❌

Reading view

Quando la mobilitazione precede l’ideologia. La nuova sfida delle piazze secondo Antinori

Giorni di manifestazioni, scontri, vetrine rotte tra Milano, Torino, Bologna, disordini che hanno portato l’esecutivo a reagire. Ieri sera il governo ha infatti risposto con un decreto sicurezza (l’ottavo): reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso ai luoghi affollati e ai minori sopra i sedici anni, 500 militari in più a Milano. Ma la norma risponde al “come”, non al “che cosa”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida, il vicepremier Matteo Salvini esclude una regia. Il titolare degli Interni, Matteo Piantedosi, invita a non sottovalutare: “Qualcosa è successo”. Per capire che cosa, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza di Roma e Senior Leading Expert dell’Eu Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. Il suo avvertimento: la mobilitazione può precedere l’ideologia.

Professor Antinori, siamo davanti a una saldatura tra antagonismo politico e giovanissimi?

Non parlerei ancora di una saldatura organica, quanto piuttosto di una convergenza reticolare, fluida e potenzialmente ibrida, nella quale attori politicamente strutturati interagiscono con soggettività giovanili meno o scarsamente ideologizzate. Il dato significativo è il possibile incontro tra radicalizzazione politica, devianza relazionale, comportamenti reazionari e mobilitazione cyber-sociale. La piazza diviene uno spazio di convergenza situazionale tra entità e soggetti con motivazioni differenti, non necessariamente riconducibili a un progetto comune. Ancora una volta, è necessario osservare sempre più spesso identità “connettive” che si coagulano offline.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di “maranza”. È una chiave di lettura utile?

Evitando qualsiasi generalizzazione stigmatizzante, può rappresentare una chiave di lettura della componente identitaria e non ideologica della crescente conflittualità. Attenzione, però, a giocare con le facili etichette. La novità è data dalla convergenza, che può essere prevalentemente comportamentale anziché ideologica: non occorre condividere la medesima visione politica per partecipare a quanto abbiamo visto. L’elemento da monitorare è l’eventuale passaggio dalla co-presenza occasionale alla cooperazione ricorrente, serializzata, soprattutto quando si osservano processi, in un certo senso, di “normalizzazione” della violenza.

Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini nega una regia russa. La pista russa regge?

La questione non è tanto se la Russia organizzi le piazze italiane, ipotesi che richiederebbe evidenze investigative concrete, tra l’altro con sempre più ricorrenti criticità in ambito europeo di attribuzione. Il punto è se e quali attori ostili possano trasformare opportunisticamente conflitti sociali endogeni in strumenti di destabilizzazione strategica, anche post-riot, nella fase di apparente ritorno alla quotidianità.

È qui che diventano centrali i concetti di mobilitazione e weaponizzazione, ossia la strumentalizzazione intenzionale di vulnerabilità e fragilità del tessuto sociale attraverso narrazioni o dinamiche conflittuali preesistenti. Nell’ambiente informativo contemporaneo non è necessario controllare direttamente un movimento, la cosiddetta “regia occulta”, per tentare di influenzarne la rappresentazione pubblica o amplificarne tanto gli effetti polarizzanti quanto gli impatti.

Che cosa serve per capirlo?

La sola analisi offline degli attori nel corso del loro agire violento non è sufficiente a comprendere la complessità cyber-sociale ed ecosistemica del fenomeno. Servono il riconoscimento dei “segnali deboli”, dei metalinguaggi microcomunitari, delle anomalie di amplificazione, delle campagne e azioni coordinate, dei contenuti manipolati o completamente sintetici, delle reti di influenza, nonché di eventuali connessioni finanziarie e operative.

Dove passa il confine tra suggestione e attribuzione?

La distinzione fondamentale è tra sfruttamento propagandistico, accelerazione dell’odio online, interferenza informativa ed eterodirezione operativa. Confondere tali livelli significherebbe trasformare un rischio strategico credibile in un’attribuzione priva di adeguato fondamento probatorio e facilmente manipolabile sul piano politico. Ovviamente, in questo caso, mi riferisco a una politica con la p minuscola: l’irresponsabile sfruttamento degli eventi e della portata emotiva che hanno per la cittadinanza per meri interessi partitici.

Pro Pal e sicurezza nazionale: dove finisce la protesta politica?

La protesta politica, anche quando esprime posizioni radicali, non costituisce di per sé una minaccia alla sicurezza pubblica né a quella nazionale. Anzi, è l’ossigeno della democrazia. Il passaggio critico si verifica quando la radicalizzazione ideologica evolve verso la legittimazione, pianificazione, preparazione o esercizio della violenza eterodiretta.

Occorre distinguere almeno tre fenomeni: la radicalizzazione cognitiva, che riguarda l’adesione a visioni estreme; la radicalizzazione violenta, che implica l’accettazione della violenza come unico strumento politico; e la criminalità situazionale, che può manifestarsi durante una protesta senza una motivazione ideologica strutturata.

Le convergenze tra ambienti pro Palestina e antagonismo radicale sono un rischio?

Possono esistere sul piano simbolico, organizzativo e della mobilitazione, ma non dimostrano automaticamente una comune progettualità violenta. Il rischio più interessante, dal punto di vista della sicurezza, è la possibile ibridazione tra estremismo ideologico e conflittualità giovanile non ideologizzata. Una minoranza può tentare di utilizzare la mobilitazione, prima “connettiva”, poi collettiva, come ambiente di legittimazione, reclutamento e, ancora una volta, di normalizzazione del linguaggio violento e della violenza tout court. La sfida è isolare tali dinamiche senza criminalizzare il dissenso, evitando che la risposta istituzionale alimenti ulteriori processi di polarizzazione e vittimizzazione.

Anche in Francia si parla di “contagio”. Che legame c’è?

L’influenza francese indiretta di quanto sta accadendo, ma ormai accade da anni, osservando ad esempio la lunga persistenza dei cosiddetti Gilets Jaunes, va letta soprattutto attraverso il contagio dei repertori d’azione, la circolazione transnazionale degli immaginari e l’emulazione cyber-sociale. La dimensione francese è significativa perché consente di osservare un processo di transnazionalizzazione della conflittualità giovanile che non coincide necessariamente con l’esistenza di attori o entità transnazionali.

Assistiamo alla possibile circolazione e cross-fertilizzazione di linguaggi altamente simbolici o modelli comportamentali attraverso ecosistemi cyber-sociali che rendono estremamente permeabili i confini tra contesti nazionali, soprattutto per quanto concerne gli immaginari “connettivi”.

Il paragone tra i “maranza” e le banlieue funziona?

Può essere utile, purché non si confondano realtà sociali e storiche differenti, magari richiamando superficialmente il concetto di “seconda generazione”, in molti casi ormai terza, come passepartout interpretativo di un magma giovanile che deve essere profondamente conosciuto e ri-conosciuto.

Il punto non è soltanto l’influenza dell’antagonismo politico francese, ma l’interazione tra culture della protesta, sottoculture giovanili urbane, microculture online, contaminazioni di lungo termine della “cultura della violenza” e dinamiche di emulazione locali e microlocali. La dimensione online svolge una funzione di infrastruttura transnazionale: rende possibile la co-creazione e la condivisione di immaginari, la costruzione di appartenenze e la riproduzione di comportamenti, sempre più spesso “memetizzati” e “stickerizzati”, quindi popolarizzati a livello giovanile, talvolta in assenza di condivisione organizzativa, ideologica o pseudo-ideologica.

Come distinguere, allora, ciò che è semplice imitazione da ciò che è regia?

Distinguerei tra convergenza simbolica, imitazione comportamentale e coordinamento operativo. Solo quest’ultimo presuppone relazioni organizzative verificabili. La novità europea non consiste necessariamente nella nascita di un’unica rete antagonista, ma nella crescente capacità di fenomeni locali di alimentarsi reciprocamente attraverso circuiti cyber-sociali sovranazionali, dove si possono sostanziare anche interessi malevoli di Stati ostili o proxy.

