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Esclusiva: l’enigma Pakistan-Arabia Saudita-Yemen-Iran

By: A A
10 October 2026 at 22:56

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale

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Cominciamo con alcune informazioni esclusive. Giovedì, Yahya Ali al-Ra’i, presidente della Camera dei Rappresentanti con sede a Sana’a sotto il controllo di Ansarallah, ha consegnato una lettera a Sardar Ayaz Sadiq, presidente dell’Assemblea Nazionale del Pakistan, richiedendo la mediazione pakistana tra Ansarallah e Riyadh.

Ra’i, figura ampiamente rispettata, ricopre la carica di presidente a Sana’a dal 2008. Sadiq ha iniziato il suo attuale mandato come presidente a Islamabad nel marzo 2024. Questo canale parlamentare diretto riveste un’enorme importanza come apertura diplomatica – poiché il Pakistan si trova ad affrontare enormi pressioni, sia a livello interno che in tutto il mondo islamico, riguardo ai suoi reali impegni relativi allo scontro tra Arabia Saudita e Yemen, come stabilito dall’Alleanza per la Difesa della Mecca.

Per quanto l’intera situazione sia in realtà oscura, informazioni dirette provenienti sia da Islamabad che da Teheran, ai massimi livelli, come da me specificatamente richiesto, hanno stabilito quattro punti chiave: Sembra che sia così – per ora.

Islamabad è irremovibile nel sostenere che il Pakistan non attaccherà Ansarallah e non impiegherà truppe a tal fine. L’intesa raggiunta a Riyadh la scorsa settimana escludeva l’ingresso nel territorio yemenita. Le forze pakistane dovrebbero rimanere al di fuori di qualsiasi offensiva terrestre contro Ansarallah.

Il Pakistan stava già mediando tra Riyadh e Sana’a attraverso Teheran. Il feldmaresciallo Asim Munir ha personalmente richiesto al ministro degli Esteri iraniano Araghchi di esercitare l’influenza dell’Iran su Ansarallah, avvalendosi dei contatti di Araghchi sia con Islamabad che con Riyadh. Il Ministero degli Esteri pakistano non ha smentito l’esistenza di questo canale diplomatico.

Il Pakistan sarebbe tenuto a difendere il territorio saudita in virtù dei propri impegni nell’ambito dell’Alleanza per la Difesa della Mecca. I dispiegamenti finalizzati alla protezione dei confini e alla difesa contro droni e missili lanciati dalle Forze Armate yemenite rientrano in questo quadro. Il problema è se alcuni consiglieri pakistani siano già dispiegati in territorio yemenita. Se il Pakistan avesse anche solo pochi «consiglieri» ad Aden e truppe da qualche parte nel nord dello Yemen, al confine con l’Arabia Saudita, ciò costituirebbe già una violazione delle sue promesse.

Le forze pakistane dovrebbero essere in grado di difendersi da sole – è una conseguenza naturale del territorio. Si tratta di una contingenza dichiarata; non di una previsione di ritorsione. Almeno un ufficiale pakistano è stato ucciso in Arabia Saudita senza che il Pakistan reagisse con una ritorsione. Ciò denota moderazione – almeno per ora.

Transito attraverso lo Stretto di Hormuz: utilizzare il CIPS e pagare in rial

Sul più ampio fronte USA-Iran, le mosse diplomatiche confermano quanto abbiamo riportato negli ultimi giorni riguardo al Protocollo di Transizione. Il Pakistan, infatti, è determinato a mantenere i rapporti sia con Riyadh che con Teheran, parallelamente a un coordinamento costante con Pechino. Dopotutto, la Cina sostiene pienamente la mediazione pakistana; e Araghchi continua a dialogare con Munir, come ha fatto in seguito ai colloqui con Wang Yi a Pechino.

Nel frattempo, sul fronte di Washington, le speculazioni sono febbrili su tutta la linea riguardo ai preparativi per una ripresa della guerra da parte dell’amministrazione Trump – compresi potenziali attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e persino, cosa piuttosto preoccupante, a obiettivi nucleari. Non vi è ancora alcuna decisione definitiva da parte dello «psicopatico/sociopatico al comando», tanto meno una data di avvio.

