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A Miami si tratta, su Kyiv piovono droni. Il doppio binario della guerra raccontato da Niglia

Washington torna a spingere sul tavolo negoziale. Venerdì 9 ottobre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner incontrano a Miami i rappresentanti ucraini per discutere una nuova proposta congiunta che, secondo la Casa Bianca, abbraccia tutti gli aspetti del conflitto con l’obiettivo di porvi fine. La base di discussione sono le proposte elaborate dai negoziatori americani con interlocutori russi e ucraini durante le visite di inizio settembre, quando avevano incontrato prima Vladimir Putin a Mosca e poi Volodymyr Zelensky a Kyiv.

La delegazione ucraina sarà guidata da Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale, insieme a Rustem Umerov, oggi alla guida dell’intelligence esterna, al capogruppo di Servitore del Popolo David Arakhamia e a Serhiy Kyslytsya, primo vice capo dell’ufficio presidenziale. Al bilaterale seguirà una sessione allargata con i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania e con rappresentanti di Nato, Ue e del Comando europeo statunitense, oltre al Consiglio per la sicurezza nazionale e al Tesoro americano. In agenda anche un piano di ricostruzione e prosperità postbellica.

“Questo è uno dei molti incontri che si vanno susseguendo, per cui sulla carta non ci sarebbe nulla di nuovo, però si tratta di un format diplomatico particolarmente interessante”, nota per Formiche.net Federico Niglia, professore di storia internazionale presso l’Università per stranieri di Perugia. “A Miami avremo una delegazione ucraina accompagnata da una delegazione dell’Unione Europea alle prese con i negoziatori di Washington. E quello che si configura sulla base di questo fattore è un modello asimmetrico di negoziato diplomatico: alla fine la grande tessitura viene affidata al negoziatore americano, ma è molto rilevante il fatto che gli ucraini confidano molto nella presenza degli europei, anche per evitare compromessi troppo a ribasso. E in questo senso il ruolo di Ursula von der Leyen, e più in generale della Commissione, è proprio quello di delineare un accordo potenziale per ora assolutamente in mente dei, che possa però tenere in piena considerazione gli interessi ucraini e non concedere a svendite troppo rilevanti sugli interessi degli europei”.

Niglia sottolinea poi un altro aspetto particolarmente interessante, quello del collegamento che inizia a profilarsi tra l’accordo e l’allentamento del regime sanzionatorio, per cui iniziano a porsi sul tavolo elementi più concreti per un negoziato, cioè che cosa dare in cambio di che cosa. “Infine”, chiosa il professore, “il fattore urgenza legato al tema energetico, che può essere visto naturalmente in un’ottica stagionale di arrivo dell’inverno, che secondo me si inserisce all’interno di un discorso più vasto, vede sempre più l’energia come fattore critico e come acceleratore del negoziato diplomatico”.

E proprio sul tema energetico si inserisce un calcolo militare. Come ricostruisce la Jamestown Foundation, grazie alla stampa 3D di componenti per turbine, Mosca ha ridotto drasticamente i costi dei Geran a reazione, (che oggi si collocherebbero tra i 50 e i 70 mila dollari), avviandone la produzione di massa e moltiplicandone esponenzialmente l’impiego a partire dalla scorsa estate. Più simili a missili da crociera che ai vecchi Shahed, volano tra 400 e 1.000 chilometri orari, a quote molto più alte, con guida assistita dall’IA e antenne anti-jamming, caratteristiche che le permettono di aggirare le difese ucraine contro distributori di carburante, ferrovie, data center e rete energetica. Kyiv ha toccato il record di 20 ore sotto allarme il 30 settembre, e ogni ora di allerta costa all’economia 45 milioni di dollari. In questa situazione, la pressione sulla popolazione è tornata ad essere a livelli altissimi. Questo Mosca lo sa, e di sicuro la cosa non facilita il compromesso.

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Auto sì, il resto si vedrà. La mezza vittoria dell’Ue in Cina

Non è una una pax commerciale, anzi. Però i buoni propositi ci sono e bisognerà vedere se reggeranno alla prova dei fatti. Cina ed Europa si sono studiate, guardate negli occhi. Lasciandosi con reciproche promesse. La due giorni del commissario Maros Šefčovič a Pechino porta in dote alcune certezze e qualche interrogativo. Partendo dalle prime, Dragone e Unione europea hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, che proprio Bruxelles aveva minacciato di mettere al bando, alla vigilia della partenza di Šefčovič. D’altronde, che la concorrenza cinese sul versante delle auto sia a dir poco sleale, è fin troppo noto.

“Le due parti hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, conforme alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio”, si legge nel testo del comunicato del ministero del Commercio cinese, dove non vengono forniti ulteriori dettagli. Bruxelles auspicava che Pechino si impegnasse a ridurre volontariamente le proprie esportazioni di veicoli ibridi. Pechino e Bruxelles, viene chiarito, proseguiranno inoltre le procedure relative agli impegni sui prezzi assunti dalle aziende. Insomma, una prima pietra c’è. Ora bisogna costruire il resto.

Poi c’è l’altro versante quello del deficit, forse il più delicato. La Cina vende in Europa troppo e a prezzi troppo bassi. Lo stesso non può fare l’Europa, però. La moral suasion di Bruxelles, sotto forma di diverse strette commerciali al grido di made in Europe, ha funzionato. Se non altro perché, altro comunicato, “Cina e Unione europea hanno concordato di rafforzare i colloqui commerciali”, con Pechino che ha promesso di agevolare l’esportazione di terre rare verso il Vecchio Continente. “Le due parti hanno ribadito la necessità di rafforzare il dialogo sui controlli alle esportazioni”. E il Dragone è disposto a “continuare ad agevolare l’esame e l’approvazione delle licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti verso l’Europa”.

Ve bene, l’intenzione c’è. Ma poi? Ora entrano i gioco le diplomazie. Anche se, qualcuno, in Ue vorrebbe più polso, più risolutezza. Insomma, barricate ora e subito. La missione a Pechino di Šefčovič, va detto, si incrocia con l’offensiva politica firmata da Macron e Merz. In una lettera congiunta inviata alla Commissione europea lunedì, Francia e Germania chiedono l’introduzione urgente di uno strumento di risposta rapida con l’obiettivo di dotare la Commissione di poteri commerciali speciali per applicare sanzioni e barriere tariffarie in tempi brevi, superando i lunghi iter burocratici delle tradizionali indagini antidumping e anti-sovvenzioni. L’iniziativa sancisce così la convergenza dei due motori dell’Unione: Parigi, da sempre sostenitrice del protezionismo strategico, ha trovato l’appoggio di una Berlino tradizionalmente più cauta ma che oggi si riscopre spaventata dalla crisi della propria industria automobilistica. In mezzo, la diplomazia.

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Chi è Navi Pillay, il Premio Nobel per la Pace che ha fatto arrabbiare Trump e Israele

Navanethem ‘Navi’ Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, è il Premio Nobel per la Pace 2026. Nata il 23 settembre 1941 a Durban, in una famiglia di origine tamil indiana, Pillay è cresciuta sotto il regime di segregazione razziale sudafricano, diventando una delle prime donne di origine indiana ad esercitare la professione di avvocata nel Paese. Durante l’apartheid ha difeso oppositori politici del regime. Un nome per tutti Nelson Mandela.

Laureata in Giurisprudenza all’Università del Natal, in Sudafrica, ha proseguito gli studi ad Harvard. Dopo la fine dell’apartheid, nel 1995 è diventata giudice dell’Alta Corte sudafricana. Ha ricoperto incarichi al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, facendo parte di quelle che furono considerate sentenze storiche, che hanno riconosciuto come lo stupro e la violenza sessuale possono costituire atti di genocidio e crimini contro l’umanità.

In seguito è stata giudice della Corte penale internazionale dell’Aia. Dal 2008 al 2014 ha ricoperto l’incarico di Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, occupandosi delle principali crisi internazionali. Cofondatrice dell’organizzazione Equality Now, impegnata nella difesa dei diritti delle donne, Pillay ha contribuito allo sviluppo della giurisprudenza internazionale sulla violenza sessuale nei conflitti armati. Ha lasciato la presidenza della commissione nel 2025. Attualmente è giudice ad hoc designato dal Gambia nel procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro la minoranza rohingya.

Pillay, come presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’Onu sul territorio palestinese occupato, nel 2025 ha accusato Israele di genocidio a Gaza. “Assegnare il Premio Nobel per la Pace a Pillay non è un atto di giustizia, ma la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele”, è stata la reazione del ministero degli Esteri israeliano in una nota. Anche il presidente americano, Donald Trump, su Truth ha criticato duramente l’assegnazione. Ha conidiviso infatti un post dello studio legale che fa capo a David Schoen nel quale si dice che “oggi il Comitato per il Nobel si è screditato in modo irreparabile e ha svilito il Premio Nobel per la Pace, un tempo prestigioso, assegnandolo a Navi Pillay delle Nazioni Unite. Nel suo ruolo ha celebrato i terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una ‘indagine fasulla’, sostenendo di aver accertato che Israele ha commesso un genocidio e sollecitando un procedimento giudiziario. Non ha alcuna credibilità in nessun ambito serio e non ha mai fatto nulla per promuovere la Pace”.

Secondo il comitato per il Nobel invece Pillay “attraverso procedimenti giudiziari internazionali di importanza storica, ha dimostrato che le misure giuridiche possono contribuire a prevenire atti di guerra e violenza. Navi Pillay ha inoltre contribuito a rafforzare le istituzioni del diritto internazionale. La sua indipendenza, la sua competenza e la sua fermezza l’hanno resa una delle giuriste internazionali più stimate del nostro tempo”.