Il governo ha risposto con un decreto. Da dove dovrebbe partire lo Stato?

Dal riconoscimento del fatto che non ci troviamo necessariamente davanti a un fenomeno unitario, omogeneo, monolitico. Devianza giovanile, criminalità, radicalizzazione violenta, mobilitazione politica e weaponizzazione sociale sono dimensioni differenti, che possono interagire ma richiedono strumenti di analisi e intervento specifici.

E l’intelligence?

Deve evolvere da un approccio prevalentemente organizzativo e compartimentato verso una capacità sempre più integrata, di lettura cross-dominio degli ecosistemi relazionali, territoriali e cyber-sociali. Nel mondo connettivo, ibrido, della post-verità, non è più sufficiente identificare e tracciare entità ed eventuali leadership. Diventa vitale, per la tenuta e la tutela democratica, comprendere profondamente i processi di costruzione identitaria e mobilitazione connettivamente determinati, le dinamiche di emulazione e gli eventuali tentativi di strumentalizzazione della conflittualità, sempre più “generativa” attraverso l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale (MUAI).

Fermo preventivo, nuovo reato, più militari. Dove sta il rischio sul fronte dell’ordine pubblico?

Occorre mantenere una distinzione rigorosa tra esercizio del diritto di manifestare, condotte criminali ed eventuali segnali di concrete minacce estremistico-violente. L’intervento indiscriminato rischia di rafforzare proprio quelle narrazioni di delegittimazione istituzionale e autolegittimazione violenta che, soprattutto a livello giovanile, possono alimentare ulteriori processi di radicalizzazione, mobilitazione e weaponizzazione.

Ricordo che sono fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono, a livello sia di threat sia di risk assessment, l’elaborazione di strumenti di indicazione appropriati, tanto offline quanto online. Insomma, bisogna uscire definitivamente, nell’analisi comportamentale o situazionale, dalla prospettiva “one size fits all”.

Che cosa significa, allora, prevenire?

La prevenzione, e soprattutto l’anticipazione, di cui iniziai a parlare ormai più di dieci anni fa, deve combinare intelligence “mirata”, de-escalation, interventi socioeducativi e contrasto alle operazioni di manipolazione informativa.

La sicurezza democratica non si misura soltanto nella capacità di contenere e mitigare la violenza, ma anche in quella di impedire che il conflitto sociale si trasformi stabilmente in antagonismo violento. Perché questo, con il tempo, significherebbe assenza di visione politica e di gestione delle istanze sociali, anche di quelle espresse talvolta in modo violento. Il che non significa assolutamente accettare o legittimare la violenza, che deve essere sempre condannata con rigore, ma comprendere la complessità destrutturante dell’odierno scenario giovanile.

Che ruolo ha la dimensione online?

Il fenomeno più significativo non è semplicemente il ritorno dell’antagonismo, ma la possibile trasformazione delle modalità connettive attraverso cui la conflittualità giovanile prende forma, si organizza e acquisisce visibilità. La dimensione online è cogente perché non rappresenta più soltanto uno strumento di comunicazione, ma un ecosistema cyber-sociale di costruzione identitaria, mobilitazione e potenziale radicalizzazione, dove comportamenti, narrazioni e reputazioni si alimentano reciprocamente.

E la violenza, in questo scenario, che cos’è?

Può divenire vettore di agentività, assumendo forme e significati differenti: strumento politico per alcuni, forma di affermazione identitaria per altri, opportunità criminale per altri ancora. È proprio questa eterogeneità che rende possibile la convergenza situazionale tra attori molto diversi e, contemporaneamente, offre opportunità di weaponizzazione ad attori altri, interessati ad amplificare la polarizzazione e la destabilizzazione del tessuto sociale. Soprattutto a livello locale, dove si sostanziano le principali vulnerabilità e fragilità strutturali per operazioni scalabili, al contempo interne ed esterne, che vedono reputazione e sicurezza nazionale come target principali.

Allargando lo sguardo. Qual è, in definitiva, la sfida per le democrazie europee?

Comprendere un modello di conflittualità nel quale la capacità di mobilitazione può svilupparsi più rapidamente della tradizionale strutturazione ideologica o organizzativa. Per tale ragione, prevenzione e anticipazione devono fondarsi imprescindibilmente sulla capacità di leggere le trasformazioni cyber-sociali delle identità giovanili, le dinamiche dei gruppi, le interazioni online-offline e i meccanismi attraverso cui la violenza può essere normalizzata, emulata o strumentalizzata. Attraverso la comprensione dei fattori di rischio, senza però trasformare il disagio giovanile, le sottoculture urbane o il dissenso politico in categorie o stereotipi del sospetto.

In conclusione, non necessariamente assistiamo a una radicalizzazione ideologica di massa. Come cerco di spiegare da tempo, non abbiamo più a che fare con le masse, ma con attori globalizzati fortemente individualizzati e connettivamente cybersocializzati: è tutta un’altra sfida rispetto al passato. Assistiamo a una trasformazione degli ecosistemi della conflittualità giovanile, nei quali la mobilitazione può precedere l’ideologia, la convergenza comportamentale può prescindere dall’appartenenza organizzativa e la dimensione cyber-sociale può accelerare tanto l’escalation quanto la sua strumentalizzazione strategica.

  •  

Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

  •  

Kyiv e difesa europea misurano la credibilità di governo. La lezione di Casini al centrosinistra

C’è un’Europa che rischia di svegliarsi troppo tardi, quando le decisioni sul suo destino saranno già state prese altrove. Stretta tra le ambizioni di Mosca, la potenza di Pechino e un’America che riscrive le regole delle relazioni internazionali, l’Unione si trova davanti a una scelta che non ammette scorciatoie: diventare finalmente un soggetto politico oppure rassegnarsi a essere un territorio conteso. Pier Ferdinando Casini, con il garbo di chi conosce i tempi lunghi della politica e il peso delle sue parole, affida a Ferrara un messaggio che attraversa i confini nazionali e arriva fino alle contraddizioni del centrosinistra.

Perché se l’Europa è il terreno sul quale si gioca il futuro dell’Occidente, l’Ucraina è il banco di prova sul quale si misura la credibilità di chi aspira a governare l’Italia.

Il senatore, eletto nelle liste del Pd da indipendente, interviene a Palazzo Barbantini-Koch, nella cornice di un incontro dedicato al pensiero europeo di Guido Carli. Ma il passato, in questa riflessione, non è un rifugio nostalgico. È una lente attraverso cui leggere un presente che sembra aver smarrito alcune delle proprie coordinate. “Il salto politico che deve fare l’Europa passa dalla politica estera comune e dalla Difesa”.

Poche parole, una direzione precisa. Perché il continente che ha saputo trasformare le macerie del Novecento in un progetto di pace rischia oggi di scoprire quanto sia fragile una costruzione economica priva di una piena sovranità politica e strategica.

“O l’Europa è unita o non è”. La formula di Casini non concede molto spazio alle zone grigie. L’integrazione dei mercati, una politica estera comune e una difesa condivisa non sono capitoli separati di un’agenda comunitaria: sono le condizioni perché gli europei possano decidere del proprio destino.

L’intuizione di Carli, in questo senso, conserva una forza quasi profetica. Gli europei non devono diventare sudditi. “Né di Xi né di Putin“.

E neppure di Donald Trump, che, nella lettura del senatore, sta sostituendo la trama multilaterale delle relazioni internazionali con una diplomazia costruita sui rapporti di forza. In un mondo in cui il linguaggio della potenza torna a prevalere su quello delle regole, la debolezza europea rischia di diventare una condizione permanente.

È però sull’Ucraina che il ragionamento abbandona il terreno delle architetture istituzionali e diventa una questione immediatamente politica. Perché dietro il conflitto non c’è soltanto il destino di Kyiv, ma la tenuta dell’intero sistema di sicurezza europeo.

