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Crimini a Gaza e Cisgiordania: lo scandalo che travolge l'Ambasciata USA in Israele

 

Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.

Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso

Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.

L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.

Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.

Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni

Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.

Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:

Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.

Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.

All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.

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Assedio di Israele a Gaza: 21.000 pazienti a rischio, attese fino a 8 anni

 

Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".

"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".

L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".

Un sistema sanitario ridotto in macerie

L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).

In base ai dati diffusi dal ministero:

Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.

Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.

Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.

Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria

L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.

A tre anni dall'inizio delle ostilità, il bilancio delle vittime e dei feriti resta drammatico, con oltre 74.000 morti e più di 175.000 feriti secondo i dati del Ministero della Salute. La quasi totalità della popolazione locale ha subito sfollamenti forzati e ripetuti, mentre le infrastrutture civili dell'intera regione rimangono prevalentemente distrutte.

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«Abbiamo preso la Bastiglia!»: la protesta degli studenti dilaga in Francia

La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.

Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.

La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.

Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.

Melenchon: "Se sarò Presidente non faremo la guerra per Taiwan" (VIDEO)

 

«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.

Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».

E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.

 

Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 8, 2026

Europarlamentare slovacco: "State creando una EuroGestapo e pensate alle elezioni in Russia"

 

Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche. 

Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti». 

Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:

 
 
 
 
 
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UE, via libera al 22° pacchetto di sanzioni alla Russia

Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.

Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità. 

A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.

Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.

Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.

E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.

Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi


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“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

Hamas: Tempesta di Al-Aqsa una necessità storica

 

In una serie di dichiarazioni riportate dall'emittente HispanTV, Khaled al-Qadumi, rappresentante del Movimento di Resistenza Islamica Palestinese (Hamas) in Iran, ha ribadito che l'Operazione Tempesta di Al-Aqsa ha rappresentato una «necessità storica» e una svolta inevitabile nella lotta contro il regime israeliano.

Intervenendo a Teheran alla conferenza "Cause, obiettivi e prospettive" – organizzata dall'Associazione per la Difesa del Popolo Palestinese in occasione del terzo anniversario degli eventi del 7 ottobre – Al-Qadumi ha dichiarato: «Dopo anni di oppressione, crimini e umiliazioni subite da un intero popolo, è naturale e lecito attendersi una tempesta». Il rappresentante di Hamas ha poi criticato i Paesi occidentali per il mancato riconoscimento della civiltà palestinese, accusando il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di perseguire apertamente una politica di espansione territoriale.

Ripercorrendo le finalità militari dell'azione, Al-Qadumi ha precisato che la cattura dei prigionieri sionisti costituiva l'obiettivo primario annunciato fin dalle prime fasi dell'operazione, traguardo che ha poi consentito il rilascio di circa mille detenuti palestinesi dalle carceri israeliane durante i successivi scambi.

Rispondendo alle critiche sull'elevato costo umano e sulle distruzioni causate dal conflitto, il delegato di Hamas ha usato toni netti: «Chi mette in discussione l'operazione alla luce delle vittime è un traditore. La Tempesta di Al-Aqsa non è stata un'opzione tra le tante, ma un'estrema necessità: senza di essa, la questione palestinese sarebbe finita nell'oblio». Ha poi aggiunto un drammatico monito: «Se non fossimo intervenuti, i coloni avrebbero attuato un piano per uccidere due milioni di palestinesi e conquistare il territorio fino al mare».

L'inviato ha inoltre espresso duro rammarico per la reazione internazionale all'indomani dell'attacco: «L'8 ottobre molti Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione rivolta non solo contro Gaza, ma contro l'intero Islam, che ha spianato la strada a un bilancio tragico di oltre 75.000 martiri».

Nel corso del suo intervento, Al-Qadumi ha bocciato categoricamente la via diplomazia tradizionale: «Abbiamo negoziato per anni, ma quali sono stati i risultati? Solo altri martiri e altri prigionieri. Non dobbiamo illuderci: trattare in queste condizioni significa accettare di diventare schiavi degli oppressori».

In conclusione, rinnovando l'appello ai media affinché continuino a raccontare al mondo la realtà di Gaza, il rappresentante di Hamas ha confermato che l'impegno per l'unità palestinese, il rispetto degli accordi di cessate il fuoco e la piena liberazione del territorio prosegue senza sosta, definendo l'Operazione Tempesta solo l'inizio di questo percorso. All'incontro hanno preso la parola anche Naser Abu Sharif, rappresentante della Jihad Islamica Palestinese, ed esperti della regione, raccogliendo commenti e valutazioni convergenti anche da parte dei passaggi diffusi da Ansar Allah e dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

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Dottrina Monroe 2.0: così gli Usa riconquistano l'America Latina


di Fabrizio Verde

L'America Latina è tornata a essere il cortile di casa, e Washington non si preoccupa più di tanto di nascondere la mano. Che si tratti di pressioni diplomatiche o di veri e propri ribaltamenti dei poteri giudiziari, l'obiettivo è uno solo: blindare governi di estrema destra e modelli neoliberisti, piegando la sovranità dei Paesi latinoamericani alle esigenze geopolitiche ed economiche degli Stati Uniti. 

A Città del Messico, la presidente Claudia Sheinbaum cerca di camminare sul filo del rasoio. Sa bene come stanno le cose, lo dicono i documenti storici, dalla strage di Tlatelolco fino alle recenti e opache vicende legate al cartello di Sinaloa. L'ingerenza delle agenzie a stelle e strisce è un fatto acclarato, tanto che l'ex presidente Andrés Manuel López Obrador non aveva usato mezzi termini contro l'ambasciatore statunitense Ronald Johnson. Sheinbaum, però, indossa i panni del pragmatismo diplomatico, costretta a bilanciare la consapevolezza storica con la realtà dei rapporti di forza. "Quando so che c'è ingerenza lo dico senza problemi, ma devo anche cercare di mantenere una relazione diplomatica", ha spiegato la presidente, ricordando che la linea rossa resta "il rispetto per la nostra sovranità". Una sovranità, va da sé, che gli USA tollerano solo fino a un certo punto. Anzi, con il rilancio della nuova Dottrina Monroe targata Trump non tollerano affatto: a tal proposito si veda l’attacco contro Caracas il sequestro del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, attualmente ostaggi degli USA a New York.

Altro esempio di ingerenze clamorose arriva dalla Bolivia, dove il governo di Rodrigo Paz ha appena offerto uno spettacolo desolante di sottomissione agli ordini piovuti da nord. Il bersaglio era il procuratore generale Roger Mariaca, reo di aver indagato troppo da vicino su figure vicine alla cerchia di Donald Trump.

Mariaca è finito in un carcere di Potosí, lo stesso in cui aveva fatto rinchiudere decine di criminali quando era in servizio. "Ho condotto le indagini insieme al mio team; abbiamo assicurato alla giustizia assassini che attualmente si trovano in custodia cautelare proprio nelle carceri in cui ci state mandando", ha avvertito il magistrato durante l'udienza, denunciando la violazione del suo diritto alla difesa e l'allontanamento forzato dai suoi figli minori. 

Il suo peccato originale? Aver indagato su Fernando Cerimedo. Cerimedo non è un personaggio qualsiasi. È il consulente di estrema destra che il Washington Post ha ribattezzato l'uomo del movimento MAGA nel continente, oggi stretto collaboratore del presidente boliviano Paz. L'uomo è gravemente indiziato per tentato omicidio ai danni dell'avvocato Nadia Beller, arricchimento illecito e persino per aver protetto voli di narcotrafficanti, come dimostrerebbero le intercettazioni in cui tratta il pagamento di tangenti per i cosiddetti "narco-voli". Ma a Washington, e di riflesso a La Paz, queste inezie passano in secondo piano se l'uomo è funzionale all'agenda USA.

Per salvare il loro uomo, gli Stati Uniti hanno usato l'arma del ricatto: l'inserimento di Mariaca in una lista nera che ha portato alla revoca dei visti per 29 funzionari tra Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù. Di conseguenza, la polizia boliviana ha fatto irruzione nel Ministero Pubblico. Uomini incappucciati, nessun ordine giudiziario locale, un'azione da polizia politica. Il risultato? Mariaca è in cella, sulla base delle presunte confessioni di un narcos uruguaiano detenuto negli USA, e al suo posto è stato messo un procuratore fantoccio, José Urioste. Durante l'incostituzionale sessione del Congresso che ha ratificato questo golpe bianco, i funzionari delle ambasciate di Stati Uniti, Argentina e Perù assistevano dalle tribune, come a voler ricordare a chi spetta davvero il comando.

L'effetto collaterale di questa manovra è l'azzeramento delle indagini contro Cerimedo e la campagna di fango contro chi ha osato denunciarlo. Nadia Beller, vittima di violenza, si ritrova ora accusata di essere collusa con la Procura boliviana, usando vecchie foto di un suo impegno come attivista per i diritti degli animali per cercare di incastrarla. "Non mi metteranno a tacere. Non mi intimidiranno. Non permetterò che, dopo essere stata vittima, pretendano di trasformarmi in perseguitata politica", ha scritto l'avvocato, smascherando la macchina del fango orchestrata dalla difesa del suo aguzzino.

