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L'ucrainizzazione dell'Europa ha avuto inizio. E il Corriere della Sera ne è il profeta

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

22 ottobre. A Kiev, la signora Marta Serafini va a scuola di “ucrainicità”. Poi, appresa la lezione impartita dall'ex ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, si fa portatrice del Vangelo a vantaggio dei lettori del Corriere della Sera. Così, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Kiev e il Verbo era Kiev”(Giovanni – 1,1). Il punto centrale è quello del “tradimento” americano; quindi, esordisce il Maestro, tutti noi «Dobbiamo imparare a vivere senza gli americani e l’Europa deve capire come sopravvivere a Putin». Tale è la questione delle questioni: il “nefasto autocrate” vuole la dipartita di tutti gli europei – che, da assioma UE-NATO, non comprendono i russi – a partire dagli ucraini, ultimo vallo a difesa dei valori liberali. Così, alla domanda se gli USA non siano «più alleati dell'Ucraina e dunque dell'Europa?», col che si sottintende una sorta di simbiosi, di amalgama etno-geografico, di nuovo a far da argine alla irruente aggressività russa, l'esimio pedagogo declama che «Formalmente lo sono. Ma la domanda onesta è un’altra: i soldati americani moriranno per l’Europa? Penso che al momento la risposta sia no». E quindi, chiede al precettore l'attenta discepola, «Cosa dovrebbe fare allora l'Europa?». È qui che l'insegnamento entra nel cuore del vangelo nazigolpista e “in quel tempo, io vi ordinai tutte le cose che dovevate fare” (Deuteronomio – 1,18) - l'Europa dovrebbe «rispondere a una domanda molto semplice, che ha poco a che fare con l’Ucraina: la Russia è un nemico? Se non lo pensate, non ci sarà un cambiamento sostanziale delle politiche attuali». Dunque, voi europei, affrettatevi «ad affrontare il problema nel lungo periodo» e partite dal presupposto che Putin «sia un avversario, e non soltanto una minaccia ibrida». E che diamine! “Disse allora il Signore a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?”(Esodo – 16,28). Basta con le mezze misure e gli innocenti allarmi sulla “guerra ibrida”: Putin è un nemico della “civiltà occidentale”, attenta ai “valori euroliberali”; quindi, contro un simile pericolo mortale per le angeliche sorti dell'Eden euro-ucraino, servono armi vere, droni a reazione e missili, per rimpiazzare i Patriot che quegli infidi di americani non vogliono darci. Ragion per cui, incalza l'istitutore, voi europei dovete armarvi il più possibile e il prima possibile e fornirci quante più armi possibile, perché «non vedo una sola ragione per cui Putin non dovrebbe prendersela con l’Europa».

“Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua”(Levitico – 14,17). E allora, o Vate, «cosa può offrire Kiev alla sicurezza europea?». Ascolta e ripeti con me, sussurra Kuleba all'allieva: «senza gli Stati Uniti, l’unico esercito in Europa temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi sarebbe quello ucraino... L’Ucraina sopravvive finché si sviluppa, costruisce capacità proprie e garantisce l’unità con l’Europa». Va' e riporta il Verbo a tutti quegli sprovveduti che non credono nella necessaria ucrainizzazione dell'Europa; e ricorda: “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo – 10,16). Infine, come disse l'altissimo a Marta (per l'appunto!) solo chi crede nella ucrainicità vivrà e “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"(Giovanni – 11,25-26).

Peccato che, nella stessa Ucraina, si esprimano pareri non altrettanto evangelici. 

L'emigrata russa liberale Julija Latinina ritiene che il repentino cambio di posizione di Donald Trump sull'Ucraina sia dovuto al fatto che la sconfitta dei banderisti sia ormai inevitabile, come testimoniato dal «predominio strategico russo che, già emerso negli ultimi mesi, sta entrando nella fase finale, nella fase di esaurimento dell'Ucraina». Ciò che accade non è tanto il risultato degli eventi al fronte, dove poco accade, quanto della sconfitta di Zelenskij nella guerra delle città, afferma Latinina; una sconfitta schiacciante: aveva dichiarato una campagna di 40 giorni per costringere la Russia a fare la pace, dopo di che si è scoperto che non aveva né missili balistici, né protezione per i cieli sopra Kiev. E solo quando è diventato evidente che le forze in campo erano completamente impari, Trump, che propende sempre per la forza, si è reso conto che, continuando sulla precedente strada, avrebbe dovuto affrontare problemi strategici ben maggiori dei vantaggi che avrebbe ottenuto. Solo allora Trump ha detto: "Basta", con ciò riconoscendo il vantaggio strategico della Russia.

