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La rivoluzione e i frangifiamma della democrazia. La riflessione di Sisci

Ci sono due forze convergenti ma distinte alla base delle proteste violente di Milano e, forse, anche di quelle francesi o greche. La prima è il risentimento, lo scontento sociale. È la legna secca che si accumula. La seconda è quello di chi soffia su questo scontento, non per risolvere i problemi, ma per farli crescere. Questa è probabilmente l’operazione che ha contribuito a organizzare la violenza in piazza nei giorni scorsi.

Le due forze convergono poi con la scintilla che può essere l’incidente, anche casuale, durante le manifestazioni pacifiche. L’incidente, naturalmente, può non essere casuale e può essere stato provocato ad arte. Le due forze devono essere affrontate separatamente. Sono entrambe politiche ma hanno bisogno di politiche diverse.

La prima ha bisogno di un’analisi approfondita, misure probabilmente di medio-lungo termine per togliere legna dal fuoco. La seconda, invece, richiede misure tempestive per evitare che il fuoco si trasformi in un incendio.

Il problema oggi, come ottant’anni fa, alla fine della Seconda guerra mondiale, è il nemico dall’altra parte della Cortina, che prima era di ferro e oggi è più tenue, di plastica traforata, perché, a differenza di allora, le comunicazioni tra i due lati sono più trasparenti.

Si fanno sempre più concreti, infatti, i sospetti che ad aizzare le folle siano forze pilotate da Mosca. Esse cercano di raccogliere a Milano o a Parigi successi politici che non riescono a ottenere sui campi di battaglia in Ucraina.

Il metodo è antico. La Germania guglielmina appoggiò e facilitò la rivoluzione bolscevica per liberarsi dalla Russia sul fronte orientale nel 1917. Dopo, l’Unione Sovietica sostenne e organizzò rivoluzioni in tutto il mondo, per un misto di idealismo ed espansione delle proprie ambizioni geopolitiche. Le successive rivoluzioni colorate (non più rosse) sostenute dall’America e dall’Occidente seguivano lo stesso tracciato, ma con molto minore sapienza rispetto ai rivoluzionari professionisti sovietici. Oggi Mosca sembra tornata al suo antico mestiere, che sa fare meglio di chiunque altro: esportare rivoluzione.

Le rivoluzioni sono una cosa seria e, a volte, anche giuste, se ci si oppone a un sistema che non consente la libera partecipazione alla politica. Ma usare la violenza in un sistema aperto, libero sovverte la democrazia e la libertà di tutti e forza la volontà di una minoranza aggressiva su una maggioranza che la può pensare diversamente. Questo non è tollerabile per la sopravvivenza di un sistema democratico, specie se organizzato, in tutto o in parte, da uno Stato non alleato e spesso ostile.

Ciò pone con urgenza la necessità di frangifiamme, bisogna abbattere gli alberi in prossimità del fuoco per evitare che l’incendio si espanda. In altre parole, torna di attualità quello che, nella prima guerra fredda, si chiamava il fattore K: chi era idealmente vicino all’Unione Sovietica non poteva governare.

L’Italia risolse questo problema delicato per una democrazia, concedendo alle forze filo-sovietiche una rappresentanza parlamentare e la libertà di espressione, ma impedendo loro di accedere alle stanze del potere.

Fu un divorzio non facile. Nel 1946 tutte le forze che avevano combattuto il fascismo sedettero insieme per scrivere la Costituzione della Repubblica, ma due anni dopo si divisero tra chi sarebbe andato al governo e chi sarebbe restato all’opposizione. La divisione fondamentale fu tra l’alleanza con l’America, da una parte, e con la Russia, dall’altra.

Oggi si è di fronte allo stesso frangente. I problemi politici che hanno portato all’insoddisfazione e alla furia della gente in piazza a Milano e a Parigi richiedono una risposta politica articolata. Ma le forze che accendono le fiamme, o sono anche solo vicine a quelle fiamme, devono essere escluse dalle leve del governo.