“Nell’assegnare il Premio Nobel per la pace di quest’anno, il Comitato Nobel norvegese intende ricordare al mondo che lo Stato di diritto – sia a livello nazionale che internazionale – costituisce il fondamento del sistema creato per garantire la pace e risolvere i conflitti in modo non violento. La pace richiede giustizia. La storia ha dimostrato che un mondo privo dello Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano. I giudici – custodi di quel sottile confine tra ordine e caos – meritano dunque il nostro più vivo apprezzamento. Tuttavia, oggi, mentre questi stessi giudici subiscono sanzioni e le loro istituzioni vengono attaccate, abbiamo bisogno di persone dotate di coraggio, lungimiranza e determinazione: qualità che Navi Pillay dimostra costantemente nel suo operato. Navi Pillay ha chiamato Stati e leader nazionali a rispondere delle proprie azioni, infondendo speranza nelle vittime di violenze e conflitti. In tutti gli incarichi ricoperti, ha sottolineato la responsabilità di individui e Stati nel rispettare lo Stato di diritto, contribuendo inoltre a definire le norme e i principi giuridici in materia. La sua influenza è stata determinante quando il Tribunale penale internazionale per il Ruanda ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire crimini contro l’umanità – oltre che genocidio. Nel medesimo procedimento, Navi Pillay ha svolto un ruolo chiave in un’altra importante svolta giuridica: per la prima volta, un imputato è stato accusato di istigazione al genocidio sulla base della sola diffusione di propaganda”, concludono la motivazione.

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Trump mobilita la scienza americana. La nuova frontiera della competizione tecnologica

La Casa Bianca vuole riportare la ricerca scientifica al centro della strategia di potenza americana. Con il summit Science: A New Golden Age, l’amministrazione di Donald Trump ha annunciato l’8 ottobre un pacchetto di iniziative che mobilita oltre sei miliardi di dollari tra governo federale, industria, università e fondazioni filantropiche. L’ambizione dichiarata è la più ampia riorganizzazione del sistema scientifico statunitense degli ultimi decenni, attraverso l’integrazione pressoché totale dell’intelligenza artificiale nei processi di ricerca e il rilancio delle grandi missioni tecnologiche nazionali.

Il programma sviluppa le indicazioni del rapporto Science: A New Golden Age, elaborato nei mesi scorsi da Michael Kratsios, direttore dell’Office of Science and Technology Policy. Il documento propone di ripensare le modalità con cui gli Stati Uniti finanziano, organizzano e conducono la ricerca, adattandole a un contesto nel quale la disponibilità di capacità computazionale, dati e infrastrutture sperimentali sta diventando determinante quanto il talento scientifico.

La principale novità riguarda la Genesis Mission, il programma federale per accelerare la scoperta scientifica attraverso l’AI. Undici partner industriali hanno annunciato impegni per 2,4 miliardi di dollari in strumenti e crediti di calcolo. Nvidia contribuirà per un miliardo, AMD per 500 milioni, OpenAI per 200 milioni, Anthropic e Google per 150 milioni ciascuna. Le risorse si inseriscono in un’iniziativa già sostenuta da oltre cinque miliardi di dollari di impegni federali annunciati a luglio.

Washington intende collegare laboratori nazionali, università, sistemi di supercalcolo e piattaforme di intelligenza artificiale, mettendo queste capacità a disposizione di programmi di ricerca coordinati. Sono previsti nuovi poli regionali di calcolo scientifico, oltre 100 milioni di dollari per strumentazione avanzata e laboratori autonomi, e un investimento da un miliardo in Georgia per infrastrutture computazionali e formazione.

Il ritorno delle grandi missioni nazionali

L’iniziativa comprende programmi che spaziano dalla biologia computazionale all’energia nucleare spaziale. Una collaborazione da 1,8 miliardi di dollari tra National Institutes of Health, Dipartimento dell’Energia e Biohub punta a sviluppare modelli virtuali dei sistemi biologici, mentre una competizione da 215 milioni sosterrà applicazioni scientifiche del calcolo quantistico.

NASA e Dipartimento dell’Energia lavoreranno inoltre allo sviluppo di sistemi nucleari destinati all’esplorazione spaziale, compresi un veicolo diretto verso Marte, il cui lancio è previsto nel 2028, e un reattore a fissione sulla superficie lunare.

Accanto agli investimenti, l’amministrazione promuove nuovi modelli istituzionali, come gli X-Labs, organizzazioni multidisciplinari concepite per affrontare problemi scientifici complessi con maggiore autonomia rispetto alle strutture accademiche tradizionali.

Il riferimento esplicito al Progetto Manhattan, che durante la Seconda guerra mondiale portò allo sviluppo della prima bomba atomica, e al programma Apollo, che nel 1969 condusse l’uomo sulla Luna, rivela la dimensione politica dell’iniziativa. Trump intende recuperare una tradizione americana nella quale il governo federale mobilita risorse pubbliche e private intorno a obiettivi scientifici considerati di interesse nazionale.

Il capitalismo tecnologico diventa politica di potenza

È probabilmente questo l’aspetto più significativo del programma, quello che acquisisce valore strategico. L’amministrazione americana sta cercando di costruire un nuovo rapporto tra Stato, ricerca e industria tecnologica, nel quale le capacità sviluppate dalle grandi aziende dell’AI diventano parte dell’infrastruttura scientifica nazionale.

La trasformazione risponde anche alla crescente intensità della competizione con la Cina. La leadership nei modelli di intelligenza artificiale rappresenta un vantaggio importante, ma la sua rilevanza strategica dipenderà dalla capacità di tradurla in progressi nella biotecnologia, nei materiali avanzati, nell’energia, nella manifattura e nelle applicazioni militari.

Washington sembra dunque voler sfruttare uno dei principali punti di forza del sistema americano: la capacità di combinare capitale privato, ricerca universitaria e infrastrutture federali, orientandoli verso priorità condivise. È una forma di politica industriale che attribuisce allo Stato un ruolo di indirizzo senza rinunciare alla centralità delle imprese tecnologiche.

La scelta presenta tuttavia alcune contraddizioni. La mobilitazione annunciata arriva dopo una stagione di tagli e contestazioni ai finanziamenti federali alla ricerca. Inoltre, il crescente peso dei grandi operatori privati potrebbe rendere l’accesso alle infrastrutture scientifiche sempre più dipendente da un numero ristretto di aziende. Resta da verificare quanto gli impegni dichiarati produrranno investimenti effettivi e risultati scientifici misurabili.

La sfida americana riguarda quindi anche la sostenibilità istituzionale del progetto. Le grandi missioni scientifiche richiedono continuità, finanziamenti prevedibili e capacità di attrarre talenti, condizioni che devono sopravvivere ai cicli politici.

Perché interessa l’Italia

La strategia americana possiede anche una dimensione internazionale. Il 4 ottobre, a Kyoto, gli Stati Uniti e altri sedici Paesi, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto la Kyoto Vision for a Golden Age of Science, una dichiarazione che promuove nuovi modelli di ricerca, l’accesso condiviso alle infrastrutture scientifiche e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi di scoperta.

L’adesione italiana si inserisce in una cooperazione già avviata con Washington su calcolo avanzato, tecnologie quantistiche, biotecnologie e ricerca nucleare. Si aggiunge inoltre alla partecipazione di Roma a Pax Silica e agli accordi bilaterali sulle materie prime critiche.

Sono iniziative distinte, ma riconducibili a una medesima evoluzione strategica: gli Stati Uniti stanno organizzando reti di partner affidabili lungo una filiera che collega risorse, infrastrutture digitali, capacità industriali e produzione della conoscenza. Per l’Italia, dotata di competenze scientifiche e manifatturiere rilevanti, la questione sarà trasformare l’allineamento politico in accesso concreto a tecnologie, infrastrutture e programmi di ricerca, preservando al tempo stesso il proprio ruolo nell’ecosistema europeo. Il momento è adesso, sembrano dire le varie iniziative che lancia la Casa Bianca

Anche perché la posta in gioco supera il perimetro della politica scientifica. Nella visione che prende forma a Washington, la capacità di produrre conoscenza diventa sempre più direttamente una componente della potenza nazionale e delle alleanze internazionali.

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Italia-Usa, l’alleanza transatlantica resta il pilastro dell’Occidente. Gelmini spiega il valore del Columbus Day

Ogni postura che porti ad incrinare l’unità dell’Occidente è una postura sbagliata ma anche velleitaria. Indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione americana, serve lavorare per l’ancoraggio all’Occidente e all’alleanza transatlantica, passando per il sostegno all’Ucraina. Punti fissi che sono stati tali per il governo Meloni, ma non per il campo largo. Così a Formiche.net la senatrice di Noi Moderati, Mariastella Gelmini, presidente della Sezione bilaterale di amicizia Italia-Stati Uniti dell’Unione Interparlamentare.

MARIASTELLA GELMINI MINISTRO PER GLI AFFARI REGIONALI E LE AUTONOMIE

Il 12 ottobre è stato proclamato dal Presidente Trump il “giorno di Colombo”. Tra l’altro qualche giorno fa lei ha ricevuto a Roma una delegazione di Camera e Senato Usa. Come procedono le relazioni italo-americane?

Sono relazioni molto intense e, come lei ricordava, abbiamo proprio avuto questa settimana un confronto con una delegazione statunitense, interessata al funzionamento del Parlamento nei rapporti con i governi e un incontro sulle tematiche economiche, compresi i rapporti tra Europa e Cina, con uno sguardo anche sull’Ucraina. Le nostre eccellenti relazioni, come è noto, restano quindi improntate all’alleanza Nato ma anche alla diplomazia parlamentare. Tra i presenti, anche una delegazione dell’House Democracy partnership, una delegazione bipartisan di repubblicani e democratici.

Come prosegue la cooperazione tra Usa e Italia sulle questioni chiave? Che peso ad esempio avrà nel futuro un accordo così importante come quello sulla pax Silica?

Un peso assolutamente di rilievo. Da parte americana devo dire che c’è stato un grande rispetto nei confronti del lavoro che il governo Meloni sta facendo e un grande interesse per l’identità italiana negli Stati Uniti, come dimostra il richiamo alla figura di Cristoforo Colombo e alla necessità di non cedere alla cultura woke. Occorre fare in modo che questa identità italiana venga riconosciuta negli Stati Uniti e abbia una continuità nel tempo.

