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Chi ha vinto i Nobel 2026 e tutte le cose da sapere sul premio più famoso del mondo

12 October 2026 at 03:45

Qual è la notizia? Tra lunedì 5 e venerdì 9 ottobre le diverse istituzioni incaricate di assegnare i Nobel hanno annunciato cinque dei sei premi del 2026. Il Nobel per la Fisiologia o Medicina, assegnato dall’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, è andato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per le scoperte che hanno portato all’optogenetica: una tecnica che permette di usare la luce per attivare o disattivare specifiche cellule nervose e studiare con più precisione come funzionano i circuiti del cervello. Il Nobel per la Fisica, deciso dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, è stato assegnato a Francis Halzen per il ruolo decisivo nella realizzazione di IceCube, l’enorme osservatorio costruito nel ghiaccio dell’Antartide che ha permesso di rilevare neutrini ad altissima energia provenienti dallo spazio e quindi di osservare l’universo in un modo nuovo. La stessa Accademia ha assegnato il Nobel per la Chimica a Henri B. Kagan e Kenso Soai per avere scoperto meccanismi che spiegano come, durante alcune reazioni chimiche, possa prevalere una delle due forme speculari di una molecola. È importante perché due molecole apparentemente identiche, ma speculari come la mano destra e la sinistra, possono avere proprietà biologiche diverse.

Il Nobel per la Letteratura è stato assegnato dall’Accademia Svedese alla canadese Anne Carson. Non viene premiato un singolo libro, ma la sua opera nel complesso: testi nei quali poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro si mescolano continuamente, spesso partendo dai classici greci e latini per raccontare desiderio, perdita, amore e identità in forme difficili da classificare. È proprio questa capacità di rompere i confini tradizionali tra i generi che l’Accademia ha voluto premiare. Venerdì 9 ottobre, il Comitato Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay per il lavoro svolto durante decenni a favore del diritto internazionale, dei diritti umani e della possibilità di perseguire genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Infine, lunedì 12 ottobre, la Reale Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il premio per l’Economia a Robert E. Hall e Michael Woodford, che si divideranno il riconoscimento a metà, per aver contribuito a spiegare, partendo dalle decisioni di famiglie e imprese, come funzionano le politiche economiche che cercano di stabilizzare l’economia. Le loro ricerche hanno aiutato a comprendere meglio come intervenire sulle oscillazioni dell’attività economica, sull’inflazione e sulle recessioni. Ogni Nobel vale quest’anno 12 milioni di corone svedesi, cioè 1,07 milioni di euro. È la somma complessiva del premio: quando ci sono più vincitori, la cifra viene divisa tra loro.

Il punto. Domande e risposte.

Me lo chiedo ogni anno, scopro la risposta e poi mi scordo puntualmente: chi è Alfred Nobel?
Un chimico, ingegnere e imprenditore svedese che fece fortuna cercando di risolvere un problema pratico: come usare la nitroglicerina senza rischiare che esplodesse al minimo urto. Nel 1867 trovò il modo di assorbirla in un materiale poroso, rendendola più stabile e maneggevole. Nacque così la dinamite. Poi migliorò detonatori e altri esplosivi e aprì fabbriche in diversi Paesi, vendendo i suoi prodotti per miniere, ferrovie, gallerie e grandi opere. Quando morì, nel 1896, possedeva più di trecento brevetti ed era uno degli uomini più ricchi d’Europa.

Quando decise di istituire il Premio?
Un anno prima di morire, nel testamento stabilì che circa 31 milioni di corone dell’epoca (200 milioni di euro di oggi) venissero investiti e che i rendimenti servissero ogni anno a premiare chi avesse dato «il maggior beneficio all’umanità» in cinque campi: Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e Pace. Indicò anche le istituzioni che avrebbero dovuto scegliere i vincitori e precisò che la nazionalità non avrebbe dovuto contare.

Gli eredi saranno stati felici.
Nobel non aveva moglie, né figli. Ai sei nipoti andarono un milione di corone, equivalenti grossomodo a 6,3 milioni di euro attuali. Alfred lasciò ai nipoti Hjalmar e Ludvig, figli del fratello Robert, 200 mila corone a testa, circa 1,3 milioni di euro di oggi. A Emanuel, figlio dell’altro fratello Ludvig, 300 mila corone, circa 1,9 milioni di euro. A Mina, un’altra figlia di Ludvig, e a Ingeborg e Tyra, figlie di Robert, 100 mila corone ciascuna, circa 630 mila euro. La scelta di Alfred provocò resistenze tra alcuni eredi e non fu semplice assegnare subito i premi. Emanuel Nobel, importante industriale in Russia, fu tra i principali sostenitori del rispetto del testamento dello zio e contribuì all’accordo con gli altri familiari. Dopo quattro anni di trattative nacque la Fondazione Nobel. E i primi cinque premi furono assegnati nel 1901.

Aspetta, ma i premi Nobel sono cinque o sei?
Dipende da quanto vogliamo essere pignoli. Cinque sono quelli previsti dal testamento a cui si è aggiunto nel 1968 quello all’economia. Lo istituì la Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, per celebrare i propri trecento anni. Il nome completo infatti è Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel. Viene scelto dalla Reale Accademia Svedese delle Scienze, consegnato insieme agli altri e ha lo stesso valore economico.

Hai scritto “Accademia” in modi diversi finora, ma non ce n’è solo una?
L’Accademia Svedese e la Reale Accademia Svedese delle Scienze sono due istituzioni diverse. La prima nacque nel 1786 per volontà di re Gustavo III, sul modello dell’Académie française, e si occupa di lingua e letteratura: è lei ad assegnare il Nobel per la Letteratura. La seconda è più antica, fu fondata nel 1739 per promuovere la ricerca scientifica: assegna i Nobel per Fisica e Chimica e anche il premio per l’Economia. Poi ci sono altre due istituzioni: per la Medicina decide l’Assemblea Nobel del Karolinska Institutet, composta da cinquanta professori; per la Pace un Comitato Nobel norvegese di cinque membri nominati dal Parlamento norvegese.

Perché il premio per la Pace lo decidono in Norvegia?
Perché così volle Nobel. Nel testamento scrisse espressamente che il premio per la Pace sarebbe stato attribuito da un comitato di cinque persone scelto dal Parlamento norvegese, mentre gli altri sarebbero stati affidati a istituzioni svedesi. Perché abbia scelto proprio la Norvegia non lo sappiamo. All’epoca Svezia e Norvegia erano unite sotto lo stesso sovrano, anche se mantenevano proprie istituzioni politiche.

Come si diventa candidati al Nobel?
La candidatura deve arrivare da una persona abilitata. Non ci si può autocandidare mandando il curriculum a Stoccolma. Ogni premio stabilisce chi è autorizzato a presentare candidature: professori di determinate discipline, membri di accademie, precedenti vincitori, componenti dei comitati e, per il Nobel per la Pace, anche parlamentari e altre categorie indicate dal regolamento. I comitati raccolgono i nomi, fanno progressivamente una selezione, chiedono pareri a specialisti e preparano il materiale sul quale l’istituzione competente prenderà la decisione finale.

