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Più potere agli elettori, più stabilità ai governi. Pagano spiega la nuova legge elettorale

8 October 2026 at 16:00

La legge elettorale arriva al traguardo dopo un percorso parlamentare lungo e articolato, segnato da audizioni, modifiche e un confronto serrato tra maggioranza e opposizioni. Una riforma che punta a ridisegnare il rapporto tra rappresentanza e governabilità, mettendo al centro il voto degli elettori e la possibilità di tradurlo in una maggioranza parlamentare capace di sostenere un governo.

È proprio sul rapporto tra voto, stabilità e responsabilità politica che si concentra la lettura di Nazario Pagano, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera e tra i protagonisti dell’iter parlamentare della riforma. Un percorso che, sottolinea, ha comportato un confronto particolarmente ampio, con numerose audizioni e modifiche al testo anche alla luce delle osservazioni delle opposizioni.

Presidente Pagano, che significato ha per lei, da presidente della Commissione Affari costituzionali, l’approvazione della nuova legge elettorale?

Per me è motivo di grande soddisfazione. Parliamo di una legge di straordinaria importanza, quasi di livello costituzionale per il rilievo che assume nel funzionamento del nostro sistema. È stata una delle leggi elettorali più discusse e approfondite dal Parlamento. Abbiamo svolto tantissime audizioni, anche richiamando soggetti già ascoltati, e il confronto è proseguito fino alle fasi successive dell’esame. Sono state accolte anche diverse richieste avanzate dalle minoranze.

Qual è, a suo giudizio, la novità politica più importante dell’impianto?

È una riforma di sistema. Superiamo l’impianto misto e costruiamo un meccanismo nel quale la componente proporzionale resta centrale nell’attribuzione dei seggi, ma viene affiancata da un premio di maggioranza destinato a chi raggiunge una determinata soglia. L’obiettivo è tenere insieme rappresentanza e governabilità.

Lei sostiene che questa legge possa cambiare il rapporto tra elettore e governo. In che modo?

Il punto è proprio questo. Con questa legge l’elettore viene responsabilizzato rispetto al futuro del Paese. Attraverso il voto sceglie la forza politica, la coalizione e, attraverso l’indicazione preventiva, anche chi è chiamato a guidare il governo. Naturalmente restano intatte le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del governo. Ma il cittadino, quando entra nell’urna, avrà davanti un quadro politico più chiaro.

È anche una risposta alla crescente astensione?

Credo possa esserlo. Per troppo tempo abbiamo dato agli elettori la sensazione che il loro voto non fosse sufficiente a determinare l’esito politico. Poi, dopo le elezioni, si potevano creare maggioranze attraverso accordi parlamentari e di Palazzo. Questo ha contribuito ad allontanare una parte dei cittadini dalla politica. Se invece il voto produce una scelta più leggibile, si restituisce centralità alla partecipazione.

Lei pensa dunque che la stagione dei governi costruiti dopo il voto debba considerarsi superata?

Quella stagione non può più rappresentare il modello ordinario. Penso, per esempio, all’esperienza di Giuseppe Conte: una figura che, prima di diventare presidente del Consiglio, era sostanzialmente sconosciuta alla maggioranza degli elettori e non aveva avuto un’esperienza parlamentare. Non voglio esprimere un giudizio sulla persona o sui governi che ha guidato. Dico che quel meccanismo dimostra quanto possa essere distante il voto dalla successiva formazione dell’esecutivo.

Il premio scatta sopra il 42 per cento. Perché avete individuato proprio quella soglia?

Perché sotto il 42 per cento riteniamo corretto non attribuire alcun premio e lasciare che i seggi vengano distribuiti secondo il principio proporzionale. È una soglia che serve a garantire che il premio sia collegato a un consenso elettorale significativo. Se nessuna coalizione raggiunge quel risultato, non si forza l’esito del voto.

Le opposizioni contestano proprio il premio e parlano di possibili profili di incostituzionalità. Cosa risponde?

Ritengo che queste accuse siano prive di fondamento. Il testo è stato costruito tenendo conto dei principi costituzionali e dell’evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale, comprese le sentenze del 2014 e del 2017. Abbiamo lavorato proprio per mantenere un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il premio non è sganciato dal consenso, perché è subordinato al raggiungimento della soglia.

