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Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

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Hegseth vuole milioni di droni. Come cambia la strategia militare americana

Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.

La nuova dimensione della massa

La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.

La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.

Industria e organizzazione militare

La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.

Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.

Dagli investimenti alle capacità

Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.

È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.

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La disponibilità del Pd (anche sull’Ucraina) non è debolezza. Parla Alfieri

Cinque risoluzioni, un terreno comune ancora da consolidare e una faglia politica che continua a passare per Kyiv. Il confronto sulle comunicazioni di Giorgia Meloni mette alla prova la capacità delle opposizioni di trovare una sintesi sui grandi dossier internazionali, ma è soprattutto sull’Ucraina che si misura la tenuta dell’intesa. Perché se su Gaza, Iran e difesa europea le convergenze appaiono più agevoli, il sostegno militare a Kyiv resta il punto sul quale le diverse sensibilità del centrosinistra rischiano di diventare distanze politiche. La novità, però, c’è: anche il Movimento 5 Stelle ha scelto di non opporsi all’invio di armi, pur declinando la propria posizione con accenti differenti. È da qui che Alessandro Alfieri, senatore del Partito democratico, parte per rivendicare il lavoro di ricomposizione del fronte progressista. Senza nascondere le divergenze, ma con un avvertimento preciso: la disponibilità del Pd a costruire un’alleanza non deve essere scambiata per debolezza. Sullo sfondo, una partita che intreccia la sicurezza europea, il rapporto con Donald Trump e la costruzione dell’alternativa a Giorgia Meloni. Una sfida che, per Alfieri, deve cominciare dal programma, prima ancora che dalla scelta del leader.

Senatore Alfieri, le cinque risoluzioni presentate dalle opposizioni in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio, che denunciano diverse distanze sul versante dell’aiuto a Kyiv, restituiscono l’immagine di un fronte che ancora una posizione comune non l’ha trovata. Come se lo spiega?

Ci siamo mossi come accade normalmente quando si è all’opposizione e si affrontano questioni di questa portata. Come faceva il centrodestra nella precedente legislatura. Su Gaza, sull’Iran e sulla necessità di rafforzare la difesa europea esiste una condivisione di fondo. Naturalmente non dobbiamo pensare tutti esattamente allo stesso modo: le differenze sono legittime e possono anche consentirci di parlare a un elettorato più ampio. L’importante è che le diverse sensibilità non si traducano in posizioni nettamente contrapposte. Su questi temi abbiamo dimostrato di poter lavorare insieme.

Il nodo, però, resta l’Ucraina. Per la prima volta il Movimento 5 Stelle non si è opposto all’invio di armi a Kyiv, pur formulando la propria posizione in termini differenti. È un passo avanti concreto?

È un elemento politicamente significativo. Non è necessario che ogni forza della coalizione utilizzi le stesse parole o abbia identiche sfumature. Il confronto serve proprio a trovare una sintesi che rispetti le diverse sensibilità, senza compromettere la coerenza della posizione comune. Se vogliamo costruire un’alternativa credibile, dobbiamo dimostrare di saper tenere insieme culture politiche differenti. La condizione è che ci sia una direzione condivisa e che nessuno assuma posizioni incompatibili con l’impianto comune.

La guerra, intanto, prosegue e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Che cosa si aspetta dal prossimo Consiglio europeo?

Mi aspetto un segnale forte, sia sul fronte delle sanzioni contro la Russia sia sul rinnovo del sostegno all’Ucraina. Dobbiamo far arrivare a Mosca un messaggio inequivocabile: siamo al fianco di Kyiv e non intendiamo arretrare, soprattutto mentre Putin continua a bombardare indiscriminatamente i civili. Non possiamo abbandonare gli ucraini proprio adesso. La credibilità dell’Europa si misura anche dalla capacità di mantenere gli impegni assunti e di non lasciare che la stanchezza o le divisioni interne finiscano per favorire chi ha aggredito un Paese sovrano.

Il sostegno militare, da solo, può bastare a costruire una prospettiva di pace? E, soprattutto, cosa vi aspettate come opposizione?

Serve anche un’iniziativa diplomatica più incisiva. Siamo convinti che occorra lavorare alla figura di un inviato unico e a un’iniziativa capace di aprire una nuova fase, sul modello di Helsinki. Abbiamo bisogno di costruire un’architettura di sicurezza europea adeguata al nuovo scenario internazionale. Non possiamo limitarci a gestire le emergenze: dobbiamo ragionare sulle condizioni che consentano di garantire stabilità e sicurezza nel lungo periodo. Sostenere l’Ucraina e lavorare a una soluzione diplomatica non sono obiettivi in contraddizione. L’Europa deve essere capace di perseguirli entrambi.

In questo quadro, Donald Trump sembra voler ridisegnare gli equilibri internazionali secondo una logica essenzialmente bilaterale. L’Europa rischia di restare spettatrice?

È un rischio che dobbiamo evitare investendo molto di più nella nostra autonomia strategica. Trump tende a leggere le relazioni internazionali attraverso la lente degli affari, dei rapporti bilaterali e dei rapporti di forza. È una visione che rischia di mettere in secondo piano il ruolo delle istituzioni multilaterali e la necessità di costruire equilibri condivisi. L’Unione europea deve essere in grado di difendere i propri interessi, senza dipendere esclusivamente dalle scelte di altri. Per farlo servono una politica estera più incisiva, capacità di difesa e una visione comune. La sicurezza europea non può essere delegata interamente a Washington.

Dalla politica estera alla politica interna. La direzione nazionale del Pd in programma questo weekend arriva in una fase decisiva per la costruzione dell’alternativa a Meloni. Quale risultato prevede?

Mi aspetto un passaggio importante, innanzitutto per dare un segnale di compattezza del Partito democratico. Siamo consapevoli di essere il baricentro dell’alternativa a questo governo e dobbiamo dimostrare di avere una proposta riconoscibile, fondata su priorità chiare. La direzione nazionale deve servire a definire le parole chiave del nostro progetto e a indicare un percorso comprensibile, tanto per le forze politiche con cui vogliamo costruire la coalizione quanto per i cittadini che guardano a noi.

Il nodo della leadership, però, resta sul tavolo. Prima il programma o prima il nome di chi guiderà il centrosinistra?

Per noi viene prima la cornice programmatica. Dobbiamo partire da un tavolo comune nel quale definire gli impegni fondamentali della coalizione. Sarà quel programma a vincolare chiunque verrà scelto per guidarci nella sfida elettorale, uomo o donna che sia. Il tema della leadership è importante, ma non può sostituire la discussione su ciò che vogliamo fare per il Paese. Prima bisogna chiarire dove vogliamo andare, poi individuare le modalità più efficaci per scegliere chi dovrà rappresentarci.

Il centrosinistra arriva da una sconfitta, nel 2022, segnata anche dalla divisione tra le forze che oggi provano a ricostruire un’intesa. Il Pd è disposto a fare un passo indietro per favorire l’unità, specie alla luce da un lato dell’ultima presa di posizione di Schlein e dello sgomitare di Conte?

Abbiamo messo in campo un supplemento di generosità per ricostruire la coalizione con cui ci siamo presentati divisi alle elezioni del 2022. Ma questa disponibilità non deve essere scambiata per debolezza. C’è anche l’orgoglio di una comunità politica che ha una storia, un’identità e un elettorato a cui deve rispondere. L’obiettivo è costruire un’alleanza competitiva, non annullare il Partito democratico. La generosità è utile se permette di arrivare a una sintesi; non può diventare la rinuncia a esprimere la nostra visione del Paese.

Il rischio è che il confronto tra le forze del centrosinistra si trasformi in una trattativa permanente, mentre il governo continua a occupare la scena come si è visto ieri durante l’applauditissimo intervento di Meloni. Come si evita questa impasse?

Dobbiamo fare uno scatto in avanti. Stiamo lavorando perché gli elettori ci percepiscano come una forza di governo, capace non soltanto di contestare le scelte della maggioranza, ma anche di offrire risposte concrete. Serve un percorso riconoscibile, con priorità definite e impegni verificabili. Credo ci sia una consapevolezza crescente della responsabilità che abbiamo davanti. Non possiamo permetterci di deludere chi ci chiede un’alternativa. La credibilità si costruisce dimostrando di sapere dove si vuole portare il Paese e di avere una squadra in grado di farlo.

In definitiva, qual è il messaggio che il Pd deve mandare agli elettori in questa fase?

Che siamo consapevoli della posta in gioco. La sfida non riguarda soltanto la costruzione di una coalizione o la scelta di una leadership, ma la possibilità di offrire all’Italia un’alternativa di governo solida e credibile. Dobbiamo essere capaci di tenere insieme le differenze, senza nasconderle, e di trasformarle in una proposta comune. È questo il passaggio che ci viene richiesto: dimostrare che l’unità non è una formula tattica, ma la premessa per governare.

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Dietro gli applausi a Meloni le convergenze geopolitiche che servono all’Italia

Convergenze parallele e, per certi versi, anche fisiologiche. Ieri in Senato si è assistito ad un fenomeno che, in quattro anni, non si era quasi mai visto. Ovvero gli applausi a Meloni di Calenda e mezzo Pd. Come se la geopolitica, prima che politica, avesse avuto il sopravvento su contrapposizioni, insulti, contestazioni. Come se il clima pre-elettorale fosse stato messo da parte sull’altare delle cose giuste da fare e da rivendicare a Bruxelles. Il paniere di temi in questione è noto e riguarda il futuro non solo dell’Italia, ma anche della stessa Europa.

Quando la presidente del Consiglio ha spiegato che alcune dinamiche non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente, ovvero il prezzo degli Ets che sale e che quindi fa salire anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica, ha posto un tema su cui nessuna parte sana può non essere d’accordo, perché riguarda la salvaguardia delle imprese.

Che non hanno colore politico, ma rispondono a logiche semplicissime: se regole sbagliate le strozzano, allora rischiano la chiusura, con conseguente perdita di posti di lavoro.

Quando Meloni ha chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi sul Regolamento europeo del metano ha posto un altro tema nevralgico: ovvero che se una norma, nel passaggio dalla teoria alla pratica, produce danni o mancati benefici, semplicemente va corretta.

Infine quando ha avvertito che non è più possibile per l’Europa importare cobalto, grafite, terre rare imprescindibili per transizione energetica, transizione digitale e difesa, non fa solo una diagnosi arci nota (su cui però dei “bravi” nessuno ha dato un’accelerata fino ad oggi) ma indica la cura, proponendo Porto Marghera come uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.

“Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”, ha detto la premier. In quel momento gli applausi di democratici e calendiani sono stati la spia che l’interesse nazionale è sentito dalle cosiddette forze responsabili presenti in Parlamento, dove l’epiteto responsabili non è il titolo di una squadra buono per un discorso carico di demagogia.

Ma la pragmatica conseguenza di scelte strutturali e lungimiranti che devono essere fatte per il bene futuro (e presente) della collettività. Che si fanno solo in un modo.

L’Europa forte che ha bisogno di Nazioni forti, parafrasando Meloni in chiusura, fa il paio con l’esigenza di un’Europa più solida e credibile all’interno di un metodo di amministrare il paese che difenda l’interesse italiano (come fanno anche tutti gli altri paesi membri).

Solo una parte delle opposizioni lo ha ben compreso.

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Raffinerie, diesel, asset e droni. Così l’Ucraina agita l’asse transatlantico

La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).

Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.

Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.

Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.

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Come si costruisce la sicurezza digitale. Le voci dell’industria a Cybertech

Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.

Oltre la tecnologia, il problema dei processi

Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.

Un perimetro di sicurezza sempre più ampio

L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.

La velocità della risposta

Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.

La sicurezza come responsabilità condivisa

La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.

Quando il rischio diventa una questione economica

Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.

Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.

