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Senza la protezione americana, all’Europa non basta riarmarsi

10 October 2026 at 03:45

A Leopard 2 A6 tank and a helicopter EC 135 demonstrate their capabilities during a visit of German Chancellor Friedrich Merz to the army at the Bundeswehr base in Munster, Germany, Thursday, April, 30, 2026. (AP Photo/Markus Schreiber) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

La domanda finale – e cruciale, visti gli sviluppi del dibattito interno americano sulla relazione con l’UE – è se l’Europa possa reggere con «meno» America. O «senza» America. Dopotutto, se è vero che gli Stati Uniti sono stati decisivi nel processo di costruzione iniziale della Comunità europea – dopo la fine della Seconda guerra mondiale e fino al crollo del muro di Berlino –, un disimpegno parziale di Washington dal Vecchio continente potrà avere effetti dirompenti. Non solo per la difesa, ma perché verrebbe a mancare quello che abbiamo definito external equalizer: la potenza esterna in grado di tenere sotto controllo la competizione storica fra i principali attori europei.

La discussione che si è aperta riguarda soprattutto il ruolo della Germania, che ha modificato nel 2025 le norme costituzionali sul tetto al bilancio per aumentare in modo sostanziale le proprie spese per la difesa. Secondo il bilancio approvato dal governo Merz nell’aprile del 2026, il budget salirà a circa 145 miliardi di euro nel 2027 in ottica NATO, di cui 105,8 miliardi di bilancio ordinario della difesa, 27,5 miliardi dal Sondervermögen Bundeswehr (il fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito nel 2022 con modifica costituzionale per finanziare il riarmo accelerato delle forze armate tedesche) e ulteriori spese per sicurezza e sostegno all’Ucraina. Nell’insieme, il 3,1 per cento del PIL, con una traiettoria di avvicinamento al 3,5 per cento entro il 2029 e con la Germania destinata ad avere il quarto bilancio militare al mondo entro la fine del decennio.

L’obiettivo dichiarato di Friedrich Merz è di trasformare la Bundeswehr nel principale esercito convenzionale europeo, sulla base della convinzione – espressa nella prima strategia di difesa mai prodotta dalla Repubblica federale – che l’UE abbia di fronte a sé la minaccia consistente e a lungo termine della Russia, sia militare sia ibrida. Rientra nei piani tedeschi l’espansione delle forze professionali a 185.000 uomini, l’acquisizione di missili a lungo raggio di precisione e di capacità (intelligence e droni) di cui la guerra in Ucraina ha dimostrato l’importanza. Sono settori in cui l’Europa continua a dipendere dal ruolo americano nella NATO, su cui Berlino ha cominciato a esprimere dubbi espliciti nel secondo mandato di Donald Trump.

Per una parte degli europei, ma anche per alcune voci della politologia americana, questa spinta al riarmo tedesco è preoccupante in chiave storica, per ragioni politiche (non è chiaro quale maggioranza la governerà da qui a qualche anno e non si può escludere l’ascesa al potere di un partito nazionalista come AfD), e perché determinerà una competizione industriale con la Francia (di cui è spia il fallimento del progetto di caccia franco-tedesco). Il timore, quindi, è che il riarmo tedesco – ammesso che si traduca nelle scelte previste – non contribuisca alla formazione di una capacità di difesa europea, ma produca nuove divisioni nazionali, in particolare con la Francia, un Paese che ambisce a restare la principale potenza militare del Vecchio continente, anche sulla base di un accordo con la Gran Bretagna (la Northwood Declaration dell’estate 2025), che modera gli effetti della Brexit ed è volto a garantire lo sviluppo della cooperazione nucleare bilaterale.

La nostra tesi è che si tratti di timori esagerati: per costruire una capacità di difesa credibile, l’Europa ha bisogno che la Germania passi dalla lunga inazione degli scorsi decenni a un maggiore attivismo sulla difesa europea. Il punto è che deve sfuggire alla tentazione di muoversi su linee puramente nazionali, sfruttando il proprio spazio fiscale. Spazio che altri Paesi, certamente l’Italia ma anche la Francia, non hanno. Per essere ancora più chiari: il processo di costruzione di una capacità di difesa europea passa per scelte cooperative. È quindi necessario che la difesa sia vista come un «bene pubblico europeo» e venga finanziata non solo su base nazionale, o con una flessibilità parziale dei vincoli del Patto di stabilità (gli Stati membri possono escludere fino all’1,5 per cento del PIL di spesa militare dai calcoli del deficit), ma anche con prestiti comuni europei. Il programma SAFE – adottato dal Consiglio nel maggio del 2025, con un’allocazione sulla carta di 150 miliardi di euro e una clausola di «preferenza europea» – va in questo senso, anche se l’importo resta comunque insufficiente. Sarebbero necessari eurobond per la difesa consistenti, scelta che Berlino continua a osteggiare. È un errore, vista la doppia, diversa pressione creata dal rischio Putin a est e dal relativo disimpegno di Trump a ovest.

