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Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

21 October 2026 at 11:37

Figures depicting US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin, right, are displayed at Marienplatz square, as part of a protest against fossil energy by the environment organisation Greenpeace during the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.

Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.

Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.

Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.

Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.

Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.

Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».

Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.

I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.

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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

21 October 2026 at 06:39

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La strada che porta a sinistra (e a destra) è pericolosa, liberali e riformisti ne traggano le conseguenze

19 October 2026 at 06:15

Tre

Dopo il dibattito di mercoledì scorso sulle comunicazioni del governo in vista del Consiglio Europeo, un vento chiarificatore ha tolto le ultime nuvole sulle scelte che liberali, radicali, riformisti e democratici, insomma gli avversari del bipopulismo, il termine coniato da Linkiesta, hanno davanti alle elezioni.

Il fatto nuovo è che tutti i gruppi della sinistra si sono per la prima volta uniti sulla consapevolezza che l’unica cosa che possono proporci è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: per la prima volta hanno concordato che ciascuno avrebbe votato la propria risoluzione e si sarebbe astenuto su tutte le altre. L’uso del condizionale è dovuto al fatto che, una volta approvata la risoluzione della maggioranza, che prudentemente – immagino – le opposizioni hanno lasciato presentare per prima, tutte le altre sono decadute. Ma il fatto politico resta e dipinge il colore della prossima coalizione di sinistra: un grigio tendente al rossobruno.

Ovviamente la questione di fondo, non soltanto della discussione dell’altra settimana, ma delle future elezioni, sarà la collocazione internazionale dell’Italia, con le conseguenze che conosciamo su tutta l’attività del governo. Come sappiamo, non è stato finora possibile sanare le profonde differenze fra le posizioni del Pd a sostegno della resistenza ucraina e dell’invio di armi all’esercito di Kyjiv, e quelle del Movimento 5 stelle col suo «pacifismo» disarmato, ma non disarmante la Russia. È un contrasto che non può risolversi senza il cedimento o di Giuseppe Conte o di Elly Schlein, e il fatto che la decisione sia rimessa alle primarie del Campo Largo è comunque garanzia di un solo esito in caso di vittoria elettorale: confusione, ambiguità, governo soggetto a spinte antieuropeiste e parallelo rafforzamento del coacervo trumputinista delle ali estreme della destra e della sinistra europea.

Conte, come ho scritto altre volte, a differenza di Schlein vince anche se perde le elezioni, o almeno di questo è convinto: è leader incontrastato del suo partito, non teme di essere sbalzato di sella, e una rottura col Pd non inciderebbe negativamente sul risultato elettorale del Movimento 5 stelle, anzi. Tutto il contrario per Schlein. Questo gli rende più facile mostrarsi – fingere di farlo – all’elettorato dei gazebo e più tardi della sinistra come facilitatore di una convergenza delle diverse posizioni. Soprattutto ora che la sua idea – o provocazione – di trovare un candidato di mediazione è stata respinta da Schlein, ben decisa a proporsi in prima persona come ha confermato ieri all’assemblea Pd.

L’analisi delle contraddizioni interne al documento presentato dai Cinquestelle in Parlamento ci aiuta a capire a quali mostruosità di sintassi politica porti questo progetto di Conte.

Nella risoluzione a prima firma Luca Pirondini presentata al Senato, i Cinquestelle dichiarano di volere un’Europa che tenga testa a Donald Trump (come il Pd), ma si guardano bene dal mettere a sua disposizione gli strumenti per farlo. Dichiarano (come il Pd) che l’interesse italiano si realizza all’interno di quello europeo, che l’integrazione va difesa dalle pressioni esterne e dai ripiegamenti nazionalisti; poi, però, arriva l’Ucraina e qui il sostegno militare europeo diventa responsabile di allontanare la pace.

Propongono un mediatore europeo (come il Pd) e rinviano a una conferenza di pace, ma non spiegano come convinceranno Vladimir Putin a concluderla con un accordo rispettoso dell’indipendenza ucraina. Che fare se Putin insiste, come conferma quotidianamente, nel volere tutto il Donbas e pensa di ottenere di più continuando a bombardare un nemico disarmato?

La stessa ambiguità riguarda la difesa europea. Il Movimento 5 stelle chiede una «vera difesa comune europea» (come il Pd) ma fuori dalla Nato e senza riarmo, e denuncia la «parabola bellicista tracciata dall’Unione europea».