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Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

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Così Pechino gioca d’anticipo sulla nuova frontiera delle neurotecnologie

Di recente, un ospedale di Shanghai ha impiantato un’interfaccia cervello-computer (brain-computer interface, Bci) per aiutare un paziente con una lesione del midollo spinale a recuperare il movimento della mano. L’intervento è stato eseguito nell’ambito della pratica clinica ordinaria, e non di una sperimentazione clinica, dopo che Pechino ha recentemente approvato l’impiego commerciale del dispositivo Bci invasivo: una prima assoluta per la Cina e a livello mondiale. Sviluppato dalla Neuracle medical technology di Shanghai, il dispositivo ha consentito a 32 pazienti di recuperare l’uso delle mani. È un segnale di quanto la Cina consideri strategica questa tecnologia di frontiera e rappresenta una tappa significativa nel campo delle neuroprotesi, dove l’approvazione delle Bci per l’impiego sui pazienti richiede generalmente anni.

La strategia cinese per la leadership globale

Una delle ragioni alla base dell’approvazione del dispositivo risiede nella sua progettazione relativamente meno invasiva, che comporta rischi inferiori rispetto a soluzioni concorrenti come N1 di Neuralink. Il sistema consiste in un elettrodo delle dimensioni di una moneta, posizionato sopra la membrana protettiva del cervello, che rileva i segnali generati quando il paziente immagina di compiere determinati movimenti. Questi segnali vengono quindi trasmessi in modalità wireless a un guanto robotico. N1 di Neuralink, al contrario, viene impiantato direttamente nella corteccia per registrare l’attività neurale, con un rischio maggiore di emorragie e cicatrici gliali. È proprio questo compromesso tra capacità e invasività a spiegare perché la maggior parte delle Bci sia ancora in fase sperimentale.

La Cina si sta muovendo rapidamente in questo settore nascente, con l’obiettivo di diventare un leader globale negli impianti cerebrali entro il 2030. Un forte sostegno governativo e consistenti finanziamenti stanno contribuendo ad accelerarne lo sviluppo. Altre Bci, infatti, sono attualmente in fase di approvazione. Tra queste c’è Beinao-1, un dispositivo minimamente invasivo che sarà testato negli ospedali il prossimo anno. Oltre 30 ospedali in tutta la Cina dispongono ormai di unità dedicate alle interfacce cervello-computer, mentre le applicazioni si stanno estendendo anche alla cura delle malattie neurodegenerative e dei disturbi psichiatrici. Anche la propensione dei consumatori ad adottare nuove tecnologie sta accelerando la diffusione su larga scala delle applicazioni, mentre in Europa la sperimentazione di tecnologie sul cervello umano suscita ancora preoccupazioni nell’ambito degli studi clinici.

L’Europa tra eccellenza scientifica e ritardi industriali

L’Europa vanta eccellenze mondiali nella ricerca, soprattutto nel campo delle Bci non invasive, ma è in ritardo nello sviluppo dei prodotti. Svizzera, Germania e Spagna ospitano, infatti, un numero significativo di aziende attive nel settore, tra cui MindMaze, CorTec e InBrain Neuroelectronics. L’Europa registra comunque progressi anche sul piano clinico: lo scorso anno, a Monaco di Baviera è stato realizzato il primo impianto Bci in Europa su un paziente affetto da tetraplegia, mentre CorTec ha impiantato il dispositivo in un terzo paziente nell’ambito della propria sperimentazione sulla riabilitazione motoria dopo un ictus. L’ecosistema europeo delle Bci resta tuttavia indietro rispetto a quelli cinese e statunitense. Alcune aziende europee stanno completando sperimentazioni cliniche negli Stati Uniti, dove i percorsi regolatori e i finanziamenti destinati agli impianti cerebrali sono più consolidati. La Food and drug administration statunitense, ad esempio, è più preparata per approvare le sperimentazioni sulle Bci rispetto all’Europa. Tra le aziende statunitensi, Synchron, Neuralink, Paradromics e Precision Neuroscience figurano da anni tra le principali protagoniste dello sviluppo di queste interfacce. Un’altra società americana, Axoft, ha avviato una collaborazione con un’azienda cinese e un ospedale di Shanghai per sperimentare la propria Bci su quattro pazienti, in un raro esempio di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo delle neurotecnologie.

Un mercato in crescita

Sebbene la tecnologia abbia compiuto progressi, le applicazioni pratiche restano al momento limitate. L’impianto di Bci, siano esse invasive o non invasive, è ancora circoscritto a determinate categorie di pazienti, e le sfide tecniche rimangono rilevanti. La raccolta e l’interpretazione dei segnali neurali costituiscono ancora un ambito scientifico in una fase iniziale di sviluppo. Il potenziale trasformativo, tuttavia, è enorme, con un mercato globale che, secondo le proiezioni, dovrebbe crescere dai 2,8 miliardi di euro del 2026 a oltre 9 miliardi di euro entro il 2034. I decisori politici europei devono perciò sostenere gli operatori locali e aiutarli a crescere, intervenendo al tempo stesso sulla definizione degli standard prima che Stati Uniti e Cina arrivino a dominare il mercato.

La partita sugli standard

La Cina, dal canto suo, sta cercando di definire vocabolari globali, formati dei dati e architetture di riferimento attraverso l’Organizzazione internazionale per la normazione e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. Pechino ha inoltre già introdotto nel 2025 una terminologia sulle Bci destinata all’uso interno. Esponenti dell’industria, come la China pharmaceutical innovation and research development association (Phirda), stanno sollecitando la Cina a trasformare il proprio vantaggio in valore economico attraverso la definizione di standard globali. Stabilire una terminologia condivisa tra decisori politici, ricercatori, aziende e istituzioni contribuirà a determinare gli standard tecnici e le architetture di riferimento delle Bci a livello mondiale.

Il nodo della governance europea

L’Unione europea dispone di norme che disciplinano alcuni aspetti dello sviluppo delle interfacce cervello-computer, tra cui la sicurezza dei dispositivi medici e la protezione dei dati. Spagna e Francia hanno adottato politiche per lo sviluppo responsabile delle neurotecnologie. Bruxelles, tuttavia, non ha ancora affrontato il tema degli standard per la sicurezza cognitiva o per l’impiego etico di questi dispositivi, tanto in ambito medico quanto per applicazioni non mediche. Eppure, se l’Ue riuscisse a definire gli standard tecnici prima che il relativo vocabolario venga consolidato altrove, si assicurerebbe qualcosa di più di una quota di mercato: potrebbe contribuire a stabilire i criteri sui quali saranno costruiti i dispositivi di tutti gli altri.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

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Da Pax Silica al quantum. Italia e Usa trasformano la diplomazia tecnologica in partnership industriali

Italia e Stati Uniti lanciano un nuovo acceleratore transatlantico per sviluppare partnership tra investitori, imprese, centri di ricerca e startup sulle due sponde dell’Atlantico. L’iniziativa, presentata nell’ambito del terzo US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, in programma a Washington il 15 e 16 ottobre, rappresenta un ulteriore passo nel percorso volto a trasformare la cooperazione tecnologica bilaterale in opportunità industriali e di investimento.

L’US-Italy Trusted Tech Accelerator, sostenuto dal Krach Institute for Tech Diplomacy della Purdue University, intende creare una struttura operativa capace di collegare gli ecosistemi dell’innovazione dei due Paesi. Il primo obiettivo è favorire la nascita di partnership tra reti industriali e di ricerca italiane e americane, con l’ambizione più ampia di facilitare il trasferimento tecnologico, mobilitare capitali e accelerare la commercializzazione delle innovazioni.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio lavoro diplomatico condotto dall’ambasciatore italiano a Washington, Marco Peronaci, per rafforzare la relazione bilaterale attraverso la sicurezza economica, l’innovazione tecnologica e la cooperazione industriale. In questo rapporto in evoluzione, le trusted technologies stanno diventando uno dei principali canali di dialogo tra Roma e Washington, affiancandosi alle tradizionali dimensioni della collaborazione politica, economica e di sicurezza.

Una figura centrale di questo percorso è Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Innovation dell’Ambasciata italiana, che svolge un ruolo di impulso tecnico e politico nel consolidamento del dialogo. L’acceleratore nasce proprio per sviluppare partnership capaci di collegare capitali, industria, centri di ricerca e startup italiani e statunitensi.

Da Pax Silica alla cooperazione industriale

L’appuntamento di Washington si inserisce in una sequenza di sviluppi che hanno progressivamente portato la sicurezza tecnologica al centro delle relazioni tra Italia e Stati Uniti. L’adesione italiana alla Dichiarazione Pax Silica ha rafforzato la partecipazione di Roma al quadro di cooperazione promosso dagli Stati Uniti per costruire catene del valore tecnologiche affidabili, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, fino ai minerali critici. Il successivo accordo bilaterale sulle materie prime critiche ha ulteriormente consolidato la dimensione industriale di questo allineamento.

Questi sviluppi si collocano in una relazione diplomatica nella quale Roma e Washington cercano di connettere priorità strategiche e opportunità economiche, anche sulla base del rapporto politico tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente Donald Trump, recentemente rinvigorito dalle dichiarazioni di apprezzamento fatte dall’americano nei confronti della premier.

Il dialogo di Washington aggiunge a questo processo una dimensione operativa. Non a caso, tra i principali partecipanti americani figura Jacob Helberg, Under Secretary of State for Economic Affairs e uno degli architetti di Pax Silica, che interviene insieme all’ambasciatore Peronaci in una discussione dedicata alla costruzione dell’ecosistema delle tecnologie affidabili.

La presenza di alti funzionari di diversi dipartimenti dell’amministrazione americana dimostra quanto la cooperazione tecnologica sia ormai intrecciata con sicurezza nazionale, politica industriale e diplomazia economica.

Joseph Jewell, Assistant Secretary of War for Science and Technology, porta la prospettiva dell’innovazione applicata alla difesa, mentre il Department of Energy è rappresentato da William Schirano, Deputy Assistant Secretary for Multilateral Engagement and Market Development, e Hal Finkel, Associate Director for Advanced Scientific Computing Research.

La partecipazione di rappresentanti dei dipartimenti di Stato e del Commercio, tra cui Nicole Johnson, Brad McKinney e David Fogel, conferma il coinvolgimento dell’amministrazione statunitense nell’iniziativa.

Sul versante italiano, la rappresentanza istituzionale comprende Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, e Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica, che interviene attraverso un videomessaggio. La presenza del presidente della Lombardia Attilio Fontana e del presidente del Lazio Francesco Rocca, insieme a rappresentanti del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, evidenzia inoltre il ruolo degli ecosistemi territoriali dell’innovazione e le loro potenziali connessioni con le controparti americane.

Costruire un ecosistema di tecnologie affidabili

Il dialogo di due giorni combina una prima giornata di discussioni operative, il 15 ottobre, con una sessione istituzionale presso l’Ambasciata italiana il 16 ottobre. Tra le figure impegnate nel percorso di cooperazione figura Janice deGarmo, Chief Global Engagement Officer del Krach Institute for Tech Diplomacy. L’agenda riflette una consapevolezza crescente: la leadership tecnologica dipende sempre più dalla capacità di integrare ricerca, competenze industriali, strumenti finanziari e accesso ai mercati.

L’acceleratore si concentra sull’intelligenza artificiale avanzata, sulla physical AI e sulla robotica, sulle tecnologie quantistiche, sul calcolo ad alte prestazioni e sulla cybersicurezza. L’energia viene considerata un’infrastruttura abilitante essenziale, mentre le scienze della vita rappresentano uno dei principali ambiti di applicazione delle tecnologie emergenti.

Il settore quantistico offre, in particolare, un possibile terreno di complementarità tra i due Paesi. L’Italia dispone di competenze scientifiche consolidate nella fisica quantistica, nella fotonica, nella sensoristica e nelle tecnologie di comunicazione sicura, sviluppate attraverso università, centri di ricerca e programmi nazionali. La Strategia italiana per le tecnologie quantistiche, adottata nel 2025, punta proprio a rafforzare il collegamento tra ricerca, trasferimento tecnologico e industria.

Queste capacità possono rappresentare un elemento di interesse per gli Stati Uniti, soprattutto laddove si integrino con le risorse finanziarie, le infrastrutture tecnologiche e la capacità americana di portare innovazioni avanzate verso applicazioni industriali e commerciali. Il potenziale non riguarda soltanto il quantum computing, ma anche componenti, materiali, sistemi di misurazione e tecnologie abilitanti, settori nei quali la specializzazione scientifica può tradursi in partnership mirate.