Casini affronta il tema senza cercare riparo nelle formule prudenti: “Smettiamola di fare la domanda più stupida alle persone: preferite i soldi in sanità o sulla Difesa?”. E chiarisce: “Noi, al momento, siamo indifesi. Ed essere al fianco dell’Ucraina, anche militarmente, significa difendere l’Europa”.

È un messaggio che arriva anche al campo largo, dove il sostegno militare a Kyiv continua a rappresentare una delle linee di frattura più difficili da ricomporre. Casini non si limita a richiamare la collocazione internazionale dell’Italia: mette in discussione la possibilità stessa di separare la sicurezza dal resto delle politiche pubbliche, come se la difesa fosse un lusso da concedersi soltanto dopo aver soddisfatto ogni altra necessità.

La questione, invece, è quale spazio possa rivendicare un’Europa incapace di proteggersi e quale credibilità possa avere una coalizione che ambisce a governare senza una posizione condivisa sui principali conflitti internazionali.

Il punto non è cancellare le differenze, ma stabilire dove debba passare il confine tra il legittimo pluralismo e l’indecisione strategica. È qui che la lezione europea diventa un problema italiano. Perché una coalizione può trovare un’intesa su molte questioni interne, ma è davanti alle grandi crisi internazionali che si misura la solidità di una visione comune. E l’Ucraina, per Casini, non è una parentesi lontana dalla vita quotidiana degli italiani: è il luogo in cui si decide anche la sicurezza del continente nel quale vivono.

C’è poi un’altra fragilità, meno visibile ma altrettanto insidiosa. Alla politica, osserva il senatore, manca una funzione pedagogica: la capacità di spiegare le scelte, costruire consapevolezza, accompagnare i cittadini dentro la complessità anziché inseguirne soltanto le paure.

La difesa europea, in questa prospettiva, non è soltanto una questione di stanziamenti o armamenti. È anche la prova della maturità di una classe dirigente chiamata a raccontare perché il destino di una nazione non possa essere separato da quello dei suoi vicini.

Da qui lo sguardo si sposta sull’Italia e sul governo guidato da Giorgia Meloni. Casini, che rivendica il proprio ruolo di parlamentare di opposizione, riconosce il valore della continuità istituzionale: “La stabilità è un fatto importante: lei ha governato per gli ultimi quattro anni. È un dato di fatto, ed è positivo”. E aggiunge che dal 2022 il Paese è guidato da un esecutivo politico. I governi tecnici, osserva, sono come gli antibiotici: necessari in determinate circostanze, ma rischiosi se diventano la soluzione abituale.

Il principio è semplice: “La gente che va a votare vuole vedersi il governo politico”. Non un’investitura in bianco all’esecutivo, ma il riconoscimento del valore della responsabilità democratica, che impone a chi governa di rispondere delle proprie scelte e a chi si oppone di costruire un’alternativa credibile.

Sul fondo rimane la lezione di una stagione politica nella quale personalità differenti riuscivano a convivere dentro una medesima comunità. Casini ricorda la Democrazia cristiana come un mosaico di sensibilità, un luogo in cui percorsi diversi potevano trovare una sintesi. Non è un invito a restaurare il passato, ma una domanda rivolta al presente: quanto è possibile costruire una visione comune senza pretendere di cancellare le differenze?

Per il campo largo, il nodo è tutto qui. La pluralità può essere una risorsa, ma non basta a diventare un progetto di governo. Servono punti fermi, soprattutto quando la politica è chiamata a scegliere tra l’isolamento e la responsabilità internazionale. Per l’Europa, invece, il tempo delle attese potrebbe essere finito. Perché, mentre le grandi potenze ridisegnano gli equilibri del mondo, il rischio più grande non è soltanto perdere influenza. È perdere la possibilità di scegliere.

  •  

La disponibilità del Pd (anche sull’Ucraina) non è debolezza. Parla Alfieri

Cinque risoluzioni, un terreno comune ancora da consolidare e una faglia politica che continua a passare per Kyiv. Il confronto sulle comunicazioni di Giorgia Meloni mette alla prova la capacità delle opposizioni di trovare una sintesi sui grandi dossier internazionali, ma è soprattutto sull’Ucraina che si misura la tenuta dell’intesa. Perché se su Gaza, Iran e difesa europea le convergenze appaiono più agevoli, il sostegno militare a Kyiv resta il punto sul quale le diverse sensibilità del centrosinistra rischiano di diventare distanze politiche. La novità, però, c’è: anche il Movimento 5 Stelle ha scelto di non opporsi all’invio di armi, pur declinando la propria posizione con accenti differenti. È da qui che Alessandro Alfieri, senatore del Partito democratico, parte per rivendicare il lavoro di ricomposizione del fronte progressista. Senza nascondere le divergenze, ma con un avvertimento preciso: la disponibilità del Pd a costruire un’alleanza non deve essere scambiata per debolezza. Sullo sfondo, una partita che intreccia la sicurezza europea, il rapporto con Donald Trump e la costruzione dell’alternativa a Giorgia Meloni. Una sfida che, per Alfieri, deve cominciare dal programma, prima ancora che dalla scelta del leader.

Senatore Alfieri, le cinque risoluzioni presentate dalle opposizioni in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio, che denunciano diverse distanze sul versante dell’aiuto a Kyiv, restituiscono l’immagine di un fronte che ancora una posizione comune non l’ha trovata. Come se lo spiega?

Ci siamo mossi come accade normalmente quando si è all’opposizione e si affrontano questioni di questa portata. Come faceva il centrodestra nella precedente legislatura. Su Gaza, sull’Iran e sulla necessità di rafforzare la difesa europea esiste una condivisione di fondo. Naturalmente non dobbiamo pensare tutti esattamente allo stesso modo: le differenze sono legittime e possono anche consentirci di parlare a un elettorato più ampio. L’importante è che le diverse sensibilità non si traducano in posizioni nettamente contrapposte. Su questi temi abbiamo dimostrato di poter lavorare insieme.

Il nodo, però, resta l’Ucraina. Per la prima volta il Movimento 5 Stelle non si è opposto all’invio di armi a Kyiv, pur formulando la propria posizione in termini differenti. È un passo avanti concreto?

È un elemento politicamente significativo. Non è necessario che ogni forza della coalizione utilizzi le stesse parole o abbia identiche sfumature. Il confronto serve proprio a trovare una sintesi che rispetti le diverse sensibilità, senza compromettere la coerenza della posizione comune. Se vogliamo costruire un’alternativa credibile, dobbiamo dimostrare di saper tenere insieme culture politiche differenti. La condizione è che ci sia una direzione condivisa e che nessuno assuma posizioni incompatibili con l’impianto comune.

La guerra, intanto, prosegue e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Che cosa si aspetta dal prossimo Consiglio europeo?

Mi aspetto un segnale forte, sia sul fronte delle sanzioni contro la Russia sia sul rinnovo del sostegno all’Ucraina. Dobbiamo far arrivare a Mosca un messaggio inequivocabile: siamo al fianco di Kyiv e non intendiamo arretrare, soprattutto mentre Putin continua a bombardare indiscriminatamente i civili. Non possiamo abbandonare gli ucraini proprio adesso. La credibilità dell’Europa si misura anche dalla capacità di mantenere gli impegni assunti e di non lasciare che la stanchezza o le divisioni interne finiscano per favorire chi ha aggredito un Paese sovrano.

Il sostegno militare, da solo, può bastare a costruire una prospettiva di pace? E, soprattutto, cosa vi aspettate come opposizione?