Il ministro della Difesa boliviano ha dovuto ammettere l'evidenza: l'offensiva contro Mariaca nasce da informazioni fornite direttamente dagli Stati Uniti, e si parla già apertamente di una possibile estradizione del magistrato a nord. Ma questo non è un episodio isolato. È la fotografia nitida di un nuovo corso latinoamericano disegnato a tavolino da Washington, dove la sovranità popolare viene sistematicamente sacrificata sugli altari degli interessi geopolitici ed economici statunitensi.

I risultati delle ultime tornate elettorali nella regione confermano questo disegno strategico. In Colombia, l'ascesa al potere di Abelardo de la Espriella ha segnato una brusca sterzata verso un esecutivo di estrema destra e "mano dura", smantellando in tempi record le aperture progressiste del passato per riallineare Bogotà alle direttive della Casa Bianca.

Ancora più significativo è quanto sta accadendo in Brasile, dove la vittoria di Flavio Bolsonaro al primo turno delle presidenziali contro Lula ha dato una scossa agli equilibri del continente. Il ritorno in forza della destra radicale e neoliberista, con un consenso che ha ribaltato le stesse proiezioni dei sondaggi, non è un semplice fenomeno interno. È il frutto di un ecosistema mediatico e politico che ha vede in Washington un attore disposto a fare di tutto per vedere naufragare ogni esperienza socialista o progressista nel continente americano.

Dal Venezuela alla Bolivia al Brasile, passando per la Colombia, il messaggio è chiaro e non ammette repliche. Dove la diplomazia non basta, si corrompe o si distrugge l'indipendenza della magistratura. Dove le urne potrebbero dare un risultato sgradito, si mobilitano apparati occulti e pressioni economiche senza precedenti. L'obiettivo finale resta immutato: garantire che i governi della regione siano semplici amministratori di condominio, fedeli esecutori di un modello che arricchisce pochi e asservisce intere nazioni alle esigenze del padrone di casa in quel di Washington.

Il nuovo "malato d'Europa": la Francia può innescare una nuova crisi del debito sovrano?

L’euro è scivolato ai minimi degli ultimi 17 mesi contro il dollaro, mentre i mercati finanziari prendono sempre più di mira la Francia, alle prese con una crisi del debito che rischia di investire il cuore stesso dell’Eurozona. Per anni il rischio finanziario europeo è stato associato soprattutto ai Paesi periferici, dalla Grecia all’Italia. Oggi, invece, è una delle principali economie dell’Unione a trovarsi sotto pressione. I numeri raccontano una situazione allarmante. L’indebitamento complessivo supera i 3.500 miliardi di euro e il suo finanziamento diventa progressivamente più costoso. Il rendimento dei titoli decennali francesi ha toccato il 5% a fine settembre, raggiungendo livelli che non si vedevano dal 2002. Lo spread rispetto ai Bund tedeschi è salito ai massimi da 14 anni, mentre Parigi si trova ormai a pagare interessi superiori persino a quelli di Grecia e Italia. Un segnale significativo del deterioramento della fiducia degli investitori. A complicare il quadro è lo stallo politico.

Il governo di minoranza del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu cerca di imporre tagli alla spesa pubblica per 54 miliardi di euro nel bilancio 2027, ma incontra forti resistenze. Con le presidenziali all’orizzonte, le principali forze politiche non sembrano disposte a sostenere misure di austerità impopolari. Marine Le Pen propone un referendum per introdurre limiti al deficit, mentre Jean-Luc Mélenchon punta alla cancellazione di una parte del debito e a un aumento della spesa pubblica. Nel frattempo, Parigi ha programmato nuovi investimenti militari per decine di miliardi di euro, con ulteriori 36 miliardi destinati alla difesa nel periodo 2026-2030. Una scelta che accresce le tensioni sulle finanze pubbliche in una fase già estremamente delicata. Il pericolo maggiore è rappresentato da una spirale finanziaria: rendimenti più elevati aumentano il costo del rifinanziamento del debito, facendo crescere la spesa per interessi e il deficit. Per coprire quest’ultimo, lo Stato deve emettere nuovi titoli, alimentando ulteriormente la pressione sui mercati.

La Francia dovrà affrontare nel prossimo anno un fabbisogno di finanziamento stimato in 340 miliardi di euro. La crisi potrebbe inoltre propagarsi agli altri Paesi europei. Gli investitori stranieri detengono circa la metà del debito pubblico francese e un eventuale disimpegno potrebbe provocare nuove vendite sui mercati obbligazionari. Anche i titoli italiani sono da osservare con attenzione, dopo l'allargamento degli spread seguito alle recenti tensioni francesi. Resta infine la questione della Banca Centrale Europea. L’istituto dispone di strumenti per intervenire, tra cui il Transmission Protection Instrument, introdotto nel 2022 proprio per contrastare dinamiche disordinate nei mercati obbligazionari dell’Eurozona. La BCE potrebbe acquistare titoli francesi per contenere l'impennata dei rendimenti, ma finora questo intervento nno sembra essere contemplato. Il dilemma è evidente: lasciare che i mercati impongano una disciplina finanziaria sempre più severa oppure intervenire per impedire che le difficoltà di Parigi mettano in discussione la stabilità dell'intera moneta unica. Una crisi del debito francese avrebbe infatti conseguenze ben più ampie di quelle già sperimentate con la Grecia. Il rischio più estremo sarebbe una frattura nella stessa fiducia nell'euro, fino a creare condizioni in cui i depositi e gli strumenti finanziari denominati nella moneta unica non siano più considerati equivalenti nei diversi Paesi.

Uno scenario ancora lontano, ma che dimostra quanto la crisi francese possa trasformarsi in una prova decisiva per l'architettura economica europea. Dopo anni di austerità imposta ai Paesi periferici in nome della stabilità finanziaria, l'Unione si trova ora davanti a una contraddizione difficile da eludere: quando a vacillare è uno dei suoi pilastri, le regole di bilancio rischiano di scontrarsi con la necessità di salvaguardare l'intero sistema. E la risposta a questa contraddizione potrebbe determinare il futuro dell'Eurozona.

La farsa della "pace" di Kiev e il mito delle Wunderwaffe

 

La “pace” fasulla dei Goncharenko ucraini e le “Wunderwaffe” di Kiev

 

6 ottobre. La notizia, se così la si vuol definire, dato che si tratta sostanzialmente di un goffo e aperto tentativo di “bidonare” Moskva, è che il deputato della Rada Aleksej Goncharenko, uno abituato in passato a farsi immortalare in compagnia di Joe Biden o nelle scene più violente del majdan ucraino, ha rilasciato nei giorni scorsi una dichiarazione dettata dal panico, cavalcando però anche l'onda degli umori della gente che, stando ai sondaggi ufficiali ucraini, al 72% propende per addivenire a un accordo con la Russia. «Ponti parzialmente chiusi a Kiev» ha detto Goncharenko, «attacchi al settore energetico. Attacchi alle imprese. Attacchi ai depositi. Attacchi ai data center. Ci troviamo di fronte a un problema enorme. E la strategia scelta dal governo, cioè la ricerca di una “Wunderwaffe” che risolverà tutti i nostri problemi, è assurda».

Goncharenko fa parte della frazione parlamentare Solidarietà europea, che fa capo all'ex Presidente golpista Petro Porošenko, pur se, ufficialmente, la frazione non appoggia tali posizioni, condivise invece da alcuni deputati del frazione Servo del popolo del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, secondo il quale, però, l'uscita di Goncharenko risponde a precise istruzioni ricevute da non meglio identificati inviati di Donald Trump. «La realtà è questa: stiamo perdendo la guerra» afferma Goncharenko; «stiamo perdendo un numero enorme di uomini; non abbiamo abbastanza denaro nostro per pagare la guerra, figuriamoci per governare il paese; stiamo perdendo attività commerciali ed economiche: per la prima volta in 100 anni, non abbiamo prodotto una sola tonnellata di acciaio in una settimana». Dunque, propone di raggiungere un accordo con la Russia, contando comunque che il regime banderista mantenga il controllo sulla maggior parte dell'Ucraina. «Se i nostri alleati americani vogliono prezzi dell'energia bassi... e le sanzioni contro la Russia vengono comunque revocate, forse non dovremmo essere così sciocchi e dovremmo approfittarne.

Ad esempio, dovremmo noi stessi sostenere la revoca delle sanzioni contro la Russia in cambio della fine di tutti gli attacchi sul territorio ucraino, dello sblocco del mar Nero e della limitazione delle ostilità in un settore del fronte nel Donbass».

Goncharenko propone quindi di accettare l'abbandono dell'adesione alla NATO, anche se, come si evince dal suo ragionamento, solo a parole, restando cioè l'Ucraina una forza per procura dell'Alleanza atlantica, sotto l'ombrello occidentale: «Per cercare di raggiungere un accordo, dobbiamo inviare un segnale. Ad esempio, la questione della neutralità. Torniamo di nuovo alla realtà. Saremo accettati nella NATO? Se veniamo presi, la NATO ci aiuterà in caso di guerra? Conosciamo la risposta a queste domande... Facciamo intendere che siamo pronti a parlare di neutralità... Continueremo la cooperazione con la NATO come ora. Creeremo un bilancio europeo comune per finanziare il nostro esercito. Proseguiremo nel riarmo». Questo il succo, chiaro e tondo, spiattellato quanto basta, da un lato, per adeguarsi al sentimento popolare stanco della guerra e, dall'altro, per non essere accusato di “tradimento” da nazisti e nazionalisti.

