Aos 17 anos, ensina finanças a crianças para combater a desigualdade
Il World Food Programme (WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che porta aiuti alimentari alle popolazioni colpite da guerre e crisi umanitarie, ha rinnovato per altri cinque anni la collaborazione con Palantir, la controversa società statunitense di analisi dei dati fondata da Peter Thiel e Alex Karp. A denunciarlo sono le organizzazioni firmatarie di una lettera aperta indirizzata ai vertici dell’agenzia, tra cui WeMove Europe, che chiede di interrompere l’accordo e rendere pubblici i termini della partnership. La campagna punta ora a coinvolgere i delegati governativi che si riuniranno a Roma il 22 ottobre, con l’obiettivo di interrompere i rapporti con l’azienda statunitense.
La campagna contro Palantir è partita a marzo allo scopo di contrastare i rapporti tra la società statunitense e i governi europei, denunciando il suo coinvolgimento nelle attività di sorveglianza e in ambito militare. Nel tempo si è allargata a una coalizione internazionale e si è concentrata, dopo il rinnovo dell’accordo, anche sul rapporto con il WFP. “Porta aiuti alimentari alle famiglie di Gaza, ma allo stesso tempo utilizza il software di un’azienda accusata di essere coinvolta nel genocidio palestinese. È una contraddizione che vogliamo portare all’attenzione pubblica. Non possiamo accettare che questa collaborazione continui”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giulio Carini, responsabile della campagna per WeMove Europe. Il nodo è anche il contesto in cui opera l’agenzia: il WFP interviene in territori dove i conflitti aggravano l’insicurezza alimentare e rendono più difficile distribuire gli aiuti. Per WeMove Europe, affidarsi a una società che fornisce strumenti anche ad apparati militari e di intelligence solleva interrogativi sulla coerenza della missione umanitaria e sulle garanzie necessarie a proteggere dati e informazioni.
La collaborazione tra il WFP e Palantir è iniziata nel 2017 con un progetto pilota. Nel 2019 è stato firmato un accordo quinquennale dal valore stimato di 45 milioni di dollari, presentato come una fornitura gratuita di tecnologia e servizi. A luglio 2026 la partnership è stata rinnovata di ulteriori cinque anni. Nel rapporto Palantir and the World Food Programme: The egregious partnership at the heart of the world’s largest humanitarian supply chain, pubblicato il 16 giugno 2026, Tech for Bad ricostruisce il ruolo assunto dalla tecnologia della società statunitense nella gestione degli aiuti del programma alimentare mondiale. Palantir ha sviluppato per il WFP il sistema DOTS (Digital Operations and Transformation System), basato sulla piattaforma Foundry, che raccoglie e organizza informazioni su acquisti, fornitori, trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti. A questo si affianca Prisma, uno strumento per ottimizzare la catena di approvvigionamento che, secondo il rapporto, è operativo in 46 paesi. Questi sistemi consentono all’agenzia di seguire diverse fasi della propria attività logistica attraverso un’unica infrastruttura digitale. La diffusione di questi strumenti solleva però un problema di dipendenza tecnologica. Più il WFP li integra nelle proprie attività, più diventa difficile sostituirli.
Un audit interno dell’agosto 2025, rivelato dalle testate France 24 e PassBlue, segnalava proprio l’assenza di una strategia definita per uscire dall’accordo, oltre a criticità nella gestione dei rischi e nella tutela della privacy che non erano state affrontate adeguatamente. Il WFP sostiene di non essere vincolato a un unico fornitore, ma senza un piano di uscita restano da chiarire i tempi e i costi necessari per sostituire sistemi ormai integrati nella gestione degli aiuti.
I dubbi riguardano anche le informazioni trattate attraverso queste piattaforme. Il WFP sostiene che Palantir non riceva dati che consentano di identificare direttamente i beneficiari. DOTS è però collegato all’ecosistema digitale in cui opera anche SCOPE, la piattaforma utilizzata dall’agenzia per gestire le informazioni sulle persone assistite. Secondo Tech for Bad, attraverso questo collegamento Palantir potrebbe entrare in contatto anche con dati aggregati relativi ai beneficiari, pur senza conoscere direttamente la loro identità. Il rapporto pone quindi una questione su come queste informazioni possano essere utilizzate dalla società.
