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West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”

19 October 2026 at 17:16

L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).

Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.

È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.

Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.

Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.

Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.

Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.

Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.

Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.

I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.

A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.

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Israele, Benny Gantz si ritira a otto giorni dal voto. Sondaggi: testa a testa tra Netanyahu e l’ex capo delle Idf Eisenkot

19 October 2026 at 14:54

Ha affermato che “continuerà a lottare per l’unità” da una posizione defilata, definendola “l’unica soluzione che impedirà un’altra catastrofe e proteggerà Israele da tutte le sfide, interne ed esterne”. Benny Gantz, leader del partito israeliano Blu e Bianco, ha annunciato il suo ritiro dalle prossime elezioni, a soli otto giorni dal voto in programma il 27 ottobre. L’annuncio arriva dopo mesi di sondaggi che hanno mostrato come il suo partito non sia riuscito a superare la soglia di sbarramento. Gantz, principale rivale politico di Netanyahu, dal 2020 al 2022 è stato Ministro della Difesa e vice premier. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 era entrato nel Gabinetto di guerra straordinario, ma a giugno 2024 si era dimesso in polemica con la gestione del conflitto da parte di Netanyahu.

Intanto, un nuovo sondaggio diffuso dall’emittente pubblica Kan prevede un testa a testa tra il blocco guidato dall’ex capo delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) Gadi Eisenkot – che ha ha guadagnato un seggio – e quello del primo ministro Benjamin Netanyahu – che ne ha persi due. I veri cambiamenti si vedono nell’elettorato di estrema destra, con il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che guadagna terreno a scapito del nuovo partito di estrema destra di Ofer Winter, che invece non raggiunge la soglia di sbarramento. Secondo la rilevazione di Kan, il blocco di Netanyahu otterrebbe 51 seggi. In linea con altri sondaggi recenti, anche quest’ultimo indica una maggioranza di 65 seggi per i partiti di opposizione. Tuttavia, a causa del boicottaggio dei partiti arabi, il blocco di Eisenkot si attesta a 52 seggi. Entrambi i partiti arabi, la Lista Araba Unita di Mansour Abbas e la Lista Unita, ottengono complessivamente 13 seggi. Considerando invece solo il partito, Yashar di Eisenkot prenderebbe 23 seggi e il Likud 21.

La tensione per questa tornata elettorale si conferma alta. Le Forze di difesa israeliane (Idf) sono state poste “in stato di massima allerta” e sono stati revocati i permessi ai soldati a partire da giovedì 22. Il provvedimento è stato adottato dal capo di stato maggiore delle Idf, il tenente generale Eyal Zamir, dopo una valutazione della situazione militare su più fronti con gli alti ufficiali. Zamir ha “sottolineato che la missione delle Forze di Difesa Israeliane è quella di consentire lo svolgimento delle elezioni democratiche nei tempi previsti e in sicurezza”, afferma una nota diffusa al termine della riunione. Le forze armate sono “in stato di massima allerta e continueranno a mantenere un elevato livello di vigilanza e prontezza su tutti i fronti”, ha detto Zamir, che oltre a revocare i permessi ha incaricato i militari di aumentare la presenza di ufficiali di alto grado nei centri di comando “per garantire la prontezza e la capacità operativa”. Intanto in Cisgiordania, il Comando Centrale verrà rinforzato con forze provenienti dal quartier generale della Brigata Paracadutisti e da unità aggiuntive “per rafforzare il dispiegamento nell’area e aumentare la presenza sul terreno”, ha dichiarato Zamir.

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Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia”

19 October 2026 at 10:25

Montecarlo – Si chiama Keren Ayeshod. Fondata nel 1920 con l’obiettivo di sostenere il futuro stato di Israele, è una delle più antiche e potenti organizzazioni sioniste a livello mondiale. Non ha mai smesso di raccogliere fondi destinati a Israele ed è la ragione che ci ha portato nel principato di Monaco. L’appuntamento di questa sera, domenica per chi legge, è a una cena di gala alla Sala Empire del prestigiosissimo Hotel de Paris, centralissimo albergo di lusso di fronte al casinò di Montecarlo. Si entra solo con invito privato, riservato a un parterre selezionatissimo di miliardari e persone influenti. È un evento interessante, da un punto di vista giornalistico. Per cosa si propone di finanziare, per i suoi testimonial e per chi lo finanzia, e anche per l’aura di segretezza che lo circonda: pur essendo un evento di fundraising, non esistono avvisi pubblici di alcun tipo.

