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Tunnel sotto la Manica, un autobus si scontra con un treno: 19 feriti

Un minibus si è ribaltato su un fianco all’ingresso della galleria, su un passaggio a livello, prima di essere investito da un treno merci. “Non si registrano decessi e nessuno è in pericolo di vita”, secondo un comunicato della prefettura

Così Pechino gioca d’anticipo sulla nuova frontiera delle neurotecnologie

15 October 2026 at 15:33

Di recente, un ospedale di Shanghai ha impiantato un’interfaccia cervello-computer (brain-computer interface, Bci) per aiutare un paziente con una lesione del midollo spinale a recuperare il movimento della mano. L’intervento è stato eseguito nell’ambito della pratica clinica ordinaria, e non di una sperimentazione clinica, dopo che Pechino ha recentemente approvato l’impiego commerciale del dispositivo Bci invasivo: una prima assoluta per la Cina e a livello mondiale. Sviluppato dalla Neuracle medical technology di Shanghai, il dispositivo ha consentito a 32 pazienti di recuperare l’uso delle mani. È un segnale di quanto la Cina consideri strategica questa tecnologia di frontiera e rappresenta una tappa significativa nel campo delle neuroprotesi, dove l’approvazione delle Bci per l’impiego sui pazienti richiede generalmente anni.

La strategia cinese per la leadership globale

Una delle ragioni alla base dell’approvazione del dispositivo risiede nella sua progettazione relativamente meno invasiva, che comporta rischi inferiori rispetto a soluzioni concorrenti come N1 di Neuralink. Il sistema consiste in un elettrodo delle dimensioni di una moneta, posizionato sopra la membrana protettiva del cervello, che rileva i segnali generati quando il paziente immagina di compiere determinati movimenti. Questi segnali vengono quindi trasmessi in modalità wireless a un guanto robotico. N1 di Neuralink, al contrario, viene impiantato direttamente nella corteccia per registrare l’attività neurale, con un rischio maggiore di emorragie e cicatrici gliali. È proprio questo compromesso tra capacità e invasività a spiegare perché la maggior parte delle Bci sia ancora in fase sperimentale.

La Cina si sta muovendo rapidamente in questo settore nascente, con l’obiettivo di diventare un leader globale negli impianti cerebrali entro il 2030. Un forte sostegno governativo e consistenti finanziamenti stanno contribuendo ad accelerarne lo sviluppo. Altre Bci, infatti, sono attualmente in fase di approvazione. Tra queste c’è Beinao-1, un dispositivo minimamente invasivo che sarà testato negli ospedali il prossimo anno. Oltre 30 ospedali in tutta la Cina dispongono ormai di unità dedicate alle interfacce cervello-computer, mentre le applicazioni si stanno estendendo anche alla cura delle malattie neurodegenerative e dei disturbi psichiatrici. Anche la propensione dei consumatori ad adottare nuove tecnologie sta accelerando la diffusione su larga scala delle applicazioni, mentre in Europa la sperimentazione di tecnologie sul cervello umano suscita ancora preoccupazioni nell’ambito degli studi clinici.

L’Europa tra eccellenza scientifica e ritardi industriali

L’Europa vanta eccellenze mondiali nella ricerca, soprattutto nel campo delle Bci non invasive, ma è in ritardo nello sviluppo dei prodotti. Svizzera, Germania e Spagna ospitano, infatti, un numero significativo di aziende attive nel settore, tra cui MindMaze, CorTec e InBrain Neuroelectronics. L’Europa registra comunque progressi anche sul piano clinico: lo scorso anno, a Monaco di Baviera è stato realizzato il primo impianto Bci in Europa su un paziente affetto da tetraplegia, mentre CorTec ha impiantato il dispositivo in un terzo paziente nell’ambito della propria sperimentazione sulla riabilitazione motoria dopo un ictus. L’ecosistema europeo delle Bci resta tuttavia indietro rispetto a quelli cinese e statunitense. Alcune aziende europee stanno completando sperimentazioni cliniche negli Stati Uniti, dove i percorsi regolatori e i finanziamenti destinati agli impianti cerebrali sono più consolidati. La Food and drug administration statunitense, ad esempio, è più preparata per approvare le sperimentazioni sulle Bci rispetto all’Europa. Tra le aziende statunitensi, Synchron, Neuralink, Paradromics e Precision Neuroscience figurano da anni tra le principali protagoniste dello sviluppo di queste interfacce. Un’altra società americana, Axoft, ha avviato una collaborazione con un’azienda cinese e un ospedale di Shanghai per sperimentare la propria Bci su quattro pazienti, in un raro esempio di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo delle neurotecnologie.

