"É mais um prego no caixão do direito internacional"



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Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.
Cosa è successo
Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.
Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.
I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto.
Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato
KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015.
Le ragioni di Berlino
Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato
Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf.
Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.
La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.
La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.
La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.
Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.
Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.
È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.
Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.
Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.
L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.
Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.
La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.
Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.
Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.
“Penso di non sbagliare dicendo che lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati”. C’è tanto, forse tutto, in questo passaggio della lettera di Papa Leone XIV, datata 11 ottobre 2026, mediante cui ha inteso ringraziare pubblicamente il cardinale Giovanni Battista Re per aver svolto “egregiamente” l’incarico di Decano del Collegio Cardinalizio. Il “cuore” del testo è, però, altrove: nella rilettura di un’intera esistenza sacerdotale, che è stata, e continua ad essere, “una edificante testimonianza di amore alla Chiesa e al Papa”.
Si tratta di una storia iniziata lontano dai palazzi apostolici, precisamente a Borno, in Val Camonica, dove Re nasce nel 1934. Ordinato sacerdote nel 1957, passa per la Pontificia Accademia ecclesiastica e per le nunziature a Panama e in Iran, prima di rientrare in Segreteria di Stato nel 1971 come segretario particolare dell’allora Sostituto, l’arcivescovo Giovanni Benelli. Sette i Pontefici che ha conosciuto e servito, con responsabilità diverse e crescenti. È con San Giovanni Paolo II che diventa, nelle parole di Leone XIV, “collaboratore fidato dei Sommi Pontefici” per eccellenza. Wojtyla lo nomina Assessore nel 1979, Segretario della Congregazione per i Vescovi nel 1987 e, due anni dopo, Sostituto della Segreteria di Stato. Nel 2000 arriva alla guida della Congregazione per i Vescovi, insieme alla presidenza della Pontificia Commissione per l’America Latina; l’anno dopo l’elevazione alla dignità cardinalizia. Il suo impegno ultradecennale – dapprima, in qualità di Segretario – nel presentare alla scelta del Papa i candidati all’episcopato gli ha “permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali”. Nella lettera, il Santo Padre ha messo in rilievo anche “lo stile aperto, cordiale, franco, e la capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro”.
Lasciato il Dicastero nel 2010, Re non esce di scena. Nel marzo 2013 è lui, come primo dei cardinali vescovi elettori, a presiedere il Conclave che elegge il cardinale Jorge Mario Bergoglio. Nel 2020 diventa Decano. Nel gennaio 2023 celebra all’altare le esequie di Benedetto XVI; il 26 aprile 2025 presiede quelle di Francesco. Il 7 maggio 2025, nella Messa pro eligendo Romano Pontifice, invoca un Papa che meglio sappia “risvegliare le coscienze di tutti e le energie morali e spirituali” della società, richiamando a un’unità “che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità”. Tre giorni dopo, nel primo incontro con il Collegio, Leone XIV gli rende omaggio pubblicamente.
Nel concludere sull’uomo, il Papa ha scritto: “Tutti abbiamo ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica”. Una possibile chiave di lettura, suggerisce Leone XIV, sta nel motto scelto al momento dell’elezione alla dignità episcopale, Virtus ex alto, che attesta quanto abbia sempre “saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia”. Un motto che dà ragione del suo aver servito la Chiesa senza mai servirsi di essa. Un vero “uomo di Chiesa” e “uomo di Dio”, sincero e coerente. Ha onorato e onora la summenzionata terra nativa, di grandi e radicate tradizioni cristiane, nel campo ecclesiale e nell’apostolato laicale, ricevendo nel corso degli anni diversi riconocimenti legati al territorio, partecipando alla vita di quelle comunità come nel caso del 7 luglio 2018 quando – nel centenario della Grande Guerra – l’Adamello è stato proclamato Vetta Sacra alla Patria.
Senza tema di smentita, si può sostenere – utilizzando le parole della sua omelia del 2002, in occasione del XX anniversario della scomparsa del cardinale Giovanni Benelli – che il suo “amore alla Chiesa e alle anime lo (abbia spinto) ad affrontare con ardore e coraggio i problemi anche più difficili, senza badare al proprio tornaconto, ma guardando a ciò che la coscienza gli (ha indicato, di volta in volta) come scelta giusta e doverosa”. Insomma, non si può non rivolgergli un grazie per quello che ha fatto, anche per il nostro Paese, quale “testimone di Cristo e servitore del Vangelo per la speranza del mondo”.
