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Concessioni balneari, indennizzo anche sui beni ammortizzati: le linee guida

17 October 2026 at 11:00

L’indennizzo per i concessionari balneari uscenti potrà comprendere anche il valore dei beni già ammortizzati, purché siano ancora utilizzabili e possano generare un beneficio economico per chi subentra. È uno dei criteri indicati nelle nuove linee guida elaborate dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), destinate a contribuire alla definizione delle regole per le future gare sulle concessioni demaniali marittime.

Il documento punta a rendere più omogenea la valutazione degli investimenti effettuati dagli attuali gestori degli stabilimenti, stabilendo criteri comuni per determinare l’eventuale compensazione economica dovuta al termine della concessione. Un altro principio riguarda gli interventi abusivi: se l’ente concedente segnala che un investimento interessa opere realizzate o modificate illegittimamente, il relativo valore non viene incluso nel calcolo dell’indennizzo, salvo diversa indicazione dell’amministrazione.

Concessioni balneari: bando-tipo atteso il 22 ottobre

Le linee guida si inseriscono nel percorso di preparazione delle gare per l’assegnazione delle concessioni balneari, che dovranno svolgersi nel quadro della direttiva europea Bolkestein. Il 22 ottobre il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, presenterà alla Conferenza unificata Stato-Regioni la proposta di bando-tipo, secondo quanto annunciato dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi a margine dell’assemblea nazionale delle imprese balneari di Rimini.

Il modello è destinato a fornire ai Comuni un riferimento per predisporre le procedure di selezione, con l’obiettivo di arrivare ai rinnovi delle concessioni entro settembre 2027. Le linee guida dei commercialisti dovrebbero costituire parte integrante del bando-tipo, offrendo indicazioni operative per la stima del valore degli investimenti da riconoscere al concessionario uscente.

La bozza prevede che la durata delle nuove concessioni sia stabilita nel bando, entro un intervallo compreso tra un minimo di cinque anni e un massimo di venti. Le regole non riguardano soltanto gli stabilimenti balneari, ma anche le attività di ristorazione, le spiagge libere attrezzate, le aree demaniali marittime destinate allo sport e altre tipologie di utilizzo, come i punti di ormeggio.

Come si determina l’indennizzo per il concessionario uscente

Il compenso riconosciuto al gestore che perde la concessione balneare non comprende automaticamente tutte le spese sostenute nel corso dell’attività. Per ottenere l’indennizzo, gli investimenti devono avere ancora una rilevanza economica per chi subentra, perché consentono di utilizzare opere e strutture esistenti oppure di evitare nuovi costi.

Le linee guida del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili individuano due elementi da considerare nella stima: il valore degli investimenti, al netto degli eventuali contributi pubblici ricevuti, e un’equa remunerazione degli investimenti realizzati negli ultimi cinque anni della concessione.

Il criterio centrale è quindi l’utilità che le opere possono conservare dopo il passaggio di gestione. Il vantaggio per il nuovo concessionario non deve necessariamente tradursi in un guadagno diretto: può consistere anche nella possibilità di risparmiare sulle spese che sarebbero necessarie per realizzare nuove strutture o interventi.

Questo principio vale anche per i beni già completamente ammortizzati sul piano contabile. Se continuano a essere utilizzabili e mantengono un valore economico per il gestore subentrante, possono essere inclusi nella valutazione. L’ammortamento, dunque, non determina da solo l’esclusione dall’indennizzo: occorre verificare le condizioni del bene e il beneficio che può ancora offrire.

Quali investimenti possono essere indennizzati

Per stabilire quali spese possano concorrere alla determinazione dell’indennizzo, le linee guida distinguono gli investimenti in base alla destinazione dei beni al termine della concessione. Le categorie individuate sono tre.

  • beni che restano al concessionario uscente: rientrano in questo gruppo, per esempio, lettini e ombrelloni che il gestore può conservare e portare via alla scadenza del contratto. Non essendo destinati a essere trasferiti al nuovo concessionario o all’amministrazione, non danno diritto all’indennizzo previsto per gli investimenti che rimangono nella disponibilità pubblica o vengono acquisiti dal subentrante;
  • beni destinati all’ente concedente: si tratta delle opere che, alla fine della concessione, passano nella titolarità e nella disponibilità dell’amministrazione, secondo quanto previsto dall’articolo 49 del Codice della navigazione. Un esempio è rappresentato dalle piattaforme che facilitano l’accesso alla spiaggia alle persone con disabilità.
  • investimenti su beni demaniali: questa categoria comprende gli interventi realizzati su beni pubblici messi a disposizione del concessionario durante la gestione e che devono essere restituiti alla scadenza.

Opere abusive: quando l’indennizzo è escluso

Le linee guida affrontano anche il caso degli investimenti collegati a opere realizzate o modificate in violazione delle norme edilizie e delle autorizzazioni richieste.

Il professionista incaricato della stima non è tenuto a verificare autonomamente la regolarità urbanistica ed edilizia di ogni bene oggetto della valutazione. Spetta all’ente concedente segnalare eventuali irregolarità rilevanti. Quando l’amministrazione comunica che un investimento riguarda un’opera abusiva, il relativo valore non viene conteggiato ai fini dell’indennizzo, salvo diverse indicazioni dell’ente stesso.