Ciò non significa arrestare tutti i dissidenti; anzi, le voci dissidenti e stridenti devono restare come forza e stimolo della democrazia italiana. Ma se queste forze mirano alla sovversione violenta del sistema democratico, o tifano per essa, non possono ragionevolmente guidare un governo che ha deciso di stare dall’altra parte.

Oppure devono chiedere con chiarezza un cambiamento della posizione internazionale dell’Italia nei confronti dell’Unione europea e della Nato. Lo spartiacque è la guerra in Ucraina.

Ciò pone domande concrete a tutte le forze politiche che legittimamente tifano per la Russia: o cambiano posizione oppure non possono avvicinarsi al governo, o, se sono al governo, devono uscirne. È stato difficile mantenere l’ambiguità finora, ma evidentemente dopo queste violenze diventa pressoché impossibile.

Ciò implica che tutti i partiti, a destra o a sinistra, che si impegneranno nella prossima campagna elettorale dovranno scegliere con chiarezza da che parte stare nella politica internazionale. Concretamente, quindi, Giuseppe Conte, leader del M5s, e Matteo Salvini, leader della Lega. In Francia ci saranno probabilmente scelte analoghe.

Se non si pone questa alternativa politica, si crea una situazione insostenibile: non è possibile cominciare ad affrontare i problemi di medio-lungo termine sul tappeto, e si obbligano le forze dell’ordine a essere non l’ultimo anello di una lunga catena di ordine istituzionale, ma l’unica barriera delle istituzioni contro il caos.

Le barriere isolate, prima o poi cadono e poi c’è il saccheggio della città e la fine delle istituzioni. Il sacco di Roma varrebbe più di quello di Kyiv.

Sarebbe uno smacco enorme per gli Stati Uniti d’America guidati dal presidente Donald Trump: Roma o Parigi sono sue alleate, perché dovrebbe cederle al leader russo Vladimir Putin? Alla vigilia di un autunno che si preannuncia di fuoco, con pochi pompieri e tanti incendiari, l’inizio della soluzione del rovello è forse nelle stanze del Parlamento a Roma.

Le ombre di Alarico, dei cosacchi che abbeverano i loro cavalli nella piazza di San Pietro, sono immagini crude, quasi surreali di tempi andati ma ora si stagliano all’orizzonte forse più concrete di quanto non lo siano state da 40 anni.

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Una risposta politica contro l’autunno da rivoluzione. La riflessione di Sisci

Secondo le cronache di oggi, ragazzini immigrati di seconda generazione (i più giovani di 11 anni) sono stati i protagonisti dell’ubriacatura del teppismo che ha sconvolto Milano.

Sono i fratelli degli antichi scugnizzi, la prima scrematura della manodopera della camorra; sono gli infanti che hanno nutrito le fanterie di tutto il mondo. Oggi, pericolosamente, si organizzano su piattaforme sociali che passano dai telefonini e migrano da una app all’altra, rendendo difficile l’inseguimento della loro organizzazione. Forse sono guidati e aiutati da mani esterne, come è spesso accaduto.
Ma i piloti stranieri e teppisti ci sono sempre stati nella storia. Essi non possono avere una risposta solo poliziesca, come ha notato anche Alessandro De Angelis sulla Stampa.

I violenti oggi, l’autunno si preannuncia caldo, hanno bisogno di una risposta politica alta e appropriata. Non si può lasciare la politica nelle mani della piazza dei facinorosi o di opposti estremismi che cercano di cavalcare la tigre.

Farne solo una questione di ordine pubblico è un peso ingiusto per la polizia. Gli agenti per strada non possono essere l’ultimo e unico cordone di sicurezza. Se così fosse, prima o poi gli agenti romperanno le righe e si uniranno ai rivoltosi. Le forze dell’ordine devono far parte di una risposta istituzionale articolata, politica, appunto. Senza di questo, l’autunno non sarà solo caldo: sarà di rivoluzione.
Le manifestazioni sono l’altra faccia della protesta di fondo, che da anni si esprime disertando le urne. È il rigetto della politica da parte della maggioranza degli italiani che non si sente rappresentata da alcuna forza in Parlamento.