Resta però una domanda: come si concilia il principio proporzionale con l’obiettivo dichiarato di assicurare una maggioranza di governo?

È esattamente il punto di equilibrio che abbiamo cercato. I parlamentari vengono eletti sulla base dei voti ottenuti, quindi il principio proporzionale resta fondamentale. Il premio interviene soltanto quando una coalizione supera la soglia prevista. In quel caso l’obiettivo è trasformare una maggioranza elettorale in una maggioranza parlamentare capace di governare.

E qui arriva il tema della stabilità. È davvero possibile garantire governi più longevi attraverso una legge elettorale?

Una legge elettorale non può garantire da sola la durata di un governo. Può però creare le condizioni perché la maggioranza uscita dalle urne sia più chiara e coerente. È ciò che accade, con caratteristiche diverse, nei sistemi comunali e regionali: chi vince dispone di una maggioranza e assume la responsabilità di governare. Questo rafforza anche la credibilità internazionale del Paese, perché gli interlocutori esterni sanno con chi confrontarsi e per quanto tempo.

Alla fine, dunque, la parola chiave di questa riforma è responsabilità?

Sì. Responsabilità dell’elettore, innanzitutto, ma anche responsabilità della politica. Se chiediamo ai cittadini di scegliere, dobbiamo poi fare in modo che quella scelta abbia una conseguenza politica riconoscibile. È questo, in fondo, il senso della riforma: rendere più diretto e comprensibile il rapporto tra il voto, la maggioranza parlamentare e il governo del Paese.

Vi racconto la strategia italiana sull’Artico. L’analisi del gen. Di Somma

8 October 2026 at 13:44

Il libro bianco sull’Artico del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa Rauti terrà il 29 ottobre. Li, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti. Lo dice a Formiche.net il generale Carlo Di Somma, presidente del Comitato di Indirizzo Interforze per gli ambienti Artico, Sub-Artico e Antartide, a margine della Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs. Una tre giorni di analisi e riflessioni, per raccontare come l’Italia sia perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri e come l’azione del governo sia intrecciata alle buone prassi dei soggetti coinvolti.

Generale Carlo Di Somma

Artico, nuove rotte, scienza: come questi tre elementi si intersecano con gli obiettivi geopolitici italiani?

L’Italia è da sempre presente in loco, già con le antiche esplorazioni di fine ‘800 del Duca degli Abruzzi, poi con Umberto Nobile e le due missioni: il nord e dirigibile Italia. Fu una iniziativa importante dove parteciparono tutte le forze armate insieme alla ricerca scientifica. Per cui siamo presenti in quelle regioni in modo costante e sviluppiamo un’attività di osservazione e di ricerca che per la difesa è strategica. Conoscere vuol dire poter pianificare, quindi anche in un momento in cui non c’erano tensioni geostrategiche l’Italia ha potuto mantenere la consapevolezza di una conoscenza e di una preparazione delle proprie forze armate per poter operare in quelle regioni.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha più volte ribadito che la questione va affrontata nell’ambito Nato. Per cui come procedere oggi, dove l’attenzione e la conflittualità geostrategica stanno aumentando?

Diciamo che ci sentiamo di dover puntare ulteriormente la nostra attenzione su questo scenario, sempre in collaborazione con i partner europei e con la Nato. Le forze armate italiane partecipano a tutte le operazioni di deterrenza e insieme alla comunità agli alti dicasteri cerca di mantenere una presenza importante. Come giustamente lei diceva, le rotte sono diventate un tema primario, dopo l’arretramento dei ghiacci: per cui chiaramente cambieranno gli equilibri rispetto al passato e per noi è importante capire cosa succederà per organizzarci e per poter pianificare al meglio le nostre possibilità di intervento.

Materie critiche e cyber sicurezza: che cosa stiamo facendo e soprattutto che cosa potremo fare di più in Artico?

