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Blocchi e proteste, anche la pasta inizia a scarseggiare. Produttori in attesa che arrivi la semola da Puglia e Sicilia: “Il governo trovi ora una soluzione”

20 October 2026 at 19:06

Il pastificio La Molisana di Campobasso ha ridotto drasticamente l’attività, Cosimo Rummo, amministratore dell’omonimo pastificio di Benevento aveva parlato già una settimana fa di “conseguenze non più sostenibili” e oggi lo stabilimento è fermo. Anche Garofalo ha fermato la produzione sabato, 18 ottobre. “Siamo ripartiti solo questa mattina (20 ottobre, ndr) con il 40 per cento della produzione e non riusciamo ancora a consegnare. Ora aspettiamo e speriamo che la situazione si sblocchi quanto prima” racconta a ilfattoquotidiano.it Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Lucio Garofalo. La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori mette in crisi la produzione della pasta, nel paese per cui questo alimento è rito quotidiano e identità nazionale insieme. Accade perché la produzione ha una particolare geografia e necessita di passaggi fondamentali che, in questi giorni, stanno incontrando diversi ostacoli. La Puglia è considerata la vera capitale del grano duro, coprendo circa il 25 per cento della produzione complessiva (alcune stime arrivano al 30%), in particolare è il Tavoliere delle Puglie, la provincia di Foggia, l’area di maggiore coltivazione. Se in Puglia, infatti, ci sono circa 340mila ettari coltivati, solo in quell’area ce ne sono più di 183mila. La seconda regione è la Sicilia, con un’altra fetta (tra il 18% e il 20%) della produzione nazionale che arriva da circa 320mila ettari coltivati. E dato che la protesta dei camion dei trattori ha bloccato prima queste due regioni (coinvolgendo tutto il Sud) si capisce perché il settore è particolarmente colpito da quanto sta avvenendo.

Da Claai Calabria a Garofalo, vicinanza per le ragioni della protesta

In queste ore, manifesta tutta la sua preoccupazione anche Giuseppe Bellamena, presidente del settore panificazione della Claai (Confederazione libere associazioni artigiane italiane) di Reggio Calabria che, però, esprime vicinanza alla protesta: “Oggi le nostre aziende non sono più in grado di andare avanti a queste condizioni. Il governo deve intervenire immediatamente con misure straordinarie per calmierare e abbassare in modo strutturale i costi di luce, gas e carburanti. Esprimiamo piena vicinanza allo sciopero degli agricoltori e degli autotrasportatori. Come panificatori Claai siamo pronti e favorevoli a far fronte comune e a scendere in piazza per uno sciopero regionale”. Vicinanza alle ragioni della protesta manifesta anche Massimo Menna: “Non potrebbero essere altrimenti, dato che i nostri rapporti contrattuali con il settore sono legati al costo del carburante, quindi comprendiamo la situazione”. La protesta di un settore, ne danneggia un altro. “Sì, ma capiamo le ragioni. Ci si poteva muovere anche prima, per esempio incontrando subito gli autotrasportatori. Ci siamo resi conto giorni fa – aggiunge l’amministratore delegato del Pastificio Garofalo – di quali potessero essere i rischi dei blocchi. Ad oggi, però, l’importante è trovare una soluzione tempestiva che, almeno per il momento, se non strutturale possa almeno dare ossigeno. E voglio sottolineare anche la disponibilità e la collaborazione che in questi giorni abbiamo trovato da parte dei nostri fornitori”.

