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Così la musica unisce e favorisce la pace

Musica e pace vanno molto d’accordo. Non solo perché, come è stato ripetuto tante volte, la musica è aperta a tutti, non ha confini. Ma anche perché si moltiplicano le iniziative per promuovere e sensibilizzare attraverso la musica la ricerca della pace, così in bilico o addirittura  calpestata in questi tempi.

La musica non è solo un mezzo di intrattenimento, ma una vera e propria pratica attiva di diplomazia, educazione e armonia sociale. Artisti come John Lennon hanno unito l’attivismo politico a inni universali come Imagine e Give Peace a Chance, portando il messaggio della nonviolenza nelle case di milioni di persone.

Da ultimo il musicista franco-libanese, che sarà al teatro Arcimboldi di Milano il 4 novembre per JazzMi, ha dichiarato: “Proporre una musica che unisce anzichè dividere è il mio modo di disegnare la pace”. Nipote dello scrittore Amin Maalouf deve la sua fama all’uso di una speciale tromba a quattro pistoni, inventata dal padre, che gli permette di suonare i quarti di tono tipici delle melodie orientali.  Lodevolmente sensibile al tema anche la Fondazione Ducci che ha promosso in Campidoglio a Roma il Concerto per la Pace “Tra le note un’ armonia”, presente un numeroso e qualificato pubblico tra cui gli ambasciatori Enrico De Majo e Renato Mosca de Souza (Brasile), l’economista Merja Tuomas-Kettunen Aalto (storicamente legata all’ambasciata di Finlandia), la scrittrice uruguayana Mirta Gutiérrez de Marques Seré, nonché il sindaco di Chieti Giovanni Legnini.

Come noto la Fondazione Ducci è un’istituzione culturale italiana fondata nel 1999 nata in memoria dell’impegno sociale e culturale dei genitori del fondatore ed animatore ambasciatore Paolo Ducci ed è attivamente impegnata nella promozione del dialogo interculturale e interreligioso e nella ricerca storico-politica ed economico-sociale.

Cura la pubblicazione di studi periodici online, tra cui la rivista mensile “Agenda Geopolitica” , magistralmente diretta dall’ambasciatore Marco Baccin, e i “Pamphlet della Fondazione”.  Promuove, tra l’altro, il  “Premio Ducci per la Pace”, riconoscimento annuale assegnato a personalità che si distinguono nell’ambito della cooperazione e della solidarietà internazionale. L’organizzazione del concerto, iniziata nel 2006, viene riproposta ogni anno quale significativo momento di sensibilizzazione sulla questione  della pace. Per questa edizione l’esecuzione è stata affidata al m.o Luigi Piovano, primo violoncellista dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ed al m.o Giuliano Mazzoccante (pianoforte) direttore del teatro Marrucino di Chieti e fondatore e direttore della Music & Art International Academy sempre di Chieti.

Gli artisti, particolarmente applauditi, hanno privilegiato musiche di Ottorino Respighi e Serghei Rachmaninoff. Quest’ultimo compositore mi richiama il ricordo del compianto Maestro Robleto Merolla (1937–2010), celebre tenore drammatico, strettamente legato al Conservatorio Statale di Musica G. Rossini di Pesaro sia come studente (fu l’ultimo allievo del leggendario maestro Arturo Melocchi del quale ha sempre sollecitato una adeguata commemorazione) sia, successivamente, dopo il suo precoce ritiro dalle scene, come apprezzato docente di Canto. Di qui la mia lunga frequentazione con lui in quanto ricoprivo l’incarico di presidente dell’Istituto musicale. Il repertorio e l’insegnamento di Merolla includevano romanze e arie del repertorio lirico e cameristico internazionale tra cui figuravano in particolare anche le romanze e i canti russi di Sergei Rachmaninoff, al quale dedicò un articolato concerto rimasto indimenticato: “Il Canto di Rachmaninoff”.

Prima della esecuzione del Concerto per la Pace nella Sala della Protomoteca il presidente Ducci ha rivolto il saluto della Fondazione ai presenti ponendo in particolare rilievo che oggi per governanti e politici la pace è il primo problema da affrontare respingendo i tentativi di chi intende minacciarla. L’onorevole Fabrizio Cicchitto, dal canto suo, ha sottolineato che nessuno vuole la guerra, a parole però, e non sempre pronunciate in buona fede. Indice dei reali pericoli presenti è l’adesione di Paesi come la Svezia e la Finlandia, da sempre neutrali, alla Nato. Illustrata l’evoluzione della politica internazionale negli ultimi decenni, Cicchitto ha concluso affermando che o l’Europa supera le sue contraddizioni e copre gli spazi che gli Usa stanno lasciando scoperti o i valori su cui si è finora retto l’Occidente  rischiano di essere travolti.

In foto-Presidente della Fondazione Paolo Ducci

 

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Antonio Berloni, la signorile modestia di un personaggio di successo

Antonio Berloni nato a Serrungarina (PU) nel 1936, famoso imprenditore, ha compito novant’anni. Un bel traguardo che la città di Pesaro, insieme al sindaco, Andrea Biancani, hanno caldamente festeggiato. Nell’occasione a Berloni è stata consegnata la pergamena ‘Plauso della città’, attestazione onorifica con cui si è voluto tributare “un riconoscimento – ha detto il sindaco Biancani – che racconta la gratitudine di tutta la comunità verso uno dei grandi protagonisti della storia economica e imprenditoriale del nostro territorio”.