Quindi quando leggo che qualcuno è «candidato» o «favorito» al Nobel, quanto c’è di ufficiale?
Poco. Essere candidati significa soltanto che una persona autorizzata ha proposto quel nome. Le classifiche che escono ogni ottobre vengono da bookmaker, critici, accademici e indiscrezioni, non dalle istituzioni del Nobel. Una vera shortlist esiste, ma resta segreta. Per la Letteratura, per esempio, il comitato restringe progressivamente le candidature fino a una rosa corta sulla quale lavora poi l’Accademia. Tutte le candidature, valutazioni e discussioni restano segrete per cinquant’anni. La lista di quest’anno la conosceremo tra mezzo secolo. Anche questo è il fascino del Nobel.

Perché i Nobel vengono consegnati il 10 dicembre se li annunciano a ottobre?
Perché il 10 dicembre 1896 morì Alfred Nobel. Dal 1901 la cerimonia si tiene nell’anniversario della sua morte. Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura ed Economia vengono consegnati a Stoccolma; il Nobel per la Pace a Oslo.

Torniamo al 2026: che cosa hanno scoperto esattamente i tre Nobel per la Medicina?
Immagina di voler scoprire quale interruttore accende una lampada in una casa con miliardi di fili elettrici. Il cervello contiene decine di miliardi di neuroni che lavorano contemporaneamente. Sapere che una certa zona si attiva durante la paura o un movimento non basta a dimostrare che siano proprio quelle cellule a provocarlo. Hegemann e Nagel hanno studiato delle proteine sensibili alla luce presenti in alghe unicellulari. Una di queste, la channelrhodopsin, funziona come una porta che si apre quando viene illuminata e permette il passaggio di ioni attraverso la membrana della cellula. Deisseroth ha contribuito a trasformare quel meccanismo in uno strumento per le neuroscienze: inserendo il gene appropriato in determinati neuroni, è possibile renderli sensibili alla luce e attivarli o spegnerli con grande precisione. È nata così l’optogenetica. Prima era molto più difficile intervenire con precisione su gruppi specifici di neuroni; con l’optogenetica possiamo attivarli o inibirli e vedere che cosa succede. È un salto enorme nello studio del rapporto tra cervello e comportamento.

Quindi grazie al Nobel di Medicina potremo controllare il cervello con una lampadina?
No. Per applicare l’optogenetica bisogna rendere determinate cellule sensibili alla luce, normalmente attraverso tecniche genetiche, e poi far arrivare la luce dove serve. Nei laboratori è uno strumento potentissimo; nell’uomo le applicazioni cliniche sono ancora circoscritte e sperimentali. Ci sono ricerche promettenti, per esempio sulla possibilità di restituire una certa sensibilità visiva in alcune forme di cecità, ma siamo lontani dall’idea fantascientifica di accendere e spegnere liberamente emozioni o ricordi nelle persone.

Perché Robert E. Hall e Michael Woodford hanno vinto il Nobel per l’Economia?
Perché hanno spiegato come le scelte di famiglie e imprese influenzano l’intera economia e come le banche centrali possono intervenire per contenere l’inflazione e le recessioni. Quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, mutui e prestiti diventano più costosi. Le famiglie tendono a spendere meno e le imprese a ridurre gli investimenti. La domanda diminuisce e la crescita dei prezzi può rallentare. Ma gli effetti dipendono anche dalle aspettative delle persone. Chi prevede un aumento dei prezzi o una crisi modifica le proprie decisioni già oggi. Hall ha studiato come le famiglie distribuiscono i consumi nel tempo e come funziona il mercato del lavoro. Woodford ha analizzato il ruolo delle aspettative e dei tassi d’interesse nella politica monetaria. I loro studi hanno contribuito a costruire modelli economici che partono dalle scelte individuali per spiegare fenomeni collettivi come inflazione, disoccupazione e recessioni. È il principio dei «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica», la motivazione ufficiale del premio.

Perché Francis Halzen ha vinto il Nobel per la Fisica?
Perché ha avuto un ruolo decisivo nella nascita di IceCube, un enorme rivelatore costruito nel ghiaccio dell’Antartide per intercettare i neutrini. Sono particelle difficilissime da osservare perché attraversano quasi tutta la materia senza interagire. Proprio per questo, però, possono arrivare fino a noi da zone lontanissime dell’universo senza essere deviate o assorbite lungo il percorso. Halzen ha capito che il ghiaccio profondo e trasparente del Polo Sud poteva diventare una specie di telescopio. Migliaia di sensori sepolti nel ghiaccio rilevano i minuscoli lampi prodotti nelle rare occasioni in cui un neutrino interagisce con la materia. Il risultato è un nuovo modo di guardare il cosmo: non soltanto attraverso la luce, le onde radio o le onde gravitazionali, ma anche seguendo queste particelle quasi invisibili.

IceCube l’ha costruito Halzen da solo?
No, è il risultato del lavoro di una grande collaborazione internazionale. Ma gli statuti del Nobel stabiliscono che un premio possa essere diviso tra non più di tre persone. È una regola che oggi mostra tutti i suoi limiti. La scienza contemporanea funziona sempre più spesso attraverso gruppi di centinaia o migliaia di ricercatori: basta pensare al CERN o ai grandi osservatori astronomici. Il Nobel purtroppo influenza il modo in cui immaginiamo la scienza: come il risultato di pochi geni individuali, quando spesso nasce da reti di ricerca.

Perché Kagan e Soai hanno vinto il Nobel per la Chimica?
Guardati le mani. Sono speculari, ma non puoi sovrapporle perfettamente. Alcune molecole hanno la stessa proprietà: esistono in due versioni speculari, chiamate enantiomeri. Hanno gli stessi atomi e gli stessi legami, ma una diversa disposizione nello spazio. Questa proprietà si chiama chiralità. La differenza è fondamentale perché il nostro organismo distingue tra le due forme. Enzimi e recettori hanno strutture tridimensionali precise: una versione di una molecola può interagire efficacemente con loro, mentre l’altra può avere effetti diversi. Per questo, nella produzione dei farmaci, ottenere la forma giusta può essere cruciale.

Perché negli esseri viventi prevale una delle due forme?
Non lo sappiamo ancora con certezza. Sappiamo però che gli esseri viventi costruiscono le proteine utilizzando quasi esclusivamente una delle due forme speculari degli amminoacidi. Questa preferenza si chiama omochiralità. Le scoperte di Kagan e Soai aiutano a capire come possa nascere una preferenza così forte. Anche se all’inizio una delle due forme è presente in quantità appena maggiore dell’altra, alcune reazioni chimiche possono amplificare questa differenza fino a farla diventare dominante. Non sappiamo se sia successo proprio così alle origini della vita, ma queste scoperte dimostrano come una differenza inizialmente minuscola possa diventare enorme.

I Nobel scientifici premiano solo scoperte fatte nell’ultimo anno?
No. Nel testamento Nobel parlava dell’«anno precedente», ma oggi quella formula non viene applicata alla lettera. Nelle scienze servono spesso molti anni per capire se una scoperta è corretta, riproducibile e davvero importante. Per questo un Nobel può arrivare anche decenni dopo il lavoro premiato. Quindi conta meno quando è stata fatta la scoperta e di più quanto ha resistito alla prova del tempo.