Un mercato in crescita

Sebbene la tecnologia abbia compiuto progressi, le applicazioni pratiche restano al momento limitate. L’impianto di Bci, siano esse invasive o non invasive, è ancora circoscritto a determinate categorie di pazienti, e le sfide tecniche rimangono rilevanti. La raccolta e l’interpretazione dei segnali neurali costituiscono ancora un ambito scientifico in una fase iniziale di sviluppo. Il potenziale trasformativo, tuttavia, è enorme, con un mercato globale che, secondo le proiezioni, dovrebbe crescere dai 2,8 miliardi di euro del 2026 a oltre 9 miliardi di euro entro il 2034. I decisori politici europei devono perciò sostenere gli operatori locali e aiutarli a crescere, intervenendo al tempo stesso sulla definizione degli standard prima che Stati Uniti e Cina arrivino a dominare il mercato.

La partita sugli standard

La Cina, dal canto suo, sta cercando di definire vocabolari globali, formati dei dati e architetture di riferimento attraverso l’Organizzazione internazionale per la normazione e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. Pechino ha inoltre già introdotto nel 2025 una terminologia sulle Bci destinata all’uso interno. Esponenti dell’industria, come la China pharmaceutical innovation and research development association (Phirda), stanno sollecitando la Cina a trasformare il proprio vantaggio in valore economico attraverso la definizione di standard globali. Stabilire una terminologia condivisa tra decisori politici, ricercatori, aziende e istituzioni contribuirà a determinare gli standard tecnici e le architetture di riferimento delle Bci a livello mondiale.

Il nodo della governance europea

L’Unione europea dispone di norme che disciplinano alcuni aspetti dello sviluppo delle interfacce cervello-computer, tra cui la sicurezza dei dispositivi medici e la protezione dei dati. Spagna e Francia hanno adottato politiche per lo sviluppo responsabile delle neurotecnologie. Bruxelles, tuttavia, non ha ancora affrontato il tema degli standard per la sicurezza cognitiva o per l’impiego etico di questi dispositivi, tanto in ambito medico quanto per applicazioni non mediche. Eppure, se l’Ue riuscisse a definire gli standard tecnici prima che il relativo vocabolario venga consolidato altrove, si assicurerebbe qualcosa di più di una quota di mercato: potrebbe contribuire a stabilire i criteri sui quali saranno costruiti i dispositivi di tutti gli altri.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

Nft, la bolla che prometteva l’oro e consegnò Jpeg

15 October 2026 at 13:53

C’è stato un momento, nella primavera del 2021, in cui un’opera digitale dell’artista Beeple fu venduta per 69,3 milioni di dollari. Il messaggio sembrava inequivocabile: nasceva una nuova classe di beni, scarsi per costruzione, certificati dalla blockchain, destinati a rivalutarsi come l’arte, l’oro, gli immobili: gli Nft (non fungible token). Attorno a tali beni si costruì in pochi mesi un’intera cosmologia: la proprietà digitale, l’economia dei creatori, il metaverso come nuovo spazio sociale ed economico. Chi dubitava veniva liquidato come chi “non aveva capito”. Oggi la domanda da porsi non è più se gli Nft cambieranno il mondo, ma quanto sia costata, a chi ci ha creduto, quella convinzione.