Il politologo Vladimir Fesenko, di stretta osservanza presidenziale ucraina, ritiene che l'uscita di Goncharenko risponda a un sentimento diffuso nel paese: «Molte persone dicono che sia necessario avviare colloqui di pace con la Russia e che si debbano fare delle concessioni; alcuni lo dicono sottovoce, altri tra di loro, altri ancora in discussioni riservate. Goncharenko si limita a esprimere pubblicamente la stessa posizione che, in un modo o nell'altro, viene già discussa nella nostra società a porte chiuse... Non faccio una valutazione quantitativa in questo momento, perché ci sono dati sociologici, ma penso che il numero reale di queste persone sia più alto; non tutti rispondono alle domande dei sociologi». In ogni caso, dice, Goncharenko cerca di approfittare dell'attuale situazione militare, politica e socio-psicologica: «si rende conto che la gente è stanca, molti sono depressi. Ci sono sempre più persone che desiderano sinceramente porre fine alla guerra, anche a costo di fare delle concessioni. Lui ha percepito questo sentimento e vuole cavalcare quest'onda, diventarne il leader, elaborare il suo programma politico e sfruttare questo momento favorevole. Questa è la sua politica».

“Sua” relativamente, obietta il politologo ucraino, fieramente russofobo, Jurij Romanenko: conoscendo il soggetto, si può dire che Trump stia creando una falsa immagine di "pacificatore" a partire dalla “prostituta” Goncharenko, che viene promosso dagli americani come una delle alternative politiche per l'Ucraina del dopoguerra. Per quanto riguarda Porošenko, anche se la frazione Solidarietà europea ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Goncharenko, l'ex presidente sta conducendo un ben preciso gioco, visto che Goncharenko non è stato espulso dalla frazione alla Rada: Porošenko «è astuto in questo senso. La sua è una strategia razionale... ti metti al riparo dai rischi, lanci un'esca e, se succede qualcosa, hai in mano gli strumenti adatti... Ipotizziamo che Goncharenko si candidi alla presidenza, inizi la campagna elettorale; Porošenko guarda i sondaggi e valuta le probabilità tra Zalužnyj e Goncharenko, o qualcun altro... se ci saranno le elezioni, se ci sarà un paese, se a quel punto ci sarà uno stato. Ecco come andrà a finire».

Oltre che delle smanie “pacifiste” di Goncharenko, Romanenko parla anche della situazione militare, che è lecito supporre niente affatto slegata dall'uscita del deputato di Solidarietà europea. Così, dice Romanenko, nella guerra con la Russia, l'Ucraina si è affidata a un miracolo, sperando  in un colpo di fortuna. Evidente il riferimento ai famosi “Flamingo”, al FP-7, della cui realizzazione in accordo con la Germania si è trattato anche nel corso della visita a Kiev di Friedrich Merz del 4 ottobre. Romanenko dice che «il percorso è più o meno questo: si crede nei miracoli, si aspetta un'arma miracolosa che cambierà tutto, si aspetta che la Russia crolli da sola o che arrivi la NATO. Mentre aspettiamo, per quanto tempo combatteremo? Fino alla fine, fino all'ultimo ucraino. Il governo è alla ricerca di una “Wunderwaffe”, un'arma miracolosa che risolverà tutti i nostri problemi».

Il fatto è, afferma il politologo, che nemmeno la comparsa di missili balistici ucraini cambierebbe la situazione, dato che la Russia ne avrebbe comunque molti di più, anche se Kiev, dice, potrebbe trovare una contromisura ai droni a reazione russi.

Ma la Russia poi ne creerà di nuovi e «noi cercheremo di nuovo una contromisura. E così via, in un circolo vizioso. E ogni ciclo ci costa migliaia di vite, migliaia di distruzioni. Gli ucraini amano il misticismo. Crediamo nei segni, nella salvezza miracolosa, che in qualche modo accadrà, che in qualche modo ce la faremo. Ma il mondo reale è spiacevole. I buoni muoiono, le armi miracolose arrivano troppo tardi o non arrivano affatto».

Anche un nazista convinto, come l'ex comandante di compagnia di “Ajdar”, Evghenij Dikij, afferma che non abbia senso annunciare continuamente le date di lancio dei missili balistici ucraini contro Moskva, dato che la Russia ha già attaccato con successo gli impianti di produzione di FirePoint e dei suoi subappaltatori. Indicare delle «date precise, in queste circostanze, a mio parere è un po' sbagliato: sarebbe stato meglio tacere, come hanno fatto con il FP-7. Lo hanno annunciato solo dopo che il lancio in combattimento era già iniziato... Penso che sarebbe una buona idea imporre il silenzio anche sul FP-9, destinato a Moskva». Le preoccupazioni dei nazisti sono comprensibili, commenta Anatolij Lapin su PolitNavigator; ma, con i “Gherani” che "decomunizzano" quotidianamente le strutture di Kiev, il regime di Zelenskij ha semplicemente bisogno di placare in qualche modo il malcontento pubblico, e le promesse di vendetta con i nuovi “Flamingo” servono proprio a questo.

A questo proposito, l'ex vicesegretario del Consiglio di sicurezza ucraino Serghej Krivonos sostiene che il programma missilistico balistico di FirePoint sia una pura farsa, e la dimostrazione del lancio del FP-7 nient'altro che un tentativo di giustificare l'appropriazione indebita di miliardi di dollari. «Non è il primo lancio di questo missile che io ricordi; è il quindicesimo o sedicesimo. E ancora una volta non ha prodotto alcun risultato. Se ci fosse stato un risultato, le autorità lo avrebbero sbandierato ai quattro venti. Si tratta dell'ennesima truffa populista a basso costo per ingenui... negli ultimi due anni sono stati spesi oltre due miliardi di dollari per la campagna FirePoint... con quella somma avremmo potuto bombardare l'Impero russo con semplici sgabelli, in termini di quantità... non vediamo obiettivi effettivamente colpiti in territorio nemico, non vediamo niente, e non vediamo i soldi che sono stati investiti in questo progetto... Guardate, invece, con quanta sistematicità, purtroppo, operi l'industria della difesa nemica e come stia accelerando la modernizzazione dei droni aerei di cui dispone, ampliandone le capacità. Stiamo portando avanti un progetto che risale alla Seconda Guerra Mondiale, cercando di presentare come arma miracolosa un missile che ha esaurito le sue potenzialità. Cosa faremo con quest'arma miracolosa, anche se iniziasse a volare per i 250-300 chilometri promessi? Per noi, questo non risolve assolutamente nulla».

In effetti, afferma il politologo ucraino Ruslan Bortnik, Kiev ha migliorato le contromisure contro i droni russi, ma ne sta pagando un prezzo elevato. A suo dire, il numero di droni russi che raggiungono Kiev si sarebbe ridotto al 10-15%: «Potremmo assistere a un calo di efficacia dei droni russi, i cosiddetti “pacchetti”, che vengono abbattuti con maggiore frequenza. Per inciso, questa settimana c'è stato un attacco balistico su Kiev, ma alcuni missili, compresi quelli balistici, sono stati abbattuti, il che indica che il sistema di difesa aerea ucraino si è dotato di munizioni, anche antimissile, che vengono parzialmente utilizzate... e purtuttavia la difesa aerea ha un costo elevato... il rapporto costi-benefici non è a favore dell'Ucraina. In altre parole, la Russia spende meno risorse infliggendo danni maggiori. L'Ucraina deve spendere più risorse per abbattere queste armi relativamente più economiche».

Secondo Bortnik, la fase più acuta della guerra aerea raggiungerà il suo primo picco a dicembre e il successivo a febbraio; «quindi, amici, prepariamoci». Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, non diamo un peso che assolutamente non ha alle omelie propagandistiche dei Goncharenko di turno: se ce fosse stato ancora bisogno, proprio la visita del cancelliere tedesco a Kiev è servita a ribadire dove e chi prenda le decisioni sulla guerra in Ucraina contro la Russia. La pace necessaria ai conti elettorali della Casa Bianca, se arriverà, potrà benissimo sorvolare sulle uscite alla Goncharenko.

 

Festa nazionale ed esplosione dei consumi: come la risposta del mercato interno cinese smonta i calunniatori della sua economia

Pan Li, una trentenne di Pechino, ha appena concluso un viaggio on the road con la sua famiglia a Datong. Le parole d'ordine: meraviglie turistiche, cucina locale, attività educative per i bambini e un pizzico di tecnologia. La sua esperienza non è un caso isolato, ma il ritratto vivido di una nazione che si muove, spende e si gode la vita. Durante le recenti festività, centinaia di milioni di cinesi hanno preso la strada, confermando un trend che va ben oltre il semplice svago. È il termometro di un'economia che respira a pieni polmoni e di un benessere quotidiano che si traduce in scelte di consumo più consapevoli e appaganti.