Il Nobel può essere assegnato a una persona già morta?
Di norma no. Dal 1974 il Nobel non può essere assegnato postumo. Se però il vincitore muore dopo l’annuncio, il premio resta valido. Prima di questa regola ci furono due Nobel realmente postumi: quello per la Letteratura a Erik Axel Karlfeldt nel 1931 e quello per la Pace a Dag Hammarskjöld nel 1961. Nel 2011 ci fu un caso eccezionale. Ralph Steinman era morto tre giorni prima dell’annuncio del Nobel per la Medicina, ma il comitato non lo sapeva. La Fondazione decise che il premio sarebbe rimasto valido perché la decisione era stata presa ignorando la sua morte.

Perché Anne Carson ha vinto il premio Nobel per la Letteratura?
Carson ha passato buona parte della carriera a rendere superflua la domanda «che genere di libro è?». È una classicista che conosce profondamente la letteratura greca, una traduttrice, una poetessa, una saggista e una scrittrice che spesso mette tutte queste cose nello stesso libro. In “Autobiografia del rosso” (La nave di Teseo) rilegge in chiave contemporanea il mito di Eracle e Gerione, il mostro a tre teste ucciso dal semi dio greco in una delle sue sette fatiche, e lo fa in una forma indefinibile: una prosa lirica frammentaria, che mescola filologia e fantasia e trasporta i due personaggi dalla Grecia antica al Novecento.“Nox”, pubblicato nel 2010 dopo la morte del fratello Michael, è un libro-oggetto a fisarmonica nato come una sorta di memoriale privato: Carson vi alterna fotografie, lettere, appunti, frammenti biografici e il lavoro di traduzione del carme 101 di Catullo, scritto per la morte del fratello del poeta. Più che un libro tradizionale, è un archivio del lutto costruito per frammenti. L’Accademia l’ha premiata perché usa la tradizione dei classici per creare forme letterarie difficili da incasellare nei generi tradizionali.

E Navi Pillay perché ha vinto il Nobel per la Pace se ha passato la vita nei tribunali?
Perché il Comitato norvegese ha premiato il suo lavoro sul diritto internazionale. Pillay è stata avvocata contro l’apartheid, giudice dell’Alta Corte sudafricana, del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale. Al tribunale sul Ruanda ha contribuito anche a riconoscere che stupro e violenza sessuale possono costituire atti di genocidio. Il punto del premio è questo: la pace non dipende solo dagli accordi tra governi, ma anche dall’esistenza di regole e tribunali capaci di perseguire i crimini più gravi.

Qualcuno ha mai rifiutato un Nobel?
Sì, ma non sempre per scelta. Jean-Paul Sartre rifiutò quello per la Letteratura nel 1964 perché aveva sempre respinto le onorificenze ufficiali e non voleva diventare, come disse, «un’istituzione». Le Duc Tho rifiutò invece il Nobel per la Pace del 1973, condiviso con Henry Kissinger per gli accordi di Parigi, sostenendo che in Vietnam non ci fosse ancora una vera pace. In altri casi il rifiuto fu imposto. Boris Pasternak accettò inizialmente il Nobel per la Letteratura del 1958, ma sotto fortissime pressioni sovietiche fu costretto a rinunciarvi. E Hitler vietò a tre scienziati tedeschi di accettare il premio: Richard Kuhn, Nobel per la Chimica del 1938 per i suoi studi su carotenoidi e vitamine; Adolf Butenandt, Nobel per la Chimica del 1939 per le ricerche sugli ormoni sessuali; e Gerhard Domagk, Nobel per la Medicina del 1939 per avere scoperto l’azione antibatterica del Prontosil, uno dei primi farmaci efficaci contro le infezioni batteriche. Dopo la guerra poterono ricevere medaglia e diploma, ma non il denaro del premio.

Un Nobel può essere ritirato, restituito o non assegnato?
Una volta assegnato, il Nobel non può essere ritirato: non esiste una procedura per cancellarlo se il vincitore diventa controverso o se il giudizio storico cambia. E non può neppure essere formalmente “restituito” per annullarlo. Dopo il contestatissimo Nobel per la Pace del 1973, Henry Kissinger fece sapere di essere disposto a riconsegnarlo, ma gli fu risposto che gli statuti non lo prevedevano. Può invece succedere che un premio non venga assegnato. Se l’istituzione competente ritiene che nessun candidato soddisfi abbastanza i criteri, può rinviarlo o lasciarlo vacante. È successo varie volte, soprattutto durante le guerre mondiali. Un caso italiano è Grazia Deledda: il Nobel per la Letteratura del 1926 fu tenuto in sospeso e assegnato a lei l’anno successivo.

Ecco, parliamo degli italiani, quanti l’hanno vinto?
Di solito se ne contano ventuno. Sei hanno vinto per la Fisica, sei per la Medicina, sei per la Letteratura. Poi ci sono un Nobel per la Chimica, uno per la Pace e uno per l’Economia. Ma anche qui bisogna aggiungere un asterisco. La nazionalità dei Nobel non è sempre semplice. Salvatore Luria, Emilio Segrè, Riccardo Giacconi, Mario Capecchi e Franco Modigliani nacquero in Italia ma svolsero una parte decisiva della carriera negli Stati Uniti e acquisirono la cittadinanza americana. Daniel Bovet nacque invece in Svizzera e divenne italiano.

Esulto comunque. Mi metti tutti i nomi così ritorno qui ogni volta che mi sento patriottico?
Iniziamo dalla Fisica. Guglielmo Marconi (1909) per lo sviluppo della telegrafia senza fili, insieme a Karl Ferdinand Braun. Enrico Fermi (1938) per gli studi sulle reazioni nucleari prodotte dai neutroni e, in particolare, sul ruolo dei neutroni lenti. Emilio Segrè (1959) con Owen Chamberlain, per la scoperta dell’antiprotone. Carlo Rubbia (1984), con Simon van der Meer, per il contributo decisivo al progetto che portò alla scoperta delle particelle W e Z, fondamentali per comprendere la forza nucleare debole.
Riccardo Giacconi (2002) per i contributi pionieristici all’astrofisica che portarono alla scoperta delle sorgenti cosmiche di raggi X. Giorgio Parisi (2021) per avere scoperto come disordine e fluttuazioni interagiscano nei sistemi fisici complessi. Proseguiamo con la Medicina. Camillo Golgi (1906), insieme a Santiago Ramón y Cajal, per il lavoro sulla struttura del sistema nervoso. Daniel Bovet (1957) per avere scoperto composti sintetici capaci di bloccare l’azione di alcune sostanze dell’organismo, un lavoro che comprende lo sviluppo dei primi antistaminici e di altri importanti farmaci. Salvatore Luria (1969), con Max Delbrück e Alfred Hershey, per le scoperte sui meccanismi di replicazione e sulla struttura genetica dei virus. Renato Dulbecco (1975) per avere chiarito il rapporto tra alcuni virus tumorali e il materiale genetico delle cellule. Rita Levi-Montalcini (1986), con Stanley Cohen, per la scoperta dei fattori di crescita e in particolare per il lavoro che portò all’identificazione dell’NGF, il fattore di crescita nervoso. Mario Capecchi, (2007), con Martin Evans e Oliver Smithies, per avere sviluppato tecniche che permettono di modificare selettivamente determinati geni nei topi attraverso cellule staminali embrionali: alla base dei cosiddetti topi knockout.