L’impiego dei droni nella guerra in Ucraina sta accelerando l’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle modalità operative, ponendo interrogativi sulle possibili ricadute per gli attori non statali. Siamo in presenza di un processo di trasformazione che supera il perimetro del conflitto: tecnologie, competenze ed esperienze maturate dalle forze armate possono essere studiate e adattate anche da organizzazioni terroristiche e criminali, con conseguenze sulla sicurezza dei territori e sulla protezione delle popolazioni. Nel teatro ucraino, questa evoluzione si manifesta nell’aumento del numero di droni impiegati, nella specializzazione delle loro funzioni e nella crescente integrazione con le altre componenti della forza. Alla ricognizione si affiancano l’attacco, la correzione del tiro e l’intercettazione di altri droni. Il Ministero della Difesa ucraino ha documentato, anche nel 2026, l’introduzione di nuovi sistemi destinati a operare a differenti distanze e a contrastare i mezzi aerei senza pilota avversari. Si delinea una capacità sempre più articolata, nella quale l’efficacia del singolo drone dipende anche dalla rete che collega sensori, decisori e strumenti d’intervento, consentendo di tradurre le informazioni raccolte in azioni coordinate. La trasformazione più significativa riguarda il ritmo dell’adattamento. Justin Bronk e Jack Watling, in uno studio del Royal United Services Institute, hanno evidenziato come l’efficacia dei droni dipenda dall’aggiornamento di software, sensori, comunicazioni e modalità di funzionamento, mentre l’avversario perfeziona le contromisure. Per la fattispecie, questi aggiornamenti possono rendersi necessari nell’arco di sei-dodici settimane. La capacità operativa dipende quindi anche dalla rapidità con cui l’esperienza del combattimento viene tradotta in modifiche tecniche e organizzative. Un’ulteriore direttrice riguarda la riduzione della vulnerabilità alle interferenze e lo sviluppo di funzioni che richiedono un minore intervento dell’operatore. Si tratta di evoluzioni distinte: i collegamenti in fibra ottica riducono la vulnerabilità del canale di comando al disturbo radio, mentre l’automazione e l’autonomia di specifiche funzioni modificano il rapporto fra operatore e sistema. Nel giugno 2026, il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato prove in combattimento di droni intercettori nei quali l’operatore seleziona il bersaglio e autorizza l’ingaggio, mentre il sistema esegue autonomamente le successive fasi dell’intercettazione. Secondo quanto dichiarato, la decisione iniziale resta dunque umana, mentre l’esecuzione viene affidata in larga misura al sistema. Questi sviluppi interessano anche gli attori non statali. Organizzazioni terroristiche e criminali possono osservare le soluzioni tecnologiche e le modalità d’impiego adottate dalle forze armate, selezionando e adattando quelle compatibili con le proprie risorse e finalità. Non occorre riprodurre un’intera capacità militare per ottenere un vantaggio: un miglioramento nella sorveglianza, nell’affidabilità dei mezzi o nel coordinamento delle attività può essere sufficiente a rafforzare la capacità d’azione di un gruppo in un determinato territorio. La disponibilità di tecnologie commerciali consente inoltre di condurre sperimentazioni proprie, nelle quali l’innovazione nasce dall’adattamento di strumenti già accessibili a esigenze operative specifiche. Occorre però collocare questa evoluzione in una prospettiva storica più ampia. Già dal 2001, in Afghanistan, l’impiego statunitense dei Predator armati con missili Hellfire nelle operazioni contro al-Qaeda e le forze talebane aveva mostrato il valore operativo della combinazione fra sorveglianza persistente e capacità di attacco a distanza.
Anche l’impiego terroristico dei droni precede l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 2022. Nell’ottobre 2016, in Iraq, un drone contenente esplosivo impiegato dallo Stato islamico provocò la morte di due combattenti curdi e il ferimento di due militari francesi. Nel gennaio 2017, il Combating Terrorism Center di West Point presentò un’analisi di ventuno documenti interni recuperati a Mosul, relativi al programma droni dell’organizzazione. Fra gli autori figurava Don Rassler, ricercatore e direttore delle iniziative strategiche del Centro, che nel 2018 avrebbe approfondito l’approvvigionamento, le dimensioni e le prospettive di questa capacità. Emergeva un programma organizzato, sostenuto da procedure di gestione e acquisizione dei mezzi, ben prima dell’accelerazione tecnologica osservata nel conflitto ucraino.
