi - Altreconomia

 

Poco meno del 19% dei contribuenti italiani paga il 65% dell’intera Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Si tratta di coloro che hanno un reddito lordo superiore ai 35mila euro annui. È evidente che si tratta di un dato non sostenibile perché significa che solo quel 19% scarso versa più di quanto riceva dallo Stato in termini di servizi complessivi e dunque contribuisce a pagare per tutti gli altri.

Su questo tema si potrebbero fare molte considerazioni. Mi limito qui a esporne una che mi pare decisamente rilevante perché è una chiara sconfitta dell’interesse pubblico. L’andamento recente del gettito derivante dalle imposte sostitutive dell’Irpef ha mostrato una crescita imponente, passando dallo storico bacino di 8-10 miliardi di euro all’anno a un picco vicino ai 18 miliardi. Questa apparente impennata, celebrata come un successo di cassa, cela in realtà una strutturale e profonda perdita di gettito potenziale per le casse dello Stato, determinata dalla progressiva sostituzione del modello di tassazione progressiva con regimi sostitutivi a flat tax e sanatorie straordinarie.

La causa scatenante di questo picco finanziario risiede principalmente nell’introduzione del “concordato preventivo” biennale per le partite Iva e gli autonomi, unito al relativo ravvedimento speciale per gli anni dal 2019 al 2023. Attraverso questo meccanismo, i contribuenti che aderiscono al concordato beneficiano di un’imposta sostitutiva fortemente agevolata, con aliquote ridotte tra il 10% e il 15%, applicata esclusivamente sulla quota di reddito incrementale rispetto all’anno precedente.

Il vero costo per l’Erario, e dunque per la collettività, emerge nel momento in cui si confronta questo prelievo agevolato con l’imposta ordinaria: in un regime Irpef progressivo -secondo quanto previsto dalla Costituzione all’articolo 53- quel medesimo extra-reddito verrebbe tassato con le aliquote marginali ordinarie che raggiungono rapidamente il 35% o il 43%, senza contare l’impatto delle addizionali regionali e comunali. Di conseguenza, per ogni quota di maggior reddito emerso, lo Stato rinuncia a una porzione consistente di prelievo fiscale, concedendo uno sconto d’imposta che varia dal 20% al 30% rispetto alla tassazione ordinaria e ai contribuenti a cui il prelievo è effettuato alla fonte.

Questa perdita di gettito potenziale risulta ancora più evidente e marcata se si analizza l’impatto del cosiddetto ravvedimento speciale. Per incentivare l’adesione al Concordato, il legislatore ha concesso la possibilità di sanare cinque annualità di dichiarazioni passate mediante il versamento di un’imposta sostitutiva calcolata su basi imponibili notevolmente ridotte e, soprattutto, con il totale abbattimento delle sanzioni amministrative e degli interessi. Nel regime ordinario, le sanzioni per infedele dichiarazione variano dal 70% al 135% della maggiore imposta dovuta. Sanando cinque anni di irregolarità con un’imposta sostitutiva minima e priva di sanzioni, l’Erario incassa una liquidità immediata di circa 10-12 miliardi, ma contestualmente rinuncia a un ammontare potenziale di sanzioni e maggiori imposte accertabili stimato tra gli otto e i 12 miliardi di euro. In pratica hanno vinto gli evasori.

L’incasso immediato di oggi si traduce infatti in un’enorme rinuncia alle pretese fiscali di domani, blindata dalla contestuale preclusione per legge di ogni futuro accertamento analitico su quelle annualità. Il fenomeno non si limita tuttavia alle sole misure straordinarie per le partite Iva ma rispecchia un’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef a favore di regimi sostitutivi permanenti. Il Regime forfettario per gli autonomi, ad esempio, applicando un’aliquota secca al 15% o al 5%, sottrae ogni anno miliardi di euro alla progressività dell’Irpef, generando un minor gettito potenziale annuo valutato dall’Ufficio parlamentare di bilancio tra i quattro e i cinque miliardi di euro.

Analogamente, la cedolare secca sugli affitti sostituisce la tassazione ordinaria sui redditi da locazione con un’imposta flat al 21% o al 10%, causando un’ulteriore perdita di gettito potenziale pari a circa 2,5-3 miliardi all’anno rispetto a quanto l’Erario incasserebbe se tali redditi concorressero al reddito complessivo Irpef dei proprietari. L’argomento spesso sollevato per giustificare tali scelte fa leva sulla certezza dell’incasso e sulla prevenzione dell’evasione fiscale, secondo la logica per cui un’imposta bassa viene pagata subito mentre un’imposta alta rischia di alimentare il sommerso o finire in contenziosi infiniti.

In realtà, in termini più chiari, lo Stato ha deciso che gli evasori decidessero quanto versare. Il balzo del gettito delle imposte sostitutive a 18 miliardi di euro non rappresenta così la monetizzazione svenduta del credito fiscale dello Stato: l’Erario ha accettato di incassare subito una somma inferiore in cambio della rinuncia definitiva a un gettito potenziale di gran lunga superiore, alterando peraltro il principio di equità fiscale e progressività sancito dalla Costituzione. Di questo, penso, dovrebbe occuparsi la politica.

Israele verso la guerra civile? Rapporto della CIA spaventa Tel Aviv

 

Un nuovo rapporto pubblicato congiuntamente da Drop Site News e Capital & Empire rivela che una valutazione riservata della CIA ha lanciato un allarme drammatico: Israele rischia "una guerra civile o il collasso dello Stato".

Il documento, redatto ad agosto e intitolato "Frattura dall'interno", è stato elaborato dagli esperti della Red Cell della CIA — la struttura responsabile di fornire "analisi alternative" all'interno dell'intelligence statunitense — utilizzando sia fonti aperte sia dati riservati dell'intelligence USA.

MUST READ: CIA report warns Israel is headed toward civil war and total collapse. The report says Israel is seeking deeper integration into the American military, intelligence and defense establishment (like a leech) to save itself at US permanent expense. https://t.co/0VSDoGOQhq

— GenXGirl (@GenXGirl1994) October 6, 2026

Secondo quanto riferito da Drop Site News, la valutazione si concentra principalmente sulla popolazione ebraica di Israele, evidenziando "un mix esplosivo di pressioni": la crisi economica, l'esplosione della spesa militare e lo scontro attorno agli Haredi (gli ebrei ultraortodossi), che continuano a rifiutare la leva obbligatoria. Questo rifiuto, sostenuto dalla stessa coalizione di governo, ha esasperato una già grave carenza di personale all'interno delle forze armate.

Tra i fattori di rischio citati nel rapporto figurano anche "veterani pesantemente armati di ritorno dai combattimenti, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici", la crescente violenza dei coloni e le manovre del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per restare al potere a costo di innescare una crisi costituzionale — processo iniziato già nell'estate del 2023 con la controversa riforma della giustizia.

La gestione della guerra a Gaza da parte di Netanyahu ha scavato solchi ancora più profondi. Drop Site News sottolinea come gran parte dell'opposizione interna non contesti la brutalità delle operazioni contro i palestinesi, bensì le modalità di gestione del conflitto, la leadership e le responsabilità del premier nel fallimento della sicurezza del 7 ottobre.

Il dossier dell'intelligence evidenzia inoltre l'impennata dei prezzi dei beni alimentari, giunti a livelli record, e il progressivo isolamento internazionale del Paese, con un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani considerano una minaccia a lungo termine. Per la CIA, il fatto che Israele stia "diventando sempre più uno Stato paria" rappresenta un elemento chiave verso un potenziale collasso.

Una delle fonti ha tracciato un parallelo storico inquietante: «La combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti. Pensiamo ai Freikorps tedeschi post-Prima Guerra Mondiale. Non dico che Israele sia la Germania di allora, ma le similitudini sono evidenti».

Nel frattempo, la situazione sul campo di battaglia è estrema. Nonostante le operazioni su più fronti (Gaza, Libano, Siria), le truppe sono esauste e soffrono di gravi carenze di equipaggiamento. Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha più volte messo in guardia contro il crollo del sistema dei riservisti. Rapporti interni ammettono che molte unità operano sottorganico e privissime di carri armati: «Le unità di riserva oggi sono vuote», ha dichiarato un comandante.

A questo si aggiunge la fuga dal Paese. Studi dell'Università di Tel Aviv confermano un record di emigrazione da Israele nel 2025, un dato definito "profondamente preoccupante" dagli stessi analisti locali.

Il rapporto della CIA emerge a poche settimane dalle elezioni generali in Israele. Secondo fonti militari citate dai media locali, Netanyahu starebbe valutando di intensificare il conflitto a Gaza e aprire nuovi fronti nella regione con un unico obiettivo: ostacolare o rinviare il voto per difendere la propria sopravvivenza politica.

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UNO SGUARDO DAL FRONTE - DI FULVIO GRIMALDI

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Lo Yemen sotto l'attacco dell’"Alleanza della Mecca": Turchia e Pakistan corrono in soccorso di Riad

 

L'incendio geopolitico in Medio Oriente si allarga a macchia d'olio, spingendo le principali potenze dell'area a una mobilitazione senza precedenti. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno concordato di attivare i meccanismi di deterrenza collettiva e di dispiegare immediatamente forze militari congiunte sul territorio saudita. La decisione è stata presa al termine di una riunione d'emergenza del Comitato strategico, politico e di difesa dell'Alleanza della Mecca, convocata per rispondere ai recenti attacchi e alle minacce che incombono direttamente sul Regno e sui luoghi santi dell'Islam.