In sintesi, su quella che definisce «la guerra russo-ucraina», il Movimento 5 stelle è isolato rispetto a tutta la sinistra europea: Socialisti, Verdi e liberali, come il Pd, il Psoe e la Spd, hanno sostenuto l’Ucraina, pur con differenze tra loro, ma senza mettere in dubbio il nesso tra aiuto militare e negoziato. Le posizioni vicine a quelle del M5S stanno altrove: nelle destre sovraniste che parlano di «pace» per significare resa, in settori dei Patrioti, in Viktor Orbán, in AfD. Non sarà una complicità, ma è una convergenza oggettiva, e un movimento che si dice progressista dovrebbe chiedersi come mai si ritrova lì.

Anche su Israele e Palestina le posizioni di Cinquestelle e Pd prima si accostano e poi divergono. La risoluzione Pirondini chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese (come il Pd), ma «quale Stato democratico e sovrano», formula che il Pd non ha mai espresso, credo e spero: in Cisgiordania non si vota per le politiche dal 2006 e Abu Mazen governa per decreto dal 2009. Di più: si chiedono restrizioni all’ingresso nell’Unione per chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate israeliane dall’inizio del conflitto, una sanzione collettiva che colpirebbe anche chi ha manifestato contro Benjamin Netanyahu e che stride fastidiosamente con il diritto internazionale cui la risoluzione si richiama.

Di fronte a questo centrosinistra, i gruppi politici che si collocano contro il bipopulismo credo abbiano chiaro che una sua vittoria rappresenterebbe un cappottamento di tutta la storia politica italiana di ispirazione liberale, socialista, popolare, democratica. L’alternativa che si presenta oggi è quella, finora perseguita con coerenza, di costruire una lista che abbia la forza elettorale di contrapporsi a entrambi gli schieramenti, tanto da precludere loro l’accesso al premio di maggioranza. In questo caso si torna al sistema proporzionale puro che ci ha accompagnato dal 1948 al 1992, dove i governi si formano in Parlamento e le forze centriste moltiplicano il loro potere di determinare programma e compagine di governo.

Il rischio è di non avere questa forza, e molto dipenderà da come sapranno muoversi Carlo Calenda con Azione per convincere gli elettori liberali e moderati cui si rivolge, e Pina Picierno con Spazio Pubblico per conquistare un nuovo elettorato proveniente dal mondo liberale progressista (radicale o liberal-socialista) e dal riformismo ancora interno al Pd o già lontano da un partito visto come troppo incline al massimalismo e troppo vicino ai Cinquestelle.

Dell’altro corno dell’alternativa ha già cominciato a parlare Luigi Marattin, col suo piccolo e diviso Pld (il presidente Andrea Marcucci ha preso le distanze dal segretario), che guarda a un’alleanza col centrodestra formato da Meloni e senza Roberto Vannacci.

Qui è Rodi, qui salta (per arrivare al Rubicone c’è ancora un po’ di tempo, ma non troppo).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Trump fa la guerra, Zelensky riceve il conto

14 October 2026 at 12:33

President Donald Trump meets with Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy during the United Nations General Assembly, Tuesday, Sept. 22, 2026, at the UN headquarters. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Donald Trump ha trovato il responsabile del caro carburanti: il presidente del Paese invaso da Vladimir Putin. Gli ucraini colpiscono le raffinerie russe, il gasolio scarseggia, dunque fermino i droni. La guerra americana contro l’Iran, le rotte del Golfo sconvolte, gli impianti danneggiati scivolano sullo sfondo. Il conto arriva a Kyjiv.

Per capire il rovesciamento bisogna distinguere due crisi energetiche e il rapporto che le lega. La prima esplode con l’aggressione russa del 2022. La seconda con la guerra americano-israeliana contro l’Iran nel 2026. Attribuire una percentuale esatta a ciascuna sarebbe inventare una precisione che i dati non consentono. Individuarne le cause principali è invece possibile.

Putin aveva cominciato a stringere il rubinetto prima dell’invasione. Nell’ultimo trimestre del 2021, i flussi russi via gasdotto verso l’Europa erano già diminuiti di circa un quarto rispetto all’anno precedente. Nel 2022, le esportazioni verso l’Europa Ocse si dimezzarono. La favola secondo cui ci saremmo inflitti tutto da soli con le sanzioni cancella l’uso del gas come arma di pressione.
L’Europa reagì cercando altri fornitori e comprando più gas liquefatto. Ridusse la dipendenza da Mosca, ma aumentò la propria esposizione alla concorrenza asiatica e alle rotte marittime. È su questo sistema già trasformato dalla guerra di Putin che si è abbattuta quella di Trump.

