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Banche e manovra, Messina: “Non si penalizzi un solo settore. Sugli utili paghiamo 25 miliardi di tasse”

20 October 2026 at 18:53

Tassa sulle banche, Messina: “Dubbi di costituzionalità se si colpisce solo una categoria”

“Non c’è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà, anche a fronte di accordi già presi. Noi l’anno scorso abbiamo raggiunto un accordo per un contributo triennale che sarebbe stato quello richiesto alle banche per i prossimi tre anni. Io ci ho creduto”. Queste le parole dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina durante il Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione.

“Noi avevamo proposto di farlo solo annuale, ma ci hanno detto di farlo triennale perché così si sarebbe data stabilità al bilancio pubblico e anche alle banche – ha dichiarato -. Per questo oggi è necessario fare squadra“. 

“L’interesse del governo è l’interesse delle banche, io la vedo così. Poi se devono essere valutati interventi diversi allora tutte le aziende che hanno utili superiori a 500 milioni, quelle aziende che guadagnano tanto, potranno contribuire”, ha aggiunto Messina, ribadendo però l’aspetto di costituzionalità. “C’è anche un elemento infatti – ha affermato – che riguarda la costituzionalità. Perché non puoi andare contro un settore, contro una categoria. Per questo ci deve essere un’attenzione a fare in modo che sia generalizzata la visione su questi interventi”. 

Messina ha continuato sostenendo che “la disponibilità delle banche a sostenere anche progetti diversi di dismissione del patrimonio pubblico, questa è una disponibilità assoluta. Le banche sono pronte a fare di tutto per far funzionare correttamente questo Paese, ma noi abbiamo degli azionisti, siamo degli amministratori per conto dei nostri azionisti, e non possiamo prendere delle responsabilità per delle cose che vengono fatte in modo non trasparente e non coerenti con quelli che erano gli accordi presi”. “Noi abbiamo sempre aiutato il governo e continueremo a farlo, ma deve esserci rispetto reciproco”, ha chiarito Messina. 

“Oggi si parla moltissimo degli utili delle banche, che erano gli utili che si sapevano l’anno scorso che si sarebbero realizzati. Ma quello che non si dice è che a fronte dei 50 miliardi di utili lo Stato Incasserà 25 miliardi di imposte. Gli utili, se ci sono, è perché sono state pagate le imposte. Quest’anno 25 miliardi di euro di spesa pubblica sarà finanziata dalla banche, quindi mi piacerebbe che quando si parla di utili si dicesse anche dei 25 miliardi”, ha concluso. 

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Manovra, Gubitosa (M5S): “Meloni trova 14,4 miliardi per le armi, ma lascia le briciole a famiglie e sanità”

20 October 2026 at 16:19

Manovra, l’affondo di Gubitosa (M5s): “Banche e armi, il governo ha scelto da che parte stare”

La legge di Bilancio finisce nel mirino del Movimento 5 Stelle. Per Michele Gubitosa, deputato pentastellato, la manovra del governo Meloni è “misera, povera di risorse e di idee” e conferma una precisa scala di priorità: da una parte il riarmo, dall’altra famiglie, imprese e servizi pubblici lasciati in difficoltà. Nel mirino c’è soprattutto lo stanziamento da 14,4 miliardi di euro in due anni per la difesa: risorse che, secondo Gubitosa, dovrebbero essere destinate alla sanità pubblica e al sostegno dei redditi. L’intervista ad Affaritaliani.

Quali sono le prime due scelte del governo che cambierebbe? E quali spese ridurrebbe per finanziare le sue priorità?

È piuttosto facile rispondere che cancellerei tutto e ripartirei da zero. Se però devo scegliere, partirei sicuramente dall’eliminazione dello scostamento di bilancio dedicato alla difesa. Viviamo un momento in cui il Paese affonda, l’inflazione al 4,2% a settembre e il carovita strozzano gli italiani, il potere d’acquisto dei loro stipendi ha perso quasi il 10% rispetto a quando si è insediata Meloni, gli scaffali dei supermercati sono vuoti, per fare il pieno di benzina serve un mutuo, la crescita è al palo, la produzione industriale crolla da tre anni consecutivi e la pressione fiscale è schizzata al 43%, record negli ultimi dieci anni. E il governo cosa fa? Pensa bene di stanziare 14,4 miliardi in due anni per le armi.