Un ulteriore interrogativo riguarda il contratto del 2019: un esperto a conoscenza dell’accordo, rimasto anonimo e citato da France 24, ha richiamato una clausola che consentirebbe a Palantir di utilizzare determinati dati per migliorare le prestazioni dei propri prodotti, con possibili implicazioni anche per l’addestramento degli algoritmi. Tech for Bad segnala inoltre che il know-how maturato nella collaborazione con il WFP potrebbe contribuire allo sviluppo di strumenti destinati ad altri clienti.
A rendere controversa la partnership, secondo le organizzazioni, è anche il profilo della società. Fondata nel 2003 con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, fondo d’investimento legato alla Cia, Palantir sviluppa strumenti di analisi dei dati per governi, apparati di intelligence e forze armate. Nel gennaio 2024 ha annunciato una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano.
Nel rapporto From Economy of Occupation to Economy of Genocide, pubblicato nel 2025, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha indicato l’esistenza di “ragionevoli motivi per ritenere” che Palantir abbia fornito infrastrutture digitali e strumenti di intelligenza artificiale a sostegno delle operazioni militari israeliane, compresi sistemi per integrare informazioni sul campo di battaglia e supportare le decisioni militari. Per WeMove Europe e le altre organizzazioni che contestano l’accordo, il problema è la compatibilità tra la missione umanitaria delle Nazioni Unite e il ricorso a una società che lavora anche per apparati militari, soprattutto in territori di conflitto, dove le informazioni su trasporti, magazzini e distribuzione degli aiuti hanno un valore operativo rilevante.
Anche la formula della fornitura gratuita va ridimensionata. I registri degli acquisti delle Nazioni Unite consultati da France 24 documentano pagamenti a Palantir per oltre 10,5 milioni di dollari tra il 2017 e il 2024. Il WFP ha spiegato che si tratta di spese per servizi cloud, hosting e assistenza tecnica necessari a utilizzare la piattaforma: costi distinti dal valore stimato dell’accordo del 2019, ma che mostrano come mantenere operativi questi sistemi comporti comunque esborsi per l’agenzia.
Il punto, per WeMove Europe e le altre organizzazioni, è che la missione umanitaria non può prescindere da garanzie verificabili sulla gestione dei dati e sulle condizioni di utilizzo delle tecnologie. È su queste criticità che si concentra la lettera aperta indirizzata ai vertici del WFP. Le organizzazioni firmatarie chiedono di interrompere la collaborazione, pubblicare i contratti e gli accordi relativi ai dati e avviare una revisione indipendente dei rischi. Chiedono inoltre un piano di transizione verso sistemi alternativi, interoperabili e orientati all’interesse pubblico, che consenta di ridurre la dipendenza da Palantir senza compromettere la distribuzione degli aiuti. WeMove Europe ha già cercato di portare queste richieste ai vertici dell’agenzia e ai rappresentanti europei coinvolti nella sua governance.
“Abbiamo inviato, insieme ai nostri delegati, oltre duemila email per chiedere un incontro e ottenere risposte sulle condizioni dell’accordo”, spiega Carini. Al momento dell’intervista, riferisce, non era ancora arrivata una risposta.“Non possiamo accettare che un’organizzazione umanitaria come il WFP continui a collaborare con una società come Palantir senza fare piena chiarezza sui dati e sui rischi legati a questa partnership. Chiediamo trasparenza e che l’accordo venga interrotto”, conclude Carini.
L'articolo Il World Food Programme rinnova il contratto con Palantir. L’appello delle ong all’Onu: “Stop all’accordo, è coinvolta nel genocidio a Gaza” proviene da Il Fatto Quotidiano.

© JEROME FAVRE/EPA
Cuban singer and composer Manolo del Valle—whose real name was Manuel Batista Salgado—passed away this Sunday at the age of 84. The news was announced by the Cuban Music Institute (ICM) and the Orquesta Original de Manzanillo, a group with which the artist maintained a long professional relationship. The news prompted expressions of sorrow within the music community and among fans of the Cuban bolero, both in Cuba and abroad.
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Del Valle was one of the island’s most recognized voices in romantic song. His career, spanning more than six decades, was closely tied to the bolero genre; he delivered performances that resonated with several generations of listeners, including songs such as “Es mejor vivir así” and “Celos del viento y el mar.”
His early artistic steps were linked to local groups such as the trios Ideal and Los Bohemios. In 1964, he joined the Orquesta Original de Manzanillo, an ensemble with which he remained associated for 14 years and with which he recorded songs he had composed himself.

Portada del Disco: La Vida es un Sueño.
The group highlighted the singer’s contribution to a sound that blended son and popular dance music with romantic song. Following that period, Del Valle settled in Havana to pursue a solo career.
