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Scadenze fiscali dal 19 ottobre al 25 ottobre 2026, tutti i pagamenti di fine mese: le date

18 October 2026 at 07:00

La seconda metà di ottobre 2026 porta con sé alcuni appuntamenti fiscali da tenere sotto controllo, soprattutto per le imprese e per i contribuenti che devono correggere la dichiarazione dei redditi già presentata. Per organizzare correttamente gli adempimenti, però, è importante tenere conto delle scadenze che coincidono con la domenica (e che ovviamente slittano).

20 ottobre 2026, comunicazione del canone Tv da parte delle imprese elettriche

Il primo appuntamento da ricordare è quello di martedì 20 ottobre 2026 e riguarda le imprese elettriche che devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati relativi al canone Tv addebitato, accreditato, riscosso e riversato nel mese di settembre. Si tratta di una scadenza di natura prevalentemente amministrativa, che non comporta versamenti diretti da parte dei cittadini ma riguarda specificamente le società di fornitura dell’energia elettrica.

La comunicazione:

  • comprende le informazioni sulle somme addebitate o accreditate nelle bollette, su quelle effettivamente incassate dai clienti e sui successivi riversamenti allo Stato;
  • ha carattere informativo, serve cioè all’amministrazione finanziaria per monitorare la corretta gestione del canone.

L’invio deve essere effettuato esclusivamente in modalità telematica, utilizzando i servizi Entratel o Fisconline dell’AdE. Le imprese possono procedere direttamente oppure affidare la trasmissione a un intermediario abilitato, nel rispetto delle procedure previste.

25 ottobre 2026, slitta l’invio degli elenchi Intrastat

Un altro appuntamento riguarda gli elenchi Intrastat, che devono essere presentati entro lunedì 26 ottobre 2026 per le operazioni intracomunitarie. Il termine ordinario del 25 ottobre cade di domenica nel 2026. Per questo motivo, la scadenza viene spostata al primo giorno lavorativo successivo.

L’adempimento:

  • riguarda gli operatori economici tenuti a trasmettere i dati relativi agli scambi di beni e, nei casi previsti, alle prestazioni di servizi effettuate con soggetti appartenenti ad altri Stati membri dell’Unione europea;
  • consente di raccogliere informazioni utili sia ai fini statistici sia per gli adempimenti connessi all’Iva negli scambi intracomunitari.

Nel mese ottobre, sono tenuti all’invio gli operatori:

  • obbligati alla presentazione mensile degli elenchi, chiamati a comunicare i dati relativi a settembre 2026;
  • che presentano gli elenchi con periodicità trimestrale, tenuti a trasmettere le informazioni riferite al terzo trimestre del 2026, cioè ai mesi di luglio, agosto e settembre.

L’invio degli elenchi deve avvenire secondo le modalità telematiche previste dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

26 ottobre 2026, ultimo giorno per presentare il modello 730 integrativo

Lunedì 26 ottobre 2026 è anche il termine per presentare il modello 730 integrativo relativo alla dichiarazione dei redditi 2026, riferita al periodo d’imposta 2025.

Questo adempimento, tuttavia:

  • interessa solo i contribuenti che hanno già presentato il modello 730 e che, successivamente, hanno riscontrato errori od omissioni correggibili attraverso una dichiarazione integrativa;
  • può essere utilizzato, nei casi previsti, quando la correzione determina un maggiore credito o un minor debito d’imposta per il contribuente, oppure quando l’errore non incide sulla determinazione dell’imposta.

Non è invece lo strumento da utilizzare se la correzione comporta un risultato fiscale diverso in senso sfavorevole al contribuente. In questo caso, infatti, occorre valutare la procedura dichiarativa appropriata.

La presentazione deve essere effettuata rivolgendosi a un Caf o a un professionista abilitato. Questo vale anche quando il contribuente si era avvalso inizialmente dell’assistenza fiscale del proprio sostituto d’imposta.

Trasporto aereo, rincari dal 2027: di quanto rischiano di aumentare i prezzi dei voli

18 October 2026 at 06:00

Dopo gli aumenti dei costi energetici e del carburante, a preoccupare i vettori del comparto aereo sono ora le conseguenze che il rialzo del prezzo del jet fuel potrebbe avere sulle tariffe applicate ai voli dalle compagnie. Gli effetti, finora contenuti grazie ai contratti di fornitura stipulati a prezzi fissi, rischiano infatti di diventare più evidenti nei prossimi mesi, quando le scorte acquistate a condizioni più favorevoli inizieranno a esaurirsi.