Puoi prendere una pausa.
Grazie. Chimica. Giulio Natta (1963), con Karl Ziegler, per le scoperte sulla chimica e sulla tecnologia degli alti polimeri. Il suo lavoro rese possibile produrre plastiche con strutture più controllate, tra cui il polipropilene isotattico. Economia. Franco Modigliani (1985) per le analisi pionieristiche del risparmio e dei mercati finanziari, compresa l’idea del ciclo vitale del risparmio: tendiamo a organizzare consumi e risparmi pensando all’intera vita, non soltanto al reddito del momento. Pace. Ernesto Teodoro Moneta, (1907), giornalista ed ex combattente risorgimentale diventato una delle figure principali del pacifismo italiano, lavorò per l’arbitrato internazionale, i congressi di pace e la cooperazione tra gli Stati. È tuttora l’unico italiano ad avere ricevuto il Nobel per la Pace.

Un ultimo sforzo.
Letteratura. Giosuè Carducci (1906): l’Accademia citò la sua cultura e ricerca critica, ma soprattutto l’energia creativa, la freschezza dello stile e la forza lirica della sua poesia. Grazia Deledda (1926), per opere capaci di rappresentare con forza la vita della sua Sardegna e, insieme, problemi umani universali. Luigi Pirandello (1934), per «l’audace e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e scenica». Salvatore Quasimodo (1959), per una poesia lirica che esprimeva «con fuoco classico la tragica esperienza della vita del nostro tempo». Eugenio Montale (1975), per una poesia capace di interpretare i valori umani attraverso una visione della vita «senza illusioni». Dario Fo (1997), perché, nella formulazione diventata famosissima, «seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi».

Ma Dario Fo come fece a vincere un Nobel per la Letteratura se era un attore?
Perché per l’Accademia la letteratura non significa soltanto romanzo o poesia stampata. Fo era autore dei testi che recitava, drammaturgo, regista e interprete. Utilizzava una tradizione che andava dalla commedia dell’arte ai giullari, dal teatro popolare alla satira politica. Il caso più famoso è “Mistero Buffo”, spettacolo del 1969 costruito come una serie di monologhi ispirati ai giullari e al teatro popolare medievale, spesso recitati usando il grammelot, un linguaggio fatto di suoni, cadenze, frammenti dialettali e gesti, che imita una lingua anche senza usare parole comprensibili. Per l’Accademia la letteratura poteva anche essere scritta per essere detta, recitata e trasformata sulla scena.

Chi sono stati il vincitore più giovane e quello più anziano?
La più giovane in assoluto è Malala Yousafzai, che aveva 17 anni quando vinse il Nobel per la Pace nel 2014. Lawrence Bragg aveva 25 anni quando vinse la Fisica nel 1915, mentre Frederick Banting ne aveva 31 quando ricevette quello per la Medicina nel 1923 per la scoperta dell’insulina. All’estremo opposto c’è John Goodenough: aveva 97 anni quando nel 2019 condivise il Nobel per la Chimica per lo sviluppo delle batterie agli ioni di litio.

Qualcuno è riuscito a vincerlo più di una volta?
Pochissimi. Marie Curie vinse la Fisica nel 1903 e la Chimica nel 1911 ed è ancora l’unica persona ad avere ricevuto Nobel in due diverse discipline scientifiche. Linus Pauling vinse invece la Chimica nel 1954 e la Pace nel 1962: è l’unico ad avere ottenuto due Nobel senza condividerne nessuno. John Bardeen vinse due volte la Fisica, Frederick Sanger e Barry Sharpless due volte la Chimica. Tra le organizzazioni il record è del Comitato internazionale della Croce Rossa, premiato tre volte per la Pace. E poi c’è la famiglia Curie. Oltre ai due Nobel di Marie, il marito Pierre Curie condivise con lei quello per la Fisica del 1903. La figlia Irène Joliot-Curie e suo marito Frédéric Joliot vinsero insieme la Chimica nel 1935. L’altra figlia, Ève Curie, non vinse un Nobel, ma suo marito Henry Labouisse era direttore dell’Unicef quando l’organizzazione ricevette quello per la Pace nel 1965. È difficile trovare un’altra famiglia con una concentrazione simile di Nobel.

Una cosa la so: Einstein vinse il Nobel per la Fisica grazie alla sua scoperta della relatività.
No. Lo vinse nel 1921, anche se fu consegnato nel 1922, «per i suoi servizi alla fisica teorica e soprattutto per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico». All’epoca il Comitato era ancora prudente davanti alle implicazioni e alla verifica sperimentale della relatività, mentre l’effetto fotoelettrico offriva un risultato considerato solidamente dimostrato.

Quali sono i grandi nomi che non hanno mai vinto il Nobel?
Il caso più famoso è Mahatma Gandhi: fu candidato cinque volte al Nobel per la Pace, ma non lo vinse mai. Venne assassinato nel 1948 e quell’anno il Comitato decise di non assegnare il premio. Anche la Letteratura ha i suoi esclusi illustri: Lev Tolstoj non vinse mai e nel 1901, primo anno del premio, non fu neppure candidato; Jorge Luis Borges, uno degli scrittori più influenti del Novecento, comparve invece decine di volte tra le candidature senza essere premiato. Sigmund Freud fu candidato 32 volte per la Medicina e una per la Letteratura, senza mai vincere: nel 1929 un esperto incaricato dal comitato concluse che le sue teorie non avessero un valore scientifico sufficientemente dimostrato. Lise Meitner, fisica austriaca, ebbe un ruolo decisivo nella scoperta della fissione nucleare: lavorò per anni con Otto Hahn e fu lei, insieme al nipote Otto Frisch, a spiegare teoricamente che il nucleo dell’uranio poteva spezzarsi liberando un’enorme quantità di energia. Nel 1944, però, il Nobel per la Chimica premiò soltanto Hahn per la scoperta della fissione. Meitner, nonostante le numerose candidature successive, non ricevette mai il Nobel.

Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede.

Perché ne parlano tutti?

Punto primo
Perché è uno dei grandi riti del ciclo dell’informazione mondiale, come la persona dell’anno di Time, gli Oscar, il Leone d’oro, la Palma d’oro, il Pallone d’oro, i Golden Globe e, in misura minore, altri appuntamenti meno dorati, ma comunque rilevanti come Emmy, Grammy, Tony Award e Pulitzer. Sono premi diversissimi, ma hanno tutti una cosa in comune: ci dicono chi è stato considerato il migliore in qualcosa. È un meccanismo umano. In psicologia si parla di confronto sociale: tendiamo a valutare persone, risultati e perfino noi stessi mettendoli a confronto con gli altri. I social hanno trasformato questa inclinazione in un genere: classifiche, piramidi, tier list, «questo o quello». Nello sport è più semplice: Maradona o Messi? Michael Jordan o LeBron James? Ovviamente LeBron. Nei Nobel il confronto diventa più interessante perché riguarda campi nei quali stabilire un vincitore non è così semplice. Una volta all’anno è un modo per fare il punto sullo stato dell’arte, o meglio delle arti, delle scienze e delle discipline umanistiche: quali libri, quali scoperte e quali idee siano abbastanza importanti da rappresentare un’epoca.