Chi effettua la perizia e chi paga

Per garantire criteri omogenei tra i diversi territori, le stime dovranno essere affidate a commercialisti individuati dall’ente concedente all’interno di una rosa di cinque nominativi indicati dal presidente del Cndcec. Le linee guida servono proprio a orientare il lavoro dei professionisti, limitando il rischio che investimenti analoghi siano valutati in modo diverso da un Comune all’altro.

Le spese della perizia sono a carico del concessionario uscente. La bozza di bando-tipo prevede inoltre la possibilità di rinunciare alla valutazione e, di conseguenza, a qualsiasi indennizzo. La quantificazione della compensazione rappresenta uno degli aspetti più delicati delle procedure di rinnovo, perché deve conciliare il riconoscimento degli investimenti che conservano un’utilità economica con l’esigenza di assegnare le concessioni attraverso procedure aperte e trasparenti.

Gli altri elementi della bozza-tipo

L’indennizzo è soltanto uno degli elementi del nuovo quadro per le concessioni balneari. La bozza di bando-tipo prevede anche che la scelta del nuovo gestore tenga conto delle garanzie offerte per un utilizzo proficuo del bene demaniale, coerente con l’interesse pubblico, e della capacità di assicurare la continuità dei servizi e delle attività.

I bandi dovranno inoltre indicare il numero di lavoratori del concessionario uscente per i quali l’attività rappresenta la principale fonte di reddito personale e familiare. Questa informazione consentirà ai partecipanti di valutare l’eventuale impegno ad assumere il personale già impiegato.

Campi Flegrei, decreto da oltre un miliardo: commissario per 10 anni e mutui sospesi

14 October 2026 at 08:28

Il Consiglio dei ministri ha approvato martedì 13 ottobre 2026 un nuovo decreto-legge sui Campi Flegrei. Il provvedimento introduce una struttura commissariale dedicata alla gestione degli interventi legati al fenomeno bradisismico e stanzia oltre un miliardo di euro nell’arco di dieci anni. Ad annunciare il via libera è stato il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, che ha collegato il decreto alle interlocuzioni istituzionali portate avanti nelle scorse settimane con il governo. La misura punta a definire un quadro più stabile per coordinare interventi, programmazione e procedure a tutela dei cittadini e degli edifici dell’area flegrea.

Campi Flegrei, il decreto istituisce commissario di 10 anni

La principale novità è l’istituzione di una struttura commissariale della durata di dieci anni. La guida sarà affidata al presidente della Regione Campania. La struttura avrà il compito di coordinare gli interventi sugli immobili danneggiati e sulle attività di riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato.

Il modello indicato prende come riferimento l’esperienza della ricostruzione del Centro Italia, considerata utile per organizzare le procedure di riparazione e messa in sicurezza degli edifici. L’obiettivo è rendere più ordinata la gestione delle risorse e degli interventi necessari in un territorio interessato da continue criticità legate al bradisismo.

Contributi per case e sospensione mutui

Il decreto prevede contributi fino a 30mila euro per gli interventi di pronto ripristino. Sono previsti anche contributi fino al 100% per la riduzione della vulnerabilità degli edifici. L’accesso sarà modulato in base all’Isee, quindi tenendo conto della situazione economica dei nuclei interessati.Le misure riguardano sia gli immobili privati sia il patrimonio pubblico, con l’obiettivo di intervenire sulle strutture danneggiate e ridurre i rischi per le abitazioni.

Tra le misure annunciate rientra anche la sospensione di alcuni adempimenti fiscali. Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, ha spiegato: “Abbiamo previsto anche la sospensione dei tributi e dei contributi dal 31 luglio al 30 novembre del 2026, la sospensione dei mutui dal 31 luglio 2026 al 31 dicembre 2027”. Secondo il ministro, si tratta di alcune delle richieste emerse dal territorio durante il confronto istituzionale, anche in prefettura a Napoli. Musumeci ha aggiunto che altre richieste potranno rientrare nei poteri del commissario, che potrà adottare iniziative autonome nei limiti previsti.

Proroga dei contratti di locazione

Il decreto interviene anche sui contratti di affitto delle famiglie coinvolte. Musumeci ha indicato “un dato importante: la proroga di due anni dei contratti di locazione a uso abitativo”. La proroga riguarda i contratti in scadenza tra ottobre 2026 e ottobre 2027, in favore delle famiglie con reddito inferiore a 28mila euro, purché non sia presente un titolo esecutivo. Per i nuclei interessati, la misura punta a garantire una maggiore stabilità abitativa durante la fase di gestione degli interventi e delle criticità collegate al bradisismo.

Le parole di Roberto Fico

Roberto Fico ha sottolineato che il decreto nasce anche dal lavoro istituzionale svolto nelle scorse settimane e ha aggiunto: “Si lavorerà per migliorare e rendere nel tempo progressivamente più rapide ed efficaci le procedure necessarie alle opere di pronto ripristino e di riparazione”. Sui contributi alle imprese, il ministro Musumeci ha spiegato che saranno valutati di volta in volta dal commissario con provvedimenti autonomi, nei limiti delle disponibilità finanziarie. Il presidente della Regione Campania ha chiuso con un impegno rivolto ai residenti dell’area: “Non lasceremo mai soli i cittadini dei Campi Flegrei”.

Chiamate dall’estero mascherate da italiane: Agcom sanziona due società per 822.500 euro

12 October 2026 at 15:52

La telefonata arriva dall’estero, ma sul display compare un numero italiano, studiato apposta per convincerci a rispondere. Ecco spiegato in modo semplice il meccanismo dello spoofing, dietro il quale si nascondono generalmente chiamate commerciali irregolari (quando non vere e proprie truffe).