Il punto di partenza è il volume degli scambi. Secondo i dati CryptoSlam riportati da IntelligentHQ, il volume mensile, che nei primi mesi del 2022 aveva sfiorato i 6 miliardi di dollari, a marzo 2026 era sceso a 106 milioni: un calo di circa il 98%. Sull’intero anno, il 2025 si è chiuso attorno ai 5,5 miliardi di dollari, il 37% in meno del 2024, mentre il prezzo medio di vendita degli Nft artistici è passato da 462 dollari nel 2021 a meno di 100 nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026, stando alle rilevazioni di Dune Analytics riprese da Nft Plazas, gli scambi sono scesi di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fotografia più impietosa riguarda però la qualità di ciò che resta. Già nel 2023 lo studio dappGambl analizzò 73.257 collezioni e ne trovò 69.795, circa il 95%, con capitalizzazione pari a zero; i detentori coinvolti sarebbero stati oltre 23 milioni. Uno studio successivo, rilanciato nel 2024 da NFTevening su dati NftScan, ha stimato che circa il 95% delle collezioni fosse di fatto “morto”: nessuno scambio, nessuna attività sui social, meno di venti vendite in una settimana. Sono stime con metodologie discutibili e vanno lette come ordine di grandezza, ma convergono tutte nella stessa direzione.

Ed è un’infrastruttura intera a ritirarsi. Nifty Gateway, uno dei marketplace pionieri, ha chiuso il 23 febbraio 2026; Foundation ha annunciato lo stop ad aprile; l’edizione 2026 di NFT Paris è stata cancellata, con gli organizzatori che hanno ammesso apertamente di essere stati travolti dal crollo del mercato. Proprio in questi giorni, Blur, che nel 2023 controllava oltre il 70% degli scambi di Nft su Ethereum, ha annunciato la chiusura della propria interfaccia web il 12 novembre: i suoi volumi mensili sono passati da circa 1,43 miliardi di dollari nel marzo 2023 a meno di 7 milioni nel marzo 2026, con un calo superiore al 99,5%. Persino OpenSea, il marketplace più noto, ha spostato il proprio baricentro: oltre il 90% dei suoi volumi proviene ormai da token fungibili, non da collezionabili.

La parabola dei “grandi nomi” è istruttiva. Il noto cantante Justin Bieber acquistò nel gennaio 2022 uno Yacht Club Bored Ape per 500 ether, circa 1,3 milioni di dollari; il suo valore stimato è oggi attorno ai 12.000 dollari, un crollo del 99%. L’intera collezione Bored Ape, che nel 2022 aveva toccato un prezzo minimo d’ingresso di 128 ether (oltre 400 mila dollari), nel 2024 era già scesa del 90% e anche dopo il rimbalzo della primavera 2026, che l’ha portata attorno ai 25 mila dollari, resta ben oltre il 90% sotto il suo massimo. Il mercato, osservano gli analisti, è diventato “a K”: poche collezioni di marca concentrano la maggior parte del volume, mentre la mediana dei token ha perso gran parte del proprio valore. Dire che gli Nft siano tutti a zero sarebbe falso; dire che l’investitore medio abbia visto il proprio capitale preservato sarebbe altrettanto falso.

Il destino degli Nft è inseparabile da quello del metaverso, di cui avrebbero dovuto essere la moneta corrente. Reality Labs, la divisione di Meta nata attorno a quella visione, ha accumulato perdite operative per circa 88 miliardi di dollari dalla fine del 2020, secondo i risultati del secondo trimestre 2026. Nel gennaio scorso l’azienda ha tagliato oltre mille posti e chiuso diversi studi di realtà virtuale, spostando risorse verso intelligenza artificiale e occhiali smart; la sua app sociale di punta, Horizon Worlds, è stata messa in modalità manutenzione. Quando persino chi ha cambiato nome all’azienda per inseguire un’idea ne ridimensiona il perimetro, il segnale per i piccoli risparmiatori dovrebbe essere eloquente.