La festa è stata molto partecipata: “Era presente addirittura una persona arrivata dalla Cina e che non vedevo da tanti anni – spiega Antonio Berloni ancora entusiasta -. Mi ha fatto davvero molto piacere rivedere così tanti amici, non me lo sarei mai aspettato. È stato emozionante”. Ed ha aggiunto: ”Se sei generoso e dai nella vita, poi l’affetto e la stima delle persone ti torna sempre indietro. Lo dimostrano anche tutte le persone che si sono fatte sentire in questi giorni”.

Conferma la sensibilità e la generosità del suo animo la conclusione del suo discorso: ”La soddisfazione più bella è la riconoscenza delle persone”. A novant’anni Antonio – e ne avrebbe ben diritto – si è accomodato in poltrona? Nossignori. Lui stesso precisa: ”Mi comporto esattamente come chiunque altro, continuando a lavorare ogni giorno, con uno sguardo rivolto sempre verso il futuro e sostenendo anche i giovani e le nuove generazioni che sono impiegate in azienda”.

E allora vediamo come è giunto, insieme al fratello Marcello, a dar vita alle sue aziende.

Dalle sue campagne di Serrungarina, si è trasferito a Pesaro da ragazzo per dedicarsi alla falegnameria aprendo insieme a Marcello una modesta bottega che in seguito si specializzerà nella produzione di mobili da cucina, assumendo quindi nel 1960 la denominazione di Mobili Berloni.

Negli anni l’azienda ha un fiorente sviluppo e conquista specie in Italia ampie aree di marcato. Finché nel 1993 viene costituita la Berloni International s.r.l. per rafforzare ulteriormente la presenza del suo marchio a livello internazionale, mentre nel 1996 l’azienda pesarese attua una diversificazione produttiva entrando nel settore dei mobili d’arredamento. L’accoglienza iniziale verso il prodotto fu molto positiva dal punto di vista dell’immagine. In particolare in Cina il marchio “Berloni” veniva percepito come un simbolo del lusso, del design e dello stile di vita italiano, ideale per arredare i nuovi complessi residenziali della crescente classe medio-alta cinese: fascino del Made in Italy. Antonio Berloni, molto soddisfatto della ospitalità cinese, mi raccontava: “Pensa, perfino attorno allo stabilimento oltre alle ottime vie d’accesso, allestiscono prati e arredi floreali. Cose che qui ci sogniamo”. Erano i tempi in cui la Cina cercava di imparare. Poi è diventata lei maestra, almeno in molti rilevanti settori.

Tra il 2005 e il 2006, il gruppo  avviò una joint venture strategica in Cina, dando vita alla “Guangdong Iceco Enterprise Ltd”. Questa sussidiaria si è occupata per anni della produzione di apparecchi di refrigerazione destinati principalmente al mercato automobilistico. Brillava però l’arredamento. Durante gli anni d’oro della crescita internazionale, la società aprì la divisione “Berloni Asia”. Questa branca asiatica gestiva gare d’appalto e ordini per la fornitura di migliaia di cucine nei mercati orientali, inclusa la Cina continentale.

Nel periodo della sua massima espansione globale e prima della complessa crisi aziendale degli anni successivi, lo storico marchio pesarese Berloni Cucine è stato presente in più di 50 paesi nel mondo, distribuiti in 4 continenti. Erano anche i periodi delle feste organizzate dai principali imprenditori del mobile operanti nel fiorente distretto di Pesaro. Celebri quelle dei Berloni con artisti di fama ed omaggi a tutti gli intervenuti, come ad esempio  il piatto di ceramica del 1986 con la riproduzione della “rosa di Pesaro”.

Oltre che in Cina venivano aperti showroom esclusivi e partnership industriali anche in Turchia ed a Taiwan. Pur avendo il mercato italiano storicamente rappresentato la quota principale del fatturato (circa il 70%).

Nel frattempo Antonio Berloni e la sua famiglia nel 1988 acquisiscono l’intera gestione della Indel B S.p.A. situata a Sant’Agata Feltria (Rimini) azienda specializzata nella produzione di piccoli frigoriferi ed impianti di climatizzazione per l’automotive (camion e auto di lusso), la nautica da diporto, i veicoli ricreazionali e l’hospitality (minibar per hotel) diventando una multinazionale quotata in Borsa e uno dei motori economici principali dell’Alta Valmarecchia. La Indel B ha collaborato anche con la Nasa che la selezionò per una sfida tecnologica importantissima: progettare e realizzare un frigorifero unico al mondo da installare a bordo dello Space Shuttle Columbia.

La particolarità di questa fornitura risiedeva nei requisiti tecnici estremi. L’elettrodomestico doveva infatti funzionare perfettamente in assenza totale di gravità e continuare a refrigerare anche affrontando rotazioni continue a 360 gradi.

Nonostante questa proiezione oltre che internazionale direi anche “stellare”, Antonio Berloni non ha mai abbandonato la sua amata campagna. Non ha mai dimenticato né reciso le sue radici contadine nate nei campi di Serrungarina, tratto celebre e indiscutibile della sua storia personale.

Antonio ha sempre dichiarato che la solidità, la concretezza e la dedizione applicate nelle sue fabbriche (dalla Berloni Cucine fino alla Indel B) derivavano proprio dai valori della civiltà contadina in cui era cresciuto. Colmo di successi ed insignito del prestigioso titolo di Cavaliere del Lavoro non ha mai operato per esporre la propria immagine.

Marcello, il fratello, era più portato alle pubbliche relazioni, a svolgere interventi nelle circostanze pubbliche. Un giorno gli chiesi la disponibilità ad una intervista con un giornalista. Mi dirottò su Marcello perché, disse scherzosamente, “el chiacheron l’è lu!”. E più che vantarsi dei propri risultati anche durante la festa che gli è stata tributata ha manifestato la “volontà di condividere il proprio successo con il territorio, con la città, con i dipendenti e con gli altri imprenditori”.

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