La guerra in Ucraina può dunque essere considerata un acceleratore dell’innovazione e della diffusione di conoscenze e modalità d’impiego, all’interno di un fenomeno già esistente. L’esperienza africana ne mostra l’estensione geografica e operativa. L’Africa Center for Strategic Studies ha documentato l’impiego di droni per lo sgancio di ordigni da parte di gruppi jihadisti nel Sahel, segnalando anche un attacco attribuito al Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, contro postazioni militari a Djibo, in Burkina Faso, nel febbraio 2025. Nel briefing delle Nazioni Unite del 5 agosto 2026 è stato inoltre richiamato il crescente utilizzo di droni commerciali da parte della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), nel quadro di una valutazione più ampia che identifica nell’impiego di sistemi aerei senza pilota e nel loro adattamento a funzioni offensive da parte di organizzazioni terroristiche una minaccia operativa significativa. Sul versante criminale, un recente contributo di Ed Timperlake, pubblicato su Defense.info con il titolo An Intel Alert So There Is No 21st Century Pearl Harbor, richiama l’attenzione su un episodio messicano. Il 5 ottobre 2026, a El Rosario, nello Stato di Sinaloa, l’esercito ha individuato un accampamento riconducibile alla criminalità organizzata. Secondo la ricostruzione di Sebastián Martínez su Luz Noticias, sono stati sequestrati quindici droni, altrettanti dispositivi di controllo, quindici rotoli di fibra ottica per droni e quarantadue ordigni esplosivi improvvisati, insieme ad armi e munizioni. La compresenza di questi materiali rappresenta un segnale concreto della diffusione di capacità tecnologiche e operative che rendono sempre più stretto il rapporto fra difesa e sicurezza interna. La possibilità che organizzazioni criminali acquisiscano mezzi e adattino modalità d’impiego sperimentate nei conflitti impone una riflessione sulle implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati. Anche in Europa il problema è riconosciuto: già nel 2023 la Commissione europea rilevava l’utilizzo criminale dei droni nel contrabbando transfrontaliero e nel traffico di stupefacenti.
Che cosa possiamo attenderci? Anzitutto, sul versante della risposta istituzionale, sarà necessario rafforzare le capacità di sorveglianza degli Stati e diffondere strumenti di individuazione e contrasto dei droni presso le forze dell’ordine, in coordinamento con le autorità aeronautiche e la difesa. Già in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, a Roma, furono adottate misure di protezione dello spazio aereo che comprendevano esplicite restrizioni al volo dei droni. L’evoluzione della minaccia richiede oggi di aggiornare mezzi, competenze e procedure, superando le disomogeneità nelle capacità di risposta dei diversi apparati. Le implicazioni dipendono anche dalle finalità perseguite. Per la criminalità organizzata, i droni possono rafforzare la protezione dei traffici, il controllo territoriale e l’intimidazione, per le organizzazioni terroristiche, possono favorire una più stretta integrazione fra osservazione, azione violenta e propaganda, al servizio di obiettivi politici e ideologici. Anche un’organizzazione criminale può ricorrere a modalità terroristiche, quando la violenza assume una dimensione e una finalità di intimidazione della popolazione o di coercizione dei poteri pubblici. Tale carattere non deriva però automaticamente dal mezzo utilizzato. Comprendere gli obiettivi e le modalità con cui ciascuna organizzazione impiega i droni è quindi necessario per predisporre risposte adeguate. La partita riguarda inoltre l’asimmetria fra il costo dell’azione ostile e quello della protezione. Un episodio circoscritto può imporre sospensioni delle attività, controlli prolungati e l’impiego di risorse considerevoli. La valutazione del rischio deve quindi comprendere le conseguenze economiche, organizzative e psicologiche, soprattutto quando sono coinvolti servizi essenziali. Per un attore ostile, generare incertezza e provocare interruzioni può rappresentare un risultato significativo anche quando il danno materiale resta limitato. Questa asimmetria rende ancora più importante riconoscere tempestivamente l’evoluzione della minaccia. Acquista significato, sul piano dell’intelligence, il richiamo di Timperlake a Pearl Harbor: la disponibilità di informazioni parziali serve a poco se non si riesce a collegarle, interpretarle e tradurle in preparazione operativa. Il precedente storico invita a verificare l’adeguatezza delle categorie con cui interpretiamo i segnali e delle procedure con cui reagiamo. Timperlake distingue inoltre la protezione di singoli obiettivi dalla difesa di spazi più ampi, ponendo una questione rilevante anche per la sicurezza interna: la protezione di alcune strutture deve inserirsi in una capacità più estesa di sorveglianza, valutazione e intervento sul territorio.