Quanto incide nelle relazioni con gli Stati Uniti la volontà del governo Meloni di rafforzare l’atlantismo, soprattutto mentre qualche leader europeo guarda troppo a Pechino?

Ciò che ho potuto cogliere da questi momenti di confronto è che c’è piena consapevolezza del ruolo che l’Italia sta svolgendo in Europa, dall’influenza della premier italiana sui dossier europei al rafforzamento dell’Alleanza atlantica rispetto alla questione cinese. Io ho avuto modo di evidenziare come il posizionamento italiano non possa prescindere dalla presa di coscienza degli effetti di sussidi pubblici massivi verso le società. I mercati cinesi non sempre sono improntati al rispetto della proprietà intellettuale, per cui il tema della concorrenza sleale esiste e, specialmente per noi del nord est, è un tema che impatta sul sistema delle piccole e medie imprese, che subisce da decenni la concorrenza cinese. Ho rappresentato loro tale quadro e hanno riconosciuto alla premier italiana di essersi sempre mossa nell’ottica di rafforzare l’alleanza transatlantica. E poi ho sottolineato l’importanza di un Occidente unito, quindi di rafforzare i rapporti non solo con l’Italia, che sono già buoni, ma con l’Europa intera. Tra Stati Uniti ed Europa inoltre c’è stata una recente direttiva sulla questione cinese che ritengo sia un passo nella giusta direzione.

Ieri sull’Acropoli il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un interessantissimo discorso ha rivolto un appello all’Occidente che si trova ad un bivio: il prossimo decennio determinerà se si manterrà al suo posto, al vertice del mondo, oppure se si accontenterà di un futuro in declino. Perciò le chiedo: quale la strada da imboccare per l’Occidente e soprattutto in che modo?

Intanto credo che serva una profonda consapevolezza di cosa rappresenta l’Occidente e della necessità di evitare atti di autolesionismo, perché molte volte siamo stati noi i primi a dividere l’Occidente. Democrazia, libertà, stato di diritto, rispetto dei diritti umani: non dimentichiamo che l’Occidente è esattamente questo e quindi credo che sia molto importante la consapevolezza di ciò che rappresentiamo, del portato storico di alcune conquiste e quindi di schierarci dalla parte giusta della storia, fino alla necessità di difendere l’unità dell’Occidente. Sicuramente oggi ogni postura che porti ad incrinare l’unità è una postura sbagliata ma anche velleitaria. Quindi credo che si debba assolutamente partire da lì e, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione americana, serve lavorare per l’ancoraggio all’Occidente e all’alleanza transatlantica, passando per il sostegno all’Ucraina. Punti fissi che sono stati tali per il Governo Meloni, ma non per il campo largo.

 

 

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L’AI è il nuovo fuoco per l’uomo. La visione di Elkann

John Elkann il visionario. Il ceo di Exor e presidente di Vento per un giorno smette il vestito grigio da industriale per vestire i panni comodi e informali dello startupper. E lo ha fatto dalle ex Officine Gran Riparazioni di Torino, il luogo dove un tempo si fabbricavano treni oggi si coltivano idee e tecnologie, grazie a rassegne del calibro di Wave by Vento, una delle principali conferenze tech in Europa e punto di incontro internazionale per founder, programmatori, appassionati e imprenditori del digitale e organizzata proprio dal fondo creato da Elkann.

Punto di partenza, l’Intelligenza artificiale, che per il nipote dell’Avvocato è il nuovo fuoco. “Siamo davanti a una rivoluzione tecnologica assoluta capace di cambiare la storia umana. Stiamo parlando dei primi momenti in cui noi umani cercavamo di capire come usare il fuoco e fare in modo che questo fuoco fosse usato, non bruciasse tutto”, ha metaforicamente spiegato il numero uno di Stellantis. “Dunque per noi quello che è importante non è concentrarci su cosa possiamo non più fare, ma è concentrarci su cosa possiamo fare che non immaginavamo fare”. Il messaggio di Elkann, che proprio pochi giorni fa ha aperto il suo primo profilo Linkedin, è fin troppo chiaro, l’Intelligenza Artificiale è un nuovo inizio, quasi l’alba di una nuova umanità.

Un paragone che serve a spiegare una traiettoria universale in cui l’innovazione tenderà a uniformare le geografie mondiali. “Dopodiché, se uno guarda a tutte le cose che siamo riusciti a fare grazie al fuoco, mai se le sarebbe immaginate allora», chiarisce il manager allontanando ogni allarmismo”. Ovviamente il ragionamento di Elkann si è poi ristretto sull’Italia.  La Penisola gioca un ruolo centrale in questa partita globale grazie al suo immenso capitale umano. “In Italia noi abbiamo tantissimo talento. Italiane e italiani, sia in Italia che nel mondo, hanno dimostrato grandissime capacità. Quello che avevamo osservato è che spesso non combaciavano, nel senso che chi era molto abile tecnicamente non aveva necessariamente il coraggio imprenditoriale, e chi aveva il coraggio imprenditoriale non aveva necessariamente le competenze tecniche”.

Da qui a fare due conti il passo è breve. Il ceo di Exor si aspetta nella sola Italia ben mille nuove startup in dieci anni. “Vento è veramente interessata agli italiani, dunque noi crediamo che gli italiani siano straordinari e che abbiano una fortissima capacità, dunque il nostro obiettivo è proprio di aiutare a valorizzare quella loro abilità e permettere a loro di creare in Italia e fuori. L’orizzonte del prossimo decennio punta a una crescita in forte accelerazione. L’ambizione per i futuri dieci anni prevede la creazione di oltre mille nuove imprese e gli investimenti si indirizzano con decisione verso settori di frontiera. Il grosso degli investimenti in Vento va verso delle conoscenze, delle industrie che non esistono. E Torino ha tradizionalmente sempre avuto una fortissima spinta al futuro», annota il fondatore riducendo al minimo il focus cittadino per abbracciare l’intero potenziale nazionale”.

 

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Allarme sicurezza, Anthropic mette a disposizione i suoi modelli contro gli hackeraggi

Mettere a riparo le infrastrutture energetiche chiave. Questo il senso dell’iniziativa promossa da Anthropic, pronta a offrire i suoi servizi alle aziende che proteggono reti elettriche ed idriche dagli attacchi cyber. La loro vulnerabilità è uno dei problemi principali quando si parla di sicurezza relativa all’intelligenza artificiale. Una manomissione di queste infrastrutture potrebbe causare conseguenze drammatiche per chi le subisce. Dario Amodei ha così deciso di provare a tappare il buco.

Come scrive Axios, i gestori fanno una fatica immane a stare al passo dell’AI. Le capacità con cui gli strumenti tecnologici riescono a infiltrarsi è stupefacente e allo stesso allarmante. Anthropic mette quindi a disposizione i suoi modelli per identificare e proteggere le vulnerabilità nei sistemi. Proprio per questo sta anche lanciando un servizio gratuito di scansione per poterle mappare e analizzare, così poi da rendicontare il tutto in dei report dettagliati su come questi buchi potrebbero essere sfruttati dai malintenzionati e quali soluzioni adottare. No solo. Promette anche di spedire ingegneri sul posto per verificare di persona la situazione, mentre promuoverà ricerche e studi sulle minacce aziendali.

L’intento è sicuramente lodevole. Restano però alcuni dubbi sulla sua capacità effettiva di portare a dei risultati. Capire come sanare le vulnerabilità è un’operazione tutt’altro che semplice e non è ancora chiaro in che modo le aziende potranno testare i modelli senza interrompere le loro attività. Anche i costi restano un mistero: potrebbe farsene carico Anthropic, ma non è detto.

Ad ogni modo, alzare le barriere è un’esigenza impellente. Come avvertono da Tech Against Terrorism, molti modelli di AI presentano protezioni insufficienti contro le richieste di aiuto. Tradotto: i terroristi hanno la strada quasi spianata. Lo affermano dopo aver condotto test su oltre 160 modelli, in una iniziativa promossa anche dall’Onu. Quei modelli sono stati sottoposti a centinaia di domande, compresa quella per capire come aiutare un terrorista che si sta preparando a colpire. I modelli – compreso Claude di Anthropic, ma anche Gemini di Google – hanno risposto in media all’1,9% delle domande poste da un utente che aveva chiare intenzioni terroristiche. In altri casi, il modello smetteva di rispondere. Per gli stessi modelli, il numero medio di risposte utilizzabili è stato pari al 16,9% quando l’utente specificava di presentare la richiesta nell’ambito di ricerche sulla sicurezza.

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Gcap, inaugurata a Torino la prima sede della joint venture Edgewing

Edgewing, la joint venture partecipata da Leonardo, Bae Systems e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co., ha inaugurato a Torino la propria sede italiana. La struttura entra così a far parte dell’organizzazione incaricata della progettazione e dello sviluppo del sistema aereo del Global combat air programme (Gcap), che coinvolge Italia, Regno Unito e Giappone nella realizzazione della futura capacità aerea da combattimento di sesta generazione.

Il primo hub nazionale della joint venture

Quella di Torino è la prima sede nazionale aperta da Edgewing dopo l’avvio delle attività del quartier generale nel Regno Unito. Nei prossimi mesi la società aprirà strutture analoghe negli altri due Paesi partner, con l’obiettivo di creare una rete di centri ingegneristici collegati alla gestione del programma. Il sito italiano è stato realizzato a ridosso delle attività aeronautiche già presenti nel capoluogo piemontese e costituirà il punto di riferimento nazionale per le attività di progettazione e sviluppo affidate a Edgewing. 

Intervenendo in occasione dell’inaugurazione, l’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, Lorenzo Mariani, ha richiamato il contributo atteso dall’industria italiana: “Il Gcap garantirà la sovranità tecnologica per le generazioni future; per me è motivo di orgoglio sapere che centinaia di ingegneri qui a Torino, e migliaia di altri in tutto il Paese, contribuiranno al suo successo”.