C’è stato un tradimento profondo da parte della generazione che prometteva la “rottamazione della vecchia politica” con Matteo Renzi, o che le istituzioni si sarebbero aperte come una scatoletta di tonno, come dichiarava il M5S di Beppe Grillo e oggi di Giuseppe Conte. Entrambi intercettavano un malessere profondo di un’Italia che sentiva, e sente, di non funzionare, ma le risposte non sono state adeguate. Evidentemente, dopo quattro anni di stabilità di governo, oggi il governo o l’opposizione non paiono rispondere adeguatamente ai bisogni. Il punto vero è: dov’è la risposta politica di alto livello?

Oggi i problemi di lungo termine si focalizzano e si esasperano intorno alle guerre che assediano l’Italia. Non si possono ignorare dicendo: vogliamo la pace. Devono essere affrontate parlando al Paese con umiltà ma chiarezza. Bisogna sapere dire che i tempi sono duri e saranno probabilmente peggiori, per questo bisogna prepararsi. C’è un orizzonte molto complesso e non ci sono soluzioni semplici.
Anche qui non c’è nulla di straordinario. Le proteste degli anni ’70 in Italia furono più gravi e lì si era nel cuore della Guerra fredda. Il Paese tremò, ma la politica rispose e rispondeva. Dietro i poliziotti c’erano istituzioni e visioni interne e internazionali. Oggi tutto sembra mancare.

Mai come ora ci sarebbe davvero bisogno o di una presa di coscienza della politica o di una nuova forza politica responsabile che sappia parlare agli italiani, alla gente in piazza e alle donne e agli uomini nelle istituzioni.

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Tregua bollente tra Usa e Cina. Xi e la strategia dell’attesa

Come Vladimiro ed Estragone aspettavano Godot nella celebre opera di Beckett, il mondo potrebbe oggi aspettare Xi Jinping in questo dramma politico.

L’America è impantanata in due guerre. In Ucraina, vorrebbe raggiungere un compromesso con la Russia. In Medio Oriente, cerca di far cadere il regime di Teheran, che sostiene molti gruppi estremisti della regione e blocca il traffico petrolifero negli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb. Entrambi i conflitti stanno creando una crisi petrolifera che non si vedeva da oltre 50 anni e stanno facendo calare i consensi del presidente Donald Trump.

Trump potrebbe quindi essere nettamente sconfitto alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il che aprirebbe, in teoria, due scenari. O Trump contesta il risultato delle urne, intrappolando il paese in uno scontro politico devastante che per mesi affogherà l’America; oppure accetta l’esito, e il nuovo Congresso a maggioranza democratica potrebbe fargli la guerra. In entrambi i casi, l’America potrebbe avere poche energie per occuparsi di politica estera e affrontare quello che, all’inizio della sua presidenza, era il “grande bersaglio”: la Repubblica Popolare Cinese (Prc) del presidente Xi Jinping.
Xi Jinping non ha alcun interesse a risolvere i problemi dell’America. Sarebbe pericoloso: qualcosa potrebbe andare storto nella mediazione, e la Prc verrebbe trascinata in un pasticcio che non ha innescato. Se Xi fosse di aiuto, allora l’America potrebbe tornare a una contrapposizione ostile con la Cina. Al contrario, facendo poco e lasciando che gli errori americani facciano il loro corso, Xi può affrontare con grande fiducia il congresso del partito del prossimo autunno.

Sarà celebrato come il primo capo di Stato cinese della storia ad aver messo all’angolo la grande potenza occidentale, due secoli dopo la vergognosa Guerra dell’oppio. Segnerà la fine del secolo dell’umiliazione che da decenni ossessiona l’educazione nelle scuole cinesi. Un risultato più grande della riunificazione con Taiwan, un’isola de facto indipendente, de jure parte di un’unica Cina e rivendicata dalla Prc.

