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Vaticano. Secretário de Estado preocupado com saúde do Papa

15 October 2026 at 20:57
O secretário de Estado do Vaticano admite que o nódulo cancerígeno removido pode condicionar a viagem à América Latina prevista para novembro.

© Mario Guzman/EPA

O pontífice norte-americano está a recuperar e já retomou algum trabalho no quarto do hospital

Encuentran en Agrigento un barrio sepultado por el asedio cartaginés del 406 a.C. y evidencias del gigantesco lago artificial donde criaban peces

Entre los templos dóricos que han hecho famosa a Agrigento hay una vaguada estrecha, con naranjos y olivos, donde un equipo internacional lleva tres años cavando. La tercera campaña en la Kolymbethra y en la meseta de Case Montana termina el 24 de octubre. Según el Parque Arqueológico y Paisajístico del Valle de los Templos, […]

Ryanair lascia 13 aeroporti, quali le destinazioni coinvolte (e cosa cambia per l’Italia)

15 October 2026 at 11:05

Ryanair lascia 13 aeroporti europei tra il 2026 e il 2027, interrompendo progressivamente i collegamenti con diverse delle sue destinazioni più popolari. Alla base di questa decisione ci sono soprattutto i costi aeroportuali, le tasse e le condizioni economiche considerate poco vantaggiose dalla compagnia low cost irlandese.

Perché Ryanair cancella i voli

La principale ragione economica alla base delle cancellazioni è la necessità di contenere i costi. Il modello delle compagnie low cost si fonda sulla capacità di mantenere tariffe competitive attraverso un’elevata produttività degli aeromobili, una gestione efficiente delle operazioni e accordi economici favorevoli con gli aeroporti.

Le tasse sui passeggeri, i diritti aeroportuali e gli altri oneri legati all’utilizzo degli scali possono però incidere sulla convenienza di una rotta. E se a questi costi si aggiungono quelli relativi alla sicurezza, ai servizi aeroportuali e al controllo del traffico aereo in determinati scali o tratte, la conseguenze sono due, ovvero:

  • la riduzione dei voli;
  • il posizionamento degli aeromobili su basi più convenienti, fino alla completa cancellazione dei collegamenti.

La scelta, quindi, non dipende soltanto dalla domanda turistica o dal numero di persone interessate a una destinazione, ma dalle condizioni contrattuali con gli aeroporti e il margine economico ottenibile da ciascun volo.

L’elenco delle destinazioni coinvolte

Alcune delle uscite dalla rete Ryanair sono già avvenute, mentre altre sono programmate per i prossimi mesi o per la fine della stagione invernale 2026 2027.

Ecco l‘elenco degli aeroporti dai quali la compagnia ha interrotto o prevede di interrompere tutti i collegamenti. Dopo Vigo, in Spagna, a gennaio 2026, hanno chiuso a marzo 2026:

  • Amman, in Giordania;
  • Asturie, in Spagna;
  • Clermont Ferrand, in Francia;
  • Ponta Delgada e Terceira, nelle Azzorre, in Portogallo.

Ad agosto 2026 ha chiuso invece a Rodez, in Francia, mentre questo ottobre è prevista la chiusura a:

  • Bodrum, in Turchia;
  • Dalaman, in Turchia;
  • Kalamata, in Grecia;
  • Niš, in Serbia;
  • Volos, in Grecia.

L’ultimo stop sarà invece a marzo 2027, a Brema, in Germania.

Le date si riferiscono al periodo di interruzione dei collegamenti o alla cessazione prevista delle operazioni. Chi intende partire da o per gli aeroporti interessati dagli stop di ottobre e marzo dovrebbe quindi prima verificare la disponibilità effettiva dei voli.

Che cosa cambia per l’Italia

Tra i collegamenti interessati dalla chiusura dell’aeroporto tedesco figura anche quello con Lamezia Terme, in Calabria. Se l’interruzione prevista per il 27 marzo 2027 sarà confermata nei termini annunciati, chi utilizza questo collegamento per raggiungere Brema dovrà organizzarsi diversamente.

Tuttavia, la compagnia ha specificato che ad essere cancellati saranno i collegamenti diretti. Quindi, rimarranno comunque accessibili le tratte con scalo intermedio, permettendo ai passeggeri di raggiungere la destinazione attraverso coincidenze operative presso altri hub della rete Ryanair.

Tuttavia, nonostante l’uscita dai 13 aeroporti, Ryanair ha programmato per il 2026 una media di 3.272 movimenti giornalieri, il 4% in più rispetto al 2025. L’idea è quella di ridurre la presenza in alcuni scali ma non ridimensionare l’intera attività. Il vettore trasferirà infatti la capacità liberata verso aeroporti che offrono tariffe inferiori, incentivi più vantaggiosi o prospettive di crescita della domanda.