La geografia della produzione del pane che ora fa fermare le produzioni

Anche quelli di Garofalo sono per la maggior parte in Puglia. Per capire cosa sta avvenendo in queste ore, infatti, al dato sulle coltivazioni di grano duro è necessario aggiungere il racconto di ciò che avviene al grano coltivato. Perché per ogni passaggio, in queste ore, rappresenta un problema insormontabile. Primo: la semola di grano duro, quella tradizionalmente utilizzata per la pasta, si coltiva soprattutto in Puglia e Sicilia, quindi spesso a diversi chilometri di distanza dagli stabilimenti di produzione che, per esempio, ci sono in Campania o in Molise. E già questo sarebbe un ostacolo. Secondo problema: se il grano duro in chicchi è una materia prima resistente e può essere stoccato nei silos dei mulini per molti mesi senza perdere le sue proprietà nutrizionali e tecnologiche, discorso diverso vale per la semola (il prodotto della macinazione del grano). Una volta che il chicco viene spezzato e ridotto in sfarinato, infatti, entra a contatto con l’ossigeno e questo avvia un processo rapido di ossidazione e degradazione enzimatica. Per produrre una pasta secca di alta qualità, quindi, la semola deve essere idratata e impastata quasi subito, idealmente entro 24 ore dalla macinazione. Terzo: non tutti i pastifici hanno molini propri. Ergo: il mulino, che magari si trova in Puglia o in Sicilia, deve smettere di macinare perché non può spedire la semola fresca e non ha senso accumularla nei silos, perché andrebbe comunque a male. E così, non ricevendo la semola fresca entro le 24 ore dalla macinazione e una volta esaurite le scorte, i pastifici in Campania (e non solo) sono costretti a spegnere le linee di produzione, anche se a pochi chilometri di distanza ci sono silos stracolmi di grano intatto. Sette impianti molitori, in particolare, si trovano presso la sede centrale del Gruppo Casillo, a Corato, nel Barese.

I pastifici costretti a ridurre o fermare la produzione

A parte la Barilla, che ha diversi stabilimenti anche al Nord e a Pedrignano (Parma) c’è lo stabilimento storico con un grande mulino e il pastificio più grande del mondo, i principali produttori di pasta del Paese si trovano quasi tutti al Sud. Alcuni pastifici, come De Cecco, sono autosufficienti per i mulini, mentre altri – come Garofalo e Rummo – non lo sono e dipendono proprio dai camion che portano la semola fresca da Puglia e Sicilia. Come ha raccontato a La Repubblica Cosimo Rummo, amministratore delegato dell’omonimo pastificio, la produzione è stata interrotta dal 13 ottobre (“non arrivano camion né cisterne e abbiamo finito le scorte)”. La Molisana, invece, che ha sede a Campobasso è autosufficiente perché ha dei mulini di proprietà, ma lo è solo per metà produzione. L’azienda ha già ridotto drasticamente l’attività a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e degli imballaggi, oltre che dei problemi nella distribuzione del prodotto finito. Perché il problema riguarda sia l’arrivo delle forniture necessarie alla lavorazione e al confezionamento della pasta, sia l’impossibilità di spedire regolarmente la merce prodotta, con il rischio di esaurire gli spazi di stoccaggio. L’azienda ha confermato che lo stabilimento è ancora operativo, ma lavora a ritmi sensibilmente ridotti, utilizzando le scorte disponibili nei magazzini. Se i blocchi dei trasporti dovessero proseguire, la produzione potrebbe fermarsi completamente nel giro di pochi giorni. Si parla dei brand più venduti, stando ai dati di report di settore che includono non solo le vendite nella grande distribuzione, ma anche i canali di Food Service/Horeca, ossia ristorazione, hotel e catering, oltre che la vendita al dettaglio. La geografia della produzione di pasta è ben nota agli addetti ai lavori ed è proprio per questo che, nei giorni scorsi, il presidente di Italmopa, l’associazione che rappresenta l’industria molitoria nazionale, aveva scritto non solo al prefetto di Foggia, Antonio Giannelli, ma anche al ministro degli Interni, Matteo Piantedosi “per segnalare la situazione di assoluta emergenza derivante dal blocco spontaneo e non autorizzato dei mezzi pesanti attualmente in corso sul territorio pugliese”. Sono passati giorni, ma la protesta di camion e trattori sembra essere finita in agenda solo quando non è stato più possibile girarsi dall’altra parte.