È una follia. Anche perché, nel frattempo, non si fa niente per i redditi degli italiani, per le imprese, per i più fragili. Si mettono briciole sulla sanità, con tagli continui in termini di definanziamento, arrivati ormai a 20 miliardi dall’insediamento di Meloni. E la differenza tra il fondo sanitario nazionale e la spesa effettiva è, guarda caso, di 14 miliardi, che ricadranno sui bilanci delle Regioni e, a cascata, sulle tasche dei cittadini. Forse, invece di fare uno scostamento di 14 miliardi per le armi, si potrebbe darli alla sanità pubblica. Noi proponiamo un fondo di perequazione finanziato dalla sanità privata per abbattere le liste d’attesa: questo è fare gli interessi degli italiani. Il governo, invece, preferisce ingrassare i produttori di armi, le banche e i colossi dell’energia.

Sul contributo richiesto a banche e assicurazioni, quale alternativa proporrebbe per reperire le risorse necessarie, evitando che i costi vengano trasferiti su correntisti e clienti?

Si tratta di un falso problema, perché il governo non ha mai davvero pensato a una tassa sugli extraprofitti, come quella che noi chiediamo da anni. Quello che fa Meloni è il gioco delle tre carte, un anticipo sulle imposte, una semplice partita di giro che peraltro ricadrà sul prossimo esecutivo. Nel frattempo, la maggioranza si scanna sugli extraprofitti, perché la Lega finge di volerli mentre Forza Italia parla di misura bolscevica. Qual è la linea di Meloni? Forse dovrebbe chiarirlo, così come dovrebbe chiarirci perché chiede all’Europa una tassa sugli extraprofitti energetici, ma in Italia non la vuole fare. La Ue è stata chiara: spetta ai singoli Stati. Quindi la possibilità esiste, quello che manca è la volontà politica di un governo debole e senza visione, che è costretto ad affidarsi alle iniziative delle singole compagnie sul price cap, in ogni caso subito neutralizzate dall’incapacità dell’esecutivo stesso, che prima ha fatto cassa sui cittadini alzando le accise e poi ha collezionato un flop dietro l’altro sul tema.

Se dovesse scegliere tra un taglio dell’Irpef per il ceto medio e destinare le stesse risorse alla sanità pubblica e al sostegno dei redditi più bassi, quale sarebbe la sua priorità e perché?

La scelta presuppone che non ci siano risorse sufficienti per fare entrambe le cose, ma non è così. È semplicemente una questione di priorità: per noi sono famiglie e imprese, per Meloni sono armi e banche. Nel programma che grazie a Nova abbiamo messo a disposizione del campo progressista abbiamo spiegato la nostra visione: c’è il reddito 2.0, c’è il taglio dell’Irpef con il raddoppio della no tax area a tutela dei più fragili, c’è una scala mobile fiscale a tutela del ceto medio e c’è il finanziamento della sanità pubblica in linea con la media Ue.

Ma c’è anche altro: rivediamo i folli stanziamenti per la difesa, aumentiamo la tassazione sulle transazioni finanziarie speculative e sulle grandi rendite finanziarie, potenziamo il contrasto tecnologico all’evasione fiscale, cancelliamo la follia del Ponte sullo Stretto e costruiamo un ponte sul futuro dei nostri giovani mettendo quei 13,5 miliardi sulle scuole, garantiamo il diritto alla malattia e alla maternità anche alle Partite IVA e ai commercianti, stanziamo risorse per le famiglie che vogliono comprare una casa o fare un figlio. Tutte categorie ignorate dal governo, sacrificate sull’altare del riarmo a tutti i costi. Parlano di coperta corta, ma è la solita menzogna. Il problema è che Meloni ha scelto di usare la coperta per tenere al caldo chi le interessava, ma ha lasciato al freddo la maggior parte degli italiani.