Manolo del Valle’s repertoire included bolero classics as well as compositions that became synonymous with his name, such as “No renunciaré a tu amor,” “Celos del viento y el mar,” “Ni tu cama ni tu almohada,” “Será la última carta,” “Solo mía y basta,” and “Este es mi último adiós.”
His discography includes productions such as Es mejor vivir así (1981), alongside numerous performances at bolero festivals held in Cuba and other countries. Throughout his career, he received various cultural honors and maintained a close bond with audiences both on and off the island.
News of his passing prompted reactions from musicians, colleagues, and admirers. Singer Lourdes Libertad expressed her sorrow on social media and recalled years of friendship and professional collaboration with Del Valle, whom she described as one of the great exponents of the bolero.
With his passing, Cuban music loses a performer whose legacy endures through his recordings and the bolero repertoire. His songs remain part of the musical memory of several generations, both in Cuba and among Cuban communities abroad.
#Cuba | The Recording and Music Publishing Company (Egrem) is celebrating the nominations for the Cubadisco 2026 Awards, which will be announced on May 16 during the awards ceremony of the Cuban Record Festival.https://t.co/iOAteQYMqn pic.twitter.com/s7rpZFOLBy
— teleSUR English (@telesurenglish) May 4, 2026
Circa 700 think tank interagiscono con le istituzioni dell’Ue, un centinaio dei quali con sede a Bruxelles. Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato per le Politiche Sociali (HCSP), organismo legato al governo francese, essi forniscono competenze, plasmano i dibattiti politici e fungono da canali di influenza, ma l’ecosistema sta diventando più fragile e conteso. I finanziamenti si concentrano tra governi stranieri, fondazioni e grandi aziende, mentre le fonti filantropiche tradizionali si indeboliscono. I fondi cinesi, ancora modesti, diventano visibili, compreso il sostegno della Missione cinese presso l’Ue e di aziende come Huawei e Shein. Il Qatargate avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Ha invece rivelato un problema irrisolto: l’influenza straniera raramente si manifesta apertamente. Passa attraverso società di lobbying e consulenza, Ong, studi legali e gruppi di pressione, spesso in nome dei diritti umani, dell’ambiente o della lotta alla corruzione. Gran parte di ciò è legale: la domanda è se le istituzioni europee sappiano chi plasma le politiche, per chi e con chi.
In Germania nel 2021, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha istituito la Stiftung Klima- und Umweltschutz MV: sulla carta una fondazione ambientalista, ma con un braccio commerciale che aiutava le aziende di Nord Stream 2 ad affrontare le minacce di sanzioni statunitensi, ricevendo circa 192 milioni di euro dalla Nord Stream 2 AG, controllata da Gazprom. Ma l’influenza passa soprattutto per canali discreti: accesso, reputazione, appoggio dei parlamentari, capacità di trasformare una controversia privata in causa pubblica.
La Fondazione polacco-belga per il dialogo aperto (Odf) opera in questo ambito: guidata dalla cittadina ucraina Lyudmyla Kozlovska, per anni si è impegnata in campagne a favore di imprenditori e politici provenienti da ex repubbliche sovietiche e ha lavorato anche sulla riforma dell’Interpol, sulle sanzioni in stile Magnitsky e sulle norme antiriciclaggio. Nulla di tutto ciò è di per sé scorretto. Le organizzazioni della società civile hanno il diritto di interagire con le istituzioni europee. Ciò che è meno chiaro è se Bruxelles disponga delle garanzie necessarie per distinguere l’attività di lobbying indipendente dalle campagne legate a più ampi conflitti finanziari o geopolitici. Questo è importante perché un’udienza, una lettera di eurodeputati o un incontro a Strasburgo hanno un peso all’estero. Per una figura dell’opposizione o un imprenditore che rischia un processo nel proprio paese, il sostegno politico europeo conferisce legittimità. Il governo che lo perseguita può altrettanto facilmente presentare lo stesso intervento come un’ingerenza straniera. Le istituzioni europee possono finire per essere parte in queste controversie senza volerlo.
