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Scontri a Milano e faida tra rapper. Fedez contro Marracash: “Non puoi difendere chi protesta e poi vivere nel lusso”, “Basta con quella retorica”

21 October 2026 at 07:10

Gli scontri di Milano accendono la faida tra rapper. Duro botta e risposta tra Fedez e Marracash, ma anche Ghali e Sayf intervengono per dire la loro. Tutto è partito da un post di Marracash scritto subito dopo i gravi fatti del weekend con le devastazioni delle vetrine e gli scontri tra manifestanti e polizia. “Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose“. Ma ieri è arrivata la risposta di Fedez, il rapper ha detto la sua criticando apertamente il collega. “Dentro le vetrine distrutte ci sono anche gli artisti che vi sostengono”, scrive. E poi aggiunge: “I rapper si contraddicono quando esaltano la ribellione ma mostrano sui social una vita fatta di lusso, abiti firmati e orologi costosi: “Siamo noi che promuoviamo quell’idea di vita, la stessa contro cui le persone insorgono”.

La replica: “Siamo tutti d’accordo a condannarla. Ma quando succede bisogna farsi delle domande”. Marracash respinge anche le critiche legate alla sua condizione economica: “Non tollero più la retorica del tu hai i soldi, non puoi parlare“. Anche Ghali è intervenuto nel dibattito e ha invitato i giovani a continuare a lottare per ciò in cui credono. E poi si è aggiunto anche Sayf che ha accusato chi condanna la violenza delle manifestazioni di voler delegittimare il diritto alla protesta. Ha poi sostenuto che la violenza delle piazze non sia paragonabile a quella di una classe dirigente che toglie dignità e alimenta le disuguaglianze. “Siamo uniti in quanto persone, non
c’è destra o sinistra”.

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Teppisti a Milano, i 500 militari e il giallo dei poteri di polizia. “Forti perplessità di Mattarella” e parziale dietrofront

21 October 2026 at 05:28

Il governo ha varato il nuovo Decreto Sicurezza in seguito agli scontri avvenuti a Milano nello scorso weekend. Tra le varie misure previste però una ha suscitato polemiche e un dibattito molto acceso tra il Quirinale e Palazzo Chigi, si tratta del provvedimento voluto dal ministro della Difesa Guido Crosetto di inviare 500 militari a Milano per rinforzare l’organico delle forze dell’ordine impegnate a contrastare il fenomeno delle violenze. Sull’invio dei militari nessun problema, la questione che però ha suscitato “forti perplessità” da parte di Mattarella è stata quella relativa ai “poteri” di questi soldati. Crosetto infatti voleva che i rinforzi avessero gli stessi poteri della polizia, ma il Colle ha fermato tutto.

Lo stop del giurista del Colle – riporta Il Corriere della Sera – è arrivato dopo un braccio di ferro che ha tenuto banco fino all’ultimo, nei passaggi continui tra gli uffici legislativi del Quirinale e quelli di Palazzo Chigi. Sulla posizione del presidente Mattarella si sono schierati fin da subito il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani, pronti ad ascoltare fin dalla mattina le richieste dei sindacati più rappresentativi di polizia (“servono più investimenti, non militari”).

Tutto alla fine è stato smussato, spiegano dal governo per spegnere le polemiche interne. E riguardo all’impiego dei militari è stata trovata una soluzione mediana: i 500 che arriveranno a Milano saranno operativi per i “pattuglioni misti” con le forze dell’ordine, per non fare confusioni sulle competenze e aumentare, allo stesso tempo, la percezione di sicurezza e la risposta dello Stato davanti a fenomeni emergenziali.

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Scontri a Milano, la violenza è violenza: basta con il “sì, ma”. Il commento

20 October 2026 at 14:23

Francamente, comincio a essere un po’ stufo. Stufo di quelli che, dopo ogni episodio di violenza, sentono il bisogno di aggiungere qualcosa. «La violenza è sbagliata, ma il caro vita», «condanniamo gli scontri, però le banche», «la devastazione non si giustifica, ma bisogna capire il disagio dei giovani». Basta. La violenza è violenza e non ha bisogno di un «ma» alla fine della frase. Poi ci sono quelli che antepongono alle loro ricostruzioni sociologiche di voler «respingere in toto ogni forma di violenza». Benissimo.

Ma allora la domanda successiva dovrebbe essere una sola: come la fermiamo? Perché se condanni davvero la violenza, devi anche accettare che lo Stato abbia gli strumenti per impedire che qualcuno devasti un negozio, aggredisca una persona, saccheggi un esercizio commerciale o metta in pericolo l’incolumità altrui. Non puoi dire contemporaneamente «la violenza va respinta in ogni sua forma» e poi considerare sospetto, eccessivo o sbagliato ogni strumento con cui lo Stato prova a fermarla. Il caro vita può produrre disagio, impoverimento, frustrazione e rabbia. Le scuole fatiscenti sono un problema grave. Le disuguaglianze vanno affrontate.

Ma chiamare tutto questo «violenza», come si è sentito dire in queste ore, nello stesso momento in cui si parla di qualcuno che sfonda una vetrina, aggredisce una persona o saccheggia un negozio, significa confondere deliberatamente problemi diversi. Da una parte ci sono fenomeni sociali che la politica deve affrontare. Dall’altra ci sono persone che commettono reati e devono essere fermate. Le due cose possono essere discusse insieme, ma non possono diventare l’una l’altra. È proprio quel «però» che ormai diventa insopportabile, perché a forza di aggiungere spiegazioni alla violenza, si finisce per giustificarla.

Prima si ferma chi sta devastando, poi si discute del perché è arrabbiato. Prima si protegge chi viene aggredito, poi si studiano le ragioni sociali dell’aggressività. Non è cinismo, è semplicemente ordine delle cose. Se servono norme più severe, si facciano. È curioso sostenere di voler contrastare la violenza e, nello stesso tempo, essere contrari a qualunque inasprimento delle misure necessarie a farlo (anche con metodi forti come sono forti le forme di violenza). È una contraddizione? O forse è soltanto un modo elegante per strizzare l’occhio al disagio? Esiste poi un metodo, imperfetto ma democratico, per cambiare le cose: organizzarsi, costruire consenso, convincere le persone, prendere voti e andare al governo. Non è sempre rapido e non è sempre soddisfacente, ma è quello il gioco.

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