❌

Normal view

Petrolio e sanzioni: costo Ue della guerra in Ucraina

By: A A
6 October 2026 at 10:30

Ennio Remondino

Segue nostro Telegram.

Petrolio e sanzioni: costo Ue della guerra in Ucraina. Costo anche politico, di consensi. Il prezzo è alto e non tutti sono d’accordo a sostenerlo a quel livello. Scelta politica del vertice ‘Volonterosi-baltici’ di Bruxelles, sostenuto da una maggioranza sofferente di governi alla prese con opinioni pubbliche ed elettori. L’Ucraina fronte difensivo europeo contro le minacce russe? Troppi elettori non sembrano d’accordo.

Conti alla mano

In cinque anni e in misura diversa, i Paesi europei, hanno versato all’Ucraina oltre 200 miliardi di euro. Cifre ufficiali del Parlamento europeo aggiornate alla primavera scorsa, cui si aggiungono i 90 miliardi di prestiti su cui è stato raggiunto un accordo all’inizio dell’estate. Si tratta, solo per le voci più importanti, di 75 miliardi in aiuti militari e di oltre 43 in assistenza finanziaria. Tra i 27, Germania, Francia e Regno Unito sono stati i principali contributori e sostenitori per sforzo economico a favore di Kiev. Tre Paesi alle prese con gravi crisi politico economiche interne. L’Italia quarta in questa graduatoria, anche se cerca di non pubblicizzare molto un impegno così poco elettorale.

Cosa sembra stia accadendo adesso

«Con decisione unilaterale dell’esecutivo Ue, l’Ucraina potrà acquistare i sistemi Patriot con un altro prestito di 6 miliardi», scrive Massimo Nava sul Corriere della Sera. In tutto, conti alla mano, sono oltre 28 miliardi i contributi 2026 soltanto per la difesa, a cui aggiungere 16,7 miliardi al bilancio dello Stato a rischio crack. Questo, nonostante le notizie di scandali in serie per corruzione e mancate garanzie future. A queste cifre, andrebbero sommati i costi sociali del sostegno agli oltre quattro milioni e mezzo di cittadini ucraini fuggiti dalla guerra e attualmente ospitati in diversi Paesi europei. In testa, ancora la Germania, seguita da Polonia e Repubblica Ceca.

Tra solidarietà e scelte politiche

Opache e contraddittorie molte delle scelte politiche ed economiche su fronte Ucraina. Scelte ideologiche a danno spesso rovesciato. La serie di pacchetti di sanzioni contro la Russia che, da un lato, hanno fatto lievitare le bollette europee e rafforzato la dipendenza energetica da Stati Uniti e Paesi arabi, e dall’altro lato, vengono sistematicamente aggirate con la complicità degli Stati  che le impongono, ed incidono solo parzialmente sull’economia russa. «Il che fa temere che il conflitto possa avere ancora una lunga fase di stallo», il pessimismo di Nava. In attesa che si capisca che la pace si fa fra nemici e può essere soltanto la conseguenza di un compromesso.

Bancomat Von der Leyen

Dato di fatto, l’Europa ha sulle spalle il peso maggiore della guerra, sia per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina sia per le conseguenze dirette e indirette della rottura dei rapporti commerciali con la Russia. Rottura unilaterale da parte degli europei e non condivisa da molte altre potenze economiche mondiali. Nei primi nove mesi dell’anno, risulta ad esempio che la Ue ha pagato oltre sette miliardi di euro per gas naturale liquefatto russo, con un aumento del 10 per cento delle forniture rispetto allo scorso anno. Fra gennaio e settembre 2026, i porti europei hanno ricevuto 7,28 miliardi di euro di gas naturale dall’Artico russo. E mancano tre mesi alla fine dell’anno.