A tutela degli utenti, l’Agcom ha presentato il conto a due società: Retelit Digital Services e Tekmind. Le sanzioni, sommate, raggiungono gli 822.500 euro. Il motivo? Non aver attuato i controlli previsti sull’uso delle numerazioni telefoniche. Un passo importante nella battaglia contro questa pratica.

La multa dell’Agcom

Le sanzioni sono state adottate il 23 settembre e ammontano nel dettaglio a 700mila euro per Retelit Digital Services e a 122.500 euro per Tekmind. L’Agcom contesta alle due società di non aver messo in pratica delle misure di controllo sull’uso delle numerazioni.

I provvedimenti arrivano dopo un’attività di vigilanza avviata nel novembre 2025 sulla base di numerose segnalazioni. Al centro ci sono gli obblighi degli assegnatari dei numeri telefonici:

  • verificare la correttezza delle numerazioni usate dai call center;
  • verificare l’eventuale generazione tramite spoofing;
  • gestire con diligenza le numerazioni assegnate, a presidio dell’intera filiera.

I numeri del blocco

Per riuscire a contrastare il fenomeno, fastidioso e pericoloso, l’Agcom ha imposto agli operatori dei filtri sulle chiamate internazionali, che si presentano con numerazioni italiane. I risultati sono stati di fatto consistenti.

Nei primi 8 mesi del 2026, infatti, sono state bloccate circa 191 milioni di chiamate dall’estero con numero italiano contraffatto o non conforme agli standard. Si parla di quasi 790mila al giorno, ovvero il 7,2% del traffico internazionale.

La fetta più importante riguarda i cellulari, con 148 milioni di chiamate fermate, il 49% di quelle dall’estero con numero mobile italiano. Altre 38 milioni mostravano un fisso nazionale e 4,6 milioni numerazioni irregolari. Il dato più netto emerge però dal confronto con il periodo precedente all’estensione del blocco ai numeri mobili, scattata il 19 novembre 2025.

Le chiamate dall’estero con cellulare italiano sono calate del 95%, da 26,8 a 1,2 milioni al giorno, mentre l’intero traffico internazionale è sceso da 34 a 11 milioni di chiamate quotidiane. Un risultato utile anche soltanto per il risparmio di tempo di milioni di cittadini.

La replica di Retelit

In una nota ufficiale, Retelit ha spiegato la propria posizione:

Si tratta di un provvedimento inatteso, nell’esito e nell’entità, su cui l’azienda si riserva le opportune valutazioni», si legge. La società precisa inoltre «di non svolgere né commissionare alcuna attività di telemarketing via call center per la vendita dei propri servizi.

Si spiega inoltre che, in qualità di operatore di telecomunicazioni, l’attività “si limita alla sola cessione in uso ad altri operatori telefonici autorizzati di numerazioni telefoniche”. Tutto ciò lascia ovviamente la strada aperta a eventuali ricorsi.

Il Premio Nobel per l’Economia agli americani Robert E. Hall e Michael Woodford

12 October 2026 at 11:21

Il premio Nobel per l’Economia 2026 va agli economisti statunitensi Robert E. Hall e Michael Woodford. Il Nobel è stato assegnato per il loro lavoro sulle “fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica”, ha dichiarato l’Accademia Reale Svedese delle Scienze di Stoccolma.

I due ricercatori sono stati premiati sia per il significato scientifico dei loro contributi alla comprensione dei fenomeni economici, sia per l’influenza che tali contributi hanno avuto sulle politiche pubbliche globali.

Entrambi sono docenti di Economia: Hall è nato nel 1943 in California e insegna all’università di Stanford; Woodford è nato in Massachusetts nel 1955 e insegna alla Columbia di New York. Entrambi hanno studiato al MIT, il Massachusetts Institute of Technology, la più prestigiosa università al mondo per gli studi scientifici.

Le motivazioni del Premio

L’Accademia Reale Svedese delle Scienze ha spiegato che l’economia è caratterizzata da alternanze di fasi di recessione e di espansione. Da quando l’economista John Maynard Keynes ha lanciato le sue teorie quasi un secolo fa, le politiche di stabilizzazione sono state importanti per affrontare queste fluttuazioni. Durante le recessioni, l’economia viene stimolata riducendo i tassi di interesse e aumentando il deficit di bilancio, mentre si dovrebbe agire in senso opposto per rallentare un’economia in forte espansione.

Tuttavia, durante le crisi petrolifere degli anni ’70, sembrò che i modelli keynesiani che regolano quando e come le misure debbano essere implementate non funzionassero più. Non ridussero la disoccupazione, ma portarono invece a un’inflazione incontrollata. Molti ritenevano che la politica di stabilizzazione avesse causato più danni che benefici e che dovesse essere abbandonata

Robert E. Hall e Michael Woodford hanno ricevuto il Premio Nobel per le scienze economiche per aver dimostrato come i modelli economici possano essere ricostruiti per rivitalizzare le politiche di stabilizzazione. Invece di basare i modelli su legami statistici tra variabili macroeconomiche, come inflazione, produzione e consumo, hanno scelto di costruirli su una base microeconomica. Ciò implica comprendere in che modo l’insieme delle singole famiglie e imprese influenzi l’economia attraverso le proprie azioni.

