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La caduta di Dobropolie ridisegna gli equilibri sul fronte del Donbass

Il 16 ottobre le forze russe hanno liberato Dobropolie, città strategica del Donbass la cui caduta, come evidenzia Mosca, apre la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'operazione un evento significativo nel corso dell'operazione militare speciale. In un'intervista a RT, il tenente colonnello Ivan Debitski, responsabile della pianificazione e della direzione dell'attacco, ha illustrato le difficoltà e le soluzioni tattiche che hanno permesso alle truppe russe di raggiungere l'obiettivo.

«Il nemico non se lo aspettava, e questo ci ha favorito», ha spiegato l'ufficiale, sintetizzando il ruolo della sorpresa nell'operazione. L'avanzata ha richiesto l'impiego coordinato di diversi sistemi d'arma, dall'artiglieria tradizionale ai razzi, fino ai droni utilizzati per colpire singoli obiettivi e colonne di mezzi corazzati. Particolarmente insidiosi si sono rivelati i droni predisposti lungo le strade, pronti a intervenire al passaggio dei veicoli militari ucraini.

La conformazione del territorio ha rappresentato uno degli ostacoli principali. Dobropolie sorge infatti su un'altura, posizione che garantiva alle forze ucraine un vantaggio nell'individuazione delle postazioni russe. Per ridurre l'esposizione al fuoco nemico, i militari russi hanno dovuto nascondere gli armamenti nelle aree boschive, operando in un contesto reso ancora più difficile dalla sorveglianza costante delle posizioni avversarie. Un aiuto importante è arrivato dalle condizioni meteorologiche. Nebbia, pioggia, nuvole basse e vento forte hanno favorito i movimenti delle truppe, limitando la visibilità.

«Queste sono ormai le nostre condizioni normali, quelle favorevoli», ha osservato Debitski. La conquista della città, tuttavia, non significa che i combattimenti siano completamente terminati. Secondo l'ufficiale, alcune unità ucraine isolate continuano a resistere all'interno di Dobropolie, anche se Mosca considera ormai raggiunto l'obiettivo principale dell'operazione. La caduta della città rappresenta un nuovo passaggio nella battaglia per il controllo del Donbass, dove la liberazione dei centri abitati e delle posizioni dominanti può modificare gli equilibri sul terreno.

Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

 
 
 
 
 
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E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

 
 
 
 
 
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Molinari e lo spettro della "guerra ibrida" russa dietro le proteste (VIDEO)


Il giornalista Maurizio Molinari a La7 tocca nuove, inarrivabili vette di distorsione della realtà, scivolando apertamente nella promozione di teorie del complotto. Senza fornire la minima prova a sostegno delle sue tesi, l'ex direttore de La Repubblica e La Stampa, ha rilanciato la sempiterna narrazione delle "ingerenze russe" nelle proteste, nel palese tentativo di delegittimare il dissenso democratico come manovra straniera frutto di "guerra ibrida".

Nel suo sforzo di dare una parvenza di credibilità a questa tesi, Molinari ha persino richiamato recenti dichiarazioni del primo ministro britannico, Andy Burnham, riguardo una fantomatica ingerenza russa nel referendum per la Brexit. Un’affermazione clamorosamente smentita: sia l’ex premier Boris Johnson che il capo dell’MI5 hanno già chiarito in modo inequivocabile l’assenza di prove di un tale impatto sul voto, smontando alla radice questa retorica allarmistica.

Quando il giornalismo mainstream non ha più argomenti per contrastare le ragioni di chi scende in piazza, ricorre allo spettro del nemico esterno e della "guerra ibrida". 

Guardate il video e giudicate voi stessi: fino a dove si può spingere la propaganda mainstream?

 
 
 
 
 
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Canada: la Calgary Opera censura un artista per la sua solidarietà con la Palestina (VIDEO)

Vergogna in Canada. La Calgary Opera ha estromesso il basso-baritono Gabriel Sanchez-Ortega dalle future rappresentazioni della Tosca dopo che, durante il saluto finale della serata di apertura, ha sventolato una bandiera palestinese in solidarietà a un popolo vittima del terrorismo sionista. 

Sanchez-Ortega, giovane talento al primo anno del programma di sviluppo artistico della compagnia, ha visto il suo momento di gloria trasformarsi in un licenziamento. La direzione ha rilasciato un comunicato sterile, definendo il gesto "non autorizzato" e lamentando il "disagio" causato al pubblico e allo staff, annunciando freddamente che il ruolo di Angelotti sarà affidato a un altro artista. 

Ma l’arte è politica. Pretendere che gli artisti restino in silenzio di fronte alle atrocità del mondo significa snaturare la cultura stessa, riducendola a mero intrattenimento di regime. Punire un cantante per aver espresso il proprio sostegno al popolo palestinese, che sta subendo un genocidio, non è tutela della "civiltà", come ipocritamente afferma il comunicato, ma un atto di censura codarda contro chi ha il coraggio di alzare la voce contro l'ingiustizia. 

Il gesto di Sanchez-Ortega, che fa eco a episodi simili di resistenza artistica, risuona molto più forte di qualsiasi silenzio imposto. La lotta per la libertà, la verità e la dignità umana passa anche dai palcoscenici di tutto il mondo. 

 
 
 
 
 
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Le “democrazie” europeiste e la “guerra ibrida” della Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


20 ottobre. Certo che qualcuno si aspetterebbe un po' di fantasia, anche solo una minima dose di putrido eclettismo, quel tanto per inscenare un “pensiero” diverso, o quantomeno fantasioso. Invece no: quando la direttiva è quella della guerra alla Russia, ogni occasione è buona per cercare di inculcare nell'opinione pubblica la leggenda della “mano di Mosca”, responsabile della nebbia in Valpadana e della penuria di tartufi nelle Langhe. Quando poi la crisi assume aspetti che chiamano direttamente in causa le politiche affamatrici decretate da governi parafascisti agli ordini della finanza e dell'industria di guerra, allora non ci si dà più neppure la pena di salvaguardare le apparenze del “popolo sovrano”, come ha dimostrato, con fare inquisitorio degno di un editto da ancien régime, il ministro italico della guerra Guido Crosetto.

Quando poi tocca ai media guerrafondai delineare le “linee d'azione” su cui indirizzare le coscienze, si ripropone l'ormai esausto gioco delle parti, volto comunque a un unico, medesimo obiettivo: mettere sull'attenti contro la “mano di Mosca”.

Così, in una divisione dei compiti dettata dall'unica necessità di attrarre lettori geograficamente distanti, ma accomunati dal fiero dovere di difendere i “valori liberal-europeisti” - che a questo si riducono ormai i lettori dei fogliacci padronal-militaristi – la torinese La Stampa e il milanese “Corriere della Sera” mostrano approcci “diversi”, arrivando però a una medesima conclusione: la “mano di Mosca”.

Su La Stampa, in relazione alle manifestazioni di piazza, senz'altro qualificate come «violenze», si parte dalle parole del presidente della repubblica che, alla maniera dell'oracolo di Delfi, «evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa». Non sia mai, che qualcuno immagini si possa scendere in piazza contro un governo che “lavora per il bene degli italiani”: è chiaro che, dall'esterno – o meglio: dall'estero – una mano oscura briga per distorcere le coscienze dagli “alti valori” del sostegno a Kiev. Dunque, scrivono gli articolisti, i signori Ilario Lombardi e Ugo Magri, «Zero giustificazioni per violenze “inaccettabili” e vandalismi» da parte di Mattarella, che, però, al tempo stesso avverte «delle anomalie, aspetti della protesta che non sono chiari. Vi sono, avverte, “interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”... Va elaborata, aggiunge, “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”». Chi sarebbero? Ce lo dicono, scrive La Stampa, nientepopodimeno che il ministero della Difesa – sì: il ministero della guerra; quello che decide cosa debbano pensare le masse riguardo alle armi ai nazigolpisti di Kiev – e anche i «partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa».

Ecco fatto: la “mano di Mosca”; «non c’è nulla di esplicito, sia inteso», nelle parole di Mattarella, rassicurano i signori Lombardi e Magri. E allora provvedono loro a chiarire: «quell’espressione che evoca mandanti e soggetti anonimi risuona come un allarme a prestare la massima vigilanza sulle infiltrazioni straniere. L’inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino, alle prese con l’aggressione all’Ucraina e con le minacce ai suoi alleati europei». Quando si tratta di guerra alla Russia non si possono lasciare le parole a metà: bisogna dire la “verità” fino in fondo e questo è “dovere della stampa libera”, che si interroga su “misteri” come quello di come sia «nato il passaparola sul web, cosa l’ha innescato, chi c’è dietro certe strane sigle comparse come dal nulla alla vigilia delle devastazioni». Bisogna stare molto attenti: ad esempio, com'è che nella “libera” Italia, si possa ammettere che «al tavolo convocato alla prefettura di Napoli, mentre continuano i blocchi stradali contro il caro carburante», sieda addirittura «il presidente Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, nominato console onorario dalla Federazione russa. Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista». Siamo davvero messi male, urlano a La Stampa: la “mano di Mosca” fin nel cuore degli apparati statali! Poi, dovendo in qualche modo fingere “obiettività”, sono costretti a scrivere che «Ci sono ragioni profonde di disagio che nessuno osa negare, per il caro vita e la casa diventata un miraggio di lusso per tanti»; ma, attenzione, stridono, qualcuno potrebbe approfittare di quelle «ragioni profonde». E chi, se non i perfidi “autocrati” del Cremlino, che mirano a sabotare gli angelici governi para-fascisti, così attenti ai bisogni delle masse; e quei perfidi “autocrati”, mette sull'avviso il fogliaccio torinese, stanno senz'altro rafforzando «a pochi mesi da elezioni, in Italia e in Francia, decisive per il destino dell’Europa - la propria propaganda contro l’indipendenza dell’Ucraina e contro l’Unione fondata sull’idea democratica di una società aperta e tollerante». La democrazia e la tolleranza dei manganelli, da Milano, Torino, Genova a Parigi.

A queste perle “informative” fa eco, da Milano, il Corriere della Sera, con l'intervista benevolmente concessa dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij alla signora Marta Serafini, tra i più solerti corifei de la junta di Kiev. Cos', alla «inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino» de La Stampa, dal Corriere si risponde divulgando il “verbo” del jefe de la junta: «anche l'Italia è vittima della guerra ibrida di Putin». Non ci sarebbe da aggiungere altro: dal marxengelsiano “Ein Gespenst geht um in Europa”, a la “mano di Mosca” überall in Europa. Nel catechismo zelenskiano, presentato come “intervista”, si spazia ovviamente dalle questioni di Starlink, ai rapporti con Trump, dai Patriot che mancano, alla NATO, alle amorevoli note della signora Serafini che ravvisa in Zelenskij «i segni della fatica di chi guida un Paese in guerra da più di quattro anni e mezzo» - chissenefrega delle masse ucraine, che fanno la fame, quando non riescono a fuggire da un paese ridotto in schiavitù dai nazisti agli ordini di Londra, Berlino, Parigi – dagli ammiccamenti della stessa signora sulla possibilità che Trump esca sconfitto dal voto di novembre, alle ulteriori decine di miliardi che la UE dovrebbe elargire a Kiev, fino al “lavoro comune” sulle armi evocato dal nazigolpista.

Ma, quello che qui interessa arriva dopo: alla domanda «Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Ha considerato che la propaganda russa possa sfruttare un tema così sensibile per dividere l’Europa?», ecco che il giullare nazigolpista risponde che Moskva «conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio e continuerà a farlo. Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti e in Ucraina».

Quindi la sviolinata d'obbligo: dice Zelenskij che con «Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto... L’unione europea non è perfetta. So che ad alcuni non piace neppure la parola Bruxelles. Ma quell’unione di democrazie esiste, è stata costruita e l’Ucraina vuole farne parte. Oggi quelle democrazie vanno anche difese: noi siamo tra i loro difensori. Anche i politici che dubitano di noi dovrebbero essere sicuri di voler proteggere la democrazia, la libertà, l’economia e i cittadini dei propri Paesi».

Grazie, signor Zelenskij, per augurare alle masse italiane di continuare ad avere la fascista di governo quale «guida stabile per l'Italia»; c n'é davvero tanto bisogno. Grazie, signor Zelenskij, per l'elogio di «quelle democrazie» europeiste e per il fatto che i nazigolpisti siano «tra i loro difensori».

La “democrazia” spiegata dai nazigolpisti ai popoli  che “stanno sbagliando". Manca ancora qualcosa?

Comprendere lo Yemen in dialogo per l’Italia

 

di Roberta Rivolta

 

È nata come un’idea balzana, di quelle che guizzano improvvise tra i pensieri una sera, mentre stai per addormentarti, e non ci fai quasi caso. Ma poi ritorna, e cominci a guardarla meglio, a soppesarla, a dirti: perché no?

Allora fai un passo, vedi se il terreno regge, ne fai un altro. Lanci un segnale, trovi un paio di persone, a centinaia di chilometri di distanza, che lo raccolgono.

È cresciuto una tappa alla volta, questo progetto. Un dettaglio alla volta. Quasi non ci credevamo neanche noi. Nove incontri per l’Italia per presentare Tim Anderson e il suo libro sullo Yemen, un paese ancora poco conosciuto dalle nostre parti ma che in questi mesi sta scrivendo la storia dell’Asia Occidentale, se non del mondo intero.

Siamo partiti in tre da Milano – io, Tim e il mio compagno, Stefano – con l’inno nazionale dell’Iran che usciva dalle casse della nostra vecchia auto, la bandiera dello Yemen sul sedile e la testa piena di domande, riflessioni, aspettative, apprensione.

Siamo tornati con 3.200 chilometri in più sul display del cruscotto, omaggi e numeri di telefono raccolti nel corso delle nove tappe. Una rccolta di poesie dedicate al popolo palestinese.

In mezzo, un carosello di emozioni, stimoli, aneddoti, considerazioni;; su Ansarallah, sull’Asia Occidentale, sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra, sull’attivismo in Occidente. Mille ricerche in rete, a verificare notizie, dati storici, curiosità turistiche. Perché, visto attraverso gli occhi di uno straniero che non ci è mai stato, il nostro paese assume sempre contorni inediti. L’attenzione di Tim si posa su dettagli che noi non notiamo più, propone nuove angolazioni di lettura, suggerisce analogie inaspettate.

Le statue a Vittorio Emanuele II, per esempio, a cui avevo smesso di prestare attenzione, e che sono disseminate in tutte le piazze d’Italia, quasi a voler ingenerare un sentimento nazionale che si sapeva fragile e controverso. A suo modo, una propaganda mediatica ante litteram. Non posso non spiegare a Tim Anderson che l’unità d’Italia è stata maturata attraverso un percorso lungo e tortuoso, elaborata con fatica in questi pochi secoli più che determinata politicamente dal gesto eclatante di Garibaldi. E per certi versi è ancora precaria; ancora tira sulle cuciture, soprattutto nei momenti di difficoltà o quando qualcuno va a rintuzzare rancori irrisolti.