Sono arrivato nella piazza centrale di Montecarlo poco dopo le 18, un’ora prima dell’inizio della serata. A presidiare i due ingressi è un servizio d’ordine impressionante. È impossibile varcare la soglia dell’albergo. Provo a mischiarmi tra la folla di turisti, consapevole di non poter passare inosservato per molto tempo. Scatto qualche foto e un paio di video, molto da lontano e poco rilevanti, anche per quello che sarebbero gli obiettivi del servizio. È così che nel giro di poco, vengo approcciato dalla prima pattuglia. Vogliono sapere cosa sto facendo, mi qualifico come giornalista. Siamo ancora nella piazza e la procedura è lunga, dura quaranta minuti, comprende la consegna del documento di identità e della tessera professionale. Richieste comprensibili, come la testata per cui lavoro, insieme ad altre che ci si aspetterebbe in contesti criminali ben più gravi di questo, come le generalità dei miei genitori, una richiesta motivata con la necessità di identificarmi e non incorrere in omonimie. Chiedo se ho commesso qualche illecito, mi viene risposto che non si possono scattare foto a un evento privato. Faccio notare che sono su una piazza pubblica. Chiedo esplicitamente se posso restare dove sono e mi viene risposto di sì, a patto che non vada a infastidire gli ospiti. Vengo però avvicinato da una seconda pattuglia, cosa che inizialmente mi lascia interdetto: spiego di essere stato appena identificato. Mi spiegano che qualcuno all’interno si è lamentato. Ora gli agenti sostengono che il problema sia che la piazza sia privata, del casinò, non più pubblica come prima, e che non si possa sostare nemmeno lì. Dopo una comunicazione con un superiore vengo portato in commissariato. Nel frattempo si sono fatte le 21.30.

Una volta in commissariato non mi è più consentito di usare il cellulare. Vengo preso in carico da due ispettrici, giovani e gentili. Comincia una radiografia dei miei dati personali e familiari. Seguono foto segnaletiche. Poi le impronte digitali complete. C’è ancora tempo per un secondo passaggio dalla celletta. Poi vengo trasferito in sala d’aspetto. Posso tornare a usare il cellulare, ma, curiosamente, non posso lasciare il commissariato, non fino alle 23, ora della fine dell’evento. Evidentemente è troppo alto il rischio che chi si è sentito disturbato, si lamenti ancora.

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La guerra di Trump ricompatta l’Iran: decine di expat in esilio tornano nel Paese per sostenerlo

19 October 2026 at 07:13

I temporanei esiti della guerra israelo-americana all’Iran non hanno modificato soltanto la la struttura della leadership delle Repubblica islamica ma anche la percezione, all’interno della società iraniana e nella sua ampia diaspora, del Paese e del suo posizionamento internazionale. Se il malcontento della popolazione iraniana persiste, le modalità con cui i bombardamenti sul territorio iraniano sono stati annunciati, condotti e giustificati hanno avuto il prevedibile effetto di portare un consistente segmento della società iraniana su posizioni nazionaliste, risvegliando uno spirito che storicamente permea il Paese. Sentire Trump e Hegseth minacciare la “scomparsa di un’intera civiltà” o la “distruzione dei siti culturali ha generato in milioni di iraniani, normalmente ostili al regime, dei sentimenti sempre più contrastanti e via via sempre più orientati ad un ovvio orgoglio patriottico.

Lo si è in parte visto durante i funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei a cui hanno preso parte milioni di persone, ma anche all’interno di quell’universo di iraniani che in momenti diversi della loro vita hanno lasciato l’Iran, infoltendo poi il fronte delle opposizioni all’estero. Con la sopravvivenza e la sovranità del Paese in ballo, molte di queste personalità sembrano in qualche modo aver messo da parte le proprie recriminazioni, criticando apertamente l’aggressione militare. In certi casi, prendendo decisioni più concrete, sostenute dal timore di vedere l’Iran finire come il vicino Afghanistan. Così, in questi mesi si assiste a un significativo flusso di ritorno in Iran di celebri esiliati, alcuni dei quali non mettevano piede all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran da decenni. E che probabilmente, senza questa guerra, non lo avrebbero più fatto.

Secondo il ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico, Abbas Salehi, sono oltre un centinaio gli expat che negli ultimi mesi hanno ricevuto il via libera dalle autorità per fare rientro in Iran. C’è chi lo ha fatto per “per stare vicino alla propria gente in questi tempi di guerra”, come riferito ai media locali da Nila Farroukhi, moglie del famoso cantante e violinista Bijan Mortazavi, 69 anni, al loro rientro in Iran lo scorso 30 settembre. Mortazavi – famoso per il suo violino bianco e i cui pezzi strumentali sono spesso trasmessi dalla tv di Stato iraniana, sebbene i suoi dischi siano banditi in Iran – si era trasferito negli Stati Uniti proprio nel 1979, non vedendo quindi mai coi suoi occhi il consolidamento della Repubblica islamica.