Ipocrisia energetica

Non solo l’Europa continua ad acquistare Gnl russo, ma il problema non si limita agli acquisti. È dall’Europa che arrivano i mezzi di trasporto che consentono al gasdotto artico russo di funzionare. «Due armatori dominano il trasporto: Seapeak, di Glasgow, e la greca Dynagas. Senza questi servizi, la catena logistica russa risulterebbe compromessa. Dunque è il denaro europeo che finanzia uno dei progetti energetici più strategici del Cremlino proprio in quella stessa regione», scrive Armèes. E il Financial Times aggiunge: «Nella prima metà del 2026 l’Europa ha importato dalla principale struttura russa di Gnl una quantità di gas mai registrata prima, assorbendo quasi tutta la produzione dell’impianto siberiano».

Allarmi e minacce sulla carta

L’Ue, come spesso avviene, lancia allarmi a parole e propositi sulla carta. Al vertice europeo sull’Artico, in Finlandia, i leader europei hanno discusso di sicurezza, geopolitica e strategia comune nel Grande Nord. È stata firmata una dichiarazione congiunta di 12 Stati dell’Unione affinché la Ue assuma un ruolo più strategico nell’Artico europeo. «Si evidenziano le ambizioni della Russia (la più grande nazione artica) di accrescere la propria influenza nell’Artico, unite alla sua ostilità verso l’Europa – compreso l’aumento delle attività ibride –, e la necessità di rafforzare la politica dell’UE per l’Artico». In gennaio, dovrebbe entrare in vigore, nel nuovo pacchetto di sanzioni, il divieto di importazione.

Castigo formale per aggirarlo

Le sanzioni sono aggirate anche dalla cosiddetta «flotta ombra», le navi cisterna che consentono alla Russia di esportare petrolio. Esiste una lista di oltre 600 imbarcazioni che non avrebbero accesso ai porti europei, ma possono accedere ad altri porti nel mondo, in particolare Cina e India, che sostengono Mosca. Anche il 21° pacchetto di sanzioni Ue, prevede deroghe a favore degli  interessi dei singoli Stati. La Grecia, ha ottenuto una deroga per i servizi di trasporto del Gnl russo per non favorire la concorrenza cinese e danneggiare più l’Europa della Russia. Francia, Italia e Grecia hanno frenato sui visti turistici. La Germania  vuole il merluzzo russo che alimentano l’industria di bastoncini surgelati.

Dai BRICS all’Occidente

Al termine del recente vertice dei Brics, il primo ministro indiano Narendra Modi: «Il numero di conflitti e tensioni nel mondo è in continuo aumento e questo ha un impatto sempre più negativo e di vasta portata sulla vita della gente comune», ha affermato Modi, affiancato dai leader del blocco, tra cui il presidente cinese Xi, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Pezeshkian. I leader si sono opposti alle sanzioni unilaterali e alle misure economiche coercitive e hanno criticato le sanzioni non autorizzate dall’Onu. Hanno inoltre criticato l’aumento dei dazi doganali e delle barriere tariffarie che minano il commercio globale e le catene di approvvigionamento. A dire in un colpo solo di Stati Uniti ed Europa.

www.remocontro.it

77 anni della Repubblica Popolare Cinese: sovranità, sviluppo e un nuovo equilibrio mondiale

By: A A
5 October 2026 at 23:04

Nel settantasettesimo anniversario della Repubblica Popolare, la trasformazione cinese appare inseparabile dai mutamenti dell’ordine globale. Economia, tecnologia, transizione energetica e diplomazia fanno oggi di Pechino un attore indispensabile nell’avanzata di un sistema internazionale più multipolare.

Segue nostro Telegram.

Il 1º ottobre 1949, Mao Zedong proclamava a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Quella data segnò il ritorno della Cina sulla scena mondiale come soggetto sovrano, dopo un lungo periodo caratterizzato dalle aggressioni coloniali, dall’occupazione giapponese, dal dominio dei signori della guerra e dalla guerra civile.

Il nuovo Stato ereditava un Paese prevalentemente rurale, impoverito e scarsamente industrializzato, con infrastrutture limitate, bassi livelli di alfabetizzazione e un sistema sanitario incapace di raggiungere gran parte della popolazione. Il risultato politico decisivo della rivoluzione fu la ricostruzione di un potere statale in grado di difendere l’indipendenza nazionale, mobilitare risorse, pianificare lo sviluppo e impedire che il territorio cinese tornasse a essere spartito tra potenze straniere.

