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Spread in calo a 107 punti dopo l’asta dei Btp: il Tesoro ha raccolto 7 miliardi, i rendimenti

By: matrun
14 October 2026 at 08:16

Lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi ha mostrato un calo all’apertura dei mercati finanziari il 14 ottobre. Il differenziale è calato a 107 punti base, per la prima volta sotto la soglia psicologica dei 110 punti da giorni in apertura. I rendimenti sono rimasti fermi a 4,53%, mentre quelli tedeschi sono cresciuti.

Ieri si è conclusa l’asta dei titoli a medio e lungo termine dei Btp, che ha portato 7 miliardi di euro nelle casse dello Stato. I rendimenti sono stati piuttosto alti, anche oltre 4,8% per i titoli a scadenza più lunga. Nonostante questo, la domanda è stata sostenuta.

Lo spread è in calo, ma non i rendimenti

La riduzione dello spread verificatasi in apertura il 14 ottobre è stata causata soprattutto da un aumento dei rendimenti dei Bund tedeschi, non da un calo di quelli dei Btp, che sono rimasti al 4,53%. Questa quota è piuttosto stabile ormai da alcuni giorni e potrebbe essere un nuovo punto di equilibrio per i titoli italiani dopo la volatilità delle scorse settimane.

La crisi de debito in pausa

Tutti i principali elementi della crisi del debito mondiale non hanno presentato nuovi sviluppi questa settimana. Treasury e obbligazioni delle grandi aziende sono rimasti ai livelli precedenti e soltanto il debito francese continua a mostrare le conseguenze della pressione, soprattutto a causa dell’instabilità politica del Paese, con il governo che avrà grosse difficoltà ad approvare una nuova legge di bilancio.

Come è andata l’asta dei Btp del 13 ottobre

Ieri si è conclusa l’asta dei Btp a medio e lungo termine, la seconda emissione di titoli di Stato del mese di ottobre. Il Tesoro ha raccolto la cifra massima prevista, 7 miliardi di euro, divisi in:

  • 2,5 miliardi di euro del Btp 3% 3 anni scadenza 15 settembre 2029;
  • 3 miliardi di euro del Btp 3,35% 7 anni scadenza 15 settembre 2033;
  • 1,5 miliardi di euro del Btp 3,95% 15 anni scadenza primo ottobre 2041.

I rendimenti sono stati piuttosto alti, in particolare quelli dei titoli a 15 anni:

  • il Btp 3% 3 anni scadenza 15 settembre 2029 ha avuto un rendimento del 3,69%, 27 punti base sopra l’ultima tranche;
  • il Btp 3,35% 7 anni scadenza 15 settembre 2033 ha avuto un rendimento del 4,24%, 26 punti base sopra l’ultima tranche;
  • il Btp 3,95% 15 anni scadenza primo ottobre 2041 ha avuto un rendimento del 4,84%, 61 punti base sopra l’ultima tranche.

Le prossime aste si terranno:

  • martedì 27 ottobre l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
  • mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
  • giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.

Gli spread europei

Sostanziale stabilità per gli spread europei, con la Spagna che rimane poco sopra 60 punti base di differenziale e con la Francia che rientra a 137 dopo il picco di ieri, confermandosi però il grande Paese con i titoli di Stato più volatili in Europa in questo momento.

Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 13 ottobre 2026
Titoli di Stato Rendimenti Spread
Bund tedeschi 3,46% –
Btp italiani 4,53% 107
Oat francesi 4,80% 136
Bonos spagnoli 4,07% 61

 

Dpfp, Renzi duro con il Governo “piagnone”: cosa non torna dello scostamento di bilancio

By: matrun
14 October 2026 at 06:30

La Camera ha approvato lo scostamento di bilancio previsto nel Documento programmatico di finanza pubblica, il Dpfp, dopo che il ministro dell’Economia Giorgetti ha presentato a un’aula praticamente vuota la sua relazione.

Durante il passaggio al Senato, che ha poi ratificato lo stesso testo, il segretario di Italia Viva Matteo Renzi ha duramente attaccato il Governo, utilizzano i dati del Dpfp stesso.

Dpfp, scostamento di bilancio, di cosa stiamo parlando

L’avvicinamento alla discussione e all’approvazione della legge di bilancio è caratterizzato da diversi passaggi, che determinano in parte come sarà strutturata la Manovra finanziaria stessa.