La dichiarazione congiunta rilasciata da Riyadh condanna fermamente i tentativi di attacco diretti contro le città sante della Mecca e di Medina, nonché contro infrastrutture civili ed economiche strategiche. Riconoscendo che la sicurezza di ciascuna delle tre nazioni è parte integrante di un unico sistema di difesa, le potenze hanno deciso il passaggio immediato all'attuazione pratica degli impegni militari congiunti. Come confermato dal Ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, l'obiettivo è garantire una risposta di deterrenza netta contro i responsabili degli attacchi e difendere l'integrità territoriale del Regno.

L'escalation in Yemen: dalla conquista di Bab el-Mandeb all'Operazione "Yemen Dawn"

Il fattore scatenante di questa drammatica accelerazione risiede nella ripresa su vasta scala del conflitto in Yemen, esplosa ad agosto dopo la fine della tregua in vigore dal 2022. Tra agosto e settembre, il movimento Ansar Allah (Houthi) ha condotto un'offensiva travolgente, estendendo il proprio controllo sull'intera costa del Mar Rosso fino a conquistare la città portuale di Mocha e l'isola di Perim, situata nello stretto di Bab el-Mandeb, mettendo così sotto scacco una delle rotte marittime e commerciali più vitali del pianeta.

Per consolidare questa posizione di vantaggio, gli Houthi sono avanzati verso la roccaforte strategica di Taiz. Un'eventuale caduta di Taiz spalancherebbe loro la strada verso il sud dello Yemen, sancendo un'inversione di potere determinante nell'intero scacchiere. Per impedire questo scenario, Rashad al-Alimi, capo del Consiglio Presidenziale Yemenita (PLC) sostenuto da Riyadh, ha annunciato una grande controffensiva.

L'operazione terrestre è supportata massicciamente dall'alto: la coalizione internazionale guidata dall'Arabia Saudita ha avviato l'Operazione "Yemen Dawn", impiegando oltre cento velivoli che forniscono copertura aerea continua. Il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, ha confermato il ferimento o la distruzione di oltre 300 "obiettivi di alto valore". Sul campo la tensione è altissima: gli Houthi hanno già rivendicato l'abbattimento di un drone da ricognizione armato saudita Wing Loong II nei cieli del governatorato di Taiz, mentre le forze governative tentano di riprendere il controllo dell'area di Bab el-Mandeb.

Un nuovo tipo di guerra all'orizzonte

Analisti ed esperti militari concordano sul fatto che l'ingresso operativo di Turchia e Pakistan al fianco di Riyadh segni una svolta strutturale. Se da un lato la campagna condotta dalle forze governative punta ora a un obiettivo ambizioso — la riconquista totale dello Yemen e della capitale Sana'a —, dall'altro la pressione militare spingerà inevitabilmente Ansar Allah a intensificare la guerra asimmetrica.

Ci si attende quindi un aumento di attacchi mirati contro le navi mercantili nel Mar Rosso e contro le infrastrutture energetiche saudite, come il fondamentale gasdotto Est-Ovest. Il Medio Oriente si appresta così a vivere una fase di conflitto completamente nuova e profonda, dove lo scontro locale in Yemen si è ormai saldato con le grandi dinamiche della sicurezza collettiva regionale.

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Il ricatto del dollaro: così il Tesoro USA trasforma l'Iraq in un braccio esecutivo contro l'Iran

 

Secondo quanto rivelato da fonti attendibili citate dalla testata di geopolitica The Cradle, una fuga di notizie su una conversazione telefonica tra un alto diplomatico del Ministero degli Esteri iracheno e l'ex presidente Abdul Latif Rashid sta svelando le profonde spaccature interne al governo di Baghdad, stretto nella morsa delle pressioni statunitensi contro Teheran.

Il diplomatico si è lamentato della gestione da parte dell'attuale Primo Ministro iracheno Ali al-Zaidi di dossier estremamente delicati. In particolare, è emerso che la delegazione irachena presente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) è stata tenuta totalmente all'oscuro dell'incontro tra Zaidi e il presidente statunitense Donald Trump a New York, apprendendone l'esistenza soltanto dai media. Un episodio che solleva pesanti interrogativi sulla trasparenza e sul coordinamento interno allo Stato iracheno quando in gioco ci sono le relazioni strategiche tra Washington e Teheran.

Il blocco dei voli iraniani e le paure del governo

A seguito dell'incontro a New York, Baghdad ha subito emesso una direttiva per limitare i voli iraniani, cedendo agli avvertimenti informali di Washington circa possibili sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA in caso di mancata conformità. Diversi ministri iracheni hanno tentato di frenare Zaidi, chiedendo tempo per valutare alternative ed evidenziando come una sottomissione immediata ai diktat statunitensi rischiasse di scatenare una grave crisi politica, di sicurezza ed economica interna, esponendo il governo alla reazione delle fazioni armate e dei partiti vicini a Teheran.

Nonostante gli avvertimenti, l'Iraq ha agito con insolita rapidità contro l'aviazione iraniana. Inizialmente, la linea ufficiale ha provato a giustificare la misura come un atto di "necessità", ricordando la totale dipendenza dell'Iraq dal sistema finanziario del dollaro e dai proventi petroliferi custoditi negli USA.

La protesta a Najaf e le condizioni imposte dal Tesoro USA

La posizione del governo è tuttavia diventata insostenibile quando le proteste si sono estese alla città santa di Najaf. Movimenti come Harakat al-Nujaba e Kataib Hezbollah hanno appoggiato manifestazioni di protesta davanti all'aeroporto, costringendo Baghdad a riaprire le trattative. Il 1° ottobre, il Ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein ha incontrato il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent per discutere i dettagli della campagna di pressione contro l'Iran e la gestione dei pellegrinaggi sciiti.

L'intensa attività diplomatica ha portato, il 2 ottobre, all'annuncio da parte dell'ufficio del Primo Ministro di una deroga che consente alle compagnie aeree iraniane di riprendere i voli per Najaf — sospesi dal 25 settembre —, mantenendo tuttavia l'esclusione per Mahan Air.

Tuttavia, come evidenziato dai retroscena pubblicati da The Cradle, il prezzo di questa concessione riafferma il controllo statunitense sul Paese: le condizioni imposte da Washington prevedono controlli stringenti sui passeggeri soggetti a sanzioni, la tracciabilità delle liste d'imbarco e dei movimenti finanziari presso l'aeroporto di Najaf, oltre al tracciamento dei pagamenti per carburante e servizi di terra, i cui registri dovranno essere conservati per dieci anni. Di fatto, Baghdad si trova costretta ad applicare il regime sanzionatorio americano all'interno dei propri centri religiosi e strategici.

Questo continuo oscillare tra il rispetto delle sanzioni statunitensi e le istanze della politica interna mostra la fragilità della sovranità irachena: l'influenza militare e politica degli Stati Uniti, abbinata al controllo ferreo esercitato sulla valuta e sulle entrate petrolifere di Baghdad, continua a rappresentare la leva di ricatto più potente nelle mani di Washington.

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Gaslighting istituzionale: dal G8 di Genova al presente

 

 di Alex Marsaglia e Chiara Del Corona

 

Gaslighting: è una subdola forma di abuso e manipolazione psicologica in cui il manipolatore (detto gaslighter) spinge la vittima a dubitare della propria memoria, della percezione della realtà e della propria sanità mentale. Il termine deriva dall’opera teatrale Gas Light del 1938 e dal celebre film del 1944 (Angoscia nella versione italiana), in cui un marito manipola la moglie affievolendo le luci a gas della casa e negando ogni cambiamento per farla sentire folle. Il fenomeno manipolatorio si articola principalmente in tre fasi: disorientamento – il manipolatore distorce la comunicazione e nega gli eventi, creando confusione nella vittima; autodifesa – la vittima ricerca prove per avvalorare le proprie ragioni; sottomissione – la vittima perde sicurezza, comincia a dubitare della propria percezione e della realtà oggettiva, precipitando in una dipendenza emotiva e in uno stato di profonda insicurezza.

Introduzione

Siamo partiti da questo termine/concetto perché crediamo che riassuma a trecentosessanta gradi il fenomeno di manipolazione politica e istituzionale che stiamo vivendo. Giorgia Mazzucato lo ribadisce già nel sottotitolo del suo potente e lancinante spettacolo – Stomaco. Gaslighting e fascismo dal G8 di Genova ad oggi (che consigliamo vivamente di andare a vedere nei teatri) – e usiamo la parola “lancinante”, perché evoca il dolore di quel sasso che uccise Carlo Giuliani, insieme alla pallottola che gli perforò lo zigomo sinistro. L’opera narra dei tragici “fatti” che si svolsero tra le giornate del 20 e 21 luglio 2001: dall’assassinio del giovane manifestante – Carlo Giuliani, appunto – per mano delle forze dell’ordine fino alla mattanza all’interno della scuola A. Diaz (definita da un alto funzionario di polizia “una macelleria messicana”), per concludersi con le torture psicologiche e fisiche subite dai dimostranti nella caserma di Bolzaneto.

Rispetto a quelle vicende non c’è stata ancora, e forse non ci sarà mai, una vera giustizia politica e collettiva. Nonostante le condanne giudiziarie – arrivate persino nei confronti di figure che coprivano incarichi verticistici all’interno delle forze dell’ordine – molti dei responsabili, anziché scontare la pena, sono stati promossi o sono rimasti arroccati ai propri ruoli e alle proprie poltrone graduate, sfoggiando le loro belle stelline sulle divise, senza scontare un solo giorno di carcere. La narrazione tossica che ancora oggi subiamo è che i disordini siano stati provocati unicamente da manifestanti facinorosi, e che la polizia abbia dovuto “difendersi”. Si omette colpevolmente che in nessuna occasione le forze dell'ordine cercarono di fermare l’azione dei gruppi violenti isolati all’interno delle manifestazioni pacifiche – i cosiddetti “black bloc” – lasciati del tutto indisturbati nel mettere a ferro e a fuoco la città di Genova, e immortalati da registi come Davide Ferrario[1] mentre si confondevano persino tra le file della polizia, e al cui interno, tra l’altro, comparivano soggetti dichiaratamente neonazisti o neofascisti.