Un elemento centrale di questi modelli è che famiglie e imprese guardano al futuro quando prendono decisioni in merito a risparmi o prezzi dei prodotti. Quando governi e banche centrali comunicano i loro piani di politica economica, possono influenzare questa visione del futuro e indirizzare l’economia nella giusta direzione. I nuovi modelli si sono rivelati estremamente utili per affrontare le recessioni economiche che ci hanno colpito.

“Il lavoro dei premiati ci ha fornito una solida base teorica per i modelli oggi utilizzati da banche centrali e governi di tutto il mondo. Grazie a essi, siamo meglio attrezzati per gestire gli shock economici, come le crisi energetiche o le improvvise variazioni nei consumi delle famiglie”

ha detto John Hassler, presidente del Comitato per il Premio in Scienze Economiche.

Quanto vale il Premio Nobel

Il Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche non è tecnicamente un Nobel come gli altri, ma un premio della Banca di Svezia per le scienze economiche dedicato alla memoria di Alfred Nobel. L’anno scorso è stato assegnato al francese Philippe Aghion, al canadese Peter Howitt e all’americano-israeliano Joel Mokyr per il loro lavoro sull’impatto dell’innovazione sulla crescita economica.

Come gli altri premi Nobel, quello per l’economia consiste in un diploma, una medaglia d’oro e un assegno di 12 milioni di corone svedesi pari a circa 1,06 milioni di euro. I vincitori riceveranno i loro premi durante cerimonie ufficiali il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel, a Stoccolma, ad eccezione del Nobel per la Pace che viene consegnato a Oslo.

Gas russo, Orsini riapre tema energia: “Non ci può essere ideologia, serve competitività”

12 October 2026 at 11:17

Il tema del gas russo torna nel dibattito economico italiano dopo le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. A margine dell’assemblea di Assolombarda a Milano, Orsini ha evitato di entrare direttamente nel merito di un eventuale ritorno delle forniture russe, ma ha posto una questione più ampia: il costo dell’energia per le imprese. “Io non entro nel tema gas russo o non gas russo, non è di mia competenza”, ha detto. Poi ha aggiunto che sull’energia “non ci può essere ideologia”. Per Confindustria, la competitività del sistema produttivo è centrale. Orsini ha indicato in particolare settori come ceramica, carta e vetro, colpiti dall’impatto dell’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione.

L’accordo tra Trump e Putin sul diesel russo

Negli Stati Uniti, Donald Trump ha annunciato un’intesa con Vladimir Putin per la fornitura di gasolio russo ai mercati americano e globale, con una sospensione temporanea delle sanzioni Usa sul diesel russo. L’accordo prevede, secondo quanto dichiarato da Trump, forniture iniziali per oltre 300mila tonnellate, seguite da ulteriori quantità nei mesi successivi.

La scelta è stata presentata dalla Casa Bianca come un modo per ridurre i prezzi dell’energia. Diversi analisti citati dalla fonte, però, hanno espresso dubbi sull’effetto concreto dell’operazione sui prezzi del diesel, definendo i volumi annunciati limitati rispetto ai consumi statunitensi e al mercato globale.

L’intesa ha anche un impatto politico. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato la decisione, definendola un vantaggio per Mosca. Secondo alcune ricostruzioni, l’accordo sarebbe maturato anche dopo le tensioni sugli attacchi ucraini alle raffinerie russe, che avrebbero contribuito ad aumentare la pressione sui prezzi energetici.

Cosa pensa l’Italia dell’ipotesi gas russo

Per l’Italia, il ritorno diretto al gas o ai prodotti energetici russi resta un tema politicamente e diplomaticamente complesso. Sul piano europeo, i Paesi Ue non hanno rimosso le sanzioni sull’import dei prodotti petroliferi russi. Per questo le forniture promesse da Mosca agli Stati Uniti non avrebbero un effetto diretto sui prezzi del diesel in Italia. Un eventuale impatto potrebbe arrivare solo in modo indiretto, attraverso le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati.

Nel governo italiano il tema divide le sensibilità politiche. La Lega di Matteo Salvini spinge da tempo per una riapertura dei canali commerciali con Mosca, sostenendo che l’acquisto diretto di gas e petrolio russo potrebbe ridurre i costi per famiglie e imprese.

Fratelli d’Italia, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha finora mantenuto una linea atlantista e di sostegno all’Ucraina, cercando al tempo stesso di evitare posizioni più estreme nel dibattito europeo. Forza Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, resta invece ancorata alla linea europea sulle sanzioni e sul sostegno a Kiev.

Cosa cambia per le imprese

La questione energetica incide direttamente sui costi di produzione, sulle bollette e sulla competitività delle imprese. Per Confindustria, la priorità è ridurre il divario con gli altri Paesi, soprattutto nei settori più energivori. Da qui la richiesta di intervenire sull’Ets e di proseguire con misure capaci di sostenere gli investimenti.

Orsini ha ricordato anche il ruolo dell’iperammortamento, misura che secondo il presidente di Confindustria ha contribuito alla crescita degli investimenti e del Pil. Il punto politico ed economico resta quindi aperto: da una parte la necessità di mantenere coerenza con la linea europea sulle sanzioni, dall’altra il bisogno di contenere il costo dell’energia per industria, famiglie e sistema produttivo.

