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Vietnam, sepolti dopo 60 anni 731 soldati caduti nell’offensiva del Tet: “Bentornati a casa”

I resti dei militari, caduti durante la campagna del 1968, sono stati trovati per caso in fosse comuni in un parco di Ho Chi Minh quest’estate. Ci sono voluti tre mesi di lavori per cercare i resti, la maggior parte non sono stati identificati. Migliaia di persone al corteo...

Che cosa deve fare l’Ue per i prigionieri politici in Venezuela. Le richieste di Ecr

14 October 2026 at 16:08

Il nuovo governo venezuelano mostri la sua buona volontà: prima di parlare di accordi futuri con l’Ue, serve una mossa concreta a proposito dei prigionieri politici attualmente reclusi. Lo chiedono i conservatori europei di Ecr, che nell’eurocamera hanno analizzato la problematica organizzando un momento di riflessione dal titolo ‘Europa e Venezuela: testimonianze, diritti umani e protezione dei cittadini europei’, con particolare riferimento alla situazione in cui versano i prigionieri politici in Venezuela. Attraverso le testimonianze di ex prigionieri, familiari e consulenti legali, è stato possibile puntare un fascio di luce sulla questione.

“Dietro ogni prigioniero politico c’è una storia di sofferenza, una famiglia che aspetta, una libertà negata – dichiara il capodelegazione di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza – E davanti a tutto questo, l’Europa non può voltarsi dall’altra parte”. L’occasione è un momento di condivisione nel Parlamento europeo di alcune testimonianze toccanti, “di chi ha conosciuto il carcere politico in Venezuela e di chi continua a lottare per riportare a casa i propri cari, tra cui numerosi cittadini italiani, storie che ci ricordano perché la battaglia per la democrazia, i diritti umani e la libertà dei popoli non deve mai fermarsi”. E aggiunge: “Il nuovo governo venezuelano ha dato alcuni segnali di apertura, ma sono ancora tantissimi i prigionieri detenuti arbitrariamente: non possiamo e non vogliamo dimenticarli. Per questo chiediamo che l’Unione Europea faccia della loro liberazione una condizione imprescindibile per qualsiasi accordo politico con il Venezuela”.

Si tratta di un impegno che Ecr, rivendica Fidanza, ha preso sin da quando al comando del paese c’era Maduro, situazione che al momento non è stata risolta, nonostante l’ingresso sulla scena politica di Delcy Rodriguez, “che ha fatto alcuni passi di apertura”. Il riferimento dell’esponente meloniano è alla cooperazione economica con gli Stati Uniti e con altri Paesi. Ma per alcuni di questi prigionieri, tra cui alcuni di origine italiana ed europea, non vi sono novità. Questa la ragione per cui i conservatori hanno interessato le istituzioni europee a muovere passi decisi.

Come è noto, Maduro è stato destituito all’inizio del 2026, catturato durante un’imponente operazione americana: in occasione dei primi colloqui sul tema dei prigionieri, il nuovo governo aveva annunciato una sorta di nuova transizione democratica nel paese e aveva liberato 131 prigionieri politici. Ma secondo le stime, nelle carceri venezuelane ci sarebbero ancora alcune centinaia di prigionieri politici che durante il governo di Maduro erano stati arrestati per eliminarli dalla competizione politica.

L’inverno più duro di Kyiv arriva sul tavolo dei leader Ue. Il commento di Ecfr

14 October 2026 at 15:26

L’inverno alle porte rischia di essere il più duro dall’inizio dell’invasione. Da qui parte Jana Kobzova, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations, per indicare ciò che i leader europei dovrebbero portare a casa dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles. Il quadro è noto, ma non per questo meno pesante. I raid russi continuano a colpire la rete energetica e l’economia ucraina, le difese aeree scarseggiano e su tutto pesa l’incognita dei contatti tra l’amministrazione Trump e Mosca.