Qui non si tratta solo di riaprire gli atti di quel cataclisma in cui l’inaudita ferocia di carabinieri, polizia, guardia di finanza e vertici di comando soffocò un intero movimento altermondialista, ma di comprendere come quel fenomeno di manipolazione istituzionale, mediatica e politica stia ancora attraversando la nostra realtà. Quel movimento non nacque dal nulla, tra l’altro: era l'onda d'urto di una stagione globale straordinaria, sorta nel gennaio del 1994 nella foresta del Chiapas con la rivoluzione zapatista, che aveva denunciato per prima i dogmi del neoliberismo insegnandoci, con la voce degli indigeni maya, a immaginare “un mondo che contenga molti mondi”; era esploso fragorosamente nel dicembre del 1999 con la “Battaglia di Seattle”, bloccando i lavori dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio, o WTO in inglese – World Trade Organization –, nata nel 1995 in seguito agli accordi di Marrakech, è l’organizzazione che ha il compito di regolamentare gli scambi commerciali globali tra Paesi membri) dimostrando che la macchina della globalizzazione poteva essere inceppata nelle piazze; e aveva trovato la sua officina programmatica nel gennaio del 2001 a Porto Alegre, dove il primo World Social Forum aveva lanciato al mondo lo slogan “Un altro mondo è possibile”.

A Genova quel movimento chiedeva pace, redistribuzione della ricchezza, giustizia sociale, cancellazione del debito pubblico dei Paesi del Sud del mondo, giustizia ambientale e lotta radicale al capitalismo e al neoliberalismo selvaggio. Erano istanze che univano un’enorme eterogeneità: nei summit del Genoa Social Forum, all’interno del quale convivevano enti cattolici, i disobbedienti sfociati nelle “tute bianche” forze politiche come Rifondazione Comunista, leghe ambientali e sindacati, insieme a delegazioni provenienti da ogni angolo del pianeta.

Verso l’autoritarismo: criminalizzazione del dissenso, controllo del consenso e violenza arbitraria

In quel contesto, la diagnosi di Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione trovava la sua spietata conferma teorica: il capitalismo avanzato possiede una straordinaria capacità di assorbimento e neutralizzazione, tollerando l'opposizione politica unicamente fintanto che questa resta confinata nei recinti della rappresentanza innocua o della protesta tollerata. Ma quando l'istanza di cambiamento punta dritta alla radice dei rapporti di forza, rifiutando di farsi integrare e minacciando i dogmi del profitto e del mercato globale, il sistema tradisce la sua natura e rigetta la maschera democratica. Il G8 di Genova fu il laboratorio storico in cui lo Stato scelse la via della rimozione traumatica e violenta del dissenso, dimostrando che la democrazia liberale accetta il pluralismo sociale solo a patto che esso non metta mai in discussione lo status quo.

“Genova appare oggi come una svolta: un evento che ha anticipato le modalità con cui, negli anni successivi, gli Stati occidentali avrebbero gestito la protesta sociale, la sicurezza interna e le forme emergenti di conflitto politico. Se Genova fu un episodio limite, ciò che è venuto dopo mostra che non si trattò di una deviazione del modello democratico, ma della sua evoluzione interna. Le restrizioni alle libertà civili, l’espansione dei poteri di polizia, la normalizzazione dell’eccezione, l’arretramento dei diritti, l’intreccio fra politica estera militarizzata e governance interna hanno disegnato un nuovo passaggio politico, nel quale la democrazia sopravvive come forma, ma perde sostanza. Per comprendere questa traiettoria non basta guardare alla repressione: occorre indagare il contesto in cui si è sviluppata, segnato dal neoliberismo, dalla tecnocratizzazione europea, da emergenze multiple (finanziarie, sanitarie, migratorie, climatiche, belliche) che si sono succedute fino a fondersi in uno stato d’eccezione permanente”[2].

Chi scrive ha voluto ripercorrere documentari, filmati e testimonianze di quell’annullamento dei diritti e di quella mattanza di Stato. Durante quegli anni una di queste “penne” era una giovane studentessa del Ginnasio e faticava a cogliere la portata di ciò che accadeva; eppure, grazie a una famiglia fortemente politicizzata, la morte di Carlo le era rimasta impressa come una ferita inspiegabile in un mondo che, allora, non le sembrava così crudele. E così, nonostante la partecipazione al Social Forum dell’anno successivo a Firenze, a lungo si era portata dietro l’illusione che la verità stesse nel mezzo, che la violenza fosse degenerata da entrambe le parti. Mai aveva pensato che Carlo “se la fosse cercata”, ma tendeva a credere a un tragico incidente della storia, non a un disegno programmato.

Oggi, riguardando quel materiale con gli occhi di adesso, tanti di noi capiscono quanto sia potente l'operazione di gaslighting collettivo di cui siamo stati cavie e di cui lo siamo tuttora. Ci hanno abituati/e a credere che la colpa fosse condivisa, che chi deteneva il monopolio della forza avesse solo dovuto ripristinare un “ordine” che, in realtà, erano stati loro stessi, quelli che erano chiamati a difendere e a proteggere, a sfracellare nel sangue. Persino la narrazione globale che parla asetticamente dei “fatti di Genova”, come se fossero circostanze e non responsabilità, la dice lunga sul tentativo di distorsione – o comunque di neutrale appiattimento, mediazione e compromesso – della realtà di ciò che è avvenuto. Fatto (appunto!) sta che reprimere quel grande movimento internazionale significava spegnere la voce del futuro. Una volontà di censura che oggi ritroviamo intatta nei successivi DDL sicurezza, nelle strette autoritarie e nella meschina volontà di anestetizzare la reazione civile di fronte al genocidio in corso in Palestina, Cisgiordania e Libano. Quell’operazione di appiattimento asettico dell’orrore è ancora in corso, a fronte di un massacro di cui siamo complici tutti, in quanto consapevoli, in quanto nessuno potrebbe negare o dire di non sapere, di non aver visto.

Le riforme del sistema scolastico italiano dopo il 1989 hanno creato l’ecosistema adatto a sviluppare l’accettazione passiva dell’orrore. Con le controriforme volte a creare “capitale umano” e non più “teste pensanti”, hanno addestrato la popolazione a interiorizzare il sistema neoliberista occidentale acriticamente. Valditara oggi, con l’apartheid in classe, è solo l’ultimo epigono della controrivoluzione liberista, inaugurata dal centrosinistra nel 1997 con la Riforma Berlinguer: l’introduzione dei “crediti”, la valutazione dei cicli extracurricolari, l’introduzione del sistema 3+2 negli Atenei sono state tappe di un progressivo allontanamento del sapere dalla conoscenza verso una rincorsa nichilistica del fare, il tutto con l’inserimento all’interno della dimensione ideologico-burocratica del cosmopolitismo europeista basato sulla concorrenza spietata tra persone ridotte a “capitale umano”. Tutto questo è stato notevolmente peggiorato dall’impatto delle innovazioni e delle macchine dell’Intelligenza Artificiale che, ricordiamolo bene, all’interno del contesto occidentale, sono totalmente sottomesse al profitto e alle dinamiche di mercato.

Di qui l’impatto amplificato della tecnica e della burocrazia su un Essere Umano sempre più ridotto a mero strumento di profitto. Renato Curcio, nella sua analisi ormai decennale dell’Impero Virtuale, ha riassunto a due le reali ambizioni del “capitalismo cibernetico”: «per un verso consolida le sue alleanze belliche con gli “Stati amici” incoraggiandoli e spingendoli a ingaggiare battaglie, ovvero a sacrificare umani e risorse per mantenere attivi alcuni settori produttivi; per un altro, prova a colonizzare con nuovi strumenti “intelligenti” l’immaginario dei loro e dei propri cittadini»[3]. Ecco, dunque, tutta la manipolazione e la violenza del modo di produzione capitalistico occidentale dipanarsi in nuove “distrazioni intelligenti”, in grado di colonizzare l’immaginario di coloro che aderiscono sempre più alla figura del suddito e sempre meno a quella del cittadino.

È qui che il gaslighting geopolitico e mediatico dà il suo peggio, calandoci in quel perfetto “Stato di Eccezione permanente” teorizzato da Giorgio Agamben. Il filosofo ci ha insegnato che lo Stato moderno non governa più garantendo lo Stato di diritto, ma facendo leva su una crisi permanente – che si chiami sicurezza pubblica, emergenza terroristica, pandemica o geopolitica – per sospendere legalità e Costituzione. A Genova quell'eccezione fu brutale e concentrata in pochi giorni: la sospensione dei diritti civili, l'impunità garantita alle divise, la violazione sistematica dei corpi e delle garanzie democratiche dentro le caserme e le scuole non furono deviazioni dalla democrazia, ma lo svelamento temporaneo della sua vera natura. Oggi Agamben trova la sua più spietata conferma nel fatto che quell'eccezione è uscita dall’emergenza per diventare la regola ordinaria di governo. Come scrive Italo Di Sabato:

«Genova va interpretata come un laboratorio politico. Non fu un incidente né una gestione fallimentare: fu l’anticipazione di un paradigma. Le violenze, il loro occultamento, le promozioni successive, la narrazione distorta diffusa dai media, l’inerzia delle istituzioni nel riconoscere le proprie responsabilità, hanno segnato l’inizio di un modello di repressione e impunità che avrebbe accompagnato il Paese nei decenni successivi […] La combinazione fra neoliberismo, governance tecnocratica, gestione emergenziale e militarizzazione successiva ha così consolidato un modello politico in cui la democrazia non viene formalmente soppressa, ma svuotata: la partecipazione si restringe, il dissenso è delegittimato, la deliberazione collettiva cede il passo all’efficienza amministrativa e alla logica dell’eccezione. È questa la condizione che rende oggi possibile, e spesso legittimata, la repressione del conflitto sociale e la criminalizzazione dei movimenti»[4].

