La paralisi dei trasporti nell’isola è stata sventata in extremis. In Sicilia le associazioni di categoria hanno disposto la revoca del fermo dei tir, mettendo in salvo la catena della distribuzione alimentare e l’approvvigionamento dei carburanti.
La svolta è arrivata al termine di un serrato confronto con le istituzioni, culminato con lo sblocco di risorse finanziarie decisive per il comparto logistico della regione.
Perché i tir ricominciano a circolare in Sicilia
A disinnescare la protesta è stato il via libera definitivo ai fondi di compensazione. Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, ha confermato l’immediata disponibilità di 480 milioni di euro destinati ad abbattere i costi di insularità e a mitigare l’impatto dei rincari sulla movimentazione delle merci.
Preso atto dell’accoglimento di quasi tutte le istanze presentate nella piattaforma rivendicativa, il Comitato trasportatori siciliani ha sospeso il blocco dei camion per dare un segnale di apertura al ministro Matteo Salvini, pur mantenendo lo stato di agitazione fino all’attuazione completa delle misure.
A stretto giro è arrivata anche la fermata del presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, che ha promesso di affiancare alle risorse nazionali ulteriori interventi regionali a tutela della continuità territoriale e della competitività delle imprese locali.
La protesta del caro carburante continua nel resto del Sud
Se in Sicilia si evita il peggio, nel resto del Mezzogiorno la morsa della protesta non accenna a flettere. La combinazione tra l’esplosione dei costi del gasolio e i ritardi negli interventi statali sta spingendo autotrasportatori e agricoltori a bloccare i principali snodi viari del Sud:
in Campania la mobilitazione ha congelato la viabilità con presidi a oltranza e blocchi notturni ai caselli di Nola sulla A30, Avellino Est e lungo gli svincoli della A2 nel Vallo di Diano;
in Puglia i cortei di tir e trattori hanno invaso la viabilità ordinaria tra Bari e Bitonto, paralizzando il traffico per denunciare margini di profitto ormai azzerati;
in Molise i presidi dei camionisti stanno già provocando i primi ritardi nelle consegne dei prodotti freschi e rallentamenti nelle catene di produzione industriale.
Dopo i fornai anche i pescherecci pronti al blocco nazionale
A rendere il quadro ancora più critico è l’effetto contagio che sta travolgendo gli altri settori energivori. Dopo i fornai, anche le marinerie italiane sono pronte a spegnere i motori e a incrociare le braccia contro i rincari energetici innescati dalle tensioni geopolitiche internazionali.
In prima fila c’è la flotta del Molise: gli armatori della marineria di Termoli hanno confermato che i motopesca resteranno ormeggiati nei porti. Tra le richieste urgenti indirizzate al Governo spiccano la proroga del credito d’imposta sul carburante fino al 31 dicembre, il saldo dei ristori arretrati e un’immediata sburocratizzazione per il comparto della blue economy.
Il governo si impegna per 480 milioni di euro complessivi destinati a compensare il caro gasolio, più ulteriori risorse per altri interventi, anche per i collegamenti marittimi e per adeguare automaticamente le tariffe ai rincari. È la risposta alle proteste degli autotrasportatori, che si aspettano di vedere i fatti entro il prossimo incontro del 27 ottobre. Anche perché i ristori non risolvono i problemi strutturali che il caro carburante ha fatto esplodere, soprattutto nel Mezzogiorno, dove i rincari sono gli stessi ma hanno un peso differente. Piccole imprese, scarso potere contrattuale, costi logistici elevati e mercati lontani sono problemi comuni all’intero settore, ma che in alcune aree del Sud si sommano l’uno all’altro riducendo o azzerando i margini per assorbire i rincari.
“Quella che era una difficoltà è diventata per molte imprese, soprattutto quelle più piccole che hanno un potere contrattuale minore, disperazione”, ha spiegato il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, alla Adnkronos. Due i problemi: quanto costa riempire il serbatoio, e quanto resta in tasca all’autotrasportatore. Se la ditta è piccola e ha pochi committenti, i margini per imporre aumenti tariffari sono ridotti. E se il prezzo del gasolio sale, si rischia di dover scegliere tra lavorare in perdita e perdere il cliente. La geografia, poi, non aiuta. Secondo l’Istat, nel 2024 il 68,2% delle merci trasportate su strada aveva origine nelle regioni settentrionali, dove si concentra anche il 56,4% del Pil nazionale. Fotografia di un mercato molto più ricco, con grandi poli industriali e logistica che alimentano l’autotrasporto e dovrebbero garantire maggiore continuità nelle commesse.