Le dimensioni del nuovo shock sono documentate dall’Agenzia internazionale dell’energia: la maggiore interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale. Attraverso Hormuz passava circa un quinto del commercio mondiale di gas liquefatto. Nella regione quasi tre milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione sono stati fermati dagli attacchi o dall’impossibilità di esportare. Qui sta il centro della nuova emergenza.

Le responsabilità del regime iraniano, che attacca navigazione e infrastrutture, restano intere. Altrettanto intera resta la responsabilità politica di chi ha aperto una guerra senza riuscire a governarne le conseguenze. Trump non può rivendicare il comando e attribuire ad altri il disastro.

Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe contribuiscono alla scarsità di carburanti? Sì. Lo riconosce la stessa Agenzia internazionale dell’energia. Negarlo sarebbe un favore alla propaganda avversaria. Ma un effetto economico non stabilisce da solo una responsabilità politica. Kyjiv cerca di indebolire la macchina bellica del Paese che la invade. Se ogni costo internazionale della sua resistenza diventasse una ragione per proibirgliela, all’aggressore basterebbe rendere economicamente scomoda la difesa dell’aggredito.

È questo il ricatto che l’Europa deve respingere. Ha già pagato la propria dipendenza da Putin. Ora paga anche le conseguenze delle decisioni di Trump. Accettare che il rimedio sia disarmare l’Ucraina significherebbe aggiungere alla bolletta energetica una capitolazione politica. Poi c’è il paradosso che ieri Trump ci ha sbattuto in faccia. Sul suo social ha scritto che l’Unione europea ha pagato alla Russia duecentocinquanta miliardi di dollari per l’energia. Lo ha fatto per difendere il suo accordo con Putin sul diesel russo, e il ministro del Tesoro Scott Bessent aveva già accusato gli europei di ipocrisia. La cifra non è verificata: Mosca stessa parla di oltre 320 miliardi venduti dal 2022 a Paesi europei, ma si tratta di un totale su quattro anni, in gran parte del 2022 e 2023, con prezzi altissimi, e non tutto riguarda l’Unione Europea. Nel 2026, i flussi sono molto più piccoli, anche se il GNL russo ha segnato un record: quasi 8 miliardi di euro nei primi nove mesi.

È vero, dunque, che continuiamo a comprare, e la ragione è che le sanzioni non hanno riguardato gas e GNL, e l’uscita è fissata per regolamento al 2027. Questo è un buon motivo per criticare l’Europa. Non è un buon argomento per chi, nello stesso fine settimana, apre ai carichi di diesel di Mosca. Trump vuole il gasolio a basso prezzo. L’Europa non può permettergli di ottenerlo barattando la sicurezza del continente. Un carburante più economico pagato con la resa dell’Ucraina non è un affare: è una capitolazione anticipata.

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I giornali, le zone grigie, e il potere degli inserzionisti pubblicitari

14 October 2026 at 06:15

Giornali

Ieri i comitati di redazione di Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore e Stampa hanno messo nero su bianco che «la distinzione tra attività giornalistica, interessi degli inserzionisti e strategie commerciali delle aziende editoriali non può avere deroghe o zone grigie» e occorre «difendere la professionalità, la deontologia e la reputazione delle giornaliste e dei giornalisti».

Il problema è che quelle zone grigie esistono da tempo e nessuno le ha mai davvero chiuse.

Il riferimento è all’inchiesta di Napoli su Multiversity-Pegaso. Secondo gli investigatori, soldi di pubblicità e rapporti commerciali sarebbero serviti a ottenere articoli favorevoli, a smussare notizie scomode o a farle sparire. Nelle carte compaiono quasi tutti i grandi giornali italiani e figure di primo piano: Mario Orfeo per Repubblica, Andrea Malaguti per La Stampa, Claudio Cerasa per il Foglio, Francesco Cancellato per Fanpage, Peter Gomez per il Fatto Quotidiano.

Sono ipotesi tutte da dimostrare, e non tutto ciò che viene descritto è automaticamente un reato. L’indagine ha avuto comunque una sua utilità perché ha fatto riscoprire improvvisamente il sistema delle garanzie: nessuna intercettazione sul caso Pegaso-stampa è uscita sui giornali, in meticoloso rispetto della legge, come ha notato ieri Claudio Caprara su Substack.