Il contesto

Tutto questo avviene in un nuovo contesto globale complesso. Il 23 settembre l’Assemblea generale dell’Onu si è riunita a New York. Le due potenze, America e Cina, hanno messo da parte la Grande Mela e si sono incontrate a Washington. Di fatto, ciò ha svuotato l’Onu. Entrambe hanno preferito incontrarsi tra loro piuttosto che partecipare all’Assemblea generale. Se i più grandi non partecipano, a che serve l’Onu?

A maggio i due si erano incontrati a Pechino. Era forse un cessate il fuoco, un momento di pausa. A settembre l’incontro ha segnato una vera tregua. Ciò non significa che non ci saranno scoppi di tensione, ma la tregua dovrebbe reggere almeno fino al prossimo autunno, quando si aprirà il congresso del partito, che con ogni probabilità rinnoverà l’intero gruppo dirigente. Potrebbe persino reggere fino alle elezioni presidenziali americane del 2028.

Durante questa tregua, che potrebbe durare uno o due anni, alcuni segnali suggeriscono che le due potenze possano compiere qualche passo avanti, anche se si tratta di passi delicati.
Uno è la riapertura del dialogo militare. Forse il motivo principale dell’interruzione era che gli americani volevano stabilire codici di condotta per gli incontri in mare o in aria tra le forze cinesi e americane. I cinesi erano riluttanti perché stabilire tali codici avrebbe significato, in qualche modo, autorizzare la presenza americana in aree che la Cina considera di sua esclusiva pertinenza.
Un secondo punto importante riguarda l’attenzione con cui tutti i paesi asiatici, in particolare il Giappone, hanno seguito questo incontro. Fuori dalla Cina, il Giappone è una sorta di paese guida del fronte “anti-Prc”. Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi è andata di persona a Washington il giorno prima dell’arrivo di Xi e ha annunciato di aver ricevuto una telefonata da Trump subito dopo l’incontro di quest’ultimo con Xi.

Il vertice Trump-Xi non è stato un semplice incontro a due: è stato multilaterale, e l’America ha evidentemente accettato che lo fosse. Ha tenuto conto delle esigenze e delle richieste dei suoi alleati asiatici, in particolare del Giappone.

Un nuovo quadro

Le cose sono chiaramente cambiate rispetto all’inizio della presidenza Trump, quando diceva: “Metteremo la Cina all’angolo con i dazi, perché abbiamo il coltello dalla parte del manico: siamo il loro mercato”. Quell’approccio semplicistico è sparito, ma resta poco chiaro quale sarà il nuovo piano americano di lungo termine. Come verrà gestita la Cina? Verrà trattata semplicemente come qualsiasi altro paese, oppure gli Stati Uniti inizieranno davvero ad applicare ciò che Trump aveva annunciato nel suo primo mandato, nel 2016, cioè il decoupling, il distacco della Cina dal resto del mercato mondiale?

E la Cina, dal canto suo, cosa farà? Subirà e attenderà le decisioni americane? Cercherà di allineare il proprio sistema finanziario, economico e persino politico per integrarsi nel sistema mondiale? Oppure, al contrario, tenterà di sabotare questo sistema e crearne uno nuovo?

Nei prossimi due anni vedremo se questa tregua sarà di breve durata e sfocerà in un conflitto ancora più aspro, o se porterà a una pace duratura. Oppure la tregua potrebbe prolungarsi, dando forma alla nuova Guerra fredda 2.

L’Iran è un primo banco di prova. Nella dichiarazione congiunta la Cina ha detto di opporsi a un Iran dotato di armi nucleari e che l’Iran dovrebbe liberare i due stretti. Gli Houthi, alleati di Teheran, controllano lo stretto di Bab el-Mandeb. Qui potrebbe profilarsi un conflitto più ampio, poiché gli Houthi minacciano l’Arabia Saudita.