Sono temi centrali insieme all’altro dominio, quello cognitivo, perché vanno di pari passo e proprio l’attuale competizione geostrategica in quell’ambiente vede questi due domini particolarmente centrali. A quelle latitudini si avverte il rumore di fondo di cose che accadono nell’ombra, come gli attacchi alle strutture sottomarine: essi determinano la necessità di poter organizzarci al meglio per affrontare questo tipo di minacce. Ricordo che la difesa italiana, con l’iniziativa del Polo nazionale subacqueo, è molto all’avanguardia e questo punto di vista stiamo cercando di coprire quel gap tecnologico che al momento ci vede in difficoltà nell’intervenire tempestivamente e fare deterrenza per difendere le infrastrutture subacquee critiche. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo ha annunciato nel disegno di legge ad hoc: stiamo cercando di trovare delle strutture di governance che ci aiutino ancora di più ad essere efficaci a livello interforze ed Inter dicasteri, perché in quegli ambienti, con scenari altamente complessi, non si fa nulla da soli: o si collabora con il sistema Paese o non si riesce a gestire il tipo di minaccia.

Il libro bianco sull’Artico presentato dal Cnr in che maniera potrà inserirsi nell’azione del governo?

Il libro bianco è un documento operativo che darà attuazione a quella che è la politica nazionale in Artico quella che è stata presentata lo scorso gennaio dai ministri Crosetto, Tajani e Bernini, ampliandola nella parte dedicata all’Antartide e al cosiddetto terzo polo con una visione anche più estesa. Esiste un’idea molto sentita anche da parte nostra, di vedere la complessità in una maniera unitaria, anche se la situazione geostrategica è molto differente, ma per gli aspetti climatici di sicurezza e anche di cooperazione internazionale, di ricerca scientifica e tecnologica questi tre ambienti sono tutti fortemente collegati. Quindi il libro bianco del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa la senatrice Isabella Rauti terrà il 29 ottobre. Lì, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti.

La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)

8 October 2026 at 13:13

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, avvia oggi una visita di due giorni a Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche tra Unione europea e Cina. Al centro dei colloqui con il ministro cinese del Commercio, Wang Wentao, ci sono il crescente squilibrio commerciale e le preoccupazioni europee per la sovraccapacità produttiva cinese, che minaccia settori industriali strategici del continente.

La missione arriva alla vigilia del Consiglio europeo di ottobre, nel quale i leader dell’Ue discuteranno anche della risposta economica alla Cina. Francia e Germania hanno recentemten proposto di rafforzare la capacità di intervento di Bruxelles contro minacce commerciali sistemiche (non si è parlato palesemente di Pechino, ma il sottinteso è automatico), anche attraverso un meccanismo di emergenza, il cosiddetto kill switch, che consentirebbe di reagire più rapidamente. La Commissione, tuttavia, continua a privilegiare una soluzione negoziata, cercando di evitare uno scontro commerciale aperto.

Per Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), il dato politicamente più rilevante è che l’Europa sembra aver finalmente raggiunto una convergenza sulla necessità di intervenire.

“Il consenso a favore di un’azione europea sulla Cina si è finalmente consolidato, dopo che la prudenza della Germania aveva a lungo frenato un approccio più deciso da parte dell’Ue”, spiega a Formiche.net. “Le recenti proposte franco-tedesche, presentate in vista del Consiglio europeo di ottobre per consentire all’Unione di reagire molto più rapidamente alle minacce commerciali sistemiche, sono ancora più importanti per il mandato politico che conferiscono per i dettagli delle misure proposte”.

Un cambiamento che si inserisce in un più ampio irrigidimento della posizione europea nei confronti di Pechino, emerso anche nel recente dibattito al Parlamento europeo. Come raccontato martedì questa evoluzione ha fatto emergere anche alcune divisioni politiche italiane, con l’astensione di gran parte degli eurodeputati del Partito democratico sull’ultimo rapporto parlamentare dedicato alla Cina; rapporto in cui la posizione europea assume toni più severi.

Ma quanto è solido questo nuovo consenso europeo? E soprattutto, riuscirà a resistere alla pressione negoziale cinese? Secondo Small, i colloqui di Šefčovič serviranno a verificare se Pechino sia davvero disposta a presentare offerte sufficientemente consistenti da modificare le dinamiche economiche alla base delle preoccupazioni europee. “La tattica più efficace della Cina potrebbe essere quella di trascinare l’Europa in una trappola procedurale, offrendo quel tanto che basta per ritardare un intervento, senza affrontare le forze che stanno alimentando la deindustrializzazione europea”, avverte.

