❌

Normal view

L’Occidente congela, l’Oriente incassa: 100 tonnellate d’oro russo invadono Hong Kong e Pechino prepara la trappola al dollar

By: A A
8 October 2026 at 23:43

Fabio LUGANO

Segue nostro Telegram.

La chiusura dei mercati di Londra spinge 100 tonnellate di lingotti russi nei caveau di Hong Kong: Pechino accumula metallo prezioso, scarica i titoli di Stato USA e blinda lo yuan.

Un fiume di lingotti d’oro sta abbandonando le rotte tradizionali a velocità impressionante, dirigendosi verso i mercati delle materie prime orientali, come Hong Kong, invece che Londra e New York.

I numeri descrivono una vera e propria fuga strategica verso l’Asia. Solo nei primi sette mesi dell’anno in corso, la Russia ha scaricato a Hong Kong quasi 100 tonnellate di metallo giallo: un record assoluto, pari a quasi il triplo rispetto allo stesso periodo precedente.

Dal 2022 a oggi, gli operatori di Hong Kong hanno comprato oro russo per 276 miliardi di dollari locali, cioè circa 35 miliardi di dollari americani. È la prova tangibile che la guerra economica produce effetti opposti a quelli previsti nei palazzi occidentali.

Da dove arriva quest’oro e perché scappa a est

La Russia è il secondo produttore mondiale di oro dopo la Cina. Prima del conflitto in Ucraina, la quasi totalità dei suoi lingotti prendeva la strada di Londra, capitale indiscussa della custodia e della contrattazione aurea.

Con l’avvio delle ostilità nel 2022, Regno Unito e Stati Uniti hanno imposto il bando totale sui lingotti di Mosca. L’obiettivo dichiarato era soffocare le entrate del Cremlino. Il risultato pratico è stato un semplice cambio di indirizzo sulle bolle di spedizione.

Come ha fatto notare Debajit Saha, analista del London Stock Exchange Group (LSEG), la reazione dei produttori russi è stata immediata. Trovando le porte sbarrate in Europa, hanno dirottato l’intera produzione verso Oriente, dove la fame di metallo fisico non è mai calata.

A facilitare questo travaso è intervenuta anche la crisi in Medio Oriente. Gli attriti logistici che hanno colpito Dubai hanno convinto i venditori a puntare dritti sull’estremo oriente cinese.

Il ruolo chiave di Hong Kong: perché proprio lì?

Ci si potrebbe chiedere per quale ragione i carichi non atterrino direttamente a Pechino o Shanghai. La risposta risiede nelle norme commerciali. La Cina continentale impone quote rigide all’ingresso di oro per controllare i movimenti valutari interni. Hong Kong, al contrario, gode di uno status di porto franco: nessuna restrizione doganale e nessun limite ai volumi. Quindi diventa una destinazione ottimale.

Inoltre, né Hong Kong né Pechino riconoscono le sanzioni decise dai paesi occidentali. La città funge quindi da perfetto filtro logistico e finanziario. Gli operatori cinesi acquistano i lingotti a Hong Kong, li stoccano nei moderni depositi locali e poi li trasferiscono con calma verso la terraferma. Vita Spivak, consulente della società britannica Gatehouse, ha riassunto il fenomeno senza mezzi termini: è il naturale accordo di convenienza tra Mosca, che offre risorse strategiche, e Pechino, che garantisce sostegno economico e liquidità.

Ecco il quadro numerico di questo passaggio storico:

Cosa cambia davvero per la Cina

A Pechino non si limitano a guardare il passaggio dei vagoni d’oro: stanno costruendo un’alternativa materiale al sistema basato sulla moneta americana. Le riserve ufficiali della Banca Popolare Cinese hanno superato le 2.360 tonnellate. IUn modo per cercare di stabilizzare il patrimonio della Banca Centrale senza dover dipendere dalle valute di altri paesi.

Questo cambio di rotta non è una coincidenza. Hippolyte Fofack, economista già ai vertici della Export-Import Bank of Africa e ricercatore alla Columbia University, ha chiarito che l’oro ha smesso di essere un mero strumento di investimento. È diventato un pilastro di sovranità monetaria.

Con un bilancio corazzato dal metallo fisico, la banca centrale cinese può sostenere accordi commerciali in yuan, lanciare obbligazioni denominate in valuta locale (i cosiddetti Panda e Dim Sum bond) e offrire un’alternativa a chi teme il blocco dei beni da parte di Washington.

Nel 2025 la Borsa dell’Oro di Shanghai ha persino inaugurato un maxi-caveau a Hong Kong. È il primo fuori dalla terraferma e serve a liquidare contratti con consegna materiale del metallo, bypassando del tutto il dollaro.