La Cina riuscirà a creare un sistema economico, commerciale e finanziario alternativo a quello attuale? Il primo passo sarebbe sganciare il renminbi (Rmb) dal dollaro, ma ciò creerebbe nuovi problemi. Ciò che la Cina sta facendo con successo è staccarsi dal sistema dei pagamenti in dollari. Tutti i pagamenti internazionali passano attraverso un nodo americano chiamato Swift.

La Cina ha creato un sistema di pagamento alternativo chiamato Cips. Di conseguenza, ha ottenuto maggiore riservatezza nelle sue transazioni. Se tutto passasse per il sistema americano, gli americani saprebbero esattamente come, dove, quando e a chi vanno i soldi cinesi. È così che gli Usa hanno scoperto che la Cina aveva ignorato alcune sanzioni internazionali, pur dichiarando ufficialmente di averle rispettate.

Intanto il dollaro è nel mezzo di un altro cambio di paradigma. Ha abbandonato il gold standard e oggi, oltre 50 anni dopo, consapevole della propria debolezza, sta creando le stablecoin, cioè criptovalute ancorate ad asset reali. Questa trasformazione monetaria comporta dei rischi perché, come sottolineano alcuni economisti come Paolo Savona, non possiamo essere certi che gli asset sottostanti a queste criptovalute siano reali.

Nel 2006-2007, alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, si scoprì che i derivati erano talvolta garantiti da asset poco solidi. La cattiva gestione dei derivati, una delle grandi innovazioni finanziarie americane dell’epoca, contribuì anch’essa alla crisi del 2008.

La riforma americana potrebbe oggi comportare rischi simili. Ma soltanto l’America sta affrontando la sfida; la Cina non sta intraprendendo un programma di riforma della propria moneta né del sistema finanziario e commerciale globale.

Almeno per ora, le condizioni per un’alternativa cinese non ci sono, e l’America, con il dollaro e Wall Street, resta centrale. La Cina gioca in difesa.

La svolta finanziaria della Cina

Ciò che la Cina dovrebbe fare, pur a costi considerevoli, è attuare riforme significative del proprio mercato interno e del proprio sistema politico. Con una popolazione di 1,4 miliardi di persone non può crescere consumando solo grazie a 350 milioni di americani o a 500 milioni di europei.

Potrebbe aver già cominciato. Le autorità fiscali cinesi stanno perseguendo i ricchi per le imposte non pagate. Lo Stato è chiaramente a corto di liquidità e ora ha bisogno di maggiori contributi da chi ha guadagnato di più in questi decenni. È una mossa delicata. Se i ricchi pagano, o ottengono qualcosa in cambio (di solito alla tassazione si accompagna la rappresentanza), oppure potrebbero diventare meno intraprendenti, il che potrebbe trascinare giù l’intera economia.

Se la Cina agisse davvero in questa direzione, potrebbe annunciarlo al congresso del 2027.

Alcuni in Cina potrebbero ancora essere innamorati della vecchia tesi di Marx, Lenin e altri socialisti secondo cui il sistema capitalista prima o poi crollerà. Naturalmente è possibile, ma la tesi ha ormai 200 anni. Il sistema capitalista ha subito crisi gravi, eppure ogni volta ne è uscito più forte, non più debole. Sarà diverso questa volta? Non è chiaro, ma è improbabile.
Eppure le scelte della Cina non sono lineari. La situazione potrebbe complicarsi nei prossimi 12 mesi. I due conflitti in corso si rendono sempre più confusi. La Russia di certo non sta vincendo. L’Iran, che ha ottenuto un risultato non trascurabile bloccando i flussi di petrolio, sta soffocando sotto il proprio blocco navale. Il blocco funziona in due direzioni: gli Usa ricevono poco petrolio e l’Iran non incassa alcuna entrata economica. L’economia iraniana sta implodendo.