Pechino potrebbe inoltre cercare di incrinare il consenso raggiunto tra gli Stati membri, concentrandosi soprattutto sulla Germania, dove la convergenza politica è relativamente recente. Small individua diverse possibili leve: limitazioni volontarie delle esportazioni in settori politicamente sensibili, come quello delle automobili ibride; impegni ad aumentare gli acquisti di prodotti europei; riduzioni della capacità produttiva già programmate, ma presentate come nuove concessioni; oppure l’apertura di ulteriori tavoli di dialogo su questioni controverse, tra cui la valutazione della valuta cinese. Misure che potrebbero contribuire ad attenuare le pressioni politiche europee senza modificare sostanzialmente gli squilibri esistenti.

Cosa accadrebbe, invece, se i negoziati non producessero risultati significativi? “Se i colloqui di Šefčovič dovessero fallire o, più probabilmente, produrre risultati così limitati da mantenere intatto il consenso europeo sulla necessità di agire con urgenza, l’Ue dovrà procedere con uno sforzo difensivo per proteggere le industrie maggiormente esposte allo shock cinese, mobilitando tutti gli strumenti già a sua disposizione“.

L’approvazione dei nuovi meccanismi proposti da Francia e Germania richiederà tempo. Per questo, secondo Small, il primo passo dovrebbe essere un impiego più coordinato e mirato degli strumenti esistenti. In un recente paper dell’Ecfr, l’analista ha proposto un approccio definito swarm, uno sciame di misure complementari. “Questo include dazi e quote, ma l’Europa deve andare ben oltre i tradizionali strumenti di difesa commerciale, che possono ottenere soltanto risultati limitati, considerata la capacità della Cina di assorbirli e aggirarli”.

Si profila dunque una guerra commerciale tra Europa e Cina sul modello di quella tra Washington e Pechino? “Le mosse dell’Ue non assomiglieranno alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina”, osserva. “L’Unione non introdurrà dazi di livello praticamente proibitivo, come quelli del 145% imposti da Trump lo scorso anno, ma costruirà piuttosto una difesa sistemica dei settori industriali che rischia di perdere”. Anche dopo un eventuale rafforzamento delle misure difensive, il mercato europeo rimarrebbe molto più aperto ai prodotti cinesi rispetto a quello statunitense.

Questa distinzione è importante anche per valutare le possibili contromisure di Pechino. Un’interruzione delle forniture lungo le catene di approvvigionamento strategiche rappresenterebbe, secondo Small, un’escalation particolarmente grave, difficilmente giustificabile come risposta proporzionata alle misure europee.

Nel confronto con Washington, i controlli cinesi sulle esportazioni hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti verso una de-escalation. Nel caso europeo, Small ritiene invece che un’analoga pressione potrebbe rafforzare le posizioni più assertive, favorendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue e successive contromisure.

Non considera però inevitabile uno scontro. “In pratica, l’Ue può convivere con ritorsioni limitate e la Cina può accettare molte delle misure che l’Europa sta proponendo, quindi esiste ancora un possibile punto di approdo negoziale per entrambe le parti”.

La questione, tuttavia, va oltre il vertice europeo di ottobre. Secondo Small, la sfida di lungo periodo sarà costruire un quadro di intervento capace di affrontare strutturalmente la competizione industriale cinese, evitando che Bruxelles si ritrovi ogni anno a fronteggiare gli stessi problemi in settori diversi.

La priorità immediata resta però verificare la tenuta della posizione europea di fronte alla combinazione di pressioni e incentivi che Pechino potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane. “Il banco di prova immediato è capire se l’Ue riuscirà a destreggiarsi tra le tattiche di pressione e di persuasione di Pechino nelle settimane a venire”, conclude Small.

Al rapporto Ue-Cina, anche attraverso il racconto del report “EU-China Relations in the October Decision Corridor” (curato dal Guarini Institute della John Cabot e Formiche/Decode39), è dedicata Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per ricevere la newsletter basta seguire questo link

Sul caso Hanning il vero danno è compromettere la fiducia tra i servizi. Parla Teti

8 October 2026 at 10:11

“Il problema più grave non è sempre il segreto che l’avversario riesce a rubare dall’esterno. A volte è quello che qualcuno riesce a portare fuori dall’interno”. Per Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, è questa la lezione più importante del caso August Hanning, l’ex direttore del Bnd coinvolto in un’inchiesta che ipotizza un prolungato flusso di informazioni riservate dall’intelligence tedesca. Una vicenda che, al di là dell’esito giudiziario, apre interrogativi sulla sicurezza interna dei servizi, sulla tutela delle informazioni condivise tra alleati e sulla capacità delle agenzie europee di individuare in tempo le minacce provenienti dall’interno.