Serve anche un’iniziativa diplomatica più incisiva. Siamo convinti che occorra lavorare alla figura di un inviato unico e a un’iniziativa capace di aprire una nuova fase, sul modello di Helsinki. Abbiamo bisogno di costruire un’architettura di sicurezza europea adeguata al nuovo scenario internazionale. Non possiamo limitarci a gestire le emergenze: dobbiamo ragionare sulle condizioni che consentano di garantire stabilità e sicurezza nel lungo periodo. Sostenere l’Ucraina e lavorare a una soluzione diplomatica non sono obiettivi in contraddizione. L’Europa deve essere capace di perseguirli entrambi.

In questo quadro, Donald Trump sembra voler ridisegnare gli equilibri internazionali secondo una logica essenzialmente bilaterale. L’Europa rischia di restare spettatrice?

È un rischio che dobbiamo evitare investendo molto di più nella nostra autonomia strategica. Trump tende a leggere le relazioni internazionali attraverso la lente degli affari, dei rapporti bilaterali e dei rapporti di forza. È una visione che rischia di mettere in secondo piano il ruolo delle istituzioni multilaterali e la necessità di costruire equilibri condivisi. L’Unione europea deve essere in grado di difendere i propri interessi, senza dipendere esclusivamente dalle scelte di altri. Per farlo servono una politica estera più incisiva, capacità di difesa e una visione comune. La sicurezza europea non può essere delegata interamente a Washington.

Dalla politica estera alla politica interna. La direzione nazionale del Pd in programma questo weekend arriva in una fase decisiva per la costruzione dell’alternativa a Meloni. Quale risultato prevede?

Mi aspetto un passaggio importante, innanzitutto per dare un segnale di compattezza del Partito democratico. Siamo consapevoli di essere il baricentro dell’alternativa a questo governo e dobbiamo dimostrare di avere una proposta riconoscibile, fondata su priorità chiare. La direzione nazionale deve servire a definire le parole chiave del nostro progetto e a indicare un percorso comprensibile, tanto per le forze politiche con cui vogliamo costruire la coalizione quanto per i cittadini che guardano a noi.

Il nodo della leadership, però, resta sul tavolo. Prima il programma o prima il nome di chi guiderà il centrosinistra?

Per noi viene prima la cornice programmatica. Dobbiamo partire da un tavolo comune nel quale definire gli impegni fondamentali della coalizione. Sarà quel programma a vincolare chiunque verrà scelto per guidarci nella sfida elettorale, uomo o donna che sia. Il tema della leadership è importante, ma non può sostituire la discussione su ciò che vogliamo fare per il Paese. Prima bisogna chiarire dove vogliamo andare, poi individuare le modalità più efficaci per scegliere chi dovrà rappresentarci.

Il centrosinistra arriva da una sconfitta, nel 2022, segnata anche dalla divisione tra le forze che oggi provano a ricostruire un’intesa. Il Pd è disposto a fare un passo indietro per favorire l’unità, specie alla luce da un lato dell’ultima presa di posizione di Schlein e dello sgomitare di Conte?

Abbiamo messo in campo un supplemento di generosità per ricostruire la coalizione con cui ci siamo presentati divisi alle elezioni del 2022. Ma questa disponibilità non deve essere scambiata per debolezza. C’è anche l’orgoglio di una comunità politica che ha una storia, un’identità e un elettorato a cui deve rispondere. L’obiettivo è costruire un’alleanza competitiva, non annullare il Partito democratico. La generosità è utile se permette di arrivare a una sintesi; non può diventare la rinuncia a esprimere la nostra visione del Paese.

Il rischio è che il confronto tra le forze del centrosinistra si trasformi in una trattativa permanente, mentre il governo continua a occupare la scena come si è visto ieri durante l’applauditissimo intervento di Meloni. Come si evita questa impasse?

Dobbiamo fare uno scatto in avanti. Stiamo lavorando perché gli elettori ci percepiscano come una forza di governo, capace non soltanto di contestare le scelte della maggioranza, ma anche di offrire risposte concrete. Serve un percorso riconoscibile, con priorità definite e impegni verificabili. Credo ci sia una consapevolezza crescente della responsabilità che abbiamo davanti. Non possiamo permetterci di deludere chi ci chiede un’alternativa. La credibilità si costruisce dimostrando di sapere dove si vuole portare il Paese e di avere una squadra in grado di farlo.

In definitiva, qual è il messaggio che il Pd deve mandare agli elettori in questa fase?

Che siamo consapevoli della posta in gioco. La sfida non riguarda soltanto la costruzione di una coalizione o la scelta di una leadership, ma la possibilità di offrire all’Italia un’alternativa di governo solida e credibile. Dobbiamo essere capaci di tenere insieme le differenze, senza nasconderle, e di trasformarle in una proposta comune. È questo il passaggio che ci viene richiesto: dimostrare che l’unità non è una formula tattica, ma la premessa per governare.

  •  

Meloni presidia la scena. A sinistra? Potrebbe svoltare Calabresi. Parla Piepoli

Tutto tranquillo. Allineati e coperti: incassato il risultato della legge elettorale il governo prosegue senza scossoni. Nella fotografia scattata da Nicola Piepoli, fondatore di Piepoli Sondaggi, la politica italiana sembra procedere senza grossi traumi: la maggioranza conserva la propria solidità, Giorgia Meloni presidia il centro della scena e il centrosinistra continua a cercare una sintesi che, almeno per ora, resta soprattutto formale. È questa la prima impressione del sondaggista, che legge nel voto sulla legge elettorale un passaggio capace di rafforzare la percezione di continuità dell’esecutivo. Come se, sul piano politico, non fosse successo nulla di particolarmente rilevante. La premier, del resto, sa come trasformare la presenza in consenso. Lo ha dimostrato anche all’assemblea di Assolombarda, dove ha raccolto applausi e si è mossa con la sicurezza di chi sente di avere il controllo della scena. Sul fronte opposto, invece, Giuseppe Conte ed Elly Schlein devono fare i conti con rivalità che rischiano di indebolire qualsiasi tentativo di costruire un’alternativa. In mezzo c’è Roberto Vannacci, che ha sottratto consensi al centrodestra ma, secondo Piepoli, difficilmente potrà trasformare la propria presenza in un fenomeno politico paragonabile agli esordi del Movimento 5 Stelle. Anche perché l’elettore, oggi, sembra più interessato a difendere ciò che possiede che a inseguire nuove avventure. Eppure, tra gli equilibri ancora da definire, c’è una variabile che potrebbe sorprendere: Milano, dove Mario Calabresi potrebbe offrire al centrosinistra un’occasione inattesa.

Piepoli, partiamo dalla legge elettorale. L’impressione è che il governo consideri il passaggio parlamentare una conferma della propria forza. È così?

L’impressione è proprio questa: il governo pensa che non sia accaduto nulla, se non la normale amministrazione, che anzi lo ha rafforzato con l’approvazione della legge elettorale. C’è una rappresentazione di continuità, di un sistema che tiene e che non sembra attraversato da particolari scosse. Naturalmente, la situazione mondiale è un’altra cosa e presenta complessità evidenti. Ma nell’immagine che l’Italia offre di sé, al momento, sembra essere tutto in ordine.

Anche la recente uscita di Giorgia Meloni all’assemblea di Assolombarda ha restituito l’immagine di una premier in pieno controllo della scena. Lei che ha assistito direttamente, che impressione ha avuto?

Meloni ha fatto un bello show. Si è presentata come la padrona dell’Italia e, in quel contesto, aveva le condizioni per farlo. Era a proprio agio, ha raccolto applausi quasi in continuazione. È una grande comunicatrice, sa occupare lo spazio e trasmettere un senso di leadership. Questo, in politica, è un vantaggio competitivo considerevole.

Dunque il centrodestra è in salute?

Nel complesso sì. C’è una perdita di voti, in parte drenati da Vannacci, ma non vedo al momento le condizioni perché questo fenomeno possa crescere ulteriormente. La sua forza appare oscillante verso il basso. Potrebbe restare un partito laterale, capace di conservare uno spazio, ma senza diventare il protagonista di una nuova stagione politica.