Il confronto con l’oro è utile, a patto di essere onesti sui numeri. Il metallo giallo ha chiuso a un massimo storico di 5.318 dollari l’oncia il 29 gennaio 2026 e da allora ha corretto: i futures hanno chiuso il 5 ottobre a 4.157 dollari, circa il 22% sotto il record. Ma il quadro cambia se si allarga l’orizzonte: rispetto a un anno fa il prezzo è ancora più alto di circa il 6%, e nell’ottobre 2025 aveva appena superato per la prima volta quota 4.000 dopo un’annata da oltre il 50% di rialzo. Gli acquisti delle banche centrali continuano, con 51 tonnellate comprate a giugno secondo il World Gold Council. Un bene rifugio non è un bene che non scende mai: è un bene dotato di una domanda reale, di una storia e di un valore che non dipende da una piattaforma web. Un NFT, quando il marketplace chiude, rischia di essere un puntatore verso un file che nessuno vuole più.

Se gli Nft possono, almeno in parte, essere considerati un buon investimento per alcuni speculatori, è altrettanto vero che esistono al mondo altri strumenti di investimento ben più affidabili. Per chi cercava rendimento, le alternative non sono mancate. Al 5 ottobre 2026 l’indice azionario globale MSCI World segna un progresso di circa il 13% da inizio anno e l’S&P 500 di oltre il 14%; mille dollari investiti nell’MSCI World a gennaio 2016 varrebbero oggi circa 3.800 dollari con i dividendi reinvestiti, un rendimento annuo composto del 13,4%. Sul versante obbligazionario, il Btp decennale rendeva il 6 ottobre il 4,61%, e l’ultima emissione a dieci anni di fine agosto, con scadenza 2036, è stata collocata a un rendimento lordo del 4,1%, pari a circa il 3,58% netto. Anche questi strumenti hanno rischi, dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi per i titoli di Stato, e i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Ma hanno una differenza decisiva: dietro ci sono imprese che producono utili, o Stati che pagano cedole. Dietro un NFT speculativo c’è, spesso, solo la speranza di trovare qualcuno disposto a pagare di più.

Sarebbe un errore, infine, trarre dalla vicenda una condanna della digitalizzazione. La tokenizzazione, i registri distribuiti, i beni digitali hanno applicazioni reali, dal gaming alla certificazione di documenti, e il mercato Nft sopravvive, ridimensionato, proprio dove c’è un uso e non solo una scommessa. Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la si è trasformata in promessa di arricchimento facile. Le bolle hanno una grammatica ricorrente: una narrazione affascinante, il timore di restare fuori, la convinzione che “stavolta è diverso”, prezzi che salgono perché salgono. Dal bulbo di tulipano alle dot-com, fino ai JPEG da milioni di dollari, l’impulsività è il carburante e la mancanza di conoscenza il combustibile. Il digitale è una frontiera affascinante e va esplorata, ma con tre accorgimenti elementari: capire che cosa si sta comprando e chi dovrebbe comprarlo da noi domani; non investire mai più di quanto ci si possa permettere di perdere; e diffidare di ogni promessa che sostituisca l’analisi con l’entusiasmo. L’innovazione non ha bisogno di bolle per affermarsi. A volte, anzi, ne esce più forte quando le bolle scoppiano, come quella delle dot.com insegna.

Ecco perché un museo cerca giovani per scrivere il futuro

15 October 2026 at 13:22

“Crescere è una necessità per il nostro Paese” ha ribadito il presidente Alvise Biffi in apertura del suo intervento all’assemblea annuale di Assolombarda. Nello stesso giorno Banca d’Italia ha alzato la stima per il 2026 all’1%, è vero. Ma per poi vedere la crescita rallentare allo 0,6% nel 2027 e allo 0,8% nel 2028. Qualche giorno prima l’economista Lucrezia Reichlin ha ricordato sul Corriere della Sera il peccato dell’Italia: restare piccoli. È stato fatto un buon lavoro sul debito ma dagli anni Novanta siamo fermi. “Non possiamo abituarci”, dice Biffi.

Se un medico ci dicesse che nostro figlio ha problemi di crescita, certamente ci preoccuperemmo per il suo futuro, per cosa lo aspetta e per quello che rischia di diventare. Lo stiamo facendo per il nostro Paese? E soprattutto, abbiamo individuato gli anticorpi necessari per curare il rachitismo che affligge il nostro sistema economico? Il principale si chiama “giovani”. Se la Reichlin individua nella emigrazione giovanile uno dei segnali della malattia, Biffi lo ha detto chiaramente: “Senza giovani non c’è industria”.