Per l’amministratore delegato della società, Marco Zoff, l’apertura della sede rappresenta una tappa nel percorso di consolidamento dell’organizzazione. “La nostra nuova sede in Italia rappresenta l’ultimo passo nella rapida crescita di Edgewing come organizzazione, mentre espandiamo l’azienda nei tre Paesi partner”.

Ingegneri da Italia, Regno Unito e Giappone

La struttura ospiterà personale proveniente dai tre Paesi coinvolti nel Gcap. In una prima fase saranno impiegati professionisti distaccati dalle aziende partner della joint venture, chiamati a lavorare in team integrati sulle attività di sviluppo del programma.

Le competenze presenti nel centro riguarderanno diversi settori dell’ingegneria aeronautica, dalla progettazione digitale all’integrazione dei sistemi, fino alle attività legate all’aeronavigabilità e alla certificazione.

“Il Gcap rappresenta la prossima generazione tecnologica e questa nuova sede offre a molti l’opportunità di unirsi a Edgewing e lavorare a progetti di ingegneria digitale tra i più avanzati al mondo”, ha affermato il direttore generale di Edgewing Italia, Giuseppe Lupoli. “Sono entusiasta di accogliere a Torino i colleghi provenienti dalle tre nazioni partner, mentre intraprendiamo insieme questo percorso”.

Il ruolo di Edgewing 

Costituita nel 2025, Edgewing è la società incaricata della progettazione e dello sviluppo del sistema aereo del Gcap. La joint venture è controllata in quote paritetiche da Leonardo, BAE Systems e Jaiec e opera come autorità di progettazione per il velivolo sviluppato congiuntamente dai tre Paesi.

Il programma punta alla realizzazione di una piattaforma aerea di nuova generazione destinata a operare in connessione con assetti distribuiti nei domini aria, terra, mare, spazio e cyber. Il progetto comprende inoltre l’integrazione di sensori avanzati, sistemi basati sull’intelligenza artificiale e capacità di cooperazione tra piattaforme con equipaggio e senza equipaggio. Nel corso della cerimonia inaugurale, Zoff ha sottolineato anche l’approccio adottato dalla società per lo sviluppo del programma: “Pronti a rivoluzionare il settore della difesa realizzando il progetto con tempistiche significativamente più ridotte rispetto ai programmi delle generazioni precedenti, puntiamo sull’innovazione e sull’energia che troviamo qui a Torino per sostenere la nostra accelerazione”.

Le attività previste in Italia

Edgewing Italia fungerà da riferimento nazionale della joint venture e contribuirà alle attività della design authority condivisa tra i partner del programma. A regime, la società prevede di raggiungere circa mille addetti nel nostro Paese. A questi si aggiungeranno ulteriori risorse di Leonardo impegnate nelle attività collegate al Gcap.

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Russia addio, ora all’India fa gola il petrolio del Venezuela

Il Venezuela della rinascita industriale e petrolifera ha senza ombra di dubbio cambiato gli equilibri mondiali dell’oro nero. D’altronde, con un quinto delle riserve planetarie sotto i suoi piedi, Caracas è oggi uno dei poli petroliferi potenzialmente più importanti del mondo. Gli Stati Uniti, a cui si deve l’apertura forzosa del mercato sudamericano, sul quale sono in programma oltre 100 miliardi di investimenti, hanno mosso le fila del riassetto, chiamando a raccolta le principali compagnie petrolifere, inclusa Eni. Sul Venezuela però pare adesso affacciarsi anche l’India, Paese dalla gran fame di oro nero e che fino a non molto tempo fa aveva come principale fornitore la Russia.

C’è un caso che può rendere bene l’idea. Reliance Industries, la società del miliardario indiano Mukesh Ambani, uno degli uomini più potenti nel Paese degli elefanti, sta lentamente emergendo come il maggiore acquirente di greggio venezuelano al di fuori degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha spinto mesi fa Nuova Delhi ad acquistare più petrolio venezuelano, certamente a discapito della Russia. Ma mentre le compagnie petrolifere statali indiane effettuano acquisti calibrati e mirati, Reliance è risultata l’acquirente principale. Ciò dimostra che, al di fuori degli Stati Uniti, l’India è la principale destinazione di queste forniture, con Reliance che acquista la maggior parte del greggio di Caracas.

Solo a settembre, l’India ha importato 257 mila barili al giorno di greggio venezuelano, di cui il 76% è stato destinato proprio a Reliance Industries. E per il mese di ottobre, sono previsti 350.000 barili al giorno di greggio proveniente dal Venezuela e destinato all’India. Un asse Nuova Delhi-Caracas le cui basi erano state poste lo scorso marzo, a due mesi dalla destituzione coatta di Nicolas Maduro, quando Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero costruito in Venezuela la loro prima raffineria in 50 anni, proprio grazie agli investimenti della società indiana Reliance Industries.

Insomma, il mercato Venezuelano è decisamente attrattivo. Ma ha un problema, un problema chiamato elettricità. Come raccontato da questo giornale, Caracas si è scoperta a corto di infrastrutture elettriche. Un allarme che arriva, anche questo un piccolo paradosso, proprio da quei manager del petrolio riuniti la settimana scorsa nella capitale del Venezuela per la prima conferenza unificata sull’energia, promossa da Washington. Sul tavolo della conferenza, il mastodontico piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari per l’industria petrolifera venezuelana, messo a punto dagli Stati Uniti, che però ha incontrato il suo primo ostacolo: l’inaffidabilità del sistema elettrico. Con un deficit di energia elettrica di oltre 1.500 megawatt (MW), i persistenti blackout del Paese membro dell’Opec stanno peggiorando giorno dopo giorno, proprio con la ripresa della domanda di petrolio, lasciando famiglie, negozi e fabbriche e ovviamente le stesse trivelle. Senza corrente per ore.

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Il drone gregario di Shield AI si avvicina al primo volo. Il calendario di X-Bat

Il progetto di Collaborative Combat Aircraft di Shield AI sembra essere sempre più concreto. L’azienda mira infatti a presentare entro fine ottobre il primo prototipo a grandezza reale di X-Bat, il loyal wingman a reazione progettato per decollare e atterrare in verticale partendo da una posizione “seduta” sulla coda, con i voli di prova che dovrebbero prendere il via prima della fine dell’anno. Un ritmo rapido, dunque, che pare essere condiviso anche dalla Marina statunitense, la quale ha addirittura prefigurato una capacità operativa iniziale già nel 2029, nell’ambito del programma Runway Independent Maritime Expeditionary Strike (Rimes). La  tempistica di queste dichiarazioni non è affatto casuale, poiché arrivano alla vigilia dell’annuncio di un nuovo finanziamento del Pentagono da 150 milioni di dollari, erogato tramite la Marina, verso Shield AI. La cifra si aggiunge ai 50 milioni stanziati quest’anno con la Defense Innovation Unit, e ai 200 milioni investiti nel progetto dall’azienda stessa, portando il totale di fondi disponibili a 400 milioni.

Il drone, spinto dallo stesso motore F110 che equipaggia F-15 e F-16, dovrebbe costare circa 27 milioni di dollari a esemplare. È meno di un caccia con pilota, ma più degli altri Cca sul mercato. Ed è proprio in questa fascia intermedia che si colloca la scommessa della Marina.

I test si svolgeranno in Kansas e procederanno per gradi. Prima il motore verrà acceso in orizzontale e poi in verticale sul veicolo di lancio e recupero. Seguiranno le prove con il drone sospeso a una gru e infine i voli liberi. Il veicolo di lancio, ora semovente, è il cuore del concetto operativo. Il drone non se ne separa mai, nemmeno durante la manutenzione, e ne eredita la mobilità, sul modello dei lanciatori missilistici mobili. A terra questo consente di disperdere i velivoli lontano dalle piste, che sono il bersaglio privilegiato di missili e droni.

In mare la logica è altrettanto dirompente. Secondo Armor Harris, responsabile della divisione velivoli di Shield AI, i droni Cca imbarcati sulle portaerei sono vincolati allo spazio del ponte. Ogni posto sottratto a un caccia con pilota deve quindi garantire un valore superiore. X-Bat punta invece a operare da navi d’assalto anfibio e basi marittime di spedizione. In questo modo moltiplicherebbe gli stormi imbarcati senza intaccare quelli delle portaerei. Sulla futura flotta Harris parla di numeri “dalle centinaia alle poche migliaia”. Il posizionamento del drone resta però fluido. J.J. Cummings, responsabile delle soluzioni dell’azienda per la Marina, ha infatti insistito sull’integrazione con lo stormo delle portaerei. L’obiettivo, ha spiegato, è aggiungere potenza di combattimento “senza compromettere le operazioni esistenti”.

Le incognite però restano molte. Il decollo verticale in posizione di coda è stato tentato più volte in passato senza successo, e la sua validità è ancora da dimostrare. E l’obiettivo di arrivare ad avere un velivolo completo nel 2028, e di avviarne poi la produzione in serie nel 2029 appare estremamente ambizioso.

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Chi è Elwan B., lo studente dietro le proteste in Francia

Uno dei volti più conosciuti delle proteste degli studenti di queste ore in Francia è quello del sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, membro del partito France Insoumise. Ma la mente dietro alle manifestazioni che infiammano le piazze francesi sarebbe di un giovane studente chiamato Elwan B.

Il ragazzo, di soli 17 anni, frequenta l’Istituto Jacques‐Decour e ha richiamato l’attenzione dei media quando si è seduto a fianco del leader di France Insoumise, Jean‐Luc Mélenchon, durante una protesta. Avvolto in una “kefiah”, l’indumento tradizionale mediorientale, simbolo del sostegno alla Palestina, Elwan B. ha dichiarato che Mélenchon “è l’uomo che salverà la Francia, sono convinto”. Il leader di sinistra pubblicò la loro fotografia insieme con la didascalia: “Insieme, per vincere”.

