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Novo James Bond? Calum Turner e Jack Lowden são cotados para papel

22 October 2026 at 20:22

O anúncio de um novo James Bond pode estar cada vez mais perto. Entrando na semana de testes finais para o papel, Callum Turner, 36, e Jack Lowden, 36, estariam cotados como os principais sucessores de Daniel Craig, 58. A informação é do portal Variety.

Ainda que, em setembro, Gary Oldman, ator conhecido pela franquia “Harry Potter” e a série “Slow Horses”, tenha afirmado que o novo superagente secreto 007 já tinha sido escolhido, fontes do portal norte-americano destacaram que a escalação do personagem ainda está em andamento.

Lowden começou a ser apontado para o papel depois que Oldman, seu colega de elenco em “Slow Horses”, sugeriu que ele estava na lista de finalistas. Posteriormente, a esposa do ator, Saoirse Ronan, comentou sobre os rumores, dizendo que “não é um assunto que esteja sendo discutido em nossa casa”.

Turner, por sua vez, se tornou um dos favoritos no começo deste ano. Depois que fãs começaram a enxergá-lo como Bond, muitos usuários sugeriram que o novo longa pudesse contar com uma música tema feita por sua esposa, a cantora Dua Lipa, 31.

Até o momento, a produção apenas confirmou que Denis Villeneuve foi escolhido para dirigir o novo filme financiado pela Amazon MGM, e a diretora de elenco Nina Gold segue à frente do processo de audições. Ainda que não haja uma previsão de quando o protagonista será anunciado, os insiders acreditam que a escolha deve ser confirmada ainda este ano.

Anteriormente, a Variety já tinha divulgado que tanto o estúdio como os produtores da sequência gostariam que o protagonista fosse interpretado por um ator britânico “por volta de seus 30 anos”, com nomes como Jacob Elordi (“Euphoria”), Tom Holland (“Homem-Aranha”) e Harris Dickinson (“Babygirl”) entre os favoritos.

Antes da nova disputa pelo cargo do agente secreto britânico começar, Daniel Craig virou referência ao interpretar James Bond por cerca de 15 anos. Seu último longa-metragem no papel, “007 – Sem Tempo para Morrer”, foi lançado em meados de 2021.

Até então, a previsão é que o 26º filme da franquia chegue aos cinemas em 2028. Mais informações, incluindo o elenco completo e as primeiras imagens e datas das gravações, devem ser divulgadas em algum momento ao longo do próximo ano.

*Com informações de Nicoly Bastos, da CNN Brasil. Sob supervisão de Gabriela Maraccini, da CNN Brasil

Daniel Craig diz que não podia fazer filme gay enquanto era James Bond

La minaccia che non esplode. Le mail alle scuole e la nuova frontiera dell’intelligence cognitiva

22 October 2026 at 14:10

Il 19 ottobre decine di scuole italiane hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica che annunciava la presenza di un ordigno esplosivo negli edifici e prospettava una serie di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Nel testo comparivano riferimenti ad Allah, alla Sharia e all’utilizzo di nitrato d’ammonio. Secondo l’Ansa, la comunicazione ha raggiunto almeno cinquanta istituti da Nord a Sud; soltanto nel Veronese le procedure precauzionali hanno interessato 27 plessi scolastici. I controlli effettuati non hanno portato al ritrovamento di ordigni. Considerare quindi l’episodio soltanto come l’ennesimo falso allarme rischia però di coglierne soltanto una parte.

Il punto non è soltanto chiedersi se una bomba esista realmente. Bisogna interrogarsi anche sulla capacità di una comunicazione digitale, inviata a costi estremamente bassi, di attivare procedure di emergenza, mobilitare forze dell’ordine, interrompere l’attività scolastica, coinvolgere migliaia di famiglie e conquistare rapidamente lo spazio mediatico. In altre parole: la minaccia può essere falsa, ma i suoi effetti sono reali.

Prima della matrice viene l’attribuzione

Il primo rischio analitico è quello di attribuire automaticamente l’azione all’attore che il messaggio dichiara, suggerisce o imita. “Allah”, “Sharia”, “attacco terroristico” costituiscono elementi di una narrazione. Non costituiscono, da soli, una prova dell’identità di chi l’ha prodotta.