Perché i voli potrebbero costare di più dal 2027

A lanciare l’allarme su un possibile rincaro dei voli è Assoutenti, dopo le preoccupazioni espresse da Assaeroporti e gli aumenti tariffari già annunciati da alcune compagnie per il prossimo anno, ha richiamato l’attenzione sulle possibili ripercussioni per i viaggiatori. Secondo l’associazione dei consumatori, il problema non riguarda soltanto il costo del carburante, ma anche il peso della tassazione e delle diverse componenti che concorrono a determinare il prezzo finale di un biglietto.

Il jet fuel è una delle principali voci di costo per le compagnie aeree e le variazioni del suo prezzo possono incidere in misura significativa sulla sostenibilità economica dei collegamenti. Fino ad ora, molte compagnie hanno potuto continuare a mantenere diverse tratte grazie agli accordi stipulati in precedenza, che hanno permesso loro di avere una fornitura a prezzo bloccato, senza trasferire immediatamente tutti gli aumenti sui passeggeri.

Come spiegato da Assoutenti, però, questa protezione non è permanente e quando i contratti scadranno o le condizioni precedenti verranno meno, le compagnie devono rifornirsi ai prezzi correnti di mercato. Se questi rimangono elevati, il costo necessario per operare i voli aumenta e diventa più difficile assorbire integralmente la differenza senza intervenire sui ricavi. Tanto che già le prime low cost stanno annunciando la sospensione delle attività in diversi aeroporti.

Per le tratte che invece vengono mantenute attive, il rischio è che nel corso dei prossimi mesi una parte maggiore dei rincari del carburante venga trasferita sui consumatori, rendendo più costosi i viaggi nel 2027.

Quanto pesano sul costo del biglietto tasse e balzelli

Accanto al costo del carburante, Assoutenti individua poi nella tassazione e negli oneri aeroportuali un altro elemento determinante per il prezzo finale dei voli. Nel comunicato del 7 ottobre, l’associazione sostiene infatti che tasse, imposte e altri balzelli possano arrivare a incidere fino al 70% sul costo complessivo di un biglietto. Pertanto, intervenire su queste voci potrebbe contribuire a contenere il prezzo finale dei voli proprio nel momento in cui le compagnie si preparano a sostenere spese più elevate per il carburante.

La richiesta è quindi quella di ridurre il carico fiscale e gli altri oneri che gravano sui biglietti, così da attenuare almeno in parte la pressione sui viaggiatori.

Una simile misura, tuttavia, richiederebbe decisioni da parte delle istituzioni competenti e una valutazione delle entrate pubbliche e dei costi dei servizi finanziati attraverso tali prelievi. Inoltre, c’è da dire che la riduzione di una tassa non garantisce automaticamente un ribasso equivalente del prezzo finale. L’effetto dipenderebbe anche dalle modalità di applicazione della misura e dalle politiche tariffarie delle stesse compagnie aeree.

Di quanto rischiano di aumentare i prezzi

Secondo il presidente di Assaeroporti, Carlo Borgomeo, l’incidenza del costo del jet fuel è già arrivata a pesare sulle compagnie aeree circa il 31% sui costi operativi totali, mettendo a rischio la sostenibilità delle rotte e spingendo verso inevitabili rincari tariffari. In base alle proiezioni elaborate dagli analisti dei trasporti del centro studi Tra – Transport research, la combinazione tra il rincaro del cherosene per aviazione e il costante impatto delle componenti fiscali potrebbe portare a un aumento medio delle tariffe compreso tra il 15% e il 20% nel corso del 2027.

Sulle tratte a minore frequenza o su quelle più esposte alle fluttuazioni di mercato, Codacons e Federconsumatori ipotizzano rincari ancora più marcati, che in casi estremi potrebbero persino far raddoppiare il costo dei biglietti base.

In attesa di capire se e in quale misura i possibili rincari si concretizzeranno, i viaggiatori possono adottare alcune strategie per limitare la spesa. La più importante consiste nel monitorare le tariffe con anticipo, soprattutto quando il viaggio è previsto in periodi di forte domanda, come Natale, Capodanno, Pasqua e i mesi estivi.

Spesa alimentare, la crisi costringe a comprare meno: a cosa stanno rinunciando le famiglie

18 October 2026 at 06:00

La crisi del costo della vita continua a pesare sulle abitudini di acquisto degli italiani e il carrello della spesa diventa sempre più vuoto. Eppure, oggi, le famiglie italiane spendono più soldi al supermercato. Il budget destinato all’acquisto di alimenti e bevande è aumentato, per via dei rincari e dell’inflazione galoppante degli ultimi anni, così per riuscire a contenere le uscite si riducono le quantità e si rinuncia, sempre più spesso, alla qualità dei prodotti.