Professor Teti, perché il caso August Hanning sta provocando tanta preoccupazione in Germania?

Perché non stiamo parlando di un funzionario qualsiasi. August Hanning è stato presidente del Bundesnachrichtendienst, il Bnd, dal 1998 al 2005 e successivamente ha ricoperto importanti incarichi istituzionali. Parliamo quindi di una persona che ha conosciuto dall’interno la struttura, le procedure, gli uomini, le relazioni internazionali e soprattutto i meccanismi decisionali dell’intelligence tedesca. Secondo la ricostruzione della Procura federale, l’ipotesi investigativa riguarda un flusso di informazioni che si sarebbe protratto per molti anni. Se l’impianto accusatorio venisse confermato, ci troveremmo davanti a qualcosa di molto più complesso di una semplice sottrazione di documenti classificati. Avremmo un possibile canale informativo parallelo capace di trasferire all’esterno informazioni provenienti dal cuore dell’apparato intelligence tedesco. Naturalmente dobbiamo ricordare che siamo nella fase delle indagini e che le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.

Secondo gli investigatori sarebbero coinvolti quasi duemila documenti. È il numero a impressionarla maggiormente?

Non necessariamente. Il numero è certamente significativo, ma nell’intelligence la quantità non coincide automaticamente con il valore. Potrebbero esistere dieci documenti molto più importanti di mille altri. Quello che bisogna comprendere è la natura delle informazioni, il loro livello di classificazione, la loro provenienza, il periodo temporale al quale si riferiscono e soprattutto chi ne sia entrato eventualmente in possesso. C’è poi un elemento ancora più importante. Se si dispone per anni di un flusso costante di documenti provenienti da un servizio di intelligence, non si acquisiscono soltanto informazioni. Si può progressivamente ricostruire il modo nel quale quell’organizzazione pensa. Si comprendono le priorità informative, le aree geografiche di interesse, le minacce considerate più rilevanti, le capacità di raccolta, le lacune informative e persino il processo attraverso il quale l’intelligence viene trasferita al decisore politico. È quello che definirei una sorta di “reverse engineering” dell’intelligence.

Può spiegare meglio questo concetto?

Un servizio straniero non vuole semplicemente sapere cosa conosce il proprio avversario, ma vuole capire come arriva a conoscerlo. È una differenza fondamentale. Se riesco a ricostruire nel tempo quali informazioni raggiungono il vertice politico, posso comprendere quali siano le priorità dell’apparato, posso individuare eventuali lacune, posso intuire quali fonti siano particolarmente produttive e quali strumenti di raccolta vengano utilizzati. Soprattutto posso tentare di capire cosa il servizio “non sa”. Nell’intelligence, conoscere le lacune informative dell’avversario può essere persino più importante che conoscere ciò che sa. Ecco perché un archivio di quasi duemila documenti, se effettivamente fosse strutturato e distribuito lungo molti anni, potrebbe assumere un valore enormemente superiore alla somma dei singoli documenti.

Quindi il danno potrebbe andare oltre le informazioni contenute nei documenti?

Assolutamente sì e si stende su più livelli. Il primo livello riguarda il contenuto. Il secondo riguarda le fonti. Il terzo riguarda i metodi. Il quarto riguarda le relazioni. Il quinto, probabilmente il più importante, riguarda la capacità di ricostruire il sistema. Quando analizziamo una “intelligence compromise” dobbiamo evitare di ragionare come se stessimo analizzando esclusivamente un data breach informatico. Se vengono sottratti dei file da un’azienda, posso teoricamente quantificare il numero dei record compromessi. Nell’intelligence è molto più difficile. Un documento può contenere riferimenti indiretti a una fonte umana, a una capacità SIGINT, a una cooperazione internazionale o a un’operazione in corso. Combinando più documenti attraverso tecniche di analisi correlativa è possibile ottenere informazioni che nessuno dei singoli documenti conteneva esplicitamente. È il cosiddetto principio del “mosaico informativo”.

Uno degli aspetti più delicati riguarda i possibili destinatari stranieri. Quanto è importante stabilire chi abbia ricevuto le informazioni?