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Pomodori, peperoni, melanzane e uva: la protesta degli autotrasportatori contro il caro gasolio svuota gli scaffali anche a Roma

20 October 2026 at 12:20

Gli effetti della protesta di autotrasportatori e agricoltori del Sud contro il caro carburanti iniziano a farsi sentire anche nei supermercati della Capitale. I blocchi stradali stanno mettendo sotto pressione l’intera filiera ortofrutticola. L’incertezza sui tempi di percorrenza e gli alti costi operativi stanno innescando una reazione a catena che impedisce alle aziende agricole di spedire le merci deperibili e minaccia il regolare arrivo di prodotti freschi sui mercati. Il risultato è che sul mercato romano sono sempre più evidenti le mancate consegne di alimenti cruciali provenienti dal Mezzogiorno, come peperoni, melanzane, uva da tavola e pomodori.

L’allarme è lanciato dall’ultima rilevazione dell’Osservatorio Car – Centro Agroalimentare Roma, che segnala una crescente criticità negli approvvigionamenti ortofrutticoli destinati alla Capitale. L’emergenza, testimoniata già alcuni giorni in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, si sta ora estendendo anche nel Lazio. Non solo carenze di prodotti, ma anche tensione sui prezzi all’ingrosso, in crescita a causa della scarsità. I pomodori siciliani Ciliegini e Piccadilly vengono venduti a quotazioni superiori a 5 euro/kg, mentre i Datterini rossi raggiungono i 7,50 euro/kg. Per compensare questi vuoti d’offerta, si registra un forte aumento delle importazioni, con pomodori tondi a grappolo dall’Albania venduti intorno ai 2 euro/kg e peperoni dalla Spagna a 3,80 euro/kg, alternative economicamente rilevanti ma che faticano a sostituire pienamente il prodotto a chilometro zero per i consumatori attenti alla filiera italiana.

A contenere parzialmente gli effetti di questo blocco logistico intervengono le produzioni locali di Lazio e Abruzzo con ortaggi a foglia, pomodori, melanzane e zucchine, che continuano a garantire una parte dell’offerta pur con quotazioni già elevate a causa dei danni del caldo estivo. Tuttavia, si legge, un prolungamento delle proteste per il caro carburanti rischia di generare perdite economiche incalcolabili per i produttori del Sud, costretti a perdere i raccolti, e di scaricare ulteriori rincari sulla spesa alimentare dei cittadini romani. La distribuzione si trova oggi di fronte alla complessa sfida di mantenere la continuità delle forniture bilanciando disponibilità, qualità e convenienza economica.

“Tutela dei produttori e dei consumatori restano due obiettivi inseparabili. Dobbiamo salvaguardare l’equilibrio della filiera, garantendo alle aziende agricole la possibilità di vendere i propri prodotti e alle famiglie l’accesso a prodotti freschi e di qualità a prezzi sostenibili”, sottolinea il presidente del Car, Valter Giammaria. “Non possiamo permettere che la crisi logistica e il caro carburanti pesino in modo incontrollato sulle tavole dei romani. Il nostro ruolo oggi è agire da scudo, monitorando i listini per garantire la tenuta degli scambi commerciali e provare ad arginare sul nascere ogni pressione sui prezzi, difendendo la spesa delle famiglie” commenta il direttore generale, Fabio Massimo Pallottini.

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Scaffali sguarniti e corsa all’acquisto nei supermercati: è l’effetto della protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori nel Sud. “Situazione insostenibile”