Vanno poi compiute scelte industriali conseguenti (processi di procurement congiunti), per evitare nuove duplicazioni e per creare una base produttiva europea degna di questo nome. Per ora non è esattamente così, con il risultato che l’aumento della spesa militare non basterà a produrre le capacità necessarie perché l’Europa sia in grado di difendersi con «meno» America; mentre porterà, paradossalmente, all’aumento delle forniture statunitensi. In parte, si tratta di armi che poi l’Europa trasferisce all’Ucraina, che negli scenari futuri della difesa europea avrà un ruolo operativo e industriale molto rilevante, viste le capacità acquisite dal 2022 in poi. Un chiarimento strategico è necessario, se l’Europa vorrà darsi la visione politica, le scelte finanziarie e le scelte di politica industriale indispensabili per conseguire gli obiettivi dichiarati. Se una politica di buy European non è credibile nel breve termine, una scelta esclusiva di buy American sarebbe evidentemente di ostacolo a una maggiore autonomia. Va quindi trovato un equilibrio realistico, che passa probabilmente per accordi diversificati anche con una serie di Paesi occidentali al di là degli Stati Uniti.

È anche indispensabile che il dibattito sulla deterrenza nucleare faccia passi avanti ulteriori. La Francia parla da decenni della propria deterrenza «estesa». Emmanuel Macron ha riaperto la discussione, proponendo, assieme all’accordo con Londra, un «dialogo strategico» europeo sulla deterrenza nucleare. Ma finora il dialogo è rimasto esattamente questo: un dialogo senza conclusioni operative. E il problema è chiaro: l’Europa deve recuperare una credibilità militare autonoma, vista la riduzione dell’impegno americano, ma continua ad avere bisogno degli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza rispetto alle minacce nucleari.

Esiste infine un fronte della sicurezza europea che non si combatte con carri armati, droni e missili, ma con algoritmi, narrazioni e coesione sociale. Sergei Guriev e Daniel Treisman, nel loro Spin Dictators (2022), hanno spiegato come i regimi autoritari moderni ricorrano a metodi sofisticati che ormai conosciamo: manipolazione dell’informazione, narrazioni alternative, uso strategico dei social media, sostegno a movimenti euroscettici nei Paesi democratici. Il fronte cognitivo è il più insidioso: non si possono schierare carri armati contro un deepfake. La risposta europea – a partire dal Codice di condotta sulla disinformazione (2022) – va in una direzione giusta ma insufficiente. Andrà fatto molto di più, con una sinergia fra scelte europee, nazionali e comportamenti dei media occidentali.

L’età della prepotenza - Edoardo Campanella, Marta Dassù | Libri Mondadori

Tratto da “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire” (Mondadori), di Edoardo Campanella e Marta Dassù, 20 euro, 276 pagine.

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C’è chi parla del mondo per non smettere di farne parte

9 October 2026 at 03:45

Era un’estate dei primi anni Ottanta. Si passava la domenica pomeriggio in un giardino che era stato campo da bocce in viale Sabotino, a Milano. Rita e Franco si portavano appresso un Oscar Mondadori che si passavano di mano con grande soddisfazione. Il libro era Bar Sport e non potevano fare a meno di rivelarci l’estremo piacere comico dal quale si lasciavano trasportare. Chi fosse Benni, io non sapevo. Loro sì. Ma loro leggevano le “novità” – così si diceva – e frequentavano i giovani scrittori italiani (altra categoria emersa sul finire dei Settanta). L’espressione “giovane scrittore” fu coniata proprio per Benni, e lui se l’è trascinata dietro con ironia fino ai suoi sessant’anni: si divertiva a ripetere che era stato per un certo periodo l’unico “giovane scrittore”, un marchio di origine garantita. Gli amici Rita e Franco erano arrivati a Bar Sport tre anni dopo l’uscita dell’edizione maggiore (1976), quando ormai la fama si propagava in edizione tascabile. Sarebbe risultato presto evidente che l’avventura editoriale di Stefano Benni sarebbe passata nella messa a fuoco di un pubblico giovane, sensibile al prezzo più accessibile del tascabile, e forse anche per questo più fidelizzato e in forza della sua fedeltà pronto a farsi veicolo di una trasmigrazione progressivamente aperta al succedersi delle generazioni. 