Non si tratta solo di spostamenti fisici. I numeri delle ferrovie, con oltre 250 milioni di viaggi, e gli incassi al botteghino, superiori a 1,1 miliardi di yuan, raccontano di un mercato interno vibrante. Il vero segnale di un miglioramento tangibile della qualità della vita emerge però da come le persone decidono di utilizzare il proprio budget. I viaggiatori cercano esperienze più lunghe e ricche. Quasi il 30 percento ha prenotato hotel in almeno due città, mentre le prenotazioni in quattro o più città sono schizzate in alto. Questo desiderio di esplorazione profonda indica che i cittadini non si limitano più a risparmiare per necessità, ma investono attivamente nel proprio benessere culturale e personale.

Pan Li e la sua famiglia hanno speso circa 8.000 yuan per una settimana di viaggio, come racconta il quotidiano Global Times La voce più grossa del budget non è andata a finire in costi rigidi come benzina, pedaggi o biglietti d'ingresso, ma in esperienze. "Il servizio di guida turistica è straordinario, costa circa 500 yuan a visita. Mia figlia sembra avere domande senza fine per la nostra guida riguardo ai reperti culturali che abbiamo visitato", racconta. 

Questa transizione dal consumo materiale a quello esperienziale è la prova regina di un tessuto economico maturo. Le persone hanno la serenità finanziaria per pagare la conoscenza, il tempo e le emozioni.

L'innovazione dal lato dell'offerta asseconda perfettamente questa nuova domanda. Sul monte Tai, circa 2.000 turisti hanno provato gli esoscheletri robotici per scalare la montagna. Per 80 yuan, questa tecnologia ad alta intensità ha azzerato la fatica, trasformando una passeggiata faticosa in un'esperienza accessibile e memorabile. È l'immagine perfetta di un'economia che funziona. La tecnologia non sostituisce l'uomo, ma eleva la sua esperienza quotidiana, rendendo il tempo libero davvero tale.

Gli analisti leggono questi dati come un indicatore macroeconomico di prim'ordine. Wang Peng, ricercatore associato presso l'Accademia di Scienze Sociali di Pechino, fotografa la situazione con chiarezza: "Non si tratta di una crescita a impulsi in un singolo settore, ma di un riflesso concentrato della continua ottimizzazione della struttura dei consumi e di un impulso endogeno del mercato che si rafforza costantemente, gettando le basi a livello micro per la ripresa e il miglioramento dell'economia per l'intero anno. I vantaggi del super-mercato cinese continuano a essere liberati, i consumi nei servizi sono diventati il motore principale della crescita, gli effetti del sostegno politico sono stati erogati con precisione e l'innovazione dal lato dell'offerta ha continuato a rinvigorire la vitalità".

Questo benessere si riversa anche oltre i confini nazionali. I turisti cinesi hanno invaso le mete globali, dai Dodici Apostoli in Australia alle Dolomiti in Italia. Un trend sui social recitava "Il mondo intero sa che i cinesi sono in vacanza". Le autorità thailandesi prevedono l'arrivo di 250.000 visitatori dalla Cina. Il cerchio si chiude con il turismo in entrata. Zhang Yiwu, professore all'Università di Pechino, nota come gli stranieri cerchino sempre più la Cina autentica: "La tendenza a privilegiare le esperienze approfondite è anche notevolmente evidente nel turismo in entrata, con i visitatori d'oltremare sempre più disposti ad avventurarsi in regioni meno conosciute per sperimentare la Cina autentica".

Le vacanze autunnali in occasione della Festa Nazionale cinese non sono solo una pausa dal lavoro. Sono la manifestazione tangibile di una società che ha raggiunto un nuovo gradino di prosperità. Un'economia che sa produrre ricchezza, distribuire opportunità e permettere ai suoi cittadini di godersi il frutto del proprio impegno, scoprendo il mondo e se stessi. Vista dalla Cina, la depressa Europa in crisi è a una distanza siderale.

 

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Spionaggio e Mossad: terremoto sui servizi segreti tedeschi

 

L'ex capo dei servizi segreti esteri tedeschi (BND) è stato arrestato con l'accusa di spionaggio e tradimento, secondo quanto riferito dalla procura. August Hanning, 80 anni, è sotto inchiesta per tentato tradimento e per aver agito come agente di un servizio di intelligence straniero, come confermato dall'Ufficio del Procuratore Generale Federale.

Hanning è stato presidente del Servizio federale di intelligence tedesco tra il 1998 e il 2005. L'arresto è avvenuto a Bad Tölz-Wolfratshausen, nella Germania meridionale. Contemporaneamente, il suo ex capo di stato maggiore — identificato solo come Manfred D. — è stato arrestato a Steinfurt, nella Germania occidentale, con l'accusa di "favoreggiamento in tentato tradimento e spionaggio".

La procura ha dichiarato: "In un'occasione, Hanning ha utilizzato informazioni classificate fornite da Manfred D. per redigere un'analisi destinata a un ufficiale di un servizio di intelligence straniero".

Secondo le ricostruzioni dell'accusa, Manfred D. ha ricoperto il ruolo di capo dello staff anche per i successori di Hanning tra il 2012 e il 2026. Sfruttando tale posizione per accedere a dati altamente riservati, li avrebbe poi trasmessi ad Hanning in cambio di compensi in denaro; Hanning avrebbe infine riutilizzato quelle informazioni nella sua attività di consulenza privata.

"Le attuali scoperte suggeriscono che, nel corso degli anni, Manfred D. abbia fornito a Hanning circa 2.000 documenti, molti dei quali contenevano informazioni classificate da utilizzare esclusivamente dai servizi segreti federali per scopi interni, in particolare per i briefing di intelligence destinati ai dirigenti", si legge nel comunicato ufficiale.

La nota della procura non ha specificato per chi i due uomini stessero spiando né quale fosse il Paese dell'agente straniero coinvolto, aggiungendo che "è ancora da stabilire se il materiale sia effettivamente giunto al destinatario previsto".

Le reazioni politiche e la pista azera

Il deputato tedesco Marc Henrichmann, presidente della commissione parlamentare per la vigilanza sui servizi segreti, ha dichiarato con fermezza all'agenzia AFP che la Germania "non tollererà il tradimento dei segreti" e ha aggiunto: "Chiunque si allei con i nemici della nostra democrazia liberale verrà smascherato".

Parallelamente, la rivista Der Spiegel ha rivelato che gli inquirenti starebbero valutando una pista che porta in Azerbaigian, ipotizzando che Hanning fosse in contatto diretto con un agente di quel Paese. La procura federale si è tuttavia rifiutata di commentare questa indiscrezione.

Nel corso delle indagini, le proprietà di Manfred D. e di Hanning sono state perquisite in diverse località della Germania, tra cui la capitale Berlino.

La pista del Mossad e il caso Christina Block

Le indagini sul caso di spionaggio avrebbero preso quota grazie ad alcune prove rinvenute nella residenza di Hanning ad Amburgo, perquisita dalla polizia locale nel settembre 2025 nell'ambito di una diversa inchiesta che coinvolge l'imprenditrice Christina Block.

Block, erede della nota catena di ristoranti di famiglia Block House, si trova al centro di un controverso caso giudiziario per l'affidamento dei figli ed è attualmente a processo con l'accusa di sequestro di persona. Secondo gli inquirenti, la donna avrebbe inizialmente ingaggiato la società di sicurezza privata di Hanning, la System 360, e l'ex agente della polizia criminale Thorsten Mehles per prelevare i suoi due figli minori dalla casa del padre in Danimarca e riportarli in Germania.

Dopo il fallimento di questo primo tentativo, Hanning avrebbe quindi commissionato l'operazione a Yaakov Perry, ex capo dello Shin Bet (l'agenzia di intelligence interna israeliana). Perry, oggi alla guida della società di intelligence privata CGI Group, ha assemblato una squadra che ha aggredito l'ex marito di Block, Stefan Hansel, riuscendo a rapire i bambini. Lo stesso Hansel sostiene che Hanning abbia reclutato anche l'ex capo del Mossad, Danny Yatom, per partecipare all'azione.

Interrogato su queste accuse dai media israeliani, Yatom ha dichiarato di aver conosciuto Hanning alla fine degli anni '80, sostenendo però di non avere "alcun legame con questo caso". Tuttavia, intervistato nel 2021 sempre dalla stampa israeliana, era stato lo stesso Hanning ad affermare di aver mantenuto "rapporti di lavoro molto stretti, persino di amicizia" con Yatom e con altri alti funzionari del Mossad anche ben oltre la fine del suo mandato alla guida del BND.

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Fare soldi a palate: chi trae profitto dalle stragi a Gaza e in Yemen?

 

In un articolo scritto da Fleur Hargreaves su Middle East Eye si ricorda come il commercio globale di armi sia un business che calcola i suoi profitti in miliardi e le sue perdite in vite umane. Questo devastante bilancio e il tema di Making a Killing: How the West Profits from Slaughter in Gaza and Yemen, un nuovo libro dell'organizzazione investigativa sulla corruzione nel settore degli armamenti Shadow World Investigations, scritto da Andrew Feinstein, Ruth Rohde e Jack Cinamon, insieme a Paul Holden e alla professoressa Anna Stavrianakis.