Punto secondo
Nel giornalismo ogni tornata dei Nobel produce due filoni abbastanza prevedibili. Il primo è il racconto di chi ha vinto. È l’occasione per scoprire i libri già pubblicati da uno scrittore, capire quali progressi si stiano facendo nella medicina, nella fisica o nella chimica, oppure quali idee economiche siano diventate abbastanza importanti da meritare il premio. Ogni nicchia guarda alla propria categoria, con una combinazione di curiosità, emulazione e qualche volta anche invidia. Chi vuole scrivere un romanzo cerca di capire che cosa abbia visto l’Accademia in quell’autore. Un giovane ricercatore guarda quale filone di studi è stato consacrato. Un economista discute se quella teoria abbia davvero cambiato la disciplina. E poi ci sono tutti gli altri lettori. Il Nobel trasforma per qualche giorno temi normalmente riservati agli specialisti in argomenti da prima pagina.

Il secondo filone riguarda invece chi non ha vinto. Succede soprattutto con la Letteratura, perché è il premio sul quale il pubblico può discutere più facilmente senza conoscere la fisica delle particelle o la chimica molecolare. Per anni ogni ottobre tornava Philip Roth, morto nel 2018 senza Nobel; oggi uno dei nomi ricorrenti è Haruki Murakami. Con un piccolo particolare: le vere candidature e le discussioni dell’Accademia restano segrete per cinquant’anni. Quindi spesso gli «eterni candidati» sono candidati soprattutto dei giornali, dei critici e dei bookmaker.

Punto terzo
Fuori categoria c’è il Nobel per la Pace, che gioca un campionato a parte. Da solo può far partire decine di editoriali sulla situazione del mondo, perché la scelta del vincitore viene letta inevitabilmente anche come un giudizio politico su che cosa significhi, in quel momento, lavorare per la pace. È però un pendolo che oscilla moltissimo a seconda del nome. Quando nel 2009 fu premiato Barack Obama, dopo pochi mesi alla Casa Bianca, si discusse per settimane se il riconoscimento non fosse arrivato troppo presto, quando il presidente degli Stati Uniti aveva fatto ancora poco di ciò per cui veniva premiato. E quando Donald Trump ha ripetutamente sostenuto di meritare il Nobel per la Pace, la sua stessa rivendicazione è diventata una notizia indipendente dal premio. Quando invece vince una figura poco conosciuta dal grande pubblico, come Navi Pillay quest’anno, il meccanismo è opposto. La notizia viene coperta, ma per spiegare chi sia quella persona e perché il Comitato norvegese abbia deciso che dovremmo conoscerla. In un caso è la celebrità del vincitore a trascinare il Nobel; nell’altro è il Nobel a creare una celebrità.

Punto quarto
Un altro motivo per cui la notizia interessa in Italia è più semplice: vedere se ha vinto un connazionale. Non succede spesso, ma quando accade improvvisamente smettiamo per qualche giorno di essere commissari tecnici della Nazionale, costituzionalisti o esperti di geopolitica e diventiamo tutti fisici, neuroscienziati o economisti. Con Giorgio Parisi nel 2021 espressioni come «sistemi complessi» e «disordine» finirono nei telegiornali e nelle conversazioni di persone che probabilmente non le avevano mai incontrate prima. Chi vince riceve poi una scia lunghissima di interviste, profili, editoriali e inviti televisivi. Ed è uno dei rari meccanismi distorti dell’informazione che produce un’eterogenesi dei fini positiva: per qualche giorno una categoria normalmente poco visibile, quella di professori, ricercatori ed esperti, riceve un’attenzione solitamente riservata a politici, calciatori e personaggi dello spettacolo. Magari alla fine non avremo davvero capito la fisica di Parisi, ma almeno sappiamo che esiste.

Punto quinto
Qualche volta, ma raramente, il Premio Nobel attira più critiche del solito. Come accadde per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. A molti la scelta sembrò semplicemente non avere senso: Dylan era certamente uno dei più importanti autori di canzoni del Novecento, ma i suoi testi erano stati scritti per essere cantati, accompagnati dalla musica e interpretati da una voce. Premiarlo significava allargare la definizione tradizionale di letteratura e, secondo i critici, togliere il premio a romanzieri, poeti o drammaturghi che lavoravano precisamente dentro quella disciplina. L’Accademia ragionò al contrario: la poesia è esistita oralmente ben prima dei libri e Dylan aveva creato «nuove espressioni poetiche» dentro la tradizione della canzone americana. La polemica è interessante proprio perché riguarda una domanda più grande: che cosa sia davvero letteratura e chi abbia il potere di stabilirne i confini. Con il premio di quest’anno ad Anne Carson, l’Accademia ha allargato ancora una volta quei confini, premiando un’autrice che mescola poesia, saggio, traduzione, memoir e teatro. Ed è forse una delle ragioni per cui continuiamo a parlare dei Nobel: non decidono soltanto chi vince. Ogni tanto ci costringono anche a discutere che cosa stiamo premiando.

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L'articolo Chi ha vinto i Nobel 2026 e tutte le cose da sapere sul premio più famoso del mondo proviene da Linkiesta.it.

“The Social Reckoning” è un manifesto anti Facebook, ma Zuckerberg ha già cambiato maschera

10 October 2026 at 03:45

Il peccato capitale di Facebook, secondo Aaron Sorkin, è aver scoperto quanto fosse redditizio far arrabbiare le persone e aver continuato a guadagnarci anche dopo averne compreso le conseguenze. Il suo nuovo film “The Social Reckoning”, racconta cosa è accaduto sedici anni dopo “The Social Network”. L’azienda che prometteva di connettere il mondo si trova davanti a un bivio: correggere i propri algoritmi o conservare i profitti prodotti dalla polarizzazione. Mark Zuckerberg non porta davvero il peso di questa scelta ed è il personaggio meno interessante del film. Sorkin lo riduce a una caricatura che Jeremy Strong esegue col metodo Stanislavskij: scandisce le parole con pause innaturali, si muove come un robot umanoide ed è sprezzante con chi non riesce a tenere il passo dei suoi ragionamenti. «The debate is over», ripete almeno quattro volte in scene diverse. Con lui non si discute perché ha già preso la decisione migliore. Ma non è detto coincida con ciò che servirebbe alla società. 