Come è cambiata la spesa delle famiglie italiane

Nel 2025, secondo i dati Istat pubblicati a ottobre 2026:

  • la spesa mensile per alimentari e bevande analcoliche è passata da 533 a 552 euro;
  • mentre la quota del bilancio familiare destinata a questa voce è salita dal 19,3% al 19,8%.

Quasi un quinto della spesa complessiva è stato quindi assorbito dall’acquisto di beni di prima necessità. A causa dell’aumento dei prezzi, nello stesso periodo risulta che tra le famiglie italiane:

  • il 29,4% ha dichiarato di aver limitato la spesa per il cibo, riducendo le quantità acquistate oppure scegliendo prodotti di qualità inferiore;
  • il 33,8% ha ridotto la quota della spesa destinata alle bevande.

I rincari hanno reso più difficile mantenere le stesse abitudini di consumo, obbligando molti nuclei a riorganizzare il budget della spesa, valutando attentamente quali prodotti acquistare, in quali quantità e con quale frequenza. Per questo motivo, secondo Assoutenti, gli ulteriori aumenti dei prezzi registrati nel 2026 rischiano di aggravare la situazione.

A cosa rinunciano le famiglie quando fanno la spesa

Quando la capacità di acquistare cibo a sufficienza diventa più importante di scegliere liberamente cosa portare in tavola, il modo in cui il prezzo condiziona le proprie abitudini si configura come il primo segnale di povertà alimentare.

Un’analisi pubblicata da ActionAid in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione evidenzia proprio questo fenomeno. La difficoltà economica può riguardare sia la disponibilità materiale di cibo sia l’accesso a un’alimentazione adeguata e la possibilità di vivere i pasti come un momento di condivisione.

Quando una famiglia deve risparmiare, infatti, il cibo può diventare una delle voci sulle quali intervenire più facilmente rispetto ad altre spese difficilmente comprimibili, come il canone di affitto, il mutuo o le bollette sempre più care. E il risultato è un progressivo impoverimento delle possibilità di scelta. Non necessariamente si smette di acquistare alimenti, ma diventa più difficile mantenere la stessa qualità e varietà.

Quante sono le persone in difficoltà in Italia

ActionAid ha individuato oltre 6,4 milioni di persone in difficoltà in Italia nel 2024, pari al 12,7% della popolazione (di questi, circa 2,2 milioni sono risultati essere a rischio di povertà assoluta o relativa). Il dato è stato elaborato attraverso l’indice Dams, che prende in considerazione la possibilità economica di permettersi almeno una volta ogni due giorni un pasto con carne, pollo o pesce (oppure un equivalente vegetariano), e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese.

Al di là del proprio reddito, qualcuno può avere problemi economici anche quando non rientra formalmente nelle fasce a rischio di povertà, soprattutto se una parte consistente delle sue entrate – come già detto – viene assorbita da spese obbligatorie. Inoltre, l’andamento della deprivazione alimentare è andato sempre più peggiorando dopo il miglioramento registrato negli anni immediatamente successivi alla pandemia. L’incidenza era passata dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per poi risalire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024. Rispetto all’anno precedente, le persone coinvolte sono aumentate di quasi 470mila unità.

Le categorie più a rischio

Le conseguenze della povertà alimentare si manifestano in modo diverso a seconda della composizione del nucleo familiare, della disponibilità economica e delle spese da sostenere. Tra i gruppi più esposti figurano:

  • le famiglie numerose;
  • i genitori soli;
  • le persone che devono destinare una parte consistente del reddito all’abitazione.

Da quello che è emerso dal rapporto di ActionAid, inoltre, nel 2024:

  • circa 430mila minori di 16 anni risultavano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, oppure entrambe. Le difficoltà sono aumentate soprattutto nella fascia tra i 6 e gli 11 anni. In questo gruppo, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024, mentre quella sociale è salita dal 3,8% al 6,8% (quest’ultimo indicatore comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme);
  • la deprivazione alimentare nello stesso periodo ha raggiunto anche gli affittuari, per la precisione il 22,6% tra chi viveva in un’abitazione in affitto agevolato e il 20,9% tra chi pagava un canone a prezzo di mercato.