In generale, è una manovra che “fa acqua” da tutte le parti?

È una manovra misera, povera di risorse e di idee. Una manovrina che nasce morta e che rappresenta il manifesto di quattro anni di governo Meloni: debole con i forti e forte con i deboli. Veniamo da quattro anni di austerità che famiglie e imprese stanno pagando sulla loro pelle, perché Meloni ha voluto firmare il Patto di Stabilità, mortifero per gli investimenti, trovando spazi di bilancio a debito solo per continuare a buttare miliardi su miliardi nelle armi. E dopo quattro anni in cui gli italiani sono stati costretti a stringere la cinghia, l’affossamento della crescita non ha nemmeno permesso di rientrare sotto il 3% di deficit/pil nel 2025.

In sostanza, ci aspetta la quinta manovra di austerity, se facciamo eccezione per i 14,4 miliardi in due anni per le armi, perché per quelle Meloni i soldi li trova sempre. E, ciò nonostante, siamo ultimi in tutte le classifiche di crescita, fanalino di coda del G7 e penultimi in Europa, mentre siamo primi per debito. Non ne hanno azzeccata una, farebbero bene a ritrovare un briciolo di dignità, farsi da parte e lasciare il Paese a chi ha già dimostrato di saper fare davvero gli interessi degli italiani.

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Manovra, slitta l’ok in Cdm. Meloni attende una risposta da Bruxelles sugli aiuti a famiglie e imprese per il caro energia

20 October 2026 at 05:37

Il via libera alla legge di bilancio in Consiglio dei Ministri slitterà di qualche giorno, in attesa della conclusione del dialogo aperto dal governo con la Commissione Ue sui margini di utilizzo della flessibilità concessa sui fondi per l’energia. L’esecutivo, infatti, chiede a Bruxelles di poter indirizzare non solo sugli investimenti ma anche per aiuti a famiglie e imprese sul caro energia le risorse dello scostamento di bilancio da circa 29 miliardi per il biennio 2027-28 (l’altra metà sono per la difesa). Tra le priorità della manovra, riferiscono fonti della maggioranza, ci saranno “gli interventi a favore dei giovani e degli anziani, il rafforzamento della sanità, il sostegno alle famiglie e le misure per fronteggiare il costo dell’energia”. Le singole misure sono ancora in corso di definizione. Sarebbe tramontata, a quanto filtra, l’ipotesi di ampliare l’aliquota Irpef al 33% fino a 60mila euro di reddito. Si starebbe ragionando, invece, sulla possibilità di concentrare le risorse sulle misure per far crescere i salari degli under 35 e incentivare un cashback sanitario.

In teoria, la manovra andrebbe inviata a Bruxelles entro il 20 ottobre, ma il governo intende verificare quali margini ci siano nella discussione intavolata con la Ue, in attesa di una decisione che potrebbe arrivare nel corso dell’Ecofin del 9 e 10 novembre. Serve ancora qualche giorno, dunque, per vedere il testo della legge di bilancio con le singole voci. In serata a Palazzo Chigi per due ore si è riunito un vertice di maggioranza convocato dalla premier Giorgia Meloni. Alla riunione hanno preso parte i vicepresidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi.

Al centro dell’incontro, viene riferito, il confronto sulle priorità della manovra economica, sulle risorse disponibili e sulle misure a sostegno di famiglie, imprese e lavoratori. Il confronto proseguirà nei prossimi giorni per individuare, sottolineano fonti di maggioranza, “un equilibrio tra le priorità della maggioranza, e i margini finanziari disponibili”. I leader hanno discusso anche del contributo richiesto al settore finanziario nell’ambito della definizione delle coperture della manovra. Il Dpb approvato la scorsa settimana traccia il profilo di una manovra da 23,5 miliardi, con la richiesta di un contributo da 5 miliardi per il prossimo anno da parte di banche e assicurazioni. La Lega spinge per un contributo sostanzioso da parte degli istituti di credito, mentre Forza Italia è più dubbiosa e chiede di portare avanti il dialogo con gli istituti di credito.

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