Nel libro, gli autori ripercorrono i fiumi di sangue che sgorgano dalle rovine di Gaza e dello Yemen fino agli incontri segreti tra politici e amministratori delegati di aziende produttrici di armi, smascherando la corruzione che permea il complesso militare-industriale: non tanto un virus che infetta il settore, quanto piuttosto la sua linfa vitale, ciò che lo mantiene in vita. Il progetto e iniziato nel 2017 con l'intento di documentare la crisi in Yemen, ma gli autori hanno incluso Gaza dopo l'inizio del genocidio nell'ottobre del 2023. L'opera, la cui pubblicazione e prevista per novembre, trasmette l'urgenza e l'immediatezza dei conflitti che stanno per definire il crollo dell'ordine internazionale e della supremazia morale un tempo rivendicata dalle democrazie occidentali.

Come osserva Hargreaves, mentre le perdite non vengono mai avvertite da coloro che traggono profitto dalla guerra, il libro rende omaggio ad alcune delle sue vittime attraverso le voci del giornalista palestinese Ahmed Alnaouq e dei fondatori di Mwatana for Human Rights, organizzazione con sede in Yemen, Radhya al-Mutawakel e Abdulrasheed al-Faqih. Mwatana e un'organizzazione che si propone di documentare le vittime civili della guerra in Yemen, le cui notizie non vengono riportate dai media internazionali o regionali. Alnaouq, autore di Non siamo numeri, ha visto tre generazioni della sua famiglia sterminate in un singolo raid aereo israeliano sulla sua casa a Gaza. Nel libro racconta con angoscia di come lo apprese da un messaggio di un amico a Gaza che diceva: "Attacco aereo. Tutti uccisi". «Israele pensava che uccidere la mia famiglia mi avrebbe messo a tacere, che mi avrebbe spezzato», dice, «ma non avrebbero mai potuto prevedere che questo avrebbe dato un nuovo scopo alla mia vita. Ora piu che mai, la mia vita ha un senso, un obiettivo chiaro e preciso: scoprire chi ha ucciso la mia famiglia, chi ha tratto profitto dall'omicidio della mia famiglia». La ricerca di una risposta a questa domanda diventa la forza trainante dell'indagine intrapresa da Feinstein, Rohde e Cinamon.

Sebbene si tratti di un conflitto meno conosciuto, gli autori ripercorrono in dettaglio la storia della guerra in Yemen e come essa sia stata resa possibile dagli armamenti occidentali, una realta tuttora in atto, nonostante il Primo Ministro britannico Andy Burnham abbia recentemente promesso di continuare a sostenere l'Arabia Saudita nel contesto dell'ultima escalation con gli Houthi in Yemen. Il rapporto tra le potenze occidentali e l'Arabia Saudita, descritto semplicemente dall'allora principe ereditario Fahd come uno scambio di petrolio in cambio di sicurezza, e da tempo caratterizzato da corruzione e illegalita. L'accordo per la fornitura di armi Al-Yamamah tra l'Arabia Saudita e il Primo Ministro britannico Margaret Thatcher e stato il piu grande nella storia del Regno Unito, con un valore stimato fino a 6 miliardi di sterline (7,94 miliardi di dollari) versati in tangenti e regali sontuosi a membri della famiglia reale saudita, intermediari e altre personalita, tra cui il figlio della stessa Thatcher, da parte dell'azienda oggi nota come BAE Systems, la piu grande azienda di armamenti del Regno Unito.

Nonostante rappresentino solo lo 0,5% del commercio globale, le transazioni di armi sono responsabili di circa il 40% dei casi di corruzione. Tale corruzione e facilitata da accordi opachi, conclusi con denaro dei contribuenti e celati dietro autorizzazioni di sicurezza di alto livello, per impedire che i nemici si impossessino di informazioni cosi preziose. Sebbene alcuni casi di corruzione siano palesi, molti altri sono sistemici: aziende produttrici come BAE Systems vengono regolarmente trattate come un braccio dello Stato. Quello che viene spesso definito un porta girevole tra funzionari governativi e lobbisti delle armi potrebbe essere descritto piu accuratamente come un ufficio open space o, come osservo una volta il ministro degli esteri di Tony Blair a proposito di BAE Systems, come avere la chiave della porta del giardino di Downing Street numero 10.

Secondo gli autori, non e il valore dei prodotti in se, solitamente gonfiato al limite della truffa, bensi la capacita dell'azienda di influenzare il governo a rendere possibile questo rapporto. In questo modo, il denaro intriso di sangue ritorna nelle mani di politici corrotti, gruppi di pressione e think tank, per poi confluire nel tessuto vitale della democrazia, ostacolando la politica estera al fine di favorire un ulteriore accumulo di profitto privato a qualsiasi costo. Non si tratta di un errore del sistema, bensi del sistema che funziona esattamente come previsto.

"Il commercio di armi e la spina dorsale del potere statale sotto l'egemonia statunitense", sostengono gli autori, con Israele e Arabia Saudita che rappresentano due poli strategici per il mantenimento del potere degli Stati Uniti in Medio Oriente. Lo Yemen e Gaza simboleggiano il passaggio globale dal potere coloniale europeo al periodo postbellico di un ordine politico ed economico incentrato sugli Stati Uniti. In questo contesto, le elite di tutte le nazionalita collaborano tra loro e con i dirigenti delle aziende produttrici di armi per il proprio arricchimento personale e per sostenere un sistema che permette loro di continuare a guadagnare. Ecco perche la politica estera sembra spesso svolgersi al di fuori del dibattito democratico, con decisioni prese in uffici aziendali appartati, senza essere influenzate dai milioni di persone che scendono in piazza a protestare. "Il commercio corrotto di armi ci sta trascinando inesorabilmente in un mondo in cui persino le democrazie liberali stanno diventando le migliori democrazie che il denaro possa comprare", scrivono.

Citando 1984 di George Orwell, gli autori spiegano che "la consapevolezza di essere in guerra, e quindi in pericolo, fa si che la cessione di tutto il potere a una piccola casta appaia come la condizione naturale e inevitabile per la sopravvivenza". Pertanto, le spese per la difesa vengono presentate come un servizio di interesse pubblico volto a garantire la sicurezza, anche se assorbono fondi che potrebbero essere destinati ai servizi pubblici. In guerra esistono sempre fondi inesauribili.

L'ingerenza negli affari esteri, attraverso l'invio di armamenti in conflitti regionali instabili, comporta determinati rischi, tra cui quello che viene definito effetto boomerang. Le conseguenze negative, spiega il libro, dimostrano come la distribuzione globale sconsiderata delle armi possa alimentare proprio quell'instabilita che il commercio di armi e l'establishment della difesa affermano di voler contrastare. Dall'armamento dei mujahidin in Afghanistan contro i sovietici al sostegno a Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, gli Stati Uniti hanno la tendenza a trasformare i propri alleati in nemici da un giorno all'altro. Ma quando sacche di instabilita e violenza sono all'ordine del giorno, le ripercussioni negative vengono percepite come un vantaggio, mentre il rischio viene scaricato sulla popolazione locale: un altro nemico creato per la guerra al terrorismo, un'altra opportunita per aizzare l'opinione pubblica e spingerla a sostenere guerre senza fine con il pretesto della difesa.

In alcuni casi cio e del tutto esplicito. Israel Ziv, ex capo della Direzione Operazioni dell'esercito israeliano e fondatore di Global CST, una societa di servizi di sicurezza che ha orchestrato le esportazioni di armi israeliane, e stato sanzionato dal governo statunitense per aver fornito armi a entrambe le parti in conflitto nel Sud Sudan, traendo al contempo profitto da contratti per risolvere la crisi umanitaria che lui stesso aveva contribuito a creare. Allo stesso modo, l'ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha guidato il Regno Unito in un'invasione illegale dell'Iraq e ha mentito al pubblico sulle armi di distruzione di massa del paese, ha capitalizzato sui suoi fallimenti da quando ha lasciato l'incarico, in particolare sedendo nel Consiglio per la Pace di Trump per la ricostruzione di Gaza. «Mentre i palestinesi setacciano 60 milioni di tonnellate di macerie, Blair e i suoi alleati stanno gia pianificando come monetizzare la ricostruzione», scrivono Feinstein, Rohde e Cinamon. "L'uomo che ha contribuito a distruggere la regione ora si propone come colui che la risana, ovviamente a pagamento."

Making a Killing svela come dirigenti e politici abbiano stabilito un prezzo per le vite umane nelle sale riunioni delle aziende, senza mai dover affrontare le conseguenze delle proprie azioni dall'altra parte del mondo. L'inchiesta riportata nel libro ha calcolato che la somma finale dei profitti accumulati dalla distruzione di Gaza, con la conseguente devastazione di innumerevoli famiglie come quella di Alnaouq, ammonta a 50 miliardi di dollari. I ricchi e i potenti coinvolti nel Consiglio per la Pace sperano di generare ulteriori profitti trasformando Gaza in una zona di speculazione immobiliare senza regole, come suggerito da un video di intelligenza artificiale pubblicato da Trump.