Mi sono sempre chiesta quanto avrebbe tenuto la nostra nazione se la CIA avesse deciso di soffiare sul fuoco dei separatismi, come ha fatto in Siria e in Yemen, e come ancora cerca di fare ovunque, dall’Iran alla Cina.

In Yemen gli è andata male. L’intera popolazione, divisa in passato tra colonizzatori diversi, ha lottato strenuamente per riconquistare l’unità nazionale. E non appena gli stati del Golfo hanno paventato nuove ripartizioni, si è sollevata. È così che è arrivato al potere Ansarallah. Il popolo yemenita ha rispedito al mittente a suon di missili il “divide et impera” tanto caro agli imperialisti occidentali.

Di imperi e imperialismi siamo esperti anche noi italiani. La dialettica della storia si srotola lungo la geografia della penisola; perché ogni viaggio nello spazio è anche un po’ un viaggio nel tempo.

E noi siamo partiti da piazza Fontana e piazza della Loggia, ferite recenti inferte dall’impero statunitense, nel corso di quella colonizzazione silenziosa e taciuta che ci ha strappato di mano il timone della nostra storia. Abbiamo poi proseguito a ritroso nei secoli, attraverso la potente Venezia dei Dogi, attraverso l’ ancora più potente Roma imperiale, per chiudere il nostro viaggio nella Cosenza dei Bruzi, popolazione indomita che oppose una lunga e strenua resistenza alla conquista latina.

Nel mezzo, nove presentazioni, dunque, e tanti incontri, tante facce e tanti pensieri diversi, in uno scambio stimolante e istruttivo.

Nel mezzo l’Italia in tutta la sua ricchezza e la sua bellezza. L’Italia non è una nazione, è un caleidoscopio; di storia, arte, lingue, tradizioni, paesaggi, cibi. A percorrerla tutta così, un po’ di corsa, quasi ti gira la testa.

Eppure ovunque, letteralmente ovunque, ci accompagnava un sentimento costante: la solidarietà con la Palestina. È scritta sui muri di tutto lo stivale, la si ritrova nelle vetrine dei negozi, alle finestre delle case, nei volantini attaccati con lo scotch ai pali della luce. È nei sorrisi delle persone che per strada applaudono alla maglietta che indossi, nell’orgoglio di chi ti ferma per raccontarti che “la turista con la bandiera israeliana che è stata fischiata dai passanti qualche giorno fa... è successo qui, proprio qui davanti”. Le strade d’Italia sono un abbraccio solidale con il popolo palestinese. A dispetto di una classe politica che non li merita, gli italiani hanno capito benissimo chi sono gli aggressori e chi le vittime in quel minuscolo lembo di terra.

 

Eppure non è abbastanza. Ed è per questo che Tim Anderson si trova in Italia in questo momento. Perché è ora di fare un passo in più.

 

Condivido le posizioni politiche di Tim Anderson quasi alla virgola. Non è un caso. Da quando l’ho scoperto, come autore e come attivista, l’ho scelto come mia guida, la voce di riferimento di cui avevo bisogno.

Perché, come ho raccontato in alcuni incontri, è stato il primo autore occidentale in cui ho riconosciuto la rarissima capacità di sostenere le lotte anticoloniali senza sovrapporvi le proprie aspettative, senza trasformare quei popoli in strumenti di realizzazione per procura dei propri sogni e ideali politici.

Non è cosa banale. Per quanto solidali con i popoli colonizzati, noi non vi apparteniamo. Non siamo palestinesi, né iraniani. Non siamo yemeniti. Non siamo africani, né sudamericani. E non ci è consentito ignorare questa “estraneità”. Non è politicamente utile né legittimo porsi sul loro stesso piano; fingere di non vedere il peso e il segno diverso di cui, per molteplici ragioni, si carica il nostro agire quando trasportata in quei pesi. Ci vuole tanta consapevolezza e maturità politica per essere solidali, in modo attivo e concreto, conservando uno sguardo lucido sulle rispettive prerogative, e rispettando fino in fondo e con sincerità il principio di autodeterminazione dei popoli.

Ecco perché avevo deciso già da parecchio che avrei tradotto il primo libro che Tim avesse scritto, dopo il suo ultimo, West Asia after Washington, mai uscito in italiano. Ed è stata una fortunatissima coincidenza che si sia trattato di una raccolta di saggi su Ansarallah.

Anche io sapevo molto poco di Ansarallah. E il testo curato d Tim l’ho divorato, più che tradurlo, dalla fame che avevo di apprendere di più su questa formazione che, contro ogni aspettativa, ha sfidato i giganti (i mostri) del pianeta, uscendone vittoriosa e rigettandosi nella mischia solo pochi mesi dopo, al fianco dei fratelli palestinesi. La mia ammirazione e il mio rispetto per Ansarallah e per l’intero popolo yemenita sono cresciuti capitolo dopo capitolo.

Ed è stato meraviglioso ritrovare la stessa ammirazione e lo stesso rispetto negli sguardi e nelle parole di tante persone che sono venute alle presentazioni.

Ansarallah ci offre un’opportunità unica, diceva Tim, perché nessuno li conosce e la curiosità è ancora genuina, le menti sono ancora aperte, disponibili ad ascoltare.

Dello Yemen si è parlato solo quel poco che bastava per lamentare la crisi umanitaria – tacendone le origini – sciacquarci la coscienza e voltarci altrove. La propaganda occidentale non ha ancora attivato a pieno ritmo la macchina del fango per inimicare l’opinione pubblica alla causa yemenita. Non sono ancora partite le campagne infamanti e diffamatorie, la rete non è stata ancora inondata di notizie false, insinuazioni velenose, prodotti culturali apparentemente innocenti ma in realtà volti a proiettare nelle menti degli occidentali immagini distorte di quel paese. Amnesty International non ha ancora lanciato alcun appello sulla spia del Mossad travestita da padre di famiglia, le femministe e i femministi nostrani ancora non si strappano i capelli se in Yemen le ragazze indossano l’hijab e non scorrazzano per gli skatepark vestendo jeans imitazione Giorgio Armani.

Purtroppo la propaganda occidentale, infatti, non è alimentata solo dai media di governo, ma anche da una bella fetta di canali “alternativi” che si appropriano quotidianamente della storia altrui a uso e consumo del proprio immaginario. Una volta si scandiva in piazza lo slogan colonialista “Palestina libera, Palestina, rossa”. Oggi neanche i pochi, pochissimi comunisti sopravvissuti osano invocare una Palestina rossa, ma tanti, troppi “filopalestinesi” storcono il naso sulla Palestina “verde”, nonostante il popolo palestinese sia in stragrande maggioranza musulmano, credente e praticante.

Dello Yemen sappiamo ancora poco, e forse anche le immagini dei combattenti “in ciabatte”, così distanti dalla tracotanza visiva delle divise militari occidentali, scoraggiano qualunque tentativo di sovrascrittura occidentale. A noi occidentali è stato insegnato che è sbagliato notare le differenze, che bisogna sentirsi tutti uguali e che è su questa uniformità che si fonda la solidarietà. Io non sono d’accordo. Condizionare il rispetto dell’altro alla sua assimilazione ai nostri canoni è un’operazione autoritaria. Significa rinunciare alla vera solidarietà, che abbraccia l’altro nella differenza, e riconosce che la differenza è una risorsa e non un ostacolo.

Ma torniamo al nostro viaggio, e alla splendida opportunità che lo Yemen ci ha dato di parlare di rispetto della lotta di resistenza, dello spirito di indipendenza, del coraggio, del valore di un popolo diverso da noi.

È stato questo abbraccio il valore più alto che ho raccolto nel corso dei nove incontri. L’ammirazione sottesa alla curiosità: ma come hanno fatto? Perché l’hanno fatto? Domande vere, interesse genuino, non le domande pretestuose – che già sottendono le risposte – che vengono spesso formulate su altri protagonisti della storia contemporanea.

L’Iran, per esempio.

Già, l’Iran.

L’Iran è la cartina di tornasole, mi dice Tim una sera. Quello che intende è che la posizione sull’Iran è dirimente. Distingue la risposa emotiva inconsapevole, apolitico, quando non addirittura ipocrita, dalla maturazione di posizioni politiche coerenti e di una solidarietà consapevole. L’Iran è oggi ciò che è stata la Siria per oltre un decennio, mi dice.

Non è un caso che sia proprio sull’Iran che il movimento “filopalestinese” si spacca. È sempre e solo sull’Iran che le domande e le conversazioni durante e dopo gli incontri si fanno a volte stridenti.

Prima di ogni presentazione raccontavo a Tim ciò che sapevo sugli organizzatori e sul pubblico che avremmo potuto aspettarci, E la domanda centrale a cui cercavo di rispondere ogni volta era, immancabilmente:, “qual è la loro posizione sull’Iran”.

E allora lo vedevo calibrare i suoi interventi, insistere su questo punto dove riteneva fosse opportuno farlo. Esprimere a parole chiare un concetto semplice ma fondamentale: oggi non esisterebbe più un popolo palestinese se non esistesse la resistenza palestinese. E la resistenza palestinese non esisterebbe se non esistesse l’Iran.

 

A pensarci, questo tour sullo Yemen in realtà era anche un tour sull’Iran.

Perché l’Iran campeggia dietro ogni movimento di resistenza nella regione. L’Iran è il padre dell’Asse della Resistenza: progetto voluto da Khamenei e costruito militarmente dal generale Qassem Soleimani. È dalla rivoluzione iraniana che parte tutto.

In Occidente facciamo fatica a riconoscerlo, perché ci detronizza, ci scavalca. Ma è quello il nodo da sbrogliare. Finché non si abbatte questo muro di diffidenza e ostilità verso l’Iran, la solidarietà con la Palestina non si trasformerà mai in vera lotta anticolonialista, e remerà inevitabilmente a favore di Israele, magari un Israele meno cruento, meno sfacciatamente genocida, ma ugualmente colonialista e oppressore.

Non è vero che Ansarallah sia un proxy dell’Iran, ma è vero – come ha ripetutamente ribadito Tim a ogni incontro – che i due paesi sono accomunati da rivoluzioni speculari. Rivoluzioni anticolonialiste animate da principi religiosi. Il punto di contatto tra lo sciismo iraniano e lo zaidismo yemenita è la forte componente politica, il valore della ribellione all’oppressione. E, nel rispetto delle differenze, ogni sincero socialista, ogni essere umano che crede nel valore della giustizia non può che sostenere senza riserve queste nazioni nobili e indomite nella loro lotta per la propria autodeterminazione.

Ed è proprio di questo che ci ha permesso di parlare lo Yemen: di autodeterminazione.

E ce l’ha permesso perché, come dicevo, ancora la propaganda di guerra non si è mobilitata appieno contro Ansarallah. La propaganda di guerra è disattenta nei confronti delle nazioni “povere” quanto lo siamo mediamente noi. Sono i piani bellici di Washington ad allertare il nostro establishment sull’uno o sull’altro obiettivo e lo Yemen, come diceva Tim Anderson, finora è sfuggito ai radar dell’Occidente. L’abbiamo sottovalutato, e l’hanno sottovalutato i nostri leader, o padroni.

Scherzando gli ho risposto: “non ne parlano male perché anche loro non ne sanno niente. Probabilmente leggeranno il tuo libro per carpire i dati su cui costruire le campagne di disinformazione”.

Ma per una volta siamo partiti noi per primi. Per una volta non abbiamo dovuto agire in reazione, per una volta il testimone è in mano nostra. Passiamocelo, diffondiamo informazione perché si riducano gli spazi in cui possano attecchire le loro menzogne.

Come commentava un compagno al telefono, mentre risalivamo la penisola, è ora di mettere da parte la spocchia dell’Occidente e andare da questi popoli con il cappello in mano a chiedere lumi, a farci spiegare: ma voi come avete fatto?

Il popolo yemenita ha tanto da insegnarci. Ascoltiamolo e impariamo.

Nazionalizzare l'ex Ilva di Taranto: perché serve lo Stato

 

di Alessandro Volpi*

Perché serve lo Stato. Viviamo in una fase in cui dovremmo ormai aver chiaro che non possiamo continuare a credere al verbo neoliberale per cui ci sono tabù inviolabili.

Negli ultimi tredici anni, la spesa sostenuta dai vari governi italiani per garantire la continuità operativa dell'impianto dell'ex Ilva di Taranto, per finanziare la cassa integrazione, per erogare prestiti ponte, per provvedere alle bonifiche ambientali e ricapitalizzare l'azienda ha superato complessivamente i 3,6 miliardi di euro di risorse pubbliche, a cui si aggiungono centinaia di milioni in garanzie statali e crediti bancari.

In pratica lo Stato, quindi la comunità dei contribuenti, ha speso oltre 4 miliardi di euro per farsi carico delle acciaierie di Taranto mentre la gestione era affidata ai privati di Arcelor Mittal, che l'hanno devastata per eliminare un pericoloso concorrente.

Alla luce di ciò bisognerebbe immaginare, forse, una strada diversa. Una piena riconversione industriale e la nazionalizzazione comportano costi valutati tra i 3 e i 5 miliardi di euro complessivi, comprensivi di investimenti tecnologici, risanamento ambientale, capitale circolante e ammodernamento delle infrastrutture. Dunque nazionalizzarla significa una spesa che equivale ai soldi gettati dalla finestra nelle "amministrazioni Straordinarie".
 
A livello occupazionale, la forza lavoro diretta di Acciaierie d’Italia conta circa 9.600 dipendenti distribuiti tra lo stabilimento principale di Taranto (oltre 7.800 lavoratori) e i poli di Genova, Novi Ligure e altri siti minori. Se a questi si somma l'imponente rete dell'indotto — che include autotrasportatori, ditte di manutenzione, fornitori di servizi e logistica — il bacino di lavoratori dipendenti diretti e indiretti sale complessivamente a circa 20.000 unità.
 
Il destino del polo siderurgico è poi determinante per l'intero sistema produttivo italiano per una serie di ragioni strategiche. L'Italia è il secondo paese manifatturiero d'Europa e la sua industria — in particolare i settori dell'automotive, della meccanica strumentale, della cantieristica navale, dell'elettrodomestico e delle costruzioni — necessita di ingenti forniture di acciaio primario a caldo (spianati e laminati). Perdere la capacità produttiva nazionale dell'ex Ilva costringerebbe il tessuto industriale manifatturiero a dipendere quasi esclusivamente dalle importazioni esterne, esponendosi a forti oscillazioni di prezzo, colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e rischi geopolitici, oltre a rinunciare a un presidio fondamentale di competenze tecniche e alla leadership nella transizione verso la decarbonizzazione industriale.
 