19 October 2026 at 15:21

La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori ha svuotato gli scaffali dei supermercati. Tra il 17 e il 18 ottobre i delegati di Consumerismo No Profit hanno documentato con foto e video la situazione in nove punti vendita e mercati di sette regioni, registrando in Sicilia (Catania), Calabria (Scalea), Puglia (Cerignola), Campania (Mercogliano) e Lazio (Sora, Cassino, Fabrica di Roma) banchi vuoti o semivuoti di frutta e verdura fresche, carne, salumi e latticini, e in un caso del banco del pesce. Ma le città coinvolte sono molte di più: in Sicilia, la regione più colpita, diverse segnalazioni arrivano dalle province di Trapani, Messina, Palermo, Agrigento, dove si è scatenata una vera e propria corsa all’acquisto e dal Trapanese, in Campania ci sono banchi di frutta e verdura completamente vuoti in diversi quartieri di Napoli, così come scaffali sguarniti nei supermercati nelle province di Caserta e Salerno. In Puglia, i presidi stanno rallentando drasticamente le consegne nei supermercati, in diverse aree della provincia di Foggia e scaffali vuoti si segnalano anche a Campobasso, in Molise. “Il problema non riguarda più solo il Sud: lo vediamo già nel Lazio, e al Nord comincia a farsi sentire sui prezzi” ha spiegato Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo No Profit. La situazione potrebbe sbloccarsi in vista o in concomitanza con l’incontro organizzato a Milano dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ma il condizionale è d’obbligo. In alcuni supermercati della Campania si segnala l’arrivo di tir con alcuni prodotti che mancavano, ma per il momento la situazione resta critica.

I primi segnali nella Capitanata, in Puglia

Le prime foto sui social, in cui si vedevano scafali su scaffali completamente vuoti, sono state quelle che arrivavano dalla provincia di Foggia, nei comuni di Cerignola a San Severo. Hanno iniziato a scarseggiare farina, uova, latte e prodotti ortofrutticoli. A Foggia, pollo, latticini e pane. Una situazione disastrosa, con cittadini che davano l’allarme su ciò che stava accadendo, tanto da spingere il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, a scomodarsi per scrivere in un post: “Manifestare è lecito e degno di rispetto… Bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato”. Ma domenica, dopo giorni di protesta, i manifestanti hanno chiarito che il presidio principale di Poggio Imperiale, proprio davanti al casello dell’A14, non sarebbe stato smantellato. Non senza delle risposte concrete.

Scaffali vuoti in Sicilia: segnalazioni da tutte le province

In Sicilia, dove al momento c’è la situazione più critica, dovrebbe concludersi alla mezzanotte del 20 ottobre il fermo dei tir proclamato dal Comitato Trasportatori Siciliani (Cts) che, attraverso il portavoce Salvatore Bella, ha chiesto una riduzione del costo del carburante di 30-40 centesimi al litro. In attesa dell’incontro con il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, però, il Comitato ha annunciato la ripresa del trasporto di frutta e verdura attraverso lo Stretto di Messina, per evitare che la merce possa deteriorarsi. Il problema riguarda soprattutto l’uva, ma il Consorzio di trasporti Aias di Catania ha contestato quest’apertura. Nel frattempo, però, in Sicilia sono state e sono giornate complicate. Le prime difficoltà si sono registrare nei supermercati delle province di Trapani e Messina. Ad Agrigento, a peggiorare la situazione è stata la caccia agli acquisti nell’incertezza delle prossime consegne. Come riportato da La Sicilia, invece, nel Ragusano le maggiori criticità riguardano i cosiddetti prodotti ‘freschissimi’, ossia latticini e formaggi freschi che vengono prodotti prevalentemente nel Nord Italia, ma anche le carni, in particolare quelle bovine provenienti da Emilia-Romagna e Lombardia.