Resta tuttavia una questione di scala. L’esistenza di competenze scientifiche non garantisce automaticamente la capacità di industrializzarle, né assicura che i risultati della ricerca si trasformino in imprese competitive. Proprio per questo, un acceleratore bilaterale potrebbe offrire uno strumento utile per collegare le eccellenze italiane alle reti americane di investimento e sviluppo tecnologico, a condizione che emergano progetti concreti, sostenibili e reciprocamente vantaggiosi.

Questo approccio riflette una trasformazione più ampia della competizione tecnologica internazionale. Garantirsi l’accesso alle tecnologie avanzate non significa soltanto sviluppare capacità nazionali, ma anche costruire partnership affidabili lungo le catene di approvvigionamento, nelle reti della ricerca e nei sistemi finanziari. Il concetto di trusted interdependence punta proprio a conciliare sovranità tecnologica e cooperazione internazionale tra partner democratici.

Un ulteriore obiettivo è esplorare la creazione di una Transatlantic Investment Facility, pensata per mobilitare capitali privati attraverso il sostegno di risorse pubbliche. Il modello finanziario proposto prevede una partecipazione pubblica del 20%, equamente ripartita tra Italia e Stati Uniti, e il restante 80% proveniente da investitori industriali e finanziari privati. La partecipazione di istituzioni finanziarie, tra cui SACE, Cassa Depositi e Prestiti, Intesa Sanpaolo ed Export-Import Bank of the United States, riflette la volontà di collegare la cooperazione tecnologica a strumenti di investimento capaci di sostenere progetti industriali.

Una connessione strategica tra Roma e Washington

Il significato dell’iniziativa di Washington va oltre il lancio dell’acceleratore. In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione sull’intelligenza artificiale, sulle infrastrutture di calcolo, sui minerali critici e sulla manifattura avanzata, le partnership tecnologiche stanno diventando una componente essenziale della sicurezza economica.

Per l’Italia, l’opportunità consiste nel collegare le proprie capacità industriali e scientifiche alle reti americane della tecnologia, dei capitali e dell’innovazione, rafforzando al tempo stesso il proprio posizionamento nella più ampia architettura tecnologica transatlantica.

Per Washington, la cooperazione con Roma offre accesso a una delle principali economie manifatturiere europee, a competenze industriali specializzate e a ecosistemi di ricerca che possono contribuire allo sviluppo di catene del valore tecnologiche resilienti. La sfida è ora garantire che l’allineamento politico produca risultati industriali tangibili.

Il lancio dell’US-Italy Trusted Tech Accelerator rappresenta un tentativo di rispondere proprio a questa esigenza, trasformando una crescente convergenza diplomatica in un meccanismo strutturato di investimento, collaborazione scientifica e sviluppo tecnologico.

Mentre Roma e Washington approfondiscono la cooperazione nel quadro di Pax Silica, le trusted technologies si affermano come uno dei pilastri della relazione bilaterale e, sempre più, come uno strumento concreto della strategia transatlantica.

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Nft, la bolla che prometteva l’oro e consegnò Jpeg

C’è stato un momento, nella primavera del 2021, in cui un’opera digitale dell’artista Beeple fu venduta per 69,3 milioni di dollari. Il messaggio sembrava inequivocabile: nasceva una nuova classe di beni, scarsi per costruzione, certificati dalla blockchain, destinati a rivalutarsi come l’arte, l’oro, gli immobili: gli Nft (non fungible token). Attorno a tali beni si costruì in pochi mesi un’intera cosmologia: la proprietà digitale, l’economia dei creatori, il metaverso come nuovo spazio sociale ed economico. Chi dubitava veniva liquidato come chi “non aveva capito”. Oggi la domanda da porsi non è più se gli Nft cambieranno il mondo, ma quanto sia costata, a chi ci ha creduto, quella convinzione.

Il punto di partenza è il volume degli scambi. Secondo i dati CryptoSlam riportati da IntelligentHQ, il volume mensile, che nei primi mesi del 2022 aveva sfiorato i 6 miliardi di dollari, a marzo 2026 era sceso a 106 milioni: un calo di circa il 98%. Sull’intero anno, il 2025 si è chiuso attorno ai 5,5 miliardi di dollari, il 37% in meno del 2024, mentre il prezzo medio di vendita degli Nft artistici è passato da 462 dollari nel 2021 a meno di 100 nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026, stando alle rilevazioni di Dune Analytics riprese da Nft Plazas, gli scambi sono scesi di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fotografia più impietosa riguarda però la qualità di ciò che resta. Già nel 2023 lo studio dappGambl analizzò 73.257 collezioni e ne trovò 69.795, circa il 95%, con capitalizzazione pari a zero; i detentori coinvolti sarebbero stati oltre 23 milioni. Uno studio successivo, rilanciato nel 2024 da NFTevening su dati NftScan, ha stimato che circa il 95% delle collezioni fosse di fatto “morto”: nessuno scambio, nessuna attività sui social, meno di venti vendite in una settimana. Sono stime con metodologie discutibili e vanno lette come ordine di grandezza, ma convergono tutte nella stessa direzione.

Ed è un’infrastruttura intera a ritirarsi. Nifty Gateway, uno dei marketplace pionieri, ha chiuso il 23 febbraio 2026; Foundation ha annunciato lo stop ad aprile; l’edizione 2026 di NFT Paris è stata cancellata, con gli organizzatori che hanno ammesso apertamente di essere stati travolti dal crollo del mercato. Proprio in questi giorni, Blur, che nel 2023 controllava oltre il 70% degli scambi di Nft su Ethereum, ha annunciato la chiusura della propria interfaccia web il 12 novembre: i suoi volumi mensili sono passati da circa 1,43 miliardi di dollari nel marzo 2023 a meno di 7 milioni nel marzo 2026, con un calo superiore al 99,5%. Persino OpenSea, il marketplace più noto, ha spostato il proprio baricentro: oltre il 90% dei suoi volumi proviene ormai da token fungibili, non da collezionabili.

La parabola dei “grandi nomi” è istruttiva. Il noto cantante Justin Bieber acquistò nel gennaio 2022 uno Yacht Club Bored Ape per 500 ether, circa 1,3 milioni di dollari; il suo valore stimato è oggi attorno ai 12.000 dollari, un crollo del 99%. L’intera collezione Bored Ape, che nel 2022 aveva toccato un prezzo minimo d’ingresso di 128 ether (oltre 400 mila dollari), nel 2024 era già scesa del 90% e anche dopo il rimbalzo della primavera 2026, che l’ha portata attorno ai 25 mila dollari, resta ben oltre il 90% sotto il suo massimo. Il mercato, osservano gli analisti, è diventato “a K”: poche collezioni di marca concentrano la maggior parte del volume, mentre la mediana dei token ha perso gran parte del proprio valore. Dire che gli Nft siano tutti a zero sarebbe falso; dire che l’investitore medio abbia visto il proprio capitale preservato sarebbe altrettanto falso.

Il destino degli Nft è inseparabile da quello del metaverso, di cui avrebbero dovuto essere la moneta corrente. Reality Labs, la divisione di Meta nata attorno a quella visione, ha accumulato perdite operative per circa 88 miliardi di dollari dalla fine del 2020, secondo i risultati del secondo trimestre 2026. Nel gennaio scorso l’azienda ha tagliato oltre mille posti e chiuso diversi studi di realtà virtuale, spostando risorse verso intelligenza artificiale e occhiali smart; la sua app sociale di punta, Horizon Worlds, è stata messa in modalità manutenzione. Quando persino chi ha cambiato nome all’azienda per inseguire un’idea ne ridimensiona il perimetro, il segnale per i piccoli risparmiatori dovrebbe essere eloquente.

Il confronto con l’oro è utile, a patto di essere onesti sui numeri. Il metallo giallo ha chiuso a un massimo storico di 5.318 dollari l’oncia il 29 gennaio 2026 e da allora ha corretto: i futures hanno chiuso il 5 ottobre a 4.157 dollari, circa il 22% sotto il record. Ma il quadro cambia se si allarga l’orizzonte: rispetto a un anno fa il prezzo è ancora più alto di circa il 6%, e nell’ottobre 2025 aveva appena superato per la prima volta quota 4.000 dopo un’annata da oltre il 50% di rialzo. Gli acquisti delle banche centrali continuano, con 51 tonnellate comprate a giugno secondo il World Gold Council. Un bene rifugio non è un bene che non scende mai: è un bene dotato di una domanda reale, di una storia e di un valore che non dipende da una piattaforma web. Un NFT, quando il marketplace chiude, rischia di essere un puntatore verso un file che nessuno vuole più.

Se gli Nft possono, almeno in parte, essere considerati un buon investimento per alcuni speculatori, è altrettanto vero che esistono al mondo altri strumenti di investimento ben più affidabili. Per chi cercava rendimento, le alternative non sono mancate. Al 5 ottobre 2026 l’indice azionario globale MSCI World segna un progresso di circa il 13% da inizio anno e l’S&P 500 di oltre il 14%; mille dollari investiti nell’MSCI World a gennaio 2016 varrebbero oggi circa 3.800 dollari con i dividendi reinvestiti, un rendimento annuo composto del 13,4%. Sul versante obbligazionario, il Btp decennale rendeva il 6 ottobre il 4,61%, e l’ultima emissione a dieci anni di fine agosto, con scadenza 2036, è stata collocata a un rendimento lordo del 4,1%, pari a circa il 3,58% netto. Anche questi strumenti hanno rischi, dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi per i titoli di Stato, e i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Ma hanno una differenza decisiva: dietro ci sono imprese che producono utili, o Stati che pagano cedole. Dietro un NFT speculativo c’è, spesso, solo la speranza di trovare qualcuno disposto a pagare di più.

Sarebbe un errore, infine, trarre dalla vicenda una condanna della digitalizzazione. La tokenizzazione, i registri distribuiti, i beni digitali hanno applicazioni reali, dal gaming alla certificazione di documenti, e il mercato Nft sopravvive, ridimensionato, proprio dove c’è un uso e non solo una scommessa. Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la si è trasformata in promessa di arricchimento facile. Le bolle hanno una grammatica ricorrente: una narrazione affascinante, il timore di restare fuori, la convinzione che “stavolta è diverso”, prezzi che salgono perché salgono. Dal bulbo di tulipano alle dot-com, fino ai JPEG da milioni di dollari, l’impulsività è il carburante e la mancanza di conoscenza il combustibile. Il digitale è una frontiera affascinante e va esplorata, ma con tre accorgimenti elementari: capire che cosa si sta comprando e chi dovrebbe comprarlo da noi domani; non investire mai più di quanto ci si possa permettere di perdere; e diffidare di ogni promessa che sostituisca l’analisi con l’entusiasmo. L’innovazione non ha bisogno di bolle per affermarsi. A volte, anzi, ne esce più forte quando le bolle scoppiano, come quella delle dot.com insegna.

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Virtus ex alto. Il cardinale Giovanni Battista Re, fedele “servitore” di più Papi

“Penso di non sbagliare dicendo che lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati”. C’è tanto, forse tutto, in questo passaggio della lettera di Papa Leone XIV, datata 11 ottobre 2026, mediante cui ha inteso ringraziare pubblicamente il cardinale Giovanni Battista Re per aver svolto “egregiamente” l’incarico di Decano del Collegio Cardinalizio. Il “cuore” del testo è, però, altrove: nella rilettura di un’intera esistenza sacerdotale, che è stata, e continua ad essere, “una edificante testimonianza di amore alla Chiesa e al Papa”.