La casa rappresenta una delle principali voci di spesa e lascia poco spazio di manovra quando il costo della vita aumenta. Tuttavia, a confermare che il fenomeno si stesse estendendo è soprattutto il dato su chi invece una casa ce l’ha. Tra i proprietari senza mutuo, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta, passando dall’8,9% al 10,8%.

Con clima più stabile scendono prezzi di frutta e verdura: cosa costa di meno questo autunno

18 October 2026 at 06:00

Il clima mite e più stabile sta favorendo il passaggio dalle coltivazioni in pieno campo a quelle in serra, contribuendo a rendere più regolare l’offerta di frutta e verdura e ad allentare la pressione sui prezzi di diversi prodotti ortofrutticoli. A delineare il quadro è la Borsa della Spesa, il servizio settimanale realizzato da Bmti, Italmercati e Consumerismo no profit, che monitora i mercati all’ingrosso.

Cosa c’entra il clima con il calo dei prezzi di frutta e verdura

L’andamento meteorologico è uno dei fattori che influenzano maggiormente il mercato ortofrutticolo. Temperature miti e condizioni climatiche relativamente stabili possono favorire la maturazione dei prodotti, sostenere la raccolta e rendere più regolari i flussi di merce diretti ai mercati all’ingrosso.

Quando le condizioni climatiche sono favorevoli, quindi, la disponibilità di frutta e verdura tende a essere più prevedibile, e questo:

  • permette agli operatori di organizzare meglio la distribuzione dei raccolti (e di conseguenza della vendita);
  • riduce il rischio che una diminuzione improvvisa dei quantitativi disponibili provochi tensioni sulle quotazioni, e una maggiore disponibilità, quando incontra una domanda che non cresce nella stessa misura, può tradursi in una riduzione dei prezzi all’ingrosso.

Il calo registrato nei mercati all’ingrosso non si trasferisce necessariamente e immediatamente sugli scaffali dei supermercati o sui banchi al dettaglio, tuttavia può anticipare una stabilizzazione o una riduzione dei prezzi al consumo nel medio termine, a patto che la filiera distributiva assorba le variazioni senza trattenere i margini.

I prezzi di ottobre, cosa costa meno

Tra i prodotti che mostrano una dinamica favorevole a ottobre ci sono:

  • l’uva da tavola, le cui quotazioni all’ingrosso sono diminuite del 4,6% rispetto alla settimana precedente;
  • i fichi d’India, che si trovano in una fase favorevole della produzione. Le quotazioni sono scese del 3,1% nell’arco di una settimana, in un momento in cui la disponibilità del prodotto è elevata.

Le condizioni meteorologiche di inizio ottobre stanno favorendo anche il comparto degli ortaggi. I primi ribassi hanno interessato le lattughe al Centro-Sud, grazie alle condizioni climatiche favorevoli alla produzione. In questo caso, tuttavia, le quotazioni variano in base alla tipologia, alla zona di produzione e alla quantità di prodotto presente sui mercati locali.

Proprio perché coltivazione e raccolta stanno procedendo senza intoppi in autunno, dopo il caldo record di questa estate, ci sono poi diversi tipi di ortaggi e frutta di largo utilizzo e tipici di questa stagione  che mantengono quotazioni contenute all’ingrosso. Tra i più convenienti, il bollettino segnala:

  • cachi;
  • zucca;
  • porri;
  • cavoli cappucci;
  • carote;
  • cipolle.

Prezzi in calo non soltanto per frutta e verdura

Anche nel settore ittico, sebbene l’offerta sia influenzata dalla disponibilità delle specie e dai periodi di attività delle marinerie, si stanno registrando dei casi. In particolare, Borsa della Spesa segnala:

  • un calo del 7% per i calamari rispetto alla settimana precedente;
  • una diminuzione pari al 3,9% dei fasolari.

Presentano prezzi inferiori anche il pesce spada italiano e la lampuga. Anche se l’offerta in questo comparto è influenzata anche dal fermo pesca che dal clima. Le marinerie del Tirreno si fermano infatti per l’intero mese di ottobre, mentre in Adriatico il periodo di fermo si è concluso. E proprio queste differenze territoriali contribuiscono a determinare i quantitativi disponibili e possono influenzare le quotazioni delle singole specie.

Quanto olio c’è in Italia e dove si trova, la classifica delle regioni con più scorte

18 October 2026 at 06:00

L’Italia ha in giacenza 195.044 tonnellate di olio di oliva, di cui oltre 150.000 tonnellate di extravergine. È quanto emerge dal report Frantoio Italia, pubblicato il 9 ottobre 2026 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF).