È una distinzione essenziale nell’analisi di intelligence contemporanea. Nell’ambiente digitale l’identità dichiarata dall’autore di un messaggio può essere autentica, falsificata, clonata o deliberatamente costruita per orientare la lettura dell’evento. Anche il mittente apparente di un’e-mail può essere manipolato. Per questo l’attribuzione richiede l’analisi congiunta di elementi tecnici, infrastrutturali, comportamentali e contestuali.

La domanda, dunque, non può essere semplicemente: chi usa questo linguaggio? Deve diventare: chi ha prodotto il messaggio, attraverso quale infrastruttura, con quali modalità e soprattutto con quale obiettivo? Il problema assume ancora più rilevanza osservando ciò che contemporaneamente è avvenuto fuori dall’Italia.

Nello stesso 19 ottobre fino a 300 scuole dell’Irlanda del Nord hanno segnalato alla polizia la ricezione di una medesima minaccia generalizzata. La Police Service of Northern Ireland ha successivamente comunicato di considerare l’episodio un hoax, precisando che le verifiche non avevano individuato elementi anomali e che l’e-mail proveniva dall’esterno del Regno Unito. Messaggi analoghi sono stati segnalati anche in altre aree britanniche; scuole in Ungheria e Serbia sono state interessate nello stesso arco temporale, anche se le autorità non hanno finora stabilito pubblicamente che tutti gli episodi appartengano a un’unica operazione.

La formulazione della minaccia riportata in Irlanda del Nord presenta inoltre evidenti somiglianze con quella circolata in Italia: riferimento a un ordigno contenente ANFO, prospettiva di ulteriori attentati e instaurazione della Sharia. È un elemento investigativo rilevante. Non è ancora un’attribuzione. Ed è precisamente in questa distanza che deve operare l’intelligence.

Quando il bersaglio è la decisione

L’aspetto più interessante dell’episodio emerge infatti se si abbandona per un momento la ricerca dell’ordigno e si osserva la sequenza delle conseguenze. Un’e-mail entra nella casella di posta di un istituto. La scuola segnala la minaccia. Vengono attivate le autorità. Gli edifici vengono controllati o evacuati. Le famiglie modificano i propri comportamenti. La notizia entra nei media e nei social network. Altri istituti aumentano il livello di attenzione.

Tutto questo può verificarsi senza che l’autore disponga di un solo grammo di esplosivo.

Il rapporto tra costo dell’azione ed effetto prodotto diventa così fortemente asimmetrico. È sufficiente introdurre nell’ambiente informativo un segnale abbastanza credibile da non poter essere ignorato. Qui entra in gioco la dimensione cognitiva della sicurezza.

La Nato definisce la cognitive warfare come un insieme di attività capaci di influenzare percezioni, atteggiamenti, comportamenti e processi decisionali attraverso lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive. L’Allied Command Transformation sottolinea come il dominio cognitivo riguardi non soltanto ciò che un individuo pensa, ma anche il modo in cui interpreta l’ambiente e decide di agire.

Sarebbe prematuro e metodologicamente scorretto classificare automaticamente gli allarmi alle scuole come un’operazione di cognitive warfare: manca innanzitutto un’attribuzione e non conosciamo ancora l’intenzione dell’autore. L’episodio, tuttavia, mostra perfettamente una vulnerabilità cognitiva che un attore ostile potrebbe sfruttare.

Paura, incertezza e urgenza alterano infatti il processo decisionale. E quando il possibile bersaglio è una scuola, la soglia di tolleranza del rischio è inevitabilmente bassissima. Le istituzioni non possono permettersi di ignorare il messaggio soltanto perché potrebbe essere falso. È proprio questa asimmetria a rendere efficace la minaccia.

Il rischio della falsa attribuzione

C’è poi un secondo effetto. L’autore non influenza soltanto ciò che facciamo, ma potenzialmente anche chi riteniamo responsabile di ciò che sta accadendo. L’impiego di simboli jihadisti attiva immediatamente nell’opinione pubblica un preciso sistema di associazioni: terrorismo islamista, radicalizzazione, attentati, sicurezza interna. È una scorciatoia cognitiva comprensibile, ma pericolosa se precede l’analisi. Il contesto politico europeo rende questa cautela ancora più necessaria.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia europea contro l’“entrisme islamiste” e sull’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani. Lo stesso Parlamento, però, ha esplicitamente sottolineato la necessità di distinguere l’Islam come religione dall’islamismo politico come fenomeno politico.