Viviamo in una normalizzazione quotidiana in cui la violazione dei diritti umani elementari, la soppressione del diritto d'asilo, la complicità con i crimini contro l'umanità e la censura del dissenso non fanno più scandalo: sono amministrate dai governi come dati di fatto amministrativi, trasformando l'orrore in una quieta consuetudine burocratica. È passato un quarto di secolo dai fatti di Genova, ma quanto sta accadendo in queste ore durante la repressione della ribellione partita dal liceo Saint-Exupéry in Francia non fa altro che confermare ciò che stiamo dicendo.

Ci fanno credere, a intermittenza, che sia in corso una “tregua”, mentre ogni giorno continuano a morire a Gaza bambini, donne, anziani, giornalisti e operatori sanitari per mano dello Stato di Israele, agendo nell'impunità totale con la complicità omertosa di gran parte dell’Occidente. I corpi straziati, la fame usata come arma, i bambini ridotti a cifre sacrificabili vengono consumati dai social network tra uno scroll e l'altro, trasformati in merce visiva. È la realizzazione esatta di ciò che Günther Anders chiamava l’era della “vergogna prometeica” e dell’apocalisse invisibile: siamo talmente sovraccarichi di immagini di distruzione da non riuscire più a patire la sproporzione tra la nostra impotenza quotidiana e la mostruosità di ciò che tolleriamo. Passiamo, nell’arco di un secondo, a mettere una faccina triste sotto una città distrutta per poi cliccare un “like” sotto i profili di chi si fa un selfie di fronte a una cascata trasparente in un luogo paradisiaco, o davanti a un piatto di spaghetti, o a chi presenta l’ennesimo libro da consigliare per le letture estive o autunnali, o per sempre. Il per sempre che quei bambini non potranno mai contemplare. Questa digitalizzazione selvaggia ci anestetizza, riducendo l'orrore a intrattenimento domestico.

A ben vedere, questa desensibilizzazione sistematica affonda radici profonde in quel meccanismo che Hannah Arendt, analizzando il processo Eichmann, ha definito “la banalità del male”: la constatazione spaventosa che l'orrore più feroce e radicale non nasce necessariamente da mostri isolati o patologici, ma da ingranaggi burocratici, da apparati e da individui perfettamente “normali” che spengono deliberatamente il pensiero critico, abdicando a ogni coscienza morale per obbedire ciecamente alle procedure di un sistema. Qui, più che banalità del male, per chi è testimone e non diretto assassino – come i soldati dell’IDF, i coloni e l’intero governo di Israele – è passivizzazione mentale. Un’anestesia totale e globale che ci ha reso indifferenti, apatici di fronte alle catastrofi, alle tragedie, che non scuotono, non scalfiscono minimamente la nostra routine. Siamo impermeabili, anche in questo traffico di disinformazione martellante e in questo fluire di spazzatura digitale.

Ma a proposito di banalità del male: non è un caso che, come emerge dalle testimonianze dirette dei soldati dell'esercito israeliano (IDF), filmate e registrate anche nel recente docufilm vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia, Naza, la distruzione sistematica e lo sterminio vengano interiorizzati e agiti attraverso una vera e propria gamification della morte. La violenza estrema, la pulizia etnica e lo smantellamento di un'intera società vengono filtrati attraverso i codici psicologici di un videogioco: si ricerca l'adrenalina, il distacco tecnico, la leggerezza di chi si muove dietro allo schermo di un terminale, spogliando l'atto omicida di qualsiasi residuo di umanità e riducendo l'orrore a una fredda routine digitalizzata.

Annientamento dell’Essere: funziono, dunque sono

A completare questo scenario di controllo non c'è più soltanto la manganellata o la censura mediatica, ma l'avvento di quel totalitarismo digitale teorizzato da pensatori come Shoshana Zuboff: un capitalismo della sorveglianza che mappa, anticipa e neutralizza il dissenso attraverso la profilazione algoritmica. Se Michel Foucault ci ha insegnato che la modernità nasce disciplinando i corpi attraverso spazi chiusi e gerarchici come la scuola-caserma e l'ospedale per forgiare “corpi docili”, oggi quel controllo si è fatto immateriale, pervasivo e digitalizzato. Le piazze di oggi vengono preschedate, i social network censurano o penalizzano sistematicamente la solidarietà riducendo la portata dei post (il cosiddetto shadowbanning), e la tecnologia viene convertita in un panopticon invisibile. Se a Genova lo Stato schedava i corpi nei cortei, oggi schedare il pensiero è diventato un processo automatizzato, silenzioso e pervasivo, che ci convince di essere liberi mentre ci recinta dentro confini digitali rigidamente controllati.

Ciò che più spaventa è proprio questa programmatica operazione di inaridimento della reazione collettiva. Questa società basata, volutamente, sull’iper-individualismo ci spinge all'indifferenza, mentre la propaganda soffia sul fuoco della paura costruendo falsi nemici: il pericolo dell'islamizzazione, la retorica della remigrazione, il pericolo del burqa o del niqab – che indosserebbero, guai a loro (ma anche fosse?!) insegnanti e alunne colpevoli di rendere discriminati e minoritari i nostri figli autoctoni (!) –, il tetto del 30% di alunni stranieri nelle scuole. Si dipingono come una minaccia i soggetti più vulnerabili, invertendo completamente la percezione della giustizia.

Cominciano a entrare nella famosa Finestra di Overton concetti e istanze che non sarebbero stati ammissibili, neppure dicibili, in quanto in netto contrasto con i principi e i valori su cui dovrebbe fondarsi una società che vuole dirsi democratica, e che si fonda su una Costituzione antifascista. Ormai l’inammissibile, l’intollerabile, entra a far parte di diritto e in maniera pericolosamente normalizzata e accettabile del dibattito pubblico e, di conseguenza, dell’agenda politica. E noi, normalizzando l’inaccettabile, lo accettiamo, lo interiorizziamo e lo facciamo entrare in quella finestra, sempre più dilatabile, per cui diventa “normale” parlare di “remigrazione”, di classi differenziate per alunni con disabilità, di tetti agli studenti che provengono da famiglie con background migratorio, di educazione militare nelle scuole, di persecuzione di insegnanti e istituti che ospitano webinar sulla Palestina o dove si parla dei rapporti di Francesca Albanese.

Diventa normale che si arrestino superstar hollywoodiane, come Susan Sarandon, perché manifestano davanti all’ONU mentre parla un criminale di guerra, con mandato pendente della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, quale è Benjamin Netanyahu, insieme a tutto il suo partito e ai ministri che ne fanno parte. Diventa tutto normalizzato, tollerato, accettabile; e il dissenso si trasforma in un atto di terrorismo o vandalismo, da criminalizzare, in questa retorica che ci rende soldatini passivi e incuranti, nel tentativo di costruire un nemico fittizio, un capro espiatorio che faccia da incubatore di frustrazioni rispetto a problemi ben più impellenti e urgenti (bisognerebbe ricominciare a parlare di lotta di classe, di sperequazione, di redistribuzione della ricchezza, di sanità al collasso, di soldi spesi per il riarmo, ecc., non di caccia al nemico straniero; ma è più semplice così, e il gaslighting la vince sempre!). Come del resto la propaganda e la retorica hanno sempre agito per oscurare problemi più grandi e insolubili dalla prospettiva dell’agenda politica, che attraversano la società tutta, trasformando colui o colei che stigmatizziamo come “diverso/a” in un pericolo, in una minaccia da neutralizzare, discriminare, emarginare, additare in ogni sua forma, con le buone o, nei peggiori dei casi, con le cattive maniere.

Questa vocazione alla sottomissione non nasce dal nulla: trova il suo primo, silenzioso laboratorio proprio nei banchi di scuola. È lì che l'istituzione scolastica – tradendo radicalmente la sua etimologia più profonda – smette di essere il luogo dell’ex-ducere, del “condurre fuori”, ovvero del risveglio e della fioritura del pensiero critico, per trasformarsi in una caserma burocratica votata all'addestramento e all’indottrinamento. Come ci ha insegnato Ivan Illich analizzando la società industrializzata, l'istruzione di massa rischia costantemente di ridursi a un dispositivo di mercato che distribuisce saperi certificati e merceologici, insegnando ai soggetti a delegare il proprio pensiero a un’autorità burocratica. E in questo ingranaggio, come evidenziato da Pierre Bourdieu, opera la “violenza simbolica”: la forma di dominazione più pervasiva, esercitata con la complicità di chi la subisce. Chi viene filtrato o giudicato dai canoni culturali e linguistici dominanti finisce per interiorizzare l'idea che la propria subalternità sia naturale, mentre la scuola valida l’habitus dei dominanti mascherando da merito democratico una spietata riproduzione sociale. La grammatica e i codici formali vengono imposti non come uno specchio vivo della realtà, ma come un corpus dogmatico di regole da memorizzare acriticamente per punire la deviazione e produrre corpi docili, perfette prede future del gaslighting di Stato.

