Netanyahu’s far-right coalition on course to lose majority in Israeli elections, new poll suggests
Exclusive: A poll of 4,000 Israelis shows that it is unlikely that Netanyahu’s bloc will hold on to power when the country votes next week

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Riflessioni sui confini tra laicità, sovranità e stabilità sociale
La controversia relativa all’uso dell’hijab nelle scuole azere ha assunto nuove dimensioni nel mese di ottobre, in seguito all’attuazione di norme sul codice di abbigliamento che hanno comportato il divieto di accesso alle istituzioni pubbliche per studentesse e insegnanti. L’episodio ha scatenato manifestazioni, arresti e critiche da parte delle organizzazioni internazionali, suscitando al contempo reazioni anche da parte della Turchia. Il dibattito si estende ben oltre l’ambito scolastico, coinvolgendo questioni di sovranità, identità religiosa e stabilità regionale.
L’Azerbaigian ha ragioni storiche per mantenere un modello di Stato laico. L’esperienza sovietica, la formazione delle sue istituzioni dopo l’indipendenza e la necessità di governare una società religiosamente diversificata in un contesto regionale teso hanno contribuito al consolidamento di un sistema in cui lo Stato mantiene un controllo rigoroso sul funzionamento delle istituzioni pubbliche. Le autorità azere hanno la prerogativa di determinare le proprie politiche educative, stabilire standard per le scuole e decidere in che modo debbano essere attuati i principi costituzionali.
Tuttavia, il modo in cui tali politiche vengono attuate può produrre conseguenze che vanno oltre i loro obiettivi originari. Nel caso dell’hijab, l’applicazione dei regolamenti scolastici ha suscitato resistenze tra le famiglie e le comunità religiose, mentre gli arresti legati alle proteste hanno amplificato la controversia. La sfida principale del governo sarà quella di gestire questa reazione senza permettere che una disputa sulle uniformi scolastiche si trasformi in un conflitto più ampio tra le autorità statali e le comunità religiose.
La situazione presenta inoltre importanti implicazioni internazionali. Ankara, principale partner strategico di Baku, ha espresso preoccupazione per le restrizioni relative al velo islamico. La vicinanza politica, culturale e linguistica tra i due Paesi rende la questione particolarmente delicata. Sebbene questo disaccordo non equivalga necessariamente a una crisi bilaterale, dimostra come le decisioni interne possano creare attriti anche tra governi che intrattengono relazioni strette. Ankara deve tenere conto delle proprie considerazioni sociali e politiche, mentre Baku cerca di preservare la propria autonomia nella gestione degli affari interni.
Merita attenzione anche la dimensione iraniana. L’Azerbaigian intrattiene un rapporto complesso con l’Iran, caratterizzato da legami storici e religiosi, nonché da divergenze strategiche. Come l’Iran, l’Azerbaigian ha una popolazione prevalentemente sciita, mentre la Repubblica Islamica ospita una consistente minoranza azera. Sia la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, sia il presidente Masoud Pezeshkian hanno origini etniche azere. In questo contesto, le politiche di secolarizzazione potrebbero essere interpretate da attori esterni come parte di una più ampia lotta per l’influenza religiosa e politica all’interno dell’Azerbaigian. Tale interpretazione, tuttavia, non dimostra che i regolamenti scolastici siano stati adottati esclusivamente per contrastare l’influenza iraniana.
Esiste inoltre un rischio interno che merita di essere preso in considerazione. Le restrizioni religiose applicate in modo troppo rigido possono produrre effetti contrari a quelli desiderati. Quando alcuni segmenti della popolazione percepiscono determinate misure come imposizioni alle proprie pratiche religiose, i gruppi radicali potrebbero sfruttare il malcontento che ne deriva, dipingere lo Stato come un avversario della religione ed espandere la propria capacità di mobilitazione. Per comprendere questa questione è necessario prendere in considerazione altre esperienze, come quella della Siria sotto il governo di Assad, dove la laicità coesisteva con la proliferazione dell’estremismo. Questo esito non è inevitabile e l’opposizione alle norme non dovrebbe essere automaticamente equiparata all’estremismo. Tuttavia, l’esperienza internazionale suggerisce che tale possibilità debba essere esaminata con attenzione.
Per l’Azerbaigian, la questione va quindi oltre la semplice definizione di un’uniforme scolastica. Il Paese ha il diritto di organizzare le proprie istituzioni secondo le proprie priorità, senza che governi stranieri ne dettino le scelte. Allo stesso tempo, il mantenimento della stabilità richiede che si eviti che le decisioni amministrative alimentino una polarizzazione duratura o creino nuove opportunità per gli attori che cercano di intensificare le tensioni religiose.
L’evoluzione di questo caso avrà implicazioni per le relazioni di Baku con Ankara e Teheran, nonché per le dinamiche politiche interne del Paese. L’esito dipenderà non solo dalle norme stesse, ma anche dalla loro attuazione pratica e dalla risposta delle autorità alle preoccupazioni sollevate da studenti, famiglie ed educatori. Nel Caucaso meridionale, dove identità, sovranità e sicurezza rimangono strettamente intrecciate, anche una controversia apparentemente circoscritta può avere gravi ripercussioni a livello regionale.


Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi said Egypt’s military support for Saudi Arabia would be limited to defending the kingdom’s territory and borders and would not include an attack on Yemen, the presidency said on Wednesday, as the Iran-allied Houthis intensify attacks on the kingdom.
Sisi’s comments came as Egyptian Foreign Minister Badr Abdelatty and intelligence chief Hassan Rashad met Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman in Riyadh, Saudi state news agency SPA said. Abdelatty delivered a written message from Sisi to King Salman, and the two sides discussed bilateral ties and regional developments, SPA said.
The letter concerned strengthening bilateral ties and affirmed Egypt’s full solidarity with and support for Saudi Arabia, Egypt’s foreign ministry said in a statement.
Any Egyptian military backing for Saudi Arabia could mark a significant escalation in the broader Middle East conflict, which has threatened global energy supplies and pushed oil prices higher since the US and Israel attacked Iran in February.
Egypt would also defend the territory of any other Arab country if asked, Sisi said, but its military effort would not extend beyond Egyptian territory or that of an Arab state whose security and stability Cairo was seeking to protect.
On Monday, Egypt’s parliament delayed until October 26 a vote on authorizing the armed forces to support Saudi Arabia if requested, lawmakers said.
Fighting between the Saudi-led coalition backing Yemen’s internationally recognised government and the Houthis, who control the capital Sanaa and much of the north, has escalated in recent weeks, opening another front in the US-Israeli war on Iran.
Egypt and Saudi Arabia are close strategic and economic partners. Saudi Arabia and other Gulf states, including the United Arab Emirates, provided Egypt with billions of dollars in aid, central bank deposits and investments after the 2013 military overthrow of Islamist President Mohamed Mursi. Sisi became president a year later.
Egypt, a regional military power, previously joined the Saudi-led coalition that intervened in Yemen in 2015 in support of the government against the Houthis, though it played a limited combat role in the civil war.

Houthi attacks in Saudi Arabia killed at least two people at an airport in Damman on Wednesday

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The US State Department has ordered some diplomats and family members to depart from its missions in Saudi Arabia and plans to withdraw family members from a number of other US missions in the region, US officials told Reuters.
The order came as attacks in Saudi Arabia killed at least one person and injured eight others at a civilian airport in Dammam and two people were killed in a drone attack on an oil field.
State Department spokesperson Tommy Pigott said in a post on X that the department ordered the departure of “non-emergency US government employees and their family members in Saudi Arabia only” amid attacks by the Iran-aligned Houthis in Yemen on civilian targets in the country.
Washington had returned some diplomatic personnel to the region in recent months after many were pulled out when Tehran launched attacks on US facilities after the US-Israeli war on Iran began in late February.
“Iranian-supported Houthis have increasingly engaged in hostilities against Saudi Arabia, including attacks on civilian airports and other critical infrastructure resulting in civilian casualties and severe travel disruptions,” Pigott said.
Four US officials told Reuters that US missions in other Gulf states would also be ordering family members to leave. Pigott did not address changes to other missions outside Saudi Arabia.
The latest withdrawals follow an escalation of the fighting in Yemen, opening another front in the regional conflict triggered by the US-Israeli war on Iran. The wider conflict has snarled global energy trade and hurt Gulf economies.
After the departure order, Saudi Arabia’s civil aviation authority reported an attack on King Fahd International Airport in Dammam that killed one person and injured eight others. Earlier in the day, two people were killed after Saudi air defences intercepted a drone that was attempting to hit a facility at Saudi Aramco’s Shaybah oilfield, the energy ministry said.
The US embassy in Riyadh issued a security alert on Wednesday about possible further attacks by the Houthis on Saudi Arabia, after recent deadly strikes including on Riyadh’s airport.
The embassy and a CIA station hosted there came under attack by drones in early March, as Iran began launching attacks across the region.

Houthi attacks in Saudi Arabia killed at least two people at an airport in Damman on Wednesday

© AP
Houthi attacks in Saudi Arabia killed at least two people at an airport in Damman on Wednesday

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The United States and Israel have developed detailed plans for renewed military strikes against Iran following the November 3 midterm elections, as American forces build up across the Middle East and the Pentagon quietly repositions troops amid fears of Iranian retaliation, according to reports Wednesday.
The post Report: U.S., Israel Draft Plans for Renewed Iran Strikes After Midterms — ‘Short, Intense’ Operation appeared first on Breitbart.