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La risposta sul no alla violenza sarà corale? L’interrogativo di Merlo

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto un appello recentemente a tutte le forze politiche. In sé un appello banale e persino scontato. E cioè, che tutti i partiti e le forze politiche dicano un no secco e condiviso alla violenza – sempre più drammatica e sempre più inquietante – e, al contempo, impegnarsi tutti a difendere la legittima e costituzionale libertà di manifestazione democratica ma senza alcuna tolleranza nei confronti della deriva violenta. Teppistica o criminale che sia.

Ed è proprio attorno a questo invito, ripeto in sé banale nonché scontato, che paradossalmente e inspiegabilmente emergono i soliti distinguo. Distinguo che legittimano, di conseguenza, le zone d’ombra, i balbettamenti, gli equivoci e in ultimo, ma non per ordine di importanza, una dubbia presa di distanza dalla violenza. E questo per un semplice motivo: visto che la guida politica dell’attuale opposizione è nelle mani della sinistra radicale, massimalista, estremista e populista, l’obiettivo politico di fondo è quello di distruggere il nemico politico. E, di conseguenza, nulla può vedere l’attuale sinistra accomunata con l’attuale maggioranza di governo su nessuna priorità politica. Neanche nella difesa della democrazia e nel pieno e convinto respingimento di ogni forma di violenza politica e di piazza. Perché, alla fine, le parole d’ordine sono sempre quelle di dire “no alla violenza” aggiungendo però sempre un “ma” e un “però”. E proprio quel “ma” e quel “però” portano sempre, e di conseguenza, a privilegiare la comprensione del disagio sociale e, di conseguenza, a capire e a volte anche a giustificare la violenza di piazza che si respinge per principio ma sempre e solo solo formalmente e burocraticamente.

Ora, e al di là delle posizioni dei singoli partiti che sono note e che non richiedono neanche di essere ulteriormente approfondite, si tratta di capire se questo nodo, squisitamente politico, può essere sciolto o meno. E cioè, per essere ancora più chiari e semplici, c’è o meno la volontà per arrivare ad un “no” condiviso della violenza e, nello specifico, della violenza di piazza? Perchè se quel “no condiviso” alla violenza non può essere pronunciato per una insuperabile pregiudiziale politica ed ideologica nei confronti del nemico – cioè l’attuale governo guidato da Giorgia Meloni – si corre il serio rischio di un imbarbarimento progressivo della nostra vita democratica e della stessa messa in discussione della qualità della nostra democrazia e della solidità delle stesse istituzioni democratiche.

Forse è arrivato il momento, al di là delle solite e ormai note e consolidate pregiudiziali ideologiche e politiche, di stringere un “patto costituzionale” come negli anni ‘70 e ‘80 tra le principali formazioni politiche e democratiche del nostro Paese per battere e contrastare la violenza politica. Se questo non dovesse accadere sapremo, alla fine, chi contrasta decisamente la violenza e chi, invece e al contrario, la tollera, la comprende, la capisce e, alla fine, forse anche la giustifica.

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Perché il Centro deve ripartire dalla cultura di governo. La versione di Merlo

C’è un aspetto, giustamente sottolineato nei giorni scorsi da Bruno Tabacci, che oggi può e deve qualificare il Centro nella politica italiana. E cioè, il Centro si deve caratterizzare anche e soprattutto sul terreno della competenza. Competenza politica, innanzitutto, e non solo quella accademica o specialistica. Ma è indubbio che la competenza politica significa, soprattutto dopo la decadente, nefasta e devastante stagione populista e qualunquista, declinare una vera e credibile cultura di governo. Ed è proprio su questo versante che avere persone e risorse che sono in grado di possedere la competenza di governo significa anche introdurre un valore aggiunto per la qualità della politica contemporanea.

Certo, l’ideologia “dell’uno vale uno” da un lato e la mancanza di formazione e di preparazione politica della classe dirigente dall’altro erano e restano all’origine della crisi profonda della politica italiana. Una competenza e una preparazione politica, culturale e di governo che avevano invece caratterizzato le migliori classi dirigenti della prima repubblica. A cominciare proprio dal partito popolare, di massa interclassista e di centro per eccellenza, cioè la Democrazia cristiana. Una costante che è proseguita anche nella prima fase della seconda repubblica per poi arenarsi progressivamente se non scomparire del tutto perché sacrificata sull’altare delle nuove derive che si affacciavano all’orizzonte. Su tutte, appunto, la deriva populista, qualunquista e demagogica. Ora, però, sempreché si voglia ridare qualità alla democrazia e soprattutto una rinnovata credibilità alla politica, alle istituzioni democratiche e alla stessa efficacia dell’azione di governo, è sempre più indispensabile e necessario recuperare quella competenza che in politica è sinonimo di preparazione e di progettualità. Ingredienti che, purtroppo, in questi ultimi anni sono pressoché tramontati anche perché il profilo dei nuovi partiti – o meglio dei partiti personali e dei cartelli elettorali che hanno fatto irruzione nella vita pubblica del nostro Paese – ha assunto altri contorni e altre fisionomie. Dove, cioè, la fideistica fedeltà al capo partito ha, di fatto, sostituito qualsiasi altro criterio nella selezione concreta della classe dirigente.