Perché esclude che Vannacci possa replicare l’effetto dirompente del Movimento 5 Stelle agli esordi?

Perché manca l’elemento dell’incognito. Quando Beppe Grillo lanciò il Movimento 5 Stelle, c’era qualcosa di radicalmente nuovo, una proposta che intercettava una domanda politica ancora in larga parte inespressa. Oggi quell’effetto non c’è. Vannacci è già riconoscibile e non rappresenta una sorpresa per l’opinione pubblica. Inoltre, il clima sociale è cambiato.

In che senso?

La mentalità generale è difensiva. Le persone sono preoccupate dall’inflazione, dal valore dei propri beni, dalla necessità di proteggere ciò che hanno. In un’atmosfera di questo genere, chi propone una postura offensiva fatica a fare strada. L’elettore, in questa fase, sembra più interessato alla sicurezza delle proprie condizioni che alla prospettiva di una rottura.

Passiamo al centrosinistra. Il tentativo di costruire un’alternativa al governo procede tra incontri, aperture e discussioni sul programma. Quanto può essere competitivo?

Il centrosinistra sta cercando di unirsi con una certa esasperazione. Ma anche se dovesse riuscirci formalmente, qualche voto potrebbe comunque scappare. L’unità politica non produce automaticamente unità elettorale. E poi c’è una questione più generale: a sinistra è difficile fare previsioni perché tutti sembrano avere una storia passata, ma non ancora una storia futura.

È un giudizio che investe direttamente Elly Schlein e Giuseppe Conte?

Certamente. Se vogliono essere competitivi devono uscire dall’invidia reciproca. La competizione tra loro rischia di diventare un ostacolo alla costruzione di un’alternativa credibile. Il problema non è soltanto trovare un accordo, ma superare la rivalità per stabilire chi debba guidare il campo progressista. Finché questa questione rimarrà irrisolta, il centrodestra continuerà ad avere un vantaggio.

La presenza di una leadership riconoscibile come quella di Meloni rende ancora più evidente il problema?

Sì. A destra c’è un cervello pensante, Giorgia Meloni, che riesce a dare una direzione alla coalizione. A sinistra, invece, la ricerca di una sintesi rischia di trasformarsi in una competizione permanente. Per essere competitivi non basta avere i numeri: bisogna riuscire a trasformarli in una proposta politica riconoscibile.

Lei ha evocato la possibilità che Calabresi rappresenti una sorpresa a Milano. Perché proprio lì?

Potrebbe essere una buona sorpresa per il centrosinistra. È una variabile da considerare, perché potrebbe contribuire a modificare gli equilibri e, forse, aiutare anche a superare alcune rivalità interne. Non dico che risolverebbe automaticamente il problema del rapporto tra Conte e Schlein, ma potrebbe introdurre un elemento nuovo in una discussione che rischia di restare prigioniera dei suoi protagonisti abituali.

Resta il tema del centrodestra e della sua capacità di tenere insieme sensibilità differenti. L’accordo elettorale della coalizione è scontato?

Non lo si può dire oggi. Dipenderà anche da come andranno i sondaggi e da quale sarà la convenienza dei diversi partecipanti. La tipologia delle forze in campo rende la questione tutt’altro che automatica. Le alleanze si costruiscono anche sulla base dei rapporti di forza e delle prospettive di ciascuno.

Se dovesse indicare, in definitiva, il principale vantaggio del centrodestra e il limite più evidente del centrosinistra, quale sarebbe?

Il centrodestra dispone di una leadership forte e riconoscibile, capace di comunicare e di mantenere una direzione. Il centrosinistra, invece, deve ancora trovare una prospettiva comune. C’è una frase di Andreotti che rimane immortale: il potere logora chi non ce l’ha. È una battuta, ma contiene anche un’indicazione politica: stare all’opposizione non basta per diventare un’alternativa. Bisogna dimostrare di sapere dove si vuole andare.

  •  

Casini chiude un’epoca. Ecco cosa mancherà alla politica secondo Cesa

Ci sono addii che assomigliano più a un passaggio di testimone che a una resa. Dopo quasi 45 anni trascorsi in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha deciso di non ricandidarsi, chiudendo una stagione politica che attraversa la Prima Repubblica, la fine della Democrazia cristiana, il bipolarismo e le trasformazioni più recenti del sistema politico italiano. Una scelta maturata con serenità, senza strappi né retroscena particolari, ma che inevitabilmente riapre una domanda: che cosa perde la politica italiana quando esce di scena uno dei suoi protagonisti più longevi? Per Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc e amico di Casini fin dagli anni della Democrazia cristiana giovanile, il Parlamento perde un pezzo da novanta. Ma il congedo dalle Camere non significa necessariamente la parola fine. Anche perché, osserva Cesa, il prestigio istituzionale dell’ex presidente della Camera lascia ancora aperti scenari importanti. Compreso, un domani, quello del Quirinale.

Lorenzo Cesa, Casini ha annunciato che non si ricandiderà in Parlamento dopo 44 anni. Quando ha maturato questa decisione?

Ne avevamo parlato qualche tempo fa. Poi, due domeniche fa, mi ha telefonato e abbiamo avuto una lunga conversazione. L’ho trovato molto tranquillo e sereno. È una scelta che ha maturato con grande consapevolezza, dopo una vita trascorsa nelle istituzioni. Il prossimo anno saranno 45 anni di attività parlamentare: se si vive questo impegno con la serietà e il senso di responsabilità con cui lo ha vissuto Pier Ferdinando, è inevitabile che, a un certo punto, si senta anche il peso di un percorso così lungo.

C’è anche una ragione politica? Il Parlamento di oggi è molto diverso da quello in cui Casini ha cominciato.

Certamente, il Parlamento è cambiato profondamente rispetto a quello di una volta. Ma non credo che la sua decisione sia riconducibile soltanto a questo. Pier ha attraversato stagioni politiche completamente diverse, ha saputo misurarsi con trasformazioni enormi e compiere scelte difficili nei momenti più delicati. Lo ha fatto mantenendo una grande coerenza e una notevole linearità. Oggi, semplicemente, sente di poter dedicare il proprio tempo anche ad altro. È una decisione personale, che va rispettata.

Che cosa rappresenta, allora, il suo passo indietro per la politica italiana?

Il Parlamento perde un pezzo da novanta. Casini non è soltanto un parlamentare di lunghissimo corso: è una figura che ha attraversato la storia repubblicana senza smarrire il proprio profilo istituzionale. Ha conosciuto la stagione della Democrazia cristiana, la fine dei partiti tradizionali, la nascita del bipolarismo e le successive trasformazioni. In tutti questi passaggi ha dimostrato di saper assumere responsabilità e di non sottrarsi alle decisioni difficili. È un patrimonio di esperienza che non si improvvisa e che, inevitabilmente, mancherà alle istituzioni.

La vostra amicizia nasce proprio negli anni della Dc giovanile. Che cosa ricorda di quel periodo?

Ci siamo conosciuti da ragazzi, durante un’esperienza della Fondazione Adenauer a Berlino. Fanfani nominò Pier vicecommissario del movimento giovanile della Democrazia cristiana e da lì nacque un rapporto che si è trasformato in una grande amicizia. Quando lui arrivò a Roma, il legame si consolidò ulteriormente. Abbiamo condiviso battaglie politiche, momenti difficili e passaggi fondamentali della nostra storia personale. Pier, tra l’altro, è stato il mio testimone di nozze.

Essere democristiani, da giovani, significava anche andare controcorrente?

Soprattutto in certi ambienti. Essere democristiani al liceo, a Bologna, o all’università non era affatto semplice. Noi rappresentavamo l’area più moderata della Dc giovanile e qualcuno avrebbe voluto tenerci ai margini. Insieme ad altri, tra cui Dario Franceschini, conducemmo una battaglia per entrare nel Consiglio nazionale. Fu una stagione di confronto politico autentico, nella quale le differenze si misuravano attraverso le idee e la capacità di costruire una linea. Pier divenne poi vicesegretario nazionale, mentre Marco Follini assunse la presidenza. Erano anni di formazione politica e umana che ci hanno segnato profondamente.

