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Per un TikTok europeo in stile Usa. Ecco l’idea di Mathias Döpfner

Lo scorso gennaio Mathias Döpfner, amministratore delegato e comproprietario del gruppo editoriale tedesco Axel Springer, ha ospitato nel suo studio di Berlino Charles Kushner. Dall’ambasciatore statunitense in Francia, nonché padre di Jared, genero di Donald Trump, voleva sapere qualche dettaglio del piano pensato dall’amministrazione americana per TikTok. Anche Döpfner aveva in mente qualcosa di simile, così da fugare le preoccupazioni di sicurezza che circondano la piattaforma cinese, per cui una chiacchierata non avrebbe fatto male. A raccontare l’incontro è il Financial Times, secondo cui il magnate dei media vorrebbe arrivare a un accordo per scorporare il social network e diventare titolare della sezione europea.

La questione è tutta in divenire. Sia Byte Dance, proprietaria di TikTok, sia funzionari della Commissione europea che hanno discusso della proposta con Döpfner hanno chiuso la porta, definendola una suggestione irrealizzabile. La questione è problematica soprattutto per Bruxelles. Le sue regole sulla sicurezza valgono per tutti gli operatori, dentro e fuori l’Ue, e sono stringenti. Forse non così tanto, come ha sottolineato il vicepresidente del Parlamento europeo Martin Hojsík: “Non stiamo applicando sufficientemente il Digital Services Act e il Digital Markets Act. Dobbiamo chiamare le piattaforme a rispondere delle loro responsabilità”. Döpfner però non perde le speranze.

TikTok, affermava in una intervista a Dpa a inizio settembre, “dovrebbe essere venduto ad azionisti democratici o bandito. Non capisco ancora perché noi in Europa non stiamo agendo. Gli americani hanno dimostrato che si può fare”. Non è un caso che le aziende che amministra siano da poco sbarcare su TikTok. Axel Springer, Bild e Welt hanno di recente aperto un loro profilo sulla piattaforma. Politico e Telegraph, sempre di proprietà di Döpfner, già ne hanno uno. Ed è proprio Axel Springer a uscire allo scoperto: “Come risulta chiaro dalle sue dichiarazioni pubbliche, Mathias Döpfner ha sempre sostenuto una soluzione europea per TikTok sulla falsariga del modello americano. Se tale soluzione si fosse concretizzata, avremmo accolto con favore l’opportunità di farne parte in quanto importante operatore mediatico europeo”.

Dietro c’è anche dell’altro. La strategia di Döpfner è larga e punta a inglobare altri interessi. Politico è uno dei media che sono stati bannati dalla Casa Bianca su ordine di Trump. Per cercare di riportare i suoi giornalisti all’interno delle sale istituzionali americane, Döpfner ha avviato una capillare opera di persuasione. Non soltanto con Kushner. A febbraio, quindi un mese dopo averlo incontrato, si è visto con Susie Wiles, l’importantissima capa di gabinetto di Trump, che la considera centrale per il suo lavoro. A settembre, invece, ha premiato di persona Peter Thiel, altra figura fondamentale nell’alveo del presidente. Un modo elegante per cercare di rientrare nella sua cerchia.

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Tim porta i chip Nvidia nel cloud nazionale. Cosa c’è nell’accordo

Tim amplia la propria infrastruttura sovrana di intelligenza artificiale attraverso una collaborazione con Nvidia, con l’obiettivo di mettere a disposizione di imprese, pubbliche amministrazioni, startup e centri di ricerca italiani capacità di calcolo avanzate per sviluppare e utilizzare applicazioni di AI su larga scala, mantenendo in Italia il controllo su dati, modelli e operazioni.

La piattaforma, sviluppata da Tim Enterprise e ospitata sul territorio nazionale, integrerà l’infrastruttura cloud centralizzata e la rete edge distribuita del gruppo con le tecnologie di intelligenza artificiale e accelerated computing di Nvidia. Il sistema offrirà capacità di elaborazione di nuova generazione, accompagnate da strumenti di controllo progettati per soddisfare i requisiti di localizzazione dei dati, gestione degli accessi, sicurezza e conformità normativa.