La tecnologia israeliana viene commercializzata a Gaza come testata sul campo ed esportata in zone di conflitto in tutto il mondo, oltre ad essere utilizzata per la sorveglianza interna al fine di contrastare le proteste antigovernative. Teatri di guerra come quelli di Gaza e dello Yemen vengono trattati come laboratori per la produzione di armi ad alta tecnologia, che vengono poi vendute a prezzi esorbitanti nelle fiere del settore. La bomba che ha ucciso la famiglia di Alnaouq e stata prodotta dalle aziende statunitensi Boeing e General Dynamics e sganciata da aerei prodotti da Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman e BAE Systems, tra gli altri; aziende le cui azioni hanno registrato un incremento vertiginoso e i cui dirigenti sono piu ricchi che mai.

L'indagine rivela i parallelismi tra i due conflitti: la bomba probabilmente utilizzava la stessa testata di quella sganciata su un mercato in Yemen, documentata da Mwatana, che uccise quasi 100 civili, tra cui 25 bambini. La risposta alla domanda "chi ha fabbricato la bomba che ha ucciso la mia famiglia?" mette a nudo l'avidita e la corruzione intrinseche a un'industria il cui modello di crescita si basa sulla morte e sulla distruzione, elementi che sono al centro dell'egemonia occidentale. Il libro Making a Killing: How the West Profits from Slaughter in Gaza and Yemen di Andrew Feinstein, Ruth Rohde e Jack Cinamon e pubblicato da Verso.

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"Ho degli esami da correggere": il piano del docente israeliano per massacrare centinaia di palestinesi

 

Un docente di matematica israeliano è stato incriminato per un presunto piano volto a uccidere centinaia di cittadini palestinesi di Israele e palestinesi residenti nei territori occupati, con l'obiettivo di costringere le popolazioni ad abbandonare le proprie case.

Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, l'uomo, un professore sessantenne dell'Università Bar-Ilan, è accusato di aver elaborato un piano dettagliato per attacchi simultanei contro comunità palestinesi, comunità beduine e città miste, stando all'atto d'accusa presentato dai pubblici ministeri. Il suo nome è attualmente coperto da un'ordinanza di silenzio emessa dal tribunale.

Secondo l'accusa, il docente avrebbe pianificato di reclutare 72 attentatori ebrei, incluso se stesso, da dividere in 12 gruppi da sei persone. I gruppi, armati di armi da fuoco, asce e martelli, avrebbero dovuto sferrare attacchi coordinati per provocare un elevato numero di vittime e seminare il terrore. Tra i bersagli figuravano cittadini palestinesi di Israele, comunità beduine, residenti di Gerusalemme Est e della Cisgiordania occupata.

L'obiettivo finale indicato dai magistrati era costringere i palestinesi alla fuga o all'espulsione definitiva verso Giordania, Libano e Striscia di Gaza. Il docente aveva battezzato il suo progetto "AIT", acronimo della frase ebraica "la nazione effettuerà il trasferimento".

L'elaborazione del piano sarebbe iniziata nel febbraio 2023, sulla scia delle tensioni interetniche del 2021, per poi subire un'accelerazione dopo gli attacchi condotti da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. L'uomo avrebbe anche effettuato sopralluoghi nei pressi della comunità beduina di Tuba-Zangariyye, nel nord del Paese, per studiare le vie d'accesso.

Per oltre un anno il professore ha cercato reclute per le azioni armate, senza tuttavia trovare adesioni. Tra i tentativi figura anche quello nei confronti del politico di estrema destra Moshe Feiglin, leader del partito Zehut; di fronte al mancato riscontro, il docente avrebbe tentato di ricattarlo con lettere minatorie. Feiglin e i membri del suo partito hanno successivamente denunciato le minacce alla polizia.

"Ho degli esami da correggere"

I pubblici ministeri hanno chiesto la custodia cautelare in carcere fino alla conclusione del processo, evidenziando la pericolosità sociale dell'imputato e la natura meticolosa dei preparativi. Durante l'udienza, tuttavia, il docente ha respinto le accuse di pericolosità chiedendo di tornare a casa: "Ho degli esami da correggere", avrebbe dichiarato in aula secondo quanto riportato da Ynet. L'Università Bar-Ilan ne ha disposto la sospensione immediata in attesa del giudizio, condannando con fermezza i fatti contestati.

Il caso si inserisce in un quadro di crescente allarme per la violenza dell'estrema destra e gli attacchi contro i palestinesi in Israele e nei territori occupati. Dall'inizio dell'operazione militare a Gaza, i palestinesi in Cisgiordania hanno subito un'escalation di aggressioni, incendi dolosi e distruzioni di proprietà da parte dei coloni.

Dal 2023 si registrano più di 1.300 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), tra gennaio e metà settembre sono stati censiti oltre 1.600 attacchi condotti da coloni che hanno causato vittime o danni materiali. La Commissione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha definito questa ondata di violenza come prolungata e senza precedenti, evidenziando il sostegno logistico, finanziario e militare garantito dal governo israeliano a tali gruppi.

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Il Melonellum è un golpe (ma non per le ragioni sollevate dalle opposizioni parlamentari)

 

di Agata Iacono per l'AntiDiplomatico

 

La nuova legge elettorale è a tutti gli effetti un golpe. E non per le questioni sollevate dai media e dalle opposizioni parlamentari. Perché l'aspetto della raccolta firme passa sotto silenzio?
 
Abbiamo gridato allo scandalo per le elezioni annullate in Romania, per i partiti messi fuorilegge, per le vere e presunte ingerenze sovranazionali, per i brogli. Ma il Melonellum bypassa direttamente tutti questi fastidiosi e noiosi ostacoli, che potrebbero inficiare gli esiti già stabiliti.
 
Comunque vada. il Parlamento resta blindato: chi è dentro è dentro, chi è fuori resterà per sempre fuori. Non c'è alcun bisogno, infatti, con questo emendamento, di fingere una vera campagna elettorale.
 
Chiunque sarà eletto sarà espressione di una legge incostituzionale.
 
Perché l'esclusione di qualsiasi soggetto politico che non sia già in parlamento non è l'argomento principe del dibattito pubblico mediatico e politico?
Forse perché è funzionale al falso bipolarismo e perpetua il gattopardesco balletto?
 
Vediamo, in sintesi, cosa prevede la nuova legge elettorale.
 
Per le liste e i nuovi partiti privi di rappresentanza parlamentare, la nuova norma quadruplica il numero di firme, innalzando da 1.500 a 6.000 le sottoscrizioni cartacee richieste per ciascun collegio plurinominale (con un massimo che può arrivare fino a 7.000 a seconda delle disposizioni).
 
Esattamente, per singolo collegio plurinominale saranno necessarie un minimo di 6.000 a un massimo di 7.000 firme (rispetto alle precedenti 1.500–2.000).
A livello nazionale, quindi , saranno richieste fino a circa 450.000 firme complessive tra Camera e Senato (o circa 300.000–378.000 a seconda delle stime sui collegi)
 
Questo significa, in pratica, costringere i partiti più piccoli fuori dal parlamento e i nuovi soggetti politici, (come Agorà), a costituire banchetti di raccolta per ogni singolo collegio (perché puoi firmare solo se risulti nelle liste elettorali dello specifico ambito territoriale), mobilitando non solo un numero esorbitante di volontari, ma affrontando soprattutto spese ingenti per pagare gli autenticatori autorizzati.
 
D'altronde, l'astensionismo fa molto comodo. Proprio quei cittadini, che hanno disertato le urne e che sono andati invece a votare no al referendum contro il controllo della magistratura, potrebbero votare contro la guerra, per interrompere ogni relazione con Israele, per riprendere i rapporti commerciali con la Russia, per uscire addirittura dalla NATO e dalla UE....
 
Meglio non correre questo pericolo, meglio non farli proprio votare. Meglio, molto meglio, criminalizzarli e perseguirli nelle piazze. Meglio trasformarli in violenti disorganizzati, piuttosto che aprire loro la possibilità di usare gli strumenti di una (vera) democrazia parlamentare...

E' lotta di classe, bellezza! La verità sulle piazze francesi in fiamme che i media vi nascondono

La rivolta degli studenti francesi non si ferma e comincia a oltrepassare i confini. Dopo settimane di mobilitazioni contro riforme, tagli di bilancio e il progressivo deterioramento delle condizioni scolastiche, le proteste si sono estese anche al Belgio, in particolare ad Arlon e Liegi. In Francia, martedì 450.000 persone sono scese in piazza in oltre 30 città, mentre nella capitale gli studenti hanno eretto barricate con i cassonetti.

Gli scontri hanno già provocato centinaia di feriti e quasi mille arresti. Dietro la rabbia ci sono problemi molto concreti: classi sempre più affollate, carenza di insegnanti, giornate scolastiche eccessivamente lunghe e ore di lezione perse per l'assenza di personale. Il Ministero dell'Istruzione riconosce che circa il 10% delle ore di lezione annuali viene perso per diverse ragioni. Ma la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. La carenza di docenti e personale è particolarmente grave nelle scuole delle aree più povere, mentre nei territori più svantaggiati gli studenti pagano un prezzo molto più alto in termini di qualità dell'istruzione. Nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, una delle aree più povere attorno a Parigi, stime citate nel dibattito parlamentare hanno indicato perdite di ore di lezione enormemente superiori alla media nazionale.