Elwan rappresenta il movimento auto-organizzato che promuove le manifestazioni, e che fino ad oggi aveva ribadito di non volere alcun leader. Nelle prime interviste ha criticato duramente il sistema politico francese e politici come Emmanuel Macron e Gabriel Attal.

Tra le richieste che porta avanti c’è, al primo posto, la creazione di una vera “sinistra di rottura”, che possa mettere in atto misure forti, tra cui la cancellazione del sistema di accesso all’istruzione superiore Parcoursup. Elwan considera che questa piattaforma è uno strumento che aumenta la disuguaglianza sociale ed è primo di trasparenza.

“Un accento operaio degli anni ‘50, un modo di parlare ampolloso e un’aria insolente… C’è un tocco dell’Antoine Doinel adolescente nel giovane Elwan B., la nuova figura di spicco del movimento studentesco delle scuole superiori sui social media”, scrive il quotidiano Le Figarò.

La differenza è che il personaggio fittizio di François Truffaut, indubbiamente un po’ ribelle, non indossava una kefiah e non gridava “Acab” attraverso un megafono davanti ai suoi compagni di classe. Diventato un’icona di internet in soli due giorni, con migliaia di “mi piace” per ogni sua nuova apparizione online, Elwan chiede una revisione completa del sistema scolastico.

“In periferia, la violenza è molto più vantaggiosa per i singoli perché non hanno nulla”, ha spiegato questo giovane studente al videografo di estrema destra Vincent Lapierre, in un video diffuso da Le Parisien. Elwan B. era in un blocco stradale davanti al liceo Jacques-Decour, a due passi da Montmartre. Davanti alla telecamera ha pronunciato un discorso sulla “segregazione sociale” tra quartieri benestanti e quartieri degradati e sulla disparità di risorse a disposizione degli studenti delle scuole superiori rispetto a quelli che vivono in periferia. Con 10 milioni di visualizzazioni in poche ore, il ragazzo è diventato una delle voci più discusse della rabbia degli studenti francese contro la politica tradizionale.

Il giorno dopo, Elwan era in tv, al programma del giornalista David Pujadas “La Grande Confrontation”. A discutere con lui un’altra studentessa e attivista di destra, Louise Montangon, che ha denunciato le violenze intorno alle scuole e gli attacchi agli insegnanti: “Siete gli utili idioti di questo movimento”.

 

 

 

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M5S, Lega, AVS e Vannacci sanno che cosa accadrebbe in Ucraina senza difesa aerea?

Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre la Russia ha lanciato 48 missili da crociera, un numero non precisato di missili balistici e 130 droni d’attacco, 46 dei quali a propulsione a reazione. Le difese ucraine hanno abbattuto o neutralizzato 161 obiettivi, secondo il primo bilancio dell’aeronautica. Contro i droni a reazione il tasso di intercettazione ha superato l’80%, contro il 50–60% delle settimane precedenti. A cui si aggiungono settanta missili in totale, molti dei quali balistici. Reuters ha riferito il 7 ottobre di almeno 32 morti nel Paese. A Pryluky un missile da crociera Kh-101 ha raso al suolo un edificio residenziale di cinque piani: 22 morti, tra cui cinque bambini, e 54 feriti. Nella notte successiva la Russia ha lanciato altri 142 droni, 82 dei quali a reazione. La difesa ucraina ne ha abbattuti o neutralizzati 126. Gli attacchi hanno raggiunto sette località. L’8 ottobre, a Kramatorsk, una bomba aerea guidata ha colpito due autobus carichi di passeggeri: 33 morti e 18 feriti secondo il servizio di emergenza ucraino. In serata Zelensky ha indicato in 78 morti e 215 feriti il bilancio di 48 ore di attacchi.

Il controfattuale: senza la difesa aerea 

Che cosa sarebbe accaduto se l’Ucraina non avesse potuto intercettare missili e droni? Non esiste un numero esatto, ma l’ordine di grandezza si può facilmente immaginare. Senza intercettazioni, il bilancio di quella sola notte si sarebbe misurato in centinaia di morti, forse un migliaio, se i colpi avessero centrato quartieri densamente abitati.

Staccare la spina?

Come è possibile che Conte, Salvini, Bonelli, Fratoianni e Vannacci non si rendano conto della disumanità di quanto propongono? Il M5S e AVS hanno votato contro il decreto che proroga gli aiuti militari a Kyiv. Futuro Nazionale di Vannacci chiede di fermare ogni invio di armi. La Lega di Salvini, a Strasburgo ha votato contro il prestito europeo di 90 miliardi all’Ucraina. Conte ripete che “con le armi abbiamo dato”. La verità è che interrompere gli aiuti alla difesa aerea dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla popolazione civile. In Italia esiste da sempre un “partito” trasversale filorusso e filocinese, come è naturale per i tanti interessi in gioco. Ma qui la posta è un’altra: nei prossimi mesi la difesa aerea può salvare la vita a decine di migliaia di civili. Come si può pensare di staccare la spina?

Ben venga, come ha auspicato Giuseppe Conte, un negoziato patrocinato dalla Cina. Ma non è vero che l’Europa lo abbia ostacolato, come il leader dei 5 Stelle ha sostenuto ieri sera da Bruno Vespa. È vero semmai il contrario: Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e altri leader europei hanno più volte sollecitato, senza esito, il presidente cinese ad avviare un’iniziativa diplomatica. Lo ha messo nero su bianco il Parlamento europeo il 7 ottobre, appena un giorno prima dell’intervista di Conte da Vespa. Una risoluzione approvata a larghissima maggioranza definisce la Cina un “facilitatore” della guerra di aggressione russa. Afferma che senza il sostegno di Pechino Mosca non potrebbe combattere con la stessa intensità. E chiede all’Ue di agire per spingere la Cina a usare la sua influenza sul Cremlino e porre fine alla guerra. Altro che ostacolo europeo alla diplomazia cinese. Hanno votato contro gli eurodeputati del M5S e di Vannacci, mentre Pd e AVS si sono astenuti. Negli ultimi quattro anni la Cina ha sostenuto in misura crescente l’industria bellica russa. Secondo il Csis, grazie alle forniture di componenti cinesi la Russia ha triplicato la produzione mensile dei missili balistici Iskander, proprio quelli contro cui l’Ucraina è più vulnerabile. Nel 2024 la Cina ha fornito il 70% del perclorato d’ammonio, base del propellente solido, importato da Mosca. Le stime cumulative delle forniture cinesi di prodotti dual use dall’inizio della guerra superano i 16–17 miliardi di dollari.
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Ue e Cina nel mese che può cambiare le regole del gioco

L’Europa sta entrando in una fase decisiva del rapporto con la Cina. Il deficit commerciale ha raggiunto dimensioni record, la pressione competitiva sulle industrie europee si estende ben oltre il settore automobilistico e le dipendenze da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche continuano a condizionare le scelte di Bruxelles.

Ma qualcosa sta cambiando. Francia e Germania hanno avanzato una proposta congiunta per rafforzare gli strumenti europei di difesa commerciale, mentre il commissario al Commercio Maroš Šefčovič è impegnato a Pechino in negoziati dai quali la Commissione si attende risultati concreti.

È in questo contesto che nasce “EU-China Relations in the October Decision Corridor”, il nuovo policy non-paper uscito in questi giorni, sviluppato sulla base della tavola rotonda a porte chiuse “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, organizzata il 29 settembre dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con Formiche e Decode39, e del successivo lavoro analitico guidato dall’Associate Director del Guarini, professore Enrico Fardella, e da Emanuele Rossi (Formiche/Decode39).

Il documento propone una chiave di lettura precisa: ottobre non è semplicemente il mese di un importante negoziato commerciale, ma un corridoio decisionale nel quale la diplomazia può trasformarsi in mandato politico, e il mandato in nuovi strumenti di potere economico europeo.

Il corridoio decisionale

L’“October decision corridor” collega una serie di appuntamenti istituzionali che, letti insieme, assumono un significato strategico. I colloqui tra Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao dell’8–9 ottobre rappresentano il primo banco di prova. Seguono il Consiglio Affari esteri del 12 ottobre, il Consiglio Affari generali del 13 e il Consiglio europeo del 15–16 ottobre, dove i leader saranno chiamati a confrontarsi anche sulla proposta franco-tedesca. Il percorso proseguirà con la riunione informale dei ministri del Commercio del 22–23 ottobre.

Il non-paper ricostruisce questa sequenza per mostrare come i diversi passaggi possano influenzarsi reciprocamente. Eventuali concessioni cinesi dovranno essere valutate in termini di concretezza, verificabilità e durata. Risultati insufficienti potrebbero invece rafforzare il mandato politico per una risposta europea più incisiva. La questione fondamentale è se l’Unione riuscirà a passare dalla consapevolezza delle proprie vulnerabilità alla capacità di affrontarle attraverso strumenti coordinati.

La svolta franco-tedesca

Uno degli elementi centrali del documento è l’analisi della proposta presentata il 5 ottobre da Emmanuel Macron e Friedrich Merz alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il non-paper chiarisce perché sarebbe riduttivo interpretarla come una semplice versione europea della Section 301 americana.

Parigi e Berlino delineano un’architettura articolata su più livelli: accelerare l’impiego degli strumenti commerciali già disponibili, creare un meccanismo per ridurre le dipendenze strategiche e introdurre un nuovo strumento capace di rispondere a distorsioni economiche sistemiche attraverso condizioni più restrittive di accesso al mercato unico.

A questi elementi si aggiungono controlli doganali, cooperazione con partner internazionali, preparazione alle ritorsioni, dialogo sui disallineamenti valutari e investimenti nella capacità industriale europea. La novità è soprattutto politica. Il cambiamento della posizione tedesca contribuisce a rendere possibile una convergenza che fino a poco tempo fa appariva più difficile. L’obiettivo non è necessariamente una chiusura commerciale verso Pechino, ma la costruzione di una capacità europea di negoziare da una posizione meno vulnerabile, mantenendo aperta la possibilità di soluzioni concordate.