L’analisi delle scorte consente di capire non soltanto quanto olio sia presente in Italia, ma anche dove si concentrino le disponibilità, quali tipologie prevalgano e quale spazio occupino le produzioni biologiche e quelle certificate Dop e Igp .

Quanto olio c’è in Italia, i dati sulle scorte

Secondo il report aggiornato mensilmente, al 30 settembre 2026 – rispetto alla rilevazione del 31 luglio 2026 – le scorte di olio in Italia sono diminuite del 16,4%, ma rispetto allo stesso periodo dello scorso anno risultano in aumento del 46,7%. Il dato è elaborato sulla base delle informazioni registrate nei circa 19.500 registri telematici dell’olio (Rto).

La parte più consistente delle disponibilità è costituita dall’olio extravergine di oliva, che raggiunge 150.203 tonnellate e rappresenta il 77% del totale. Seguono l’olio di oliva e raffinato, con 15.676 tonnellate, pari all’8%, e l’olio di sansa di oliva, con 14.915 tonnellate, equivalenti al 7,6%.

Le giacenze comprendono invece:

  • 9.475 tonnellate di olio lampante, pari al 4,9%;
  • 2.418 tonnellate di olio vergine di oliva, che rappresentano l’1,2%;
  • 2.357 tonnellate di prodotto ancora in attesa di classificazione.

Inoltre, delle 195.044 tonnellate complessive:

  • 162.538 sono ancora sfuse;
  • 32.506 tonnellate risultano confezionate.

Nel caso dell’extravergine:

  • le quantità sfuse ammontano a 123.564 tonnellate;
  • contro 26.639 tonnellate già confezionate.

Considerando le macroaree geografiche:

  • il Sud Italia concentra 100.224 tonnellate di olio, pari al 52% delle giacenze nazionali;
  • il Centro Italia si colloca al secondo posto con 60.896 tonnellate, equivalenti al 31%;
  • il Nord registra invece 19.599 tonnellate, pari al 10%;
  • le Isole, comprendenti Sicilia e Sardegna, raggiungono 14.325 tonnellate, il 7% del totale.

La classifica delle regioni con più scorte di olio

Osservando la distribuzione territoriale, nell’ultimo report risulta una forte concentrazione in Puglia, Toscana e Calabria, che detengono insieme il 61,3% dell’intero stock nazionale. In particolare:

  • al primo posto troviamo la Puglia, con 55.769 tonnellate, pari al 28,6% delle scorte italiane;
  • al secondo posto si trova la Toscana, con 37.673 tonnellate, equivalenti al 19,3%;
  • al terzo posto c’è la Calabria, che completa il podio con 26.202 tonnellate, pari al 13,4%.

Seguono:

  • l’Umbria, che registra 19.510 tonnellate, corrispondenti al 10% del totale nazionale;
  • la Sicilia, con 13.589 tonnellate, pari al 7%;
  • la Campania, con 13.415 tonnellate, equivalenti al 6,9%;
  • la Liguria, con 9.998 tonnellate, pari al 5,1%;
  • la Lombardia, con 4.044 tonnellate, il 2,1% delle giacenze.

Più distanti si trovano:

  • l’Emilia-Romagna, con 3.736 tonnellate;
  • l’Abruzzo, con 3.462 tonnellate;
  • il Lazio, con 3.312 tonnellate;
  • il Veneto, con 1.121 tonnellate;
  • la Basilicata, con 1.005 tonnellate;
  • la Sardegna, con 736 tonnellate.

Chiudono le regioni con disponibilità più contenute, ovvero:

  • il Piemonte, con 614 tonnellate;
  • le Marche, con 401 tonnellate;
  • il Molise, con 371 tonnellate;
  • il Trentino Alto Adige, con 51 tonnellate;
  • il Friuli Venezia Giulia, con 36 tonnellate.

Dove si concentra la produzione di extravergine

Procedendo con un’analisi interna degli stock, la Puglia ha in giacenza 46.285 tonnellate di extravergine, oltre a quantitativi di olio vergine, lampante, raffinato e di sansa. Da sola, la regione detiene più di un quarto delle scorte nazionali. La Toscana, invece, occupa il secondo posto con 30.885 di olio extravergine di oliva, con le province di Siena, Lucca e Firenze che figurano tra quelle con le maggiori disponibilità.