Senza più un'idea di collettività o di comunità, spinti da questa pedagogia dell'obbedienza, finiamo per accettare la colpevolizzazione delle vittime: i palestinesi etichettati aprioristicamente come terroristi, gli aggressori assolti in nome del “diritto a difendersi”, e chi protesta schedato come sovversivo e marchiato con anni di carcere.

In questo scenario, torna di una drammatica attualità la distinzione che faceva Valerio Callieri, manifestante al G8 di Genova e rinchiuso nella caserma di Bolzaneto, tra colpevolezza e innocenza a livello politico e giuridico:

«Forse oggi io sono innocente, e con la parola ‘innocente’ non intendo qualcosa che abbia valenza giudiziaria, ma uno status molto più vicino all’indifferenza, e al compiacimento ironico di tale indifferenza [...]. La mia innocenza mi consente una tranquilla pacatezza di giudizio, conferitami dalla sottrazione, dalla capacità di non prendere parte veramente a nulla [...]. Noi non eravamo innocenti e non dovremmo considerarci vittime: storicamente, il tentativo di cambiare in maniera radicale il mondo in cui si vive ottiene come risposta una reazione abbastanza dura da parte di chi ritiene che il mondo vada benissimo così [...]. A livello politico il concetto di innocenza mi sembrava e continua a sembrarmene veramente ambiguo»[5].

Impariamo a essere colpevoli, politicamente

Essere politicamente colpevoli non significa esserlo sul piano dei codici penali e della legalità formale: significa assumersi la responsabilità di agire contro uno stato di cose ingiusto. L’innocenza immacolata è diventata la “coperta di Linus” di chi accetta lo status quo, l'accomodamento e la paura. Restare neutrali di fronte al collasso dello Stato di diritto significa essere complici dell'indifferenza.

Allora proviamo a diventare tutti colpevoli: colpevoli di creare crepe in questo inferno, colpevoli di scendere in piazza, di dire “no”, di rifiutare il gaslighting comunicativo che ci vuole lobotomizzati. Colpevoli di custodire una visione del mondo alternativa – sulla scia di quella degli zapatisti, capaci di immaginare “un mondo che contenga molti mondi” – e di custodire una memoria collettiva che non si permetterà mai di cancellare quel sangue (“don’t clean this blood”, sottotitolo di un altro film che ha l’effetto di una bomba nello stomaco: Diaz di Daniele Vicari).

Questo sangue. Quello del 2001, quello delle guerre imperialiste e quello del genocidio che continua a consumarsi, impunito, in diretta streaming sotto i nostri occhi. Ogni giorno e nell’ormai colpevole – questa sì – indifferenza globale. Forse siamo tutti, fin troppo, innocenti. Cominciamo a diventare colpevoli di reazione, di organizzazione, di attivismo, di ribellione, per costruire, o almeno immaginare (perché anche il potere dell’immaginazione ci è stato sottratto, in questo “dato di fatto” delle cose kantianamente dogmatico che annulla ogni alternativa, non solo di pensiero, ma anche di immaginario) di nuovo un mondo diverso, un mondo che sembrava possibile.

Forse nello sguardo azzurro di Carlo, spento per sempre, possiamo ancora ritrovarci e ritrovare la speranza per un mondo migliore. Senza mai, però, voltare la faccia di fronte al sangue che ancora lo ammanta. Non deve essere lo “sporco” che ci fa girare gli occhi dall’altra parte: questo manto di sangue va guardato, è l’impronta di una verità e di una memoria che mai andranno cancellate o ripulite per mondare vigliaccamente le nostre coscienze e convincerci che siano e restino immacolate. È semmai proprio questo pudore, questo sfuggire dalla realtà, questo pallore sbiadito che dovrebbero raccapricciarci, generare scalpore. Sporchiamoci, invischiamoci e infanghiamoci dentro questa negatività, non annulliamola, non rimuoviamo la polvere sotto i tappeti fingendo che non esista. Torniamo a essere colpevoli (nel senso politico, appunto, e non giuridico del termine) di dissenso e non innocenti menefreghisti, che si mettono la coscienza a posto per una faccina che piange sotto una città distrutta. Questa digitalizzazione e virtualizzazione selvaggia ci rende tutti assolti, impotenti e distaccati dal reale, ma invece dovremmo trovare le energie, la capacità e soprattutto un immaginario, ancorché utopico e idealista, che ci permetta di riunirci e attivare un pensiero, un progetto e un'azione collettiva che inglobi le forze e le idee, le istanze, la proiezione (nel senso filosofico e storico del termine – pro iacere, gettare in avanti, che rimanda anche all’uomo primitivo che scagliava pietre per difendersi dagli aggressori; oggi gli aggressori lanciano bombe, droni e propaganda nauseante e pericolosa) di chi non sta più alle regole di questo sistema, che davvero ci vorrebbe tutti impotenti, passivi, manipolabili e vittime di gaslighting.

Per farlo occorre innanzitutto reagire alla controrivoluzione neoliberista e all’Impero digitale che hanno annientato l’Essere Sociale lukacsiano, determinando un’involuzione della specie, per cui in Occidente la società è ritornata a funzionare secondo logiche di natura, come una somma di individui isolati da un individualismo ed egoismo sfrenato. L’uomo occidentale è sempre più fagocitato da un sistema che ne alimenta l’ego, ne annienta la coscienza e la progettualità. Già Zygmunt Bauman nella sua ultima lectio magistralis al Festival della Filosofia nel 2016 descriveva questa “legge della giungla” neoliberista come una legge pedagogica secondo la quale «fin da piccoli ai bambini viene insegnato l’antagonismo (…) Tutto ciò ha conseguenze sui legami umani, che vanno via via allentandosi». Addirittura, ci si impone l’autosfruttamento per cui «oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo per la propria impresa. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi». Dall’isolamento indotto all’annientamento dell’Essere sociale il passo in fondo è breve, poiché «in conseguenza dell’isolamento del soggetto di prestazione che sfrutta se stesso, non si forma un Noi politico capace di un agire comune»[6]. Questo gaslighting non ci fa solo perdere il contatto con il reale, ma anche con noi stessi. La manipolazione che veicola “dalla culla alla tomba”, ci fornisce una «visione unidimensionale di ciò che siamo: ci vediamo e ci valutiamo come macchine che devono funzionare»[7] e non più come esseri umani nella società.

Tutto il filone del transumanesimo, come ultima frontiera della biopolitica e del biopotere, è basato proprio sulle capacità di creare una sorta di “uomo aumentato” in grado di superare gli inevitabili limiti biologici degli esseri umani in quanto esseri viventi. La tecnica, in Occidente, viene lasciata agire alla cieca e procede verso un’eugenetica che supera persino quella nazista in questa rincorsa folle. Il disabile, il malato, l’anziano e in generale chiunque cessi di essere produttivo dovrebbe essere sottoposto alla trasformazione della natura biologica con l’intervento della tecnica. Il cyberumano è già teorizzato dal transumanesimo come superamento delle imperfezioni dell’Uomo che non lo rendono compatibile con il modo di produzione capitalistico e, tra queste, svetta su tutte la libertà di pensiero, il libero arbitrio e l’assoluta non programmabilità della persona. L’Essere Umano continua a voler resistere, agendo in base a emozioni, impulsi ed esperienza che forniscono spessore e qualità alla vita e all’agire, ma poco si adattano a un sistema produttivo plasmato sempre di più sulla macchina. La conoscenza stessa, lungi dal ridursi a un mero accumulo statistico di dati, è qualcosa di strettamente legato all’azione, alla prova e all’errore.

A frenare tutto questo interviene il gaslighting che ci spinge a performare in una “società del funzionamento”, in cui però perdiamo la nostra umanità soprattutto perché veniamo alienati nel virtuale, distaccandoci dalla pratica individuale e sociale in cui viviamo. Smettiamo così di essere empatici e solidali, fino a dimenticarci di essere animali sociali e politici e perdiamo contatto con la nostra materialità fatta di corpi, teste pensanti, desideri e intuizioni. Tuttavia, fuori dall’Occidente, si pensa e agisce politicamente proprio per porre limiti etici, normativi e stabilire dei fini collettivi incastonando l’Uomo al centro del sistema sociale, riportandolo così alla sua effettiva natura. L’Occidente invece continua a fare un uso irrazionalistico della ragione, sostanzialmente per mantenere al potere una classe dirigente che non ha esitato e non esiterà a reprimere ogni rivolta, preventivamente con gli strumenti della psicopolitica o direttamente nel sangue come è accaduto in Italia durante il G8, più recentemente e a più ondate negli Stati Uniti e sta accadendo ancora in queste ore in Francia.

Quel sangue, questo sangue, di ieri e soprattutto di oggi, appartiene a tutti e a tutte noi, e dovrebbe contagiarci: questa ferita va tenuta aperta fintanto che sanguinerà. Stiamoci dentro. Non ripuliamola per far finta che restino pulite anche le nostre coscienze, individuali e collettive.

C’era chi si chiedeva come sarebbe stato il mondo futuro. Chi riusciva a immaginarlo. A immaginarlo migliore. Oggi abbiamo distolto gli occhi anche dal sogno, dalla mera possibilità di tesserlo con un invisibile filo di idealismo, di speranza, forse proprio perché la concretezza, l’impotenza cui siamo sottoposti ci rende impossibile anche solo la mera possibilità immaginifica. Però tornano alla mente le parole di quelle tante figure, più o meno eroiche, quasi simboliche o addirittura iconoclastiche, che idealizzavano, forse utopisticamente, una versione migliore della realtà, di ciò che ci circonda, pensando che valga la pena intervenire, non tanto in ciò che accade – come qualcosa di fatalistico – ma in ciò che possiamo cambiare, in ciò in cui possiamo intervenire per rendere migliore la realtà che viviamo, partendo dagli ultimi che quella realtà la subiscono come Prometeo incatenato a una roccia isolata sui monti del Caucaso mentre un’aquila gli dilania costantemente il fegato, colpevole di aver rubato il fuoco agli dei e reso più indipendenti e maturi gli esseri umani. Peccato di Hybris, per la Grecia arcaica. Oggi, io lo auspicherei, invece, a questa umanità che non sa dove ritrovare l’ardire, le fiamme di un’azione, di un risveglio e si lascia divorare il fegato da un sistema, un sistema-mondo che subiamo quotidianamente.