La risposta richiede intelligence, cooperazione istituzionale e capacità di adattamento. Occorre comprendere chi acquisisce i mezzi, quali competenze possiede, come finanzia l’attività e quali finalità persegue. Le informazioni ricavate da sequestri, segnalazioni e incidenti devono essere condivise e messe in relazione attraverso la collaborazione fra forze di polizia, autorità aeronautiche e responsabili delle infrastrutture. La Commissione europea ha già sottolineato la necessità di procedure chiare e responsabilità definite per rendere efficace questo coordinamento.
Per l’Italia e per l’Europa, le esperienze messicane, mediorientali e africane offrono elementi da confrontare con le evidenze raccolte nei rispettivi territori. Pur senza dimostrare l’esistenza di analoghe capacità di attentato sul suolo europeo, richiamano la necessità di seguire la diffusione di tecnologie e competenze, rispetto alla quale la distanza geografica non costituisce una garanzia di protezione. La sicurezza oggi è un processo continuo di osservazione, valutazione e adattamento. Gli attori non statali partecipano già alla trasformazione tecnologica, apprendendo dall’esperienza altrui e sperimentando soluzioni proprie. Potremmo definirla una forma di «realismo adattivo al contrario»: la capacità di leggere i rapporti di forza e adeguare mezzi e comportamenti viene esercitata anche da chi minaccia la sicurezza. La questione decisiva diventa allora la velocità relativa dell’apprendimento: quanto rapidamente le istituzioni riescano a riconoscere il cambiamento e a tradurlo in preparazione, tenendo il passo con l’adattamento degli attori ostili e, dove possibile, anticipandolo. Dobbiamo mantenere la lucidità strategica e operativa, agendo prima che il ritardo nella comprensione si trasformi in vulnerabilità.

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VTM
A VTM esteve num dos locais onde a campanha decorreu, em Vila Real, e conversou com Alice Gonçalves, voluntária da CVP. A voluntária fez um balanço positivo da campanha de recolha de alimentos, destacando a generosidade da população e a importância da iniciativa para apoiar quem mais precisa. “Tem corrido muito bem. As pessoas já doaram bastante e isso, para nós, é uma satisfação, pois há sempre pessoas com muitas necessidades”.
Apesar das dificuldades financeiras enfrentadas por muitas famílias devido ao aumento do custo de vida, Alice Gonçalves considera que a população continua solidária, contribuindo de acordo com as suas possibilidades. “Cada um tem consciência do que pode fazer e dar”, afirma.
A voluntária salientou também que os portugueses são um povo que se ajuda mutuamente. “Mesmo que seja com pouco, tentam sempre ajudar”.
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Ukraine is drafting crisis scenarios for November to March as Russian strikes target the country’s biggest cities, Head of the Presidential Office Kyrylo Budanov said on 13 October after chairing a meeting with donor-country diplomats and humanitarian organizations. His deputy Iryna Vereshchuk warned the same day that this winter may bring a new type of humanitarian crisis. She asked donors to be ready with fast extra funding.
Russia has struck Ukraine’s grid deep into winter before: last February, it launched more than 500 missiles and drones as temperatures fell below −20°C. Strikes have continued despite a US-announced energy truce Moscow has not confirmed. Kyiv now wants donors ready to pay for the humanitarian fallout in advance.
The core task is clear crisis scenarios and synchronized response plans for that period, Budanov wrote. The government is building a baseline threat scenario through the State Emergency Service, while the military and intelligence will provide a risk assessment.
“The available resource must be concentrated where people will have the hardest time,” Budanov wrote.
Ukraine, he added, must hold its rear as reliably as the Defense Forces hold the front line.
A war of rear areas is underway, Vereshchuk wrote. Russia is changing tactics in an attempt to deepen the humanitarian crisis, especially in Kyiv, Kharkiv, Odesa, and Dnipro, she added.
Vereshchuk did not define what makes the crisis new, but she tied her warning to the big cities.
“This winter, it is the big cities that may become the testing ground of our national resilience,” she wrote.
Humanitarian organizations must adapt their plans to protect and support civilians, Vereshchuk wrote. Donors, she said, must be ready to provide additional crisis-response funding quickly.
Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy wrote on 13 October that even border and frontline oblasts were ahead of Kyiv on resilience plans as of mid-October. Even single hits by Shahed attack drones can cut power and water across much of the capital, he noted. He also began consultations on urgent security and management steps to fix the situation in the city.
Russia carried out more than 200 strikes on Ukraine’s power generation and transmission in the week to 11 October, Zelenskyy said. Overnight on 14 October, Russia fired 39 ballistic missiles and more than 120 drones at energy and critical infrastructure. The barrage left at least 600,000 people without power, Zelenskyy said.