Al Sud le cose cambiano e per la Sicilia lo svantaggio è stato persino quantificato. Uno studio del 2023 della Regione Sicilia, realizzato col supporto di Prometeia, ha stimato un indice dei costi di trasporto superiore del 58,8% alla media nazionale, dando maggiore peso ai collegamenti con le regioni coi mercati economicamente più grandi. Non è una misura delle tariffe pagate, ma quella di uno svantaggio strutturale che spiega perché la distanza dai mercati precede e si somma con i rincari del carburante. A incidere sui collegamenti marittimi c’è anche l’Ets europeo, il sistema per incentivare la decarbonizzazione che impone alle compagnie di navigazione di acquistare quote per le emissioni inquinanti. Dal 2026 il meccanismo è entrato a pieno regime, con costi che possono far aumentare le tariffe dei traghetti. Un ulteriore aggravio per chi deve attraversare il mare che, ha detto il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, ricade “soprattutto sulle isole”.
Poi c’è la questione decisiva di chi paga davvero gli aumenti. La legge prevede meccanismi di adeguamento dei corrispettivi al prezzo del carburante, il cosiddetto fuel surcharge. Il problema è che non è sempre facile farli valere, soprattutto quando il trasportatore è piccolo e dipende da pochi committenti, dunque con scarsa forza contrattuale. “Il mercato dell’autotrasporto è un mercato che non ha una tariffa di legge”, ricorda Russo. Anche un aumento richiesto del 15% resta quindi affidato alla negoziazione con il committente. E non sempre quest’ultimo se lo può permettere o più semplicemente lo accetta. Come non bastasse, ha denunciato lo stesso Russo, gli sconti sul gasolio ottenuti dal governo dopo aver fatto pressione sulle compagnie petrolifere, sarebbe finito soprattutto nei distributori stradali e non sulla cosiddetta extrarete, dove molti camionisti acquistano il carburante all’ingrosso. E secondo Conftrasporto, proprio lì ci sarebbero stati i maggiori aumenti dei prezzi.
Problemi che si incrociano con quelli dell’agricoltura che in molte regioni alimenta la domanda di trasporto. Se i produttori non riescono a incassare abbastanza per le proprie merci, come lamenta il settore, è ben difficile riconoscere tariffe maggiori ai camionisti. E i blocchi dei tir rischiano di aggravare ulteriormente la situazione della filiera. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, avverte che l’ortofrutta rischia di restare nei campi, mentre il latte incontra difficoltà nel raggiungere trasformazione e commercializzazione. Una situazione che il governo dovrebbe conoscere, almeno da maggio. Da quando a Palazzo Chigi fu sottoscritto un protocollo con le associazioni per le compensazioni economiche. “Se si fossero portati avanti nei tempi concordati, forse non si sarebbe arrivati alle proteste di oggi”, osserva Russo. Ora che sono stati presi nuovi impegni, si chiede almeno che i provvedimenti arrivino in fretta e così i soldi.
La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti potrebbe proseguire fino al 27 ottobre 2026 se non arriveranno risposte concrete dal Governo. La mobilitazione, iniziata in Puglia l’11 ottobre e successivamente estesa ad altre regioni del Sud Italia, sta provocando rallentamenti nella distribuzione delle merci, difficoltà nei rifornimenti e carenze di prodotti freschi nei supermercati. Al centro della trattativa ci sono anche 534 milioni di euro tra arretrati e crediti d’imposta richiesti dagli autotrasportatori.
La cifra comprende circa 104 milioni di contributi arretrati legati agli incentivi per il trasporto marittimo e 430 milioni di crediti d’imposta sul carburante. Non si tratta di nuovi finanziamenti già approvati, ma di somme di cui le associazioni chiedono lo sblocco o l’effettiva disponibilità. Il confronto decisivo è previsto per oggi martedì 20 ottobre alla Prefettura di Milano, dove il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini incontrerà i rappresentanti del settore.
Autotrasportatori, il Comitato siciliano revoca il fermo
Il Comitato trasportatori siciliani ha revocato il fermo dei servizi al termine dell’incontro di martedì 20 ottobre con il ministro Matteo Salvini alla Prefettura di Milano. Secondo quanto riferito dal Comitato, sono state accolte quasi tutte le richieste contenute nella piattaforma presentata al Governo.
La decisione punta a sbloccare la situazione logistica nell’isola e a dare un segnale di apertura all’esecutivo. Le imprese restano però in stato di agitazione fino alla soluzione completa dei punti ancora aperti.
Ecco alcuni degli impegni ottenuti:
lo sblocco immediato degli arretrati del Sea Modal Shift per le annualità 2023/2024 e 2025/2026;
ulteriori 50 milioni di euro per gli incentivi marittimi del 2026/2027;
il rilascio immediato dei 430 milioni di euro di crediti d’imposta sul gasolio;
la presenza della categoria nei tavoli istituzionali su trasporti e mobilità e nei gruppi di lavoro dedicati al Mezzogiorno.
Per gli incentivi marittimi del prossimo anno la cifra ottenuta resta inferiore ai 70 milioni chiesti. Restano inoltre da definire la proroga di 4 mesi del credito d’imposta sul gasolio. Per questa se ne dovrebbe parlare in un comitato permanente per il Sud. Spazio poi agli sconti sui biglietti dei traghetti per l’attraversamento dello Stretto di Messina.