È difficile riconoscere il giovane genio arrogante, logorroico e socialmente frustrato interpretato da Jesse Eisenberg nel Social Network del 2010. Allora Sorkin era interessato al paradosso di un ragazzo introverso incapace di inserirsi nelle gerarchie sociali di Harvard, che avrebbe inventato uno strumento destinato a rivoluzionare le relazioni di miliardi di persone. Era sgradevole, spesso crudele, ma conservava una vulnerabilità che lo rendeva affascinante. Quello di Strong è un uomo, se così possiamo definirlo, che sembra aver perso ogni dimensione umana. Il potere ha consumato il personaggio e Sorkin ha smesso di cercarne le contraddizioni.

Per chi cerca personaggi capaci di evolversi nel corso di una storia, è un limite. Il film resta però godibilissimo, perché Sorkin è come Arjen Robben. Il calciatore olandese faceva sempre la stessa finta, rientrando dalla destra sul sinistro, e segnava valanghe di gol anche se i difensori sapevano perfettamente cosa avrebbe fatto. Lo sceneggiatore americano ha una tecnica altrettanto riconoscibile. Prende una quantità enorme di informazioni, le mette in bocca a personaggi intelligentissimi e le fa viaggiare a una velocità incompatibile con qualsiasi conversazione normale. Ogni tanto interrompe il flusso con una battuta, una digressione personale o qualche minuto di cazzeggio. Poi riparte e chiude con la battuta lasciata in sospeso. Sappiamo che andrà a finire così, ma ci piace lo stesso.

Anche in “The Social Reckoning”, Sorkin ripropone una tecnica che ha particolarmente funzionato in “Steve Jobs”, il film del 2015 diretto da Danny Boyle, costruito intorno a tre presentazioni del fondatore di Apple. Nei minuti che precedevano l’ingresso sul palco, Jobs veniva assediato da collaboratori ed ex amici che gli chiedevano conto delle sue decisioni. Anche qui Sorkin sceglie il dietro le quinte, dove il potere, lontano dal pubblico, è costretto a rendere conto delle proprie scelte. Il conto alla rovescia prima del lancio di un computer lascia il posto alla preparazione della celebre audizione parlamentare del marzo 2021, quella in cui Zuckerberg, sudaticcio e robotico, fu chiamato a rispondere davanti al Congresso americano del ruolo di Facebook nella diffusione della disinformazione e dell’estremismo politico, dopo l’assalto al Campidoglio. Nella simulazione il ruolo del grillo parlante è affidato al comico Bill Burr, nei panni di Charlie, un ex investitore di Facebook diventato uno dei suoi critici più feroci, che smonta le risposte preparate dai consulenti e cerca inutilmente di costringere Zuckerberg ad ammettere le responsabilità dell’azienda. La differenza è che in “Steve Jobs”, attraverso quegli scontri, emergeva progressivamente la complessità del protagonista. In “The Social Reckoning” il meccanismo serve soprattutto a confermare il giudizio che il film ha già espresso su Zuckerberg.

La parte migliore è il secondo binario del film, quello che segue Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, premio Oscar per “Anora”, e Jeff Horwitz, il giornalista del “Wall Street Journal” a cui dà il volto Jeremy Allen White, protagonista di “The Bear”. Nel 2021 Haugen, un’ex dipendente di Facebook, consegnò al quotidiano americano migliaia di documenti interni che sarebbero diventati i Facebook Files. 

Sorkin costruisce un thriller d’inchiesta che non prova a scimmiottare la gravitas di “Tutti gli uomini del presidente” o l’esaltazione del giornalismo de “Il caso Spotlight”. Sceglie una strada più adatta all’opacità del mondo tecnologico, dove il problema è prima di tutto capire come funzionano le cose. Ribalta così il rapporto tradizionale fra fonte e cronista: al centro della storia c’è una donna che conosce già la verità e deve trovare il coraggio di renderla pubblica, spiegandola a un giornalista che, all’inizio e anche per un bel pezzo, non capisce quasi nulla della macchina che dovrebbe raccontare. Le loro conversazioni hanno la vitalità del primo Social Network. Si interrompono, si provocano, divagano su dettagli apparentemente irrilevanti, poi tornano a discutere di algoritmi e documenti riservati. Sorkin riesce a far convivere l’idealismo con il cazzeggio. E quando gli riesce, è difficile trovare qualcuno che lo faccia meglio. Qualcuna sì: Amy Sherman-Palladino in “La fantastica signora Maisel”.

C’è molto idealismo di “The Newsroom”, la serie in cui Sorkin affidava a una redazione il compito quasi impossibile di rimettere ordine nel dibattito pubblico americano. Ma Haugen sembra uscita soprattutto da “The West Wing”, il capolavoro televisivo dove i collaboratori del presidente Jed Bartlet credevano che la competenza e la forza degli argomenti potessero ancora piegare il potere alla ragione. Frances conserva quella fiducia quasi ostinata nelle istituzioni: è convinta che basti mettere le prove davanti alle persone giuste per costringerle ad agire. Il mondo è cambiato e gli spettatori sono diventati più cinici. Soprattutto dopo aver visto “Digger”. A circa due terzi del film, Sorkin se lo ricorda e fa dire alla sua protagonista: «Non sono mica un personaggio di Frank Capra». Il riferimento è al regista italoamericano che raccontava di cittadini onesti capaci di sfidare il potere facendo appello alla coscienza delle istituzioni. Bel tentativo di pararsi dalla critica che viene rivolta da anni a Sorkin: continuare a credere in un’America che forse non esiste più.

Il funzionamento degli algoritmi di Facebook non è materiale da cinema. Sorkin lo rende digeribile con la stessa sfacciataggine didattica di The Big Short, dove Margot Robbie spiegava i mutui subprime immersa in una vasca da bagno. Proviamo a riassumerlo, senza vasca da bagno: nel 2018 Facebook modificò il News Feed per privilegiare le interazioni sociali significative (Meaningful Social Interactions). L’algoritmo attribuiva maggiore importanza ai contenuti capaci di generare commenti e ricondivisioni. Il problema è che la rabbia produce moltissime interazioni. Le persone condividono più facilmente ciò che le indigna e discutono più a lungo di ciò che le divide. I post che fanno arrabbiare finiscono così per essere premiati da un sistema progettato per trattenere gli utenti sulla piattaforma. La disponibilità di Facebook a lasciare circolare contenuti estremisti, unita alla capacità dell’algoritmo di amplificarli, avrebbe contribuito a creare un ambiente favorevole alla radicalizzazione trumpiana

I responsabili della sicurezza propongono a Zuckerberg una modifica all’algoritmo capace di ridurre sensibilmente la diffusione dei contenuti che alimentano la radicalizzazione. Il prezzo sarebbe un calo dell’engagement dell’un per cento. Tradotto, nei suoi calcoli: 30 milioni di utenti a rischio. Per il fondatore di Facebook è un sacrificio inaccettabile. Ma ogni antieroe ha bisogno di un principio dietro cui ripararsi. Il suo è la libertà di espressione: Facebook, sostiene, è soltanto una bacheca sulla quale chiunque può pubblicare liberamente i propri messaggi. Sorkin la pensa diversamente: Facebook è un giornale che non scrive gli articoli, ma decide quali mettere in prima pagina. E se l’algoritmo premia sistematicamente quelli che fanno più arrabbiare i lettori, lasciare le cose come stanno è già una scelta editoriale. E politica.

