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Scoperta una nuova cometa dal telescopio spaziale Euclid dell’Agenzia Spaziale Europea

20 October 2026 at 10:12

Il telescopio spaziale Euclid dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha individuato una nuova cometa a circa 1,3 miliardi di chilometri dalla Terra, rivelando un oggetto celeste il cui viaggio lungo la propria orbita richiede migliaia di anni per essere completato. Denominata C/2026 S1 (Euclid), la cometa rappresenta la prima scoperta di un corpo cometario precedentemente sconosciuto attribuita alla missione europea, concepita principalmente per studiare le galassie lontane.

La scoperta assume un significato particolare proprio per la natura dello strumento che l’ha resa possibile. Euclid, infatti, non è stato progettato per osservare gli oggetti del Sistema solare, bensì per esplorare le regioni più remote dell’Universo. Eppure, durante le sue osservazioni, il telescopio è riuscito a individuare un nuovo membro della popolazione cometaria, dimostrando come una missione dedicata allo studio delle strutture cosmiche su larga scala possa contribuire anche all’identificazione di oggetti molto più vicini a noi.

A individuare la cometa è stato Mikko Pöntinen, dell’Università di Helsinki, insieme al gruppo di ricerca sugli oggetti del Sistema solare del consorzio Euclid. La scoperta è stata successivamente confermata l’8 ottobre dal Minor Planet Center dell’Unione Astronomica Internazionale, che ha riconosciuto ufficialmente l’oggetto con la denominazione C/2026 S1 (Euclid).

Le osservazioni sono state effettuate tra il 16 e il 24 settembre 2026, nell’ambito della missione Euclid Deep Field North. In questo intervallo di tempo, la sonda ha raccolto immagini della cometa mentre si spostava rispetto allo sfondo celeste, consentendo di ricostruirne l’aspetto attraverso una successiva elaborazione delle esposizioni.

L’immagine composita diffusa per documentare la scoperta è il risultato dell’allineamento e della combinazione di otto esposizioni nel visibile, ciascuna della durata di 89,5 secondi. Il procedimento ha permesso di ottenere una rappresentazione più nitida della cometa in movimento, isolandola dagli elementi estranei presenti nelle singole immagini. Le regioni contaminate sono state mascherate e gli oggetti di sfondo rimossi, così da lasciare visibile soltanto la cometa con la nube che la circonda.

Questa nube, composta da polvere e gas, è chiamata chioma nella terminologia astronomica dedicata alle comete. La sua presenza costituisce uno degli elementi distintivi dell’oggetto e rende possibile osservare non soltanto il corpo cometario, ma anche il materiale che forma l’involucro diffuso attorno a esso.

Foto: Credito ESA/Euclid/Consorzio Euclid/NASA, M. Pöntinen et al. 2026

L'articolo Scoperta una nuova cometa dal telescopio spaziale Euclid dell’Agenzia Spaziale Europea proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cosa ci fanno alghe e gamberetti nello spazio? Un piccolo ecosistema in viaggio verso il futuro

15 October 2026 at 16:37

Che cosa succede se si portano alghe, gamberetti e microrganismi nello spazio? Non è l’inizio di una barzelletta sugli astronauti, ma una domanda scientifica con possibili ricadute sulle future missioni di lunga durata. A cercare una risposta è Scampi, un piccolo ecosistema acquatico arrivato sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) a bordo della navetta cargo Dragon di SpaceX.

Dopo due giorni di inseguimento orbitale, la navetta si è agganciata autonomamente al modulo Harmony della stazione, consegnando un carico di 2.850 chilogrammi tra rifornimenti, materiali e strumenti per la ricerca. In mezzo alle provviste e agli esperimenti scientifici viaggiava anche il minuscolo mondo acquatico di Scampi, acronimo di Saltwater Crustaceans, Algae, and Microbial Population Investigation.

Il progetto è stato sviluppato da 51 studenti di 11 istituzioni europee e statunitensi, riuniti in un consorzio guidato dal Politecnico di Torino e dall’École Polytechnique di Parigi, sotto l’egida dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Il laboratorio in miniatura verrà installato nella Ice Cubes Facility del modulo europeo Columbus, dove sarà possibile seguirne l’evoluzione durante la permanenza in orbita.

La domanda al centro dell’esperimento è come la microgravità influenzi le relazioni tra le componenti viventi e non viventi dell’ecosistema. Alghe, piccoli crostacei e microrganismi non vivono isolati: interagiscono tra loro e con l’ambiente circostante. Osservare queste dinamiche nello spazio permetterà agli studenti e ai ricercatori di raccogliere dati su un sistema biologico che, sulla Terra, si sviluppa sotto condizioni fisiche molto diverse.

La posta in gioco va oltre la curiosità di vedere come se la cavano i gamberetti lontano dal pianeta. Nelle missioni spaziali di lunga durata, infatti, rifornire continuamente gli equipaggi dalla Terra diventa sempre più complicato. Per viaggi verso la Luna e, soprattutto, verso Marte, sarà importante studiare sistemi capaci di contribuire al sostegno della vita degli astronauti. Ecosistemi chiusi, se sufficientemente stabili e controllabili, potrebbero in futuro aiutare a gestire alcune risorse e a mantenere condizioni adatte alla sopravvivenza umana.

Scampi non è comunque l’unico laboratorio scientifico arrivato con la missione di rifornimento Crs-35. A bordo c’è anche LambdaVision-1, che permetterà alla Nasa di sperimentare la produzione di retine artificiali in microgravità. Stellar Spheroids studierà invece come l’assenza di gravità influenzi la crescita e il funzionamento di modelli tridimensionali di tessuto cardiaco umano.

Un altro esperimento, Elf-Unconventional Glass 2, indagherà i processi di formazione di un nuovo tipo di vetro nello spazio. Minds si concentrerà invece sugli organoidi cerebrali, modelli tridimensionali utilizzati per studiare i tessuti del cervello e comprendere meglio i meccanismi dell’infiammazione associata alle malattie neurodegenerative.

Dai materiali innovativi ai modelli di tessuti umani, passando per un ecosistema acquatico in miniatura, la stazione orbitante continua così a funzionare come un laboratorio fuori dal comune. E mentre gli astronauti lavorano a centinaia di chilometri dalla Terra, alghe e gamberetti contribuiscono a una domanda molto concreta: quanto della vita terrestre riusciremo a ricreare e mantenere quando saremo pronti a spingerci più lontano nello spazio?

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