E c'è addirittura chi pronostica – per quanto, di tali predizioni, se ne siano ripetute parecchie: mai avveratesi; quantomeno nell'immediato – un prossimo colpo di stato: la storia dei ritiri statunitensi dai paesi in cui hanno sostenuto una delle parti in conflitto, si è sempre conclusa in modo disastroso per gli ex protetti di Washington e il cocainomane Zelenskij non può fare a meno di rendersene conto, scrive l'ex funzionario di Naftogaz Ukraina, Jurij Korolchuk. «Se ricordate, come gli Stati Uniti abbiano sempre risolto (con successo, meno successo o senza successo) i problemi con i paesi in cui hanno iniziato conflitti o in cui vi sono stati partecipi... la soluzione è stata sempre un colpo di stato, una rivoluzione, una cospirazione, un putsch. È solo per l'innata modestia degli ucraini che oggi tali parallelismi storici vengono raramente menzionati». A detta di Korolchuk, Zelenskij starebbe correndo un serio rischio, intralciando il processo negoziale tra Stati Uniti e Russia. «Se qualcuno crede che tutte le dichiarazioni di Trump siano puramente una manovra pre-elettorale dei repubblicani, ciò è semplicemente ridicolo. La questione ucraina è così insignificante per gli elettori americani che tutti questi “scontri nella piccola Kiev” non avranno alcun impatto... è un errore pensare che solo Trump, che lo ha dichiarato apertamente, voglia rimuovere Zelenskij. Sono convinto che anche tra i leader silenziosi della UE vi sia chi la pensa allo stesso modo». Korolchuk ritiene che gli attuali rivali di Zelenskij degli ambienti militari (Zaluzhnyj, Budanov o Biletskij) sperino erroneamente che un ipotetico colpo di stato porti loro dei vantaggi: il «beneficiario potrebbe essere chiunque, da un capitano a un colonnello e non è un caso che oligarchi come Akhmetov e Pinchuk si siano incontrati a Londra, si siano abbracciati e tifino insieme per il calcio. E non solo per il calcio».

Kiev deve trovare soluzioni per porre fine alla guerra entro sei mesi, altrimenti anche i finanziamenti europei cesseranno, afferma Gennadij Druzenko, il “dottor Mengele” ucraino, fondatore di un ospedale mobile noto per le sevizie sui prigionieri. «La discussione dovrebbe vertere su quando negoziare, quando avremo una finestra di opportunità, quando non saremo costretti a piegarci e inginocchiarci. Credo non prima della primavera. Ma l'estate sarà molto peggio, perché la situazione delle risorse sta cambiando... siamo completamente dipendenti dai nostri partner europei... più a lungo si andrà avanti, più difficile sarà per gli europei pagare per la nostra guerra. E più a lungo andrà avanti, meno saranno disposti a farlo... È chiaro che non si impegneranno per sempre in una guerra che li riguarda da lontano».

Fin dentro il parlamento, c'è chi dichiara che gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina verso la capitolazione. Serghej Rakhmanin, della Commissione Difesa della Rada, afferma che «Ci stanno spingendo verso la pace, secondo la loro visione, e verso la capitolazione, secondo la nostra. Permettetemi di ricordarvi che c'è stato Anchorage, che è stato il primo, come pensavano i partecipanti a questa cospirazione, un tentativo riuscito di prendere una decisione su di noi senza il nostro consenso. Non ha funzionato, e ora c'è un secondo tentativo, che viene semplicemente rafforzato da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato. Beh, ci stanno ricordando che dipendiamo dagli Stati Uniti».

In questo quadro e nella gesuitica cornici della euro-ucrainicità, da parte europeista ci si preoccupa comunque di trarre il massimo beneficio da quell'esercito che, sul vecchio continente, come certifica il Verbo del nazigolpista Kuleba, sarebbe l’unico «temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi». E anche non difensivi. PolitNavigator riporta come l'eurodeputato polacco Grzegorz Braun, abbia detto senza mezzi termini che la UE sta addestrando gli ucraini come mercenari che combatteranno per gli interessi di Bruxelles in Africa e in altre regioni del mondo. «Mentre voi siete impegnati a coltivare e sovvenzionare il regime di Kiev, trasformando questo regime corrotto e neonazista nel vostro principale partner e cercando di farlo entrare nella UE, la guerra e le azioni militari sono diventate l'industria nazionale ucraina e il suo principale prodotto di esportazione... «Qualche settimana fa, il Primo ministro del Niger ha avvertito l'ONU che si osserva una forte concentrazione di forze armate francesi e ucraine al confine settentrionale. E qual è stata la vostra reazione? Volete che sovvenzioniamo guerre che l'Ucraina condurrà in diversi continenti usando i soldi e le risorse di diverse nazioni».