Avete vissuto insieme anche la stagione drammatica del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Che cosa vi ha lasciato quell’esperienza?

Fu un momento terribile. Eravamo giovani, ma ci trovammo davanti a una delle crisi più drammatiche della storia della Repubblica. Ricordo ancora quando esponenti comunisti, liberali e repubblicani vennero a portarci la loro solidarietà in via Arenula, dove aveva sede il movimento giovanile della Dc. Al di là delle divisioni politiche, in quelle ore si percepiva la consapevolezza di essere davanti a una ferita che riguardava l’intero Paese. Esperienze come quella ti insegnano che la politica non è soltanto competizione: è anche responsabilità verso le istituzioni e la comunità nazionale.

Casini, nella sua carriera, è arrivato a un passo dal Quirinale. La mancata elezione al Colle resta una pagina aperta?

Pier arrivò vicinissimo al Quirinale, anche se fu lui stesso, in quella circostanza, a fare un passo indietro. Per una partita del genere bisognerà aspettare ancora qualche anno, ma il suo prestigio istituzionale è comprovato. La sua esperienza, il profilo che ha costruito e il rispetto che si è guadagnato nel corso del tempo restano elementi importanti. La decisione di non ricandidarsi in Parlamento non cancella nulla di tutto questo. Non significa che la sua storia pubblica sia necessariamente conclusa.

Dunque il Quirinale potrebbe essere ancora nel suo orizzonte?

Non farei previsioni, perché sarebbe prematuro. Ma non escluderei a priori che il suo nome possa tornare a essere considerato quando si aprirà quella partita. Casini ha dimostrato di possedere le qualità istituzionali necessarie per ricoprire incarichi di altissimo livello. Il punto, naturalmente, sarà capire quali saranno gli equilibri politici e le condizioni del momento. Oggi bisogna rispettare la sua scelta e il percorso personale che lo ha portato a compierla.

C’è anche una dimensione privata in questa decisione: Casini è diventato nonno.

È una fase nuova della vita, che merita di essere vissuta. Dopo decenni trascorsi tra impegni parlamentari, responsabilità politiche e scadenze istituzionali, è comprensibile che una persona voglia dedicare più tempo agli affetti. Ma, conoscendo Pier, so che continuerà a seguire la politica con attenzione. Quando hai vissuto così a lungo le istituzioni, non smetti semplicemente di interessartene. Cambia il modo di esserci, non necessariamente il legame con la vita pubblica.

  •  

La pena di morte è una sconfitta della civiltà. Mons. Paglia rilancia l’appello di papa Leone

La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di redenzione. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male. Le parole di Papa Leone, che definisce la pena di morte inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona, riaprono una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, il richiamo del Pontefice è molto più di un’indicazione morale: è una direzione spirituale e culturale per un mondo che sembra avere smarrito il senso della fraternità.

Monsignor Paglia, il Papa ha ribadito che la pena di morte è inammissibile e che la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Che cosa ci dicono queste parole?

Sono parole sante, che disarmano dall’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa. Il messaggio del Pontefice ci ricorda che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili.

Lei parla di inutilità della vendetta. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di redenzione.

Come spiega il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, spesso accompagnata da una forte esposizione mediatica?

Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità. Dobbiamo riscoprire insieme l’indispensabilità della fraternità.

Lei cita anche la scienza, parlando dei legami che uniscono gli esseri umani. Che cosa intende?

La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. La fraternità deve diventare una scelta politica, spirituale e religiosa. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dobbiamo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale rende ancora più grave questa deriva?

Certamente. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Il monito del Papa sembra rivolgersi anche alla politica, oltre che alle coscienze individuali. Lei che idea si è fatto?

Assolutamente. Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, le parole del Papa indicano una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguardano soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. La fraternità non è un sentimento astratto: è il fondamento di una convivenza nella quale nessuno può essere considerato definitivamente perduto. È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

  •  

La legge elettorale e i nuovi equilibri del potere. Cosa cambia secondo Castellani (Luiss)

C’è una politica che cerca di darsi nuove regole e un’altra che, quando le regole non bastano più, rivendica il diritto di superarle. È dentro questa tensione che si muove il dibattito italiano sulla legge elettorale, ma anche una trasformazione più profonda degli equilibri di potere. Il voto sulla nuova architettura elettorale riapre la partita delle alleanze, ridisegna le convenienze dei leader e lascia sullo sfondo la questione decisiva: quanto contano le regole quando la politica deve misurarsi con emergenze economiche, guerre e instabilità internazionale? Per Lorenzo Castellani, politologo e docente alla Luiss, la nuova legge elettorale non va letta soltanto come uno strumento per stabilire chi governerà. È anche il prodotto di un’impasse istituzionale più ampia, nella quale l’incapacità di realizzare riforme strutturali spinge a intervenire sui meccanismi del consenso. Una riflessione che si salda ai temi del suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, pubblicato da Liberilibri: un’indagine sul ritorno della necessità politica e sul rischio che l’eccezione diventi la nuova normalità.

Castellani, partiamo dalla legge elettorale. È una riforma capace di dare stabilità al sistema oppure è possibile che si rivelerà controproducente come sostiene l’opposizione?

Non sono negativo sul nuovo impianto. È una legge elettorale flessibile: se uno dei due poli arriva al 42%, può garantire un vincitore con una maggioranza stabile; se invece non emerge una maggioranza dalle urne, resta spazio per gli accordi parlamentari. Non è necessariamente un difetto. Il sistema lascia aperti diversi scenari e non impone un esito predeterminato.

Le critiche riguardano anche la parità di genere e il rischio di una legge costruita su misura per il centrodestra. Sono obiezioni fondate?

Non condivido la critica sulla parità di genere: la previsione consente di avere metà dei capilista uomini e metà donne. Quanto al centrodestra, non credo sia una legge confezionata per favorirlo. La dinamica delle coalizioni sarebbe stata presente anche con la legge precedente. E il premio può andare anche al centrosinistra, se sarà quest’ultimo a conquistare le condizioni per ottenerlo. Non vedo, quindi, un meccanismo che assegni in partenza la vittoria a una parte.

La partita sembra comunque ruotare intorno a Giorgia Meloni. Che cosa ci dice questa riforma sul suo ruolo nel centrodestra?

Il messaggio è chiaro: Meloni è la leader riconosciuta del centrodestra. Dopo quattro anni di governo, e nonostante la sconfitta al referendum sulla giustizia, conserva una presa politica che non era scontata. La legge le offre margini per valutare le diverse opzioni: decidere se aprire a Roberto Vannacci, capire quali equilibri si determineranno nel campo avversario e osservare come si muoveranno gli altri protagonisti. Non è costretta a sciogliere subito tutti i nodi.

Vannacci, alla luce di questa nuova legge elettorale, che ruolo assume?

Bisogna capire se quel 6-7% sia una quota destinata a crescere oppure un consenso che, pur non aumentando, può risultare decisivo per vincere. Se Fratelli d’Italia resta intorno al 27%, la gestione di Vannacci non è necessariamente difficile. Se invece la sua crescita dovesse arrestarsi, Meloni avrebbe maggiore libertà di scelta: potrebbe decidere più agevolmente se tenerlo dentro la coalizione o lasciarlo fuori. Molto dipenderà anche da ciò che accadrà dall’altra parte.

In che senso?

Se il riferimento del centrosinistra dovesse diventare Giuseppe Conte, si aprirebbe una dinamica interessante anche sul piano delle relazioni internazionali e della collocazione politica. Conte e Vannacci hanno entrambi posizioni che possono essere definite filorusse, pur partendo da percorsi e culture differenti. Questo potrebbe rendere meno semplice per il centrosinistra trasformare la politica estera in una linea di divisione netta rispetto al centrodestra. E al contempo Conte sdoganerebbe Vannacci all’interno di un’eventuale coalizione di governo di centrodestra.