Ex Ilva Taranto, stop produzione anche agli stabilimenti di Genova e Novi Ligure: lavoratori in sciopero

12 October 2026 at 09:08

Dopo aver appreso la notizia del possibile blocco della produzione nello stabilimento di Cornigliano e Novi Ligure a metà novembre, i lavoratori dell’ex Ilva sono scesi in sciopero, fermando la produzione per 24 ore. L’ingresso agli impianti è attualmente ostruito con mezzi pesanti. Anche a Taranto sono in corso mobilitazioni.

Secondo le dichiarazioni di Acciaierie d’Italia, che ha in gestione temporanea e straordinaria i centri dell’ex Ilva, la decisione non sarebbe altro che l’effetto di vincoli giudiziari e degli intoppi dell’approvvigionamento di materie prime alla casa madre di Taranto, da cui dipende la produzione degli altri due siti.

La lettera della Sindaca Salis al Ministro Urso

La mobilitazione, proclamata dalle rappresentanze sindacali unitarie (Fiom, Fim e Uilm) a seguito del tavolo a Palazzo Chigi, ha trovato l’immediata solidarietà anche della Sindaca Silvia Salis.

Si acquisti materiale sul mercato [internazionale] per garantire la produzione.

Secondo l’Amministratrice di Genova, che dovrebbe essere scesa in piazza in solidarietà ai lavoratori di Cornigliano, è inaccettabile lo stop della produzione di un asset strategico dello Stato, che registrerebbe un rialzo della domanda.

Nel frattempo a Taranto

Contemporaneamente all’assemblea di due ore nel parcheggio della direzione, un gruppo di lavoratori ha occupato un tratto della statale 106 verso la raffineria Eni. Non sono esclusi altri blocchi stradali e le iniziative di protesta potrebbero proseguire nei prossimi giorni

Gli operai chiedono al Governo garanzie diverse dalla prosecuzione della cassa integrazione. I sindacati chiedono:

  • un piano industriale di decarbonizzazione che riguardi tutti i siti;
  • un piano sociale che tuteli i lavoratori diretti e in appalto:
  • un piano di risarcimento per danni alla salute;
  • la presenza continua dello Stato come garante della transizione e della tutela occupazionale.

La cronologia dei provvedimenti Ex Ilva

La catena dei provvedimenti che ha condotto alla paralisi produttiva origina dal decreto del 27 luglio emesso dal Tribunale di Milano, seguito dalle prescrizioni della Corte d’Appello che hanno fissato in 90 giorni il termine ultimo per fermare l’area a caldo a Taranto.

L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano respinge il primo ricorso presentato da Acciaierie d’Italia per ottenere una dilazione dei tempi. Le disposizioni imponevano il taglio delle emissioni di polveri sottili e la rimozione dell’amianto dalle coperture degli altiforni. Le prescrizioni sono state giudicate irrealizzabili dall’azienda, almeno nei tempi previsti dall’ordinanza, con la presentazione da parte del Mimit di un progetto di conversione green della fabbrica.

Il 5 ottobre i giudici milanesi negano anche la seconda istanza del ricorso, che chiedeva di mantenere gli altiforni almeno in fase di pre-riscaldo fino al verdetto della Suprema Corte.

Il 20 ottobre, infatti, è fissata l’udienza in Cassazione sui ricorsi straordinari per scongiurare lo spegnimento.

La replica di AdI alla Sindaca Salis

Oltre alle scadenze imposte dai giudici, Acciaierie d’Italia ha motivato il blocco anticipato delle strutture di Taranto con precise ragioni di tutela contabile. L’acquisto di nuove scorte da impiegare oltre il limite del 25 ottobre avrebbe infatti danneggiato i creditori per avere come unico risultato la conservazione di materiale inutilizzato nei magazzini.

Inoltre, la strada suggerita dalla Sindaca Salis è stata giudicata inagibile. I tempi d’attesa per le materie prime necessarie sono lunghi e comunque non è semplice reperire sul mercato internazionale semilavorati rispondenti ai requisiti tecnici richiesti dalla clientela.

Tutti gli occhi del settore industriale sono ora puntati sull’appuntamento di martedì 20 ottobre in Cassazione: il parere favorevole della

Carne scaduta per i clienti del pub: sequestro della Polizia e maxisanzioni da 6.000 euro

12 October 2026 at 05:53

A Civitanova Marche, i controlli portati avanti dalla Squadra Amministrativa della Questura di Macerata e dagli agenti della Polizia locale hanno portato alla luce irregolarità all’interno di due esercizi commerciali, con l’avvio di procedimenti sanzionatori e il blocco delle merci non conformi.

L’ispezione, svolta nell’ambito delle attività di prevenzione sul territorio, ha messo in evidenza importanti lacune nella conservazione degli alimenti e nel rispetto dei presidi di sicurezza previsti dalla legge per le attività di somministrazione e intrattenimento.

Igiene alimentare: le verifiche sulle etichette delle carni

L’attenzione della Polizia di Stato e delle autorità sanitarie locali si attesta ai massimi livelli per garantire la sicurezza alimentare e la tutela della salute pubblica nei luoghi della movida.

Nel primo locale ispezionato, un pub situato nel centro cittadino, gli agenti si sono concentrati sulle celle frigorifere e sui locali adibiti alla preparazione dei cibi. L’esame diretto delle etichette apposte sulle confezioni ha rivelato che la merce destinata al servizio era ampiamente oltre il termine minimo di conservazione.