Il percorso successivo non fu lineare né privo di errori, traumi e pesanti costi sociali. Le diverse fasi attraversate dalla Repubblica Popolare devono essere analizzate senza rimuovere le contraddizioni prodotte dalle campagne politiche, dalle rigidità ideologiche e dalle trasformazioni economiche. Tuttavia, osservata nella sua durata storica, l’esperienza cinese rappresenta una delle più profonde trasformazioni economiche, sociali e istituzionali dell’età contemporanea.

In settantasette anni, la Cina è passata dalla condizione di Paese periferico, sottoposto alle pressioni delle potenze imperiali, a quella di principale centro manifatturiero mondiale, seconda economia del pianeta (prima a parità di potere d’acquisto) e protagonista della competizione tecnologica, energetica e diplomatica globale. Questo cambiamento non riguarda soltanto la popolazione cinese: ha modificato la distribuzione internazionale del potere e contribuito a rendere irreversibile la transizione da un ordine occidentale unipolare a una struttura mondiale più plurale.

Lo sviluppo come fondamento della sovranità

Uno dei risultati più rilevanti ottenuti dalla Repubblica Popolare riguarda la riduzione della povertà. Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi quattro decenni quasi 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema in Cina, rappresentando oltre il 75 per cento della riduzione globale registrata nello stesso periodo. Si tratta di un risultato senza precedenti nella storia del genere umano per dimensioni, rapidità e continuità.

Questa trasformazione non può essere spiegata come il semplice prodotto dell’apertura al mercato. Come noto, le riforme avviate alla fine degli anni Settanta integrarono gradualmente meccanismi concorrenziali, investimenti stranieri e commercio internazionale all’interno di una strategia diretta dallo Stato. Tuttavia, Pechino mantenne il controllo politico della liberalizzazione, preservò un ruolo centrale per le imprese pubbliche nei settori strategici e utilizzò la pianificazione per orientare infrastrutture, credito, formazione e sviluppo industriale.

La formula cinese non corrisponde quindi né al modello sovietico classico né al laissez-faire neoliberista. In Cina, il mercato è stato impiegato come strumento dello sviluppo nazionale, senza diventare l’autorità sovrana cui subordinare l’intera società. La presenza di un apparato pubblico capace di coordinare investimenti di lungo periodo ha permesso di realizzare reti ferroviarie, porti, centrali energetiche, città industriali, università e sistemi digitali in tempi difficilmente compatibili con la frammentazione decisionale delle economie occidentali.

Nel 2025, il prodotto interno lordo cinese ha superato i 140.000 miliardi di yuan, crescendo del 5 per cento. Nel primo semestre del 2026 l’economia ha registrato un’ulteriore espansione del 4,7 per cento, mentre la manifattura avanzata, l’economia digitale e i servizi moderni hanno fornito oltre il 40 per cento della crescita.

Allo stesso tempo, la Cina continua ad affrontare problemi strutturali rilevanti. La crisi del settore immobiliare, l’indebitamento di alcune amministrazioni locali, l’invecchiamento demografico, le difficoltà occupazionali dei giovani, le disparità territoriali e l’esigenza di rafforzare i consumi interni rappresentano le principali sfide per i prossimi anni. Il XV Piano quinquennale per il periodo 2026-2030 assume perciò un’importanza particolare: la priorità non è più soltanto accrescere quantitativamente la produzione, ma migliorare la qualità dello sviluppo, la sicurezza sociale, l’autonomia tecnologica e la sostenibilità ambientale.

La capacità cinese di affrontare queste contraddizioni determinerà non soltanto il futuro del Paese, ma anche una parte considerevole degli equilibri economici mondiali.

Un’economia centrale nel sistema internazionale

La centralità internazionale della Cina deriva anzitutto dal suo peso materiale. Secondo il Fondo monetario internazionale, infatti, l’economia cinese continua a fornire circa il 30 per cento della crescita globale. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio indicano inoltre che la Cina rimane il maggiore esportatore mondiale di merci, con esportazioni per circa 3.580 miliardi di dollari nel 2024.