Secondo lei con l’approvazione della legge elettorale si è allungata la legislatura?

È possibile che sposti in avanti la prospettiva della fine della legislatura. Ma non bisogna attribuire tutto alla legge elettorale. Le variabili decisive saranno l’andamento dell’economia, l’inflazione e le condizioni internazionali. Un governo può avere una maggiore convenienza a proseguire il proprio percorso, ma deve fare i conti con la realtà economica e con gli eventi esterni.

Dal confronto elettorale al quadro internazionale. Nel suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, sostiene che stiamo entrando in una fase nella quale il potere politico rivendicherà maggiore libertà d’azione. Che cosa è cambiato?

Per molto tempo abbiamo pensato che la politica potesse essere addomesticata da due forze: da un lato il mercato, dall’altro il sistema dei diritti. L’idea era che la competizione economica e le garanzie giuridiche potessero contenere la discrezionalità dei governanti. Ma il ritorno delle guerre, le pressioni migratorie e le emergenze economiche ed energetiche stanno cambiando il quadro. I governi saranno sempre più portati a utilizzare strumenti eccezionali, a derogare alle prassi ordinarie, a cercare di superare il filtro dei giudici e a ricorrere a una legislazione più assertiva, più direttamente legata alle proprie priorità politiche.

Il rischio è che l’emergenza diventi una giustificazione permanente?

Esattamente. Quando le emergenze si moltiplicano, la tentazione è quella di considerare l’eccezione come una modalità ordinaria di governo. Il potere cerca di liberarsi dai vincoli che rallentano le decisioni e di intervenire con maggiore rapidità. Ma il problema è capire dove si arresti questa discrezionalità. In nome della ragion di Stato si possono assumere decisioni necessarie, ma si può anche concentrare un potere eccessivo nelle mani di chi governa.

Che cosa può impedire questa deriva?

La capacità del leader di autocontrollarsi. Nel libro richiamo figure come Charles de Gaulle e Winston Churchill, che si trovarono a governare in contesti straordinari e dovettero misurarsi con il rapporto tra autorità, responsabilità e necessità politica. Non basta che un leader abbia la possibilità di decidere: conta il modo in cui esercita quel potere, la consapevolezza dei suoi limiti e la capacità di distinguere l’interesse dello Stato dalla convenienza contingente del governo.

Questa nuova stagione può portare i governi a entrare in conflitto anche con le corti costituzionali e con il potere giudiziario?

È uno scenario possibile, e in diversi contesti vediamo già tensioni di questo tipo. In nome dell’eccezionalità dei fenomeni, alcune leadership cercheranno di rivendicare decisioni più forti, anche in contrasto con pronunce delle corti, sostenendo che le procedure ordinarie non siano sufficienti a risolvere i problemi. Il punto è che la ragion di Stato non può diventare una formula magica con cui sottrarsi a ogni controllo. Più aumenta la discrezionalità politica, più diventa importante interrogarsi sui limiti e sulle responsabilità di chi la esercita.

Nel libro la metafora della “riserva di carica” richiama una forza che resta nascosta finché non arriva il momento di utilizzarla. È questa la condizione degli Stati contemporanei?

La metafora indica proprio la capacità dello Stato di attingere a una riserva di potere quando la vita politica ordinaria entra in crisi. La guerra è il fattore che più potentemente attiva questa dimensione, ma non è l’unico. Anche le minacce ibride, gli attacchi alle infrastrutture, le operazioni d’influenza e le crisi della sicurezza possono spingere i governi a rivendicare strumenti straordinari. Il problema è che una riserva pensata per le situazioni eccezionali può finire per essere utilizzata sempre più spesso.

Qual è, allora, la sfida per l’Europa?

Gli europei devono tornare a ragionare anche attraverso queste categorie, senza rimuovere il problema del potere e della sicurezza. Per molto tempo abbiamo pensato che il diritto e le istituzioni fossero sufficienti a governare ogni crisi. Oggi dobbiamo riconoscere che esistono situazioni nelle quali la politica rivendica margini di autonomia più ampi. Ma riconoscere questa realtà non significa rinunciare allo Stato di diritto. La sfida è trovare un equilibrio tra la capacità di decidere e la necessità di impedire che l’eccezione diventi la regola.

  •  

Più potere agli elettori, più stabilità ai governi. Pagano spiega la nuova legge elettorale

La legge elettorale arriva al traguardo dopo un percorso parlamentare lungo e articolato, segnato da audizioni, modifiche e un confronto serrato tra maggioranza e opposizioni. Una riforma che punta a ridisegnare il rapporto tra rappresentanza e governabilità, mettendo al centro il voto degli elettori e la possibilità di tradurlo in una maggioranza parlamentare capace di sostenere un governo.

È proprio sul rapporto tra voto, stabilità e responsabilità politica che si concentra la lettura di Nazario Pagano, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera e tra i protagonisti dell’iter parlamentare della riforma. Un percorso che, sottolinea, ha comportato un confronto particolarmente ampio, con numerose audizioni e modifiche al testo anche alla luce delle osservazioni delle opposizioni.

Presidente Pagano, che significato ha per lei, da presidente della Commissione Affari costituzionali, l’approvazione della nuova legge elettorale?

Per me è motivo di grande soddisfazione. Parliamo di una legge di straordinaria importanza, quasi di livello costituzionale per il rilievo che assume nel funzionamento del nostro sistema. È stata una delle leggi elettorali più discusse e approfondite dal Parlamento. Abbiamo svolto tantissime audizioni, anche richiamando soggetti già ascoltati, e il confronto è proseguito fino alle fasi successive dell’esame. Sono state accolte anche diverse richieste avanzate dalle minoranze.

Qual è, a suo giudizio, la novità politica più importante dell’impianto?

È una riforma di sistema. Superiamo l’impianto misto e costruiamo un meccanismo nel quale la componente proporzionale resta centrale nell’attribuzione dei seggi, ma viene affiancata da un premio di maggioranza destinato a chi raggiunge una determinata soglia. L’obiettivo è tenere insieme rappresentanza e governabilità.

Lei sostiene che questa legge possa cambiare il rapporto tra elettore e governo. In che modo?

Il punto è proprio questo. Con questa legge l’elettore viene responsabilizzato rispetto al futuro del Paese. Attraverso il voto sceglie la forza politica, la coalizione e, attraverso l’indicazione preventiva, anche chi è chiamato a guidare il governo. Naturalmente restano intatte le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del governo. Ma il cittadino, quando entra nell’urna, avrà davanti un quadro politico più chiaro.

È anche una risposta alla crescente astensione?

Credo possa esserlo. Per troppo tempo abbiamo dato agli elettori la sensazione che il loro voto non fosse sufficiente a determinare l’esito politico. Poi, dopo le elezioni, si potevano creare maggioranze attraverso accordi parlamentari e di Palazzo. Questo ha contribuito ad allontanare una parte dei cittadini dalla politica. Se invece il voto produce una scelta più leggibile, si restituisce centralità alla partecipazione.

Lei pensa dunque che la stagione dei governi costruiti dopo il voto debba considerarsi superata?

Quella stagione non può più rappresentare il modello ordinario. Penso, per esempio, all’esperienza di Giuseppe Conte: una figura che, prima di diventare presidente del Consiglio, era sostanzialmente sconosciuta alla maggioranza degli elettori e non aveva avuto un’esperienza parlamentare. Non voglio esprimere un giudizio sulla persona o sui governi che ha guidato. Dico che quel meccanismo dimostra quanto possa essere distante il voto dalla successiva formazione dell’esecutivo.

Il premio scatta sopra il 42 per cento. Perché avete individuato proprio quella soglia?