Il fattore tempo

Il documento individua un’asimmetria fondamentale nel rapporto tra Bruxelles e Pechino. L’Unione europea dispone di un mercato di circa 450 milioni di consumatori, di una significativa capacità regolatoria e di strumenti commerciali in grado di generare conseguenze economiche rilevanti. Ma il loro impiego richiede procedure, coordinamento e consenso tra gli Stati membri.

La Cina può invece esercitare pressioni più rapide e selettive, attraverso restrizioni sui materiali critici, licenze di esportazione, indagini commerciali e misure amministrative che colpiscono specifici settori o imprese europee. L’asimmetria, sostiene il non-paper, non riguarda soltanto il peso economico dei due attori, ma soprattutto il tempo necessario per trasformarlo in leva negoziale.

Per questo la preparazione alle ritorsioni assume un ruolo centrale. La credibilità delle misure europee dipenderà anche dalla capacità di identificare preventivamente i settori più esposti e impedire che pressioni concentrate su un singolo Stato membro compromettano una posizione comune.

Il paradosso politico

Un altro contributo distintivo del non-paper riguarda la sostenibilità politica della nuova strategia europea. Il documento analizza come le prossime scadenze elettorali in Spagna, Francia, Italia e Polonia possano modificare gli equilibri all’interno dell’Unione, senza necessariamente produrre un atteggiamento più accomodante verso la Cina.

Governi più orientati alla protezione industriale potrebbero infatti sostenere misure commerciali più restrittive, maggiore reciprocità e una preferenza europea negli investimenti strategici. Allo stesso tempo, potrebbero mostrarsi meno disponibili ad attribuire nuovi poteri alla Commissione, accettare procedure decisionali più rapide o condividere i costi delle ritorsioni attraverso meccanismi comuni.

È una distinzione importante: un consenso più ampio sulla necessità di difendere l’industria europea non garantisce automaticamente un consenso sugli strumenti istituzionali necessari per farlo. Il non-paper estende inoltre l’analisi alla dimensione transatlantica, considerando come il rapporto tra Washington e Pechino e il calendario politico americano possano influenzare i margini negoziali della Cina nei confronti dell’Europa.

Oltre la difesa

Il contributo del documento non si esaurisce nell’individuazione delle vulnerabilità europee. La sua conclusione riguarda la necessità di integrare quattro dimensioni: applicazione delle regole commerciali, capacità di risposta sistemica, resilienza delle catene di approvvigionamento e competitività industriale. Le misure difensive possono offrire tempo alle imprese europee, ma non sostituiscono investimenti, innovazione e ricostruzione della capacità produttiva. Analogamente, nuovi strumenti commerciali rischiano di rimanere poco efficaci se gli Stati membri non sono disposti a sostenere collettivamente i costi del loro utilizzo.

L’“October decision corridor” diventa così un test della capacità dell’Europa di collegare politica commerciale, sicurezza economica e strategia industriale. La domanda che attraversa il non-paper è tanto semplice quanto decisiva: l’Unione europea riuscirà a rendere la propria interdipendenza con la Cina più equilibrata e condizionata, senza trasformare il de-risking in un disaccoppiamento indiscriminato? È attorno a questa domanda che si sviluppa un’analisi pensata per offrire a decisori pubblici, imprese, analisti e osservatori delle relazioni internazionali una mappa delle scelte che attendono Bruxelles, degli strumenti disponibili e dei rischi politici che potrebbero condizionarne l’attuazione.

 

EU-China Relations in the October Decision Corridor ricostruisce la proposta franco-tedesca, analizza le principali vulnerabilità economiche europee, esamina gli scenari negoziali e politici e individua gli indicatori da monitorare fino alla fine del 2026. Scarica il non-paper completo per approfondire l’analisi, consultare le tabelle comparative e seguire i passaggi decisionali che potrebbero ridefinire le relazioni UE-Cina.

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Uk, due uomini dentro la base Nato. Cosa è successo a RAF Molesworth

Scoperti una macchina abbandonata nei pressi del perimetro, una piccola apertura nella recinzione e, alcune ore dopo, trovati due uomini all’interno di una delle installazioni più sensibili dell’architettura di intelligence occidentale nel Regno Unito. È successo nella base RAF Molesworth, nel Cambridgeshire, dove due cittadini lettoni di 36 e 32 anni, entrambi residenti nel Regno Unito, sono stati arrestati nella notte tra il 7 e l’8 ottobre.

A ricostruire la vicenda è la BBC, sulla base delle informazioni diffuse dalle autorità britanniche. Le ricostruzioni iniziano dall’allarme, scattato intorno alle 22 di mercoledì, quando una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo abbandonato nelle vicinanze della base. Le ricerche, condotte insieme alla Cambridgeshire Constabulary, hanno successivamente portato alla scoperta di una breccia di dimensioni ridotte nella recinzione perimetrale. Intorno alle due del mattino i due uomini sono stati localizzati e arrestati all’interno dell’installazione.

In un primo momento sono stati fermati con l’accusa di ingresso non autorizzato in un sito proibito e danneggiamento. Successivamente è scattato un secondo arresto sulla base della sezione quarta del National Security Act del 2023, che riguarda l’ingresso in un luogo proibito per uno scopo potenzialmente pregiudizievole per il Regno Unito.

Perché Molesworth

RAF Molesworth costituisce un nodo dell’apparato di intelligence americano e alleato in Europa. La struttura ospita attività di analisi e comando degli Stati Uniti e un centro di intelligence della Nato. Qui opera anche il Joint Intelligence Operations Center Europe Analytic Center, legato allo United States European Command.

Dagli arresti di RAF Fairford, nel Regno Unito, è cresciuta l’attenzione sulla protezione delle installazioni militari. Motivo per il quale un ulteriore episodio che coinvolge una base della British Air Force solleva interrogativi e connessioni sulle quali indagare, ricostruire gli eventi e attribuire la responsabilità dei mandanti. Anche se, al momento, non ci sono dichiarazioni ufficiali che colleghino l’intrusione di Molesworth agli eventi di Fairford

I fatti di Molesworth evidenziano il perché la sicurezza delle basi militari europee sia al centro dell’attenzione. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, attorno a installazioni sensibili sono infatti aumentate le segnalazioni di droni, accessi sospetti, attività di osservazione e altri episodi difficili da interpretare nell’immediato.

Resta dunque da capire se l’intrusione sia stata il risultato di un’iniziativa estemporanea o se dietro vi fosse un obiettivo più preciso. È su questo che si concentreranno ora gli investigatori britannici. Fino a quando non emergeranno elementi ulteriori, ogni lettura più ampia resta prematura. Ma l’episodio conferma un dato ormai acquisito: attorno alle infrastrutture militari e di intelligence europee il margine per considerare certe anomalie come semplici incidenti si è progressivamente ristretto.

 

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Europa e Cina faccia a faccia. Parte la trattativa sul deficit

L’aereo è atterrato, il portellone si è aperto e Maros Sefcovic, commissario europea al commercio, è sceso. Da quel momento è iniziata la delicata, anzi delicatissima, missione che potrebbe portare Cina ed Europa a una tregua commerciale che, nei fatti, converrebbe a tutti e due. Per il Dragone, per esempio, rinunciare al più grande e variopinto spazio economico del mondo, mezzo miliardo di individui, sarebbe un gran bel problema. Specialmente dopo la chiusura semi-ermetica del mercato americano. L’Europa, da parte sua, ne ha abbastanza della concorrenza sleale cinese, tutta sussidi e steroidi. Bruxelles è pronta ad alzare nuovi muri, aumentando l’ansia di Pechino. Per tutte queste due ragioni, un’intesa che freni la prepotenza commerciale e la forza muscolare della Cina da una parte e salvaguardi l’export made in China dall’altra, conviene ad ambo le parti.

“Primo giorno in Cina, con un obiettivo: iniziare a riequilibrare il nostro deficit commerciale insostenibile con la Cina”, ha scritto sui social media Sefcovic, prima di sbarcare nella Repubblica popolare. Riferendo di aver incontrato nell’immediato i rappresentanti delle imprese europee presenti in loco, le quali, a suo dire, chiedono di migliorare l’accesso al mercato cinese. Certo, le discussioni debbono ancora entrate nel vivo e con ogni probabilità i primi verdetti arriveranno nelle prossime ore, quando Segovic parteciperà alla riunione sul commercio con il ministro cinese Wang Wentao.

E di sicuro sul tavolo c’è l’ipotesi anticipata da Bloomberg di limitare le vetture ibride in arrivo dalla Cina, un test generale che la Commissione potrebbe estendere ad altri settori strategici. La missione segue la lettera congiunta inviata a Bruxelles da Emmanuel Macron e Friedrich Merz, nella quale Parigi e Berlino chiedono poteri speciali per escludere d’urgenza le imprese cinesi dal mercato unico in presenza di distorsioni competitive. Le misure di salvaguardia consentiranno così all’Ue di limitare l’ingresso di prodotti di un determinato settore qualora si registri un’impennata delle importazioni nel blocco. Uno degli strumenti a disposizione della Commissione è l’applicazione di contingenti tariffari, che prevedono un prelievo sulle importazioni eccedenti un certo volume.

Naturalmente, la Commissione intende utilizzare il caso delle auto ibride come banco di prova: se l’iniziativa dovesse avere successo, potrebbe essere replicata in altri settori in cui il blocco rileva squilibri commerciali. Un obiettivo chiave dell’Ue sarebbe quello di mantenere il tetto alle importazioni di vetture ibride a un livello tale da evitare ritorsioni da parte di Pechino, hanno affermato le fonti. Una mossa a cui sta lavorando la Commissione europea va nel tentativo di ridurre il deficit commerciale europeo. Per parte cinese, la parola d’ordine è comunque dialogo. Pechino “ha sempre ritenuto che mantenere una cooperazione aperta e risolvere le divergenze economiche e commerciali attraverso il dialogo e consultazioni su un piano di parità sia nell’interesse comune della Cina e dell’Unione europea”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning durante la conferenza stampa quotidiana. Ma la verità è che la palla ce l’hanno Sefcovic e Wentao.