È probabilmente la domanda principale dell’intera indagine. Nel contrasto al riciclaggio si utilizza spesso l’espressione “follow the money”. Nel controspionaggio potremmo utilizzare l’espressione “follow the information”. Bisogna ricostruire l’intero percorso dell’informazione. Chi l’ha prodotta? Chi poteva accedervi? Chi l’ha estratta? Come è stata trasferita? Chi l’ha ricevuta? È stata trasformata in un rapporto? Quel rapporto è stato venduto? Chi lo ha acquistato? Il destinatario apparente coincideva con quello reale? E soprattutto bisogna verificare se le informazioni siano state ulteriormente trasferite. Perché un documento consegnato a una singola persona può successivamente entrare nell’ecosistema informativo di un apparato intelligence straniero e diventare accessibile a numerosi analisti. Da quel momento il controllo sull’informazione è definitivamente perduto. È stato fatto anche il nome dell’Azerbaigian. Su questo occorre essere estremamente prudenti. La Procura federale tedesca, nelle informazioni pubblicamente disponibili, non ha identificato ufficialmente i servizi stranieri ai quali sarebbero state destinate le informazioni. Sono emerse ricostruzioni giornalistiche che hanno indicato possibili collegamenti con l’Azerbaigian, ma Baku ha respinto tali ricostruzioni. Finché non emergeranno elementi investigativi più precisi, attribuire con certezza l’operazione a un determinato Paese sarebbe metodologicamente scorretto. Nell’intelligence l’attribuzione è una delle operazioni più complesse, e quando si parla di spionaggio, distinguere tra fatti, indizi, valutazioni analitiche e ipotesi è fondamentale.

Il caso potrebbe coinvolgere indirettamente anche altri servizi occidentali?

Potenzialmente sì, ed è uno degli aspetti che considero più delicati. Nessun grande servizio di intelligence occidentale opera isolatamente. Esistono scambi continui di informazioni tra servizi alleati. Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e gli altri Paesi NATO condividono informazioni, analisi, indicatori di minaccia e prodotti intelligence. Quindi bisognerà comprendere se tra i documenti eventualmente compromessi fossero presenti anche informazioni provenienti da servizi partner. Se così fosse, il problema non sarebbe più soltanto tedesco.

Quale potrebbe essere la reazione degli altri servizi?

Nel mondo dell’intelligence la fiducia è una valuta strategica. Quando un servizio consegna un’informazione particolarmente sensibile a un partner, deve essere ragionevolmente certo che quella informazione venga protetta. Se questa certezza diminuisce, anche temporaneamente, può cambiare il livello della cooperazione. Non significa necessariamente interrompere i rapporti. Sarebbe irrealistico, soprattutto tra alleati strategici, ma potrebbe cambiare la qualità delle informazioni condivise. Un servizio potrebbe decidere di compartimentare maggiormente alcuni prodotti, limitare temporaneamente la distribuzione di determinate informazioni o aumentare i livelli di controllo.

Il danno reputazionale, nel mondo dell’intelligence, può durare più a lungo del danno operativo. È questo, secondo lei, il vero rischio per il Bnd?

Uno dei principali. Il Bnd dovrà certamente ricostruire l’eventuale danno informativo, ma dovrà contemporaneamente proteggere la fiducia dei partner, e ciò rappresenta un lavoro estremamente complesso. Occorrerà probabilmente effettuare un vero e proprio “damage assessment”, ovvero identificare i documenti, classificarli per sensibilità, ricostruirne la distribuzione, verificare la presenza di informazioni provenienti da servizi alleati, identificare eventuali fonti compromesse e stabilire quali operazioni possano essere state indirettamente esposte. È un processo che potrebbe richiedere molto tempo.

Il caso Hanning può essere considerato un esempio di insider threat? 

Se le accuse fossero confermate, sarebbe un caso estremamente significativo di insider threat, proprio perché coinvolgerebbe livelli elevatissimi dell’organizzazione. Siamo abituati a immaginare la minaccia interna come il dipendente infedele che copia documenti o utilizza impropriamente le proprie credenziali. Ma esiste un insider threat molto più sofisticato. Un alto dirigente possiede qualcosa che nessun hacker può sottrarre facilmente: la conoscenza profonda dell’organizzazione. Conosce le persone, le procedure, i meccanismi informali, la cultura interna, il significato reale delle classificazioni, e soprattutto sa attribuire valore alle informazioni. Un documento apparentemente ordinario può assumere un’importanza enorme agli occhi di chi conosce il sistema nel quale quel documento è stato prodotto.