In questo scenario, scrive Kobzova, l’Europa resta “il partner più forte e indispensabile” di Kyiv. Ha già finanziato i preparativi per l’inverno e, se il governo ucraino approverà questa settimana le riforme concordate, coprirà anche le necessità finanziarie più urgenti di fine anno. Il condizionale non è casuale. La bozza delle conclusioni del vertice insiste proprio sulle riforme, da cui dipendono i miliardi di aiuti previsti per il 2026. I leader avranno anche un confronto con il presidente Volodymyr Zelensky.

Sui missili balistici l’analista non si fa illusioni: una soluzione rapida, ammette, non esiste. Si può però lavorare su un fronte più alla portata, quello dei droni a reazione lanciati da Mosca. Per intercettarli servono sistemi a corto e medio raggio, che gli europei possono fornire, insieme a nuovi investimenti nell’industria della difesa ucraina. È anche una questione di conti: un Patriot usato contro un drone è un intercettore in meno quando arriva un Iskander.

Poi c’è il Mar Nero, che per la ricercatrice dovrebbe stare in cima all’agenda. Da lì passa gran parte dell’export ucraino e, con le rotte chiuse, nel 2026 Kyiv rischia di perdere la capacità di finanziarsi da sola. Un blocco prolungato, avverte, finirebbe per trascinare con sé anche altri settori dell’economia.

Il problema non resta confinato alla regione. Se il grano ucraino non parte e la Russia non riesce a spedire fertilizzanti e cereali, a pagare il prezzo sono i mercati alimentari globali. Sono già sotto pressione per la chiusura di Hormuz e per l’arrivo di un super El Niño. Qui, sostiene l’esperta, l’Europa può giocare una carta diplomatica: costruire con i Paesi del Sud globale qualcosa di simile all’accordo che nel 2022, con la mediazione di Ankara e dell’Onu, riaprì il corridoio del grano.

Resta la partita politica, forse la più delicata, ora che torna lo spettro di un’intesa tra Washington e Mosca sopra la testa di ucraini ed europei. In questo clima, scrive Kobzova, l’Europa “può e deve tenere accese le luci per l’Ucraina”. Un passo in questa direzione è arrivato con l’apertura dei cluster negoziali 2 e 3. Erano bloccati dal veto di Budapest, ritirato dopo le modifiche alla legge ucraina sull’istruzione nelle lingue minoritarie. Il presidente del Consiglio europeo António Costa vorrebbe aprire anche gli altri cluster entro dicembre. Per gli ucraini, osserva la senior fellow dell’Ecfr, è la conferma che il loro futuro è nell’Unione europea, per quanto buio sia il momento.

 

Ue-Cina, perché l’intesa commerciale non cambia gli equilibri sulle terre rare

14 October 2026 at 14:56

Il commissario europeo per la sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha concluso di recente un ciclo di negoziati a Pechino, l’8 e il 9 ottobre, con Wang Wentao, ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese. I due ministri hanno prodotto un elenco di 16 risultati concreti che spaziano dal riequilibrio di commercio e investimenti ai controlli sulle esportazioni, dalla proprietà intellettuale alla riforma dell’OMC. L’intesa ha contribuito a rasserenare i rapporti dopo mesi di dispute commerciali in escalation, che rischiavano di sfociare in una vera e propria guerra commerciale. Lo stesso Šefčovič l’ha definita la conclusione di una «prima fase» dei negoziati, a cui seguiranno ulteriori accordi.

Il risultato di punta riguarda le auto ibride: la RPC si è impegnata a dimezzare le esportazioni cinesi verso l’UE di veicoli elettrici ibridi e ibridi plug-in. Tuttavia, il meccanismo di attuazione non è stato reso noto e Šefčovič ha precisato che i dettagli arriveranno dopo che i leader europei avranno esaminato l’accordo al vertice di Bruxelles del 15 e 16 ottobre. La Cina ha inoltre accettato di valutare come migliorare l’accesso al mercato per le imprese e i prodotti europei, eventualmente abbassando le proprie aliquote tariffarie, oltre ad adottare ulteriori misure per agevolare le esportazioni europee di dispositivi medici e prodotti agricoli. Non sono però indicate né scadenze né cifre.