Il baricentro del mercato si sposta a Oriente

La supremazia storica dell’asse Londra-New York si sta sgretolando sotto la pressione dei fatti. L’analista Angelo Giuliano ha definito questa rete il “corridoio dell’oro” che salda i paesi emergenti e i membri dei BRICS. L’idea di fondo è semplice: nessun governo vuole più rischiare di vedere i propri averi congelati con un click oltreoceano.

Non a caso, anche banche centrali europee hanno iniziato a rimpatriare le proprie riserve custodite all’estero. In Asia, intanto, la richiesta non accenna a diminuire.

Sara Esshaimi, alla guida del team materie prime di Société Générale, ha rilevato come le autorità cinesi abbiano persino autorizzato i maggiori colossi assicurativi a investire fino all’1% dei loro patrimoni in oro fisico. Una decisione che garantisce una domanda interna solida e continua.

Come ha sintetizzato Jeremy Mark, ricercatore dell’Atlantic Council, Hong Kong sta completando la sua trasformazione in un centro finanziario “con caratteristiche cinesi”.

Chi pensava di piegare la Russia chiudendo le piazze di scambio europee ha ottenuto un risultato tragicomico: ha regalato alla Cina il monopolio del metallo prezioso più conteso al mondo, accelerando la nascita di un sistema finanziario su cui l’Occidente non ha più alcun potere di veto.

Articolo originale  scenarieconomici.it

China says regional integration is the path to security in West Asia

7 September 2026 at 23:37

Chinese President Xi Jinping underlined the need for stronger international coordination for common security in West Asia and a reaffirmation of the UN Charter and international law.

Xi demanded external powers must respect sovereignty and territorial integrity of the countries in the region and stop interfering in their internal affairs.

China is ready to work with the countries in the region to “safeguard the security of international shipping lanes, advance development cooperation, promote the convergence of interests of regional countries, gradually enhance mutual trust, and eliminate root causes of the conflict,” Xi proposed.

Xi made the statement during his two day state visit to Egypt on Wednesday, September 2. This was his first state visit to the country in 10 years.

Xi’s visit coincided with the 70th anniversary of establishment of bilateral relations between the two countries and took on greater significance in the context of ongoing wars in Palestine, Lebanon, and Iran.

Xi and Egyptian President Abdel Fattah El-Sisi signed a joint declaration which recognized Palestine as the core issue in the region and underlined the importance of “reaching a just and lasting settlement based on the two-state solution” and creation of an “independent and sovereign” Palestinian state as per 1967 borders and with East Jerusalem as the capital.

Both the countries also rejected “any plans to displace the Palestinian people from their lands under any pretexts or names” and called for a true ceasefire in Gaza with unrestricted flow of humanitarian aid.

Israel has killed hundreds of Palestinians in Gaza since the ceasefire was announced last year in daily attacks. It has also prevented the flow of humanitarian aid to the region and expanded the war against Palestinians by launching attacks in other occupied territories such as the West Bank and East Jerusalem.

Xi’s four point proposal

Xi presented a four-point proposal for enhancing common security in West Asia, which will keep the external forces out and achieve lasting stability and peace in the region.

Guo Jiakun, official spokesperson of China’s Ministry of Foreign Affairs, explained Xi’s four points during a regular press conference on Thursday.

As per Xi’s proposal, increasing dialogue among the countries in the region is the first necessary step in achieving common security. This step must be followed by building comprehensive regional governance of hotspot issues.

Third, Xi claimed, increased possibilities of mutual development would pave the way towards lasting stability and security in the region.

Identifying that lasting peace and stability in the region is “fundamentally dependent on development” Xi also offered Chinese help to the countries in the region in achieving the same.

This regional set up, as the last step, needs international backing by institutions such as the UN for sustenance. The support of the countries in the region to the UN will in turn make it “play a tangible role in regional affairs” as well.

Amplifying the voice of Global South

The China-Egypt joint declaration talks about their efforts to amplify the voice of the Global South by “supporting the right of the developing countries to fair and balanced participation in international economic and political decision making.”

Egypt recently joined BRICS, a 11-member group working for a multipolar world and democratization of the global governing institutions including the UN and international financial institutions.

It also participated in the recently concluded Shanghai Cooperation Organization (SCO) summit in Bishkek as a Dialogue Partner. The summit adopted a joint declaration talking about the democratization of the global governance mechanisms.

Apart from BRICS and the SCO, Egypt and China are also part of the China-Arab States Cooperation Forum and Forum on China-Africa Cooperation. All these organizations have the stated goals of working against unilateralism and acts of bullying in international politics.

Their joint declaration also talked about strengthening political and security coordination on regional and international issues of common interest which may include conflicts in the region.   

China is one of Egypt’s largest trading partner with their bilateral trade reaching $20 billion last year.

As a part of the larger agenda of the countries in the Global South to reduce their dependence on the US dollar, both the countries signed an agreement to pay for all their bilateral trade in their local currencies.

❌