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Più potere agli elettori, più stabilità ai governi. Pagano spiega la nuova legge elettorale

La legge elettorale arriva al traguardo dopo un percorso parlamentare lungo e articolato, segnato da audizioni, modifiche e un confronto serrato tra maggioranza e opposizioni. Una riforma che punta a ridisegnare il rapporto tra rappresentanza e governabilità, mettendo al centro il voto degli elettori e la possibilità di tradurlo in una maggioranza parlamentare capace di sostenere un governo.

È proprio sul rapporto tra voto, stabilità e responsabilità politica che si concentra la lettura di Nazario Pagano, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera e tra i protagonisti dell’iter parlamentare della riforma. Un percorso che, sottolinea, ha comportato un confronto particolarmente ampio, con numerose audizioni e modifiche al testo anche alla luce delle osservazioni delle opposizioni.

Presidente Pagano, che significato ha per lei, da presidente della Commissione Affari costituzionali, l’approvazione della nuova legge elettorale?

Per me è motivo di grande soddisfazione. Parliamo di una legge di straordinaria importanza, quasi di livello costituzionale per il rilievo che assume nel funzionamento del nostro sistema. È stata una delle leggi elettorali più discusse e approfondite dal Parlamento. Abbiamo svolto tantissime audizioni, anche richiamando soggetti già ascoltati, e il confronto è proseguito fino alle fasi successive dell’esame. Sono state accolte anche diverse richieste avanzate dalle minoranze.

Qual è, a suo giudizio, la novità politica più importante dell’impianto?

È una riforma di sistema. Superiamo l’impianto misto e costruiamo un meccanismo nel quale la componente proporzionale resta centrale nell’attribuzione dei seggi, ma viene affiancata da un premio di maggioranza destinato a chi raggiunge una determinata soglia. L’obiettivo è tenere insieme rappresentanza e governabilità.

Lei sostiene che questa legge possa cambiare il rapporto tra elettore e governo. In che modo?

Il punto è proprio questo. Con questa legge l’elettore viene responsabilizzato rispetto al futuro del Paese. Attraverso il voto sceglie la forza politica, la coalizione e, attraverso l’indicazione preventiva, anche chi è chiamato a guidare il governo. Naturalmente restano intatte le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del governo. Ma il cittadino, quando entra nell’urna, avrà davanti un quadro politico più chiaro.

È anche una risposta alla crescente astensione?

Credo possa esserlo. Per troppo tempo abbiamo dato agli elettori la sensazione che il loro voto non fosse sufficiente a determinare l’esito politico. Poi, dopo le elezioni, si potevano creare maggioranze attraverso accordi parlamentari e di Palazzo. Questo ha contribuito ad allontanare una parte dei cittadini dalla politica. Se invece il voto produce una scelta più leggibile, si restituisce centralità alla partecipazione.

Lei pensa dunque che la stagione dei governi costruiti dopo il voto debba considerarsi superata?

Quella stagione non può più rappresentare il modello ordinario. Penso, per esempio, all’esperienza di Giuseppe Conte: una figura che, prima di diventare presidente del Consiglio, era sostanzialmente sconosciuta alla maggioranza degli elettori e non aveva avuto un’esperienza parlamentare. Non voglio esprimere un giudizio sulla persona o sui governi che ha guidato. Dico che quel meccanismo dimostra quanto possa essere distante il voto dalla successiva formazione dell’esecutivo.

Il premio scatta sopra il 42 per cento. Perché avete individuato proprio quella soglia?

Perché sotto il 42 per cento riteniamo corretto non attribuire alcun premio e lasciare che i seggi vengano distribuiti secondo il principio proporzionale. È una soglia che serve a garantire che il premio sia collegato a un consenso elettorale significativo. Se nessuna coalizione raggiunge quel risultato, non si forza l’esito del voto.

Le opposizioni contestano proprio il premio e parlano di possibili profili di incostituzionalità. Cosa risponde?

Ritengo che queste accuse siano prive di fondamento. Il testo è stato costruito tenendo conto dei principi costituzionali e dell’evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale, comprese le sentenze del 2014 e del 2017. Abbiamo lavorato proprio per mantenere un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il premio non è sganciato dal consenso, perché è subordinato al raggiungimento della soglia.

Resta però una domanda: come si concilia il principio proporzionale con l’obiettivo dichiarato di assicurare una maggioranza di governo?

È esattamente il punto di equilibrio che abbiamo cercato. I parlamentari vengono eletti sulla base dei voti ottenuti, quindi il principio proporzionale resta fondamentale. Il premio interviene soltanto quando una coalizione supera la soglia prevista. In quel caso l’obiettivo è trasformare una maggioranza elettorale in una maggioranza parlamentare capace di governare.

E qui arriva il tema della stabilità. È davvero possibile garantire governi più longevi attraverso una legge elettorale?

Una legge elettorale non può garantire da sola la durata di un governo. Può però creare le condizioni perché la maggioranza uscita dalle urne sia più chiara e coerente. È ciò che accade, con caratteristiche diverse, nei sistemi comunali e regionali: chi vince dispone di una maggioranza e assume la responsabilità di governare. Questo rafforza anche la credibilità internazionale del Paese, perché gli interlocutori esterni sanno con chi confrontarsi e per quanto tempo.

Alla fine, dunque, la parola chiave di questa riforma è responsabilità?

Sì. Responsabilità dell’elettore, innanzitutto, ma anche responsabilità della politica. Se chiediamo ai cittadini di scegliere, dobbiamo poi fare in modo che quella scelta abbia una conseguenza politica riconoscibile. È questo, in fondo, il senso della riforma: rendere più diretto e comprensibile il rapporto tra il voto, la maggioranza parlamentare e il governo del Paese.

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Ungheria, cosa rivelano i documenti interni di Rosatom su Pak II

Il progetto della centrale nucleare di Paks II, nato dall’accordo firmato nel 2014 dal governo di Viktor Orbán e principale investimento energetico russo nell’Unione europea, torna ancora una volta sotto i riflettori. Secondo documenti interni a cui ha avuto accesso Politico, Rosatom avrebbe infatti preparato in segreto la rottura con Orgenergostroy, uno dei subappaltatori chiave del cantiere, mentre in pubblico continuava a difenderne l’operato.

Le carte mostrano che nel 2025 Rosatom avrebbe versato a Orgenergostroy circa 57 milioni di euro in anticipi per lavori non ancora eseguiti, mentre la società moscovita risultava debitrice di circa 10,6 milioni verso subappaltatori ungheresi. Il tutto sullo sfondo di uno scandalo di corruzione in Russia, in cui un dirigente di Orgenergostroy è stato accusato di aver corrotto un manager di Rosatom, poi condannato a dodici anni.

Quando, alla fine del 2024, l’azienda ha iniziato a licenziare personale a Paks, Rosatom ha assicurato ai media ungheresi la continuità dei lavori. Nei mesi successivi, però, l’amministratore delegato Alexei Likhachev avrebbe autorizzato i preparativi per rescindere i contratti con Orgenergostroy su tutti i progetti del gruppo, come risulta da un verbale del dicembre 2025. Le stime interne prevedevano un ritardo di tre o quattro mesi e un aggravio di quasi il 20% sui circa 170 milioni di euro di lavori residui.

Rosatom ha definito i documenti “superati”, sostenendo che i problemi sono stati risolti, ma non ha chiarito se gli anticipi abbiano prodotto i lavori previsti, se i creditori ungheresi siano stati pagati né perché la rottura non sia avvenuta. Orgenergostroy non ha risposto alle richieste di commento. Tra le carte figura anche l’email di un manager di Rosatom che contesta le rassicurazioni del presidente russo Vladimir Putin sul rispetto degli impegni russi all’estero (come ad esempio quello in Egitto, o i casi di Turchia e Bangladesh).

Le rivelazioni su queste incongruenze interne sono solo l’ultimo episodio di una serie di problematiche legate al progetto Paks II. E arrivano mentre il nuovo premier Péter Magyar ha avviato una revisione del progetto, contestandone i legami con Mosca e il costo di 12,5 miliardi di euro. Tutti piccoli tasselli che suggeriscono un rallentamento dell’espansione di Rosatom sul piano internazionale, dopo alcuni anni di relativi successi (soprattutto nel continente africano).

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Peste, laboratori e trasparenza. Il caso Irkutsk e le domande ancora aperte

La notizia arriva dalla Siberia e riporta alla memoria paure che credevamo, almeno in parte, di aver lasciato al passato. Una ricercatrice dell’Istituto antipeste di Irkutsk è morta dopo aver sviluppato una grave polmonite. Le prime ricostruzioni hanno sollevato il sospetto di un possibile incidente di laboratorio e di un’infezione da Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste. Le autorità russe hanno escluso, finora, evidenze di contagio riconducibili agli agenti patogeni studiati nell’istituto, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto ulteriori informazioni per chiarire le circostanze della morte.

Ma al di là delle ricostruzioni, ancora da verificare, la vicenda solleva interrogativi che meritano attenzione. Che cosa accade quando si lavora quotidianamente con microrganismi potenzialmente letali? Quali misure di sicurezza vengono adottate? E soprattutto, quanto sappiamo delle attività che si svolgono all’interno di questi laboratori?

La peste, un nemico conosciuto

La Yersinia pestis è un batterio Gram-negativo che, nonostante il suo terribile passato, può essere trattato efficacemente con diversi antibiotici, a condizione che la terapia venga avviata tempestivamente. La streptomicina ha rappresentato storicamente uno dei principali trattamenti, affiancata oggi da altre opzioni come gentamicina, ciprofloxacina, levofloxacina e doxiciclina. La rapidità della diagnosi e dell’intervento resta determinante, soprattutto nelle forme più gravi.