I controlli svolti dalle forze dell’ordine hanno portato a riscontrare le seguenti anomalie:

  • presenza di 27 chilogrammi di carne di vario taglio con date di scadenza già superate;
  • scatto immediato del sequestro amministrativo dei prodotti alimentari per impedirne la somministrazione al pubblico;
  • mancata esposizione dei cartelli obbligatori indicanti gli orari ufficiali di apertura e chiusura dell’esercizio.

Tutta la documentazione è stata trasmessa agli uffici competenti dell’Azienda Sanitaria e agli enti preposti per le valutazioni di natura igienico-sanitaria e l’eventuale applicazione di ulteriori sanzioni o prescrizioni operative.

Controlli sul lungomare sud e sanzioni amministrative

Il secondo filone delle verifiche ha riguardato un locale notturno della fascia costiera sul lungomare sud della cittadina. Durante il sopralluogo, gli agenti della Squadra Amministrativa hanno identificato 25 avventori e rilevato irregolarità legate al rispetto delle normative sulla sicurezza e sul contrasto all’abuso di alcol.

Nello specifico, l’accertamento ha portato all’emissione di 5 contestazioni amministrative per un importo complessivo che sfiora i 6.000 euro, a causa di:

  • documentazione non conforme inerente all’impatto acustico e alle emissioni sonore;
  • assenza delle informative obbligatorie previste dalla legge per la presenza di impianti di videosorveglianza;
  • mancanza delle apparecchiature e dei presidi obbligatori per la prevenzione e la misurazione del tasso alcolemico dei clienti.

I controlli di prevenzione disposti dalla Questura proseguiranno anche nei prossimi giorni per garantire il rispetto delle norme sul commercio e la tutela della sicurezza dei consumatori nei locali di maggior affluenza.

L’ultimo dei Crow: La vera storia di Plenty Coups

9 October 2026 at 14:12

Il sole sta calando sulle vette dei monti Pryor come una ferita aperta che sanguina sul Montana. È un paesaggio che sembra un quadro, ma è un inganno: sotto questa selce grigia  giace una storia di violenza, fango e calcoli a freddo.

Se volete capire come si è chiuso il West, dimenticatevi le favolette di Hollywood. Qui si parla di sopravvivenza cruda, di gente che ha dovuto masticare ferro e sputare pallottole per non farsi cancellare dalla mappa.

Al centro di questo conflitto c’è Plenty Coups. Nato attorno al 1848 nella tribù degli Absarokee — i Crow, per chi mastica solo l’inglese —, gli appioppano alla nascita un nome che suona come “Bisonte che affronta il vento”. Ma da queste parti le parole valevano meno del fango sotto gli stivali se non eri pronto a tirare fuori i denti.

La svolta arriva quando ha nove anni. Gli ammazzano il fratello maggiore in una scaramuccia da quattro soldi. Un colpo secco, di quelli che ti fanno cortocircuitare il cervello. Il ragazzino prende e se ne va da solo tra i dirupi selvaggi dei Pryor, posti duri, pieni di selce scura e affilata come bisturi. Si mette a digiunare per giorni, masticando rabbia e svenendo sulla roccia dura.

Lì, tra la selce e la polvere, la fame gli regala una visione che sembra un film di terrore: una tempesta bestiale si abbatte sulla foresta e sradica i pini secolari, tirandoli giù come birilli spazzati via dal fango. Tutti gli alberi crollano, piallati. Ne resta in piedi uno solo. Su quel ramo sopravvissuto c’è una cinciallegra. Subito dopo, vede le mandrie di bisonti svanire nel nulla, rimpiazzate da una marea di buoi maculati che occupano ogni centimetro di terra.

Gli anziani del villaggio non ci misero molto a capire l’antifona, senza troppi fronzoli:

L’uomo bianco sta arrivando e farà tabula rasa. Se non vogliamo dare le dimissioni dalla storia, dobbiamo fare come quel piccolo uccello bastardo: ascoltare, capire come muove le carte il nemico e adattarci prima che ci schiacci.

Ma Plenty Coups non era un agnellino. Prima di mettersi la giacca e la cravatta, quel tipo era un guerriero spietato. Un coup per loro era il massimo del coraggio: toccare un nemico in battaglia a mani nude o con un bastone mentre quello cercava di piantarti un proiettile in pancia.

Bisognava avere i nervi di selce. Plenty ne collezionò a decine, umiliando Lakota e Sioux prima ancora di compiere trent’anni.

Si infilava la pelle di un lupo grigio sulla schiena e strisciava nel campo avversario rapido come una lama che ti taglia la gola in silenzio.

Poi arrivò il punto di non ritorno. Mentre altri capi leggendari sceglievano la guerra totale contro l’esercito americano — una scelta eroica ma destinata a finire in un bagno di sangue e nella resa incondizionata —, Plenty applicò la lezione della cinciallegra con un calcolo politico spietato. Capì che affrontare i fucili a ripetizione e i treni a vapore era un suicidio pulito.

Così fece la sua mossa: alleò i Crow con Washington, fornendo esploratori all’esercito contro i nemici storici della sua tribù. Un tradimento? No, puro cinismo da sopravvivenza.                                    I Crow non volevano finire deportati in qualche buco arido a centinaia di miglia da casa. E il piano funzionò: quando la polvere si posò, i Crow furono tra i pochissimi a tenere le proprie terre ancestrali nella valle del Little Bighorn.