In Campania, tra gli allarmi e la speranza di un ritorno alla normalità

Le ultime ore in Campania sono difficili da credere e da raccontare. I camionisti hanno bloccato già da qualche giorno le operazioni di carico e scarico delle derrate alimentari dai magazzini di catene della grande distruzione alimentare nell’area industriale di Carinaro, nel Casertano. E così, sugli scaffali dei supermercati sono iniziati a scarseggiare i prodotti, in particolare gli alimenti freschi. I primi scaffali semivuoti sono sono stati segnalati proprio nel Casertano e nel Salernitano, soprattutto nei reparti di frutta e verdura. Sulla situazione è intervenuto anche il deputato di Forza Italia, Francesco Maria Rubano, che definisce “gravissimo quanto sta accadendo a Carinaro”. E si chiede: “Chi c’è dietro questa protesta? Bisogna chiarire immediatamente chi la organizza e verificare se ci sia un disegno volto a provocare carenze di prodotti e a far salire i prezzi”. Solo che le cause non sono un mistero, sono collegate alle proteste e ai blocchi a loro volta dovute anche all’aumento del prezzo dei carburanti e questo Rubano non può non saperlo. “Nei supermercati di Napoli e in Campania entro un paio di giorni non ci sarà nulla, nessun prodotto fresco. I prodotti non arrivano più da venerdì”. Ha detto il presidente di Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, dopo aver preso parte a un tavolo alla Prefettura di Napoli, con l’ascolto delle istanze delle associazioni di categoria, mentre nella regione gli autotrasportatori hanno bloccato autostrade e strade statali per il caro carburanti. E ha raccontato: “Abbiamo registrato la preoccupazione delle catene di supermercati con gli scaffali pieni solo al 50%, la frutta e la verdura non sono arrivate questa mattina. Se non arriveranno a destinazione i tir con le merci, tra qualche giorno non ci sarà più nulla da vendere come prodotti freschi”. Anche il presidente di Confesercenti sarà al tavolo per l’incontro con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. Nel frattempo, si segnala in alcuni supermercati l’arrivo di alcuni rifornimenti, ma la situazione è tuttora incerta.

Gli appelli di Confcommercio e Confagricoltura

Proprio dalla Campania arrivano gli appelli di Confcommercio, da un lato e Confagricoltura, dall’altro. “È una situazione che, se dovesse protrarsi, rischierebbe di compromettere la regolare disponibilità dei prodotti, causando danni economici alle imprese e ulteriori disagi ai consumatori” ha scritto in una nota il vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo parlando degli effetti del blocco dei tir. Ma le preoccupazioni sono anche nelle parole di Confagricoltura. “Siamo al fianco dei trasportatori e riconosciamo le ragioni delle loro proteste, ma non possiamo ignorare le pesanti conseguenze che questa situazione sta causando alle aziende agricole. Dopo una stagione già difficile sul fronte climatico, oggi migliaia di prodotti rischiano di rimanere bloccati nelle aziende e andare perduti, mentre gli scaffali dei supermercati rischiano di restare vuoti” ha detto in queste ore il presidente di Confagricoltura Campania, Fabrizio Marzano, che richiama l’attenzione soprattutto sulle produzioni ortofrutticole. “Sono frutto di mesi di lavoro e investimenti – spiega – che rischiano di finire sprecate a causa dell’impossibilità di raggiungere i mercati. È una situazione paradossale, si rischia di buttare cibo mentre i consumatori potrebbero non trovarlo sugli scaffali. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le aziende del Sud Italia, penalizzate rispetto ai concorrenti del Nord e di Paesi come Francia e Spagna, dove le merci continuano a viaggiare regolarmente”.

Gli appelli delle associazioni

Una situazione “insostenibile” commenta Giovanni Bellissima, presidente dell’Adoc, l’Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori, secondo cui è prevedibile “un ulteriore svuotamento dei carrelli della spesa in quanto non arriva né frutta, né verdura né carne. E chi ne farà le spese saranno solo i consumatori”. E chiede al Governo meloni “interventi immediati, a stretto giro. Non c’è più tempo: che siano interventi strutturali, non provvedimenti una tantum o tappabuchi”. Consumerismo chiede al Garante per la sorveglianza dei prezzi di vigilare su eventuali rincari ingiustificati. “Se il Governo non agisce con tempestività – dice il presidente Gabriele – il rischio concreto è che i disagi si trascinino per settimane, fino alle festività natalizie. Per il fresco, il prodotto non raccolto o non pescato oggi non si recupera domani. Servono risposte ora, non a crisi esplosa”.

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