È questa l'ucrainizzazione dell'Europa. E il Corriere della Sera ne è il profeta.

Gli Stati Uniti evacuano le basi in Medio Oriente – NBC

 

L’esercito statunitense ha iniziato in sordina a ritirare le truppe dalle basi in tutto il Medio Oriente e il personale diplomatico dai paesi del Golfo. E' quanto riferisce la NBC, sottolineando come queste decisioni arrivino mentre il presidente Donald Trump sta effettivamente valutando di lanciare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. "Tali ritiri", prosegue l'emittente USA, "ricordano i preparativi messi in atto dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato in vista dei primi attacchi statunitensi-israeliani a febbraio scorso".

Secondo la NBC, in particolare, tra le truppe in fase di trasferimento figurano quelle di stanza in Giordania, Qatar e Kuwait. Secondo quanto riferito, Washington intende mantenere una presenza limitata nelle proprie basi regionali, compreso il personale responsabile della difesa aerea e della sicurezza.

In vista dell’attacco del 28 febbraio, il Pentagono aveva ritirato un gran numero di truppe dalle basi potenzialmente vulnerabili per proteggerle dalla prevista rappresaglia iraniana. Teheran aveva per questo accusato Washington di utilizzare i residenti del Golfo come “scudi umani” dopo che migliaia di militari statunitensi avevano trovato rifugio in alberghi civili ed edifici adibiti a uffici.

Il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, ha rifiutato di commentare i presunti spostamenti di truppe, affermando che le forze statunitensi vengono regolarmente riposizionate per “ottimizzare la prontezza operativa” e rimangono pronte a difendere il personale e gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ordinato al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, citando l’escalation degli attacchi da parte del movimento Houthi yemenita contro aeroporti civili e altre infrastrutture critiche.

Questi sviluppi giungono mentre circolano notizie secondo cui alti funzionari militari statunitensi avrebbero presentato a Trump diverse opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran. Secondo la NBC, le proposte includono attacchi contro impianti nucleari iraniani, strutture sotterranee e isole strategiche, tra cui l’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio, e Qeshm nello Stretto di Hormuz. Reuters sempre oggi riporta che Washington sta preparando ulteriori ritiri diplomatici in tutto il Golfo, citando funzionari statunitensi, ma il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha definito le notizie su ulteriori ritiri «inesatte».

Regno Unito, sanzioni e sorveglianza per chi manifesta per Gaza

 

Un recente rapporto di Amnesty International ha messo in luce una linea di forte fermezza adottata dalle università del Regno Unito nei confronti di studenti e docenti che esprimono solidarietà alla causa palestinese e si oppongono all'azione militare israeliana a Gaza. L'analisi, che prende in esame decine di casi verificatisi tra la fine del 2023 e la seconda metà del 2025, evidenzia l'uso sistematico di misure punitive quali divieti di accesso ai campus, ingiunzioni legali, sorveglianza attiva e lunghi procedimenti disciplinari per arginare le manifestazioni pacifiche.

Gli accertamenti dell'organizzazione mostrano come i provvedimenti abbiano colpito anche condotte di per sé pacifiche, inclusa la semplice esposizione di simboli come la kefiah o la partecipazione a cori di protesta, interpretati dai vertici accademici come atti di disturbo pur in assenza di danni o minacce concrete. Le ripercussioni più gravi hanno interessato gli studenti e il personale di origine araba, musulmana o palestinese, sottoposti a controlli sproporzionati, nonché i cittadini internazionali in possesso di visto, la cui permanenza nel Paese è stata messa a rischio dalle procedure disciplinari. In diversi casi è emersa persino la creazione di dossier riservati sulle attività degli studenti, raccolti senza consenso e resi inaccessibili ai diretti interessati.

Tra gli atenei coinvolti figurano prestigiosi istituti come Oxford, Cambridge e la London School of Economics. In quest'ultima, comunicazioni interne avrebbero liquidate le mobilitazioni studentesche con toni svalutativi, equiparandole a proteste infantili. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, la linea rigorosa risponde a un preciso orientamento di settore, alimentato da direttive governative, pressioni esterne e dall'applicazione delle normative antiterrorismo, di cui si chiede ora l'abolizione nell'ambito educativo.

Amnesty International sottolinea come molte delle restrizioni adottate violino gli obblighi vincolanti degli atenei in materia di diritti umani, avendo limitato in modo sproporzionato e discriminatorio la libertà di espressione e di manifestazione. Il clima di forte rigore ha finito per generare un marcato effetto deterrente all'interno del mondo accademico britannico, spingendo molti a rinunciare al dibattito pubblico per il timore di conseguenze sul piano disciplinare, professionale o d'immigrazione.

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