Ecco perché oggi il Centro ha quasi il dovere morale, prima ancora che politico, di restituire credibilità al progetto politico attraverso il recupero di quella competenza che storicamente ha contraddistinto quella esperienza politica nel nostro Paese. Perché il Centro, com’è evidente, non può più limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale, vagamente ideologico o ridursi, peggio ancora, a fare da semplice e sterile soprammobile come avviene all’interno del Pd di Schlein. No, il Centro ritrova la sua antica vocazione ad una sola condizione. E cioè, che ritorni protagonista nella cittadella politica italiana, anche a prescindere dalla sua consistenza elettorale. Ma questo obiettivo lo si può realisticamente percorrere solo se si riesce a rimettere in campo quella competenza e quella progettualità politica che, appunto, da sempre lo ha caratterizzato in tutti i tornanti più decisivi della nostra storia democratica.

Un obiettivo, anzi l’unico ed esclusivo obiettivo, che oggi può qualificare il ritorno del Centro nello scenario politico italiano ancora dominato, purtroppo, dagli “opposti estremismi” o, per dirla con un linguaggio più contemporaneo, dagli “opposti populismi”.

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Ora i centristi dicano cosa vogliono fare. La versione di Merlo

È ormai abbastanza evidente che adesso i centristi devono dire apertamente, e chiaramente, cosa vogliono fare e come si vogliono comportare nella dialettica politica italiana contemporanea. Al riguardo ci sono due concrete considerazioni che non possono non essere evidenziati. Innanzitutto il centro, e di conseguenza i centristi, non possono più limitarsi a giocare un ruolo residuale, marginale, periferico e politicamente del tutto marginale. Il dibattito a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi è abbastanza deprimente per il futuro e la prospettiva del centro.

Quando una coalizione come quella del “campo largo” è egemonizzata sotto il versante politico, culturale e programmatico dalla sinistra populista, radicale, massimalista ed estremista è di tutta evidenza che l’apporto delle potenziali ed eventuali forze centriste è semplicemente irrilevante. È appena sufficiente, al riguardo, osservare concretamente il peso reale di tutto ciò che non è riconducibile al campo della sinistra progressista per rendersi conto che il centro da quelle parti è sostanzialmente ridotto al peso che avevano i “cattolici indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci negli anni ‘70 e ‘80. Cioè politicamente nulla. E non è un caso, del resto, che la frammentazione delle mille sigle centriste nella coalizione di sinistra e progressista è solo funzionale alla richiesta di avere qualche seggio parlamentare gentilmente offerto dagli azionisti di maggioranza dell’alleanza.

Sul versante del centro destra, e specularmente, la situazione è leggermente diversa ma non granchè perché il peso, l’autorevolezza e il carisma della premier di Giorgia Meloni sono talmente forti ed oggettivi che indeboliscono, se non oscurare del tutto, l’apporto e il contributo delle forze centriste. Il ruolo e il peso di Forza Italia, nello specifico, non sono in grado nè di rappresentare un autentico luogo politico centrista e nè, al contempo, di condizionare adeguatamente il progetto politico complessivo della coalizione stessa. Insomma, due situazioni che evidenziano, di fatto, l’impotenza e la sostanziale irrilevanza politica e progettuale della politica di centro, del progetto di centro e della stessa cultura politica di centro. Una situazione, come ovvio, che non può essere la via più gettonata per chi continua ad individuare nella politica di centro una risposta positiva e concreta alle difficoltà della politica contemporanea.

In secondo luogo, e specularmente, il centro assolve al suo ruolo se è in grado di ritornare politicamente protagonista. O all’interno della coalizione di riferimento oppure dando vita ad un centro autonomo e sganciato dai due poli maggioritari.

In entrambi i casi, però, non può ridursi a giocare un ruolo puramente ancillare e, di conseguenza, del tutto irrilevante. Certo, nessuno pensa di ritornare ad una stagione, quella della prima repubblica, dove il centro ha giocato un ruolo decisivo e determinante sotto il profilo politico e progettuale e della stessa cultura di governo. Un ruolo, meno incisivo, che comunque sia è stato praticato anche durante la prima fase della seconda repubblica dove le forze centriste hanno saputo giocare un ruolo decisivo. Non a caso si parlava ancora di centro sinistra e di centro destra. Ecco perché, e al di là di molte chiacchiere, la posta in gioco è abbastanza semplice da descrivere. E cioè, o si ha il coraggio di ritornare politicamente protagonisti oppure, e di conseguenza, ci si riduce ad essere del tutto marginali e periferici. Un epilogo, va pur detto, che sarebbe triste e anche un po’ decadente per una nobile e gloriosa cultura politica che ha caratterizzato ed accompagnato la stessa crescita e consolidamento della nostra democrazia.

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