Si tratta di una storia iniziata lontano dai palazzi apostolici, precisamente a Borno, in Val Camonica, dove Re nasce nel 1934. Ordinato sacerdote nel 1957, passa per la Pontificia Accademia ecclesiastica e per le nunziature a Panama e in Iran, prima di rientrare in Segreteria di Stato nel 1971 come segretario particolare dell’allora Sostituto, l’arcivescovo Giovanni Benelli. Sette i Pontefici che ha conosciuto e servito, con responsabilità diverse e crescenti. È con San Giovanni Paolo II che diventa, nelle parole di Leone XIV, “collaboratore fidato dei Sommi Pontefici” per eccellenza. Wojtyla lo nomina Assessore nel 1979, Segretario della Congregazione per i Vescovi nel 1987 e, due anni dopo, Sostituto della Segreteria di Stato. Nel 2000 arriva alla guida della Congregazione per i Vescovi, insieme alla presidenza della Pontificia Commissione per l’America Latina; l’anno dopo l’elevazione alla dignità cardinalizia. Il suo impegno ultradecennale – dapprima, in qualità di Segretario – nel presentare alla scelta del Papa i candidati all’episcopato gli ha “permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali”. Nella lettera, il Santo Padre ha messo in rilievo anche “lo stile aperto, cordiale, franco, e la capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro”.

Lasciato il Dicastero nel 2010, Re non esce di scena. Nel marzo 2013 è lui, come primo dei cardinali vescovi elettori, a presiedere il Conclave che elegge il cardinale Jorge Mario Bergoglio. Nel 2020 diventa Decano. Nel gennaio 2023 celebra all’altare le esequie di Benedetto XVI; il 26 aprile 2025 presiede quelle di Francesco. Il 7 maggio 2025, nella Messa pro eligendo Romano Pontifice, invoca un Papa che meglio sappia “risvegliare le coscienze di tutti e le energie morali e spirituali” della società, richiamando a un’unità “che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità”. Tre giorni dopo, nel primo incontro con il Collegio, Leone XIV gli rende omaggio pubblicamente.

Nel concludere sull’uomo, il Papa ha scritto: “Tutti abbiamo ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica”. Una possibile chiave di lettura, suggerisce Leone XIV, sta nel motto scelto al momento dell’elezione alla dignità episcopale, Virtus ex alto, che attesta quanto abbia sempre “saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia”. Un motto che dà ragione del suo aver servito la Chiesa senza mai servirsi di essa. Un vero “uomo di Chiesa” e “uomo di Dio”, sincero e coerente. Ha onorato e onora la summenzionata terra nativa, di grandi e radicate tradizioni cristiane, nel campo ecclesiale e nell’apostolato laicale, ricevendo nel corso degli anni diversi riconocimenti legati al territorio, partecipando alla vita di quelle comunità come nel caso del 7 luglio 2018 quando – nel centenario della Grande Guerra – l’Adamello è stato proclamato Vetta Sacra alla Patria.

Senza tema di smentita, si può sostenere – utilizzando le parole della sua omelia del 2002, in occasione del XX anniversario della scomparsa del cardinale Giovanni Benelli – che il suo “amore alla Chiesa e alle anime lo (abbia spinto) ad affrontare con ardore e coraggio i problemi anche più difficili, senza badare al proprio tornaconto, ma guardando a ciò che la coscienza gli (ha indicato, di volta in volta) come scelta giusta e doverosa”. Insomma, non si può non rivolgergli un grazie per quello che ha fatto, anche per il nostro Paese, quale “testimone di Cristo e servitore del Vangelo per la speranza del mondo”.

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Tregua bollente tra Usa e Cina. Xi e la strategia dell’attesa

Come Vladimiro ed Estragone aspettavano Godot nella celebre opera di Beckett, il mondo potrebbe oggi aspettare Xi Jinping in questo dramma politico.

L’America è impantanata in due guerre. In Ucraina, vorrebbe raggiungere un compromesso con la Russia. In Medio Oriente, cerca di far cadere il regime di Teheran, che sostiene molti gruppi estremisti della regione e blocca il traffico petrolifero negli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb. Entrambi i conflitti stanno creando una crisi petrolifera che non si vedeva da oltre 50 anni e stanno facendo calare i consensi del presidente Donald Trump.

Trump potrebbe quindi essere nettamente sconfitto alle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il che aprirebbe, in teoria, due scenari. O Trump contesta il risultato delle urne, intrappolando il paese in uno scontro politico devastante che per mesi affogherà l’America; oppure accetta l’esito, e il nuovo Congresso a maggioranza democratica potrebbe fargli la guerra. In entrambi i casi, l’America potrebbe avere poche energie per occuparsi di politica estera e affrontare quello che, all’inizio della sua presidenza, era il “grande bersaglio”: la Repubblica Popolare Cinese (Prc) del presidente Xi Jinping.
Xi Jinping non ha alcun interesse a risolvere i problemi dell’America. Sarebbe pericoloso: qualcosa potrebbe andare storto nella mediazione, e la Prc verrebbe trascinata in un pasticcio che non ha innescato. Se Xi fosse di aiuto, allora l’America potrebbe tornare a una contrapposizione ostile con la Cina. Al contrario, facendo poco e lasciando che gli errori americani facciano il loro corso, Xi può affrontare con grande fiducia il congresso del partito del prossimo autunno.

Sarà celebrato come il primo capo di Stato cinese della storia ad aver messo all’angolo la grande potenza occidentale, due secoli dopo la vergognosa Guerra dell’oppio. Segnerà la fine del secolo dell’umiliazione che da decenni ossessiona l’educazione nelle scuole cinesi. Un risultato più grande della riunificazione con Taiwan, un’isola de facto indipendente, de jure parte di un’unica Cina e rivendicata dalla Prc.

Il contesto

Tutto questo avviene in un nuovo contesto globale complesso. Il 23 settembre l’Assemblea generale dell’Onu si è riunita a New York. Le due potenze, America e Cina, hanno messo da parte la Grande Mela e si sono incontrate a Washington. Di fatto, ciò ha svuotato l’Onu. Entrambe hanno preferito incontrarsi tra loro piuttosto che partecipare all’Assemblea generale. Se i più grandi non partecipano, a che serve l’Onu?

A maggio i due si erano incontrati a Pechino. Era forse un cessate il fuoco, un momento di pausa. A settembre l’incontro ha segnato una vera tregua. Ciò non significa che non ci saranno scoppi di tensione, ma la tregua dovrebbe reggere almeno fino al prossimo autunno, quando si aprirà il congresso del partito, che con ogni probabilità rinnoverà l’intero gruppo dirigente. Potrebbe persino reggere fino alle elezioni presidenziali americane del 2028.

Durante questa tregua, che potrebbe durare uno o due anni, alcuni segnali suggeriscono che le due potenze possano compiere qualche passo avanti, anche se si tratta di passi delicati.
Uno è la riapertura del dialogo militare. Forse il motivo principale dell’interruzione era che gli americani volevano stabilire codici di condotta per gli incontri in mare o in aria tra le forze cinesi e americane. I cinesi erano riluttanti perché stabilire tali codici avrebbe significato, in qualche modo, autorizzare la presenza americana in aree che la Cina considera di sua esclusiva pertinenza.
Un secondo punto importante riguarda l’attenzione con cui tutti i paesi asiatici, in particolare il Giappone, hanno seguito questo incontro. Fuori dalla Cina, il Giappone è una sorta di paese guida del fronte “anti-Prc”. Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi è andata di persona a Washington il giorno prima dell’arrivo di Xi e ha annunciato di aver ricevuto una telefonata da Trump subito dopo l’incontro di quest’ultimo con Xi.

Il vertice Trump-Xi non è stato un semplice incontro a due: è stato multilaterale, e l’America ha evidentemente accettato che lo fosse. Ha tenuto conto delle esigenze e delle richieste dei suoi alleati asiatici, in particolare del Giappone.

Un nuovo quadro

Le cose sono chiaramente cambiate rispetto all’inizio della presidenza Trump, quando diceva: “Metteremo la Cina all’angolo con i dazi, perché abbiamo il coltello dalla parte del manico: siamo il loro mercato”. Quell’approccio semplicistico è sparito, ma resta poco chiaro quale sarà il nuovo piano americano di lungo termine. Come verrà gestita la Cina? Verrà trattata semplicemente come qualsiasi altro paese, oppure gli Stati Uniti inizieranno davvero ad applicare ciò che Trump aveva annunciato nel suo primo mandato, nel 2016, cioè il decoupling, il distacco della Cina dal resto del mercato mondiale?

E la Cina, dal canto suo, cosa farà? Subirà e attenderà le decisioni americane? Cercherà di allineare il proprio sistema finanziario, economico e persino politico per integrarsi nel sistema mondiale? Oppure, al contrario, tenterà di sabotare questo sistema e crearne uno nuovo?

Nei prossimi due anni vedremo se questa tregua sarà di breve durata e sfocerà in un conflitto ancora più aspro, o se porterà a una pace duratura. Oppure la tregua potrebbe prolungarsi, dando forma alla nuova Guerra fredda 2.

L’Iran è un primo banco di prova. Nella dichiarazione congiunta la Cina ha detto di opporsi a un Iran dotato di armi nucleari e che l’Iran dovrebbe liberare i due stretti. Gli Houthi, alleati di Teheran, controllano lo stretto di Bab el-Mandeb. Qui potrebbe profilarsi un conflitto più ampio, poiché gli Houthi minacciano l’Arabia Saudita.

La Cina riuscirà a creare un sistema economico, commerciale e finanziario alternativo a quello attuale? Il primo passo sarebbe sganciare il renminbi (Rmb) dal dollaro, ma ciò creerebbe nuovi problemi. Ciò che la Cina sta facendo con successo è staccarsi dal sistema dei pagamenti in dollari. Tutti i pagamenti internazionali passano attraverso un nodo americano chiamato Swift.

La Cina ha creato un sistema di pagamento alternativo chiamato Cips. Di conseguenza, ha ottenuto maggiore riservatezza nelle sue transazioni. Se tutto passasse per il sistema americano, gli americani saprebbero esattamente come, dove, quando e a chi vanno i soldi cinesi. È così che gli Usa hanno scoperto che la Cina aveva ignorato alcune sanzioni internazionali, pur dichiarando ufficialmente di averle rispettate.

Intanto il dollaro è nel mezzo di un altro cambio di paradigma. Ha abbandonato il gold standard e oggi, oltre 50 anni dopo, consapevole della propria debolezza, sta creando le stablecoin, cioè criptovalute ancorate ad asset reali. Questa trasformazione monetaria comporta dei rischi perché, come sottolineano alcuni economisti come Paolo Savona, non possiamo essere certi che gli asset sottostanti a queste criptovalute siano reali.

Nel 2006-2007, alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, si scoprì che i derivati erano talvolta garantiti da asset poco solidi. La cattiva gestione dei derivati, una delle grandi innovazioni finanziarie americane dell’epoca, contribuì anch’essa alla crisi del 2008.

La riforma americana potrebbe oggi comportare rischi simili. Ma soltanto l’America sta affrontando la sfida; la Cina non sta intraprendendo un programma di riforma della propria moneta né del sistema finanziario e commerciale globale.

Almeno per ora, le condizioni per un’alternativa cinese non ci sono, e l’America, con il dollaro e Wall Street, resta centrale. La Cina gioca in difesa.

La svolta finanziaria della Cina

Ciò che la Cina dovrebbe fare, pur a costi considerevoli, è attuare riforme significative del proprio mercato interno e del proprio sistema politico. Con una popolazione di 1,4 miliardi di persone non può crescere consumando solo grazie a 350 milioni di americani o a 500 milioni di europei.

Potrebbe aver già cominciato. Le autorità fiscali cinesi stanno perseguendo i ricchi per le imposte non pagate. Lo Stato è chiaramente a corto di liquidità e ora ha bisogno di maggiori contributi da chi ha guadagnato di più in questi decenni. È una mossa delicata. Se i ricchi pagano, o ottengono qualcosa in cambio (di solito alla tassazione si accompagna la rappresentanza), oppure potrebbero diventare meno intraprendenti, il che potrebbe trascinare giù l’intera economia.

Se la Cina agisse davvero in questa direzione, potrebbe annunciarlo al congresso del 2027.