Una politica industriale in mani pubbliche è assolutamente necessaria. Così si affronta la crisi sociale.

Il gesto che ancora terrorizza Israele

 

– di Nora Hoppe per Al Mayadeen English

Avvolto in un mare grigio di polvere e macerie... in silenzio… a sostare su una poltrona un tempo color rosa… parzialmente nascosto da una kefiah e proteso in avanti… la mano sinistra, priva dell’indice, l’avambraccio destro ridotto a un moncherino frantumato... un laccio emostatico improvvisato con filo di ferro che gli si conficca nella carne della parte superiore del braccio... in attesa... da solo... nulla si muove… solo le sue palpebre si contraggono di tanto in tanto, la polvere che giace come neve fresca sulle sue lunghe ciglia scure… mentre fissa uno spietato cielo bianco che si estende all’infinito oltre i buchi spalancati nel muro… La polvere aleggia… La polvere aleggia nell’aria… la polvere della Palestina, la polvere di Rafah – una città il cui nome fu inciso per la prima volta nella pietra per ordine del faraone Seti I – la polvere di secoli, millenni… le ossa ridotte in polvere di coloro che furono sconfitti dal re Sargon, i frammenti di timo, mirra e foglie d’ulivo, i granelli di carcasse di cavallucci marini, di moscerini, gelsomino, ali delle rondini, le ceneri dei libri per bambini bruciati, le molecole dei mitocondri umani, dei cloroplasti, dei procarioti, delle stelle lontane… tutto si mescola ai frammenti dell’infanzia, all’abbraccio di sua madre, al sapore di una rara mela rossa, agli occhi dei suoi figli, dei suoi compagni – tutto unito nella quiete… l’Universo… meraviglie infinite, orrori infiniti, domande infinite, un passaggio infinito… Poi… emergendo lentamente dal silenzio, sempre più vicino, un ronzio acuto, il lamento di una zanzara mostruosa… egli si sporge ancora di più in avanti… e con la mano che gli è rimasta, la sinistra, allunga la mano… verso l’unica cosa che gli è restata, un bastone di legno, progenie di un albero della sua terra… e, con tutta la sua forza – con tutto il suo vigore – lo scaglia… verso il drone in avvicinamento – una chimera high-tech di fibra di carbonio, polimeri termoplastici, titanio, silicio, gallio – che profana questo spazio sacro… Ecco che il suo bastone vola nell’aria… attraverso la polvere… vola avanti, sempre più avanti.

 

Sono ormai passati due anni. E quell’immagine è rimasta impressa per sempre nel punto immobile del Tempo.

Il corpo si è fuso con la polvere dei secoli, ma quella forza singolare che un tempo emanava da quella carne mortale ora pulsa attraverso le particelle di polvere. La morte non è riuscita a cancellarla.

Questo assassinio – a lungo meditato e finalmente portato a termine dagli invasori della sua terra – ha involontariamente dato vita a qualcosa di immortale: una leggenda. Come la Fenice che risorge dalle ceneri, egli è risorto dalla polvere.

Yahya Sinwar – figlio di un campo di concentramento, colui che non conobbe altro che privazioni, implacabile combattente per la libertà del suo popolo, prigioniero per 22 anni in una segreta israeliana, compagno affettuoso ma severo per i suoi compagni d’armi, leader disciplinato e formidabile della Resistenza – non cercava la vittoria per sé stesso; la propria sopravvivenza non era il suo bene supremo… La sua vita era dedicata a qualcos’altro. E il nucleo di tutto ciò è raffigurato in quell’immagine finale.

L’immagine finale del corpo respirante di Yahya Sinwar offre un’iconografia della sua vita… una grammatica visiva di immagini spogliate del contesto, spogliate della carne, ridotte non alle ossa ma al midollo. Chi era? No, non la sua biografia – ma qual era la sostanza essenziale di una vita del genere? L’immagine finale è un recipiente di domande, che conducono ad altre domande – domande su noi stessi.

Per cosa viviamo? Per cosa saremmo disposti a morire? Quali sono i limiti che non possiamo superare?

Definiamo le nostre vite in base a come viviamo ogni giorno… e la nostra morte è il bilancio finale.

Per la maggior parte di noi, la sopravvivenza personale è la spinta più fondamentale. Per la maggior parte di noi, il benessere personale è la priorità.

Esistono però alcuni – pochissimi – che non vogliono e non possono scendere a compromessi sui propri principi, che non possono essere comprati o posseduti, che non possono tradire la verità essenziale della propria esistenza, che, anche di fronte alla morte, rifiutano di lasciare che la verità delle loro vite venga riscritta da qualsiasi potere che cerchi di distruggerli.

Nel corso della storia, ci sono stati martiri noti e sconosciuti, che hanno eroicamente sacrificato la propria vita per le proprie convinzioni e per gli altri. Queste persone non cercavano la morte. Molti non cercavano nemmeno di essere eroi. Semplicemente non potevano fare ciò che li avrebbe salvati; non potevano tradire la verità essenziale di ciò che erano.

Cosa sta alla base di questa determinazione? Non è una dottrina. Non è un credo. È un patto – ma un patto con cosa?

Forse è un patto con la vita stessa. Il riconoscimento che la propria esistenza non è un bene da accumulare, ma un dono da spendere. Coloro che vivono in questo modo – i martiri, i testimoni, gli sconosciuti – sembrano aver compreso qualcosa che la maggior parte di noi passa la vita a evitare: che non siamo gli autori del nostro stesso essere. Non abbiamo chiesto di nascere. Non abbiamo scelto il nostro respiro. Eppure, eccoci qui – con questo strano, improbabile dono della coscienza.

Cosa dobbiamo in cambio?

La risposta, per la maggior parte di noi, è nulla. Prendiamo il dono e ce lo teniamo. Lo proteggiamo. Costruiamo muri attorno ad esso. Chiamiamo questo “sopravvivenza”, e chiamiamo la sopravvivenza “saggezza”.

Ma c’è chi la vede diversamente. Questi vedono il dono della vita non come qualcosa da trattenere, ma come qualcosa da restituire – non per rassegnazione, ma per gratitudine. Considerano la propria esistenza come un contributo a qualcosa di più grande: al proprio popolo, alla giustizia, alla verità, alle proprie convinzioni, al proprio Dio. E nel renderne conto, sviluppano una consapevolezza – una responsabilità verso gli altri – una coscienza. L’istinto di prendersi cura degli altri…

Prendersi cura di qualcosa con tutto se stessi significa donarsi ad essa. E nel donarsi, si perde l’ego che si aggrappa alla sopravvivenza. Ciò che rimane è qualcos’altro: una sorta di chiarezza, una serenità interiore, una sovranità dell’esistenza. Lo stato di essere artefici della propria vita, anche nel momento della morte.

Il patto che intendo suggerire qui non è appannaggio di una sola fede. Si manifesta nel sufi che lucida lo specchio del cuore finché non riflette l’Amato; nel taoista che abbandona il sé e trova la Via; nel musulmano che si sottomette alla volontà di Dio; nel martire laico che muore per una verità che non ha nome. Il vocabolario differisce. La resa è la stessa.

Il patto non è solo individuale. È anche collettivo.

L’individuo che vive secondo questo patto – che ha a cuore la verità più della sopravvivenza – non lo fa in isolamento. È plasmato dalle comunità, dalle tradizioni, dalle storie di resistenza. E quando quelle comunità sono minacciate, il patto diventa politico.

Il concetto dei mustazafin (gli oppressi) di Khomeini è un tentativo di articolare questo patto collettivo. Non è semplicemente un programma politico. È una visione spirituale: gli oppressi non sono oggetti di pietà, ma soggetti della storia. La loro sofferenza non è priva di senso. La loro resistenza non è vana. Sono loro attraverso i quali si realizzerà la giustizia.

Questo concetto rimanda a qualcosa di reale: l’idea che l’alleanza con la vita non sia solo un’etica personale, ma collettiva. I mustazafin non sono semplicemente i poveri. Sono coloro ai quali i sistemi di potere hanno negato la propria umanità – e che, nella loro resistenza, se la rivendicano.

Il bastone di Sinwar non è solo un atto individuale. È il gesto di un popolo. È il gesto di tutti coloro a cui è stato detto che non sono nulla e che si rifiutano di crederci.

Alla fine, la morte spoglia via il chiasso e l’ingombro, lasciando solo uno specchio. E in quello specchio, non vediamo ciò in cui dicevamo di credere, ma ciò che abbiamo effettivamente vissuto. Non ciò che intendevamo fare, ma ciò che abbiamo fatto. Non il volto che abbiamo mostrato al mondo, ma il volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi. E sotto quel volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi – qualcosa di più grande. Qualcosa che è sempre stato lì, nascosto sotto la polvere.

Lo specchio di Yahya Sinwar mostra un uomo che ha lanciato un bastone contro un drone. Un uomo a cui non restava altro che la verità della propria vita – e che ha offerto quella verità come sua ultima dichiarazione.

 

Gaza, spunta il progetto "Green Rafah": chi c'è davvero dietro la ricostruzione

 

Secondo quanto rivelato a Middle East Eye da fonti egiziane, diverse imprese edili del Paese hanno condotto sopralluoghi tra le rovine nel settore meridionale della Striscia di Gaza per avviare il progetto residenziale denominato "Green Rafah".

Un alto ufficiale dell'esercito di stanza nel Sinai settentrionale ha riferito che la squadra di ingegneri ha eseguito i rilievi nella zona orientale di Rafah sotto la costante supervisione delle forze armate e dell'aviazione israeliane, che li hanno scortati fino al termine delle operazioni.

Prima del conflitto, la città di Rafah contava circa 250.000 abitanti ed era nota per la vitalità dei suoi mercati, i campi profughi e le aree verdi circostanti. Le operazioni militari condotte da Israele hanno tuttavia portato alla demolizione di almeno l'80% degli edifici del governatorato, lasciando la quasi totalità della popolazione priva di un alloggio.

La fonte, che ha richiesto l'anonimato in assenza di autorizzazioni ufficiali a parlare con la stampa, ha spiegato che il nuovo insediamento dovrebbe inizialmente ospitare circa 20.000 palestinesi. La gestione dell'area verrebbe affidata a una forza multinazionale, il cui dispiegamento in vari settori della Striscia è previsto dall'accordo di pace di Sharm el-Sheikh. Le operazioni di sgombero delle macerie e l'avvio dei cantieri dovrebbero scattare all'indomani delle consultazioni elettorali in Israele, così da evitare ripercussioni politiche sul voto o strumentalizzazioni da parte dell'opposizione al Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Una seconda fonte interna a Organi Group ha confermato l'invio di una squadra tecnica a Rafah per mappare l'area destinata ai complessi abitativi. La società fa capo a Ibrahim al-Arjani (noto anche come al-Organi), influente uomo d'affari del Sinai storicamente legato agli apparati di sicurezza egiziani. Come emerso in precedenti inchieste, due aziende a lui riconducibili hanno esercitato un controllo quasi monopolistico sul transito di merci e persone attraverso il valico di Rafah: la Sons of Sinai, attiva nell'edilizia e negli appalti, ha gestito le autorizzazioni per i mezzi merci, mentre la Hala for Consulting and Tourism Services ha detento l'esclusiva sul trasporto dei passeggeri.

La fonte del gruppo ha ribadito che il team di rilievo ha operato sotto scorta militare israeliana e ha già consegnato la mappatura topografica necessaria per redigere i progetti ingegneristici. L'inizio effettivo dei lavori di livellamento del terreno e rimozione dei detriti attende solo il via libera formale. L'obiettivo dichiarato è porre "Green Rafah" sotto un'amministrazione internazionale, creando una separazione netta tra Gaza e Israele. Entrambe le fonti concordano sul fatto che le aziende riconducibili ad Arjani si aggiudicheranno i principali contratti assegnati all'Egitto, subappaltando poi le opere minori ad altre imprese locali.

Contattati da Middle East Eye, né il Gruppo Organi né il Servizio di informazione statale egiziano hanno rilasciato commenti prima della pubblicazione. Arjani, leader tribale di 49 anni, è stato più volte accusato di aver sfruttato la vicinanza alle istituzioni per consolidare il proprio impero economico. In passato ha guidato una milizia tribale schierata al fianco delle forze di sicurezza egiziane contro l'insurrezione armata nel Sinai settentrionale, scoppiata all'indomani del colpo di Stato che rovesciò il presidente Mohamed Morsi.

I piani per il futuro della Striscia

Ad agosto, la radio dell'esercito israeliano aveva anticipato che Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz avevano autorizzato i lavori infrastrutturali a est di Rafah, lungo il perimetro della cosiddetta Linea Gialla. L'area era stata identificata per un piano residenziale rivolto ai palestinesi residenti al di fuori delle zone controllate da Hamas, con interventi su scavi e reti fognarie, idriche ed elettriche. L'accesso ai cantieri per maestranze e appaltatori palestinesi sarebbe stato subordinato ai controlli di sicurezza dello Shin Bet. Sebbene l'ufficio di Netanyahu abbia ridimensionato il resoconto, ha confermato che "Green Rafah" costituisce un progetto pilota sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e che i lavori si svolgeranno sotto la supervisione militare di Israele.

L'iniziativa si inserisce nella più ampia strategia di ricostruzione denominata "Nuova Gaza", sostenuta dagli Stati Uniti e presentata da Jared Kushner al World Economic Forum di Davos. Il piano prospetta la realizzazione di oltre 100.000 unità abitative e 200 istituti scolastici a Rafah, affiancati da nuove zone industriali e snodi logistici. Il documento non chiarisce tuttavia le modalità di trasferimento dei titoli di proprietà immobiliare, né specifica i criteri di assegnazione delle abitazioni o il destino delle famiglie attualmente residenti negli edifici destinati alla demolizione nelle aree centrali e occidentali della Striscia.

Al momento, l'unico contratto formale già assegnato riguarda la statunitense Arkel International, incaricata di costruire un avamposto militare destinato a 150 militari della forza internazionale.

Il ruolo degli Stati Uniti

Secondo le fonti militari consultate, la mappatura topografica dell'area ha ricevuto il pieno avallo di Washington. Durante una visita al Cairo svoltasi il 20 settembre, il direttore della CIA John Ratcliffe ha trasmesso le direttive operative nel corso di un incontro con il presidente Abdel Fattah al-Sisi e il capo dei servizi segreti egiziani Hassan Rashad. In quell'occasione, al-Sisi ha sottolineato l'esigenza di attuare la seconda fase del piano di pace per Gaza, invocando il consolidamento del cessate il fuoco e l'accesso coordinato degli aiuti umanitari.