Nel 1890, diventato Capo Supremo, Plenty capì che la battaglia non si faceva più con i cavalli, ma negli uffici. Salì su quei mostri di ferro a vapore e andò dritto a Washington a trattare con i presidenti americani, schivando i tranelli di senatori corrotti e speculatori minerari con la stessa cattiveria con cui un tempo schivava le frecce.

Agli anziani che volevano ancora impugnare l’ascia, sputava in faccia la realtà:

L’istruzione è la vostra arma più potente. Con quella siete pari al bianco; senza, siete soltanto le sue prossime vittime.

Nel 1921 lo chiamarono perfino ad Arlington per la sepoltura del Milite Ignoto. Unico nativo presente in mezzo a una manica di politici che puzzavano di ipocrisia. Stette lì, solenne, e depose sulla tomba il suo copricapo di piume e il suo bastone da guerra. Tirò giù la serranda sulla sua carriera da guerriero davanti al mondo intero.

Morì nel 1932, a 84 anni suonati. Niente figli, ma una terra salvata dal disastro e la sua casa regalata allo Stato perché bianchi e nativi imparassero a non scannarsi come bestie.

La storia di Plenty Coups non è una storiella da eroi romantici: è la vicenda di un leader che ha preferito affilare il cervello invece di farsi massacrare per un briciolo di orgoglio.

Fonti consultate e citate:

  • Wikipedia (voce di riferimento): https://en.wikipedia.org/wiki/Plenty_Coups
  • Autobiografia e fonti storiche: Frank B. Linderman, Plenty-Coups: Chief of the Crows, University of Nebraska Press, 2002.
  • Archivi storici: Library of Congress (Dedicazione del Tomb of the Unknown Soldier, Arlington 1921).

 

L'articolo L’ultimo dei Crow: La vera storia di Plenty Coups su Vanilla Magazine scritto da Elian Dar

Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia?

27 September 2026 at 06:59

Nell’articolo precedente ci siamo chiesti cosa succede quando la lingua di casa lascia spazio a quella usata a scuola e nella comunità. Abbiamo visto che non si tratta necessariamente di una perdita, ma di una trasformazione del repertorio linguistico del bambino. Abbiamo anche capito che le due lingue non devono competere e che essere bilingui non significa parlare entrambe allo stesso modo.

A questo punto, però, la domanda cambia. Non è più “cosa sta succedendo?”, ma “cosa posso fare?”. Come genitore, come posso accompagnare mio figlio in questo percorso senza creare tensioni? Come posso continuare a offrirgli occasioni autentiche di incontro con l’italiano?

Cosa può fare il genitore?

Di fronte a queste situazioni, la prima tentazione può essere quella di correggere continuamente il bambino, insistere perché risponda in italiano o trasformare ogni conversazione in un piccolo “test” linguistico.

Ma se l’obiettivo è mantenere una relazione positiva con la lingua, forse è utile procedere nella direzione opposta.

La lingua ha bisogno di essere associata a esperienze significative, non soltanto a richieste e correzioni.

Il genitore può continuare a parlare italiano in modo naturale, senza pretendere necessariamente che il bambino risponda sempre in italiano. Può raccontare, leggere insieme, cucinare, giocare, cantare, guardare fotografie, parlare delle esperienze della giornata o condividere storie familiari.

Sono proprio queste esperienze quotidiane, ripetute nel tempo, a offrire al bambino occasioni autentiche di esposizione e utilizzo della lingua.

Dal punto di vista pedagogico, possiamo parlare di contesti significativi di apprendimento: il bambino apprende più facilmente quando la lingua non è percepita come un esercizio isolato, ma come parte di un’attività che per lui ha valore.

Anche il gioco può avere un ruolo importante. Nel gioco simbolico, per esempio, il bambino può sperimentare parole, frasi e ruoli senza vivere la situazione come una prestazione. Allo stesso modo, leggere insieme un libro in italiano permette di arricchire il vocabolario, sviluppare la comprensione e, soprattutto, condividere un momento di relazione.

Non trasformiamo la lingua in un terreno di conflitto

Un altro elemento da non sottovalutare è la dimensione emotiva.

Se ogni risposta in inglese viene accolta con frasi come “Parlami in italiano!”, “Te l’ho detto mille volte!” oppure “Non vuoi più parlare con me?”, il bambino potrebbe associare progressivamente l’italiano a una situazione di pressione o di conflitto.

Al contrario, può essere utile mantenere l’italiano come una presenza stabile e accogliente.

Se il bambino dice:

“Mamma, can you help me?”

il genitore può semplicemente rispondere in italiano:

“Certo, vieni, ti aiuto io.”

In questo modo la comunicazione continua senza interrompere il flusso della relazione e senza trasformare ogni scambio in una verifica.

Questo non significa rinunciare all’educazione linguistica, ma scegliere come perseguirla.

L’adulto può diventare un modello linguistico costante, offrendo parole corrette e strutture ricche senza necessariamente pretendere una ripetizione immediata.

La lingua è anche relazione

Forse è proprio questo il punto più importante.

Quando un bambino utilizza sempre più spesso la lingua della scuola, non sta necessariamente prendendo le distanze dalla famiglia. Sta crescendo, ampliando il proprio mondo e costruendo nuove relazioni.

La lingua della comunità può rappresentare per lui la scoperta di un nuovo ambiente, nuove amicizie, nuove competenze e nuove possibilità di espressione. La lingua familiare, invece, può continuare a custodire una parte della sua storia e delle sue relazioni affettive.