Ma Hanning aveva lasciato il Bnd molti anni prima.

Ed è precisamente questo uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Quando un dirigente lascia un servizio di intelligence perde le proprie funzioni, ma non perde automaticamente il proprio capitale relazionale. Decenni trascorsi ai vertici dello Stato producono una rete di rapporti con funzionari, diplomatici, militari, uomini politici, imprenditori, dirigenti pubblici e rappresentanti di servizi stranieri. Questo patrimonio relazionale è perfettamente legittimo, ma dal punto di vista della sicurezza deve essere considerato. Per questo ritengo che il caso Hanning riaprirà inevitabilmente il dibattito sulla cosiddetta “post-employment security”, cioè sulla gestione del rischio collegato agli ex dirigenti delle strutture più sensibili dello Stato.

Bisognerebbe quindi controllare gli ex direttori dei servizi?

Non parlerei genericamente di controllo sulle persone, sarebbe una semplificazione pericolosa. Bisogna invece costruire regole chiare. Ad esempio, valutare eventuali conflitti di interesse, regolamentare determinati incarichi di consulenza, definire obblighi di comunicazione per alcune attività professionali e mantenere programmi periodici di sensibilizzazione sulla protezione delle informazioni classificate. Bisogna trovare un equilibrio tra libertà individuale e sicurezza nazionale, ma è evidente che un ex vertice dell’intelligence rappresenta, per tutta la vita, un patrimonio straordinario di conoscenze sensibili.

C’è anche un problema legato al mercato privato dell’intelligence?

Certamente. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito alla crescita di un enorme mercato della “private intelligence”. Ex funzionari dei servizi, militari, diplomatici e specialisti della sicurezza entrano nel settore privato mettendo legittimamente a disposizione competenze maturate nel settore pubblico. È un fenomeno globale, ma il problema nasce quando diventa difficile distinguere tra il patrimonio professionale dell’individuo e l’utilizzo di informazioni che appartengono allo Stato. È una linea che deve essere assolutamente netta. La consulenza privata può utilizzare esperienza, competenza, metodologia e capacità analitica, ma non può utilizzare informazioni classificate ottenute attraverso canali impropri.

C’è un aspetto del caso che la colpisce particolarmente?

Sì. La durata del presunto flusso informativo. Se venisse confermato che documenti classificati sono stati trasferiti per un periodo così lungo, la domanda non sarebbe soltanto: “Chi li ha trasferiti?”. La domanda diventerebbe: “Perché il sistema non se ne è accorto?” E questa è una domanda molto più difficile. Un comportamento illecito individuale riguarda una persona, ma un comportamento che riesce eventualmente a proseguire per anni può indicare anche una vulnerabilità organizzativa. Bisognerà capire quali controlli sugli accessi esistessero, quali log venissero conservati, quali sistemi di auditing fossero attivi e se vi siano stati segnali deboli che non sono stati identificati o correttamente interpretati.

La tecnologia e l’intelligenza artificiale possono aiutare a prevenire casi simili?

Moltissimo. I sistemi di “User and Entity Behavior Analytics” consentono già oggi di costruire profili comportamentali degli utenti e individuare anomalie. L’intelligenza artificiale permette di andare oltre. Può correlare accessi, download, interrogazioni dei database, spostamenti di file, orari di lavoro e altre variabili per identificare comportamenti anomali che, considerati singolarmente, potrebbero sembrare irrilevanti. Immaginiamo un funzionario che consulta cento documenti. Il numero in sé potrebbe essere perfettamente normale. Ma se quei documenti appartengono a settori non coerenti con il suo incarico, vengono consultati in determinati momenti e successivamente trasferiti o stampati, la correlazione degli eventi può generare un indicatore di rischio.

L’IA può quindi diventare uno strumento straordinariamente importante per il controspionaggio interno. Non c’è però il rischio di trasformare un servizio in una struttura di sorveglianza permanente dei propri dipendenti?

Certamente, ed è qui che entra in gioco la governance. La tecnologia non deve diventare un alibi per eliminare qualsiasi forma di proporzionalità. Servono regole, controlli, audit e una chiara definizione delle finalità. Ma dobbiamo anche essere realistici: chi lavora con informazioni dalle quali può dipendere la sicurezza nazionale opera inevitabilmente all’interno di un regime di sicurezza più rigoroso rispetto a quello applicabile a un normale ambiente lavorativo. Il principio dovrebbe essere quello dello Zero Trust, opportunamente adattato al mondo intelligence. Non significa non fidarsi di nessuno. Significa che la fiducia non può sostituire il controllo.