Il meccanismo è quello di un’allocazione selettiva delle risorse. Gli aeromobili vengono destinati ai collegamenti che, secondo le valutazioni della compagnia, possono garantire i risultati migliori.

Gas, Europa con le scorte più basse da 15 anni: perché l’Italia sfiora il 90%

15 October 2026 at 10:33

L’Europa si prepara all’inverno con le scorte di gas più basse degli ultimi 15 anni, mentre l’Italia guarda in faccia l’appuntamento in una posizione decisamente più solida. Secondo i dati più recenti, gli stoccaggi europei viaggiano intorno al 72-73%, contro l’88% del nostro Paese, ormai a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera.

Un quadro che intreccia prezzi, forniture dalla Russia e scelte politiche che si giocano anche a Washington. Ecco qual è il quadro generale, perché Roma è così avanti, il ruolo di Trump e soprattutto un po’ di dettagli sull’annoso nodo russo.

Le scorte di gas in Europa

I depositi europei sono pieni al 72%, contro l’83% di un anno fa, stando al rapporto invernale di Entsog, l’associazione dei gestori delle reti. I dati di Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, indicano un livello di poco inferiore al 73%, pari a 826,3 TWh, contro i 945,86 TWh dello stesso periodo del 2025.

In particolare la situazione più critica riguarda i grandi mercati del Nord, con Germania e Paesi Bassi sono sotto il 60% con la Germania ferma a 146,68 TWh, contro gli oltre 190 dell’anno scorso. All’origine di tutto c’è chiaramente la crisi nel Golfo, che ha bloccato la rotta da cui passa circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, facendo salire i prezzi e rendendo poco conveniente riempire i depositi durante l’estate.

Perché l’Italia sta meglio

Il quadro italiano è molto diverso. Secondo Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, gli stoccaggi nazionali hanno superato l’88%, con una riserva complessiva di 179,45 TWh. Un progresso costante nel corso dei mesi, considerando un livello vicino all’80% ad agosto e all’84,8% a settembre.

Lieve flessione rispetto al 2025, quando le scorte al 6 ottobre erano a 188,85 TWh, che però non inficia il risultato positivo. A fine ottobre scorso si era arrivati al 94,7% ma ora non si esclude un netto avvicinamento a quella soglia. Detto ciò, restiamo comunque a un livello tra i più alti d’Europa. Abbastanza per coprire una quota significativa della domanda invernale.

Un vantaggio che ha diverse ragioni. Una spinta decisiva è arrivata dal premio di giacenza riconosciuto agli operatori, che ha reso conveniente riempire i depositi anche quando il mercato non lo consentiva. A questo si aggiunge una rete di forniture diversificata, con i gasdotti da:

  • Algeria;
  • Azerbaigian;
  • Libia.

A ciò si aggiungono i rigassificatori di:

  • Panigaglia;
  • Cavarzere;
  • Piombino.

Ultimo elemento da segnalare, poi, è una capacità di stoccaggio elevata rispetto ai consumi. Sul fronte alleanze, poi, è stato importante il viaggio di Giorgia Meloni a Oslo. Un momento chiave, perché si è trattato della prima visita di un presidente del Consiglio italiano in circa 15 anni. Il tutto con il tema della sicurezza energetica al centro.

Al netto di tutto ciò, siamo a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera: riempire gli stoccaggi al 90% entro il 31 ottobre. Con i depositi oltre l’88% al 6 ottobre, mancano dunque circa due punti percentuali. Un traguardo che appare alla portata entro la fine della stagione di stoccaggio.

Il gas russo

Con l’Europa che ha scorte basse, ogni carico in arrivo conta, compresi quelli dalla Russia. Secondo l’Ong tedesca Urgewald, nei primi nove mesi del 2026 i porti europei hanno ricevuto circa 16 miliardi di metri cubi di gas liquefatto russo.

Si parla di record, per un valore stimato di quasi 8 miliardi di euro. In pratica un carico su sette è russo, quasi tutto proveniente dall’impianto artico di Yamal. Inevitabilmente tutto questo fa scattare il dibattito. È vero che il gas di Mosca aiuta a riempire i depositi, ma l’Ue ha deciso di chiudere gradualmente il rubinetto.

I contratti brevi sono già vietati, mentre quelli di lunga durata lo saranno dal 1° gennaio 2027. Sostituire quei volumi, però, ha chiaramente un costo. Secondo l’istituto Ieefa, compensare le minori scorte con nuove importazioni costerebbe circa 3 miliardi di euro, il 12% in più di un anno fa, con il prezzo di riferimento europeo che si è mosso intorno ai 63-64 euro al megawattora sui mercati.