La prossimità temporale tra quel dibattito e le minacce alle scuole può naturalmente alimentare ipotesi investigative o interpretazioni politiche. Ma la successione temporale non costituisce un nesso causale. Allo stato delle informazioni pubbliche non vi sono elementi sufficienti per attribuire le e-mail ai Fratelli Musulmani, allo Stato Islamico o ad altra organizzazione jihadista. Completare autonomamente questa attribuzione significherebbe, paradossalmente, fare parte del lavoro dell’autore della minaccia: accettare l’identità che egli ha scelto di rappresentare.

Dall’intelligence della fonte all’intelligence dell’effetto

L’episodio suggerisce allora una riflessione più ampia. Per lungo tempo il processo analitico ha privilegiato una sequenza apparentemente lineare: identificare l’attore, comprenderne capacità e intenzioni, valutare la minaccia. Nell’infosfera contemporanea occorre affiancare a questa prospettiva un secondo livello di analisi: valutare l’effetto indipendentemente dall’attribuzione.

Chi ha inviato il messaggio? È la prima domanda. Ma non può essere l’unica. Bisogna anche chiedersi: quali comportamenti ha generato? Quali processi decisionali ha attivato? Quanto personale e quante risorse ha mobilitato? Quali narrazioni ha rafforzato? Quale livello di amplificazione mediatica ha ottenuto? Quali divisioni sociali potrebbe alimentare?

La Nato osserva ormai apertamente come le minacce informative possano avere conseguenze sulla sicurezza nazionale e come attività manipolative coordinate possano alterare percezioni, generare confusione e incidere sulla fiducia pubblica.

Per questo la superiorità informativa non coincide più semplicemente con il possesso di una maggiore quantità di dati. Significa anche riuscire a preservare la qualità del processo decisionale quando l’ambiente viene intenzionalmente saturato da segnali ambigui.

È qui che l’intelligence assume una funzione anche cognitiva ed epistemica: non soltanto raccogliere informazioni, ma proteggere la capacità dello Stato di distinguere ciò che sa, ciò che presume e ciò che ancora non può attribuire.

La resilienza comincia dalla gestione dell’incertezza

Naturalmente nessuna riflessione sulla dimensione cognitiva può sostituire le procedure di sicurezza. Davanti a una minaccia indirizzata a una scuola, verifiche ed eventuali evacuazioni rappresentano misure necessarie. Resilienza non significa sottovalutare il rischio. Significa evitare che alla corretta risposta operativa si accompagni automaticamente una risposta cognitiva scelta dall’autore della minaccia.

Serve quindi una capacità integrata: indagine tecnica, condivisione internazionale delle informazioni, analisi dei modelli ricorrenti, comunicazione istituzionale coordinata e valutazione degli effetti prodotti nell’ambiente informativo.

Europol rileva da tempo come l’ecosistema della minaccia terroristica europea si intrecci sempre più con comunità digitali, nuove tecnologie e forme ibride di propaganda e mobilitazione. Il rapporto TE-SAT evidenzia inoltre una crescente sovrapposizione tra narrative e ambienti estremisti differenti, rendendo sempre meno efficace un’interpretazione basata esclusivamente sulle etichette ideologiche tradizionali.

Le e-mail del 19 ottobre potrebbero rivelarsi un gesto dimostrativo, una provocazione, un’azione criminale, una campagna coordinata o qualcosa di ancora diverso. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma hanno già indicato qualcosa di importante.

Nell’ambiente strategico contemporaneo non è sempre necessario colpire fisicamente un bersaglio per condizionarne il comportamento. A volte è sufficiente convincerlo, anche soltanto per pochi minuti, che il colpo stia per arrivare. Ed è proprio in quei minuti, tra la ricezione del segnale e la sua corretta comprensione, che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.

La minaccia può essere falsa. L’effetto prodotto, invece, è già reale.

Doppelgänger, così Mosca costruisce la disinformazione per l’Occidente. Il dossier di The Insider

22 October 2026 at 08:07

Doppelgänger? Una struttura che individua le vulnerabilità politiche di ciascun Paese, costruisce il messaggio più adatto per sfruttarle, produce il contenuto e infine ne misura la capacità di penetrazione. Dietro, funzionari dell’Amministrazione presidenziale russa, comunicatori, ex diplomatici, specialisti dei social network e professionisti della propaganda.