I rischi immediati, in ogni caso, sono sbalorditivi.

La diplomazia – anche nella sua forma surrogata – è impantanata in un vicolo cieco. Teheran rimane – e continuerà a rimanere – ancorata alle proprie condizioni attuali, specificate nel memorandum d’intesa ormai privo di significato, ma ora con l’aggiunta della minaccia di bloccare le rotte di transito lungo la costa dell’Oman che considera illegali. Washington, dal canto suo, è ossessionata dall’ottenere vaste concessioni in materia nucleare. All’inizio di questa settimana, abbiamo confermato che il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) di Teheran ha preso due decisioni di grande rilevanza.

  1. Teheran ha deciso di riscuotere il pedaggio di transito nello Stretto di Hormuz esclusivamente in valuta iraniana. Niente yuan, niente criptovalute. In realtà, tramite un meccanismo collegato al CIPS, il sistema cinese di pagamento e compensazione, aggirando il dollaro statunitense. Si utilizza il CIPS per acquistare elettronicamente yuan, convertirli in rial e pagare il pedaggio. Le entrate derivanti dal transito nello Stretto di Hormuz, dopotutto, rappresentano una delle poche fonti di valuta forte rimaste a Teheran. Il nuovo meccanismo rafforzerà sicuramente il valore del rial.
  2. Attraverso il Pakistan, Teheran ha comunicato a Witkoff, il «Bismarck» del settore immobiliare di Trump, che l’Iran non si smuoverà di un millimetro dalle proprie condizioni per un accordo negoziato – ed è pienamente preparato a qualsiasi possibile offensiva statunitense. E questo dopo che J.D. Vance ha avanzato un’ulteriore condizione sull’arricchimento nucleare: una riduzione «significativa» e «sostanziale». Ciò blocca il dossier nucleare e rende quasi impossibile una formula di risoluzione rapida.

Il punto fondamentale è che la spirale di escalation potrebbe sfuggire al controllo in un batter d’occhio.

La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto

Sul fronte saudita-yemenita, le Forze Armate yemenite si stanno dimostrando assolutamente spietate. La “Tempesta yemenita in arrivo 1.0” è già in atto.

I danni alla raffineria di Jeddah, vicino a Yanbu, sono ingenti. Ansarallah sta colpendo contemporaneamente la costa orientale e quella occidentale dell’Arabia Saudita, oltre all’oleodotto est-ovest che le collega.

A tutti gli effetti, Sana’a sta prendendo di mira l’intera infrastruttura chiave di Riyadh. Il «paracadute» difensivo statunitense è una farsa: le batterie PAC-3 e Patriot rimaste sono inutili contro i missili balistici yemeniti.

Le truppe saudite potrebbero ammontare, nella migliore delle ipotesi, a 75.000 unità, più 125.000 della Guardia Nazionale. Le Forze Armate yemenite dispongono di almeno 350.000 uomini, che possono essere facilmente portati a 800.000. Aspettarsi un «aiuto» dai petrol-sceicchi del CCG non è nemmeno degno di essere definito uno scherzo.

Le Forze Armate yemenite hanno inoltre lanciato due missili balistici e droni esplosivi in direzione dell’aeroporto internazionale di Aden. Ansarallah ha dichiarato che l’obiettivo erano i rifornimenti militari sauditi appena giunti al Campo di Badr, il quartier generale dei mercenari adiacente all’aeroporto. È stato ucciso un numero non specificato di ufficiali e funzionari sauditi di alto rango – forse anche alcuni pakistani.

Da parte sua, anche la Turchia sta per schierare truppe, velivoli e sistemi di difesa aerea sul territorio saudita. Queste forze turche potrebbero, in teoria, proteggere Riyadh, le città sante e l’oleodotto Est-Ovest. Ankara, proprio come Islamabad, insiste nel sostenere di non avere alcuna intenzione di entrare in guerra nello Yemen.

La rapida liberazione da parte delle Forze Armate yemenite della costa occidentale vicino al Mar Rosso ha inoltre reso chiarissimo come la cosiddetta «coalizione» saudita – in realtà una banda di proxy e mercenari – stesse schierando di fatto dei terroristi fin dall’inizio.