Il caso di Mukhtar Ablyazov dimostra come funziona questo meccanismo. Le autorità kazake accusano l’ex presidente di BTA Bank di appropriazione indebita di diversi miliardi di dollari e di coinvolgimento in gravi reati. Lui e i suoi sostenitori affermano che i casi sono politicamente motivati e derivano dalla sua opposizione al governo kazako. Un contenzioso nel Regno Unito ha prodotto sentenze contro Ablyazov per miliardi di dollari, oltre a conclusioni secondo cui aveva violato diversi ordini del tribunale. Nel 2012, la giustizia britannica lo ha condannato alla detenzione in contumacia. La vicenda è diventata politicamente esplosiva in Italia nel 2013, quando sua moglie, Alma Shalabayeva, è stata arrestata ed espulsa. Successivamente, delegazioni parlamentari italiane si sono recate in Kazakistan e i politici europei si sono maggiormente interessati alle questioni relative ai prigionieri politici e alle figure dell’opposizione presenti nel Paese. A distanza di oltre dieci anni, il caso è ancora pendente presso i tribunali italiani.
Ablyazov ha inoltre ottenuto sostegno politico in Europa. Secondo i dati dell’Odf, diverse personalità italiane lo hanno appoggiato pubblicamente. Nel 2015 Brando Benifei è stato uno dei 18 eurodeputati del Pse che hanno firmato una lettera in cui si esortava la Francia a proteggere Ablyazov dall’estradizione. Nel 2019 il Times ha riferito che oltre 1,5 milioni di sterline sarebbero transitati attraverso società di comodo scozzesi prima di raggiungere conti collegati all’ODF. Il quotidiano ha affermato che il denaro era collegato ad attività di lobbying riguardanti Ablyazov e l’imprenditore moldavo Veaceslav Platon. L’Odf ha respinto le accuse. Platon sta attualmente contestando l’estradizione dal Regno Unito alla Moldova, dove i procuratori lo accusano di reati collegati al “russian laundromat”, uno schema attraverso il quale sarebbero stati trasferiti fuori dalla Russia circa 22 miliardi di dollari. Lo schema ricorda molto da vicino il caso Ablyazov.
Le norme sulla trasparenza possono consentire a organizzazioni come Odf, che rappresentano interessi non commerciali, di dichiarare il proprio bilancio complessivo e ampie categorie di finanziamento senza indicare ogni donatore rilevante. Il pubblico può sapere chi svolge attività di lobbying ma senza sapere chi la finanzia.
Fabio LUGANO
La chiusura dei mercati di Londra spinge 100 tonnellate di lingotti russi nei caveau di Hong Kong: Pechino accumula metallo prezioso, scarica i titoli di Stato USA e blinda lo yuan.
Un fiume di lingotti d’oro sta abbandonando le rotte tradizionali a velocità impressionante, dirigendosi verso i mercati delle materie prime orientali, come Hong Kong, invece che Londra e New York.
I numeri descrivono una vera e propria fuga strategica verso l’Asia. Solo nei primi sette mesi dell’anno in corso, la Russia ha scaricato a Hong Kong quasi 100 tonnellate di metallo giallo: un record assoluto, pari a quasi il triplo rispetto allo stesso periodo precedente.
Dal 2022 a oggi, gli operatori di Hong Kong hanno comprato oro russo per 276 miliardi di dollari locali, cioè circa 35 miliardi di dollari americani. È la prova tangibile che la guerra economica produce effetti opposti a quelli previsti nei palazzi occidentali.
Da dove arriva quest’oro e perché scappa a est
La Russia è il secondo produttore mondiale di oro dopo la Cina. Prima del conflitto in Ucraina, la quasi totalità dei suoi lingotti prendeva la strada di Londra, capitale indiscussa della custodia e della contrattazione aurea.
Con l’avvio delle ostilità nel 2022, Regno Unito e Stati Uniti hanno imposto il bando totale sui lingotti di Mosca. L’obiettivo dichiarato era soffocare le entrate del Cremlino. Il risultato pratico è stato un semplice cambio di indirizzo sulle bolle di spedizione.
Come ha fatto notare Debajit Saha, analista del London Stock Exchange Group (LSEG), la reazione dei produttori russi è stata immediata. Trovando le porte sbarrate in Europa, hanno dirottato l’intera produzione verso Oriente, dove la fame di metallo fisico non è mai calata.
A facilitare questo travaso è intervenuta anche la crisi in Medio Oriente. Gli attriti logistici che hanno colpito Dubai hanno convinto i venditori a puntare dritti sull’estremo oriente cinese.
Il ruolo chiave di Hong Kong: perché proprio lì?