Eppure, c’era chi, tanto tempo fa, certe domande riusciva a porsele e a porle ancora:

“Come si chiamerà questo mondo? Quale sistema lo sosterrà o dominerà? Ebbene, questo lo decideranno o no, coloro che vivranno. Un mondo in cui il desiderio di egemonizzare e omogeneizzare impari da ciò che questo ha causato in questo e in altri tempi, e fallisca in quel mondo a venire. Un mondo in cui l’umanità non è definita dall’uguaglianza (che non fa altro che nascondere la segregazione di coloro che ‘non sono uguali’), ma dalla differenza. Un mondo dove la differenza non viene perseguitata, ma celebrata. Un mondo in cui le storie raccontate non sono quelle di chi vince, perché non vince nessuno”[8]

Ripartiamo da quelle domande. Non dalle risposte. Scriveva Rainer Maria Rilke, nella suggestiva poesia Sii paziente, in Lettere a un giovane poeta:

“Vivi ora le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e ai libri scritti in lingua straniera. Non cercare ora le risposte che non possono esserti date, poiché non saresti capace di convivere con esse. E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco, senza accorgertene, ti troverai a vivere la risposta”.

Stiamo nelle domande. Non accontentiamoci e non nascondiamoci dietro risposte facili che mistificano la complessità e gli interrogativi che pone. Restiamo sporchi, non laviamo il sangue, che oggi, come ieri, continua a interrogarci. E che ci mette di fronte alla domanda fondamentale, filosofica, etica, esistenziale: “Chi sono io? Chi siamo noi?” ma, soprattutto: “chi voglio essere io? Cosa vogliamo essere noi?”

 

Don’t clean this blood.

From the river to the sea. Palestine will be free!

[1] D. Ferrario, Le strade di Genova, 2002

[2] Italo Di Sabato, Democrazia e autoritarismi. A venticinque anni dal G8 di Genova (2001-2026). Neoliberismo, governance e stato d’eccezione nel XXI Secolo, in Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. Dal “movimento dei movimenti” ai giorni nostri: storia e attualità di una lotta necessaria, Redstarpress, 2026, pp. 163-164.

[3] R. Curcio, Intelligenze artificiali e intelligenze sociali, Edizioni Sensibili alle foglie Società cooperativa, 2024, p. 89

[4] I. Di Sabato, in Genova 2001, op. cit., Comitato Piazza Carlo Giuliani, p. 165 e pp. 173-174.

[5] Valerio Callieri, È così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 90-91

[6] Byung-Chul Han, Psicopolitica, nottetempo s.r.l., Milano, 2016, pp. 16 - 17

[7] M. Benasayag, Funzionare o esistere?, Vita e Pensiero, 2019, p. 23

[8] Frammenti di una lettera del Subcomandante Insurgente Moisés, Enlacezapatista.ezln.org.mx, 22 novembre 2023, in Comitato Piazza Carlo Giuliani, Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora, cit., p. 16.

Flávio Bolsonaro davanti a Lula: cosa racconta davvero il voto brasiliano

Il primo turno delle elezioni brasiliane ha prodotto un risultato destinato a pesare molto più del semplice vantaggio con cui Flávio Bolsonaro ha superato Lula. Il candidato del Partido Liberal ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% del presidente uscente, ribaltando le indicazioni della maggior parte dei sondaggi della vigilia. Il direttore di Quaest Felipe Nunes ha individuato nel risultato un forte movimento di “voto utile” a destra. Le candidature minori avrebbero funzionato, durante la campagna, come una sorta di “cassa d'acqua”, un serbatoio di consensi pronto a spostarsi verso Flávio quando la sua candidatura è apparsa realmente competitiva.

Marco Fernandes, membro del Consiglio Civile dei BRICS e analista geopolitico, invita invece a riconsiderare il ruolo degli stessi sondaggi. Una parte significativa dell'elettorato, sostiene, decide il proprio voto addirittura la mattina delle elezioni, rendendo molto più difficile fotografare con precisione un quadro in rapido movimento. Il sociologo Gabriel Puricelli sottolinea però che il risultato rientrava nelle oscillazioni indicate dalle rilevazioni e che la tendenza più evidente era il progressivo “stagnamento” del voto di Lula accompagnato dalla crescita di Bolsonaro. Per il ballottaggio, secondo Puricelli, il fattore sorpresa è ora dalla parte di Flávio, mentre i voti delle altre candidature di destra costituiscono il bacino più difficile da conquistare per il presidente uscente. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto la presidenza. Il Partido Liberal ha conquistato 121 deputati e 28 senatori, raggiungendo la maggiore rappresentanza della propria storia. Per Marco Fernandes si tratta della prima volta dagli anni Ottanta in cui un partito raggiunge una simile forza parlamentare. Anche nell'eventualità di una vittoria di Lula, avverte l'analista, il rapporto con il Congresso sarebbe “più complicato” rispetto al precedente mandato.

Il politologo José Henrique Artigas parla di una vera e propria “valanga” di voti verso l'estrema destra, sottolineando come il PL sia diventato il partito più forte del Brasile anche grazie alla conquista di parlamentari e governi statali. A suo giudizio, non si tratta più semplicemente dell'avanzata di un'opposizione liberal-conservatrice, ma di una destra che ha acquisito una capacità di presenza territoriale mai raggiunta prima. Artigas interpreta inoltre la trasformazione della comunicazione politica come uno degli elementi decisivi. Il campo conservatore, sostiene, ha saputo sfruttare meglio la nuova centralità degli algoritmi, attraverso una comunicazione costruita per colpire direttamente singoli gruppi di elettori. Una dinamica che avrebbe favorito la crescente capillarità del PL. Lula dovrà ora affrontare anche il problema di una parte dell'elettorato che, pur in presenza di indicatori economici positivi, continua a percepire una distanza tra i dati macroeconomici e la propria vita quotidiana. Criminalità, trasporti, lavori usuranti e indebitamento alimentano quella “frustrazione molto grande della popolazione” evidenziata da Fernandes.

Il ballottaggio del 25 ottobre si giocherà dunque su margini strettissimi. Puricelli avverte che sarebbe irresponsabile attribuire oggi un vantaggio a uno dei due candidati: la differenza è troppo ridotta e anche la partecipazione degli elettori che non hanno votato al primo turno potrebbe incidere. Il primo turno ha però già consegnato una certezza politica: qualunque sia il risultato presidenziale, il Brasile si avvia verso una nuova fase, nella quale il PL e il bolsonarismo dispongono di una forza parlamentare e territoriale senza precedenti nella storia recente del Paese.

Mano libera alle forze dell'ordine: la Francia reprime gli studenti

 

Da tre settimane i licei francesi sono in blocco. Oggi, lunedì 5 ottobre gli istituti in protesta sono almeno 413, e per martedì 6 è prevista una mobilitazione intersindacale di grosse dimensioni. Ma quello che sta facendo discutere non è solo la protesta. È come lo Stato ci sta rispondendo.

Il ministro dell'Interno Laurent Nuñez non ha fatto mistero di come la pensa. Ha detto che non darà "nessuna istruzione di moderazione e nessuna istruzione di non utilizzare tutto l'armamento intermedio a disposizione delle forze di sicurezza interne". Tradotto: mano libera. La Ligue des Droits de l'Homme ha parlato di una "deriva complessiva rispetto allo Stato di diritto" negli interventi contro gli adolescenti, e ha aggiunto che il diritto internazionale "viene completamente calpestato".

I numeri, del resto, sono pesanti. Giovedì 1 ottobre il ministro dell'Educazione nazionale Edouard Geffray ha riferito che dall'inizio del movimento 170 studenti erano rimasti feriti. Poi ci sono i casi singoli, che uno per uno raccontano qualcosa di più grande.

A Lens un ragazzo di 15 anni ha subito una grave ferita alla mano. La dinamica è ancora confusa. Una fonte sindacale della polizia sostiene che il liceale avrebbe voluto raccogliere la granata per rilanciarla, e che questa gli sarebbe esplosa in mano. Il procuratore di Béthune e il prefetto del Pas-de-Calais non hanno confermato questa versione. Il procuratore Etienne Thieffry è stato prudente: ha detto di non essere "in grado di rispondere [sulla questione di sapere] se questo adolescente avesse formalmente raccolto una granata esplosa nella sua mano, o se la granata gli fosse atterrata addosso". E ha aggiunto di non essere "in grado" nemmeno di "indicare quali granate siano state utilizzate". Una ragazza che era vicina al liceale al momento dell'esplosione ha raccontato una cosa diversa: "Stavamo correndo, hanno lanciato questa palla, non so cosa fosse esattamente. L'ha ricevuta nella mano e all'improvviso è esploso". Afferma che un altro ragazzo è stato colpito a una gamba.

A Tours, il 30 settembre, un altro studente ha perso l'uso dell'occhio destro dopo un colpo di LBD (Lanceur de balle de défense). La procura ha confermato che i colpi erano "compatibili" con le "lesioni all'occhio". La famiglia ha sporto denuncia per "violenze da parte di persona che esercita pubblica autorità".