In una successiva riunione del Board of Peace a fine settembre, Kushner ha dichiarato che l'assegnazione dei contratti di ricostruzione avverrà tramite gare d'appalto trasparenti. Tuttavia, l'organismo non ha risposto ai chiarimenti richiesti da Middle East Eye in merito al coinvolgimento delle imprese egiziane legate al gruppo Organi.

Una valutazione congiunta condotta da Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione Europea ha stimato in 71,4 miliardi di dollari il fabbisogno finanziario nei prossimi dieci anni per la ripresa di Gaza, di cui 26,3 miliardi necessari nei primi 18 mesi. Ciononostante, le risorse finora effettivamente stanziate dal Board of Peace ammontano a soli 280 milioni di dollari, evidenziando uno scarto significativo tra gli impegni dichiarati e i fondi reali a disposizione.

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LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

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L’inferno di Aleski: civili intrappolati sotto i droni ucraini

Mentre Volodymyr Zelensky continua a chiedere nuove armi ai suoi sponsor occidentali, ad Aleski, nella regione di Kherson, la popolazione è intrappolata in una catastrofe umanitaria. Secondo le testimonianze raccolte da RT, il regime di Kiev mantiene la città sotto un blocco pressoché totale, ostacolando i rifornimenti e colpendo con i droni le vie di comunicazione e le abitazioni civili. Dallo scorso maggio gli alimenti arrivano con estrema difficoltà. Molti abitanti sopravvivono grazie alle conserve messe da parte prima dell'assedio. Mancano medicinali, acqua e legna per affrontare l'inverno. Chi tenta di fuggire è costretto a farlo in bicicletta, a piedi o su carretti, attraversando strade disseminate di mine e trasformate in trappole mortali.

Ruslan Khomenko, responsabile del distretto municipale, denuncia che i droni ucraini collocano da sette a 36 mine al giorno lungo diversi tratti stradali. Gli attacchi, come denunciano le autorità locali, investono anche le abitazioni private e rendono estremamente pericolosi sia i soccorsi sia l'evacuazione dei civili. I testimoni raccontano di veicoli umanitari distrutti, persone uccise per strada e feriti che hanno perso gli arti a causa delle esplosioni.

«La città sta bruciando. Non è rimasto un solo posto abitabile», racconta un'anziana sopravvissuta. Un altro residente descrive la disperazione di chi va a dormire senza sapere se il giorno successivo avrà qualcosa da mangiare. La distribuzione degli aiuti, riferiscono gli abitanti, è sporadica e insufficiente, mentre nel mercato improvvisato i prezzi dei pochi prodotti disponibili raggiungono livelli proibitivi. Il quadro descritto da RT chiama direttamente in causa la condotta delle forze ucraine e le responsabilità del regime di Kiev. Le accuse relative al blocco, all'impiego dei droni e agli ostacoli ai rifornimenti devono essere verificate in modo indipendente, ma non possono essere cancellate dal racconto né sostituite da una generica narrazione sulle sofferenze della guerra. C'è una domanda politica inevitabile: che fine fanno i principi sulla protezione dei civili quando le vittime si trovano in un territorio controllato dalla Russia? Mentre Zelensky insiste nella richiesta di nuove forniture militari e le capitali occidentali continuano a discutere di strategie e armamenti, gli abitanti di Aleski denunciano di essere lasciati senza cibo, medicine e vie di fuga. La guerra non si combatte soltanto al fronte.

Per chi è intrappolato ad Aleski, si combatte ogni giorno per sopravvivere. E le denunce contro chi rende possibile questo assedio meritano attenzione, non il silenzio.

Risorgere dalla polvere di Rafah

 

– di Nora Hoppe per Al Mayadeen English

Avvolto in un mare grigio di polvere e macerie... in silenzio… a sostare su una poltrona un tempo color rosa… parzialmente nascosto da una kefiah e proteso in avanti… la mano sinistra, priva dell’indice, l’avambraccio destro ridotto a un moncherino frantumato... un laccio emostatico improvvisato con filo di ferro che gli si conficca nella carne della parte superiore del braccio... in attesa... da solo... nulla si muove… solo le sue palpebre si contraggono di tanto in tanto, la polvere che giace come neve fresca sulle sue lunghe ciglia scure… mentre fissa uno spietato cielo bianco che si estende all’infinito oltre i buchi spalancati nel muro… La polvere aleggia… La polvere aleggia nell’aria… la polvere della Palestina, la polvere di Rafah – una città il cui nome fu inciso per la prima volta nella pietra per ordine del faraone Seti I – la polvere di secoli, millenni… le ossa ridotte in polvere di coloro che furono sconfitti dal re Sargon, i frammenti di timo, mirra e foglie d’ulivo, i granelli di carcasse di cavallucci marini, di moscerini, gelsomino, ali delle rondini, le ceneri dei libri per bambini bruciati, le molecole dei mitocondri umani, dei cloroplasti, dei procarioti, delle stelle lontane… tutto si mescola ai frammenti dell’infanzia, all’abbraccio di sua madre, al sapore di una rara mela rossa, agli occhi dei suoi figli, dei suoi compagni – tutto unito nella quiete… l’Universo… meraviglie infinite, orrori infiniti, domande infinite, un passaggio infinito… Poi… emergendo lentamente dal silenzio, sempre più vicino, un ronzio acuto, il lamento di una zanzara mostruosa… egli si sporge ancora di più in avanti… e con la mano che gli è rimasta, la sinistra, allunga la mano… verso l’unica cosa che gli è restata, un bastone di legno, progenie di un albero della sua terra… e, con tutta la sua forza – con tutto il suo vigore – lo scaglia… verso il drone in avvicinamento – una chimera high-tech di fibra di carbonio, polimeri termoplastici, titanio, silicio, gallio – che profana questo spazio sacro… Ecco che il suo bastone vola nell’aria… attraverso la polvere… vola avanti, sempre più avanti.

 

Sono ormai passati due anni. E quell’immagine è rimasta impressa per sempre nel punto immobile del Tempo.

Il corpo si è fuso con la polvere dei secoli, ma quella forza singolare che un tempo emanava da quella carne mortale ora pulsa attraverso le particelle di polvere. La morte non è riuscita a cancellarla.

Questo assassinio – a lungo meditato e finalmente portato a termine dagli invasori della sua terra – ha involontariamente dato vita a qualcosa di immortale: una leggenda. Come la Fenice che risorge dalle ceneri, egli è risorto dalla polvere.

Yahya Sinwar – figlio di un campo di concentramento, colui che non conobbe altro che privazioni, implacabile combattente per la libertà del suo popolo, prigioniero per 22 anni in una segreta israeliana, compagno affettuoso ma severo per i suoi compagni d’armi, leader disciplinato e formidabile della Resistenza – non cercava la vittoria per sé stesso; la propria sopravvivenza non era il suo bene supremo… La sua vita era dedicata a qualcos’altro. E il nucleo di tutto ciò è raffigurato in quell’immagine finale.

L’immagine finale del corpo respirante di Yahya Sinwar offre un’iconografia della sua vita… una grammatica visiva di immagini spogliate del contesto, spogliate della carne, ridotte non alle ossa ma al midollo. Chi era? No, non la sua biografia – ma qual era la sostanza essenziale di una vita del genere? L’immagine finale è un recipiente di domande, che conducono ad altre domande – domande su noi stessi.

Per cosa viviamo? Per cosa saremmo disposti a morire? Quali sono i limiti che non possiamo superare?

Definiamo le nostre vite in base a come viviamo ogni giorno… e la nostra morte è il bilancio finale.

Per la maggior parte di noi, la sopravvivenza personale è la spinta più fondamentale. Per la maggior parte di noi, il benessere personale è la priorità.

Esistono però alcuni – pochissimi – che non vogliono e non possono scendere a compromessi sui propri principi, che non possono essere comprati o posseduti, che non possono tradire la verità essenziale della propria esistenza, che, anche di fronte alla morte, rifiutano di lasciare che la verità delle loro vite venga riscritta da qualsiasi potere che cerchi di distruggerli.

Nel corso della storia, ci sono stati martiri noti e sconosciuti, che hanno eroicamente sacrificato la propria vita per le proprie convinzioni e per gli altri. Queste persone non cercavano la morte. Molti non cercavano nemmeno di essere eroi. Semplicemente non potevano fare ciò che li avrebbe salvati; non potevano tradire la verità essenziale di ciò che erano.

Cosa sta alla base di questa determinazione? Non è una dottrina. Non è un credo. È un patto – ma un patto con cosa?

Forse è un patto con la vita stessa. Il riconoscimento che la propria esistenza non è un bene da accumulare, ma un dono da spendere. Coloro che vivono in questo modo – i martiri, i testimoni, gli sconosciuti – sembrano aver compreso qualcosa che la maggior parte di noi passa la vita a evitare: che non siamo gli autori del nostro stesso essere. Non abbiamo chiesto di nascere. Non abbiamo scelto il nostro respiro. Eppure, eccoci qui – con questo strano, improbabile dono della coscienza.

Cosa dobbiamo in cambio?

La risposta, per la maggior parte di noi, è nulla. Prendiamo il dono e ce lo teniamo. Lo proteggiamo. Costruiamo muri attorno ad esso. Chiamiamo questo “sopravvivenza”, e chiamiamo la sopravvivenza “saggezza”.

Ma c’è chi la vede diversamente. Questi vedono il dono della vita non come qualcosa da trattenere, ma come qualcosa da restituire – non per rassegnazione, ma per gratitudine. Considerano la propria esistenza come un contributo a qualcosa di più grande: al proprio popolo, alla giustizia, alla verità, alle proprie convinzioni, al proprio Dio. E nel renderne conto, sviluppano una consapevolezza – una responsabilità verso gli altri – una coscienza. L’istinto di prendersi cura degli altri…

Prendersi cura di qualcosa con tutto se stessi significa donarsi ad essa. E nel donarsi, si perde l’ego che si aggrappa alla sopravvivenza. Ciò che rimane è qualcos’altro: una sorta di chiarezza, una serenità interiore, una sovranità dell’esistenza. Lo stato di essere artefici della propria vita, anche nel momento della morte.

Il patto che intendo suggerire qui non è appannaggio di una sola fede. Si manifesta nel sufi che lucida lo specchio del cuore finché non riflette l’Amato; nel taoista che abbandona il sé e trova la Via; nel musulmano che si sottomette alla volontà di Dio; nel martire laico che muore per una verità che non ha nome. Il vocabolario differisce. La resa è la stessa.

Il patto non è solo individuale. È anche collettivo.

L’individuo che vive secondo questo patto – che ha a cuore la verità più della sopravvivenza – non lo fa in isolamento. È plasmato dalle comunità, dalle tradizioni, dalle storie di resistenza. E quando quelle comunità sono minacciate, il patto diventa politico.

Il concetto dei mustazafin (gli oppressi) di Khomeini è un tentativo di articolare questo patto collettivo. Non è semplicemente un programma politico. È una visione spirituale: gli oppressi non sono oggetti di pietà, ma soggetti della storia. La loro sofferenza non è priva di senso. La loro resistenza non è vana. Sono loro attraverso i quali si realizzerà la giustizia.

Questo concetto rimanda a qualcosa di reale: l’idea che l’alleanza con la vita non sia solo un’etica personale, ma collettiva. I mustazafin non sono semplicemente i poveri. Sono coloro ai quali i sistemi di potere hanno negato la propria umanità – e che, nella loro resistenza, se la rivendicano.

Il bastone di Sinwar non è solo un atto individuale. È il gesto di un popolo. È il gesto di tutti coloro a cui è stato detto che non sono nulla e che si rifiutano di crederci.

Alla fine, la morte spoglia via il chiasso e l’ingombro, lasciando solo uno specchio. E in quello specchio, non vediamo ciò in cui dicevamo di credere, ma ciò che abbiamo effettivamente vissuto. Non ciò che intendevamo fare, ma ciò che abbiamo fatto. Non il volto che abbiamo mostrato al mondo, ma il volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi. E sotto quel volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi – qualcosa di più grande. Qualcosa che è sempre stato lì, nascosto sotto la polvere.

Lo specchio di Yahya Sinwar mostra un uomo che ha lanciato un bastone contro un drone. Un uomo a cui non restava altro che la verità della propria vita – e che ha offerto quella verità come sua ultima dichiarazione.

 

I numeri contro la propaganda: la Cina cresce e ridicolizza i profeti di sventura occidentali

C'è un vizio di forma che accompagna da anni le analisi economiche pubblicate sui grandi giornali occidentali quando si parla di Cina. Si chiama desiderio. O, più precisamente, wishful thinking. Per mesi, fior di opinionisti e istituti di ricerca hanno dipinto l'economia cinese sull'orlo del baratro, prevedendo crolli verticali e stagnazione eterna. I dati appena rilasciati dall'Ufficio Nazionale di Statistica cinese per i primi nove mesi del 2026 hanno il sapore di una sonora smentita. E fanno il paio con le previsioni completamente sballate di chi, ancora una volta, ha confuso i propri auspici con la realtà dei fatti.

Adesso passiamo ai numeri. Quelli veri, che sfuggono alle narrazioni tossiche. Come evidenzia il quotidiano Global Times, nei primi tre trimestri dell'anno, il Prodotto Interno Lordo ha superato i 107 trilioni di yuan, segnando un incremento del 4,6% su base annua. Un risultato che non solo si inserisce perfettamente nel target governativo fissato tra il 4,5 e il 5 per cento, ma rappresenta anche l'espansione assoluta più ampia degli ultimi cinque anni. Per dare un'idea di cosa significhi questa cifra in termini concreti, stiamo parlando di 5,7 trilioni di yuan di nuovo valore prodotto. Più o meno l'intero PIL del Belgio, generato in soli nove mesi. Nel terzo trimestre, la crescita ha addirittura accelerato, toccando il 4,5 per cento contro il 4,3 per cento dei mesi precedenti.

Dove hanno sbagliato i profeti di sventura? Hanno utilizzato la solita tattica mistificatoria. Si sono fissati su singoli indicatori negativi, ingigantendoli a dismisura per alimentare il panico dei mercati, ignorando completamente la trasformazione in atto. La Cina non è più solo la fabbrica del mondo che sforna prodotti a basso costo. È diventata un super acquirente e un mercato globale di riferimento, con le importazioni cresciute di oltre il 20 per cento. Chi continua a descrivere Pechino come un gigante con i piedi d'argilla sta semplicemente leggendo la realtà attraverso le lenti dei propri pregiudizi neoliberali.