Perché sotto il 42 per cento riteniamo corretto non attribuire alcun premio e lasciare che i seggi vengano distribuiti secondo il principio proporzionale. È una soglia che serve a garantire che il premio sia collegato a un consenso elettorale significativo. Se nessuna coalizione raggiunge quel risultato, non si forza l’esito del voto.

Le opposizioni contestano proprio il premio e parlano di possibili profili di incostituzionalità. Cosa risponde?

Ritengo che queste accuse siano prive di fondamento. Il testo è stato costruito tenendo conto dei principi costituzionali e dell’evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale, comprese le sentenze del 2014 e del 2017. Abbiamo lavorato proprio per mantenere un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il premio non è sganciato dal consenso, perché è subordinato al raggiungimento della soglia.

Resta però una domanda: come si concilia il principio proporzionale con l’obiettivo dichiarato di assicurare una maggioranza di governo?

È esattamente il punto di equilibrio che abbiamo cercato. I parlamentari vengono eletti sulla base dei voti ottenuti, quindi il principio proporzionale resta fondamentale. Il premio interviene soltanto quando una coalizione supera la soglia prevista. In quel caso l’obiettivo è trasformare una maggioranza elettorale in una maggioranza parlamentare capace di governare.

E qui arriva il tema della stabilità. È davvero possibile garantire governi più longevi attraverso una legge elettorale?

Una legge elettorale non può garantire da sola la durata di un governo. Può però creare le condizioni perché la maggioranza uscita dalle urne sia più chiara e coerente. È ciò che accade, con caratteristiche diverse, nei sistemi comunali e regionali: chi vince dispone di una maggioranza e assume la responsabilità di governare. Questo rafforza anche la credibilità internazionale del Paese, perché gli interlocutori esterni sanno con chi confrontarsi e per quanto tempo.

Alla fine, dunque, la parola chiave di questa riforma è responsabilità?

Sì. Responsabilità dell’elettore, innanzitutto, ma anche responsabilità della politica. Se chiediamo ai cittadini di scegliere, dobbiamo poi fare in modo che quella scelta abbia una conseguenza politica riconoscibile. È questo, in fondo, il senso della riforma: rendere più diretto e comprensibile il rapporto tra il voto, la maggioranza parlamentare e il governo del Paese.

  •  

Legge elettorale, così il voto utile ridisegna la partita (anche a destra). Parla Fonda (Swg)

Domani il voto sulla legge elettorale può chiudere una partita parlamentare, ma ne apre una molto più importante: quella per le prossime politiche. Perché quando gli schieramenti saranno definiti, cambierà anche il modo in cui gli elettori voteranno. Il centrodestra dovrà fare i conti con la variabile Vannacci e con il voto utile, il centrosinistra con il nodo della leadership e delle primarie. In mezzo, un centro che oggi vale circa il 4 per cento potrebbe tornare a essere decisivo. A fare il punto con Formiche.net sugli scenari che si aprono è Rado Fonda, direttore scientifico di Swg.

Fonda, cosa cambia nello scenario politico una volta approvata la nuova legge elettorale?

Una volta approvata la legge elettorale, lo scenario rispetto alle politiche cambierà un po’. Il fatto di sapere quali saranno le coalizioni e gli schieramenti, già secondo i nostri test, modifica la distribuzione del consenso.

Partiamo dal centrodestra. La nuova legge può incidere anche sul consenso di Vannacci?

Sì. Se Vannacci si presenta da solo, rischia di perdere una parte del consenso perché può prevalere il voto utile anche nel suo elettorato. Una parte degli elettori potrebbe pensare che votandolo si rischia di far vincere la sinistra e quindi tornare a votare Lega e Fratelli d’Italia. Qualcosa si sta già vedendo. Nell’ultima settimana Vannacci è calato e Fratelli d’Italia ha ripreso quota. Questo scenario si sta delineando.

Quindi il voto utile può diventare un fattore decisivo a destra?

Può esserlo, soprattutto quando gli schieramenti saranno chiaramente definiti. L’elettore che oggi può permettersi un voto più identitario, domani potrebbe fare un ragionamento diverso se percepisce che quel voto può incidere sull’esito della competizione tra le coalizioni.

Al centrodestra converrebbe allora un accordo con Vannacci?

Dal punto di vista elettorale sì, perché la somma dei consensi sarebbe più favorevole. Ma il problema sarebbe poi avere un governo con Vannacci. Sarebbe problematico, soprattutto nella proiezione europea. Quindi bisogna distinguere il vantaggio elettorale dalla compatibilità politica di governo.

Passiamo al centrosinistra. Qui il nodo principale resta la leadership?

È il grande nodo. Bisogna definire il leader della coalizione e non credo che si potrà aspettare la Consulta, perché si arriverebbe troppo tardi. Se si fanno le primarie o si sceglie un altro meccanismo, comunque la leadership della coalizione potrebbe comportare dei malumori nel fronte coalizzato.

Quanto potrebbe essere divisivo il tema delle primarie?

Molto. Se vincesse Schlein, per esempio, una parte del Movimento Cinque Stelle potrebbe non votarla. E viceversa per il Pd. Questo fa capire quanto sia difficile pensare che il centrosinistra possa fare il pieno dei voti semplicemente sommando i consensi dei diversi partiti.

Eppure, oggi, la sommatoria dei partiti vede il centrosinistra davanti.

Sì, al momento il centrosinistra è avanti sommando i partiti. Ma la partita è aperta ed equilibrata. La sommatoria dei consensi non significa automaticamente che quei voti si trasferiscano integralmente alla coalizione. Ci sono problemi di leadership, di posizionamento e di voto utile.

In questo quadro, quale spazio resta al centro?

Al momento Marattin, Picierno, Azione e gli altri soggetti dell’area centrista possono valere circa il 4 per cento. È uno spazio che potrebbe cambiare dimensione una volta chiariti gli schieramenti.

In che senso?

Se da una parte ci sarà il centrodestra con Vannacci e dall’altra una coalizione di centrosinistra definita, potrebbe crescere il centro. Da una parte ci sarà il voto utile, ma dall’altra ci sarà anche chi non vuole schierarsi con nessuna delle due coalizioni. Calenda, o chi per lui, potrebbe avere qualche chance.

Il centro potrebbe quindi diventare decisivo proprio perché resta fuori dai due blocchi?

È una possibilità. Una parte dell’elettorato potrebbe non riconoscersi nei due schieramenti principali. Bisognerà però capire quanto sarà grande questo spazio una volta che la competizione sarà realmente polarizzata.

E il voto anticipato quanto è realistico?

Bisogna vedere se si andrà a votare. Tra adesso e aprile, comunque, molte cose possono cambiare. Il quadro politico è ancora aperto. L’unico nodo che oggi resta particolarmente importante è quello delle primarie del campo largo.

Domani, intanto, c’è il voto sulla legge elettorale. Quanto interessa davvero agli elettori?

Ai cittadini, di base, questi temi non scaldano. La legge elettorale è percepita come una questione tecnica. Ma se il centrodestra dovesse subire una sconfitta nel voto segreto, sarebbe un colpo sul piano politico e un danno d’immagine per la maggioranza.

Una bocciatura avrebbe quindi soprattutto un valore simbolico?

Sarebbe soprattutto un colpo politico. Il centrodestra ha investito molto sulla legge elettorale e una sconfitta a scrutinio segreto avrebbe un effetto sulla percezione della sua compattezza e della sua capacità di portare a casa un provvedimento considerato strategico.

Il vero test, però, sembra essere quello che viene dopo.

Sì. Una volta approvata la legge, bisognerà capire come si comporranno gli schieramenti. È lì che si vedranno gli effetti più interessanti: il voto utile, la leadership del centrosinistra, il ruolo di Vannacci e lo spazio del centro potranno modificare sensibilmente la distribuzione del consenso.

  •  
❌