A Saint-Ouen-l'Aumône, nel Val-d'Oise, un ragazzo di 14 anni ha riportato una doppia frattura della mascella, tutti i denti superiori rotti e molti denti inferiori rotti. La sua avvocata, Elsa Marcel, ha detto che il ragazzo se ne stava "isolato" ed è stato "preso di mira dai poliziotti, che lo colpiscono", prima che un agente "spari in testa a un metro di distanza" con un LBD. Il minore, secondo l'avvocata, "ha creduto di morire".

Sempre nel Val-d'Oise, il 1 ottobre, un sedicenne è stato ferito all'occhio dopo un colpo di LBD sulla dalle di Argenteuil. Il parquet ha aperto un'inchiesta dell'IGPN. Secondo la prefettura, i poliziotti avrebbero dovuto affrontare "due giovani situati a una ventina di metri che avevano sparato mortai in loro direzione". "In risposta, due poliziotti portatori di LBD ne facevano uso. I proiettili raggiungevano i due giovani che poi fuggivano".

Poi c'è il caso di Aina, 14 anni, ad Alençon. Un video girato da una giornalista locale la mostra trascinata da un poliziotto che la stringe con il braccio al collo. Siamo al 29 settembre, a margine del blocco del liceo Leclerc-Navarre. Aina ha raccontato il suo trauma: "Ho molto male al collo, ho dolori muscolari, ho male alla mascella. È un po' complicato perché ci ripenso molto". Dice che ha creduto di "rimanerci". I genitori hanno sporto denuncia. Le forze dell'ordine hanno parlato di un intervento "proporzionato", che ha "rispettato il quadro regolamentare". Il delegato sindacale Unité SG Police dell'Orne, Laurent Barreteau, ha detto che "per me non c'è violenza o, in ogni caso, sproporzione", aggiungendo che "abbiamo solo una parte del video" e che si vede un poliziotto che "blocca la ragazza e la sposta".

La LDH ha chiesto "la messa in atto prioritaria di un dialogo con i giovani", "il trattamento sistematico dei bambini per quello che sono, persone da proteggere come stipula la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia", "l'applicazione di una politica di de-escalation delle tensioni" e "l'abolizione definitiva delle pratiche di mantenimento dell'ordine liberticide".

Il punto però non è solo la repressione in sé, per quanto grave. Il punto è che neoliberismo e repressione vanno sempre a braccetto. Le politiche di austerità hanno svuotato la scuola pubblica, tagliato i servizi, arricchito i più ricchi e impoverito tutti gli altri. Quando la gente scende in piazza per rivendicare quello che le è stato tolto, la risposta non è mai politica. È sempre poliziesca. E non è un caso isolato, non è un eccesso di zelo di qualche agente. È il modello. Il neoliberismo produce disuguaglianza, la disuguaglianza produce rabbia, la rabbia viene repressa. E la repressione serve a proteggere l'ordine che ha prodotto quella rabbia. Un regime che si dice liberale e democratico ma che per imporre un regime che la maggioranza dei cittadini rifiuta come ingiusto e inegualitario deve ricorrere all'autoritarismo. L'autoritarismo non è un incidente di percorso. È la condizione necessaria perché il neoliberismo sopravviva.

Sánchez va al voto, la piazza risponde con lo sciopero: la Spagna della casa non aspetta

 

Pedro Sánchez ha sciolto le Camere. La mossa dell’esponente socialista ha ribaltato la scena politica spagnola: elezioni anticipate il 29 novembre, con un anno di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. La decisione non è arrivata dal nulla, ma è la conseguenza diretta di un voto che ha fatto tremare le fondamenta del governo. Venerdì scorso, il Congresso ha affossato i due decreti legge sulla casa, quelli che dovevano fermare gli sfratti e mettere un freno alla speculazione immobiliare. A votare contro, un fronte trasversale che ha unito il Partido Popular, Vox, i conservatori catalani di Junts e l'Unión del Pueblo Navarro.

Per Sánchez, quella bocciatura è stata molto più di una sconfitta parlamentare. È stato il segnale che il suo esecutivo, già in minoranza, non ha più la forza di portare avanti le riforme sociali promesse. Nel discorso con cui ha annunciato lo scioglimento delle Cortes, il premier ha ammesso “errori” e “insufficienze”, parlando di una società indignata perché gli interessi della gente comune vengono calpestati in Parlamento a vantaggio di pochi. Ha parlato di un mondo che si affaccia a un'epoca complessa, di transizione, e ha chiesto agli spagnoli di decidere il proprio futuro. Ma dietro le parole, c'è la consapevolezza che la strada per riconquistare una maggioranza progressista passa attraverso le urne, non attraverso i corridoi del potere.

Vamos a dejarnos la piel, vamos a trabajar para ilusionar y para volver a ganar???? @sanchezcastejon https://t.co/bjc9RgeQC1

— PSOE (@PSOE) October 5, 2026

La decisione arriva nel mezzo di una mobilitazione sociale senza precedenti contro il neoliberismo e la turistificazione di massa delle principali città iberiche. Da settimane, le piazze spagnole sono occupate da chi chiede il diritto alla casa. Il caso di Maricarmen, l'ottantasettenne sfrattata dopo settant'anni di affitto, ha acceso la miccia. A Madrid, ventimila persone hanno sfilato e cinquecento hanno piantato le tende in Puerta del Sol, trasformando la piazza in un accampamento permanente. La rabbia per gli sfratti si è mescolata a quella per i prezzi degli affitti, schizzati in alto del dodici per cento in un solo anno, e per una città che sembra sempre più costruita per i turisti e non per chi ci vive.

Di fronte all'annuncio elettorale, il Sindicato de Inquilinas non ha esitato. Alicia del Río, portavoce del movimento, ha detto chiaro che la lotta per la casa non aspetterà nessun calendario elettorale. La risposta è la costruzione di uno sciopero generale, a partire da questa sera, con assemblee nei quartieri e mobilitazioni territoriali. Il messaggio è che il diritto all'abitare si conquista nelle piazze, non si aspetta che qualcuno lo conceda dall'alto. Anche Unai Sordo, segretario generale di CCOO, ha spinto per mantenere alta la tensione, parlando di uno “sciopero generale” come unica garanzia che le richieste della gente vengano ascoltate, qualunque sia il risultato delle urne. Allo stesso tempo, ha invitato a partecipare al voto, definendolo un diritto democratico fondamentale per rafforzare maggioranze che guardino ai diritti dei più vulnerabili.

Il paradosso è evidente. Sánchez va alle elezioni dopo aver fallito nel far passare le misure sulla casa, ma lo fa presentandosi come l'unico in grado di difendere i diritti sociali contro le élites.

Dall'altra parte, i movimenti sociali non si fidano più delle promesse elettorali e scelgono la strada dello sciopero, sapendo che il voto da solo non basta a cambiare le cose. Anzi, spesso è lo strumento utilizzato per spegnere le lotte. In mezzo, c'è un paese dove il diritto alla casa è diventato un campo di battaglia, dove gli affitti sono fuori controllo e dove le città si svuotano dei loro abitanti per riempirsi di visitatori occasionali.

Le elezioni del 29 novembre non saranno solo una questione di maggioranza politica. Saranno un referendum su chi ha il diritto di abitare le città spagnole, su chi può permettersi di invecchiare nella casa dove ha vissuto per tutta la vita, su chi decide il futuro dei quartieri e delle periferie. E mentre i partiti si preparano alla campagna elettorale, in piazza c'è chi ha già deciso che non aspetterà il risultato delle urne per continuare a lottare.

Merz a Kiev per i miliardi dell'industria di guerra


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


5 ottobre. «Putin bombarda anche Merz», gridano a La Stampa, aggiungendo che il cancelliere tedesco sarebbe arrivato a Kiev, con una «visita a sorpresa», proprio mentre la capitale è sotto tiro costante dei droni russi. E, quasi ci fosse ancora bisogno di testimoniare come i fogli italici più bellicisti rispondano ai medesimi datori di lavoro e attingano alle medesime veline, ecco che, scopiazzandosi l'un l'altro il componimento, Stampa e Corriere della Sera si esaltano al rimando reaganiano di Merz che, sceso dal treno, omelia gesuiticamente «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata. Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra. Ma questi attacchi barbari contro la popolazione civile devono cessare». Un sermone che, ci dicono da Torino e da Milano, fa rivivere il «Mister Gorbachev, tear down this wall», «butti giù questo muro», di Ronald Reagan a Berlino nel 1987. Beh: la Russia non è l'URSS e nemmeno Putin è Gorbacëv.

Ora, il viaggio apostolico e l'orazione papale sulla “pacem in terris” ucraina, da parte di quello che gli stessi tedeschi considerano il loro peggior cancelliere, dice in realtà altre cose, rispetto a quelle raccontate dai media guerrafondai: a partire dalla constatazione che la visita a Kiev di Merz, che negli ambienti politici tedeschi è soprannominato il "Cancelliere ucraino", 

esattamente nel giorno della festa dell'unità germanica, proprio “a sorpresa” non è stata, anche se viene presentata come tale. Non foss'altro che per la semplice constatazione che tali viaggi vengono preparati nei dettagli, come testimonia la presenza, accanto a Merz, di esponenti delle maggiori industrie belliche tedesche. Quanto al titolo a sensazione de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz»: di questo più avanti.