Alcuni in Cina potrebbero ancora essere innamorati della vecchia tesi di Marx, Lenin e altri socialisti secondo cui il sistema capitalista prima o poi crollerà. Naturalmente è possibile, ma la tesi ha ormai 200 anni. Il sistema capitalista ha subito crisi gravi, eppure ogni volta ne è uscito più forte, non più debole. Sarà diverso questa volta? Non è chiaro, ma è improbabile.
Eppure le scelte della Cina non sono lineari. La situazione potrebbe complicarsi nei prossimi 12 mesi. I due conflitti in corso si rendono sempre più confusi. La Russia di certo non sta vincendo. L’Iran, che ha ottenuto un risultato non trascurabile bloccando i flussi di petrolio, sta soffocando sotto il proprio blocco navale. Il blocco funziona in due direzioni: gli Usa ricevono poco petrolio e l’Iran non incassa alcuna entrata economica. L’economia iraniana sta implodendo.

Non si vedono prospettive nel breve o nel medio periodo su nessuno dei due fronti. Perciò la Cina, che sostiene questi due paesi, non ha a sua volta prospettive nel medio e lungo termine. L’America, al contrario, campione di secoli di capitalismo di successo, dovrebbe avere molte prospettive nel medio e lungo periodo, nonostante errori e passi falsi.
Aspettare potrebbe funzionare per un anno, o forse no. L’Iran o la Russia potrebbero cedere; nuovi guai potrebbero scoppiare in qualsiasi paese europeo e qualsiasi cosa potrebbe accadere ovunque nel mondo. Gli Houthi potrebbero aver innescato un conflitto regionale che coinvolge la Turchia.

Tutto è in movimento. La Cina potrebbe inciampare su qualsiasi cosa e diventare ancora più difensiva e cauta. Un po’ di tensione fa bene alla Cina, perché tiene lontana l’attenzione del mondo, ma troppo caos potrebbe riversarsi sulla Cina stessa.

Per Trump, il “mago” del caos, acque agitate all’estero, unite a un clima tempestoso in patria, potrebbero essere più facili da navigare. Oppure potrebbe finire per esserne travolto.
Se qualcosa di grosso si aggiungesse al caos attuale nei prossimi 12 mesi, i piani della Cina per un congresso del partito tranquillo potrebbero saltare.

Gli stretti dell’Ue

Se Trump non riuscirà a risolvere il blocco al più presto, tutto potrebbe diventare molto più difficile. I tempi sono decisivi. È nell’interesse di Teheran mantenere chiusi gli stretti fino a dopo le elezioni, per mettere Trump in difficoltà e segnare così una vittoria. La Russia non sta aiutando Trump sull’Iran, anche se potrebbe spingere Teheran a cedere agli Usa, se volesse davvero. L’Iran potrebbe resistere per almeno un mese.

L’accordo con la Russia sul diesel dovrebbe, in teoria, compensare la resistenza iraniana. Ma non è chiaro se funzionerà e in che misura. La Russia ha poco o nessun diesel da distribuire.
L’Europa, in quanto tale, non è nel quadro. Ha un problema radicale. Per decenni ha appaltato all’esterno quasi tutto: la difesa agli Usa, l’energia alla Russia, la forza lavoro agli immigrati, l’industria e i mercati alla Cina e agli USA, la tecnologia agli Usa e alla Cina. Si può e si deve appaltare qualcosa, non tutto.

Gli Usa hanno appaltato parte della produzione industriale alla Cina e la forza lavoro ai migranti, e ne soffrono. Ma il loro mercato, la difesa e la tecnologia sono primi al mondo. In che cosa è prima al mondo l’Europa? Nel turismo culturale?

Per di più, alcune ferite potrebbero non essersi mai rimarginate del tutto. Dopo la fine della Guerra fredda, la dissoluzione della Jugoslavia mise i paesi europei con le spalle al muro. Francia e Regno Unito si schierarono con la Serbia; la Germania con la Croazia. Per evitare una divisione aspra che potesse accendere attriti nel continente, l’Ue implorò gli Usa di intervenire.

L’America non voleva. Ricordo una conversazione con Edward Luttwak all’epoca, che esortava gli europei a inviare truppe in Jugoslavia e, attraverso quel sacrificio, a plasmare una nuova identità comune e a forgiare una nuova unione politica. Gli europei tergiversarono, sperando che l’intervento americano risolvesse i loro guai. Allo stesso tempo lanciarono l’euro senza sufficiente accordo e dialogo con gli Usa.

L’allargamento dell’Ue a paesi dell’Europa orientale più filoamericani ha risolto solo in parte la frattura tra America ed Europa occidentale. Questo resta un problema per i paesi europei, dove la controversa amministrazione Trump ha compromesso i rapporti, ma riguarda anche gli Usa, che potrebbero vedere l’Europa più come un peso che come una risorsa.

Un duello di immagini

Tutto questo si è riversato sulle immagini pubbliche di Cina e Usa. Da una parte, la cattiva gestione dell’immagine da parte dell’America; dall’altra, la gestione attenta di quella cinese.

L’America ha smantellato l’apparato informativo che aveva costruito durante la Guerra fredda e, per decenni, nessuno ha curato la sua immagine pubblica, proprio quando serviva consolidarla e proiettarla in una nuova fase. Lo scontro con l’Unione Sovietica era finito, ma le questioni politiche della libertà e della democrazia avevano ancora bisogno di un nuovo fondamento.

Inoltre, l’amministrazione Trump non si è curata di proiettare un’immagine positiva al mondo. Si è concentrata solo sul dire a una parte della pancia dell’America, quella che si sentiva defraudata e tradita, che il governo di Washington si sarebbe opposto a un mondo che approfittava dell’America. Questo messaggio lo ha aiutato a farsi eleggere, ma ha danneggiato l’immagine americana all’estero.

La Cina, al contrario, ha fatto quasi l’opposto. Ha proiettato un’immagine positiva di sé e ha una storia vera da raccontare. È una storia di sviluppo travolgente, dal sottosviluppo a infrastrutture da fantascienza in 40 anni. I treni superveloci cinesi, le città brulicanti di grattacieli, la creatività dei giovani di Pechino e Shanghai su TikTok, il successo delle aziende produttrici di auto elettriche: sono storie che si vendono quasi da sole.

Il documentario di Antonioni sulla Cina del 1972, Chung Kuo, mostra la vita povera e semplice di Pechino 54 anni fa e testimonia i progressi del paese nel corso dei decenni.
Possono sostenere che il sistema politico cinese è efficiente e produce risultati, al di là delle facili critiche sulla democrazia e sui diritti umani che circolano ampiamente, e persino che funziona meglio di una democrazia. L’America ha provato a esportare la democrazia in Iraq e in Afghanistan e ha fallito; la Cina ha resistito a quelle pressioni e ha trasformato il suo paese, e forse persino il mondo.

È una storia forte, convincente, e non mi sembra che l’America la sfidi in modo deciso e preciso. In realtà, è del tutto vera? Potrebbe essere più complessa di così.

Su scala più ampia, gli Usa potrebbero voler imparare qualcosa dalla Cina. La Cina ha perfezionato un sistema di pianificazione a lungo termine che guida il paese attraverso gli alti e bassi quotidiani. Gli Usa, al contrario, sembrano rivedere piani e idee a ogni presidenza e ora, con Trump, forse ogni giorno spunta un nuovo piano. Questo sistema priva l’America di una strategia e, senza strategia, come dicono i militari, la tattica o le brillanti idee improvvise sono solo il frastuono prima della sconfitta.

L’America ha bisogno di un piano a lungo termine per il mondo che desidera per sé e per tutti gli altri. L’ascesa della Cina e le sfide che pone ne sono una parte importante, ma le guerre in corso mostrano che gli Usa e l’ordine mondiale devono affrontare molto di più.

Durante la Guerra fredda, gli Usa hanno mantenuto coerenza tra una presidenza e l’altra; ora serve qualcosa di simile. Per farlo, l’America dovrebbe trovare un terreno comune al centro e tagliare le ali radicali, come fece 80 anni fa. Se gli Usa troveranno un equilibrio, metteranno in guardia la Cina; se non lo faranno, la Cina potrebbe pensare di poter continuare a perseguire politiche incentrate sulla sopravvivenza in mezzo a un caos crescente.

(Le discussioni con Giuseppe Rippa e Marco Mayer sono state utili per sviluppare gli argomenti qui esposti)

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Vescovi con la tessera. Così Pechino ridisegna la Chiesa cattolica cinese

Il mese scorso Chongqing ha avuto un nuovo arcivescovo. Si chiama Andrea Ding, ha 44 anni, fino a poco fa era un semplice parroco e il suo incarico più rilevante era la vicesegreteria del Consiglio dei vescovi cinesi, organismo legato all’Associazione patriottica cattolica. Più o meno negli stessi giorni a Zhangjiakou è arrivato Giuseppe Wang, vicedirettore dell’Associazione nell’Hebei, prendendo il posto di Agostino Cui Tai, detenuto per anni dal governo cinese e messo a riposo dal Vaticano senza che nessuno abbia chiarito se oggi sia libero.

Per Nina Shea, che dirige il Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, sono gli ultimi tasselli di un disegno preciso. L’accordo del 2018, il cui testo non è mai stato reso pubblico, dà a Pechino voce in capitolo nella scelta dei vescovi e lascia al papa un diritto di veto. Il Partito, sostiene Shea, lo sta usando per collocare alla testa delle diocesi i dirigenti dell’Associazione patriottica. Lo sono quasi tutti i 18 vescovi nominati finora, più i due che Roma dovette riconoscere come condizione per firmare.

L’Associazione fu creata sotto Mao per staccare i cattolici cinesi da Roma, e chi vi aderisce si impegna all’“indipendenza” e all’“autogestione” della Chiesa. Benedetto XVI, nella lettera ai cattolici cinesi del 2007, giudicò questo obiettivo inconciliabile con la dottrina. Dal 2018 l’organismo risponde al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Pcc e i sacerdoti sono stati spinti ad aderire. Il Vaticano, che pure lo considera illegittimo, ha lasciato correre.

Sono questi vescovi a far rispettare le regole della sinizzazione voluta da Xi Jinping, che prevedono omelie centrate sul suo Pensiero e il divieto di ingresso in chiesa per i minori. Giuseppe Shen Bin fu trasferito a Shanghai da Pechino nel 2023 senza consultare Roma, e papa Francesco ratificò la decisione tre mesi dopo. Da allora parla della sinizzazione come della strada obbligata per la Chiesa cinese. A Shantou siede Giuseppe Huang Bingzhang, che da deputato votò per inserire il Pensiero di Xi in Costituzione e che Roma aveva scomunicato nel 2011. A Mindong Vincenzo Zhan Silu nel 2019 portò 33 preti in un centro di “rieducazione” socialista. Lo scorso dicembre, nell’Henan, Francesco Li Jianlin ha fatto chiudere una chiesa perché alcuni ragazzi vi suonavano degli strumenti, e poi ha esteso il divieto a tutta la provincia. Un fedele ha commentato con AsiaNews che la polizia ormai non serve più.

Chi non si è piegato ha pagato. Shea conta dieci vescovi fedeli a Roma finiti in carcere, scomparsi, degradati o mandati in pensione. Taddeo Ma Daqin, a Shanghai, è chiuso in un seminario da 14 anni. Giulio Jia Zhiguo è morto l’anno scorso in una clinica, sorvegliato dalla polizia.

Intanto i cattolici in Cina restano fermi tra i 10 e i 12 milioni, secondo le stime citate dal Pew Research Center, metà dei quali nella Chiesa clandestina. I protestanti praticanti, secondo il sociologo Fenggang Yang della Purdue University, sarebbero invece circa 100 milioni, e crescono soprattutto nelle comunità non registrate. Proprio quel mondo sotterraneo che il Vaticano, non nominando più vescovi clandestini, ha di fatto abbandonato.

L’intesa è stata rinnovata nel 2024 fino al 2028 e il passaggio a Leone XIV non ha avuto impatti di sorta. Ma se Roma non cambia strada, suggerisce Shea, la Chiesa cattolica cinese è destinata a spegnersi.