Ma chi pensa che il problema della libertà di stampa si esaurisca nel codice penale si sbaglia di grosso. La censura più efficace non arriva da fuori. È quella che si fa da soli. Non servono ordini, telefonate o interventi del direttore. Basta sapere che una notizia può far perdere un inserzionista importante o una collaborazione commerciale. A quel punto molti scelgono di non cercarla.

Nella politica queste cose si vedono meglio. Gli orientamenti dei giornali sono noti, le omissioni si confrontano, le deformazioni vengono contestate. In televisione è già più difficile: tempi stretti, talk show partigiani, censurati che non si vedono. Quando però entrano in gioco gli interessi economici dell’editore o dei grandi inserzionisti, diventa quasi impossibile accorgersene. Chi conosce i contratti pubblicitari? Chi sa quanto pesa davvero un cliente sul bilancio di un quotidiano? Chi può scoprire un’inchiesta che non è mai stata commissionata?

La stampa italiana ha una lunga tradizione in questo campo. Il Giorno nasce dall’Eni, La Stampa e poi Repubblica dalla Fiat, Il Messaggero dalla Montedison e oggi da Caltagirone, il Corriere salvato negli anni Ottanta da Fiat, Pirelli, Montedison e Mediobanca. I giornali servivano anche a proteggere gli interessi dei proprietari. Spesso non c’era nemmeno bisogno di intervenire: si sapeva già di cosa conveniva non parlare.

Non è solo storia antica. Nell’aprile 2024, con Repubblica ancora in mano agli Agnelli-Elkann, centomila copie di Affari & Finanza finirono al macero perché contenevano un pezzo di Giovanni Pons che toccava Stellantis. La redazione sfiduciò il direttore con 164 voti a 55. Due anni dopo, a settembre 2026, lo stesso comitato di redazione – con un altro proprietario e un altro direttore – è tornato a protestare per un’intervista non proprio graffiante a John Elkann.

Carlo Calenda ha più volte accusato Repubblica di non aver raccontato con sufficiente indipendenza la crisi di Stellantis e i suoi rapporti con gli aiuti pubblici. Ma gli attacchi della politica ai giornali su questo terreno sono rari, e si capisce perché: chi li muove teme ritorsioni. O peggio, di non essere più trattato affatto, come denunciava instancabilmente Marco Pannella, che peli sulla lingua non ne aveva.

Oggi forse il proprietario non è il problema principale. Secondo l’Agcom, tra il 2020 e il 2024 i ricavi dalle vendite dei quotidiani sono crollati da 865 a 551 milioni, quelli pubblicitari da 507 a 425. La pubblicità cala meno delle copie e il suo peso sui ricavi complessivi sale dal 33,5 al 37,4 per cento. Un giornale fragile diventa più ricattabile. Non serve comprarlo: basta comprarne la pubblicità. Qui sta il pericolo: non occorre comprare un giornale per influenzarlo, può bastare comprarne la pubblicità. Se è stato sempre vero, oggi è più vero ancora.

Il danno più grave non è la notizia ritoccata o ritardata. È quella che non viene mai cercata. Il giornalista che non propone un tema perché sa già la risposta del direttore, il direttore che anticipa i desideri dell’editore senza bisogno di chiedere. È la censura perfetta: non lascia documenti, non ha responsabili, non produce scandali.

Non si può affidare ai magistrati il compito di garantire l’indipendenza delle redazioni. Sarebbe un paradosso pericoloso.

Servono trasparenza sui rapporti economici rilevanti, separazione reale tra informazione e pubblicità, e autonomia professionale dei giornalisti. Sarebbe utile sapere se l’Ordine e la Federazione nazionale della stampa se ne stanno occupando, oltre ai Cdr delle testate coinvolte.

Il principio è semplice: il giornale vende informazione ai cittadini e spazi pubblicitari alle imprese. Sono due attività distinte. Se la distinzione sparisce, non c’è bisogno di abolire la libertà di stampa. Basta svuotarla.