La Calabria, pur collocandosi al terzo posto della classifica generale delle scorte, possiede un volume di olio extravergine inferiore rispetto all’Umbria (che è quarta). Nello specifico, la regione dispone di 14.414 tonnellate di extravergine, affiancate da 5.071 tonnellate di olio lampante e 4.103 tonnellate di sansa. Al contrario, l’Umbria totalizza 19.510 tonnellate complessive, di cui 16.582 appartengono alla categoria extravergine. Non a caso, il territorio umbro si distingue per la disponibilità di prodotto di qualità, rappresentando il 10% dell’intero stock nazionale.

Infine c’è poi la Sicilia, le cui scorte comprendono 5.321 tonnellate di olio di sansa, a fronte di 7.701 tonnellate di extravergine.

La classifica provinciale

Scendendo nel dettaglio territoriale:

  • la provincia di Bari è quella con le maggiori giacenze di olio di oliva in Italia. Al 30 settembre 2026 registra 29.016 tonnellate, pari al 14,9% del totale nazionale. Di queste, 23.514 tonnellate sono extravergine;
  • al secondo posto si trova Perugia, con 18.424 tonnellate, equivalenti al 9,4% delle scorte italiane. La provincia umbra detiene 15.644 tonnellate di extravergine;
  • la terza posizione spetta a Barletta-Andria-Trani, con 14.273 tonnellate, pari al 7,3%.

Seguono:

  • Siena, con 13.972 tonnellate;
  • Lucca, con 11.181 tonnellate;
  • Benevento, con 9.442 tonnellate;
  • Firenze, con 9.276 tonnellate;
  • Reggio Calabria, con 8.800 tonnellate;
  • Agrigento, con 8.018 tonnellate;
  • Brindisi, con 6.373 tonnellate.

La distribuzione provinciale è dunque ancora più concentrata di quella regionale. Infatti, le prime dieci province concentrano complessivamente il 66% dell’olio detenuto in Italia.

Quanto olio italiano è presente nei magazzini

Ad oggi, l’olio extravergine rappresenta la componente principale delle giacenze nazionali, con 150.203 tonnellate. Di queste:

  • 82.195 tonnellate sono di origine italiana, pari al 54,7% delle scorte di Evo e al 42,1% dell’intero stock nazionale di olio di oliva;
  • 52.600 tonnellate sono di origine comunitaria, pari al 35% dell’extravergine in giacenza;
  • 5.418 tonnellate sono le disponibilità di olio extravergine proveniente da Paesi extra Ue.

Mentre i blend, ossia le miscele, rappresentano 9.990 tonnellate.

In 12 mesi, rispetto a settembre 2025:

  • le giacenze di extravergine sono aumentate del 66,9%, passando da 90.017 a 150.203 tonnellate. E l’incremento più marcato riguarda proprio il prodotto Made in Italy, cresciuto del 170,5%, da 30.381 a 82.195 tonnellate;
  • le scorte di Evo di origine Ue sono invece aumentate del 4,7%, mentre quelle di origine extra Ue sono cresciute del 27,4%. I blend registrano un incremento del 95%.

Prendendo però come riferimento l’ultima rilevazione disponibile, la dinamica è diversa. Tra il 31 luglio e il 30 settembre 2026:

  • le giacenze complessive sono scese del 16,4%;
  • quelle di extravergine sono diminuite del 19%;
  • l’Evo italiano è passato da 108.299 a 82.195 tonnellate, con una riduzione di 26.104 tonnellate.

Quanto dell’olio evo presente in Italia è veramente bio, Dop o Igp

Al 30 settembre 2026 le giacenze complessive di olio vergine ed extravergine biologico ammontano a 30.353 tonnellate, in aumento del 114,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In Italia quasi tutto il prodotto biologico in giacenza è extravergine. Le quantità raggiungono 30.175,8 tonnellate, pari al 99,4% del totale biologico. Di queste, 23.549,8 tonnellate sono di origine italiana, equivalenti al 77,6% delle scorte bio.

La Puglia guida ancora una volta questa classifica, con 10.740,1 tonnellate di olio biologico, pari al 35,4% del totale nazionale. Seguono:

  • la Calabria con 6.279,2 tonnellate;
  • la Toscana con 4.206,2 tonnellate;
  • e la Sicilia con 3.430,6 tonnellate.

Il report Frantoio Italia dedica infine una sezione anche agli oli con denominazione di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp). In questo caso, al 30 settembre 2026 le giacenze certificate ammontano a 10.744.483 litri, in aumento del 129,5% rispetto ai 4,7 milioni di litri registrati il 30 settembre 2025. Le denominazioni geografiche registrate presenti nel report sono 50, ma la distribuzione delle scorte risulta concentrata:

  • le prime quattro indicazioni rappresentano il 78,2% del totale;
  • mentre le prime venti raggiungono il 98,1%.