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Conte e Vannacci parlano la stessa lingua. Quella di Mosca

Una delle peculiarità delle lingue sta nel fatto che ciascuna di esse varia nello spazio, nei gruppi sociali e nelle situazioni comunicative, dando luogo a varietà diverse capaci di comunicare gli stessi contenuti. Lo stesso principio regge il marketing, riassunto nel motto “Non importa cosa vendi, ma come”. Basta adattare la confezione al pubblico di riferimento, e poco importa se lo stesso prodotto viene venduto anche a clienti che si identificano in categorie diametralmente opposte.

Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte si collocano agli antipodi dello spettro politico. Mentre il primo sta apparentemente guadagnando consensi a vista d’occhio grazie al suo essere così-di-destra-che-più-destra-non-si-può, l’altro ambisce ad essere architetto e costruttore di un nuovo “campo progressista” (che è una cosa ben diversa, come sottolinea lo stesso Conte, dalla sinistra, anche se raccoglie al suo interno solo partiti di sinistra, dal Pd ad Avs. Non che ci si debba stupire, considerando che difficilmente un uomo che si è ritrovato quasi per caso nell’agone politico come figura di guida, almeno formale, di uno dei governi più di destra della storia della Repubblica possa rispecchiarsi in una visione “di sinistra”). Dalla gestione del fenomeno migratorio ai diritti civili e alle questioni etiche, dal welfare all’energia, e dalla sanità alla scuola, per la quasi totalità dei temi affrontati nel dibattito pubblico le due piattaforme politiche propongono soluzioni diametralmente opposte. Tranne che in un caso. Sul conflitto in Ucraina le posizioni dei due partiti arrivano ad essere tremendamente simili a livello sostanziale. Quello che cambia è come tali principi vengono comunicati.

Dio, patria, famiglia … e Cremlino

Nel caso di Futuro Nazionale, il registro dominante è quello del pragmatismo e dell’interesse nazionale. In più occasioni, l’ultima a settembre, Vannacci ha chiesto di interrompere l’invio di armi a Kyiv, sostenendo che le ingenti risorse spese dall’Italia avrebbero potuto essere stanziate per sanità, scuole, pensioni et similia, anziché in “cessi d’oro”, corruzione e prostitute, e che il nostro Paese dovrebbe riallacciare al più presto i rapporti commerciali con Mosca, soprattutto per quel che riguarda l’acquisto di combustibili fossili. Ovviamente, le dichiarazioni sono raramente accompagnate dalle dovute contestualizzazioni o da un’analisi approfondita dei dati. Alla retorica di questo presunto “realismo politico” se ne affianca un’altra, quella della glorificazione della Russia come ultimo baluardo della civiltà occidentale e dei suoi valori, che si contrappone a un Occidente globalizzato e globalista preda insalvabile di un profondo declino morale. Una visione ideologica su cui si installa il rifiuto di condannare l’aggressione del febbraio del 2022 contro l’Ucraina e l’accusa alla Nato di essere il principale responsabile di questo sviluppo, ricalcando in modo pedissequo il catechismo del Cremlino.

I legami con la Russia vanno però ben oltre l’aspetto generale del programma, e toccano da vicino gli esponenti di Futuro Nazionale. Se l’esperienza come attaché militare presso l’ambasciata italiana a Mosca non rappresenta in alcun modo una prova della collusione tra Vannacci e gli ambienti del Cremlino (nonostante le dichiarazioni rilasciate da John Foreman, allora suo omologo britannico nella capitale russa, possano offrire spunti di riflessione al riguardo), altri personaggi che orbitano nella galassia vannacciana vantano un legame piuttosto stretto con la patria degli Zar. Come ad esempio Eliseo Bertolasi, ex paracadutista di quella stessa Folgore guidata in passato da Vannacci divenuto poi reporter e analista geopolitico, che è stato insignito da Vladimir Putin in persona dell’Ordine dell’Amicizia (una delle onorificenze civili più alte concesse dalla Federazione Russa); o Antonio Imperatore, anche lui ex folgorino e oggi esponente del circolo “Amici della Russia Imperiale Terza Roma”, una cui delegazione è stata ricevuta dal console generale russo a Milano; o ancora Roberto Jonghi Lavarini, noto esponente degli ambienti neofascisti che può rivendicare una stretta vicinanza personale al filosofo russo Aleksandr Dugin, le cui teorie “godono” di fama internazionale e non hanno certo bisogno di essere esposte su queste pagine.

Si vis bellum, para pacem

Anche attorno al Movimento 5 Stelle orbitano personaggi simili. A gennaio di quest’anno, in occasione di una conferenza organizzata dalla deputata M5s Stefania Ascari sulla violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti in Venezuela, è stato chiamato a moderare Alberto Fazolo, noto anche come “Nemo”, nomignolo guadagnato in occasione del suo arruolamento come volontario nel 2015 all’interno delle milizie filorusse che combattevano la guerra nel Donbass. Fornendo così una cornice istituzionale a figure apertamente schierate con Mosca, con tutte le problematiche del caso.

In generale, però, la posizione del Movimento 5 Stelle si distanzia soltanto a parole da quella di Futuro Nazionale, cercando altrove i principi necessari per sostenere le stesse tesi. Le parole d’ordine sono quelle nobili del pacifismo, che sul piano concreto arrivano ad essere disfattismo nel migliore dei casi, se non peggio. “È finito il tempo di inviare le armi”, dice il leader del Movimento 5 Stelle in occasione dell’intervista rilasciata a David Parenzo all’Aria che Tira il 30 settembre, “l’Ucraina è già abbastanza armata”. Conte evidentemente ignora le difficoltà al fronte, ma soprattutto, sanzioni a parte, che nessuno ha mai ritenuto sufficienti da sole, non si pone il problema di esercitare una pressione concreta sulla Russia, limitandosi a ridurre gli aiuti a Kyiv. Che, sempre nelle parole del capo del M5s, serve ad “aiutare gli ucraini in modo ancora più operativo, portando ad una soluzione pacifica del conflitto”. Una convinzione che viene da lontano. Già il 6 settembre 2022, in piena campagna elettorale, Conte dichiarava a Telelombardia che “la pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole”, senza specificare che la pace voluta da Putin era solo quella alle sue condizioni.

Un pacifismo che ha una caratteristica peculiare, quella di essere rigorosamente unidirezionale. Le richieste di “negoziato” e di “de-escalation” sono rivolte sempre e soltanto a Kyiv e alle cancellerie occidentali, mai a Mosca, che pure questa guerra l’ha scatenata (il che dovrebbe stupire, considerando il passato da giurista del leader). Allo stesso modo, Conte glissa su logiche come quella della deterrenza e del rapporto di forza al tavolo negoziale, dimenticando che una pace senza garanzie, con un interlocutore che ha già stracciato il Memorandum di Budapest e gli accordi di Minsk, è soltanto una pausa. E che una Russia premiata per l’uso della forza sarà più tentata di mettere alla prova la Nato, e quindi anche noi. Se poi ci si sofferma sulle parole scelte da Conte negli ultimi mesi, il sospetto di “parzialità” diventa ancora più concreto. A luglio, da un palco di Napoli, sostiene che “stanno costruendo una minaccia russa” per giustificare il riarmo. Il 2 agosto, ad Asiago, descrive un’Ucraina con “componenti di destra estrema”, un “mercato” in cui finirebbero le armi occidentali e un popolo che “diserta”. Denazificazione, armi rivendute, crollo del morale ucraino, minaccia inventata dall’Occidente. Esattamente le stesse parole d’ordine impiegate dalla macchina della propaganda russa.

D’altronde, non mancano i segnali della vicinanza di Conte e del M5s al regime putiniano, dalla partecipazione di esponenti pentastellati come Manlio Di Stefano al congresso di Russia Unita nel 2016 alle mozioni per la revoca delle sanzioni, dal contratto di governo gialloverde che prometteva di rivederle all’appoggio di Conte, al G7 del 2018, alla proposta di riammettere Mosca. Fino alla missione militare “Dalla Russia con amore”, accolta in Lombardia nel 2020 dal suo secondo governo, e al voto con cui al Parlamento europeo il M5s si è schierato insieme a Vannacci contro il rapporto sull’Ucraina che definiva l’invasione russa una guerra di aggressione non provocata e ingiustificata.

Tutte le strade portano a Mosca

Che si tratti di convinzione ideologica o di calcolo elettorale, l’effetto non cambia, ed è un vantaggio per Mosca a scapito dell’interesse nazionale (ironicamente, proprio quello che Vannacci dice di voler difendere). Futuro Nazionale e Movimento 5 Stelle parlano due varietà della stessa lingua, con registri adatti a pubblici che non si parlerebbero mai, e che proprio per questo non si accorgono di ricevere lo stesso messaggio. Un gioco delle parti che permette al Cremlino di disporre di una sponda trasversale nel nostro Paese, capace di condizionare il dibattito qualunque sia il colore del governo. Come confermato dalle ultime dichiarazioni rilasciate alla Tass dall’ambasciatore russo a Roma Aleksej Paramonov, che senza fare i nomi si è rivolto alle “forze costruttive italiane, di qualsiasi orientamento siano”. Di nuovo, cambiano confezione e target. Il prodotto, e chi ne trae vantaggio, resta lo stesso.

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Ecco perché un museo cerca giovani per scrivere il futuro

“Crescere è una necessità per il nostro Paese” ha ribadito il presidente Alvise Biffi in apertura del suo intervento all’assemblea annuale di Assolombarda. Nello stesso giorno Banca d’Italia ha alzato la stima per il 2026 all’1%, è vero. Ma per poi vedere la crescita rallentare allo 0,6% nel 2027 e allo 0,8% nel 2028. Qualche giorno prima l’economista Lucrezia Reichlin ha ricordato sul Corriere della Sera il peccato dell’Italia: restare piccoli. È stato fatto un buon lavoro sul debito ma dagli anni Novanta siamo fermi. “Non possiamo abituarci”, dice Biffi.

Se un medico ci dicesse che nostro figlio ha problemi di crescita, certamente ci preoccuperemmo per il suo futuro, per cosa lo aspetta e per quello che rischia di diventare. Lo stiamo facendo per il nostro Paese? E soprattutto, abbiamo individuato gli anticorpi necessari per curare il rachitismo che affligge il nostro sistema economico? Il principale si chiama “giovani”. Se la Reichlin individua nella emigrazione giovanile uno dei segnali della malattia, Biffi lo ha detto chiaramente: “Senza giovani non c’è industria”.

Per crescere, però, serve un’idea di futuro. Una strategia per la crescita non è solo un elenco di misure. Presuppone di sapere dove si vuole andare, di avere un’immagine del Paese che si vuole diventare. Ed è proprio questa immagine che sembra mancare. Il Censis, nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha misurato questa mancanza di prospettiva. Il 63% degli italiani è convinto che “si sia spento ogni sogno collettivo”. Il 55% pensa che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita. È il ritratto di un Paese che guarda soprattutto indietro, a ciò che ha perso, e fatica a immaginare che cosa potrebbe guadagnare.

I giovani scesi in piazza nelle scorse settimane in Francia, Spagna, Belgio vogliono scuole migliori. Chiedono case economicamente accessibili. Non stanno facendo la rivoluzione, pretendono solo un futuro migliore. Sono i protagonisti del tempo che verrà ma nessuno li interpella, nessuno sembra voler approfittare della loro energia, della loro naturale voglia di immaginare e di fare per ritagliarsi lo spazio che meritano nella storia. Li stiamo prendendo sul serio? Il presidente del Cnel Renato Brunetta, ha sintetizzato così i risultati del rapporto Giovani expat. Come farli tornare: “Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”. E meritarselo, il talento, significa pagarlo meglio, certo. Ma anche dargli spazio, permettere ai giovani di contribuire a scrivere quel futuro che sono destinati ad abitare.