Di tutto l’accordo, il risultato più importante per l’industria europea è anche quello che cambia meno. Pechino ha accettato di agevolare, attraverso un «canale verde», il rilascio delle licenze per le esportazioni verso l’UE di minerali delle terre rare e magneti permanenti. In cambio, l’UE si è impegnata a collaborare con gli Stati membri per accelerare le pratiche di licenza prioritarie relative ai beni a duplice uso destinati alla Cina. In sostanza, l’Europa allenta i propri controlli su beni sensibili in cambio di licenze più rapide su materiali che ancora non è in grado di produrre da sé.

Ecco perché questo accordo va considerato semplicemente una tregua limitata nella più ampia rivalità economica tra UE e Cina, mentre le dinamiche di fondo che alimentano l’attrito tra le due parti restano sostanzialmente intatte. Se da un lato l’industria europea beneficerà del canale verde, che garantisce licenze più rapide e prevedibili, dall’altro la dipendenza critica dalla Cina per questi materiali essenziali rimane praticamente invariata. La Cina è nota per aver usato come leva nei negoziati geopolitici questo collo di bottiglia commerciale, frutto di decenni di una sofisticata politica industriale. L’UE è particolarmente vulnerabile a questa tattica, dato che il 98% delle nostre terre rare e dei nostri magneti proviene dalla Cina. Pertanto, pur offrendo all’Europa una corsia preferenziale, Pechino mantiene il controllo sulle licenze e può rallentarne il rilascio a suo piacimento. Inoltre, la Cina rifiuta di abbandonare un modello economico fortemente incentrato sulla sovraccapacità e sull’export, anziché sull’aumento della domanda e dei consumi interni. A luglio ha pubblicato un rapporto intitolato China’s Position on the So-called Excess Capacity Issue, in cui la RPC tenta di smontare sistematicamente la critica secondo cui il suo modello, puntando esclusivamente sulle esportazioni, genererebbe enormi squilibri economici. Questo, insieme ai continui investimenti in politiche dal lato dell’offerta, dimostra che la RPC non è ancora pronta a rinunciare al modello che crea, in primo luogo, lo squilibrio di fondo.

Questa esposizione pesa ancora di più perché i magneti e i metalli delle terre rare sono essenziali per il riarmo europeo. Questi magneti sono impiegati nei sistemi di guida dei missili, nei droni, nei radar e nei motori elettrici. Se un costruttore automobilistico può convivere con licenze prevedibili, un’industria della difesa impegnata a garantire la sicurezza del nostro continente, in una fase di tensioni con la Russia senza precedenti dalla Guerra fredda, ha bisogno di approvvigionamenti sicuri e affidabili.

Con questo accordo, Bruxelles ha dunque evitato una spirale di escalation nelle tensioni commerciali che avrebbe potuto danneggiare gravemente entrambe le economie, ha mantenuto aperto il dialogo con la Cina sulla questione e ha ottenuto la prevedibilità che l’industria chiedeva da tempo. Le imprese europee hanno trascorso l’ultimo anno a fare i conti con ritardi e blocchi nelle licenze: per loro, il canale verde rappresenta un sollievo concreto, non un gesto meramente simbolico. Tuttavia, questa tregua vale soltanto quanto ciò che l’Europa saprà fare del tempo che le fa guadagnare. Se è irrealistico aspettarsi che Bruxelles risolva gli squilibri macroeconomici di fondo con la Cina entro la terza riunione ministeriale di marzo 2027, una misura più semplice potrebbe essere trattare i magneti come una priorità industriale della difesa, utilizzando i fondi per la difesa e il Critical Raw Materials Act per garantire la creazione di capacità produttiva di magneti: il settore potrebbe così competere per i finanziamenti in nome della sicurezza, anziché della transizione verde.

I leader europei esamineranno i termini sulle ibride a Bruxelles il 15 e 16 ottobre: sarà il prossimo banco di prova per capire se la tregua reggerà. Se reggerà, ridurrà le tensioni, ma non cambierà, in ultima analisi, chi controlla le forniture. Che l’esposizione europea sia minore entro marzo 2027 dipenderà da ciò che l’Europa costruirà, non da ciò che Pechino concederà.