Il vero motore di questa forza non è la vecchia industria pesante, ma la spinta verso l'alto. I nuovi fattori chiave di crescita hanno contribuito per oltre il 40 per cento all'espansione del PIL. La manifattura high-tech è volata del 14,3 per cento. La produzione di apparecchiature per la stampa 3D, batterie agli ioni di litio e robot industriali ha registrato balzi che fanno girare la testa, superando rispettivamente il 62, il 39 e il 29 per cento. L'intelligenza artificiale, i chip e i veicoli a nuova energia stanno trainando l'export e consolidando il ruolo della Cina come snodo imprescindibile della tecnologia globale.

Sarebbe da ingenui negare che ci siano problemi. L'economia cinese sta navigando in acque tutt'altro che calme. Il mercato immobiliare è ancora in affanno e deprime gli investimenti in asset fissi, scesi del 7,2%. La domanda interna non è ancora decollata pienamente e la fiducia dei consumatori non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. A questo si aggiunge un contesto internazionale fortemente ostile. Il conflitto in Medio Oriente ha fatto schizzare alle stelle i prezzi del petrolio, costringendo molti istituti internazionali a rivedere al ribasso le stime di crescita per le principali economie mondiali. 

Eppure, Pechino ha retto molto bene l'urto, al contrario di quanto avviene in Europa e negli Stati Uniti. La Cina ha diversificato le importazioni, spinto sulla produzione interna di energia verde e ha usato la transizione ecologica come ammortizzatore sociale ed economico. Il tasso di disoccupazione urbana si è mantenuto stabile al 5,2 per cento, mentre i prezzi al consumo hanno registrato un modesto aumento dello 0,9 per cento, tenendo a bada l'inflazione che altrove sta devastando il potere d'acquisto.

La lezione che arriva da questi dati è duplice. Da un lato, dimostra che la transizione verso un modello di sviluppo di maggiore qualità sta funzionando, creando un cuscinetto formidabile contro le turbolenze esterne. Dall'altro, dovrebbe servire da monito per gli analisti occidentali. Continuare a scommettere contro la seconda economia mondiale basandosi su narrazioni apocalittiche non è solo intellettualmente disonesto. È anche un pessimo modo per provare a comprendere le dinamiche di un mondo che, piaccia o meno, sta cambiando pelle sotto i loro occhi intrisi di propaganda neoliberista. I numeri hanno la testa dura, e ancora una volta hanno mandato a casa a mani vuote i soliti noti.

Scontro sul futuro del Brasile: Lula difende la sovranità, Bolsonaro junior promette la motosega neoliberista


di Fabrizio Verde

 

Nello studio di TV Bandeirantes, a una settimana esatta dal voto decisivo del 25 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono trovati faccia a faccia per la prima volta in questa fase finale. Il risultato è stato un confronto ad altissima tensione, dove la sostanza politica ha spesso lasciato il posto a insulti, interruzioni continue e una regia visiva studiata a tavolino per i social network.

Fin dai primi minuti, la strategia del senatore del PL è stata chiara. Flávio ha abbandonato il suo leggio, muovendosi costantemente, cercando il contatto visivo e moltiplicando le provocazioni fisiche. Una tattica che il politologo Paulo Roberto Sousa ha letto, ai microfoni di Brasil de Fato, come una chiara ricerca di virilità, pensata per compattare la sua base già radicalizzata. Di contro, un Lula inizialmente visibilmente a disagio, sorpreso dalla scelta dell'avversario di tramutare subito il dibattito in rissa, tirando in ballo le indagini della Polizia Federale che coinvolgono l'imprenditrice Roberta Luchsinger e il figlio del presidente, Fábio Luís. 

Questa partenza a razzo ha innervosito il presidente, portandolo a perdere le staffe in più occasioni. Quando la moderatrice ha richiamato Flávio per aver parlato fuori turno, Lula non ha usato mezzi termini. "Il pagliaccio qui è lui, non io", ha affermato, accusando l'ala bolsonarista di aver smarrito ogni etica.

Il momento di massima rottura si è consumato quando Flávio, in un gesto di finta pacificazione, ha invitato Lula ad avvicinarsi al suo leggio per calmarsi. Il presidente ha bevuto un sorso d'acqua, è tornato al suo posto e ha tuonato: "Non voglio starti vicino. Dalla famiglia Bolsonaro, voglio distanza". La replica del senatore è stata velenosa: "Tranquillo, non ho il portafoglio qui, non potrai derubarmi".

?????????? LULA Y BOLSONARO PROTAGONIZAN DEBATE ELECTORAL Los candidatos brasileños se enfrentaron en un tenso intercambio durante su primer debate electoral, con acusaciones directas, reproches y frases especialmente duras que elevaron la confrontación entre ambos. https://t.co/2lHcWxfTMD

— Errete en Español (@erreteespanol) October 19, 2026

Ma è sul tema delle carceri che si è consumato uno degli scambi più feroci e rivelatori della serata. Flávio ha provato a usare il consenso del presidente tra i detenuti come un'arma di distrazione di massa, snocciolando una cifra ad effetto per gettare fango sul rivale. "Puoi spiegare perché il 73% dei detenuti ha votato per te?", ha chiesto il candidato dell'ultradestra neoliberista. Lula, per nulla intimidito, ha ribaltato la provocazione con una battuta: "Voglio che voti il 100% dei detenuti, anche tuo padre. Tuo padre può votare per me; avrà votato per il miglior candidato; ti conosce e sa che sono meglio di te", ha affermato il presidente, riferendosi a Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari.

 
 
 
 
 
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Al di là delle scintille personali e delle risse da cortile, il vero nodo politico della serata è emerso nelle gravi contraddizioni di Flávio Bolsonaro sulla sovranità nazionale e sulla gestione dell'economia. Il senatore si presenta come un difensore della patria, ma quando viene messo all'angolo sulle risorse strategiche del Brasile, la maschera cade. Lula gli ha chiesto direttamente se avesse intenzione di svendere le terre rare e i minerali critici agli Stati Uniti. Flávio ha liquidato la domanda come una fake news, trincerandosi dietro la difesa dello Scudo delle Americhe, dipinto come una semplice cooperazione antinarcotraffico. 

La realtà dei fatti, però, racconta un'altra storia. Come ha sottolineato l'analista Paulo Roberto Sousa, un eventuale governo Flávio, dichiaratamente alleato di Donald Trump e dell'argentino Javier Milei, non farebbe altro che sottomettere il Brasile alle condizioni imposte da Washington. L'idea di alleanza si tradurrebbe in una resa totale, dove si negozia forse solo il minimo indispensabile per far finta di non essersi piegati del tutto. È la stessa contraddizione che emerge quando Lula gli chiede se intende applicare in Brasile il modello economico della motosega di Milei. Flávio schiva la domanda, parla degli amici della sinistra in Sudamerica e promette una motosega contro la corruzione, ma non ha il coraggio di guardare negli occhi gli elettori per spiegare come intende gestire l'economia.

Sul fronte del neoliberismo selvaggio, le proposte del senatore si sono rivelate un vuoto cosmico. Ha promesso uno spazio di oltre 200 miliardi di real nel bilancio, senza mai spiegare da dove sarebbero arrivati questi soldi, limitandosi a dichiarare che il primo passo è semplicemente rimuovere Lula. Ha parlato di tagliare i privilegi, ma non ha mostrato la minima conoscenza della macchina esecutiva. Ha inoltre vagheggiato sul sistema sanitario che intende implementare, e ha promesso di trattare le fazioni criminali come organizzazioni terroristiche, parlando più come un sindaco di provincia che come un aspirante presidente della Repubblica.

????????????????"¿YA PEDISTE PRESTADA LA MOTOSIERRA DE MILEI?" Lula lanzó una pregunta a Flávio Bolsonaro durante el debate electoral y utilizó la situación económica de Argentina para cuestionar el rumbo que propone su rival. https://t.co/acgaOdJ4Ew

— Errete en Español (@erreteespanol) October 19, 2026

Su questi temi cruciali, Flávio ha preferito fare l’evasivo. Ha evitato di rispondere al cuore della maggior parte delle domande incalzanti. Quando è stato messo all'angolo sui 134 milioni di real negoziati con il banchiere Daniel Vorcaro per il film su suo padre, o sui fondi del Banco di Brasilia per l'acquisto di una casa da 10 milioni, si è trincerato dietro risposte vaghe. Stesso copione per il suo inspiegabile voto contro l'estensione del congedo di maternità delle dipendenti dell'assemblea di Rio nel 2009, o per la sua interferenza affinché un poliziotto che uccise un bambino di cinque anni non venisse arrestato.

Il picco dialettico, e il momento in cui Lula ha recuperato il controllo della scena dopo un inizio balbettante, è arrivato nel finale. Il presidente ha lanciato una sfida in diretta, cercando di costringere l'avversario a uscire dall'angolo delle accuse generiche e ipocrite. "Ti sfido. Domani apriremo i nostri conti bancari e i registri telefonici davanti al Tribunale Elettorale e alla Corte Suprema, affinché il popolo brasiliano sappia chi sono i veri ladri in questo paese", ha tuonato Lula. Flávio ha risposto di non avere assolutamente nulla da nascondere, ma ha subito aggiunto che i soldi di Lula sono fuori bilancio, rifiutandosi di accettare o declinare formalmente la sfida. Una fuga in avanti che lo etichetta come un candidato che scappa di fronte alla trasparenza.

Il formato del dibattito, con i suoi quindici minuti di scontro diretto, si è rivelato un'arma a doppio taglio. Se da un lato ha generato clip perfette per i social, favorendo la macchina della propaganda dell'estrema destra, dall'altro ha alienato quella fetta di indecisi, stimata tra il 5 e il 7%, che di fronte all'ennesima rissa di bassa lega ha probabilmente spento la televisione. In un paese dove la polarizzazione è tale che il vincitore potrebbe imporsi con un margine di appena l'uno per cento, ogni singolo voto riveste importanza.

Venerdì 23 ci sarà il confronto su TV Globo, dove le regole potrebbero cambiare per evitare che il dibattito si riduca a una semplice risa verbale a base di meme. Lula dovrà cercare di essere meno reattivo e più propositivo, mostrando la sua agenda per un quarto mandato senza farsi trascinare nelle provocazioni dell'avversario. Flávio, dal canto suo, dovrà imparare a rispondere alle domande scomode sulla svendita del paese e sui conti in banca, perché la tattica del fuggitivo regge solo fino a un certo punto. E nonostante la propaganda mediatica e sui social network cerchi di occultarlo, la destra neoliberista in America Latina ha come obiettivo quello di applicare ricette economiche fallimentari – vedi Milei in Argentina - e allineare i paesi alle esigenze geoeconomiche di Washington. Costi quel che costi.

"Ci stiamo preparando alla follia". I due scenari dei signori della guerra UE con la Russia

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l'innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l'urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l'assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l'assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l'Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.

Ora dunque, se quel malfido di Trump, dice che Zelenskij non ne vuol sapere di pace, spetta all'Europa «farsi avanti. Dai Patriot ai fondi: come sostituire l’aiuto americano», scriveva il signor Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 18 ottobre. «Due anni fa avrebbe potuto concludere un accordo più vantaggioso che non ora» ha detto Trump; «a Zelenskij non importa e, sinceramente, nonostante tutti i soldi che gli passa generosamente l'Europa e quelli che in passato gli aveva dato Biden, egli non vuole metter fine a questa guerra e, verosimilmente, non ha mai voluto». Più chiaro di così.

Non ha mai voluto, perché questo è quello che si pretende da lui, da quel fedele servitore della corona britannica, come lo qualifica Elena Murzina su Ukraina.ru: fedele servitore della City londinese e dei gruppi che vi dominano, a partire dai Rothschild o da BlackRock. Del resto, si spiega così anche perché il nazigolpista-capo sia tanto sostenuto da Emmanuel Macron, ex "banchiere dei Rothschild", o da Friedrich Merz, ex manager di BlackRock; o ancora dall'ex cittadino britannico Radoslaw Sikorski, oggi ministro degli esteri polacco. Insomma, scrive Murzina, i leader dei più grandi paesi europei sono agenti della Corona britannica e della City di Londra e lo stesso accade oggi con l'Ucraina, come ha dimostrato l'accoglienza riservatagli il 15 ottobre da Carlo III e dal premier Burnham. Stando alla Reuters, Zelenskij è arrivato in Gran Bretagna appena poche ore dopo che Kiev aveva accusato la società di Elon Musk di aver limitato Starlink. Quindi, alla domanda del giornalista Piers Morgan, se si considerasse tradito dagli USA, ha risposto di considerarsi tale, aggiungendo che Trump è «dalla parte sbagliata della storia... un partner forte che si comporta da debole». E, forte del sostegno britannico “finché sarà necessario!", ha dichiarato al Financial Times che Kiev aveva «revocato tutte le restrizioni sugli attacchi alle raffinerie russe». Ma, la domanda chiave è: l'Ucraina può continuare la guerra senza gli USA? Zelenskij, scrive Murzina, può apparire alla TV britannica quanto vuole, il re può riceverlo ogni settimana e il gabinetto di sua maestà può annunciare nuovi pacchetti di aiuti. Ma gli inglesi non dispongono di sostituti per Starlink, i sistemi Patriot e una serie di altre capacità critiche. Londra può offrire a Zelenskij asilo politico dalle pressioni USA, ma non può offrire l'indipendenza militare dagli Stati Uniti. Piers Morgan ha infatti chiesto a Zelenskij se creda che l'Ucraina possa vincere la guerra senza gli americani dalla sua parte e lui, schivando una risposta diretta: «Non perderemo mai la nostra indipendenza».

Londra ha infatti ordinato di continuare a combattere fino all'ultimo ucraino. Quanto alle armi per farlo, ancora il signor Sarcina, con fervore paterno, si chiede «cosa possano fare gli europei per colmare il vuoto americano» e ricorda che el jefe de la junta è tornato a chiedere a Bruxelles ancora 70 miliardi di euro e 300 missili Patriot. Su questi ultimi, par di capire che, nella prospettiva del Corriere, UE e NATO dovrebbero premere sulla Grecia, che dispone di 200 batterie, anche se molte prossime a scadenza operativa, perché le passi a Kiev. Un passo obbligato, dal momento che, afferma alla BBC il ministro della guerra italiano Guido Crosetto, citato ancora dal Corriere del 18 ottobre, «Credo che Putin non voglia fermarsi all’Ucraina. Per questo l’Europa è preoccupata e noi, e come Europa e come Nato, ci stiamo preparando. Ci stiamo preparando alla follia, sperando di non doverla mai affrontare, ma preparandoci alla possibilità di una follia da parte della Russia». Ancora una volta, l'assioma della “postura” di Moskva che ha investito molto in armi e soldati e, «se la guerra finisse presto, non saprebbe cosa farne», sostiene il principale mercante d'armi d'Italia. Dunque, si sottintende, l'imperativo è quello di armarsi, perché, dice ancora Crosetto «Riducendo l’assistenza militare all’Ucraina Donald Trump non sta offrendo a Vladimir Putin una possibilità di vincere la guerra, ma inevitabilmente gli dà un vantaggio. Una posizione completamente sbagliata. La pace arriverà quando Putin sarà convinto di essere in una situazione di stallo».