Per crescere, però, serve un’idea di futuro. Una strategia per la crescita non è solo un elenco di misure. Presuppone di sapere dove si vuole andare, di avere un’immagine del Paese che si vuole diventare. Ed è proprio questa immagine che sembra mancare. Il Censis, nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha misurato questa mancanza di prospettiva. Il 63% degli italiani è convinto che “si sia spento ogni sogno collettivo”. Il 55% pensa che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita. È il ritratto di un Paese che guarda soprattutto indietro, a ciò che ha perso, e fatica a immaginare che cosa potrebbe guadagnare.

I giovani scesi in piazza nelle scorse settimane in Francia, Spagna, Belgio vogliono scuole migliori. Chiedono case economicamente accessibili. Non stanno facendo la rivoluzione, pretendono solo un futuro migliore. Sono i protagonisti del tempo che verrà ma nessuno li interpella, nessuno sembra voler approfittare della loro energia, della loro naturale voglia di immaginare e di fare per ritagliarsi lo spazio che meritano nella storia. Li stiamo prendendo sul serio? Il presidente del Cnel Renato Brunetta, ha sintetizzato così i risultati del rapporto Giovani expat. Come farli tornare: “Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”. E meritarselo, il talento, significa pagarlo meglio, certo. Ma anche dargli spazio, permettere ai giovani di contribuire a scrivere quel futuro che sono destinati ad abitare.

Per questo è interessante l’invito che arriva da un luogo che per definizione custodisce il passato. Il Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, una delle più visitate d’Italia, ha lanciato Vittoriale Lab – L’officina del possibile, un concorso nazionale di idee per chi ha meno di 25 anni. Non ci sono premi in denaro. Ai partecipanti si chiede di presentare entro il 30 ottobre un’idea su una delle tre sfide proposte: la sostenibilità, il nuovo senso di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’identità tra spazio fisico e virtuale. Dieci ragazzi e ragazze saranno selezionati e a fine gennaio si ritroveranno al Vittoriale in un weekend di “co-creazione” affiancati da un team di abilitatori: un esperto di Intelligenza Artificiale per usare con consapevolezza la potenza degli algoritmi, un giovane poeta per aiutarli a esprimere la loro creatività, un autore e regista teatrale per preparare la performance che porterà sul palco il Manifesto del Futuro che avranno scritto insieme.

Il luogo non è casuale. D’Annunzio fu tante cose, alcune discutibili, ma certamente un uomo che trasformava i luoghi in laboratori di idee e di linguaggi. Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri, parla dell’iniziativa come una ricerca del genio italiano tra i talenti ancora inespressi. Un manifesto scritto da dieci ventenni non alzerà il Pil di un decimale. Ma indica un metodo che manca al dibattito pubblico sulla crescita italiana: chiedere a chi ha meno di 25 anni non perché se ne va, ma che Paese vorrebbe costruire. “Questi sono i fatti, la storia deve ancora cominciare”, dice Digger nel’omonimo e cupo film di Innaritu. Quale storia vogliamo raccontare? E con quali protagonisti?

La risposta pubblica, finora, si è concentrata sugli incentivi: sgravi fiscali per chi rientra, bonus, agevolazioni. Strumenti utili, ma che partono da un presupposto discutibile, cioè che basti rendere più conveniente restare. Manca qualcosa che nessun incentivo può comprare: la sensazione di poter partecipare a costruire il Paese in cui si vive. Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Se davvero si è spento ogni sogno collettivo, qualcuno dovrà pur ricominciare a scriverne uno. Meritarsi il talento significa anche questo: dargli la penna.

La nuova portavoce della Casa Bianca già traballa: avrebbe mentito sulla qualifica di avvocata

Nuovi guai dopo le gaffe al primo briefing per Katie Zacharia. Si definisce legale ma è accusata di uno aver mai ottenuto l’abilitazione alla professione forense. La replica: “Ho fatto l’esame, il risultato è irrilevante”. A rischio anche la capo di gabinetto Susie Wiles: Trump...