Questi numeri spiegano perché le strategie occidentali di decoupling o di riduzione selettiva dei rapporti economici con Pechino incontrino limiti evidenti. La Cina, del resto, non rappresenta più soltanto un mercato di grandi dimensioni o una piattaforma di assemblaggio a basso costo. È ormai un centro completo di produzione industriale, ricerca, logistica, finanza, consumo e innovazione.

Le imprese cinesi occupano posizioni determinanti nelle filiere delle batterie, dei pannelli fotovoltaici, delle telecomunicazioni, dei veicoli elettrici, della cantieristica navale, dei macchinari industriali e dell’elettronica. Interrompere artificialmente questi collegamenti significherebbe aumentare i costi per imprese e consumatori, rallentare la transizione energetica e frammentare ulteriormente un’economia mondiale già sottoposta alle pressioni delle guerre, delle sanzioni e del protezionismo.

La retorica occidentale sulla «sovraccapacità» cinese tende spesso a trasformare la perdita di competitività industriale degli Stati Uniti e dell’Europa in un’accusa rivolta alla capacità produttiva di Pechino. L’applicazione di dazi punitivi e restrizioni tecnologiche non corregge gli squilibri strutturali delle economie occidentali; serve soprattutto a rinviare il confronto con decenni di deindustrializzazione e finanziarizzazione.

Una potenza decisiva per la transizione energetica

La trasformazione della Cina è particolarmente evidente nel settore energetico. Alla fine del 2025, la capacità cinese installata da fonti rinnovabili aveva superato 1.800 gigawatt, rappresentando oltre il 60 per cento della capacità complessiva di generazione elettrica del Paese. Nel settembre 2026, la capacità fotovoltaica installata ha superato quella delle centrali a carbone, mentre l’industria cinese forniva oltre l’80 per cento dei moduli fotovoltaici e circa il 70 per cento delle apparecchiature eoliche prodotte nel mondo.

La Cina rimane allo stesso tempo il maggiore emettitore mondiale di anidride carbonica e continua a dipendere in misura significativa dal carbone. Tuttavia, nessuna politica climatica globale può essere credibile senza il contributo cinese. È proprio la scala produttiva raggiunta dalle imprese del Paese ad aver ridotto il costo di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, rendendo tali tecnologie accessibili anche alle economie che non potrebbero sostenere i prezzi imposti da una produzione limitata ai Paesi occidentali.

Per molti Stati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, la cooperazione con la Cina consente di elettrificare territori, costruire reti di trasporto e ridurre la dipendenza dai combustibili importati. Le restrizioni occidentali contro i prodotti verdi cinesi, presentate come strumenti di sicurezza economica, rischiano dunque di entrare in conflitto con gli stessi obiettivi climatici proclamati dai governi che le adottano.

Un attore protagonista nella costruzione del multipolarismo

Il peso della Cina non si misura esclusivamente attraverso il prodotto interno lordo o le esportazioni. Pechino è diventata uno dei principali centri di aggregazione del Sud globale, contribuendo allo sviluppo di organismi e piattaforme come i BRICS, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e la Nuova Via della Seta, denominata internazionalmente come Belt and Road Initiative.

Questi strumenti non costituiscono un blocco ideologico omogeneo né un’alleanza militare contrapposta all’Occidente. Esprimono piuttosto la richiesta, condivisa da numerosi Paesi, di disporre di maggiori possibilità di finanziamento, commercio e cooperazione senza essere costretti ad accettare subordinazioni politiche, programmi di austerità o allineamenti strategici automatici.

L’importanza della Cina risiede anche nella capacità di ampliare il margine di scelta dei suoi interlocutori. La disponibilità di investimenti, infrastrutture, tecnologie e mercati alternativi riduce il potere monopolistico esercitato per decenni dalle istituzioni finanziarie occidentali. Di conseguenza, la rappresentazione della cooperazione cinese come una generica «trappola del debito» non regge di fronte alla varietà delle esperienze concrete e spesso serve a difendere il predominio di creditori concorrenti.