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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

12 October 2026 at 14:02

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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I cortei che ignorano Hamas in realtà non vogliono la pace

12 October 2026 at 06:08

Giornata mondiale di sostegno alla Palestina, corteo e manifestazione di varie associazioni, sigle sindacali e studenti , per mantenere vivo l'interesse sulla guerra in medio oriente.Roma 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse) World day of support in Palestine, courtship and demonstration of various associations, centuries-old syndacali and students, to keep alive the interest in the war in the Middle East. Rome 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Sabato scorso, in diverse città italiane, si sono svolte manifestazioni organizzate da sindacati e partiti della sinistra, con partecipazione di movimenti per la Palestina. I cortei hanno denunciato quello che definiscono «genocidio» israeliano a Gaza e indicato come «complici» i governi di Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni. Con il passare del tempo, la memoria dell’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso circa milleduecento persone e rapito oltre duecentocinquanta, tende a sfumare nel discorso pubblico.

Esiste una soglia oltre la quale la solidarietà con i civili palestinesi può confondersi con la legittimazione di chi ha innescato la guerra o con la messa in discussione del diritto di Israele a esistere. A Torino una portavoce di un coordinamento per Gaza ha definito il 7 ottobre «giornata di resistenza»; a Milano il corteo è stato aperto da uno striscione per una Palestina «dal fiume al mare» accompagnato dalla condanna del sionismo. Definire «resistenza» un massacro di civili e ostaggi cambia il nome agli autori e cancella quello delle vittime. Chi invoca una Palestina dal fiume al mare dovrebbe precisare quale spazio residuo immagina per gli israeliani. Non tutti i manifestanti condividono queste posizioni; il silenzio di chi non le condivide pesa comunque.

In questo contesto è stato assegnato il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu secondo cui Israele ha commesso atti genocidi a Gaza. La sua lunga carriera a difesa dei diritti umani non viene cancellata da questa conclusione, ma una commissione d’inchiesta non è un tribunale e un premio non equivale a una sentenza. Le conclusioni vanno discusse nel merito: la critica al governo israeliano non autorizza a processare l’esistenza stessa di Israele.

Lo stesso vale per il documentario “Naza”, basato su testimonianze anonime di personale militare e di intelligence israeliano. L’esercito contesta i contenuti e la verificabilità delle fonti; alcuni oppositori di Netanyahu interpretano gli stessi sistemi di targeting come strumenti volti a ridurre, non ad aumentare, le vittime civili. Un film non costituisce prova processuale, e il termine «algoritmo» non equivale a una confessione.

Resta una domanda spesso elusa: quale responsabilità ha Hamas nella catastrofe di chi pretende di rappresentare? Il movimento governa Gaza da quasi vent’anni e ha utilizzato fondi di solidarietà per costruire una vasta rete di tunnel destinati alla guerra. Interrogato sul perché non fossero stati realizzati rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha risposto che i tunnel servono ai combattenti e che ai civili deve pensare l’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno descritto le vittime civili come un elemento di valore strategico. La logica è nota: combattere da case, scuole e ospedali e poi esibire macerie e morti come arma politica. Per Hamas la sofferenza dei civili non è solo un costo: è anche propaganda.

Le cifre che dominano il dibattito provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e combattenti. Ripeterle senza riserve critiche non è necessariamente pietà: è accettazione di una fonte parte in causa. I palestinesi non sono tutti Hamas, così come i tedeschi degli anni Trenta non erano tutti nazisti. Per questo le colpe di Hamas non possono essere cancellate in nome dei palestinesi. Né il solo numero dei morti dimostra un genocidio: serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. È su questo punto che le conclusioni della commissione Onu vanno messe alla prova. Pretendere che Israele rispetti il diritto di guerra è legittimo; non lo è lasciare che chi usa gli scudi umani si presenti come loro unico difensore.

Chi chiede conto a Israele di ogni scelta e a Hamas di quasi nulla applica una morale selettiva. Chi chiama «resistenza» il 7 ottobre riabilita un massacro.

Infine, diversi governi europei hanno riconosciuto uno Stato palestinese che ancora oggi non è in grado di tenere elezioni programmate in Cisgiordania e denunciano la tragedia di Gaza all’arrivo dell’inverno. Una task force europea per portare soccorsi direttamente a Gaza resta assente. Il non detto è che Hamas non ha deposto le armi e che gli aiuti rischiano di finire nelle mani delle sue milizie. La pace richiede una Palestina libera anche da Hamas e un Israele che non debba negoziare il proprio diritto a esistere. Una piazza che non riesce a pronunciare entrambe le condizioni non ha ancora chiarito quale pace vuole.

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