Rischi per l’inverno?

Rispondendo subito ai dubbi, il gas non dovrebbe mancare in inverno. I margini però sono stretti. Con poche scorte, infatti, sarà più difficile reggere un’eventuale ondata di freddo a fine inverno. Il gas liquefatto copre il 40% delle forniture europee e, per arrivare a primavera con una riserva di sicurezza, ne servirebbero quasi 100 miliardi di metri cubi in sei mesi.

Non si può soltanto guardare all’immediato, anzi. Sommando il calo delle scorte e lo stop al gas russo da gennaio, secondo Ieefa l’Europa potrebbe dover ridurre i consumi invernali del 7%, pari a 14 miliardi di metri cubi. Si spiega così l’agitazione di vari governi:

  • i Paesi Bassi hanno stanziato fino a un miliardo per riempire i depositi;
  • la Germania ha chiesto alla società pubblica Sefe di comprare altro metano;
  • l’Italia, con stoccaggi elevati, parte da una posizione più tranquilla rispetto ai consumi previsti.

Dipendenza da Trump

Sullo sfondo c’è però un elemento politico che si muove e può cambiare gli equilibri. A settembre infatti il Congresso americano ha approvato il Lindsey Graham Act. Ciò obbliga il presidente USA a valutare una lista di soggetti russi da sanzionare, tra cui Novatek, la società che controlla l’impianto di Yamal. Il primo termine scade il 18 ottobre.

Di fatto se Trump decidesse di colpire Novatek, banche, assicuratori e armatori sarebbero costretti a lasciare Yamal e il gas russo smetterebbe di arrivare in Europa con circa 2 mesi d’anticipo. La legge però consente anche di rinunciare alle sanzioni, motivando la scelta al Congresso. L’ipotesi per ora è descritta come “non improbabile”.

Il tutto però andrebbe a intrecciarsi con interessi d’affari, stando ad alcune ricostruzioni. Letture ancora da verificare, che però sottolineano come una parte della stabilità energetica europea passi anche per le scelte della Casa Bianca.

Decreto bollette, l’Italia tratta con l’Ue: tetto al prezzo del gas tra 55 e 65 euro per MWh

15 October 2026 at 07:06

L’accordo tra Italia e Unione europea sul decreto bollette è vicino e potrebbe aiutare a contenere il costo dell’elettricità.

L’obiettivo del Governo è ridurre l’impatto dei rincari del gas sul prezzo finale della luce, senza intervenire direttamente sulla tassazione europea delle emissioni. Restano da definire solo gli ultimi dettagli.

Decreto bollette, intesa Ue-Italia vicina

In via generale, in Italia il valore della luce dipende in larga misura da quello del gas utilizzato per produrla. E quando quest’ultimo aumenta, anche il prezzo dell’elettricità tende a salire per famiglie e imprese.

Secondo quanto riferito dalla Commissione europea, il confronto con il Governo italiano ha raggiunto una fase avanzata.

Lo conferma il portavoce per la Concorrenza Ricardo Cardoso, citato dal Sole 24 Ore:

Siamo vicini a una soluzione compatibile con le regole dell’Ue che consentirebbe di attuare la misura proposta, che ridurrebbe in modo efficace l’incidenza dei costi di generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità. Dopo discussioni intense e costruttive negli ultimi mesi tra la Commissione e le autorità italiane, si sta delineando un accordo di massima sugli elementi chiave necessari per attuare questa misura in conformità con le norme dell’Ue. Il tutto, naturalmente, resta subordinato alle discussioni tecniche.

Decreto bollette, il piano per ridurre il costo della luce

Il punto di partenza è il decreto bollette varato dal Governo a febbraio. La misura prevede un meccanismo che interviene sul peso della tassazione europea delle emissioni, il sistema Ets, applicata ai produttori di elettricità che utilizzano il gas.

Nella formulazione iniziale, il Governo intendeva spostare sulle bollette dei consumatori il costo della tassazione europea a carico dei produttori. L’operazione avrebbe dovuto favorire una riduzione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità superiore all’aumento della tariffa in bolletta, producendo così un risparmio effettivo per gli utenti.

Il meccanismo, però, è entrato in frizione con le regole europee: la tassazione Ets rientra infatti nelle competenze dell’Ue e modificarne direttamente il funzionamento avrebbe richiesto un intervento a livello comunitario. Il confronto tra Roma e Bruxelles è quindi virato su soluzioni alternative per contenere il costo della luce senza modificare direttamente il sistema europeo delle emissioni.