Cosa sono il Dpfp e lo scostamento di bilancio

Il Dpfp è quello che pochi anni fa si chiamava Nadef, nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Si tratta di una raccolta di dati sull’economia italiana, data dal Governo in modo da poter dare un contesto alle misure della Manovra finanziaria. È importante perché da questi dati si può capire quanti soldi ha l’Esecutivo da spendere.

Lo scostamento di bilancio, a differenza del Dpfp, non è un passaggio obbligato. Avviene quando un governo prevede di fare più debito di quanto previsto. Nel 2027 (e nel 2028) questo succederà attraverso la NEC, la clausola di salvaguardia nazionale. L’Ue, in sostanza, permetterà all’Italia di fare deficit fuori dalle proprie regole, in due ambiti:

  • la difesa, con circa 14 miliardi di euro in due anni;
  • l’energia, con 14,4 miliardi di euro in due anni.

Renzi attacca Giorgetti: “piagnoni”

Matteo Renzi ha duramente criticato il Dpfp. Nel suo intervento al Senato ha dichiarato:

I piagnoni erano i grandi sostenitori di fra’ Girolamo Savonarola… si lamentavano di tutto, avevano quest’aria sofferente. Ecco, questo è Giancarlo Giorgetti: si piazza lì e ci fa il solito discorsino su “quelli di prima”. Ma quello di prima eri tu, caro piagnone!

Ha poi proseguito a elencare alcuni dati che il Governo stesso ha presentato nel Dpfp:

  • il potere d’acquisto diminuirà nel 2028, quando un’inflazione stimata del 3% eroderà gli stipendi, che cresceranno del 2,3%;
  • nel 2027 il rapporto debito/Pil aumenterà, arrivando al 138,5%;
  • la pressione fiscale rimarrà alta, al 43%.

Cosa non torna nel Dpfp

All’interno del Dpfp dovrebbe esserci anche un’indicazione di come saranno spese le risorse che verranno ricavate durante la legge di bilancio. Non si tratta di un testo normativo, quindi non dovrebbe essere specifico, ma gli interventi più generali dovrebbero essere spiegati. In diversi punti, hanno notato alcuni parlamentari, il Dpfp del 2026 è molto vago.

Come verrà usato lo scostamento di bilancio

Il punto più vago è proprio l’utilizzo dei fondi dello scostamento di bilancio. Per la difesa, Giorgetti ha parlato di:

interventi che riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali.

Per l’energia, invece, c’è ancora meno chiarezza. L’unica indicazione è la frase “Misure in favore di famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e al settore delle infrastrutture”.

Il Governo, di fatto, non sa ancora cosa farà con quei quasi 29 miliardi di euro, perché non ha ancora ultimato le trattative con l’Ue a riguardo. Bruxelles è stata chiara: i fondi per l’energia servono per investimenti strutturali, non per bonus estemporanei. Il Governo però vorrebbe usarli per abbassare bollette e accise. Con una formulazione vaga si è quindi lasciate aperte tutte le possibili vie.

La questione del fiscal drag

Infine, c’è un’altra questione che il Dpfp si rifiuta di affrontare: il fiscal drag. Lo ha fatto notare la senatrice del Pd Maria Cecilia Guerra. Questo fenomeno avviene quando c’è molta inflazione e, di conseguenza, gli stipendi aumentano senza però che chi li riceve si arricchisca, perché i maggiori introiti servono solo a compensare l’aumento dei prezzi.

L’Irpef funziona a scaglioni. Quando uno stipendio aumenta oltre un certo livello, sulla parte eccedente si pagano più tasse. Quando c’è forte inflazione e un aumento degli stipendi senza guadagno di potere d’acquisto, alcuni lavoratori rischiano di pagare più tasse di prima senza effettivamente essersi arricchiti.

Questo conviene allo Stato, che di fatto aumenta le tasse senza dover fare nulla. E la crescita delle imposte non è trascurabile:

  • 4,4 miliardi di euro nel 2026;
  • 3,4 miliardi di euro nel 2027;
  • 2,4 miliardi di euro nel 2028;
  • 2,8 miliardi di euro nel 2029.

Anche negli anni passati il Governo ha affrontato questo fenomeno, ma lo ha sempre compensato con misure apposite. Il sospetto dell’opposizione è che il Dpfp non ne parli per permettere all’esecutivo di utilizzare le risorse aggiuntive in altri modi, di fatto aumentando l’Irpef ad alcuni lavoratori.

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