Nemmeno quando si parla dei vertici?

Soprattutto quando si parla dei vertici. Ed è questo il grande paradosso dell’intelligence. Più una persona sale nella gerarchia, maggiore è la fiducia che deve necessariamente ricevere. Ma contemporaneamente aumenta il danno che quella persona potrebbe provocare se quella fiducia venisse tradita. Per questo ritengo che una delle lezioni più importanti sia racchiusa nel principio “trust, but continuously verify”. Fidarsi, ma verificare continuamente. Il controllo non deve dipendere dalla posizione gerarchica. C’è un altro elemento singolare: l’inchiesta sarebbe emersa nell’ambito di un procedimento diverso. È un aspetto che merita molta attenzione. Secondo la ricostruzione della Procura federale, parte del materiale sarebbe stata individuata durante una perquisizione effettuata nel settembre 2025 nell’ambito di un altro procedimento e successivamente trasmessa alla Procura federale. Se questa dinamica venisse pienamente confermata, emergerebbe una domanda inevitabile: il presunto circuito sarebbe stato scoperto senza quell’indagine? È una domanda che qualsiasi organizzazione intelligence dovrebbe porsi. Non soltanto il Bnd.

Quindi il caso Hanning contiene una lezione anche per gli altri servizi europei?

Assolutamente sì. Sarebbe un errore considerarlo esclusivamente un problema tedesco. Ogni grande incidente intelligence deve essere studiato dagli altri servizi come un caso di scuola. Bisogna chiedersi: potrebbe accadere anche a noi? I nostri sistemi sarebbero in grado di rilevarlo? Quanto tempo impiegheremmo? Quali informazioni potrebbero essere compromesse? Come reagiremmo? È questo il valore dell’analisi comparativa nel controspionaggio.

Il contesto geopolitico rende la vicenda ancora più grave?

Senza dubbio. L’Europa si trova in una fase di competizione intelligence estremamente intensa. La guerra in Ucraina, il confronto con la Russia, la crescente assertività cinese, l’Iran, il terrorismo, le minacce ibride, la competizione tecnologica e le operazioni di influenza hanno aumentato enormemente l’importanza dell’intelligence. Contemporaneamente è aumentata la cooperazione tra i servizi occidentali. Questo significa che circola una quantità maggiore di informazioni, e più informazioni circolano, maggiore diventa la necessità di proteggerle.

Qual è allora la vera lezione del caso Hanning?

Che la sicurezza di un servizio segreto non può essere misurata soltanto dalla sua capacità di raccogliere informazioni. Deve essere misurata anche dalla capacità di proteggerle. Possiamo disporre dei migliori sistemi SIGINT, dei satelliti più sofisticati, dell’intelligenza artificiale più avanzata e delle migliori capacità cyber, ma alla fine rimane sempre l’elemento umano. La risorsa più importante dell’intelligence continua a essere la fiducia, ovvero fiducia tra funzionari, fiducia tra il servizio e il governo, fiducia tra apparati alleati. Se questa fiducia viene compromessa, soprattutto ai livelli più elevati, il danno può essere molto più profondo della perdita di un singolo documento classificato.

Quindi la domanda centrale non è soltanto quali segreti siano eventualmente usciti dal Bnd?

Esatto, bisogna certamente capire cosa sia eventualmente uscito, ma bisogna soprattutto capire dove sia arrivato, chi lo abbia utilizzato, quali decisioni possa aver influenzato, quali fonti possa aver compromesso, quali servizi alleati possano essere stati indirettamente coinvolti. E soprattutto se qualcuno, attraverso anni di informazioni, sia riuscito a comprendere meglio il funzionamento interno dell’intelligence tedesca, perché nel controspionaggio il problema più grave non è sempre il segreto che l’avversario riesce a rubare dall’esterno. A volte è quello che qualcuno riesce a portare fuori dall’interno. Ed è proprio per questo che, indipendentemente dall’esito giudiziario, il caso Hanning rappresenta già oggi un importante caso di studio per l’intera comunità dell’intelligence europea.

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