La peste, infatti, può manifestarsi in forme differenti. Quella bubbonica, la più conosciuta, provoca febbre elevata, debolezza e il caratteristico ingrossamento doloroso dei linfonodi. La forma polmonare interessa invece l’apparato respiratorio, con sintomi che possono aggravarsi rapidamente, mentre quella setticemica coinvolge il sangue e può determinare shock e gravi alterazioni della coagulazione.

Insomma, oggi conosciamo il batterio, sappiamo come riconoscerlo e disponiamo di strumenti terapeutici efficaci. Come è possibile, allora, che un’eventuale esposizione professionale possa sfuggire ai controlli o non essere individuata abbastanza rapidamente? Naturalmente, prima di rispondere bisognerebbe conoscere le reali circostanze dell’accaduto.

Quando il rischio nasce in laboratorio

Non sarebbe, del resto, la prima volta che un laboratorio diventa il luogo di origine di un’emergenza infettiva. Nel 1967, tra Marburgo e Francoforte, in Germania, e Belgrado, nell’allora Jugoslavia, si verificarono alcuni focolai legati al contatto con scimmie verdi africane importate dall’Uganda e utilizzate per attività di laboratorio. Il virus, fino ad allora sconosciuto, provocò 31 casi e sette decessi. Fu così che il mondo conobbe la malattia da virus Marburg.

Gli incidenti biologici, dunque, non sono una novità. E non lo è neppure la possibilità che agenti patogeni vengano impiegati per scopi diversi dalla ricerca scientifica.

Basta tornare all’autunno del 2001, poche settimane dopo gli attentati dell’11 settembre. Negli Stati Uniti, lettere contenenti spore di antrace provocarono 22 casi di infezione e cinque morti. Anche l’Italia visse settimane di allarme, tra buste sospette, polveri bianche e segnalazioni che si rivelarono infondate. Ricordiamo bene quella psicosi collettiva: bastava una busta contenente farina o borotalco per far scattare l’allarme. Nel nostro Paese non si verificarono infezioni riconducibili agli attentati, ma fu sufficiente la percezione del rischio a generare paura e incertezza.

La ricerca e i suoi interrogativi

Da Marburgo all’antrace, fino agli interrogativi sollevati dalla vicenda siberiana, abbiamo forse scoperto l’acqua calda? Sappiamo da decenni che esistono laboratori nei quali vengono studiati virus e batteri altamente pericolosi, anche attraverso tecniche avanzate di manipolazione genetica. Molte di queste ricerche sono essenziali per comprendere i meccanismi delle malattie, sviluppare vaccini, individuare nuove terapie e prepararci a possibili emergenze sanitarie.

Ma il punto è un altro. Chi controlla queste attività? Chi stabilisce fino a dove sia possibile spingersi? E quali garanzie abbiamo che conoscenze e tecnologie sviluppate per proteggere la salute umana non possano essere utilizzate anche per finalità differenti?

Il confine sottile tra scienza e sicurezza

Non possiamo ignorare che la storia abbia già conosciuto programmi di sviluppo di armi biologiche. Né possiamo fingere che il confine tra ricerca civile e possibili applicazioni militari sia sempre così netto. Questo, naturalmente, non significa che ogni laboratorio che studia agenti patogeni pericolosi nasconda attività illecite. Significa però riconoscere che alcune conoscenze scientifiche possono prestarsi a un duplice utilizzo, benefico o dannoso, e che proprio per questo la responsabilità di chi le produce e di chi le controlla è enorme.

C’è poi il problema della segretezza. È comprensibile che determinate informazioni debbano essere protette per ragioni di sicurezza. Ma la riservatezza non può diventare un alibi per sottrarsi alla verifica, soprattutto quando un incidente, reale o presunto, solleva preoccupazioni per la salute pubblica. La sicurezza biologica ha bisogno di regole, controlli indipendenti, trasparenza e cooperazione internazionale.

La fiducia non può essere cieca

Da scienziato, vorrei continuare a credere che la ricerca su virus e batteri pericolosi sia orientata principalmente alla tutela della salute, alla sperimentazione di nuove cure e allo sviluppo di vaccini. Forse sono un inguaribile amante dell’essere umano, ancora fiducioso nella sua natura. Ma la fiducia nella scienza non deve tradursi in una fiducia cieca nei confronti di chiunque la utilizzi.

E allora ben vengano la ricerca, l’innovazione e persino gli esperimenti più complessi, quando necessari e giustificati. Purché siano accompagnati da responsabilità, verifiche e garanzie adeguate.

Perché alla fine di tutto, resta sempre e solo la sicurezza.

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WSense porta le comunicazioni subacquee nel polo di Fincantieri

A luglio Fincantieri aveva annunciato accordi per acquisire la maggioranza di Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm, con un esborso iniziale di circa 600 milioni di euro. Il progetto punta a riunire otto società e circa 1.500 professionisti in un polo integrato della subacquea, con ricavi pro-forma attesi oltre 1,1 miliardi nel 2026.

A tre mesi di distanza, WSense dà per avvenuto l’ingresso di Fincantieri come azionista di maggioranza. La scale-up, nata dalla ricerca della Sapienza Università di Roma, mantiene autonomia e continuità manageriale e porta nel gruppo tecnologie proprietarie per le comunicazioni wireless subacquee e l’Internet of Underwater Things.

Il ruolo di WSense nel polo underwater

La società utilizza onde acustiche multifrequenza e tecnologie ottiche wireless per collegare sensori e mezzi robotici sott’acqua. Conta oltre 80 ingegneri e ricercatori e ha uffici in Italia, Norvegia e Regno Unito.

Chiara Petrioli, ceo e co-founder di WSense, lega l’operazione alla costruzione del nuovo perimetro industriale. “L’ingresso di Fincantieri apre per WSense una nuova fase, ma soprattutto rende concreto un modello di polo industriale underwater basato sull’integrazione verticale e sulla collaborazione tra realtà che mantengono autonomia, competenze e identità imprenditoriale”.

Per Fincantieri, WSense aggiunge le comunicazioni subacquee a un’offerta che il piano di luglio vuole estendere dai mezzi unmanned ai servizi offshore. Pierroberto Folgiero, amministratore delegato del gruppo, ha collegato l’operazione all’obiettivo di “favorire l’incontro tra tecnologia e mercato e contribuire alla costruzione di una filiera underwater d’eccellenza”.

Dalla Sapienza alla scala industriale

Prima dell’ingresso di Fincantieri, WSense era cresciuta con investitori italiani e internazionali, con CDP Venture Capital tra i soggetti che ne hanno sostenuto lo sviluppo.

Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza, ha richiamato il percorso della società. “Sei anni fa parlavamo del potenziale dell’università e della possibilità di trasformare la ricerca in innovazione e impresa. Oggi la storia di WSense dimostra concretamente che questo può accadere: quando l’ecosistema universitario viene correttamente stimolato e sostenuto, la ricerca può trasformarsi in un’impresa capace di crescere e competere a livello internazionale”.

Con Fincantieri azionista di maggioranza, WSense dovrà ora integrare le proprie tecnologie nel polo underwater del gruppo mantenendo l’autonomia operativa prevista dall’operazione.

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Perché il discorso di Rubio sull’Acropoli riguarda tutto l’Occidente

“L’Occidente si trova a un bivio: il prossimo decennio determinerà se manterrà il suo posto al vertice del mondo o si accontenterà di un futuro di declino, sottomissione e indebolimento”. Il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha scelto la collina della Pnice, dinanzi all’Acropoli, per un discorso che evidentemente non era rivolto solo alla Grecia di oggi, pur celebrando quella di ieri. La Pnice infatti, non solo si trova a strapiombo sull’antica agorà, ma era la sede dell’ecclesia, l’assemblea dei cittadini ateniesi. Per cui quelle parole pronunciate da Rubio sono un monito per il futuro occidentale, in un frangente internazionale in cui le pressioni economiche della Cina da un lato e quelle belliche di Iran e Russia dall’altro rappresentano il nocciolo delle nuove sfide. “Scegliamo di rafforzare il nostro Paese, senza scuse, di riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche, di reindustrializzare la nostra economia, di ricostruire le nostre difese e di puntare al predominio nelle tecnologie e nei settori del futuro”.

Ecco il primo punto: le catene, i commerci, le materie prime, la scienza. Non è un caso che Rubio, al di là di tutti i riferimenti all’antica Grecia, ha inteso fare puntuali riferimenti a dossier strategici, che però è lecito ammettere fino ad oggi sono stati sottovalutati dall’occidente, in primis quello sulla terre rare (non a caso gli Usa hanno voluto riequilibrare la partita con la Pax Silica). Prima però Rubio aveva ripreso il filo della storia, ricordando che la Grecia è impressa nell’architettura del governo americano, nelle imponenti colonne e nei monumenti che adornano la capitale. “Gli antichi Greci sembrano esercitare un potere quasi mistico sulla nostra memoria. Ci invitano a tornare a loro ancora e ancora”, ha insistito, come per mescolare passato e futuro.

“Atene ci ha donato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno donato la filosofia. Ad Atene abbiamo assistito alla prima espressione completa di ciò che è venuto a definire l’Occidente”, ha aggiunto, sottolineando un altro elemento che si aggiunge alla lunga schiera “di prospettiva”.

Quando il ministro egli Esteri Usa dice che per gli antichi greci la ricerca dell’eccellenza era il principio cardine dell’esistenza umana e che coloro che costruirono il Partenone guardavano in alto (perché credevano che la più alta ambizione fosse quella di superare tutti gli altri, di sforzarsi di essere i migliori) tocca il punto centrale dello sviluppo futuro. L’occidente, e quindi anche l’Ue, deve cambiare angolo di visuale per ricostruire”Esistono grandi rovine in tutto il mondo. In molti casi, si tratta di luoghi in cui la Storia sembra essersi esaurita, vestigia di civiltà lontane scomparse da tempo dalla memoria collettiva. Ma l’Acropoli è diversa”, ha affermato.

Per poi entrare nel cuore del dibattito futuro quando ha detto di credere che l’Europa possa “risvegliarsi dal suo lungo sonno e riaccendere la fiamma che fu accesa qui millenni fa”.

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