Per questo è interessante l’invito che arriva da un luogo che per definizione custodisce il passato. Il Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, una delle più visitate d’Italia, ha lanciato Vittoriale Lab – L’officina del possibile, un concorso nazionale di idee per chi ha meno di 25 anni. Non ci sono premi in denaro. Ai partecipanti si chiede di presentare entro il 30 ottobre un’idea su una delle tre sfide proposte: la sostenibilità, il nuovo senso di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’identità tra spazio fisico e virtuale. Dieci ragazzi e ragazze saranno selezionati e a fine gennaio si ritroveranno al Vittoriale in un weekend di “co-creazione” affiancati da un team di abilitatori: un esperto di Intelligenza Artificiale per usare con consapevolezza la potenza degli algoritmi, un giovane poeta per aiutarli a esprimere la loro creatività, un autore e regista teatrale per preparare la performance che porterà sul palco il Manifesto del Futuro che avranno scritto insieme.

Il luogo non è casuale. D’Annunzio fu tante cose, alcune discutibili, ma certamente un uomo che trasformava i luoghi in laboratori di idee e di linguaggi. Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri, parla dell’iniziativa come una ricerca del genio italiano tra i talenti ancora inespressi. Un manifesto scritto da dieci ventenni non alzerà il Pil di un decimale. Ma indica un metodo che manca al dibattito pubblico sulla crescita italiana: chiedere a chi ha meno di 25 anni non perché se ne va, ma che Paese vorrebbe costruire. “Questi sono i fatti, la storia deve ancora cominciare”, dice Digger nel’omonimo e cupo film di Innaritu. Quale storia vogliamo raccontare? E con quali protagonisti?

La risposta pubblica, finora, si è concentrata sugli incentivi: sgravi fiscali per chi rientra, bonus, agevolazioni. Strumenti utili, ma che partono da un presupposto discutibile, cioè che basti rendere più conveniente restare. Manca qualcosa che nessun incentivo può comprare: la sensazione di poter partecipare a costruire il Paese in cui si vive. Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Se davvero si è spento ogni sogno collettivo, qualcuno dovrà pur ricominciare a scriverne uno. Meritarsi il talento significa anche questo: dargli la penna.

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La minaccia dei droni evolve più in fretta delle difese. Scrive il gen. Preziosa

L’impiego dei droni nella guerra in Ucraina sta accelerando l’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle modalità operative, ponendo interrogativi sulle possibili ricadute per gli attori non statali. Siamo in presenza di un processo di trasformazione che supera il perimetro del conflitto: tecnologie, competenze ed esperienze maturate dalle forze armate possono essere studiate e adattate anche da organizzazioni terroristiche e criminali, con conseguenze sulla sicurezza dei territori e sulla protezione delle popolazioni. Nel teatro ucraino, questa evoluzione si manifesta nell’aumento del numero di droni impiegati, nella specializzazione delle loro funzioni e nella crescente integrazione con le altre componenti della forza. Alla ricognizione si affiancano l’attacco, la correzione del tiro e l’intercettazione di altri droni. Il Ministero della Difesa ucraino ha documentato, anche nel 2026, l’introduzione di nuovi sistemi destinati a operare a differenti distanze e a contrastare i mezzi aerei senza pilota avversari. Si delinea una capacità sempre più articolata, nella quale l’efficacia del singolo drone dipende anche dalla rete che collega sensori, decisori e strumenti d’intervento, consentendo di tradurre le informazioni raccolte in azioni coordinate. La trasformazione più significativa riguarda il ritmo dell’adattamento. Justin Bronk e Jack Watling, in uno studio del Royal United Services Institute, hanno evidenziato come l’efficacia dei droni dipenda dall’aggiornamento di software, sensori, comunicazioni e modalità di funzionamento, mentre l’avversario perfeziona le contromisure. Per la fattispecie, questi aggiornamenti possono rendersi necessari nell’arco di sei-dodici settimane. La capacità operativa dipende quindi anche dalla rapidità con cui l’esperienza del combattimento viene tradotta in modifiche tecniche e organizzative. Un’ulteriore direttrice riguarda la riduzione della vulnerabilità alle interferenze e lo sviluppo di funzioni che richiedono un minore intervento dell’operatore. Si tratta di evoluzioni distinte: i collegamenti in fibra ottica riducono la vulnerabilità del canale di comando al disturbo radio, mentre l’automazione e l’autonomia di specifiche funzioni modificano il rapporto fra operatore e sistema. Nel giugno 2026, il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato prove in combattimento di droni intercettori nei quali l’operatore seleziona il bersaglio e autorizza l’ingaggio, mentre il sistema esegue autonomamente le successive fasi dell’intercettazione. Secondo quanto dichiarato, la decisione iniziale resta dunque umana, mentre l’esecuzione viene affidata in larga misura al sistema. Questi sviluppi interessano anche gli attori non statali. Organizzazioni terroristiche e criminali possono osservare le soluzioni tecnologiche e le modalità d’impiego adottate dalle forze armate, selezionando e adattando quelle compatibili con le proprie risorse e finalità. Non occorre riprodurre un’intera capacità militare per ottenere un vantaggio: un miglioramento nella sorveglianza, nell’affidabilità dei mezzi o nel coordinamento delle attività può essere sufficiente a rafforzare la capacità d’azione di un gruppo in un determinato territorio. La disponibilità di tecnologie commerciali consente inoltre di condurre sperimentazioni proprie, nelle quali l’innovazione nasce dall’adattamento di strumenti già accessibili a esigenze operative specifiche. Occorre però collocare questa evoluzione in una prospettiva storica più ampia. Già dal 2001, in Afghanistan, l’impiego statunitense dei Predator armati con missili Hellfire nelle operazioni contro al-Qaeda e le forze talebane aveva mostrato il valore operativo della combinazione fra sorveglianza persistente e capacità di attacco a distanza.

Anche l’impiego terroristico dei droni precede l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 2022. Nell’ottobre 2016, in Iraq, un drone contenente esplosivo impiegato dallo Stato islamico provocò la morte di due combattenti curdi e il ferimento di due militari francesi. Nel gennaio 2017, il Combating Terrorism Center di West Point presentò un’analisi di ventuno documenti interni recuperati a Mosul, relativi al programma droni dell’organizzazione. Fra gli autori figurava Don Rassler, ricercatore e direttore delle iniziative strategiche del Centro, che nel 2018 avrebbe approfondito l’approvvigionamento, le dimensioni e le prospettive di questa capacità. Emergeva un programma organizzato, sostenuto da procedure di gestione e acquisizione dei mezzi, ben prima dell’accelerazione tecnologica osservata nel conflitto ucraino.

La guerra in Ucraina può dunque essere considerata un acceleratore dell’innovazione e della diffusione di conoscenze e modalità d’impiego, all’interno di un fenomeno già esistente. L’esperienza africana ne mostra l’estensione geografica e operativa. L’Africa Center for Strategic Studies ha documentato l’impiego di droni per lo sgancio di ordigni da parte di gruppi jihadisti nel Sahel, segnalando anche un attacco attribuito al Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, contro postazioni militari a Djibo, in Burkina Faso, nel febbraio 2025. Nel briefing delle Nazioni Unite del 5 agosto 2026 è stato inoltre richiamato il crescente utilizzo di droni commerciali da parte della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), nel quadro di una valutazione più ampia che identifica nell’impiego di sistemi aerei senza pilota e nel loro adattamento a funzioni offensive da parte di organizzazioni terroristiche una minaccia operativa significativa. Sul versante criminale, un recente contributo di Ed Timperlake, pubblicato su Defense.info con il titolo An Intel Alert So There Is No 21st Century Pearl Harbor, richiama l’attenzione su un episodio messicano. Il 5 ottobre 2026, a El Rosario, nello Stato di Sinaloa, l’esercito ha individuato un accampamento riconducibile alla criminalità organizzata. Secondo la ricostruzione di Sebastián Martínez su Luz Noticias, sono stati sequestrati quindici droni, altrettanti dispositivi di controllo, quindici rotoli di fibra ottica per droni e quarantadue ordigni esplosivi improvvisati, insieme ad armi e munizioni. La compresenza di questi materiali rappresenta un segnale concreto della diffusione di capacità tecnologiche e operative che rendono sempre più stretto il rapporto fra difesa e sicurezza interna. La possibilità che organizzazioni criminali acquisiscano mezzi e adattino modalità d’impiego sperimentate nei conflitti impone una riflessione sulle implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati. Anche in Europa il problema è riconosciuto: già nel 2023 la Commissione europea rilevava l’utilizzo criminale dei droni nel contrabbando transfrontaliero e nel traffico di stupefacenti. 

Che cosa possiamo attenderci? Anzitutto, sul versante della risposta istituzionale, sarà necessario rafforzare le capacità di sorveglianza degli Stati e diffondere strumenti di individuazione e contrasto dei droni presso le forze dell’ordine, in coordinamento con le autorità aeronautiche e la difesa. Già in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, a Roma, furono adottate misure di protezione dello spazio aereo che comprendevano esplicite restrizioni al volo dei droni. L’evoluzione della minaccia richiede oggi di aggiornare mezzi, competenze e procedure, superando le disomogeneità nelle capacità di risposta dei diversi apparati. Le implicazioni dipendono anche dalle finalità perseguite. Per la criminalità organizzata, i droni possono rafforzare la protezione dei traffici, il controllo territoriale e l’intimidazione, per le organizzazioni terroristiche, possono favorire una più stretta integrazione fra osservazione, azione violenta e propaganda, al servizio di obiettivi politici e ideologici. Anche un’organizzazione criminale può ricorrere a modalità terroristiche, quando la violenza assume una dimensione e una finalità di intimidazione della popolazione o di coercizione dei poteri pubblici. Tale carattere non deriva però automaticamente dal mezzo utilizzato. Comprendere gli obiettivi e le modalità con cui ciascuna organizzazione impiega i droni è quindi necessario per predisporre risposte adeguate. La partita riguarda inoltre l’asimmetria fra il costo dell’azione ostile e quello della protezione. Un episodio circoscritto può imporre sospensioni delle attività, controlli prolungati e l’impiego di risorse considerevoli. La valutazione del rischio deve quindi comprendere le conseguenze economiche, organizzative e psicologiche, soprattutto quando sono coinvolti servizi essenziali. Per un attore ostile, generare incertezza e provocare interruzioni può rappresentare un risultato significativo anche quando il danno materiale resta limitato. Questa asimmetria rende ancora più importante riconoscere tempestivamente l’evoluzione della minaccia. Acquista significato, sul piano dell’intelligence, il richiamo di Timperlake a Pearl Harbor: la disponibilità di informazioni parziali serve a poco se non si riesce a collegarle, interpretarle e tradurle in preparazione operativa. Il precedente storico invita a verificare l’adeguatezza delle categorie con cui interpretiamo i segnali e delle procedure con cui reagiamo. Timperlake distingue inoltre la protezione di singoli obiettivi dalla difesa di spazi più ampi, ponendo una questione rilevante anche per la sicurezza interna: la protezione di alcune strutture deve inserirsi in una capacità più estesa di sorveglianza, valutazione e intervento sul territorio.

La risposta richiede intelligence, cooperazione istituzionale e capacità di adattamento. Occorre comprendere chi acquisisce i mezzi, quali competenze possiede, come finanzia l’attività e quali finalità persegue. Le informazioni ricavate da sequestri, segnalazioni e incidenti devono essere condivise e messe in relazione attraverso la collaborazione fra forze di polizia, autorità aeronautiche e responsabili delle infrastrutture. La Commissione europea ha già sottolineato la necessità di procedure chiare e responsabilità definite per rendere efficace questo coordinamento.

Per l’Italia e per l’Europa, le esperienze messicane, mediorientali e africane offrono elementi da confrontare con le evidenze raccolte nei rispettivi territori. Pur senza dimostrare l’esistenza di analoghe capacità di attentato sul suolo europeo, richiamano la necessità di seguire la diffusione di tecnologie e competenze, rispetto alla quale la distanza geografica non costituisce una garanzia di protezione. La sicurezza oggi è un processo continuo di osservazione, valutazione e adattamento. Gli attori non statali partecipano già alla trasformazione tecnologica, apprendendo dall’esperienza altrui e sperimentando soluzioni proprie. Potremmo definirla una forma di «realismo adattivo al contrario»: la capacità di leggere i rapporti di forza e adeguare mezzi e comportamenti viene esercitata anche da chi minaccia la sicurezza. La questione decisiva diventa allora la velocità relativa dell’apprendimento: quanto rapidamente le istituzioni riescano a riconoscere il cambiamento e a tradurlo in preparazione, tenendo il passo con l’adattamento degli attori ostili e, dove possibile, anticipandolo. Dobbiamo mantenere la lucidità strategica e operativa, agendo prima che il ritardo nella comprensione si trasformi in vulnerabilità.