La denominazione Terra di Bari occupa il primo posto, con 5.295.782 litri, pari al 49,3% delle giacenze Dop e Igp. Al secondo posto si trova la denominazione Sicilia, con 1.594.594 litri, equivalenti al 14,8%. Seguono:

  • Olio di Calabria, con 843.683 litri;
  • Val di Mazara, con 663.929 litri;
  • Olio di Puglia, con 578.166 litri;
  • il Toscano, con 461.168 litri.

Nel complesso, l’olio Dop e Igp rappresenta il 5,1% delle giacenze nazionali e il 6,6% dell’extravergine detenuto in Italia.

Un nuovo strumento per tracciare il vero olio italiano, ecco come funzionerà

18 October 2026 at 06:00

La filiera dell’olio d’oliva italiano si prepara a diventare più digitale e trasparente grazie al Documento di accompagnamento elettronico olivicolo (Dao), il nuovo strumento introdotto dal ministero dell’Agricoltura (Masaf) per rafforzare la tracciabilità di olive e olio, contrastare le frodi e tutelare il lavoro degli agricoltori. Il sistema punta a rendere più efficaci i controlli sulle movimentazioni dei prodotti, attraverso l’integrazione con il Sistema informativo agricolo nazionale (Sian) e il Registro telematico dell’olio (Rto).

A cosa serve il Dao

La novità è stata annunciata il 9 ottobre 2026 dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che ha sottolineato l’importanza della digitalizzazione per difendere l’eccellenza dell’olio extravergine italiano e garantire maggiore trasparenza ai consumatori.

L’introduzione del Dao:

  • si inserisce nel percorso di modernizzazione dei sistemi di controllo del settore agricolo e punta a rendere più tempestiva e strutturata la registrazione delle operazioni commerciali e produttive;
  • punta a rafforzare la capacità di ricostruire i percorsi dei prodotti, mettendo in relazione le informazioni disponibili nei sistemi informativi nazionali.

In questo modo, i dati relativi alle movimentazioni possono diventare una risorsa più efficace per verificare la coerenza dei flussi e individuare eventuali anomalie. La digitalizzazione, in questo contesto, non riguarda soltanto la raccolta dei dati, ma anche la possibilità di utilizzarli per programmare i controlli in modo più mirato.

È importante precisare che il Dao rafforza la tracciabilità documentale, ma non equivale, da solo, a una certificazione automatica della qualità dell’olio o della sua origine italiana. Questo perché la capacità di dimostrare la provenienza dipende anche dall’attendibilità delle informazioni registrate e dagli ulteriori controlli previsti dalla normativa.

Come funzionerà la tracciabilità digitale dell’olio

Il nuovo sistema interesserà in particole le principali movimentazioni di olive, olio sfuso e olio confezionato. Ogni operazione sarà registrata digitalmente, consentendo di disporre di informazioni più aggiornate sui passaggi dei prodotti all’interno della filiera olivicola. E con le informazioni disponibili in maniera tempestiva e coerente, si potranno così ricostruire ricostruire i flussi e individuare eventuali discrepanze tra i quantitativi dichiarati e quelli movimentati.

Il provvedimento del Masaf si propone infatti di:

  • rendere più efficiente il lavoro delle imprese, riducendo i tempi previsti per alcune registrazioni e favorendo una gestione più ordinata degli adempimenti;
  • contribuire a superare una gestione frammentata delle informazioni, rendendo i dati più utili sia per le aziende sia per gli organi di controllo.

Di conseguenza, in una filiera nella quale le operazioni risultino maggiormente documentate, anche le verifiche potranno essere organizzate sulla base di elementi informativi più completi.

Cosa cambia per chi vende e per chi acquista

Chi movimenta olive, olio sfuso o olio confezionato dovrà prestare attenzione alla corretta registrazione delle operazioni nel Dao entro i termini previsti (che scendono da sei a tre giorni secondo quanto stabilito dal provvedimento). Nel dettaglio:

  • per produttori, frantoi, confezionatori e commercianti, il nuovo sistema può facilitare la ricostruzione dei passaggi del prodotto e contribuire a individuare eventuali incongruenze nei flussi. Le aziende che operano correttamente potranno beneficiare di una maggiore trasparenza della filiera e di strumenti più efficaci per contrastare le frodi e tutelare il valore delle proprie produzioni (anche se sarà importante adeguare le procedure interne agli obblighi applicabili e seguire le istruzioni operative previste per il Dao);
  • per chi acquista olio, invece, il vantaggio atteso consiste soprattutto in una maggiore capacità di controllo sulla provenienza e sulle movimentazioni dei prodotti commercializzati. Questo può contribuire a proteggere i consumatori da pratiche ingannevoli e a rafforzare la fiducia nelle informazioni fornite dalle aziende, senza però trasformare il Dao in una certificazione automatica dell’origine italiana o della qualità dell’olio. Al momento dell’acquisto restano quindi importanti le indicazioni in etichetta, la provenienza dichiarata e le eventuali certificazioni di qualità, come Dop e Ipg.