“The Social Reckoning” sembra un messaggio in bottiglia destinato al prossimo presidente americano, possibilmente democratico di partito e anche di convinzioni. Dentro c’è un Bignami dei danni prodotti dagli algoritmi alla politica americana, accompagnato da un sermone su come rimediare. Ammesso che qualcuno raccolga la bottiglia e sappia ancora parlare la lingua di Sorkin.

C’è però un problema. Lo Zuckerberg sudato e robotico di “The Social Reckoning” appartiene ormai a un’altra epoca. Nel 2023, dopo essersi appassionato alle arti marziali durante la pandemia, ha vinto medaglie d’oro e d’argento in un torneo di Brazilian jiu-jitsu e ha persino discusso pubblicamente la possibilità di combattere contro Elon Musk. Nel 2024 si è fatto riprendere mentre cavalcava le onde in smoking, con una birra in mano e la bandiera americana nell’altra. La vecchia uniforme grigia ha lasciato il posto a capelli ricci, collane d’oro e orologi da collezione. Nel febbraio 2026 era in prima fila alla sfilata di Prada a Milano, accanto alla moglie Priscilla Chan. Il 23 settembre, presentando Muse Charm, una sorta di Tamagotchi con intelligenza artificiale, è salito sul palco con una T-shirt che recitava «Building is my love language». Costruire è il mio linguaggio dell’amore. La stessa rivendicazione con cui, sedici anni prima, aveva contestato il ritratto che Sorkin aveva fatto di lui nel primo “The Social Network”. 

Insieme a Zuckerberg è cambiata anche la sua creatura. Nell’ottobre 2021, appena sei settimane dopo le prime rivelazioni dei Facebook Files, il fondatore ribattezzò l’azienda Meta, scommettendo sul metaverso come futuro del gruppo. La scommessa si è rivelata un flop, ma la galassia Meta gode ancora di ottima salute. Facebook somiglia ormai a un camposanto digitale frequentato dai boomer, pur continuando a macinare miliardi in pubblicità. Instagram, con due miliardi di utenti quotidiani, è diventato uno dei principali arbitri della cultura visiva e dell’economia dei creator. WhatsApp è qualcosa di ancora più pervasivo: un’infrastruttura della vita quotidiana, attraverso cui si organizzano relazioni private. Complessivamente, 3,6 miliardi di persone utilizzano ogni giorno almeno un’applicazione del gruppo. Zuckerberg ora punta sull’intelligenza artificiale per costruire la prossima piattaforma tecnologica. 

Durante gli ultimi US Open è andato in onda uno spot particolarmente riuscito: mentre gli spettatori seguono uno scambio di tennis attraverso gli schermi degli smartphone, una donna lo riprende semplicemente muovendo la testa, senza distogliere gli occhi dal campo. Il messaggio è astuto. L’azienda che ha costruito la propria fortuna trattenendo le persone davanti a uno schermo ora vende un dispositivo che promette di liberarle da quello schermo. 

Zuckerberg è un animale cangiante e Sorkin ha scattato una fotografia perfetta di una vecchia versione. “The Social Reckoning” conserva la fiducia di un’America democratica nel potere correttivo del giornalismo. Haugen e Horwitz hanno trovato le prove, denunciato gli abusi e costretto Facebook a rispondere. Risultato? Cinque anni dopo, il pubblico è più consapevole, ma Meta continua a macinare miliardi con la pubblicità e il suo fondatore ha trovato un’intesa assai più conveniente con la nuova amministrazione americana. Ha persino allentato le regole sulla moderazione che il film vorrebbe rafforzare. Forse servirà un terzo capitolo.

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Perché le tensioni sui titoli di Stato europei non sono ancora una crisi del debito

10 October 2026 at 03:45

La Francia paga interessi più alti dell’Italia sui titoli di Stato, la crisi petrolifera spinge verso l’alto i tassi d’interesse e gli investitori internazionali mettono sotto pressione i paesi Ue più vulnerabili. L’Europa sta vivendo una nuova crisi del debito paragonabile a quella del 2010-2012 oppure siamo di fronte a una rivalutazione, per quanto brusca, del prezzo che i mercati chiedono per prestare denaro agli Stati? Il futuro conosce già la risposta, gli economisti non ancora perché dietro le vendite di titoli di Stato si muovono quattro fenomeni che potrebbero rafforzarsi a vicenda. Il primo è una crisi obbligazionaria internazionale, alimentata dal ritorno dell’inflazione e dalla prospettiva che le banche centrali mantengano i tassi elevati più a lungo del previsto. Gli investitori chiedono inoltre un rendimento supplementare per prestare denaro a lunga scadenza, esponendosi al rischio che nei prossimi anni l’inflazione o i tassi risultino superiori alle attese.

Il secondo fenomeno riguarda la sostenibilità del debito francese: i mercati potrebbero dubitare della capacità dei prossimi governi di stabilizzarlo, soprattutto se Marine Le Pen vincerà le elezioni presidenziali del 2027. Il terzo è la frammentazione dell’Eurozona. Se i rendimenti dei titoli dei paesi più vulnerabili aumentassero molto più di quelli tedeschi, considerati il principale riferimento del mercato europeo, le condizioni di finanziamento diventerebbero diverse all’interno della stessa unione monetaria. Le decisioni sui tassi della Banca centrale europea finirebbero così per produrre effetti differenti sulle imprese e sulle famiglie dei singoli paesi.

Il quarto scenario è il più imprevedibile e potenzialmente il più pericoloso. È il rischio di una crisi di liquidità, segnalata dalla Banca centrale europea. Un repentino ribasso dei titoli di Stato potrebbe costringere i grandi fondi speculativi che operano con denaro preso in prestito a vendere per coprire le perdite o fornire nuove garanzie ai finanziatori. A loro volta quelle vendite accentuerebbero la caduta dei prezzi, coinvolgendo altri investitori in una spirale difficile da arrestare. È così una correzione del mercato obbligazionario potrebbe trasformarsi in una crisi. I quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria non sono ancora partiti tutti al galoppo. Alcuni non hanno neppure messo la sella. Ma il primo, quello del rialzo dei rendimenti, trotterella. 

Nel frattempo, il rincaro del petrolio e del gas causato dalla guerra in Iran rischia di mantenere alta l’inflazione, riducendo lo spazio a disposizione della Bce per abbassare il costo del denaro. Se l’energia continua a rincarare, le imprese spendono di più per produrre, mentre le famiglie perdono potere d’acquisto. I governi si trovano così davanti a una combinazione particolarmente scomoda: crescita più debole e maggiori difficoltà a contenere la spesa pubblica.

Le vendite si sono concentrate sui titoli di Stato francesi, per poi estendersi anche a quelli italiani e greci. Per Roma e Atene è un film già visto. Per Parigi è un’opera prima. La Francia è stata a lungo considerata parte del nucleo più affidabile dell’Eurozona, insieme alla Germania. Ora gli investitori pretendono un interesse sensibilmente superiore per prestarle denaro. Il rendimento dei titoli francesi a dieci anni, gli OAT, è arrivato a sfiorare il 5 per cento, mentre la differenza rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi ha raggiunto circa 140 punti base. 