Zelensky sfida Trump: “Riprendiamo gli attacchi alle raffinerie russe”. Colpito l’impianto di Ryazan

Dopo l’annuncio del presidente Usa di una tregua, lo stop ai raid ha retto per tre giorni, ma solo da parte ucraina. Le bombe su Kiev, i blackout e l’accordo di Donald con Putin sul diesel hanno cambiato le carte in tavola

Quale servizio pubblico per la democrazia nell’era delle piattaforme e dell’IA. Scrive Preta

15 October 2026 at 10:05

La riforma della governance Rai è entrata nella sua fase parlamentare decisiva. Dopo il passaggio in Commissione, il disegno di legge approderà nell’Aula del Senato il 26 novembre, aprendo un confronto destinato a incidere sugli assetti futuri del servizio pubblico radiotelevisivo. Il dibattito si è concentrato finora soprattutto sui meccanismi di nomina, sugli equilibri tra Parlamento e Governo e sul grado di indipendenza dell’azienda, in un confronto che richiama anche le prescrizioni contenute nell’European Media Freedom Act.

Si tratta certamente di una discussione importante. Ma il rischio è che la questione della governance finisca per assorbire interamente il confronto pubblico, lasciando sullo sfondo una domanda ancora più rilevante: quale debba essere la funzione del servizio pubblico nell’ecosistema digitale del XXI secolo.

La Rai di oggi opera, infatti, in un contesto radicalmente diverso da quello nel quale è stata concepita gran parte dell’attuale impianto normativo. La televisione non rappresenta più il centro esclusivo del sistema dei media; l’accesso ai contenuti è sempre più intermediato dalle piattaforme globali; gli algoritmi orientano la scoperta dell’informazione; l’intelligenza artificiale sta ridefinendo i processi di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti. In questo scenario, limitare il dibattito alla sola governance rischia di affrontare gli effetti senza interrogarsi sulle cause profonde del cambiamento.

È da questa consapevolezza che muove il paper “Per una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo”, curato per Astrid da Fernando Bruno, Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta e presentato ieri nella Sala Biblioteca dell’Enciclopedia Italiana.

L’assunto di partenza è semplice: missione, governance e finanziamento non sono questioni separate, ma componenti di un unico disegno strategico. Pensare di riformarne una senza intervenire sulle altre significa inevitabilmente produrre soluzioni parziali.

Prima ancora di chiedersi chi debba nominare i vertici della Rai, occorre infatti chiarire quale valore pubblico il servizio pubblico sia chiamato a generare nell’attuale contesto tecnologico e sociale. La governance deriva dalla missione e non viceversa. Analogamente, il tema delle risorse non può essere affrontato indipendentemente dagli obiettivi assegnati all’azienda e dalla capacità di misurarne i risultati.

La domanda centrale diventa dunque un’altra: a che cosa serve il servizio pubblico nell’era delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale?

Per molti anni si è ritenuto che la moltiplicazione delle fonti informative avrebbe progressivamente ridotto il ruolo dei media pubblici. Sta accadendo l’opposto. Più aumenta la disponibilità di contenuti, più cresce il bisogno di riferimenti affidabili, di informazione verificata, di contesti editoriali responsabili e di istituzioni capaci di garantire pluralismo e inclusione.

Il ritorno del valore pubblico nell’economia dell’attenzione

La trasformazione digitale ha moltiplicato l’offerta di contenuti, ma ha anche profondamente modificato i meccanismi di accesso all’informazione. Nell’economia dell’attenzione il principale fattore di scarsità non è il sistema di trasmissione o il contenuto disponibile, ma il tempo degli utenti. In questo contesto le grandi piattaforme globali sono diventate i principali intermediari tra produttori di contenuti e pubblico, influenzando visibilità, scoperta e consumo dell’informazione.

In un ecosistema sempre più dominato da logiche algoritmiche, il valore del servizio pubblico non può essere misurato esclusivamente in termini di audience, ma anche attraverso il suo contributo al pluralismo informativo, alla coesione sociale e alla qualità del dibattito democratico.