In quel campo di bocce eravamo trentenni come lui, e Rita e Franco impersonarono con autorevolezza il ruolo di untori. La sorpresa si rinnovò con Terra! e Comici spaventati guerrieri: i lettori maturi che eravamo noi convivevano beatamente con lettori più giovani e ancor più giovani negli anni Novanta. Quando da semplice lettore sono diventato suo editore, questa compresenza di ventenni e cinquantenni è stata ancora più interessante. Il “giovane scrittore” era arrivato ad altri giovani che non avvertivano la sua età come dirimente. Sono sempre state le sue storie, sono sempre stati i suoi personaggi a dettare legge, a stabilire i confini. Ho provato (e non l’ho fatto solo io) a domandarmi che cosa ha determinato la continuità e l’affezione del pubblico per uno scrittore come Stefano Benni. Ci riprovo ora. Rita e Franco ridevano in quei primi anni Ottanta, perché c’era stato ben poco da ridere nei cinque precedenti: i Settanta si erano chiusi con una tristezza sorda. Di lì a poco le tv private avrebbero preso la strada dalla comicità sgangherata, volgare, appiccicosa, ma la tristezza sorda aveva bisogno d’altro, aveva bisogno di guardare, di studiare, di arrivare alla nudità senza mostrarla. 

Stefano era soprattutto quello. Ci si trovava in mezzo a storie che avevano ali da ippogrifi e smorfie da soffice alcolista. Prendevano le mosse da una paura e arrivavano a un’altra forma di spavento, ma in quel tracciato, in quel percorso l’almanacco dei viventi prendeva forma come se ciascun carattere fosse un compagno per non perdere la strada. E tutto cominciava con il bar, con quel Bar Sport che poi sprofonda “sotto il mare” e poi torna a segnare il tempo dentro Bar Sport Duemila. Una volta entrato nel nuovo millennio il bar aveva sempre meno ragioni di esistere. Tutto stava cambiando. Eppure. Eppure, come fosse una chiave per entrare in un’immaginazione del sociale mai frequentata con simile urgenza, tanti sentivano Bar Sport risuonare nella propria esistenza come una stazione da cui partire, per imparare a sorride, e a non morire. Lui non ne voleva più sapere. “Facciamo un’edizione speciale”. “Festeggiamo i vent’anni, i trent’anni, i cinquant’anni del libro”. “Nuova copertina”. “Uniform edition”. Così è andata avanti sino a oggi. Ma oggi Stefano non c’è più. Solo dieci anni prima di non esserci più confidava di averne le palle piene.

Eppure era anche intenerito da quella durata. Bar Sport era una sorta di giocattolo, uno di quei giocattoli di cui è impossibile disfarsi malgrado il passare del tempo e le novità che incalzano. E dicendo “giocattolo” alludo a quel po’ di infanzia squinternata che ha inseguito e segue tutti noi. Chi mai avrebbe voluto rinunciare al tennico o alla Luisona. C’è stato solo un vero incidente: provare a farne un film. Con tutta la buona volontà di chi ha avuto l’idea e di chi lo ha voluto, un film non si poteva fare perché la fisicità, anzi le figure, dei personaggi di Benni, di quei personaggi, sono intraducibili. Era come se, facendo il percorso inverso, si volesse tradurre in scrittura la comicità di Jacques Tati. Impossibile. Il film è di fatto un’adunata di tanti suoi amici attori, un omaggio. Peccato. Dal 1976 Benni ci ha tallonato, come un suo animale immaginario, per diventare ombra e specchio, fantasma e mostro, impronta e caricatura; si è arrampicato su per palazzi di città, è sceso dentro campagne devastate, dentro i pozzi dei nostri incubi e dei nostri sogni, ci ha preso alle spalle con battute memorabili e ci ha fatto anche piangere senza lacrime obbedendo al principio di Billie Holiday per cui I Gotta Right to Sing the Blues. 