Non si vedono prospettive nel breve o nel medio periodo su nessuno dei due fronti. Perciò la Cina, che sostiene questi due paesi, non ha a sua volta prospettive nel medio e lungo termine. L’America, al contrario, campione di secoli di capitalismo di successo, dovrebbe avere molte prospettive nel medio e lungo periodo, nonostante errori e passi falsi.
Aspettare potrebbe funzionare per un anno, o forse no. L’Iran o la Russia potrebbero cedere; nuovi guai potrebbero scoppiare in qualsiasi paese europeo e qualsiasi cosa potrebbe accadere ovunque nel mondo. Gli Houthi potrebbero aver innescato un conflitto regionale che coinvolge la Turchia.

Tutto è in movimento. La Cina potrebbe inciampare su qualsiasi cosa e diventare ancora più difensiva e cauta. Un po’ di tensione fa bene alla Cina, perché tiene lontana l’attenzione del mondo, ma troppo caos potrebbe riversarsi sulla Cina stessa.

Per Trump, il “mago” del caos, acque agitate all’estero, unite a un clima tempestoso in patria, potrebbero essere più facili da navigare. Oppure potrebbe finire per esserne travolto.
Se qualcosa di grosso si aggiungesse al caos attuale nei prossimi 12 mesi, i piani della Cina per un congresso del partito tranquillo potrebbero saltare.

Gli stretti dell’Ue

Se Trump non riuscirà a risolvere il blocco al più presto, tutto potrebbe diventare molto più difficile. I tempi sono decisivi. È nell’interesse di Teheran mantenere chiusi gli stretti fino a dopo le elezioni, per mettere Trump in difficoltà e segnare così una vittoria. La Russia non sta aiutando Trump sull’Iran, anche se potrebbe spingere Teheran a cedere agli Usa, se volesse davvero. L’Iran potrebbe resistere per almeno un mese.

L’accordo con la Russia sul diesel dovrebbe, in teoria, compensare la resistenza iraniana. Ma non è chiaro se funzionerà e in che misura. La Russia ha poco o nessun diesel da distribuire.
L’Europa, in quanto tale, non è nel quadro. Ha un problema radicale. Per decenni ha appaltato all’esterno quasi tutto: la difesa agli Usa, l’energia alla Russia, la forza lavoro agli immigrati, l’industria e i mercati alla Cina e agli USA, la tecnologia agli Usa e alla Cina. Si può e si deve appaltare qualcosa, non tutto.

Gli Usa hanno appaltato parte della produzione industriale alla Cina e la forza lavoro ai migranti, e ne soffrono. Ma il loro mercato, la difesa e la tecnologia sono primi al mondo. In che cosa è prima al mondo l’Europa? Nel turismo culturale?

Per di più, alcune ferite potrebbero non essersi mai rimarginate del tutto. Dopo la fine della Guerra fredda, la dissoluzione della Jugoslavia mise i paesi europei con le spalle al muro. Francia e Regno Unito si schierarono con la Serbia; la Germania con la Croazia. Per evitare una divisione aspra che potesse accendere attriti nel continente, l’Ue implorò gli Usa di intervenire.

L’America non voleva. Ricordo una conversazione con Edward Luttwak all’epoca, che esortava gli europei a inviare truppe in Jugoslavia e, attraverso quel sacrificio, a plasmare una nuova identità comune e a forgiare una nuova unione politica. Gli europei tergiversarono, sperando che l’intervento americano risolvesse i loro guai. Allo stesso tempo lanciarono l’euro senza sufficiente accordo e dialogo con gli Usa.

L’allargamento dell’Ue a paesi dell’Europa orientale più filoamericani ha risolto solo in parte la frattura tra America ed Europa occidentale. Questo resta un problema per i paesi europei, dove la controversa amministrazione Trump ha compromesso i rapporti, ma riguarda anche gli Usa, che potrebbero vedere l’Europa più come un peso che come una risorsa.

Un duello di immagini

Tutto questo si è riversato sulle immagini pubbliche di Cina e Usa. Da una parte, la cattiva gestione dell’immagine da parte dell’America; dall’altra, la gestione attenta di quella cinese.