A questo si aggiunge un'altra realtà difficilmente occultabile: edifici scolastici in condizioni fatiscenti, arredi deteriorati, aule prive di adeguati sistemi di climatizzazione e persino locali colpiti da infiltrazioni e allagamenti. Sono immagini circolate nelle ultime settimane sui social e diventate uno dei simboli della protesta. Eppure la reazione di Donald Trump ha cercato di spostare completamente il terreno dello scontro, attribuendo quanto accade in Francia all'immigrazione e alla diffusione dell'islam. Una lettura che ignora proprio le ragioni concrete portate dagli studenti nelle piazze. La Francia, infatti, spende per l'istruzione secondaria più della media OCSE. Il problema riguarda quindi anche l'efficacia della spesa, la sua distribuzione e le profonde disuguaglianze territoriali. Le risorse non impediscono che interi territori, soprattutto quelli più poveri, soffrano della carenza di insegnanti e di strutture adeguate.

La protesta degli studenti francesi, ora arrivata anche in Belgio, racconta così qualcosa di più profondo di una vertenza scolastica: una generazione che si trova a fare i conti con servizi pubblici sempre più diseguali e con un modello economico che scarica sui territori più fragili il costo delle proprie contraddizioni.

 

"Smettetela di usare i diritti umani come arma". Uno storico discorso della Cina all'ONU

I paesi del cosiddetto occidente collettivo sono veri e propri maestri di doppi standard e nel vantare una incomprensibile e ingiustificata superiorità morale rispetto al resto del mondo. L’ultima conferma è arrivata nell’ambito della della Terza Commissione dell'Assemblea Generale dell'ONU, dove sono tornati ad attaccare la Cina sul tema dei diritti umani. A tal proposito – come riporta il quotidiano Global Times -  Sun Lei, vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, ha replicato esortando un gruppo di paesi a smettere di inventare e diffondere falsità sulla Cina e a cessare di strumentalizzare la questione dei diritti umani a fini politici.

La Cina ha quindi condannato fermamente e respinto con sdegno le accuse infondate e le denigrazioni malevole riguardanti la situazione dei diritti umani nel Paese, mosse da nazioni quali Regno Unito, Australia, Giappone, Irlanda, Repubblica Ceca e Lituania durante il dibattito generale della Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite; quanto dichiarato da Sun è contenuto in una nota diffusa dalla Missione permanente della Cina presso l'ONU.

Questi paesi si considerano superiori agli altri e spesso assumono l'atteggiamento di chi si autoproclama "maestro dei diritti umani", pur avendo essi stessi gravi problemi in questo ambito; Sun ha aggiunto che tali paesi non sono nella posizione di impartire lezioni agli altri sui diritti umani, né tantomeno di rilasciare dichiarazioni irresponsabili sulla Cina.

Come evidenziato da Sun, la Cina ha continuato a tutelare e migliorare il benessere della popolazione attraverso lo sviluppo, eliminando la povertà assoluta su tutto il territorio nazionale. Quasi 100 milioni di persone sono state sottratte alla povertà ed è emersa una classe a reddito medio composta da oltre 400 milioni di persone.

Per contro, negli ultimi anni la povertà nel Regno Unito è peggiorata: oltre 14 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, metà delle quali in condizioni di "povertà estrema". In Giappone, il tasso di povertà relativa tra le famiglie si attesta al 15%, mentre la povertà infantile è diventata sempre più marcata. La Cina esprime profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Giappone, ha affermato Sun.

Nel frattempo, la Cina ha continuato a promuovere la democrazia popolare a processo integrale e a garantire che il popolo gestisca il Paese; da anni, il sostegno e la soddisfazione dell'opinione pubblica nei confronti del governo superano il 90%. La legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong ha segnato una svolta storica per la città, portandola dal caos al buon governo e dalla stabilità alla prosperità, migliorando e sviluppando al contempo il suo sistema democratico e ottenendo un ampio sostegno in tutta la città.

Di contro, i sondaggi mostrano che circa il 75% dei cittadini del Regno Unito è preoccupato per il futuro della cosiddetta democrazia. O di quel simulacro presenta in tali paesi. In Australia e nella Repubblica Ceca, la fiducia dell'opinione pubblica nel governo è scesa a livelli minimi storici, con un calo significativo anche della fiducia dei giovani nella democrazia, ha aggiunto Sun.

Sun ha affermato che tutti i gruppi etnici in Cina sono membri paritari della famiglia della nazione cinese e sono strettamente uniti, come i “chicchi di un melograno”. I diritti politici, economici, culturali, religiosi e di altra natura delle popolazioni di tutti i gruppi etnici nella Regione autonoma uigura dello Xinjiang e nella Regione autonoma del Xizang sono efficacemente tutelati. L'adozione e l'attuazione della legge sulla promozione dell'unità e del progresso etnico mirano a favorire la prosperità e lo sviluppo comuni per tutti i gruppi etnici. Al contrario, il Giappone non ha adempiuto ai propri impegni di eliminare la discriminazione razziale e non ha trattato le popolazioni Ainu e Ryukyu come gruppi etnici alla pari, mettendo a rischio la loro sopravvivenza e il loro sviluppo. Nel Regno Unito, in Australia e in Irlanda, il colonialismo ha causato danni duraturi che persistono ancora oggi; questi Paesi affrontano gravi problemi sociali, tra cui razzismo e divisioni etniche, ha evidenziato Sun.

Sun ha inoltre dichiarato che, in un contesto di turbolenze globali e ostacoli per il multilateralismo, la Cina ha contribuito alla causa internazionale dei diritti umani attraverso il proprio sviluppo e sforzi concreti per promuovere il dialogo, la cooperazione e una governance globale dei diritti umani più equa.

Per contro, Paesi come Regno Unito, Australia, Giappone, Repubblica Ceca e Lituania invocano spesso la moralità, pur rimanendo indifferenti al trattamento ingiusto subito dalle popolazioni di Palestina, Iran e Cuba. Essi utilizzano ripetutamente i diritti umani come pretesto per interferire negli affari interni di altri Stati, in linea con l’imperialismo USA, e imporre misure coercitive unilaterali, ledendo gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e assumendo un ruolo estremamente deplorevole.

In conlusione, Sun ha affermato che la tendenza globale verso il multipolarismo e relazioni internazionali più democratiche è irreversibile e ha invocato maggiore solidarietà e cooperazione in materia di diritti umani. Ha ribadito che la Cina perseguirà un percorso di sviluppo dei diritti umani adeguato alle proprie condizioni nazionali, si impegnerà in un dialogo costruttivo e si opporrà alla politicizzazione dei diritti umani, esortando al contempo un ristretto numero di paesi a smettere di fabbricare e diffondere menzogne sulla Cina e di strumentalizzare le questioni relative ai diritti umani a fini politici; in caso contrario, finiranno solo per recare danno a se stessi.

L'UE taglia il welfare per regalare 574 miliardi all'industria bellica USA (I DATI AGGIORNATI)


La spesa militare complessiva dei paesi europei salirà del 15% nel 2026, raggiungendo i 574 miliardi di euro. Si tratta di un aumento del 103% rispetto al 2021, quando la spesa ammontava a 283 miliardi di euro, secondo i dati di SIPRI e NATO esaminati dal quotidiano Vedomosti.

Quest'anno, la spesa militare in Europa è salita al 2,55% del PIL, rispetto all'1,64% di cinque anni fa. È importante notare che questa cifra rappresenta solo la spesa diretta per la difesa. I paesi della NATO destineranno un ulteriore 1,4% del PIL a investimenti correlati in infrastrutture militari e sicurezza. Per coprire tutte queste spese, le autorità hanno dovuto attingere alle tasche dei cittadini europei, aumentando le tasse, accrescendo il debito pubblico e i relativi costi di servizio, e persino riducendo la spesa sociale.

La spesa europea cresce partendo da una base inferiore rispetto a quella statunitense; inoltre, l'Europa ha sostenuto la maggior parte dei costi per il supporto all'Ucraina, ha sottolineato l'esperto di relazioni internazionali Vasily Kashin. Nel 2022, ad esempio, l'Europa ha stanziato 16 miliardi di euro in aiuti militari al regime di Kiev, mentre gli Stati Uniti ne hanno forniti 21 miliardi. Tuttavia, entro il 2025, gli Stati Uniti hanno azzerato i propri finanziamenti. Gli europei hanno coperto la differenza, portando gli aiuti a 33 miliardi di euro, secondo l'Istituto di Kiel per l'economia mondiale (Kiel Institute for the World Economy). Le forniture belliche rimangono di provenienza statunitense, ma sono finanziate quasi interamente dagli europei.

In linea con programmi strategici chiave come il piano "ReArm Europe/Readiness 2030", del valore di 800 miliardi di euro, l'Europa sta attivamente riconvertendo la propria industria verso la produzione militare, ha osservato l'esperto militare Alexander Stepanov. Tuttavia, la militarizzazione è un motore di crescita economica inefficiente, poiché i beni e i servizi prodotti non vengono reinvestiti nel ciclo produttivo, ha fatto notare Kashin. Gli investimenti nel settore della difesa creano posti di lavoro, stimolano la produzione industriale e sostengono lo sviluppo tecnologico; pertanto, nel breve termine, possono avere un impatto positivo sul PIL, ha sottolineato l'esperto economico Pavel Sevostyanov. Tuttavia, gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto, nella digitalizzazione, nell'energia o nella modernizzazione industriale accrescono la produttività dell'intera economia, mentre una parte significativa della produzione militare non genera valore aggiunto, ha spiegato.