Ci si potrebbe chiedere per quale ragione i carichi non atterrino direttamente a Pechino o Shanghai. La risposta risiede nelle norme commerciali. La Cina continentale impone quote rigide all’ingresso di oro per controllare i movimenti valutari interni. Hong Kong, al contrario, gode di uno status di porto franco: nessuna restrizione doganale e nessun limite ai volumi. Quindi diventa una destinazione ottimale.
Inoltre, né Hong Kong né Pechino riconoscono le sanzioni decise dai paesi occidentali. La città funge quindi da perfetto filtro logistico e finanziario. Gli operatori cinesi acquistano i lingotti a Hong Kong, li stoccano nei moderni depositi locali e poi li trasferiscono con calma verso la terraferma. Vita Spivak, consulente della società britannica Gatehouse, ha riassunto il fenomeno senza mezzi termini: è il naturale accordo di convenienza tra Mosca, che offre risorse strategiche, e Pechino, che garantisce sostegno economico e liquidità.
Ecco il quadro numerico di questo passaggio storico:
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Cosa cambia davvero per la Cina
A Pechino non si limitano a guardare il passaggio dei vagoni d’oro: stanno costruendo un’alternativa materiale al sistema basato sulla moneta americana. Le riserve ufficiali della Banca Popolare Cinese hanno superato le 2.360 tonnellate. IUn modo per cercare di stabilizzare il patrimonio della Banca Centrale senza dover dipendere dalle valute di altri paesi.
Questo cambio di rotta non è una coincidenza. Hippolyte Fofack, economista già ai vertici della Export-Import Bank of Africa e ricercatore alla Columbia University, ha chiarito che l’oro ha smesso di essere un mero strumento di investimento. È diventato un pilastro di sovranità monetaria.
Con un bilancio corazzato dal metallo fisico, la banca centrale cinese può sostenere accordi commerciali in yuan, lanciare obbligazioni denominate in valuta locale (i cosiddetti Panda e Dim Sum bond) e offrire un’alternativa a chi teme il blocco dei beni da parte di Washington.
Nel 2025 la Borsa dell’Oro di Shanghai ha persino inaugurato un maxi-caveau a Hong Kong. È il primo fuori dalla terraferma e serve a liquidare contratti con consegna materiale del metallo, bypassando del tutto il dollaro.
Il baricentro del mercato si sposta a Oriente
La supremazia storica dell’asse Londra-New York si sta sgretolando sotto la pressione dei fatti. L’analista Angelo Giuliano ha definito questa rete il “corridoio dell’oro” che salda i paesi emergenti e i membri dei BRICS. L’idea di fondo è semplice: nessun governo vuole più rischiare di vedere i propri averi congelati con un click oltreoceano.
Non a caso, anche banche centrali europee hanno iniziato a rimpatriare le proprie riserve custodite all’estero. In Asia, intanto, la richiesta non accenna a diminuire.
Sara Esshaimi, alla guida del team materie prime di Société Générale, ha rilevato come le autorità cinesi abbiano persino autorizzato i maggiori colossi assicurativi a investire fino all’1% dei loro patrimoni in oro fisico. Una decisione che garantisce una domanda interna solida e continua.
Come ha sintetizzato Jeremy Mark, ricercatore dell’Atlantic Council, Hong Kong sta completando la sua trasformazione in un centro finanziario “con caratteristiche cinesi”.
Chi pensava di piegare la Russia chiudendo le piazze di scambio europee ha ottenuto un risultato tragicomico: ha regalato alla Cina il monopolio del metallo prezioso più conteso al mondo, accelerando la nascita di un sistema finanziario su cui l’Occidente non ha più alcun potere di veto.
Articolo originale scenarieconomici.it
A powerful reflection on the pull of nostalgia, on learning to accept that a past life is gone even as you tentatively reach back for it. Tiffany Huang captures the ache of lost opportunities and regretted paths, of staying a course out of duty and responsibility even as your sense of home erodes. It’s a gorgeous, bittersweet read about what it means to move on long before you’ve fully let go.
You unmasked for the first time, revealing smooth cheeks, a sharp chin, and a long nose. You talked about your book, in progress for several years now, about a Hong Kong man drifting aimlessly around the world. I asked you how you felt about the protests and noted the resignation in your tone. You wanted to write a book about what it meant to be a man from Hong Kong; if Hong Kong disappeared, what would happen to the man? You told me about your family, and it was clear we were not meeting to talk about writing anymore. When you spoke, you chose your words carefully. You didn’t ask me about my boyfriend, only how I felt about returning to America. When I hesitated, you did not ask why, and when I spoke, you listened instead of interrupting me. I didn’t want to leave.