Per questo possiamo provare a non leggere il cambiamento come una perdita, ma come una trasformazione del repertorio linguistico del bambino.

Il nostro compito, come adulti, non è costringerlo a scegliere una lingua, ma accompagnarlo nella costruzione di un’identità capace di abitare più mondi.

E forse possiamo sostituire una domanda:

“Perché mio figlio non vuole più parlare italiano?”

con una domanda pedagogicamente più utile:

“Come posso continuare a rendere l’italiano una lingua viva, significativa e affettivamente importante nella sua esperienza?”

La risposta non sarà necessariamente fatta di regole o strategie complesse. Potrà trovarsi nelle conversazioni quotidiane, nelle storie raccontate prima di dormire, nelle telefonate ai nonni, nelle canzoni, nei giochi, nelle ricette di famiglia, nei libri e in tutti quei piccoli momenti nei quali una lingua smette di essere soltanto uno strumento e diventa, ancora una volta, relazione, appartenenza e memoria.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia? su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

Alessandro Ariosi racconta il metodo per scegliere gli artisti lirici da rappresentare

22 September 2026 at 09:44

Nel panorama internazionale del management lirico contemporaneo, l’idea che si possa rappresentare chiunque appartiene a un passato superato o a un’illusione di breve respiro. Quando si chiede ad Alessandro Ariosi, fondatore e guida di Ariosi Management, da dove nasca la complessità di questa professione, la riflessione muove immediatamente dall’essenza stessa dell’opera: non ci si trova a collocare un prodotto sul mercato, bensì ad affiancare esseri umani custodi di uno strumento delicato quale è la voce. Ogni interprete porta con sé un universo irripetibile fatto di carattere, radici, aspirazioni personali, dinamiche familiari e fragilità fisiche o emotive; elementi che rendono ogni percorso una trama unica e impossibile da standardizzare.

Interpellato sul significato profondo della selezione e sulla necessità di non accogliere chiunque nel roster di Ariosi Management, Ariosi rivendica con fermezza il valore della credibilità. Nel dialogo quotidiano con le istituzioni teatrali e le direzioni artistiche di tutto il mondo, la reputazione dell’agenzia è il primo capitale: garantire per un cantante significa porsi come interlocutore autorevole, trasparente e responsabile, capace di proporre professionisti pronti e all’altezza delle aspettative dei grandi cartelloni.

Alessandro Ariosi e i criteri per i giovani talenti lirici

Sollecitato su quali siano i criteri che guidano la scelta di un giovane talento oltre le doti innate, il focus del manager si sposta sulla concretezza. Una bella voce, una presenza scenica magnetica e una buona predisposizione attoriale sono qualità preziose, ma prese da sole rischiano di generare meteore destinate a esaurirsi nello spazio di poche stagioni. La vera discriminante risiede nel potenziale tecnico, nella solidità psicologica e nella capacità di ascolto. Davanti a una vocalità con qualità evidenti ma ancora immatura, la tentazione di bruciare le tappe e proporre l’interprete anzitempo a contesti prestigiosi può rivelarsi controproducente: le dinamiche e i ritmi serrati delle produzioni odierne rischiano di logorare prematuramente uno strumento non ancora consolidato. Il dovere primario di Ariosi Management consiste nell’onestà intellettuale di indicare all’artista dove lavorare, cosa perfezionare e quali carichi vocali evitare, proteggendone la maturazione prima del grande debutto.

Il rapporto con gli artisti affermati nel mondo dell’opera

Approfondendo la differenza di visione nella gestione di una carriera emergente rispetto a quella di una figura già consacrata, Alessandro Ariosi chiarisce come le priorità siano speculari ma profondamente diverse. Se per un giovane l’attenzione è tutta rivolta alla scelta mirata del repertorio e all’acquisizione graduale dell’esperienza, per un interprete affermato il lavoro si sposta sulla gestione dell’equilibrio complessivo: dosare gli impegni, preservare i tempi di recupero, selezionare collaborazioni di altissimo profilo artistico e concordare soluzioni che consentano di esprimere al meglio il proprio carisma sul palcoscenico in totale serenità.

Riguardo alla struttura ideale di una realtà di rappresentanza, il confronto tra agenzia boutique e grande roster diversificato si risolve a favore della cura sartoriale, cifra distintiva della linea di Ariosi Management. Fondamentale instaurare quel rapporto ravvicinato e costante che la delicatezza dello strumento “voce” impone, evitando la dispersione di energie e garantendo a ciascun artista una presenza attiva e tangibile in ogni fase della carriera.

Quando gli si domanda come debba svolgersi il primo incontro con un potenziale candidato, l’accento cade sulla reciprocità e sulla trasparenza. È indispensabile verificare l’allineamento delle visioni professionali. Senza una fiducia profonda e una disponibilità autentica al confronto leale, nessuna pianificazione strategica può reggere a lungo.

Infine, riflettendo sul valore del contratto di rappresentanza e sul tema dell’esclusiva, la conclusione mette al centro il concetto di partnership. L’accordo formale non deve essere vissuto come un vincolo rigido o un’imposizione burocratica, ma come un patto fiduciario condiviso, in cui l’esclusiva trova giustificazione unicamente nell’investimento reciproco di tempo, dedizione e cura strategica verso un progetto artistico comune e duraturo.

L'articolo Alessandro Ariosi racconta il metodo per scegliere gli artisti lirici da rappresentare su Vanilla Magazine scritto da Matteo Rubboli

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