Il coordinatore Salvatore Bella ha spiegato che le imprese vogliono tornare al lavoro senza penalizzare ulteriormente il territorio. La revoca, ha precisato, non è però una delega in bianco. Il Comitato vigilerà sul rispetto dei tempi e sull’avvio del comitato per il Sud.
Protesta dei tir, l’incontro con Salvini
Dal governo arriva una prima risposta alle richieste degli autotrasportatori. Il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi ha annunciato che per il settore sono disponibili 480 milioni di euro. Una cifra che si avvicina in maniera netta, per quanto sia chiaramente inferiore, ai 534 milioni chiesti tra arretrati e crediti d’imposta.
Durante l’incontro di Milano con il ministro Matteo Salvini l’esecutivo si è inoltre impegnato a stanziare altre risorse per i mesi di settembre e ottobre. Al tempo stesso porte aperte per definire un modello di prezzo del carburante seguendo l’esempio spagnolo.
Intanto i presidi continuano. Ai caselli e agli svincoli autostradali di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, anche lungo l’A2 e l’A30, i blocchi restano attivi. Gli effetti sono già evidenti, con scaffali vuoti di prodotti freschi nei supermercati del Sud, carburante scarso a Ischia e Procida con il rischio di stop per i traghetti, raccolta dei rifiuti ferma in oltre 15 comuni siciliani e circa 100 mezzi pesanti fermi all’ingresso di Palermo.
Il Comitato Trasporto Siciliano rivendica una protesta pacifica e limitata alle aree portuali. Resta da capire se le misure annunciate basteranno a far revocare il fermo o se la mobilitazione andrà avanti fino al 27 ottobre.
Sciopero dei tir fino al 27 ottobre, cosa chiedono gli autotrasportatori
La possibilità di prolungare il fermo è stata avanzata dal Comitato Trasporto Siciliano, tra i principali protagonisti della mobilitazione. Il coordinatore Salvatore Bella ha subordinato la sospensione della protesta alla sottoscrizione di impegni precisi da parte del Governo. “Se il ministro Salvini accetta di firmare il protocollo d’impegni e incontrarci il 20 ottobre revochiamo il fermo. Diversamente rimane fino al 27 ottobre”, ha dichiarato Bella.
La protesta, inizialmente programmata fino al 20 ottobre, potrebbe quindi continuare per un’altra settimana se l’incontro non dovesse portare a un’intesa. La richiesta dei comitati non riguarda soltanto l’individuazione di nuove risorse economiche, ma anche la definizione di tempi certi per l’erogazione dei sostegni già previsti. Il fermo fino al 27 ottobre rappresenta al momento una possibilità annunciata dagli organizzatori e non una proroga generalizzata già confermata su tutto il territorio nazionale.
Accordo da 534 milioni di euro, quali sono i fondi richiesti
Uno dei principali punti della vertenza riguarda le risorse economiche destinate alle imprese di autotrasporto. Il Comitato Trasporto Siciliano chiede lo sblocco di due importi:
104 milioni di euro di arretrati relativi agli incentivi per il trasporto marittimo delle merci, collegati al programma Sea Modal Shift;
430 milioni di euro di crediti d’imposta sul carburante relativi alle richieste già presentate dalle imprese.
Gli incentivi marittimi servono a sostenere le imprese che scelgono di trasportare le merci via nave anziché percorrere interamente le tratte su strada. Il credito d’imposta sul gasolio è invece uno strumento destinato a compensare parte dei maggiori costi sostenuti dalle aziende per l’acquisto del carburante. Secondo le associazioni, i ritardi nell’erogazione delle risorse stanno contribuendo alle difficoltà di liquidità delle imprese.
Il Comitato Siciliano chiede inoltre 70 milioni di euro per gli incentivi marittimi relativi all’annualità 2026-2027 e ulteriori 400 milioni per la copertura dei costi del carburante nei mesi non ancora adeguatamente sostenuti. Queste ultime richieste sono aggiuntive rispetto ai 534 milioni indicati come principale oggetto della trattativa.
Caro gasolio, quanto costa un pieno ai camionisti
Alla base della mobilitazione c’è l’aumento del prezzo del gasolio, che ha fatto crescere sensibilmente i costi operativi delle imprese di trasporto. Secondo le rilevazioni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy del 17 ottobre, il diesel aveva raggiunto una media di 2,257 euro al litro sulla rete stradale e 2,296 euro in autostrada. Confartigianato Trasporti ha calcolato che, per un camion con un serbatoio da 900 litri, il costo di un pieno è passato da 1.503,78 euro a febbraio a 1.971,61 euro a metà settembre.
La differenza è di quasi 468 euro per rifornimento. Considerando quattro pieni mensili, il maggior costo arriva a circa 1.871 euro al mese per ogni mezzo. Le imprese segnalano inoltre difficoltà nel trasferire gli aumenti del carburante sulle tariffe applicate ai clienti, soprattutto quando i contratti di trasporto prevedono condizioni economiche già definite.