Il cantautore folk-blues Mohsen Namjoo, rientrato lo scorso giugno, aveva invece lasciato l’Iran nel 2007, poco dopo l’uscita del suo album Toranj, che nel 2009 gli era poi costato una condanna a 5 anni in contumacia per “contenuti lesivi del Corano“. Proprio questo aspetto aveva ovviamente generato preoccupazioni nei suoi fan al suo rientro in Iran, ma secondo quanto riferito dall’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, il cantautore sarebbe rientrato previo coordinamento, tramite l’ambasciata iraniana in Turchia, con la stessa Irgc. Ad oggi, non si hanno notizie su una qualche forma di persecuzione ai suoi danni e Namjoo, dopo aver rimesso piede a Teheran a 19 anni dall’ultima volta, ha pubblicato un video su Instagram in cui sollecita altri artisti iraniani in esilio a seguire il suo esempio. Tuttavia, la sua posizione non sarebbe del tutto chiara: le autorità gli avrebbero comunicato il via libera al rientro per “vedere la sua famiglia“; il cantante ha poi pubblicamente riferito di aver richiesto la grazia e di essere in attesa di risposta del giudice. “Quel che ho fatto in questi anni di esilio (nei quali ha spesso twittato contro il regime, ndr) è considerato un crimine in Iran, ma le autorità mi stanno aiutando”, ha detto.

Non sono mancate, tuttavia, le aspre critiche nei confronti del suo ritorno: spiccano quelle, molto violente, del famoso attivista radicale Maysam Nili, proprietario del quotidiano Rajanews e imparentato con l’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi. Nili ha invocato apertamente una punizione esemplare per Namjoo, considerato “un traditore che complottava un colpo di Stato con gli americani e gli israeliani“. Non mancano nemmeno dei precedenti poco rassicuranti, come quello del cantante Habib: tornato in Iran nel 2009, durante la presidenza Ahmadinejad, dopo 26 anni di esilio, il compositore non ha mai avuto il via libera per riprendere la sua attività musicale in Iran per poi ammalarsi e morire nel 2016.

Sullo sfondo c’è un ulteriore sviluppo interno alla Repubblica islamica, rassicurante e inquietante allo stesso tempo, e che quindi rende ancor più enigmatico il futuro di queste figure. Nell’agosto 2026 il religioso Hossein Taeb, che era stato a capo dell’intelligence dell’Irgc fino al 2022, è tornato a guidare l’organizzazione Basiji, un ruolo che aveva ricoperto già dal 2007 al 2009. Sia in queste vesti che in quelle dismesse quattro anni fa, Taeb si è “distinto” per aver tenuto le redini delle feroci repressioni del 1999 e del 2009, nonché proprio di quelle nei confronti di iraniani con doppia nazionalità. Lo scorso 15 settembre, tuttavia, Taeb nel corso di un discorso tenuto di fronte ai Pasdaran, ha invocato un approccio di “apertura” nei confronti degli artisti iraniani. “In questa nuova fase allarghiamo un po’ il circolo, aprite le braccia agli artisti, abbandoniamo l’approccio difensivo nei confronti delle arti e portiamole nella regione e nel mondo”, ha detto.

Secondo Amwaj, ci sono due interpretazioni per questa sua nuova postura: la prima, più ottimista, è che si stia riposizionando all’interno della nuova leadership, al cui vertice c’è Mojtaba Khamenei. Taeb gli è storicamente molto vicino, avendone peraltro promosso l’elezione alla morte del padre, e secondo fonti interne sarebbe stato a suo tempo emarginato dallo stesso Ali Khamenei proprio per aver caldeggiato la successione ereditaria, a cui il successore di Khomeini era contrario. Secondo questa chiave di lettura, le parole di Taeb sarebbero un riflesso delle posizioni della nuova Guida, più conciliante del padre sulle questioni culturali e sociali. La seconda, più pessimista, è che Taeb stia utilizzando questi toni morbidi per pura tattica, in attesa cioè che la nuova leadership – lo stato di salute di Mojtaba Khamenei è ancora ignoto – si consolidi. Per poi, eventualmente, tornare a svolgere il temuto ruolo degli anni passati.

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