Una posizione, quella italica, che accomuna le cancellerie belliciste europee: da Varsavia, il ministro degli esteri, il già citato Radek Sikorski, proclama che si debba spendere in armamenti talmente tanto che la Russia non sia in grado di farvi fronte. I paesi europei, dice il degno consorte della famigerata “storica” americana Anne Applebaum – quella a suo tempo premiata dall'ex presidente golpista Petro Porošenko per i suoi “studi” sul cosiddetto holodomor - dovrebbero investire il 5-7% del PIL nel riarmo per garantire che la potenza militare NATO superi quella della Russia. L'economia della UE, dice Sikorski, è «dieci volte più grande di quella russa; quindi, se spendiamo il 5-7% per la difesa, la Russia non avrà di che rispondere».

D'altronde, nelle cancellerie UE non si fa ormai più mistero dei piani di guerra da qui a cinque-sei anni. E l'attacco con un migliaio di droni, portato da Kiev due giorni fa contro Piter e la regione di Leningrado, mostra come si stiano studiando le varianti belliche, anche sfruttando le linee confinarie di paesi NATO, come i baltici, su cui le contraeree russe non possono intervenire. Il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, ad esempio, ritiene che i servizi segreti britannici assistano Kiev negli attacchi e che la NATO abbia trasformato i Paesi baltici in una futura linea di confronto.

Sull'agenzia Al'ternativa, l'osservatore Rostislav Išchenko si concentra sul tema delle esercitazioni militari che i “volenterosi" intendono svolgere in Polonia, puntando al dispiegamento di truppe europee in Ucraina alla fine del conflitto. Quasi tutte le esercitazioni militari condotte dai paesi UE negli ultimi dieci anni, scrive Išchenko, sono state in un modo o nell'altro collegate a piani di invasione dello spazio post-sovietico: ciò significa che gli europei non si limitano a dichiarare di prepararsi alla guerra con la Russia, ma vi si stanno attivamente preparando, non solo in ambito finanziario, economico, diplomatico e mediatico, ma anche militare.

Dunque, un esercito sarà molto meglio preparato per la guerra sul terreno su cui si è addestrato, che non per battaglie in altri luoghi: si acquisisce esperienza interagendo in specifiche condizioni naturali, l'equipaggiamento viene adattato a esse e vengono sviluppate le relative strategie e tattiche. Le truppe cercano sempre di adattarsi in anticipo alle specificità dei futuri teatri operativi; se quindi il futuro esercito europeo – o gli eserciti dei “volenterosi" – si sta preparando alla guerra in Polonia, nei Paesi baltici, in Bielorussia e in Ucraina, conducendo esercitazioni solo in questi teatri, certamente non intende condurre operazioni di combattimento su larga scala nel Sahara. Le mosse dei “volenterosi” potrebbero interpretarsi come un semplice ricatto nei confronti della Russia, come a dire: "ci stiamo preparando, quindi cedete prima che sia troppo tardi e iniziamo a combattere". Ma i militari europei sono estremamente scettici sulle possibilità di successo in una guerra contro la Russia, che è la principale potenza nucleare al mondo ed è in grado di distruggere l'Europa, con il 100% di probabilità di sopravvivere, seppur con perdite significative. In altre parole, dice Išchenko, il ricatto non può funzionare perché è inverosimile. Sebbene possano, in teoria, assemblare, armare e addestrare un esercito in grado di affrontare la Russia in cinque-dieci anni, e sebbene possano accumulare sufficienti rifornimenti e avviare la produzione delle munizioni e delle attrezzature essenziali per condurre una guerra più o meno prolungata in quel lasso di tempo, in dieci anni non saranno in grado di colmare il divario in termini di quantità, qualità e portata delle armi nucleari.

Nel valutare la situazione generale, gli europei possono contare su due opzioni. La prima: una situazione in cui la Russia non possa vincere senza usare armi nucleari, nella consapevolezza che un attacco di rappresaglia, sebbene non la distrugga, le causi danni significativi, estromettendola dal rango di grande potenza militare, così che le restanti potenze nucleari potrebbero cercare di risolvere i propri problemi a spese della Russia. Questa opzione ha però un lato debole: l'Europa dovrebbe sacrificarsi e non saprebbe mai se la Russia abbia incontrato, dopo, delle difficoltà. La seconda: presupporre che gli USA non abbandonino completamente la presenza in Europa, che la politica europea di Trump sia un bluff, che altri presidenti saranno inclini a impedire la caduta dell'alleato europeo e, se la situazione dovesse arrivare sull'orlo di una guerra con la Russia, interverranno per sostenere l'Europa e garantire condizioni di pace migliori di quelle che la Russia accetterebbe senza la partecipazione USA. In entrambi i casi si tratta di ricatto; non semplicemente di una guerra tra Europa e Russia, bensì delle imprevedibili conseguenze di un simile scontro per entrambe le parti. Il coinvolgimento dell'Europa nel conflitto ucraino, così come le continue provocazioni, già da tempo avrebbero permesso alla Russia di rispondere con la forza militare. La moderazione di Mosca non significa che stia abbandonando tale risposta, ma che desidera evitare lo scenario peggiore e, qualora ciò non fosse possibile, scegliere autonomamente i tempi, il luogo e le modalità di un'azione militare.

In altre parole, conclude Išchenko, gli europei sono già sull'orlo della guerra e ne sono consapevoli: «Non darei per scontato che non sacrificherebbero i loro paesi e i loro popoli, trascinandoli in una guerra nucleare. Non è un caso che appoggino Zelenskij. La pensano come lui. Non sono interessati agli stati, alle persone o alla produzione industriale, ma ai flussi finanziari, che credono continueranno a prescindere dalla sopravvivenza dell'Europa... L'intera loro strategia di escalation è mirata proprio a creare una situazione in cui il mondo, terrorizzato dalla prospettiva di una guerra nucleare, si unisca contro la Russia e la costringa a cedere all'Europa. Il problema è che gli irresponsabili politici europei non vogliono minimamente considerare che le strategie di escalation raramente hanno successo; di norma, sfuggono di mano e sfociano in una guerra».

Una guerra declamata a gran voce dai tagliagole dei media a libro-paga dell'industria militare e della finanza mondiale.

 

Gaza, allarme ONU: mezzo milione di palestinesi restano senza aiuti

 

Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha annunciato drastici tagli alle proprie operazioni a Gaza a causa di una grave carenza di fondi, un provvedimento che lascerà circa 500.000 persone prive di assistenza essenziale in un contesto di diffusa malnutrizione e stenti.

In una nota ufficiale, l'agenzia delle Nazioni Unite ha spiegato di aver raccolto nel 2026 meno della metà delle risorse finanziarie necessarie per la Palestina rispetto agli anni passati, sottolineando la necessità urgente di 450 milioni di dollari per coprire le attività dei prossimi sei mesi. A causa dei tagli, il numero di persone assistite mensilmente nella Striscia scenderà da 1,6 milioni a 1,1 milioni; le famiglie riceveranno una sola razione alimentare anziché due e i sacchi di farina saranno ridotti. Verranno tagliati anche i pasti caldi giornalieri, che passeranno da 250.000 a 150.000, mentre nei settori più isolati o a ridosso della demarcazione militare la somministrazione diventerà a giorni alterni.

Il collasso socio-economico, sanitario ed educativo del territorio giunge dopo oltre tre anni di ostilità e bombardamenti seguiti all'attacco del 7 ottobre 2023, con un bilancio che conta oltre 74.245 vittime palestinesi. Secondo le Nazioni Unite, l'80% dei residenti è disoccupato e il 67% della popolazione — circa 1,4 milioni di individui — versa in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nonostante un lieve miglioramento rispetto ai dati di fine 2025, il PAM definisce il quadro ancora estremamente fragile. La mancanza di liquidità ha già travolto la Cisgiordania, dove a settembre i beneficiari dell'aiuto umanitario si sono dimezzati, passando da 400.000 a 200.000.

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Zombieland

 

di Alex Marsaglia per l'AntiDiplomatico

 

L’Unione Europea, sull’onda della crisi inflazionistica innescata dalle guerre di fine impero e del debito di un’economia finanziarizzata, viene attraversata dalla più profonda ed estesa ondata di manifestazioni degli ultimi decenni. Le istituzioni del grande Quisling europeo che governa per conto degli americani le terre che vanno dalle coste dell’Atlantico alle porte della Russia sono talmente sottomesse all’ideologia colonialista neoliberista dall’aver unificato nella crisi sociale, dopo appena 12 anni, Atene e Berlino. Nella ribellione che in queste settimane sta attraversando Francia, Spagna, Germania, Belgio, Italia, Albania e Grecia vi è una comunione di destini che portano i popoli, uniti dalla politica del riarmo a discapito del welfare, a ribellarsi assieme.

Ovviamente sinora si tratta solo di una ribellione, di una scintilla nella prateria, come si suol dire. Non vi sono forze politiche e organizzazioni strutturate in grado di condensare le comuni rivendicazioni in un’unica piattaforma rivendicativa. Vi è però un’idea che, innominabile, oggi come un tempo vaga per le più grandi capitali d’Europa senza poter essere liberamente espressa. Lo spettro del sovranismo aleggia per l’intero continente, in cui movimenti, partiti, categorie e in definitiva cittadini rivendicano soprattutto di poter decidere liberamente dei propri destini, brandendo il più basilare dei diritti: il diritto a poter vivere in pace, come ha detto pochi giorni fa Jean-Luc Mélenchon «non prepareremo i nostri figli a morire!». Questa rivendicazione elementare viene respinta in toto, e con ogni mezzo, dalla tecnocrazia imperante in Europa che subito dopo il lockdown del Covid ha iniziato a parlare di “economia di guerra”. Dunque, etimologicamente, esattamente il contrario di quanto richiesto da tutte le popolazioni europee: si tratta di farci sopravvivere in guerra. Ed effettivamente le condizioni economiche in cui si trovano ad abitare le popolazioni del continente sono progressivamente sprofondate in una situazione emergenziale creata ad hoc. Come ci spiega magistralmente Giorgio Agamben, la biopolitica europeista di questi anni si è riempita di dispositivi che entrano nella carne viva delle persone a tal punto da aver ridotto a dispositivo lo stesso termine “Europa”. Dal “risanamento del debito pubblico o default” alla “pandemia o il lockdown” alla “pace o il condizionatore” la unilateralità e indiscutibilità delle direttive europee hanno reso quel potere sostanzialmente il potere. Come ben ci si è accorti dai tempi del risanamento forzato dei conti pubblici greci in violazione del volere del popolo, di democratico vi era più poco o nulla. L’Unione Europea ha insomma esercitato il suo potere d’imperio, in assenza di fondamento costituzionale democratico, oserei aggiungere. Il ricatto diretto sui popoli è stato il principale metodo di governo e addirittura comunicativo. Chi non si lascia incantare dalle sirene della propaganda, ben si rende conto che quando si giunge al sodo del discorso politico il potere europeo non presenta alternativa e anzi, se c’è la annichilisce, quando non la reprime o la arresta direttamente come stiamo vedendo in questi giorni. Questa dialettica europeista antidemocratica, che ha iniziato a diventare evidente nel biennio 2014/15 in riferimento alla vicenda del debito, oggi si è apertamente inasprita. In quegli anni si è allevata una guerra in seno all’Europa, facendola crescere al punto che oggi è matura al punto da potervi ricattare i popoli. Questo i popoli lo hanno ben chiaro e hanno osato alzare la testa ribellandosi. Ovviamente la cosa più facile per smorzare una ribellione è ridurre la prateria a palude, così per evitare di propagare l’incendio si tenterà come sempre si è fatto nella storia di infiltrare i movimenti, comprare e ridurre a gatekeeper i vari contestatori. Insomma, normalizzare le istanze rivendicative è ciò che la liberal-democrazia ha dimostrato di saper fare meglio. Il punto è che il capitalismo ha potuto farlo negli anni grazie a un modello sociale che ora è da smantellare, non ci sono più all’orizzonte politiche redistributive per ammansire gli antisistema. Tutte le risorse per la macchina militare, questo è quanto viene imposto. La crescente volontà del potere di censurare, reprimere ed esercitare coercizione riflette proprio il cambio di modalità di un potere che è già entrato nella modalità militarista in cui ci si fa pochi scrupoli ad annullare le elezioni perché non ha vinto il candidato prescelto. A chiarire questa modalità è stato proprio il Ministro della Difesa italiano Crosetto in una recente intervista alla BBC in cui ha detto: «non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica sia sbagliata» (https://www.bbc.com/news/articles/c64g18ljjd8do). Così poco importa che tutte le piazze d’Europa, sotto varie ipotesi e piattaforme rivendicative, chiedano meno warfare e più welfare, ci è imposto dal potere di fare esattamente l’opposto dunque quell’idea è “sbagliata”. Chi è dunque che valuta e ritiene una determinata opinione pubblica “sbagliata”? Il corpo della politica che incarna questo potere dal 2014 ad oggi è indiscutibilmente l’Unione Europea. Il “ce lo chiede l’Europa” è giunto al punto di “chiederci” di mandare i nostri figli in guerra. Ecco il vero dispositivo smascherato da Giorgio Agamben nel suo ultimo capolavoro: «il termine Europa non indica una realtà politica sostanziale, ma un dispositivo tattico-strategico in vista di un determinato obiettivo, di ordine prevalentemente bellico». Secondo il filosofo l’Europa è sempre esistita come corpo politico unicamente come «concetto puramente negativo, i cui contenuti sono di volta in volta definiti in opposizione a un nemico reale o costruito»[1]. Troppo facile identificare negli ultimi 12 anni quale sia stata la perfetta costruzione del nemico in grado da fare da collante per i 27 popoli dell’Unione Europea. La Russia è il nemico perfetto in grado di riempire quel vuoto identitario. Il punto è che il deficit democratico che abbiamo patito e di cui ci si è lamentati in tutti questi anni è in realtà l’elemento costituivo dell’Unione Europea quale Quisling dell’impero americano. Era ben difficile che un tale mostro sfociasse in maniera differente rispetto ad una guerra verso un nemico esterno, ma le guerre costano e il dominio è del dollaro.