Un’inchiesta di The Insider spiega, sulla base della corrispondenza hackerata tra personale dell’Amministrazione presidenziale russa e dipendenti dell’Agency for Social Design (Asd), la struttura che avrebbe coordinato una parte rilevante delle attività della rete conosciuta in Occidente come Doppelgänger.

La documentazione descritta da The Insider permette soprattutto di guardare dietro il prodotto finale della disinformazione, dagli articoli falsi e video manipolati a quello che c’è dietro: riunioni, indicazioni operative, distribuzione delle competenze, studio dei pubblici e valutazioni sull’efficacia delle campagne.

La regia del Cremlino

Secondo i documenti esaminati dalla testata, l’operazione sarebbe stata avviata da Sergei Kiriyenko, primo vicecapo dell’Amministrazione presidenziale russa. La supervisione avrebbe coinvolto in particolare Alexander Kharichev, responsabile della componente rivolta all’Ucraina, e Sofia Zakharova, indicata invece come figura di riferimento per le operazioni destinate ai Paesi occidentali. L’esecuzione del progetto sarebbe stata affidata a Ilya Gambashidze e alla sua Agency for Social Design.

In un rapporto indirizzato all’Amministrazione presidenziale, ricostruisce The Insider, Gambashidze presentava il progetto come uno strumento capace di influenzare l’opinione pubblica dei Paesi bersaglio senza apparire apertamente come propaganda russa. L’obiettivo non era necessariamente convincere un pubblico occidentale ad assumere posizioni esplicitamente filorusse, quanto fare entrare determinate narrative all’interno di discussioni politiche già esistenti.

A luglio 2022, secondo l’inchiesta, era già stato delineato un piano per condurre contemporaneamente la campagna in cinque Paesi europei. Le priorità indicate erano tre: screditare Stati Uniti, Regno Unito e Nato; diffondere la rappresentazione russa della guerra in Ucraina; e, soprattutto sul fronte tedesco, alimentare l’opposizione alle sanzioni.

L’Italia era già un bersaglio nel 2022

L’Italia compare fin dalle prime fasi dell’operazione. Secondo i documenti consultati da The Insider, alla fine di giugno 2022 Doppelgänger era già attivo almeno in Germania, Italia e Regno Unito.

Il sistema prevedeva la pubblicazione sui social network di post collegati a falsi siti che imitavano testate giornalistiche conosciute. Collegamenti agli stessi siti venivano inoltre inseriti nei commenti sotto i contenuti pubblicati da media reali, utilizzando Facebook, Instagram e Telegram. Per promuovere alcuni post venivano investite quotidianamente centinaia di dollari. Con l’obiettivo di alimentare l’ostilità verso i rifugiati ucraini, gli operatori proposero di diffondere una falsa storia secondo cui le ville sequestrate ai cittadini russi sarebbero state consegnate ai profughi provenienti dall’Ucraina, mentre le spese necessarie al loro mantenimento sarebbero state sostenute dai bilanci locali, cercando ci collegare la presenza dei rifugiati alla pressione sulle risorse pubbliche italiane, trasformando una questione internazionale in un potenziale elemento di conflitto politico interno.

L’Agency for Social Design, secondo la documentazione esaminata da The Insider, pensò di commissionare a blogger italiani uno sketch contro le sanzioni alla Russia, senza però rivelare chi fosse davvero il committente. Agli interessati, secondo quella stessa comunicazione, era stato fatto credere che dietro l’incarico ci fosse un partito politico italiano.

Come si costruisce un falso

Il materiale ottenuto da The Insider contiene anche una sorta di manuale per la produzione dei contenuti, dalla realtà aumentata o special report per indicare fotografie, video e screenshot manipolati, fino ai veri e propri fake. Le tecniche previste andavano dalla modifica digitale di un’immagine alla sostituzione dei volti, dal doppiaggio di filmati alla produzione di video su green screen. Tra questi, anche la realizzazione di scene completamente costruite.

Ed è ancora una volta l’Italia a comparire espressamente nelle istruzioni: gli operatori potevano girare in Russia utilizzando oggetti e scenografie capaci di ricreare ambientazioni simili alla Germania, all’Italia o all’Inghilterra, affidando ad attori l’interpretazione delle scene predisposte e intervenendo successivamente con la computer grafica. In alternativa, le riprese potevano essere effettuate direttamente nei Paesi bersaglio.