L’impatto delle piattaforme sulla filiera dei media

La crescente centralità delle piattaforme digitali ha alterato gli equilibri economici tradizionali dell’industria dei media. Una quota crescente delle risorse pubblicitarie e dell’attenzione degli utenti viene oggi intercettata da operatori globali che non producono necessariamente contenuti, ma controllano l’accesso agli stessi.

Questo fenomeno pone interrogativi che riguardano non soltanto la sostenibilità economica degli editori, ma anche la capacità dei sistemi democratici di preservare un ecosistema informativo pluralistico e competitivo. Per il servizio pubblico la sfida consiste nel mantenere la propria rilevanza in un ambiente nel quale il rapporto con il pubblico è sempre più mediato da soggetti terzi.

Intelligenza artificiale e nuove responsabilità del servizio pubblico

L’intelligenza artificiale rappresenta la prossima grande trasformazione dell’ecosistema mediale. Gli strumenti generativi stanno modificando i processi di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti e aprono nuove opportunità in termini di efficienza, personalizzazione e accessibilità.

Allo stesso tempo emergono rischi significativi legati alla disinformazione, ai deepfake, alla trasparenza algoritmica e alla concentrazione del potere informativo nelle mani di pochi operatori globali.

In questo scenario il servizio pubblico è chiamato a svolgere una funzione ancora più importante: garantire affidabilità delle informazioni, verificabilità delle fonti, alfabetizzazione digitale e sviluppo di competenze critiche tra i cittadini.

Missione, governance e finanziamento: un disegno unitario

Uno degli assunti centrali del paper è che missione, governance e finanziamento non possano essere affrontati separatamente.

La governance deve essere coerente con la missione assegnata al servizio pubblico. Il finanziamento deve essere adeguato agli obiettivi che gli vengono richiesti. La missione deve essere sufficientemente chiara da consentire una verifica effettiva dei risultati ottenuti.

Affrontare uno solo di questi aspetti senza intervenire sugli altri rischia di produrre riforme parziali e prive di una reale capacità trasformativa.

Oltre lo share: come misurare il valore pubblico

Se il contesto è cambiato, devono cambiare anche gli strumenti di valutazione.

Accanto agli indicatori tradizionali di ascolto diventa necessario sviluppare metriche capaci di misurare il contributo del servizio pubblico alla società: fiducia, pluralismo, inclusione, qualità dell’informazione, promozione culturale, innovazione e capacità di raggiungere pubblici diversi.

La questione non riguarda soltanto l’efficienza dell’azienda, ma la sua capacità di generare valore pubblico.

Una riforma che riguarda la democrazia

È in questa prospettiva che la discussione sulla governance, pur importante, appare soltanto una parte di una riflessione più ampia.

Le trasformazioni determinate dalla digitalizzazione, dalle piattaforme globali e dall’intelligenza artificiale impongono di ripensare il ruolo del servizio pubblico nel XXI secolo. La vera sfida non consiste soltanto nel definire chi governa la Rai, ma quale funzione essa debba svolgere all’interno dello spazio pubblico contemporaneo.

Per questo motivo la riforma del servizio pubblico non può essere considerata una semplice questione aziendale o istituzionale. Essa riguarda la capacità del sistema democratico di garantire ai cittadini informazione affidabile, pluralismo, conoscenza e partecipazione in un ambiente comunicativo sempre più dominato dagli algoritmi e dagli intermediari globali. In ultima analisi, riguarda la democrazia stessa.

Nell’Azerbaijan musulmano scatta il divieto di hijab a scuola. Scoppiano le proteste

All’origine delle manifestazioni, due recenti delibere che impongono il “rispetto della laicità” nell’abbigliamento con l’avvio di controlli su scala nazionale in un Paese con oltre il 95% di fede islamica. A rischio i rapporti con la Turchia, il consigliere di Erdogan:...

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Aperto nel 1798, lo storico locale è sopravvissuto a nove monarchi e 45 primi ministri, ospitando da Charlie Chaplin ad Ava Gardner. Ora il proprietario lo dona all’ente di beneficenza che gestisce i patrimoni artistici e architettonici del Paese, con una condizione: dovrà...

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