L’America ha smantellato l’apparato informativo che aveva costruito durante la Guerra fredda e, per decenni, nessuno ha curato la sua immagine pubblica, proprio quando serviva consolidarla e proiettarla in una nuova fase. Lo scontro con l’Unione Sovietica era finito, ma le questioni politiche della libertà e della democrazia avevano ancora bisogno di un nuovo fondamento.

Inoltre, l’amministrazione Trump non si è curata di proiettare un’immagine positiva al mondo. Si è concentrata solo sul dire a una parte della pancia dell’America, quella che si sentiva defraudata e tradita, che il governo di Washington si sarebbe opposto a un mondo che approfittava dell’America. Questo messaggio lo ha aiutato a farsi eleggere, ma ha danneggiato l’immagine americana all’estero.

La Cina, al contrario, ha fatto quasi l’opposto. Ha proiettato un’immagine positiva di sé e ha una storia vera da raccontare. È una storia di sviluppo travolgente, dal sottosviluppo a infrastrutture da fantascienza in 40 anni. I treni superveloci cinesi, le città brulicanti di grattacieli, la creatività dei giovani di Pechino e Shanghai su TikTok, il successo delle aziende produttrici di auto elettriche: sono storie che si vendono quasi da sole.

Il documentario di Antonioni sulla Cina del 1972, Chung Kuo, mostra la vita povera e semplice di Pechino 54 anni fa e testimonia i progressi del paese nel corso dei decenni.
Possono sostenere che il sistema politico cinese è efficiente e produce risultati, al di là delle facili critiche sulla democrazia e sui diritti umani che circolano ampiamente, e persino che funziona meglio di una democrazia. L’America ha provato a esportare la democrazia in Iraq e in Afghanistan e ha fallito; la Cina ha resistito a quelle pressioni e ha trasformato il suo paese, e forse persino il mondo.

È una storia forte, convincente, e non mi sembra che l’America la sfidi in modo deciso e preciso. In realtà, è del tutto vera? Potrebbe essere più complessa di così.

Su scala più ampia, gli Usa potrebbero voler imparare qualcosa dalla Cina. La Cina ha perfezionato un sistema di pianificazione a lungo termine che guida il paese attraverso gli alti e bassi quotidiani. Gli Usa, al contrario, sembrano rivedere piani e idee a ogni presidenza e ora, con Trump, forse ogni giorno spunta un nuovo piano. Questo sistema priva l’America di una strategia e, senza strategia, come dicono i militari, la tattica o le brillanti idee improvvise sono solo il frastuono prima della sconfitta.

L’America ha bisogno di un piano a lungo termine per il mondo che desidera per sé e per tutti gli altri. L’ascesa della Cina e le sfide che pone ne sono una parte importante, ma le guerre in corso mostrano che gli Usa e l’ordine mondiale devono affrontare molto di più.

Durante la Guerra fredda, gli Usa hanno mantenuto coerenza tra una presidenza e l’altra; ora serve qualcosa di simile. Per farlo, l’America dovrebbe trovare un terreno comune al centro e tagliare le ali radicali, come fece 80 anni fa. Se gli Usa troveranno un equilibrio, metteranno in guardia la Cina; se non lo faranno, la Cina potrebbe pensare di poter continuare a perseguire politiche incentrate sulla sopravvivenza in mezzo a un caos crescente.

(Le discussioni con Giuseppe Rippa e Marco Mayer sono state utili per sviluppare gli argomenti qui esposti)

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Chi vota contro la Chiesa? Le destre, il Papa e il futuro dell’Italia

Nel 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, l’Italia raggiunse un accordo di convivenza reciproca con la Santa Sede, condividendo la sua capitale con la sede della più grande religione unitaria al mondo. Quindi legò, per molti versi, il suo destino a questa relazione molto speciale. Il governo di quasi mezzo secolo della Dc, in rapporto particolare e diretto con il soglio di Pietro, fu la prova plastica di ciò.