Un messaggio diverso per ogni pubblico

Dai documenti emerge anche una notevole attenzione alla segmentazione del pubblico. Uno stesso evento poteva essere commentato attraverso identità politiche, nazionali o religiose differenti, in modo da inserirsi contemporaneamente in comunità che partivano da posizioni persino opposte.

The Insider riporta, ad esempio, istruzioni per costruire commenti attribuibili di volta in volta a un cittadino francese medio, a un musulmano francese, a un elettore tedesco di sinistra o a un tedesco di origine turca. Insomma, non era necessario che queste voci sostenessero la stessa argomentazione, ma che potessero inserirsi nella sensibilità del pubblico prescelto.

Lo stesso principio compare poi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’inchiesta ha trovato tra i materiali di un responsabile della campagna alcuni prompt risalenti ad aprile 2024, destinati a generare commenti scritti dal punto di vista di persone con caratteristiche sociali e politiche precise: un francese contrario alle spese per le Olimpiadi, una donna polacca preoccupata per l’inflazione e l’immigrazione ucraina, una cittadina israeliana critica verso i costi della guerra.

Diplomatici, funzionari e specialisti della comunicazione

La ricostruzione di The Insider dedica una parte consistente anche alle persone impiegate nella cosiddetta “European counter-campaign”. Secondo l’inchiesta, alcuni lavoravano formalmente per il Center for Global IT Cooperation, ma provenivano da istituzioni dello Stato russo. Nel 2024 il centro avrebbe assunto circa due dozzine di persone, tra cui ex funzionari del Ministero degli Esteri e laureati dell’MGIMO, l’università moscovita tradizionalmente legata alla formazione della diplomazia russa.

La figura più importante dell’Unione europea viene identificata in Alexey Goltyaev, ex funzionario del Ministero degli Esteri e, dal 2024, dirigente nell’apparato del Consiglio di sicurezza russo. Margarita Klimanova, consigliera dell’Amministrazione presidenziale, avrebbe invece avuto la responsabilità del targeting delle audience, con particolare attenzione ai giovani e alle comunità migranti. Un’altra funzionaria dell’Amministrazione, Ekaterina Sorokova, avrebbe seguito statistiche e calendari, contribuendo a stabilire quali eventi dovessero ricevere maggiore attenzione.

Un significativo passo in avanti rispetto alle tradizionali “fabbriche dei troll”, che affianca alla produzione del contenuto analisi dei pubblici, calendarizzazione, statistiche, distribuzione e valutazione dei risultati.

Dopo Prigozhin?

Secondo The Insider, la dissoluzione dell’apparato mediatico costruito attorno a Yevgeny Prigozhin, dopo la sua morte nell’agosto 2023, avrebbe rappresentato un punto di svolta. Rimasta senza una guida, la precedente infrastruttura della “troll factory”, il progetto coordinato da Kiriyenko sarebbe diventato progressivamente uno dei principali strumenti per la diffusione della disinformazione russa all’estero. Alcuni ex appartenenti alle strutture di Prigozhin sarebbero poi entrati nella distribuzione dei materiali prodotti dall’Agency for Social Design. Parallelamente, professionisti provenienti dai media russi e consulenti politici avrebbero curato video, manifesti, meme e altri prodotti destinati alle differenti campagne. Da qui,  emerge una trasformazione organizzativa importante. La logica della propaganda rimane ma diviene più strutturata: produzione professionale dei contenuti, targeting delle audience e coordinamento con figure riconducibili all’apparato statale.

Online e Onlife?

The Insider afferma di aver ricostruito il coinvolgimento di persone direttamente collegate a Kharichev e all’Agency for Social Design nell’organizzazione di campi di addestramento destinati a operazioni in Europa, dall’interferenza elettorale in Moldova fino a provocazioni e sabotaggi nei Paesi occidentali.

Secondo la testata, un gruppo composto anche da neonazisti e hooligan sarebbe stato addestrato nei Balcani all’utilizzo di droni con esplosivi. The Insider precisa che saranno oggetto della seconda parte dell’indagine. L’immagine restituita dai documenti visionati restituisce una struttura che studia il contesto politico del Paese bersaglio, individua le sue linee di frattura e prova a inserirvi contenuti costruiti per sembrare locali.

Dunque, che fare? Alla base vi è una conoscenza delle nostre divisioni e la capacità di sfruttarle; per difendersi o reagire occorre conoscere le proprie fratture meglio di chi vuole strumentalizzarle e comprendere la logica di chi vuole attaccarci per neutralizzare la sua efficacia.

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