Chi è Nathanaël Combary, il giovane (di destra) che guida le protesta in Francia

14 October 2026 at 14:52

Nathanaël Combary è un ragazzo di 18 anni impegnato in politica. È presidente del consiglio di amministrazione del Liceo Renouveau èd è diventato uno dei principali volti della mobilitazione che ha acceso le piazze della Francia.

Dall’inizio delle manifestazioni, Combary si è impegnato a portare avanti la sua visione di trasformazione del sistema scolastico francese. Un’idea simile a quella di giovani esponenti della sinistra, come il giovanissimo Elwan B. (qui l’articolo di Formiche.net), anche se con origini e tendenza diverse.

Come riferisce il quotidiano Le Figaro, Combary da poche settimane non frequenta più le scuole superiori, ma continua a rappresentare gli studenti. È ospite fisso in programma televisioni, dove sostiene le rivendicazioni degli studenti e la prosecuzione del movimento. Si è recato al Ministero dell’Istruzione Nazionale con altri leader di organizzazioni studentesche per chiedere spiegazioni al ministro Édouard Geffray. Ha una posizione più moderata, rispetto ad altri, sulla piattaforma Parcoursup, sistema di ammissione all’istruzione superiore in Francia, e ha preso le distanze dagli episodi di violenza nelle proteste.

Ma la notorietà è arrivata davvero quando sulla piattaforma X, il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon ha definito Combary come un “finto studente liceale orchestrato da BFM (emittente televisivo, ndr) e di essere “pagato senza dirlo dalla Renaissance”. Il leader di La France Insoumise lo ha accusato di denunciare la cooptazione politica del movimento.

Combary aveva iniziato uno stage a fine agosto presso Minerva, un’agenzia diretta da Louis Jublin, ex consigliere del premier Gabriel Attal. Tuttavia, il ragazzo sostiene di aver lasciato questa azienda prima della sua prima apparizione sui media e afferma di non aver “mai nascosto i suoi impegni politici”.

Ces dernières heures, j’ai reçu des centaines de messages d’insultes et de menaces. Je vois ce qui est écrit sur moi, jamais je n’aurais imaginé un tel déferlement au sujet de mon engagement en faveur de la jeunesse.

Je souhaiterais y réagir.

Je suis en effet adhérent au parti Renaissance, je ne l’ai jamais caché.

Renouveau lycéen a été fondé en 2021 par des jeunes venus de tous les horizons politiques : LFI, NPA, LR, PS, Renaissance, mais aussi des jeunes sans parti ou simplement peu intéressés par la politique. Nous partageons une charte de valeurs commune et, malgré nos différences, nous travaillons ensemble. Nous nous sommes réunis parce que nous refusons l’idée qu’il faille choisir un camp pour avoir le droit de défendre les lycéens. Notre seul combat, c’est la réussite des élèves, partout en France.

Je ne suis effectivement plus lycéen : je suis étudiant depuis la rentrée 2026. J’ai continué à porter la voix des lycéens, c’est parce que les nouveaux représentants lycéens ne sont toujours pas élus. Comme chaque année, il est d’usage d’attendre que les élections des Conseils de Vie Lycéenne se soient déroulées pour renouveler les dirigeants des organisations lycéennes. C’est le cas pour le président de l’Union Syndicale Lycéenne comme pour le président de l’association Les Lycéens!.

Enfin, je ne suis pas communicant pour Minerva. J’y ai commencé un stage le 31 août 2026 et, avant ma première prise de parole, j’ai cessé mon activité de stagiaire au sein de cette entreprise.

Je n’ai jamais caché mes engagements.

Je continuerai à défendre mes convictions et la cause lycéenne avec la liberté que Renouveau Lycéen me permet d’avoir, ce qui n’est pas le cas partout.