Non fossero abbastanza chiari tali elementi che costituiscono l’identità europea, quale attore indebitato in funzione americana, basta seguire le dinamiche delle relazioni internazionali. Il regime ucraino, nuovamente scavalcato dagli interessi americani che si sono accordati con quelli russi, è venuto in Europa a batter cassa per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta ha trovato finanziamenti facili: 70 miliardi richiesti e già di fatto accordati. A pagare il conto della guerra sono le popolazioni del continente europeo totalmente asservite all’Impero americano. Per dirlo ancora una volta con le parole del filosofo italiano: «dal punto di vista della sua costituzione, l’Unione Europea non ha alcuna legittimità. È allora perfettamente comprensibile che un’entità politica senza una costituzione legittima non possa esprimere una politica propria. La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti»[2]. E questo è letteralmente ciò che accade: l’Unione Europea promuove gli interessi dell’impero decadente statunitense, lasciandosi scavalcare dall’accordo sul diesel quando ciò porta soldi a loro, comprando poi le loro armi per proseguire la loro guerra sempre per portare acqua al loro mulino. Ciò che risulta più chiaro che mai dalle ribellioni in atto in queste ore è che non è solo l’Italia ad essere un protettorato americano, ma l’Europa intera che attualmente si esprime nell’istituzione antidemocratica dell’Unione Europea. E come ben sanno i Paesi del Sud Europa, le stesse politiche monetarie hanno cessato di essere utilizzate come leva di politica economica in grado di contrastare le crisi sociali, anzi le acuiscono. Madame Lagarde lo ha confermato per l’ennesima volta davanti alla rivolta francese, facendo sapere che stavolta è il turno anche dei Paesi del Nord: “le misure per rassicurare i mercati devono essere trovate in Francia, attraverso un bilancio serio, e non a Francoforte”. Berlino a suo modo aiuterà Parigi sprofondando assieme nella desertificazione industriale e nell’indebitamento. In tutto questo il grande assente è il popolo, che prova a rialzare la testa in maniera scomposta, con cortei, manifestazioni e rivolte ormai diffuse in tutto il continente. La propaganda del potere nel frattempo ha già ribaltato la dialettica reale, definendo quello stesso popolo violento, mentre propone di portare tutti al fronte dove la violenza è quotidiana, sistemica e onnipresente e non sporadica e occasionale. L’Essere sociale che invece rappresenta l’anima dell’Europa, cioè il suo popolo, è dilaniato dalla sofferenza economica che le guerre dell’Impero gli stanno facendo pagare. I costi coloniali stanno schiacciando quell popolo che o riuscirà a darsi una forma politica e a rivendicare il diritto di «decidere da soli cosa facciamo, dove lo facciamo, come lo facciamo e senza alcun padrone che ci dica cosa dobbiamo fare», come ha invocato Mélenchon allo Zénith d’Auvergne, oppure verrà ridotto a cadavere politico. Uno zombie mero esecutore del volere d’oltreoceano. Se dall’opposizione al dispositivo Europa riuscirà ad aggregarsi una risposta nazionale realmente sovrana, in grado di mettere in soffitta per sempre il potere anonimo che manipola le coscienze predisponendole all’accettazione passiva dello stato di cose presente, allora avremo una vera Europa politica; viceversa ricadremo in una dialettica imperiale che continuerà a frapporre alternative a più modelli di neoliberismo colonialista.

[1] G. Agamben, Il corpo della politica, Bollati Boringhieri, Torino, 2026, p. 66

[2] Ivi, p. 72

"Il dissenso non può essere silenziato": Intervista a Stefania Ascari su Gaza, Governo e piazze italiane

 

Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.

 

Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?

“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu. I massimi esponenti del Governo hanno sbeffeggiato gli organi di giustizia internazionale: questo denota una grande responsabilità, perché non sono stati interrotti i rapporti economici, militari, commerciali e accademici con uno Stato che è sul banco degli imputati per genocidio. Siamo il terzo fornitore di armi a Israele. È chiaro, quindi, che il Governo italiano è responsabile della morte di 70.000 palestinesi, di cui oltre 30.000 sono bambini.

Inoltre, è stato consentito a Netanyahu di attraversare con il suo aereo lo spazio italiano: anche questa rappresenta una palese violazione. È passato per l’Italia e non per la Spagna, pur sapendo che il nostro Paese avrebbe potuto negare l’autorizzazione. Stiamo parlando di un criminale di guerra, e l’Italia, in quanto firmataria dello statuto della Corte Penale internazionale, avrebbe il dovere morale e giuridico di attenervisi. C’è una grandissima responsabilità politica sia nei confronti della Palestina, sia rispetto a una mancata reazione che avrebbe potuto, almeno in parte, fermare Israele. Basti pensare alle sanzioni: l’Italia si è schierata applicandole contro la Russia, ma non contro Israele, evidenziando così un evidente doppio standard e una profonda ipocrisia. L’Italia non ha firmato per il riconoscimento dello stato di Palestina né per la sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele: un passo del genere avrebbe avuto un peso notevole, interrompendo i rapporti commerciali con Tel Aviv, ma non è stato fatto. Il Governo si è dimostrato responsabile e colpevole del genocidio in Palestina. E non solo: continua a essere servo degli Stati Uniti perché ha consentito che da basi NATO americane in Italia partissero più di 500 voli di supporto logistico per la guerra illegale e criminale in Iran. Parlare di “passaggi logistici” significa parlare, in realtà, di transiti di soldati, di armamenti e di materiali bellici diretti in Israele. Lo dimostra, per esempio, quello che è accaduto qualche giorno fa: una nave carica di petrolio proveniente da Milazzo avrebbe dovuto essere diretta in Egitto ma, a un certo punto, i suoi segnali si sono improvvisamente interrotti. Si è scoperto che quella nave si era fermata in un porto israeliano.

Noi possiamo continuare a sostenere i presidi, i comitati, le associazioni, i cittadini e le cittadine, gli studenti e le studentesse che si oppongono a questo genocidio, non solo a Gaza, ma anche in Libano. C’è la chiara volontà di estendere alla Cisgiordania quanto già compiuto a Gaza, come d’altronde ha ammesso lo stesso Gallant: lo stiamo constatando proprio in queste settimane, con la Cisgiordania ridotta a un blocco totale in cui ai palestinesi è precluso persino l’accesso all’ospedale. Servono informazioni corrette che circolino realmente. Serve una politica attenta che pretenda rispetto della Costituzione e del diritto internazionale. Serve che lo Stato di Israele venga processato, sanzionato, condannato e isolato.”

 

E il documentario NAZA, secondo te, ha alimentato l’attenzione sulla Palestina?

“Sicuramente ha contribuito a mantenere i fari accesi. Ha fatto una cosa importante, a differenza di quanto accaduto qui, dove il Governo italiano non ha mai usato la parola genocidio nelle aule istituzionali: in questo documentario si dimostra che sono proprio i soldati, l’intelligence e i vertici israeliani a parlare apertamente di genocidio. Viene mostrata, alla luce dell’insegnamento fatto a loro, la disumanizzazione del popolo palestinese, considerato non degno di esistere. Naza evidenzia proprio questo meccanismo: come da uno schermo, schiacciando un pulsante, si poteva, con la possibilità di colpire un membro di Hamas, in realtà uccidere 500 naza (danni collaterali, ndr).

Israele viene definita la più grande democrazia del medio-oriente, ma chiediamoci: una democrazia uccide i neonati? Annienta intere famiglie? Uccide dei civili innocenti? Distrugge scuole, ospedali, case, senza avere la certezza che vi sia un pericolo militare accertato, ma solo sulla base di un’idea? Chi fa questo non è una democrazia, ma è uno Stato terrorista, genocida e criminale. Io, a gennaio, sono stata in Cisgiordania e ho visto tutti i territori palestinesi occupati da coloni violenti. C’erano più di 900 check point, quindi per fare una strada percorribile in 5 minuti, in realtà, ci metti 6 ore perché tutte le strade sono bloccate ai palestinesi. Chiediamoci ancora: questo è quello che fa uno stato democratico?”

 

Molti osservano che quanto emerso dal documentario Naza non fa che confermare ciò che i palestinesi denunciano da tempo, rendendo superflua persino l’ammissione dei vertici israeliani per riconoscere la gravità della situazione. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

“Non c’è bisogno di conferme da parte degli israeliani per dire che si tratta di un genocidio. Posso dirlo perché l’ho toccato con mano: sono stata due volte con i colleghi e le colleghe, con le ONG, con i sindacati, con gli accademici e con i giornalisti al valico di Rafah. Come testimoni diretti possiamo dirlo: non c’era bisogno che l’intelligence israeliana ce lo venisse a dire. Quando eravamo lì abbiamo visto interi campi nel deserto del Sinai dove il cibo era completamente bloccato. Gli assorbenti venivano considerati materiale pericoloso. C’è un bagno ogni 600 persone. L’acqua è sporca. Noi sapevamo da subito della situazione. Io sono stata la prima in Parlamento a dire che si trattava di genocidio. Ma Naza rimane importante, perché è la prima volta che c’è un’ammissione di colpa da parte dei vertici israeliani. Uno dei soldati a un certo punto dice: io contesto il nazismo, ma io cosa sono? Io sono peggio.”

 

Quanto ha pesato a tuo avviso la truffa del “board of peace” che sta anche celando il genocidio?

“Il nome corretto, a mio avviso, è board of genocide: i potenti che si sono incontrati pretendono di creare, sulle ceneri sporche di sangue di Gaza, una riviera di spettacoli e felicità, quando in realtà hanno massacrato degli innocenti. Parlano di ricostruire, ma in modalità trumpiana e imperialista: sempre e solo a danno dei palestinesi, con l’obiettivo di deportarli altrove. Questo board of genocide non sta facendo assolutamente nulla per affrontare il fulcro della questione, ossia il riconoscimento dello Stato di Palestina. Riconoscerlo significherebbe garantire ai palestinesi l’autodeterminazione, la sovranità e il diritto, pari a quello di tutti gli altri popoli, di sedersi ai tavoli internazionali per far sentire finalmente la loro voce e incidere sulle decisioni. A Rafah c’è ormai una città fantasma, circondata da filo elettrificato, come un campo di concentramento tedesco. Ci hanno detto che quello era un luogo destinato alla deportazione dei palestinesi. Questo non è un board of peace: la pace si può ottenere con il dialogo e la diplomazia, non sostenendo ulteriormente il genocidio.”

 

Secondo te le forze politiche di opposizione, e in particolare quella di cui fai parte, stanno facendo abbastanza per la causa palestinese?

“Non si può dire che si fa abbastanza, bisogna fare sempre di più. La prima cosa che bisogna fare, a livello parlamentare, è studiare e capire la questione. Conoscere, confrontarsi e studiare. Noi siamo andati lì. Ho voluto farlo come coordinatrice dell’intergruppo per la pace tra Palestina e Israele. Sono anche andata alla Corte Penale Internazionale e ho incontrato i giudici, che sono messi al pari dei terroristi per aver emesso dei mandati di arresto nei confronti di Gallant e Netanyahu. È paradossale: questi giudici sono stati sanzionati per aver fatto il loro lavoro. Siamo stati anche in Libano, in Siria, in Giordania e in Turchia. Io ho provato a stimolare il mio gruppo a prendere una posizione netta e ferma e ci siamo riusciti. La posizione del Movimento 5 Stelle a riguardo è chiara e forte: stop ai rapporti con Israele, stop al riarmo, riconoscimento dello stato di Palestina e sì alle sanzioni. Abbiamo chiesto la sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele e che ci sia un supporto concreto per i palestinesi che sono in Italia. Abbiamo chiesto a questo governo di essere umano e di smetterla di sostenere Israele: il vice-ministro Salvini ha ricevuto un premio per il rapporto massimo che ha con Tel Aviv. Noi vogliamo sostenere tutto quello che viene chiesto dai palestinesi stessi e vogliamo aiutarli a ritornare a casa. Pretendiamo il rispetto delle decisioni della Corte Internazionale che ha più volte affermato che queste occupazioni sono illegali e i coloni criminali devono lasciare i territori palestinesi. Bisogna fare di più, certo. Ma questo governo deve andare a casa perché ha dimostrato che sta dalla parte sbagliata della storia. Il prossimo governo, e spero che il mio gruppo politico ne farà parte, deve prendere decisioni ferme e ascoltare il popolo italiano che chiede la pace e il rispetto dei diritti umani. Perché tutti e tutte noi siamo palestinesi.”

 

“Criticare Israele non è antisemitismo ma è un dovere giuridico, morale e sociale. Significa restare umani” hai detto durante la discussione in aula sul Ddl antisemitismo. Cosa può fare il Movimento 5 Stelle per contrastare l’approvazione del cosiddetto Ddl antisemitismo?

“Noi ci siamo opposti in tutte le sedi: nella commissione affari istituzionali, dentro e fuori dal parlamento, siamo stati più volte nel presidio permanente che è fuori da Montecitorio, siamo stati in tutte le piazze italiane, abbiamo fatto interventi via social e comunicati stampa per far conoscere a tutti il vero intento di questo disegno di legge che è contro i palestinesi e a favore del sionismo. Non possiamo confondere l’anti-semitismo e l’anti-sionismo: il primo è l’attacco all’ebreo in quanto ebreo, il secondo un’idea criminale e suprematista. È il male assoluto perché appoggia l’idea di Netanyahu di creare la grande Israele: per farlo ha aperto più di 7 fronti di guerra. E questo governo, appoggiando questa legge, sta rendendosi complice. Se questa legge venisse approvata, noi non potremmo fare quest’intervista oggi. Un insegnante non potrebbe più parlare di Palestina ai suoi alunni. Questa norma adotta non solo l’attacco all’ebreo in quanto ebreo, ma l’attacco all’istituzione: la possibilità, quindi, di criticare il governo di Israele quando commette un genocidio. Io la definisco una norma razziale e pro-apartheid. Noi possiamo continuare a informare e, nel momento in cui cambia il Governo, intervenire per fermare questa deriva.”

 

Pochi giorni fa hai espresso la tua solidarietà a Cosimo Pederzoli e a Maria Elena Delia, i cui nomi sono stati inseriti in un rapporto del governo israeliano con l’accusa di promuovere attività antisemite. Hai depositato un’interrogazione parlamentare al governo chiedendo di chiarire se vi siano stati scambi di informazioni tra autorità italiane e israeliane e se siano state impiegate tecnologie di sorveglianza dei e delle manifestanti. Che risposta, se c’è già stata, hai ottenuto dal governo? E se non c’è stata, che risposta ti attendi?