Tetto al prezzo del gas, ipotesi tra 55 e 65 euro per MWh

Tra le ipotesi al vaglio c’è la fissazione di una sorta di tetto al prezzo del gas, pensato per sterilizzare una parte dei rincari oltre una determinata soglia.

Il livello potrebbe collocarsi tra 55 e 65 euro per Megawattora (come riporta Il Messaggero) ma la forchetta definitiva è ancora da definire. Ed è proprio questo uno dei principali punti aperti nella trattativa tra il Governo italiano e la Commissione europea.

Mercato del gas sotto pressione

Il prezzo al Ttf di Amsterdam ha raggiunto 87,4 euro per Megawattora, con un aumento del +172% dall’inizio della guerra. Un livello inferiore ai picchi dell’agosto 2022, quando il prezzo aveva toccato 340 euro per Megawattora, ma comunque capace di pesare sulle bollette di famiglie e imprese.

Da dove arriverebbero i soldi

Poi c’è un altro fronte aperto, che riguarda il reperimento delle coperture: tra le possibilità ci sarebbe l’utilizzo dei 14 miliardi di euro di flessibilità europea.

Per il Governo, poi, c’è anche un’altra gatta da pelare: benzina e gasolio, i cui prezzi sono alle stelle.

La salute mentale degli studenti non si tutela con i voucher e non si risolve con gli slogan

15 October 2026 at 03:45

Scuola

Pochi giorni dopo la Giornata mondiale della salute mentale restano i numeri: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità una persona su sette convive con un disturbo mentale, e nel mondo i disturbi d’ansia riguardano quattrocentosettanta milioni di persone, tra cui centoquarantasei milioni di bambini e adolescenti. Eppure, mentre si ripete la promessa del «aiuteremo tutti», in Italia si discute ancora se serva uno psicologo nelle scuole.

La Lega propone due ore al mese obbligatorie di educazione psicologica in ogni classe, fino alla fine delle superiori, dedicate ad ascolto, confronto e prevenzione, per intercettare il disagio prima che possa trasformarsi in qualcosa di più grave.

Per garantire il servizio è ipotizzata l’assunzione di diciottomila docenti psicoterapeuti, a partire dalle scuole superiori, per estendere poi il modello a medie ed elementari. «L’obiettivo – spiega il promotore Armando Siri – è fornire agli studenti strumenti per la gestione delle emozioni, prevenire le situazioni di disagio e sviluppare competenze psicologiche che possano accompagnarli nel loro percorso di crescita».

Il finanziamento sarebbe affidato a un’addizionale Ires dello 0,65 per cento sulle società di capitali con fatturato annuo superiore a 100 milioni di euro.

A prima vista, una proposta sensata. Poi arriva la nota di Pro Vita e Famiglia, che la boccia sostenendo che la scuola non è un ambulatorio e che i giovani non sono casi clinici né disturbi da correggere. Con questa logica, verrebbe da chiedersi se anche bullismo e violenza debbano essere archiviati come semplici litigi tra compagni.

Il ministro Valditara boccia l’idea del suo stesso partito («Lo psicologo a scuola? Una sciocchezza») e rivendica AscoltaMI: un voucher da duecentocinquanta euro per cinque colloqui online a studente, con una dotazione di 18,5 milioni di euro l’anno, che raggiungerebbe appena settantaquattromila studenti: uno su ventidue.

Cinque colloqui, peraltro online, che nelle intenzioni del ministro dovrebbero funzionare da rete di sicurezza contro bullismo, violenza ed emarginazione: fenomeni che richiedono continuità, ascolto e conoscenza del contesto. Il disagio, infatti, non si presenta su appuntamento e non scompare quando finisce il voucher.

Il quadro è quello di buone intenzioni senza programmazione e con fondi drammaticamente insufficienti: nel 2025 solo una persona su cinquantasette ha avuto accesso a un sostegno psicologico gratuito, e lo Stato ha finanziato il bonus psicologo per appena 6.300 persone a fronte di trecentosessantamila domande.

Da «Diritto a Stare Bene» arriva una proposta che prova a spostare il focus: un emendamento alla prossima legge di bilancio chiede di superare voucher, sportelli e presenze occasionali per inserire stabilmente lo psicologo nella scuola.

Il progetto prevede l’assunzione a tempo pieno di seicento psicologhe e psicologi, uno per ogni istituzione scolastica coinvolta, con almeno due terzi delle ore svolte in presenza, nelle classi e nei diversi plessi.

Con una spesa di trenta milioni di euro, la misura consentirebbe di raggiungere nel 2027 mezzo milione di studenti. Un solo dato resta certo: senza provvedimenti concreti rischiamo di perdere un’intera generazione, e per questo esame non esiste la sessione di recupero a settembre.

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