Ansarallah ha recuperato una grande quantità di passaporti stranieri – in particolare provenienti dal Kuwait, dal Qatar, dalla Turchia e dalla Siria – appartenenti a sicari dell’ISIS e di Al-Qaeda. Chiamatela pure la Legione della Terror Inc.

È sempre la solita storia. Il Qatar e la Turchia, di comune accordo, hanno strumentalizzato il trasferimento di miliziani dell’ISIS e dei salafiti-jihadisti dalla Siria e dall’Iraq: questi sono stati accolti nello Yemen dal Partito Islah. La Turchia è stata la principale via di transito; almeno 2.100 di questi membri dell’ISIS sono turchi.

AQAP è tornata! Già nel lontano 2020, Ansarallah aveva sequestrato documenti, mappe e video che mostravano jihadisti dell’ISIS/Daesh e di Al-Qaeda, direttamente sostenuti da Riyadh, mentre vagavano per lo Yemen, con i miliziani catturati che confessavano di essere stati pagati, armati e sostenuti logisticamente dai sauditi.Ora è già in atto una nuova incarnazione dell’ex Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) – attraverso almeno 20.000 mercenari terroristi del Daesh/takfiri “importati” dalla Siria. Essi saranno inviati nel governatorato di Aden – in seguito alla richiesta, anzi alla pretesa dello stesso MbS, pienamente approvata dall’amministrazione Trump e dal suo vassallo tagliagole diventato presidente a Damasco, l’ex membro dell’ISIS al-Jolani.

Il titolo definitivo dell’intera vicenda, tuttavia, è che la Casa dei Saud sta attaccando Ansarallah per proteggere il culto della morte in Asia occidentale. Controllando Bab al-Mandab, Ansarallah isola di fatto il porto israeliano di Eilat. Ciò era già accaduto in precedenza durante il genocidio di Gaza. Riyadh era furiosa perché aveva stretto accordi per il progetto NEOM – ora praticamente accantonato – che avrebbe collegato Eilat una volta che gli Accordi di Abramo trumpiani fossero entrati in vigore. Considerando il quadro d’insieme, una singola scintilla potrebbe ancora scatenare l’inferno. Tra le possibilità figurano: un attacco yemenita contro l’Arabia Saudita che causi ingenti perdite; un caos nella riscossione dei pedaggi nello Stretto di Ormuz; un attacco iraniano contro un obiettivo legato ai «petro-sceicchi» del CCG, a seguito di una provocazione americana; un attacco legato all’Iran contro una base statunitense, ancora una volta a seguito di una provocazione americana; e, soprattutto, una (dis)avventura del CENTCOM «via terra, aria e mare» imposta da un sociopatico.

Allacciate le cinture di sicurezza.

Hormuz and the looming economic catastrophe

By: A A
10 October 2026 at 14:05

By Philip PILKINGTON

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The Trump administration is missing the bigger picture.

In the classic martial arts film Enter the Dragon, Bruce Lee’s character is instructing a young, aspiring fighter. Irritated at the lack of progress his student is making, he points to the sky. “It’s like a finger pointing away to the moon,” he says as the student tries to focus on what his teacher is saying. “Don’t concentrate on the finger,” Lee says, slapping him on the head, “or you will miss all that heavenly glory.” The quote is derived from an old Buddhist text called the Śūraṅgama Sūtra, and the point is clear: Sometimes if you focus on what is immediately in front of you, you can miss the point entirely.

Something like this is happening in Washington, DC, right now. For almost two weeks, the debate around the progress or lack thereof in the Iran War has been focused on activity in the Strait of Hormuz. A whole host of maritime experts have emerged suddenly to inform us that the Trump administration has succeeded in reopening the crucial waterway to shipping. Maximalists are claiming that this means the United States has effectively won the war in the Middle East. Others are making the more modest claim that this reopening of the Strait will solve the looming energy crisis.

These were the two perspectives that most people who were not deeply involved in the debate heard. There was, however, a small but vocal minority who questioned whether the Strait had been opened at all. If Iran had effective fire control over the Strait in spring and summer, they asked, then why would they suddenly lose it now? Almost immediately after this question was raised, Iran settled the debate by striking an enormous number of ships: 12 and counting in less than a week.