— Nathanaël Combary (@NDAcombary) October 3, 2026

Trump e Putin, gli affari prima di tutto. La lettura di Bremmer

14 October 2026 at 14:40

“La tregua energetica annunciata tra Ucraina e Russia non è stata negoziata, né concordata da nessuna delle due parti. Gli ucraini sono stati colti di sorpresa dall’annuncio, mentre i russi non hanno risposto sul piano diplomatico ma su quello militare, continuando a colpire le infrastrutture critiche e gli impianti energetici ucraini. Non è diverso da molte delle tregue annunciate da Donald Trump tra americani e iraniani, che sono soltanto manifestazioni di ciò che il presidente vorrebbe, ma che non rappresentano in alcun modo una soluzione diplomatica”. Così si esprime parlando con Formiche.net il noto politologo e presidente di Eurasia Group Ian Bremmer, commentando il susseguirsi di dichiarazioni degli ultimi giorni relative agli sviluppi del conflitto in Ucraina.

Bremmer considera gli annunci fatti da Trump, privi di ogni tipo di concretezza, come un’espressione della frustrazione del Presidente per non essere riuscito a chiudere la guerra, nonostante ne abbia parlato a lungo. Ma c’è anche un altro elemento. “Quando ha chiesto agli ucraini di smettere di attaccare le raffinerie, lo ha fatto prima in privato, e Volodymyr Zelensky ha rifiutato, poi pubblicamente, e Zelensky ha rifiutato di nuovo. In entrambi i casi non è successo nulla. Così ha deciso di stringere un accordo con la Russia sul gasolio, scavalcando ucraini ed europei”, dice Bremmer.

Dal punto di vista della distribuzione energetica, secondo il politologo americano l’intesa non avrà grande peso, poiché i russi non hanno molto da poter effettivamente esportare in questo momento, mentre gli americani invece stanno esportando. E l’Ucraina, in ogni caso, continuerà a portare avanti i suoi attacchi.

“Quello che vediamo ora, e credo sia significativo, è un Trump sempre più allineato con Vladimir Putin, con l’idea di fare affari con lui a prescindere dal fatto che la guerra continui, e sempre più irritato con Zelensky e con l’Ucraina. Questo pesa però meno rispetto a quando Trump cacciò Zelensky dalla Casa Bianca e sospese la condivisione di intelligence, perché oggi gli ucraini dipendono molto meno dalle informazioni americane. Ne raccolgono molte autonomamente: buona parte degli attacchi in profondità in territorio russo, comprese le operazioni contro raffinerie, data center e centri logistici, non si basa su intelligence fornita dagli Stati Uniti”, dice Bremmer, “Non ritengo credibile nemmeno la minaccia di Trump di bloccare le vendite di armamenti all’Ucraina attraverso la Nato, perché le aziende americane dipendono fortemente da quei fondi. È una minaccia che non porterà a nulla. L’unica cosa da tenere d’occhio è Elon Musk, e se intenda o meno interrompere l’accesso a Starlink per gli ucraini. Questo sì avrebbe un impatto sulla linea del fronte e consentirebbe ai russi di infliggere danni ben più gravi”.

E mentre la Russia estende i propri attacchi in Ucraina e persino verso i Paesi Nato in prima linea, si domanda il politologo, dobbiamo chiederci se assisteremo a una frattura all’interno dell’Alleanza. “Penso sia plausibile, e certamente gli europei ne sono molto preoccupati. Gli ucraini combattono per la sopravvivenza e non c’è nulla che possano fare che non stiano già facendo. Gli europei, invece, sono molto più vulnerabili in questo contesto. La situazione, insomma, sta avendo un impatto notevole”.

Perché l'Arabia Saudita è così vulnerabile agli attacchi degli Houthi (nonostante l'alleanza con gli Usa)?

14 October 2026 at 12:36
Geografia, tattiche, arsenali: così gli Houthi riescono a colpire con efficacia anche un Paese ricco come l'Arabia Saudita (sulla cui preparazione numerosi tecnici sollevano più di un dubbio). Tra le novità, i componenti di fabbricazione cinese che consentono ai militanti filoiraniani di costruire missili dalla gittata più ampia

Trump fa la guerra, Zelensky riceve il conto

14 October 2026 at 12:33

President Donald Trump meets with Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy during the United Nations General Assembly, Tuesday, Sept. 22, 2026, at the UN headquarters. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Donald Trump ha trovato il responsabile del caro carburanti: il presidente del Paese invaso da Vladimir Putin. Gli ucraini colpiscono le raffinerie russe, il gasolio scarseggia, dunque fermino i droni. La guerra americana contro l’Iran, le rotte del Golfo sconvolte, gli impianti danneggiati scivolano sullo sfondo. Il conto arriva a Kyjiv.