Il piano "ReArm Europe" (o "Readiness 2030") dovrebbe mettere l'Europa in condizione di esercitare autonomamente una deterrenza militare nei confronti della Russia entro tale data, riducendo la sua dipendenza critica dagli Stati Uniti, ha sottolineato Kashin. Tuttavia, sono state le aziende statunitensi a trarre i maggiori vantaggi dal riarmo europeo, basato su tecnologie USA – come l'acquisto di caccia F-35, sistemi di difesa aerea Patriot e infrastrutture informatiche –, ha osservato Demokrit Zamanapulov, ricercatore senior presso l'Accademia russa delle scienze. Il trasferimento di equipaggiamenti e munizioni all'Ucraina ha ulteriormente svuotato gli arsenali europei, rendendo necessario l'acquisto di nuovi modelli dagli Stati Uniti. Praticamente gli USA si sono smarcati dal pantano ucraino ma costretto l’Europa a rimpinguare le sue casse acquistando gli armamenti da inviare al regime di Kiev. 

Intanto le popolazioni europee pagano le conseguenze delle scellerate politiche del blocco europeo. Dalle sanzioni alla rinuncia dell’energia russa a basso costo su cui l’Europa aveva fondato la sua competitività economica. Neoliberismo e russofobia hanno provocato crisi economica, crisi energetica, irrilevanza sullo scacchiere internazionale e quindi qualità della vità che si riduce a vista d’occhio. Così mentre in Francia scoppia la rivolta studentesca contro il neoliberismo e in Spagna quella per il diritto alla casa. I fanatici neoliberisti che siedono in quel di Bruxelles studiano nuovi tagli al residuo welfare europeo per finanziare la guerra per procura contro la Russia. 

 

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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

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“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

 

Gaza, l'inchiesta che smentisce Parigi: "35 spedizioni di armi a Israele"

 

Secondo un’indagine congiunta del Movimento Giovanile Palestinese e del collettivo francese Urgence Palestine, tra maggio e settembre 2026 la Francia ha autorizzato 35 vendite di armi a Israele. Tutti i trasferimenti erano destinati a filiali di Elbit Systems, il principale produttore di armi israeliano.

Il rapporto rivela che i fornitori, distribuiti in cinque regioni francesi, hanno prodotto equipaggiamenti chiave: unità di raffreddamento per carri armati e lanciamissili, visori integrati nei caschi dei piloti di elicotteri e caccia, sistemi di sorveglianza e dispositivi elettronici avanzati. Tra questi spicca il colosso francese della difesa Thales, che ha costruito e spedito pannelli di controllo per l'azionamento di armi a distanza. Si tratta di una tecnologia che, secondo costanti denunce di reporter e gruppi per i diritti umani a Gaza, Israele impiega per colpire i civili — compresi i bambini — nelle strade e tra le tende dei rifugiati.

Delle 35 spedizioni tracciate, 33 sono partite dall’aeroporto parigino Charles de Gaulle, 32 delle quali a bordo di voli della compagnia di bandiera israeliana El Al.

La scorsa settimana, la ministra della Difesa francese Catherine Vautrin ha dichiarato in parlamento che Parigi non fornisce "armi offensive" a Israele, ribadendo la posizione ufficiale del governo secondo cui tali vendite si sarebbero concluse nel 2024. Tuttavia Thomas Nayla, avvocato di Urgence Palestine, ha categoricamente smentito questa tesi ai microfoni di Middle East Eye: considerando materiali come le unità di raffreddamento per i carristi o i visori per la caccia, "non esiste alcun modo in cui questi componenti possano essere definiti 'difensivi'".

Questa nuova inchiesta segue quella pubblicata ad aprile dai medesimi gruppi, che aveva documentato oltre 525 spedizioni di materiale militare francese verso Tel Aviv tra ottobre 2023 e marzo 2026, contribuendo ad armare l'esercito israeliano durante il genocidio a Gaza.

I dati francesi si inseriscono in un contesto europeo di profonda ipocrisia: governi e aziende del Continente continuano a fornire a Israele materiali militari e a duplice uso (dual-use), mentre in pubblico diverse cancellerie criticano i crimini di guerra e l'apartheid annunciando restrizioni spesso solo simboliche.

In Germania, primo fornitore europeo di armi a Tel Aviv, il ministero dell'Economia ha approvato licenze di esportazione militare per oltre 930 milioni di dollari nei soli primi cinque mesi del 2026, come rivelato da Der Spiegel. La Gran Bretagna, pur sbandierando la sospensione di alcune licenze, ha mantenuto un'eccezione fondamentale per i componenti dei caccia F-35. Secondo i dati della Campaign Against Arms Trade, Londra ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per almeno 236 milioni di dollari dall'ottobre 2023, senza contare le licenze aperte che coprono gran parte del programma F-35.

Elbit Systems, che garantisce circa l'85% dei droni e delle dotazioni terrestri delle forze israeliane, gioca un ruolo centrale nelle operazioni militari in Asia Occidentale. I suoi droni Hermes assicurano una sorveglianza aerea continua e la tracciatura dei bersagli, mentre il sistema gestito da intelligenza artificiale Tzayad ha identificato oltre 800.000 "obiettivi" tra Gaza e il Libano in due anni. Durante questi anni di massacro, la società ha registrato profitti record, arrivando a vantarsi del fatto che il sistema Tzayad abbia catalogato come bersagli "fino a metà della popolazione civile" e delle infrastrutture di Gaza, e promozionando sul mercato globale i propri armamenti come "testati sul campo".

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L'Iran convoca l'ambasciatore francese e denuncia i "doppi standard" sulla repressione degli studenti

Il Ministero degli Esteri iraniano ha convocato l'ambasciatore francese a Teheran. Non per una nota diplomatica di routine, ma per consegnare una "forte protesta" contro quella che il governo iraniano denuncia senza mezzi termini come una "violenta" repressione delle proteste studentesche in Francia. Il dito puntato da Parigi contro l'Iran si è improvvisamente ritorto contro la Francia stessa.

"A seguito della violenta risposta del governo francese alle proteste dei sindacati studenteschi e alle diffuse violazioni dei diritti umani, l'ambasciatore francese a Teheran è stato convocato oggi al Ministero", si legge nella nota ufficiale diramata dalla Repubblica Islamica dell'Iran.

Il portavoce Esmail Baghaei ha affondato il colpo, smascherando l'ipocrisia di Parigi. A gennaio, ricorda Baghaei, la Francia parlava di "sollevazione pacifica" in Iran esortando il governo al "contegno". Oggi, di fronte ai propri cittadini in piazza, la narrazione è crollata: "Ora, in Francia, le proteste studentesche vengono definite 'violenza urbana'".

En janvier 2026, la France a appelé l’Iran à garantir le « droit de manifester pacifiquement sans crainte de représailles » et à faire preuve de retenue dans sa réponse aux manifestations. Malgré les appels à la révolte lancés depuis l’étranger et les informations faisant état d’attaques armées contre des centres et des forces de sécurité en Iran, le ministre français des Affaires étrangères a même parlé d’une « révolte pacifique ». Aujourd’hui, en France, les manifestations de lycéens sont décrites comme des « violences urbaines ». Le ministre de l’Intérieur semble beaucoup moins enclin à la retenue et appelle à une intervention rapide et à l’usage de la force pour rétablir l’ordre. Le gouvernement évoque également une « manipulation politique » et le rôle des mouvements d’extrême gauche. Il est évident que les violences contre la police, les incendies volontaires et les dégradations de biens publics ne peuvent être justifiés, et que l’État a le devoir de maintenir et de rétablir la paix et l’ordre public. Mais la contradiction se situe ailleurs : pourquoi les mêmes comportements et les mêmes critères sont-ils interprétés d’une manière lorsque le manifestant se trouve en Iran, et d’une autre lorsqu’il se trouve en France ? Le problème n’est pas la contestation ; le problème est le deux poids, deux mesures. Si les droits humains et le droit de manifester sont des principes universels, leur définition ne devrait pas changer en fonction de la géographie du manifestant.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 6, 2026


Dietro la diplomazia, c'è la realtà cruda e insanguinata delle strade francesi. Adolescenti mutilati dalle armi della polizia: un quindicenne ha perso una mano, un altro un occhio, a un terzo hanno frantumato mascella e denti, costringendolo a nutrirsi con una cannuccia in ospedale. "La polizia è un disastro. Le persone sono state mutilate... è orribile", denuncia Lily, 17enne scesa in piazza per un sistema educativo che abbandona i più poveri.

Il bilancio della repressione è pesante: oltre 5.000 arresti, l'87% dei quali di minorenni. Mentre il governo francese parla di "manipolazione politica" e dà la colpa all'estrema sinistra, i cartelli degli studenti raccontano un'altra verità: "Uno Stato che gasa gli studenti delle superiori è uno Stato debole".

La stoccata di Teheran a Parigi si chiude con una domanda che risuona come una sentenza: "Se i diritti umani e il diritto di protesta sono principi, non dovrebbero cambiare a seconda della geografia del manifestante. Il problema non è la protesta, il problema è il doppio standard".

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