To those of us who were paying attention, the whole exercise felt like looking at Lee’s finger as he points to the moon. As these debates unfolded, the market for U.S. Treasury debt continued an epic sell-off. Bloomberg quoted an investment banker who stated that Treasuries were “trading like a meme stock.” U.S. Treasury bonds have now experienced their worst long-run returns in history.

Treasury bonds are not just any old asset. For one, they are the debt of the U.S. government. If they become uninvestable, the capacity for Washington to live beyond its means through debt issuance is open to question. Treasuries are also the benchmark asset for the entire global dollar system that has allowed the U.S. to run enormous deficits for decades. If this asset starts “trading like a meme stock” and generating awful returns, foreigners will opt for something else. This week, the president of the German central bank stated that “the case for further diversification into gold remains significant.” People are talking.

In mid-September, the speaker of the Iranian parliament, Mohammed Bagher Ghalibaf, posted an equation on X. Unusually for an obscure piece of algebra, the post garnered nearly 7 million views. The equation was a modified version of what economists call the “Taylor Rule,” a method that economists and central bankers use when setting central bank interest rates. In normal times, the equation factors in expected future inflation and how much slack is in the economy. But Ghalibaf’s equation—which he called the “Straits Taylor Rule” —included two new variables: the Strait of Hormuz and the Bab el-Mandeb, the two waterways currently under fire from Iran and the Houthis in Yemen, respectively.

The equation is a stripped-down representation of Iran’s strategy. By controlling these waterways, Iran and its allied groups have gained control over the global energy market. By squeezing these chokepoints, Iran can assert de facto control over America’s financial markets by pushing up expected inflation. Central banks like the Federal Reserve realize that this is no mere bluff and have already started raising interest rates. Ghalibaf’s equation explains, to a very large extent, why American government debt is currently trading like a meme stock.

Meanwhile, at the same time as these pressures are felt in American financial markets, the real economy is undergoing a squeeze too. Recent reports from the Energy Information Agency suggest that American heating-oil bills are expected to rise by 21 percent this winter. Diesel markets are entering into a genuine crisis, with President Donald Trump floating the prospect of banning diesel exports to ensure that there are no shortages. Diesel is the lifeblood of the American logistics chain. If there are shortages, trains and trucks will not run and goods will not be delivered to shelves. Trump has walked back the diesel export ban for now, after strong-arming the Europeans to dump their oil and diesel reserves, but there is every chance that this option appears back on the table as the crisis worsens. Food prices are rising too, with sugar prices looking particularly worrisome.

Once again, Ghalibaf outlined how this is part of Iran’s overall strategy. In an X post this week, the speaker published a rudimentary graph—coupled with a haunting image of a ghost—showing rising commodity prices and interest rates on one side, and falling consumer confidence, foreign interest in U.S. Treasuries, hyperscaler investment, and housing affordability on the other. The Iranians are not just trying to squeeze the American financial system—they are aiming to put extreme stress on the entire economy—and it looks increasingly like they intend on making this pressure felt before American voters go to the polls on November 3.

The Trump administration has become fixated on the Strait of Hormuz, seeing it as a decisive battlefield on which the U.S. can win the war. But the Strait is merely a means to an end. For Iran, that end is to slowly demolish the American economy and financial system until the pressure becomes too much and the U.S. backs off. The idea that you can “win” such a battle is delusional.

The Strait is merely the finger in Lee’s analogy. It is Iran’s overall economic strategy—the moon—that we should focus on. And when we do, we come to the worrying conclusion that by the time the Trump administration cries uncle, the damage done to the American economy and financial system will be so severe that it could take many, many years to recover.

Original article:  www.theamericanconservative.com

Rush to Diagnose ADHD and Autism is Damaging Children, Major Review Warns

10 October 2026 at 13:00

Britain risks harming a generation of children by over-diagnosing ADHD and autism, a major review has warned, with autism diagnosis rates soaring by up to 40-fold despite no evidence of a genuine increase in prevalence.

The post Rush to Diagnose ADHD and Autism is Damaging Children, Major Review Warns appeared first on The Daily Sceptic.

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