È così che Benni ha lavorato intorno a noi e dentro di noi. E in principio c’era Bar Sport. Che cosa davvero può averlo infastidito a un certo punto del suo percorso di scrittore? Che cos’era quella specie di smorfia che lo accompagnava quando si tornava da editori sul peso che quell’opera aveva avuto e continuava ad avere? Forse si rendeva conto che quei personaggi a cui migliaia di lettori si erano affezionati avevano cominciato a guardare indietro, o semplicemente si erano fermati al confine della sua visione del mondo. Vogliamo chiamarlo il morbo della Luisona? Ma sì.

Bar Sport resisteva dietro la vetrinetta come la celebre pasta, e Stefano, che pure gli era affezionato, temeva una forma di persistenza simile. Da quei lontani anni Ottanta Stefano si è progressivamente espanso come se le forme legate alla scrittura (libri, giornali, riviste) non bastassero. Ha stretto amicizia con musicisti e ha chiesto la loro complicità, ha esplorato il mondo del fumetto e tanti illustratori hanno portato sulle copertine dei suoi libri il loro talento, ha frequentato attrici e attori per conquistare il teatro o più semplicemente per chiedere alla loro voce di leggere. Cito qui soltanto Angela Finocchiaro (non certo per sminuire altri nomi egualmente decisivi) perché non ha mai smesso di cercare il teatro dentro la prosa di Benni, facendo del leggio che aveva (che ha) di fronte una tastiera magica. Una mattina d’autunno del 2018 passai per Monzone, nella bassa Lunigiana, e percorrendo la via centrale del borgo dovetti inchiodare e scendere dall’auto. Mi trovavo di fronte alla fatidica insegna «Bar Sport» e, appena sotto, «di Ugo e Nina». 

Mi feci fare una foto e gliela inviai. Scoprivo che i Bar Sport erano rimasti, ma non brillavano più di luce propria: era Stefano che ora li restituiva alla loro storia. Non sembrò così sorpreso della mia scoperta, ma mi disse che ne aveva avuto uno proprio sotto la casa dove aveva abitato a Roma fino a qualche anno prima. Io ci ero stato, ma non lo avevo visto. Mi sembrava che il mio – di Monzone – somigliava molto di più del bar romano a quello di cui aveva scritto. Forse sarebbe stato interessante fare un censimento dei Bar Sport rimasti su tutto il territorio italiano. Così pensavo tutte le volte che mi tornava in mente Monzone. Insomma, più di quarant’anni dopo la sua pubblicazione mi scoprivo sociologo letterario a maggior gloria di quel titolo e di quella microsocietà. Siamo diventati con lui tanti “saltatempo”, “spaventati guerrieri”, “orfani celestini”, una banda che ha visto affollarsi borghi immaginari di infanzia smagliante. Mi piace immaginare Stefano a spasso con Kurt Vonnegut e Thelonius Monk. Vederli di spalle andare a raccontarsi il mondo e il ritmo. Nei suoi ultimi anni, Stefano non era più lui. Quando lo andai a trovare, da poco ricoverato in una casa di cura, faceva fatica a esprimersi. Mi vede, mi riconobbe e disse subito: “Billy!”. Billy era stato fino a qualche anno prima il mio cane, che Stefano aveva amato. Dunque temetti per la sua memoria e gli dissi che, come ben sapeva, Billy non c’era più. Ma lui ripeteva ostinato: “Billy!”. Io non sapevo che fare, finché non arrivò un infermiere che mi svelò che con Billy intendeva il bar appena oltre via Saragozza, dove gli piaceva essere portato. “Molto bene”, feci. Andammo da Billy e questa volta fui io a imbrogliare le carte dicendogli che era un destino andarci a fare un gelato da Billy. 

Il cane, il bar. Erano due luoghi del cuore. Non si trattava di un Bar Sport, ma ci somigliava molto. E così rimanemmo lì a guardare la gente passare. E ad aspettare un incantesimo, un fantasma femminile, una voce di soprano e quell’aria di cui condividevamo la magia: «Mon coeur s’ouvre à ta voix». Non smetto di aspettare. Anzi, non smettiamo: Rita, Franco e tutti quelli che si sono portati via un segmento di lui.

Storie da bar sport, Cover

Tratto da “Storie da bar sport”, Edizioni LOW, a cura di Gabriele Dadati e Giovanni Battista Menzani, 2026, 17€, 234 pagine 

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