Poi negli ultimi decenni, con un moto che sta accelerando, i pontefici non italiani hanno guardato sempre di più al mondo e meno all’Italia. Ma ciò non significa che possano permettersi di essere indifferenti agli affari italiani. Se l’Italia va in una direzione “sbagliata”, diversa da quella che può interessare la Chiesa, vista la contiguità geografica, si crea un problema. La Chiesa deve interessarsi dell’Italia più di quanto vorrebbe, a scapito del mondo.

Ciò potrebbe accadere adesso.

La democrazia forse si sta giocando ai dadi, ecco alcuni numeri. A Reggio Calabria, per le elezioni al sindaco, ha votato il 23% degli aventi diritto. Alle prossime elezioni politiche, meno del 50% degli aventi diritto dovrebbe votare. Secondo la nuova legge elettorale, chi raggiunge il 42% dei voti ottiene una maggioranza assoluta e decisiva. Quindi, se si calcola il 42% in meno del 50% dei votanti, stiamo parlando di un 23% di italiani che deciderebbero il governo per i prossimi cinque anni. Qui poi la percentuale si riduce ulteriormente se si pensa che il partito leader della coalizione vincente ha un premio super, secondo la nuova legge elettorale. Cioè, il capo del governo potrebbe guidare un partito che raccoglie il 30% dei voti, e quindi il 15%, 14% o 13% del consenso totale del corpo elettorale.

Il prossimo Parlamento eleggerà anche il prossimo Presidente della Repubblica nel 2029. Chiunque vinca, destra o sinistra, sceglierà il suo presidente.

Con una maggioranza totale in Parlamento e il Presidente, il vincitore delle prossime elezioni, organizzate secondo la legge in approvazione al Parlamento, trasformerà nei fatti il sistema politico italiano in una democratura. Sarà un sistema simile e forse più autoritario di quello ungherese, che ha visto Viktor Orbán alla guida di Budapest per 16 anni consecutivi. Ma l’Ungheria era un Paese piccolo, solo relativamente influente negli equilibri europei.

Non è una questione solo italiana, ma riguarda anche la Santa Sede. Che significherebbe per il Vaticano condividere la capitale con la prima grande democratura dell’Europa? Che impatto avrebbe anche solo la prospettiva di questa legge in altri Paesi europei, dove la destra radicale è in aumento e potrebbe presto governare, come in Francia con la signora Marine Le Pen? Spingerebbe Le Pen ancora più a destra o al centro?

Di fatto si mette la Chiesa in una situazione molto difficile a poco meno di un secolo dei Patti Lateranensi. La Chiesa li firmò con Mussolini.

Un secolo fa tra gli opposti estremi di comunismo (ateista militante, di cui si conoscevano i frutti per la Rivoluzione russa del 1917) e il fascismo (allora alle prime armi) la Chiesa scelse il fascismo. Nel 2029 il papa dovrebbe benedire il (o la) nuovo Mussolini italiano, come fece un secolo fa? Allora le cose non andarono bene per la Chiesa. Essa più di altri sa che errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Oggi non c’è quella lotta ideologica anticlericale. C’è un cumulo di questioni aperte. Gli europei, dopo la fine della guerra fredda, quasi 40 anni fa, hanno affidato ad altri una serie di agende strategiche. La sua sicurezza l’ha data agli Usa; l’energia alla Russia; la produzione industriale alla Cina; la forza lavoro agli immigrati; la moneta a un incrocio mai chiarito fra Bruxelles, Francoforte e vari governi nazionali.

Tali esternalizzazioni sono nodi venuti gravemente al pettine negli ultimi anni, e diventati scottanti dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

L’ascesa delle destre in Europa è la ricerca di una risposta a questi nodi, che si sono attorcigliati con gli anni e che ora diventano sempre più urgenti. Ma possono essere risolti con la corsa verso la trasformazione dei sistemi democratici in Italia e poi magari anche in Europa?

La Santa Sede sarà d’accordo? I Patti Lateranensi, nel bene o nel male, legarono la Santa sede all’Italia in modo speciale, ma vale anche il contrario.

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