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Flessibilità in manovra e bollette. Doppia partita di Meloni al Consiglio europeo

Le idee, Giorgia Meloni, le ha chiare in testa: portare a casa dal Consiglio europeo tutto il buono possibile per l’Italia e la sua economia. Tanto per cominciare, la flessibilità sui conti pubblici, invocata da più parti, a cominciare dagli industriali, e senza la quale ogni intervento a sostegno di famiglie e imprese è praticamente impossibile. Attenzione, bisogna fare un passo indietro. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha accordato all’Italia la famosa clausola Nec, che concede uno scostamento di bilancio da 28 miliardi fino al 2028, da mettere a servizio degli investimenti in efficientamento energetico e Difesa. Dunque, almeno nella logica di Bruxelles, l’Ue la sua parte l’ha fatta. Per Palazzo Chigi, invece, il punto di vista è un po’ diverso.

Non solo, infatti, Roma non disdegnerebbe una maggiore flessibilità sul deficit, (al 3,1% e dunque imprigionato, giova ricordarlo, nella procedura di infrazione che salvo sorprese cadrà tra qualche mese, non appena la traiettoria, calcoli del Tesoro alla mano, si riporterà entro fine anno sotto al 3%, per poi risalire al 3,4% nel 2027). Meloni vuole di più, ovvero utilizzare le maggiori risorse già liberate dall’attivazione della citata clausola Nec per forme più pure di sostegno alle imprese e ai nuclei. Tradotto, una delle questioni che porrà Meloni sul tavolo del Consiglio europeo, è permettere ai denari sbloccati dalla flessibilità concessa di confluire direttamente nella manovra, ma con destinazione all’opportunità anche diversa da Difesa e investimenti nell’energia.

Difficile dire l’Europa possa o meno dire di sì. Specialmente in costanza di altre aperture importanti da parte di Bruxelles. Come, per esempio, quella arrivata proprio in queste ore e che riguarda da vicino il decreto Bollette del febbraio scorso. Palazzo Chigi, infatti, ha previsto nel provvedimento un principio di disaccoppiamento del prezzo del gas sul costo dell’elettricità, al fine di porre fine all’eccessiva influenza che il primo ha sulla seconda. “Siamo vicini a una soluzione compatibile con le regole dell’Ue che consentirebbe di attuare la misura proposta, che ridurrebbe in modo efficace l’incidenza dei costi di generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità. Dopo discussioni intense e costruttive negli ultimi mesi tra la Commissione e le autorità italiane, si sta delineando un accordo di massima sugli elementi chiave”, hanno chiarito dalla Commissione alla vigilia del Consiglio.

Insomma, l’Italia chiede ma l’Europa, a suo dire, concede. Anche perché c’è la questione Ets sempre sulla sfondo. Roma ne farebbe volentieri a meno, adducendo al meccanismo che tassa il carbone una delle concause dell’aumento del costo dell’energia. Bruxelles, dopo un primo alleviamento dei vincoli, la scorsa estate, non ha più ripreso in mano il dossier. Tutto questo mentre il governo ha tracciato il perimetro della prossima legge di Bilancio. Il Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2027, deliberato martedì dal Consiglio dei ministri e trasmesso nella notte alla Commissione europea e al Parlamento, delinea una manovra da circa 23,5 miliardi di euro per il 2027, pari a quasi un punto di Pil di interventi. Le coperture arrivano dal settore finanziario, dai risparmi dei ministeri e dai giochi, mentre la quota destinata a difesa e sicurezza energetica sarà finanziata con la clausola di salvaguardia nazionale.

L’impatto netto sui conti è pari allo 0,54% del Pil nel 2027, circa 13 miliardi, e allo 0,56% nel 2028, per poi ridursi allo 0,15% nel 2029. La bussola resta la stessa degli ultimi anni e qui ci ricollega direttamente al discorso delle richiesta italiane in sede di Consiglio europeo: il governo, si legge, “pone al centro della politica di bilancio la tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili, nonché il sostegno alle imprese e gli investimenti” in una strategia che punta a rafforzare il potenziale di crescita “in continuità con l’azione già intrapresa dal governo, salvaguardando, al contempo, la sostenibilità della finanza pubblica”. Il quadro definitivo dipenderà però, come detto, dal confronto con Bruxelles. Il testo precisa, infatti, che “la definizione puntuale degli interventi che confluiranno nel disegno di legge di bilancio di prossima presentazione al Parlamento terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le Autorità europee finalizzate alla migliore definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia”.

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Stop alle sanzioni sul fratello di Delcy Rodríguez. Gli Usa si ammorbidiscono con il Venezuela?

Nuova linea del presidente americano Donald Trump sul Venezuela. Dopo una campagna rigida contro la dittatura chavista, il Dipartimento del Tesoro ha sorpreso l’opposizione venezuelana e la comunità internazionale con una decisione senza precedenti. Ieri è stato notificato il ritiro di Jorge Rodriguez, presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e fratello della nuova leader del regime, Delcy Rodriguez, dalla lista di persone sanzionate, per cui l’uomo forte della dittatura potrà accedere di nuovo al sistema finanziario americano.

La misura è stata pubblicata dall’Office of Foreign Assets Control, che gestisce i beni stranieri, ma non sono stati spiegati i motivi di questa importante decisione. La scelta di alleggerire la posizione contro alcuni rappresentanti della dittatura venezuelana farebbe parte del riconoscimento del governo americano della gestione di Delcy Rodriguez e del piano di tre fasi per la stabilizzazione e transizione democratica del Venezuela.

Fino a ieri, il fratello di Delcy aveva beni e conti bloccati e non poteva fare business con cittadini americani. Le sanzioni per i Rodriguez sono cominciate nel 2018. Ad aprile sono state ritirate per Delcy e ieri per Jorge.

Rodríguez è uno dei personaggi più conosciuti del regime socialista, già dai tempi di Hugo Chavez, di cui era amico personale, ed è uno dei leader della delegazione chavista nei dialoghi con l’opposizione guidati dall’amministrazione americana. È stato rappresentante del presidente Nicolas Maduro nei negoziati (fallimentari) del 2017, 2019, 2021 e 2022, e anche nel dialogo con gli Usa nel 2024 e nel 2025.

Negli ultimi mesi ha promosso riforme per favorire la relazione con gli Stati Uniti, tra cui la Legge Energetica, anche se in passato lo aveva accusato di ingerenza e violenza contro il popolo venezuelano.

L’opposizione venezuelana lo considera il padre di molte normative che hanno eroso il sistema democratico del Paese sudamericano. Ed è d’accordo anche un report della Missione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite che lo identifica come l’artefice dell’approvazione “nuove leggi restrittive dello spazio civico e democratico senza alcun dibattito genuino e democratico”.

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Perché il Centro deve ripartire dalla cultura di governo. La versione di Merlo

C’è un aspetto, giustamente sottolineato nei giorni scorsi da Bruno Tabacci, che oggi può e deve qualificare il Centro nella politica italiana. E cioè, il Centro si deve caratterizzare anche e soprattutto sul terreno della competenza. Competenza politica, innanzitutto, e non solo quella accademica o specialistica. Ma è indubbio che la competenza politica significa, soprattutto dopo la decadente, nefasta e devastante stagione populista e qualunquista, declinare una vera e credibile cultura di governo. Ed è proprio su questo versante che avere persone e risorse che sono in grado di possedere la competenza di governo significa anche introdurre un valore aggiunto per la qualità della politica contemporanea.

Certo, l’ideologia “dell’uno vale uno” da un lato e la mancanza di formazione e di preparazione politica della classe dirigente dall’altro erano e restano all’origine della crisi profonda della politica italiana. Una competenza e una preparazione politica, culturale e di governo che avevano invece caratterizzato le migliori classi dirigenti della prima repubblica. A cominciare proprio dal partito popolare, di massa interclassista e di centro per eccellenza, cioè la Democrazia cristiana. Una costante che è proseguita anche nella prima fase della seconda repubblica per poi arenarsi progressivamente se non scomparire del tutto perché sacrificata sull’altare delle nuove derive che si affacciavano all’orizzonte. Su tutte, appunto, la deriva populista, qualunquista e demagogica. Ora, però, sempreché si voglia ridare qualità alla democrazia e soprattutto una rinnovata credibilità alla politica, alle istituzioni democratiche e alla stessa efficacia dell’azione di governo, è sempre più indispensabile e necessario recuperare quella competenza che in politica è sinonimo di preparazione e di progettualità. Ingredienti che, purtroppo, in questi ultimi anni sono pressoché tramontati anche perché il profilo dei nuovi partiti – o meglio dei partiti personali e dei cartelli elettorali che hanno fatto irruzione nella vita pubblica del nostro Paese – ha assunto altri contorni e altre fisionomie. Dove, cioè, la fideistica fedeltà al capo partito ha, di fatto, sostituito qualsiasi altro criterio nella selezione concreta della classe dirigente.

Ecco perché oggi il Centro ha quasi il dovere morale, prima ancora che politico, di restituire credibilità al progetto politico attraverso il recupero di quella competenza che storicamente ha contraddistinto quella esperienza politica nel nostro Paese. Perché il Centro, com’è evidente, non può più limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale, vagamente ideologico o ridursi, peggio ancora, a fare da semplice e sterile soprammobile come avviene all’interno del Pd di Schlein. No, il Centro ritrova la sua antica vocazione ad una sola condizione. E cioè, che ritorni protagonista nella cittadella politica italiana, anche a prescindere dalla sua consistenza elettorale. Ma questo obiettivo lo si può realisticamente percorrere solo se si riesce a rimettere in campo quella competenza e quella progettualità politica che, appunto, da sempre lo ha caratterizzato in tutti i tornanti più decisivi della nostra storia democratica.

Un obiettivo, anzi l’unico ed esclusivo obiettivo, che oggi può qualificare il ritorno del Centro nello scenario politico italiano ancora dominato, purtroppo, dagli “opposti estremismi” o, per dirla con un linguaggio più contemporaneo, dagli “opposti populismi”.

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Perché l’accordo con la Cina sulle auto può fare scuola. Report Bruegel

Il bicchiere mezzo pieno c’è. E si vede. L’accordo tra Cina ed Europa che riduce a 350 mila i veicoli cinesi ibridi importati nel Vecchio continente, può essere un buon modello su cui impostare i futuri rapporti di forza con la Cina. Di questo sono più che convinti gli economisti del Bruegel, secondo i quali l’intesa raggiunta “è coerente con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio e si inserisce in una politica commerciale e industriale altrettanto coerente per il settore automobilistico dell’Ue. Per il settore automobilistico sono inoltre rilevanti le misure di facilitazione degli scambi in materia di controlli sulle esportazioni e un dialogo sugli investimenti”.

Ed è “probabile che approcci simili vengano adottati in altri settori colpiti dall’impennata delle importazioni cinesi. In tali casi, le misure di salvaguardia possono giustificare l’introduzione di quote assegnate sulla base delle quote di importazione relative a un recente periodo rappresentativo. Anche se le misure vengono applicate a tutte le importazioni, l’impatto sul commercio dei fornitori consolidati è di norma limitato. Per questo raggiungere un accordo tempestivo con la Cina sull’assegnazione delle quote (in questo caso le auto, ndr) può contribuire ad allentare le tensioni”.

Di qui una conclusione. “Se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Certo, una rondine, in questo caso un accordo, non fa primavera. “È fondamentale verificare la disponibilità della Cina a impegnarsi in nuovi negoziati e in buona fede su questioni quali i sussidi industriali o il ruolo delle imprese a controllo statale. Questi fattori sono alla base delle distorsioni competitive nei settori in cui le importazioni dell’Ue dalla Cina sono aumentate vertiginosamente”.

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