Per capire il rovesciamento bisogna distinguere due crisi energetiche e il rapporto che le lega. La prima esplode con l’aggressione russa del 2022. La seconda con la guerra americano-israeliana contro l’Iran nel 2026. Attribuire una percentuale esatta a ciascuna sarebbe inventare una precisione che i dati non consentono. Individuarne le cause principali è invece possibile.

Putin aveva cominciato a stringere il rubinetto prima dell’invasione. Nell’ultimo trimestre del 2021, i flussi russi via gasdotto verso l’Europa erano già diminuiti di circa un quarto rispetto all’anno precedente. Nel 2022, le esportazioni verso l’Europa Ocse si dimezzarono. La favola secondo cui ci saremmo inflitti tutto da soli con le sanzioni cancella l’uso del gas come arma di pressione.
L’Europa reagì cercando altri fornitori e comprando più gas liquefatto. Ridusse la dipendenza da Mosca, ma aumentò la propria esposizione alla concorrenza asiatica e alle rotte marittime. È su questo sistema già trasformato dalla guerra di Putin che si è abbattuta quella di Trump.

Le dimensioni del nuovo shock sono documentate dall’Agenzia internazionale dell’energia: la maggiore interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale. Attraverso Hormuz passava circa un quinto del commercio mondiale di gas liquefatto. Nella regione quasi tre milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione sono stati fermati dagli attacchi o dall’impossibilità di esportare. Qui sta il centro della nuova emergenza.

Le responsabilità del regime iraniano, che attacca navigazione e infrastrutture, restano intere. Altrettanto intera resta la responsabilità politica di chi ha aperto una guerra senza riuscire a governarne le conseguenze. Trump non può rivendicare il comando e attribuire ad altri il disastro.

Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe contribuiscono alla scarsità di carburanti? Sì. Lo riconosce la stessa Agenzia internazionale dell’energia. Negarlo sarebbe un favore alla propaganda avversaria. Ma un effetto economico non stabilisce da solo una responsabilità politica. Kyjiv cerca di indebolire la macchina bellica del Paese che la invade. Se ogni costo internazionale della sua resistenza diventasse una ragione per proibirgliela, all’aggressore basterebbe rendere economicamente scomoda la difesa dell’aggredito.

È questo il ricatto che l’Europa deve respingere. Ha già pagato la propria dipendenza da Putin. Ora paga anche le conseguenze delle decisioni di Trump. Accettare che il rimedio sia disarmare l’Ucraina significherebbe aggiungere alla bolletta energetica una capitolazione politica. Poi c’è il paradosso che ieri Trump ci ha sbattuto in faccia. Sul suo social ha scritto che l’Unione europea ha pagato alla Russia duecentocinquanta miliardi di dollari per l’energia. Lo ha fatto per difendere il suo accordo con Putin sul diesel russo, e il ministro del Tesoro Scott Bessent aveva già accusato gli europei di ipocrisia. La cifra non è verificata: Mosca stessa parla di oltre 320 miliardi venduti dal 2022 a Paesi europei, ma si tratta di un totale su quattro anni, in gran parte del 2022 e 2023, con prezzi altissimi, e non tutto riguarda l’Unione Europea. Nel 2026, i flussi sono molto più piccoli, anche se il GNL russo ha segnato un record: quasi 8 miliardi di euro nei primi nove mesi.

È vero, dunque, che continuiamo a comprare, e la ragione è che le sanzioni non hanno riguardato gas e GNL, e l’uscita è fissata per regolamento al 2027. Questo è un buon motivo per criticare l’Europa. Non è un buon argomento per chi, nello stesso fine settimana, apre ai carichi di diesel di Mosca. Trump vuole il gasolio a basso prezzo. L’Europa non può permettergli di ottenerlo barattando la sicurezza del continente. Un carburante più economico pagato con la resa dell’Ucraina non è un affare: è una capitolazione anticipata.

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