Per sua fortuna, la Francia non dovrà pagare da subito il 4,92 per cento su tutti i suoi 3.500 miliardi di debito pubblico. La durata media del debito francese, superiore agli otto anni, concede a Parigi un po’ di respiro. Se però i rendimenti restassero vicini al 5 per cento per anni, la spesa per interessi finirebbe per sottrarre risorse sempre maggiori al bilancio pubblico.

A prima vista, l’Italia dovrebbe trovarsi in condizioni peggiori. Il rapporto fra debito e prodotto interno lordo italiano è intorno al 135 per cento, contro circa il 116 per cento registrato dalla Francia l’anno scorso. Ma gli investitori non valutano soltanto il debito accumulato, quanto piuttosto la traiettoria futura dei conti pubblici e la capacità politica di correggerla. 

Il deficit francese dovrebbe raggiungere quest’anno il 5,4 per cento del PIL, mentre l’economia, secondo le ultime previsioni della Banque de France, crescerà appena dello 0,4 per cento. A complicare il risanamento dei conti è la frammentazione parlamentare, che rende politicamente difficile approvare i tagli alla spesa necessari a frenare l’aumento del debito pubblico. La prospettiva di una presidenza di Marine Le Pen preoccupa ancor di più i mercati. Un programma credibile, sostenuto da una maggioranza stabile, potrebbe ridurre il premio richiesto sui titoli francesi. In caso contrario, la pressione potrebbe proseguire.

Parigi conserva però un vantaggio importante: un mercato dei titoli di Stato ampio e liquido, capace di attrarre capitali internazionali anche nelle fasi di turbolenza. Non a caso, nella valutazione pubblicata a luglio, il Fondo monetario internazionale considerava ancora basso il rischio di una crisi del debito francese nel breve periodo, pur segnalando vulnerabilità crescenti nel medio termine.

La crisi francese peggiora la situazione italiana che negli ultimi quattro anni è andata piuttosto bene. Lo spread dei Btp italiani con i Bund tedeschi è sceso dai circa 250 punti base del settembre 2022 a meno di 60 a febbraio di quest’anno. Secondo il Fondo monetario internazionale, circa metà di questo miglioramento dipende dai progressi italiani nella gestione dei conti pubblici e dalla minore incertezza politica; l’altra metà dalle condizioni favorevoli dei mercati europei. Il vento sta cambiando. Le difficoltà francesi spingono gli investitori a cercare riparo nei titoli tedeschi. Così lo spread italiano è risalito a 115 punti base l’8 ottobre. Non perché i conti di Roma siano improvvisamente peggiorati, ma perché i mercati sono tornati a chiedere un premio più alto per finanziare i paesi indebitati.

Nessuno spera nel ritorno dei bond vigilantes, gli investitori che puniscono i governi quando ritengono che stiano spendendo troppo o accumulando debiti insostenibili. Non aspettano le elezioni per esprimere il loro giudizio. Vendono i titoli di Stato o pretendono interessi più alti per comprarli, facendo aumentare il costo del debito e mettendo sotto pressione i bilanci pubblici. Non sono un gruppo organizzato, ma grandi gestori, fondi pensione, compagnie assicurative e fondi speculativi che agiscono ciascuno nel proprio interesse. E quando molti di loro decidono di vendere contemporaneamente, possono trasformare la sfiducia in una crisi.

Durante quella europea del 2010-2012, la fuga dai titoli dei paesi periferici contribuì ad ampliare drasticamente gli spread. La Germania beneficiò della ricerca di investimenti sicuri, mentre l’Italia subì una pressione crescente nonostante disponesse di un avanzo primario. Non che ci volesse una scienza per capire quali economie fossero considerate sicure. La novità è che oggi la vecchia geografia del rischio europeo non funziona più come prima. Alcuni investitori stanno acquistando BTP mentre riducono l’esposizione ai titoli francesi, senza che questo significhi che siano scomparse le vulnerabilità strutturali italiane.

Non tutti, infatti, stanno vendendo. Secondo il Financial Times, Aberdeen Investments ha assunto posizioni favorevoli ai titoli italiani rispetto a quelli tedeschi, mentre Schroders ha ridotto il proprio sottopeso su Italia e Spagna. Altri gestori hanno approfittato della caduta dei prezzi per acquistare obbligazioni societarie europee, comprese quelle di gruppi francesi come Axa e BNP Paribas. È una strategia definita bottom fishing: comprare attività deprezzate nella convinzione che il mercato abbia esagerato nella valutazione del rischio. Questi acquisti non equivalgono a un voto di fiducia generalizzato verso l’Europa. Gli investitori possono considerare conveniente un’obbligazione societaria francese e continuare a giudicare troppo rischioso il debito pubblico di Parigi.

Accanto a questi operatori agiscono fondi che utilizzano derivati e finanziamenti a leva per sfruttare differenze anche modeste fra i rendimenti dei vari paesi. Secondo un’analisi del Meccanismo europeo di stabilità, gli hedge fund rappresentano ormai oltre la metà dei volumi sul mercato elettronico dei titoli di Stato dell’Eurozona, contro circa un quarto nel 2018. In condizioni normali contribuiscono alla liquidità. Quando la volatilità aumenta, invece, possono essere costretti a vendere per coprire perdite o rimborsare finanziamenti, amplificando la caduta dei prezzi.

Questa turbolenza è diversa dalla crisi dei debiti sovrani anche perché allora era in gioco la sopravvivenza stessa dell’euro. Gli investitori temevano che alcuni paesi potessero abbandonare la moneta unica e ripagare i debiti in valute svalutate. Fu Mario Draghi, nel luglio 2012, a spezzare quella spirale promettendo che la BCE avrebbe fatto «whatever it takes» per salvare l’euro. Bastarono quelle parole a cambiare le aspettative dei mercati. Del resto, il mercato obbligazionario non sfugge alla psicologia delle folle descritta da Gustave Le Bon: una promessa credibile può valere più di mille rapporti economici.

Oggi l’Eurozona è più attrezzata. La BCE dispone del Transmission Protection Instrument,  programma introdotto nel 2022 per contrastare tensioni ingiustificate sui mercati. Ma non può intervenire ogni volta che uno spread sale. Deve distinguere la speculazione dai problemi reali dei conti pubblici. L’Ue non può garantire a uno Stato il diritto di indebitarsi a basso costo, mantenendo il deficit elevato, neanche alla Francia. Per questo la Commissione europea ha avviato una procedura per disavanzo eccessivo. Anche così si consolida la credibilità dell’eurozona.

C’è però un altro ostacolo. La BCE sta riducendo il proprio portafoglio di titoli di Stato attraverso il quantitative tightening, il contrario del quantitative easing con cui, negli anni della crisi e della pandemia, aveva acquistato enormi quantità di obbligazioni per sostenere l’economia e tenere bassi i tassi. Ora, quando quei titoli arrivano a scadenza, Francoforte non reinveste più il denaro incassato. I governi devono quindi trovare più compratori privati per finanziare il proprio debito, proprio mentre gli investitori chiedono interessi più alti.

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