“Non c’è stata risposta e ritengo il fatto gravissimo: sono stati sanzionati cittadini e cittadine che liberamente sono scesi in piazza, per non voltare lo sguardo al genocidio che sta subendo il popolo palestinese. E un altro Stato, con una violenta ingerenza, si permette di schedarli. È un fatto aberrante e ho chiesto che il governo italiano intervenga. A quale scopo vengono schedati? Perché? Come si permette uno Stato a incidere e intervenire su un altro Stato sovrano? Insisterò affinché ci sia una risposta, che dovrebbe essere chiamare immediatamente l’Ambasciatore israeliano e insistere affinché questo registro venga cancellato. È un’ingerenza intollerabile ed è un reato sia contro la privacy sia contro la libera manifestazione.”

 

Qualora alle prossime elezioni si riuscisse a realizzare una maggioranza alternativa a quella oggi al governo, saresti disposta, insieme al M5S ad un impegno per l’immediata abrogazione del ddl1004 e per concretizzare le proposte già fatte proprie dalle forze oggi d’opposizione in parlamento? Quali punti considereresti prioritari in merito alla questione palestinese?

“Le norme fasciste introdotte dall’attuale Governo vanno cancellate. Non solo il Ddl anti-semitismo, ma anche tutti i decreti sicurezza che, di fatto, attaccano le piazze che ci sono state a sostegno di Gaza. Vogliono inserire la censura, vogliono cancellare chiunque la pensi diversamente non solo da loro, ma anche da Israele e dagli Stati Uniti, visto che siamo servi di questi due stati. Tutti i punti che abbiamo detto devono essere abrogati in rispetto della pace. È da quattro anni che la guerra tra Russia e Ucraina va avanti e non c’è ancora una mediazione: così si alimentano le guerre e i produttori di armi. L’obiettivo non è portare la democrazia e non è sradicare il terrorismo, ma è arricchire le multinazionali e chi produce, alimentando quel complesso militare industriale che porta a un riciclo dei soldi delle tasse dei cittadini europei e americani per finanziare il business della guerra. E questo non si può dire: Julian Assange dopo aver svelato i reali fini delle guerre dei potenti del mondo è stato 5 anni nel carcere più duro del Regno Unito. Un governo che rappresenta i cittadini e le cittadine deve fermare la guerra e lavorare per la pace.”

 

Resterà, per ottenere risultati, importante ricostruire un ampio e plurale movimento di piazza che ritrovi la sua forza di massa?

“Assolutamente. Io, prima di tutto, sono un’avvocata e credo tanto nel diritto e nella giustizia. Credo nella pace. Io, sia dentro sia fuori dal Parlamento, mi batterò per il rispetto dei diritti dell’umanità, perché bisogna sempre mettersi nei panni dell’altro: quando ti ci metti e capisci cosa vive, ti fermi. E cominci a usare parole di umanità, di rispetto e di pace. E, soprattutto, cominci a creare una rete per costruire la pace”.

Camilla Costantini

I principali attori dell’Occidente continuano a investire nell’escalation

 

di Laura Ruggeri

 

Andrei Ilnitsky, esperto militare e membro del Consiglio per la politica estera e di difesa della Russia, scrive: ll crescente livello di retorica aggressiva di un’Europa che si militarizza e che intende fare la guerra alla Russia, e l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, vengono percepiti come assurdi. Ma se si “cambia l’ottica”, diventa evidente che in questo “teatro del caos e dell’assurdo” regnano il calcolo pragmatico e il razionalismo.

Mentre i mercati mondiali calcolano i costi del crescente scontro geopolitico, i principali attori dell’Occidente continuano a investire nell’escalation. La spesa militare mondiale complessiva, secondo le stime del SIPRI, nel 2025 ha raggiunto i 2,72 trilioni di dollari — un aumento del 9,4% in un anno, il massimo dai tempi della Guerra Fredda.

I classici appaltatori della difesa statunitensi — Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, General Dynamics, Boeing — hanno da tempo imparato a convertire l’incertezza in un portafoglio di ordini.

A questo drago militare-industriale che sferraglia sta crescendo una nuova “testa” — quella digitale: i beneficiari della “razionalizzazione dell’assurdo” stanno diventando i giganti dell’IT e le aziende tecnologiche, per le quali gli ordini e gli sviluppi militari hanno cessato di essere periferici: le voci di bilancio “difesa, intelligence, sicurezza” si sono trasformate in un mercato separato ad alto margine. Le multinazionali dell’IT, da fornitori di servizi a duplice uso, stanno diventando partecipanti a pieno titolo ed estremamente interessati ai conflitti militari, e operano anche sul territorio dell’Ucraina.

Eric Schmidt — ex CEO di Google e sponsor di Donald Trump, le cui aziende sviluppano e forniscono a Kiev sofisticati droni con IA, come l' “Hornet”, ha recentemente dichiarato: “Il principale vantaggio dell’Ucraina era la sua capacità di adattarsi e innovare. Questo vantaggio si sta rapidamente esaurendo. Ora la Russia combina la sua potenza militare con le proprie innovazioni. Perciò l’Occidente deve trattare l’industria della difesa ucraina come parte della propria, producendo armi congiuntamente, eliminando i colli di bottiglia nelle forniture e garantendo che i comandanti ucraini non debbano mai limitarsi nella scelta degli obiettivi…”

Palantir è diventata uno dei principali destinatari dei budget statunitensi e della NATO per l’analisi e le informazioni in tempo reale — cioè per l’infrastruttura dell' “ escalation”. La piattaforma Dataroom di Palantir per l’addestramento dell’IA è integrata dal 2026 nel circuito di comando ucraino delle Forze Armate dell’Ucraina. Il sistema MetaConstellation è attivamente utilizzato dai militari ucraini — combina informazioni da satelliti commerciali, sensori e droni in un’unica immagine operativa.

Microsoft ha ricevuto un ordine nell’ambito della linea IVAS. Le capacità cloud di Amazon (AWS) sono legate al dipartimento della difesa, e le unità segrete di AWS servono la comunità dell’intelligence. OpenAI ha concluso un contratto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e il programma Project Nimbus di Google è utilizzato per scopi militari in Israele.

L’elenco potrebbe continuare. Decine di startup sono sorte attorno a droni, comunicazioni satellitari e cybersicurezza. Tutte beneficiano dell'escalation che loro stesse rendono possibile. La militarizzazione dell’IT per loro è una scelta strategica e un mercato altamente redditizio.

Recentemente l’amministrazione Trump ha annunciato due iniziative che hanno avuto risonanza: piani per creare una “Forza IA” (AI-Force) e il riconoscimento ufficiale del dispiegamento di armi nello spazio. Siamo arrivati alla soglia della guerra ibrida tecnologica. Perché il modello di business dell’escalation domina in modo così stabile? Il complesso militare-industriale statunitense e l’ala della difesa del settore IT sono legati al bilancio statale attraverso contratti a lungo termine che garantiscono flussi di cassa prevedibili, margini elevati e risorse di lobbying. Qualsiasi uscita dall’escalation significa per loro un taglio del portafoglio. Anche le élite politiche ricevono i loro dividendi: gli ordini della difesa come lobbying imprenditoriale, e la “minaccia esterna russa / iraniana / cinese” come giustificazione universale per i fallimenti economici, il crescente deficit di bilancio e il taglio dei programmi sociali.

La “strategia dell’assurdo” si traduce in una rendita stabile: il preventivo di questa follia è già stato redatto da coloro che ci guadagnano.

Le due perle alla BBC del ministro Crosetto sull'Ucraina

 

di Marinella Mondaini

 

Perla n.1

«La maggioranza dei cittadini italiani è contraria agli aiuti all’Ucraina, ha ammesso il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto in una recente intervista alla BBC. Ma ai vertici del Paese non importa assolutamente nulla. Questo è ciò che Crosetto ha fatto ben intendere.

"La maggioranza dei nostri cittadini, anche sotto l’influenza di fattori esterni (chissà quali, ma lui insinua l'"influenza russa), ovviamente è contraria agli aiuti all’Ucraina. È difficile spiegare alla gente che è necessario aiutare quel Paese a resistere e che tale aiuto non significa affatto opporsi alla pace. Noi stessi vorremmo che la pace arrivasse già domattina"

"E, cosa più importante, - rivela senza un minimo di vergogna Crosetto, non ci si può far influenzare dall’opinione pubblica quando si ritiene che la società abbia torto"

Abbiamo già fornito 12 pacchetti di aiuti e, probabilmente, entro la fine dell’anno potremo stanziarne un altro".

Il governo italiano quindi se ne frega altamente di ciò che pensa il popolo. Ma questi politicanti, o meglio, commercianti, dovrebbero pensare che mangiano alle spalle del popolo, che li mantiene.

Mantenere con armi e soldi un governo nazista di un paese che nemmeno fa parte dell'UE e mettersi in guerra contro la Russia è contro la Costituzione Italiana. Se la classe dirigente italiana si preoccupasse almeno di salvare la faccia, dovrebbero fare la cosa più democratica in un Paese civile: indire un referendum per permettere al popolo italiano di decidere e poi rispettare la sua volontà. E invece no. Se ne fregano altamente questi traditori.

 

Perla n.2

L’Ucraina non potrà mai vincere la guerra — il ministro della Difesa italiano Crosetto.

Il mio obiettivo è garantire la sopravvivenza dell’Ucraina e ottenere la fine della guerra.

Quando qualcuno in Italia diceva: «L’Ucraina vincerà la guerra», alcuni pensavano che l’Ucraina volesse sconfiggere la Russia. No. Che Zelenskyy entri praticamente a Mosca con la bandiera ucraina. No, no.

Per l’Ucraina, la vittoria significa che la Russia se ne andrà, smetterà di sganciare bombe e l’Ucraina tornerà a essere un Paese che può vivere liberamente e avere un futuro.

È proprio questa la vittoria che tutti vorremmo ottenere per l’Ucraina"

Questa è un'altra "perla" di Crosetto, che manipola l'idea di "vittoria" dell'Ucraina e sconfitta della Russia sul campo di battaglia.

Come si cambia, vero, ipocriti?? Quando la volpe non riesce ad arrivare all'uva ...

Foreign Affairs - L’asse della resistenza agli USA diventa una rete geopolitica globale

Per decenni, uno dei principali vantaggi geopolitici degli Stati Uniti è stato rappresentato dalla loro rete globale di alleanze, basi militari e accordi di cooperazione. Un sistema che ha permesso a Washington di proiettare la propria potenza su scala mondiale, condividendo informazioni d’intelligence, tecnologie e capacità militari con partner/vassalli distribuiti in Europa, Medio Oriente e Asia. Oggi, tuttavia, questo vantaggio non appare più così incontrastato.

Come osserva Foreign Affairs, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno trasformando le loro relazioni bilaterali in una rete di cooperazione sempre più articolata, capace di rafforzare ciascun membro e di ridurre l’efficacia delle pressioni statunitensi.

La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo. Teheran ha fornito a Mosca droni, Pyongyang munizioni, missili balistici e truppe, mentre Pechino ha garantito alla Russia un importante sostegno economico e tecnologico, attraverso l’acquisto di petrolio e la fornitura di componenti indispensabili alla produzione militare. In cambio, Mosca ha condiviso tecnologie ed esperienze maturate sul campo di battaglia, contribuendo a migliorare le capacità militari dei propri partner.

La novità è che questa collaborazione non si limita più a sostenere la Russia nella guerra per procura mossa dall’Occidente collettivo contro Mosca. Le conoscenze acquisite in Ucraina circolano all’interno della rete, alimentando l’evoluzione di droni, sistemi di navigazione e tattiche operative. Un processo che potrebbe avere conseguenze dirette anche in Medio Oriente, dove l’Iran beneficia del sostegno tecnologico e informativo di Mosca e Pechino.

Secondo la ricostruzione di Foreign Affairs, la Cina avrebbe fornito immagini satellitari utili a individuare obiettivi militari statunitensi, mentre la Russia avrebbe condiviso informazioni d’intelligence con Teheran, contribuendo alla precisione degli attacchi contro installazioni USA e alleate. Entrambe le potenze, tuttavia, hanno evitato di entrare direttamente in guerra contro Washington. La loro strategia consiste nel rafforzare le capacità iraniane senza assumersi i rischi di uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti.

È proprio questa flessibilità a rendere più difficile contrastare la cooperazione tra i quattro Paesi. Non serve che tutti combattano sullo stesso fronte: il sostegno diplomatico, economico, tecnologico e militare può produrre effetti strategici rilevanti anche senza un intervento diretto.

Nel frattempo, Washington rischia di compromettere uno dei suoi principali punti di forza. Le pressioni esercitate sugli alleati, le politiche protezionistiche e l’approccio dell’amministrazione Trump hanno alimentato tensioni con partner tradizionali. Alcuni governi si sono mostrati riluttanti a sostenere le operazioni statunitensi, mentre altri hanno negato, almeno temporaneamente, specifiche forme di accesso militare.

Il paradosso è evidente: mentre Russia, Cina, Iran e Corea del Nord imparano a mettere in comune le proprie risorse per resistere alle sanzioni e alle pressioni occidentali, gli Stati Uniti rischiano di indebolire la coesione della rete internazionale sulla quale hanno costruito la propria superiorità.

La cooperazione tra questi quattro Paesi, inoltre, produce vantaggi che vanno oltre il teatro di guerra nel quale si sviluppa. Le difficoltà USA in Medio Oriente, per esempio, hanno imposto lo spostamento di importanti risorse militari dall’Indo-Pacifico, creando maggiori margini di manovra per la Cina. Allo stesso modo, le conseguenze economiche dei conflitti possono offrire nuove opportunità alla Russia, anche attraverso l'aumento dei prezzi energetici e le temporanee modifiche alle restrizioni sul suo petrolio.

Non si tratta, dunque, soltanto di un’alleanza contro gli Stati Uniti, ma di un sistema di relazioni che consente ai suoi membri di compensare le rispettive debolezze e sfruttare le difficoltà dell’avversario. La capacità di trasformare risorse nazionali separate in una forza collettiva sta diventando un elemento decisivo della competizione internazionale.

Il punto centrale è che la superiorità militare ed economica USA non garantisce automaticamente la vittoria strategica. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse considerevoli e di una rete di alleanze molto più estesa. Ma la loro efficacia dipende dalla capacità di mantenere la fiducia dei partner e di coordinare le rispettive forze.

La sfida che emerge è quindi più profonda di un semplice confronto tra potenze. È una competizione tra reti geopolitiche, nella quale contano non soltanto le risorse disponibili, ma anche la capacità di condividerle, adattarsi e sostenersi reciprocamente. E mentre Washington continua a fare affidamento sulla propria superiorità tradizionale, i suoi avversari stanno imparando a trasformare la cooperazione in uno strumento concreto per ridimensionarla. In un mondo sempre più multipolare questo è un aspetto fondamentale.

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