Un sostenitore del ruolo delle Nazioni Unite e della sicurezza globale

La Repubblica Popolare è un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il secondo maggiore finanziatore delle operazioni di pace e il principale fornitore di caschi blu tra i cinque membri permanenti. In oltre trent’anni ha inviato decine di migliaia di militari, poliziotti e specialisti nelle missioni delle Nazioni Unite.

Questa presenza riflette una concezione della sicurezza internazionale fondata sulla sovranità degli Stati, sulla centralità dell’ONU e sulla soluzione politica dei conflitti. L’approccio cinese non è privo di interessi nazionali, come del resto non lo è quello di nessuna grande potenza. La differenza principale rispetto agli Stati Uniti consiste nel fatto che Pechino non dispone di una rete planetaria di alleanze militari e basi paragonabile a quella costruita da Washington, né ha fatto delle operazioni di cambio di regime lo strumento ordinario della propria politica estera.

Dall’Ucraina al Medio Oriente, dalla penisola coreana alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, nessuna soluzione stabile può ormai essere elaborata prescindendo dalla Cina. Pechino non possiede da sola la capacità di risolvere queste crisi, ma dispone del peso diplomatico, economico e politico necessario per favorire negoziati, ridurre le escalation e contrastare il ricorso sistematico alle sanzioni unilaterali.

Anche la recente visita di Stato di Xi Jinping negli Stati Uniti ha confermato questa nuova realtà. L’impegno di Pechino e Washington a costruire una relazione di «stabilità strategica costruttiva», mantenendo il dialogo su commercio e intelligenza artificiale, non elimina la competizione tra le due potenze. Dimostra però che nemmeno gli Stati Uniti possono gestire le principali sfide mondiali senza riconoscere la Cina come interlocutore di pari rilevanza.

La questione di Taiwan rimane il punto più pericoloso del rapporto bilaterale. Per Pechino, la riunificazione nazionale e l’integrità territoriale costituiscono principi non negoziabili; per Washington, i rapporti con Taipei continuano a rappresentare uno strumento della competizione strategica. Trasformare l’isola in una leva permanente di contenimento militare significa aumentare il rischio di uno scontro dalle conseguenze globali. Per queste ragioni, la stabilità richiede prudenza, rispetto del principio di una sola Cina e rinuncia a utilizzare le aspirazioni separatiste come strumento geopolitico.

Un anniversario che riguarda il mondo

Il settantasettesimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese non celebra un percorso concluso. La modernizzazione del Paese deve ancora misurarsi con contraddizioni economiche, sociali, ambientali e demografiche complesse. La capacità di migliorare la distribuzione della ricchezza, rafforzare i servizi pubblici, sostenere l’occupazione e rendere più equilibrato il rapporto tra sviluppo e ambiente sarà decisiva per la stabilità futura.

L’importanza globale della Cina non deriva quindi dalla pretesa di rappresentare un modello perfetto. Risiede nel fatto che l’esperienza cinese ha infranto il monopolio occidentale sulla definizione della modernità. Ha dimostrato che un Paese precedentemente colonizzato e impoverito può industrializzarsi, acquisire autonomia tecnologica e migliorare le condizioni di vita della propria popolazione senza rinunciare alla sovranità politica né adottare integralmente le prescrizioni neoliberiste.

L’esperienza della Repubblica Popolare non può essere esportata meccanicamente, perché nasce da condizioni storiche e culturali specifiche. Essa, tuttavia, offre una lezione generale: lo sviluppo non è il risultato automatico del mercato, bensì di istituzioni capaci di pianificare, investire, formare competenze e subordinare gli interessi privati agli obiettivi collettivi.

A settantasette anni dalla sua fondazione, la Cina è ormai una componente indispensabile di qualsiasi ordine internazionale realistico. La pace, la stabilità finanziaria, la transizione energetica, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo del Sud globale dipenderanno in misura sempre crescente dalla sua partecipazione.

❌