Intanto, i risultati dell'incontro, come sintetizzati per la russa Vzgljad dal politologo tedesco Alexander Rahr, secondo il quale la visita di Merz a Kiev ha permesso a Vladimir Zelenskij di compiere un ulteriore passo verso l'obiettivo di trascinare l'Europa in un conflitto diretto con la Russia. Nel contesto della politica estera, la visita a Kiev del cancelliere è stata «accolta piuttosto positivamente da alcuni media e dall'opinione pubblica tedesca. Tuttavia, è improbabile che ciò influisca sul suo indice di gradimento nazionale, che si attesta ai minimi storici. Non si può certo affermare che il viaggio in Ucraina abbia migliorato la sua posizione agli occhi degli elettori», osserva Rahr. Secondo un sondaggio del gruppo “Wahlen”, la percentuale di coloro che sono favorevoli a un maggiore sostegno a Kiev è scesa dal 43% di febbraio al 32% di giugno.
Altro fatto, che la visita ha avuto implicazioni commerciali positive per le aziende militari tedesche e per altre imprese che si affidano a contratti governativi legati alla crisi ucraina. «Nel complesso, i sostenitori della visita di Merz a Kiev vedono questo gesto come una manifestazione di solidarietà europea con l'Ucraina e una risposta decisa all'"aggressione russa”», anche se un altro segmento della società tedesca ha un'opinione opposta: i critici ritengono che «Merz non abbia fatto abbastanza per la diplomazia e per una soluzione pacifica e ritengono che il Cancelliere stia contribuendo al protrarsi del conflitto e all'aumento delle pericolose tensioni nei rapporti con la Russia», altro che quell'ipocrita «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata», incensato da Stampa e Corriere!

Nella sostanza, il politologo tedesco vede, come principale risultato della visita di Merz, un ulteriore passo di Zelenskij verso il suo sogno di trascinare l'Occidente in un conflitto militare diretto con la Russia: «Solo in questo scenario il capo del regime di Kiev vede la sua ultima possibilità di resistere sul campo di battaglia», dice Rahr, osservando che la maggior parte dei paesi occidentali si sta gradualmente ritirando dalla partecipazione al conflitto. 

Dunque, al di là dell'episcopale strappalacrime «Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra», a uso e consumo di una parte dell'elettorato tedesco, il succo della visita “pacifista” a Kiev era rappresentato dalla presenza, insieme a Merz, della ministra dell'economia Katherine Reiche e dai vertici di Siemens Energy, Hensoldt, Diehl Defence, Quantum Systems, cooperative sociali e società di beneficienza con cristiane finalità d'amore e di pace. Merz ha annunciato lo stanziamento di 1 miliardo di euro in aiuti militari, il finanziamento della produzione congiunta di droni e oltre 350 milioni di euro per il ripristino del settore energetico ucraino. Le aziende tedesche hanno firmato 14 accordi per circa 6,6 miliardi di euro, tra cui un contratto con Diehl Defence per la fornitura di missili antiaerei IRIS-T e un accordo per apparecchiature radar con Hensoldt. Si parla anche dell'incremento della produzione di droni anticarro, che la tedesca Quantum ha già testato con successo.
Alla vigilia della visita a Kiev, ricorda Vzgljad, Merz aveva annunciato l'intenzione di espandere la produzione congiunta di missili e droni e in cambio Zelenskij aveva promesso un aumento degli attacchi contro le raffinerie russe. Già in precedenza, era stata annunciata la creazione di Quantum WIY Industries, una joint venture per la produzione del drone intercettore Strila e delle relative tecnologie di difesa aerea. L'accordo prevede anche lo sviluppo e la produzione congiunta di armi con una gittata superiore a 1.000 km, tra cui il FirePoint-9. Ma il Verbo è «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata».

A parere dell'osservatore militare Jurij Knutov, lo sviluppo del FirePoint dovrebbe includere un sistema di guida tedesco, mentre il propellente potrebbe essere prodotto in Danimarca. In questa situazione, afferma Knutov, Moskva ha due opzioni di risposta. La prima, attaccare le infrastrutture militari e industriali tedesche che operano nell'interesse dell'Ucraina: «questo, per così dire, è il modo più diretto per influenzare la situazione. Tuttavia, rischia di provocare un conflitto su vasta scala tra Russia e NATO... La seconda opzione, più accettabile, è il completo isolamento logistico dell'Ucraina.... La questione di tagliare fuori il nemico dal mar Nero può considerarsi provvisoriamente risolta per ora. Ora è necessario privare la parte ucraina dei collegamenti di trasporto con Polonia e Romania. Per raggiungere questo obiettivo, le forze russe stanno colpendo i ponti di Kiev e conducendo attacchi mirati sulle autostrade che collegano la capitale ucraina con L'vov, Khar'kov e Odessa». Knutov ha anche evidenziato il cambiamento di tattica russo: «la Russia ha smesso di astenersi dagli attacchi contro la capitale ucraina mentre in città si trovano “ospiti” di alto rango. Credo che ciò sia stato fatto deliberatamente, per dimostrar loro chiaramente il reale pericolo dei loro piani di militarizzazione dell'Ucraina e di coinvolgimento dei loro paesi nel conflitto». Moskva, dice Knutov, avrebbe potuto teoricamente «colpire la locomotiva che trainava il treno con a bordo la delegazione tedesca. Credo che la visita di Merz si sarebbe conclusa lì: il Cancelliere sarebbe tornato a Berlino il più rapidamente possibile. E non sono sicuro che la società tedesca avrebbe condannato incondizionatamente l'accaduto, visto il crescente malcontento per il sostegno all'Ucraina a scapito della spesa interna». 

Mertz, aggiunge il politologo Vladimir Kornilov, può essere definito un cadavere politico: «ha seri problemi elettorali e politici. Sarebbe già stato rimosso dal suo incarico se alcuni Länder occidentali – Saarland, Schweswig-Holstein, Nord Reno-Westfalia – non avessero le elezioni in primavera... i politici europei sono particolarmente attivi nel visitare Kiev proprio durante l'aggravarsi dei problemi elettorali nei loro paesi». E quasi a rispondere indirettamente alle urla de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz», Kornilov tiene a smentire le falsità di Merz che, a Kiev, ha affermato che la Russia attacca obiettivi civili: i filmati mostrano che «questi “obiettivi pacifici” sono, ad esempio, gli uffici di Ukrtelecom, che fornisce servizi di comunicazione alle Forze armate ucraine».

D'altra parte, già nei giorni precedenti, quasi in contemporanea col discorso di Vladimir Putin al Valdai Club, Friedrich Merz, intervenendo a Münster in occasione della cerimonia di premiazione della Pace di Vestfalia, che aveva posto fine alla Guerra dei Trent'anni nel XVII secolo, aveva chiesto a Moskva di «porre fine alla guerra e cessare i suoi attacchi ibridi contro l'Europa... Se non riusciamo a tenere a freno Mosca, la macchina da guerra russa prima o poi si rivolterà contro di noi e contro la NATO. Non dobbiamo chiudere un occhio su questo pericolo... Gli Stati baltici diventeranno un campo di battaglia per la guerra con i droni, come ora il Donbass? Quali grandi città europee diventeranno bersaglio dei missili balistici che la Russia sta lanciando contro le popolazioni di Kiev e Khar'kov? Anche noi tedeschi finiremo per diventare bersagli?» e via di questo passo. La sua ricetta contro questa “previsione”, ricorda Pëtr Akopov su RIA Novosti, è dunque quella di mantenere il sostegno all'Ucraina: «se falliamo in Germania, fallirà anche l'Europa. Se restiamo saldi, anche l'Europa resterà salda».

Ma, osserva Elena Karaeva ancora su RIA, il "patrimonio ucraino" è diventato tossico, trasformandosi da leva politica e arma militaristica con cui l'Europa sognava di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, in un peso totale. Non solo non genera profitti, ma consuma anche tutte le risorse a ritmi forsennati. Così, l'Europa si sta sbarazzando del "patrimonio ucraino", proprio come gli astuti agenti di borsa si sbarazzano di titoli non garantiti, un tempo redditizi e ora senza valore.

Sono trascorsi poco più di tre mesi da quando Kiev (ovvero l'Europa) ha dichiarato una campagna di terrore contro i civili, contro l'aviazione civile e persino contro i mercati dell'Europa collettiva. Ecco che ora, invece, «Kiev è diventata una città di prima linea!» urlano i media occidentali, gemendo che «le difese ucraine non tengono il passo con i progressi tecnologici della Russia». E allora gli occidentali sono sbalorditi dal fatto che la Russia abbia iniziato a comportarsi come un popolo i cui cari, le cui case e persino le cui vite stesse non sono semplicemente minacciate, ma vengono sistematicamente e metodicamente distrutte; si colpiscono obiettivi civili che non hanno alcun legame militare. È il caso di ribadire che questa "Kiev in prima linea" ha obbedito agli ordini, quando ha lanciato massicci attacchi con droni contro il convitto studentesco a Starobelsk, uccidendo oltre venti persone, molti minori di diciotto anni, oppure quando quella stessa "Kiev in prima linea" ha lanciato droni Storm Shadow franco-britannico-tedeschi sulle spiagge di Sebastopoli e Gelendžik, uccidendo bambini e adulti.

E ora la "città in prima linea di Kiev", aggiunge Karaeva, ha subito un duro colpo dalla Russia, portato «non ancora con tutta la sua forza. Ma per chiarire a coloro che hanno sottomesso la popolazione ucraina per oltre 12 anni che i giochi, gli inganni, le bugie, l'indifferenza verso le richieste di chiunque, sono finiti. E l'Europa e il suo protetto, la "città in prima linea di Kiev", ne sono stati avvertiti».

Giovanissimi e adulti massacrati nei dormitori e sulle spiagge; ma è Putin che «bombarda anche Merz». Farabutti tagliagole a libro-paga dell'industria di guerra.

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