Bonus assunzione detenuti, come richiedere 520 euro entro 31 ottobre 2026

18 October 2026 at 06:00

Entro il 31 ottobre 2026 è possibile richiedere il bonus per l’assunzione di persone detenute o internate. Si tratta del credito d’imposta previsto dalla legge Smuraglia, cui importo varia dai 300 ai 520 euro per ogni contratto di lavoro stipulato, a cui si aggiungono gli sgravi contributivi, che possono ridurre fino al 95% i contributi previdenziali e assistenziali dovuti, rispettando però condizioni e requisiti previsti dalla normativa.

Chi può richiedere il bonus assunzione detenuti nel 2026

Possono richiedere il bonus le imprese e le cooperative convenzionate con gli istituti penitenziari. In particolare, sono interessate:

  • le imprese private che impiegano lavoratori all’interno degli istituti penitenziari;
  • le persone ammesse al lavoro all’esterno del carcere ai sensi dell’articolo 21 della legge n. 354 del 1975;
  • i soggetti che si trovano in regime di semilibertà.

Come fare domanda entro il 31 ottobre

Entro la fine del mese di ottobre le imprese possono presentare domanda per ottenere il credito di imposta nel 2027. La procedura prevede l’invio di una richiesta preventiva all’Istituto penitenziario, così che questo possa:

  • programmare e assegnare le risorse disponibili per l’anno successivo;
  • inoltrare la domanda ai provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria e, successivamente, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

In questa fase viene indicato l’ammontare complessivo del credito d’imposta che si intende utilizzare, ma è il Dipartimento a definire, entro il 15 dicembre 2026, l’importo massimo del credito d’imposta riconoscibile a ciascun beneficiario. L’elenco delle imprese ammesse viene poi trasmesso all’Agenzia delle Entrate e pubblicato sul sito del ministero della Giustizia.

Quanto spetta

Il valore del beneficio fiscale varia in base alla posizione del lavoratore e alle caratteristiche del rapporto di lavoro. Nel dettaglio:

  • per i detenuti e gli internati assunti e impiegati nelle attività lavorative previste dalla normativa, il credito d’imposta può arrivare a 520 euro mensili per ciascun lavoratore;
  • per le persone ammesse al regime di semilibertà, invece, l’importo è pari a 300 euro al mese.

Nel caso di contratti part-time, il credito viene riproporzionato in relazione alle ore effettivamente lavorate. Di conseguenza, l’importo riconoscibile può essere inferiore a quello previsto per un rapporto a tempo pieno.

Per esempio, un’impresa che ha il titolo a beneficiare del credito nella misura massima di 520 euro mensili per un lavoratore assunto a tempo pieno, su dodici mesi, riceverà un bonus pari a 6.240 euro per ciascun lavoratore. In caso di assunzione part time al 50%(20 ore settimanali), l’importo del credito spettante è pari a 260 euro mensili, per un totale annuo di 3.120 euro annui per ciascun lavoratore. Se il lavoratore è in semilibertà, con un credito di 300 euro mensili per dodici mesi, il totale teorico è invece di 3.600 euro per un full time. Mentre si ricalcola in proporzione per un part time, tenendo conto dell’orario di lavoro settimanale.

Cosa succede se il detenuto torna in libertà

Il bonus per l’assunzione di detenuti e internati può continuare anche dopo la scarcerazione. La legge Smuraglia e i relativi decreti attuativi prevedono infatti che i benefici fiscali e contributivi continuino ad applicarsi nei successivi:

  • 18 mesi, se il lavoratore, al momento della liberazione, si trovava in regime di semilibertà o era ammesso al lavoro esterno;
  • 24 mesi, se il lavoratore era assunto all’interno dell’istituto penitenziario senza aver fruito del lavoro esterno o della semilibertà.

Decorsi questi termini temporali post-detenzione, l’impresa cessa di maturare il credito d’imposta e gli sgravi contributivi dedicati, pur potendo proseguire il normale rapporto di lavoro ordinario con il dipendente.

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