L’annuncio arriva mentre Nvidia guarda con crescente attenzione al mercato europeo. Intervenendo a Berlino, l’amministratore delegato Jensen Huang ha previsto che ogni singola azienda del continente diventerà un’impresa di intelligenza artificiale, indicando l’Europa come uno degli attori chiave della futura economia dell’AI. Huang ha parlato anche di una nuova rivoluzione industriale, una trasformazione che richiederà infrastrutture e capacità tecnologiche adeguate a sostenere la diffusione dell’intelligenza artificiale nei diversi settori economici.

La collaborazione con Tim rappresenta un esempio concreto dell’integrazione delle tecnologie Nvidia nelle infrastrutture europee, in un contesto nel quale assumono crescente importanza la disponibilità di capacità di calcolo e il controllo sui dati.

Per l’Italia, l’iniziativa punta a rendere accessibili tecnologie avanzate a una platea più ampia di soggetti pubblici e privati, contribuendo allo sviluppo di un ecosistema nazionale dell’intelligenza artificiale aperto e competitivo. Si inserisce inoltre nel percorso di rafforzamento delle capacità tecnologiche di Tim, gruppo di telecomunicazioni che annovera tra i propri azionisti anche Poste Italiane.

Un elemento centrale del progetto riguarda i modelli di intelligenza artificiale. Tim Enterprise offrirà servizi gestiti per modelli aperti e personalizzabili, tra cui la famiglia Nvidia Nemotron, consentendo alle organizzazioni di ospitare, perfezionare, valutare e gestire sistemi adattati alla propria lingua, alle competenze settoriali e ai processi operativi. Attraverso Nvidia NeMo Guardrails sarà inoltre possibile applicare controlli e policy programmabili alle applicazioni AI.

La piattaforma supporterà anche modelli specializzati sviluppati da università, centri di ricerca, imprese e aziende italiane native dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di valorizzare le competenze tecnologiche nazionali.

Secondo Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, l’intelligenza artificiale rappresenta ormai un elemento concreto di competitività e la sfida consiste nel renderla accessibile su larga scala senza rinunciare al controllo dei dati e dei processi. L’integrazione tra le infrastrutture del gruppo e le tecnologie Nvidia permetterà, nelle intenzioni dell’azienda, di sostenere imprese, pubbliche amministrazioni e innovatori nello sviluppo di applicazioni dal cloud all’edge. «La tecnologia è il mezzo: ciò che conta è trasformarla in servizi utilizzabili, crescita e valore per il Paese», ha sottolineato Labriola.

La collaborazione si inserisce infatti nella strategia di Tim per estendere progressivamente le capacità di elaborazione dell’intelligenza artificiale dal cloud centralizzato all’edge distribuito, avvicinando la potenza di calcolo ai luoghi nei quali i dati vengono generati e utilizzati.

Nell’ambito dell’Ipcei Cis, l’Importante Progetto di Comune Interesse Europeo sulle infrastrutture e i servizi cloud, Tim sta sviluppando nodi Edge Cloud distribuiti sul territorio italiano e dotati di Gpu Nvidia. Queste infrastrutture sono progettate per supportare applicazioni che richiedono tempi di risposta ridotti ed elaborazione dei dati in prossimità della loro origine.

L’iniziativa contribuisce così a delineare il percorso attraverso il quale Tim intende ampliare la disponibilità di capacità AI in Italia, combinando le tecnologie di Nvidia con infrastrutture nazionali e strumenti di gestione orientati al controllo dei dati, alla sicurezza e alla conformità normativa.

L’intesa si inserisce in una fase di particolare attivismo italiano sul fronte delle tecnologie strategiche e delle cosiddette trusted technologies, soprattutto attraverso il rafforzamento della cooperazione con gli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, Roma ha aderito a Pax Silica, l’iniziativa promossa da Washington per rendere più sicure e resilienti le filiere dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori, e ha firmato un accordo bilaterale sui minerali critici. L’Italia ha inoltre sottoscritto la Kyoto Vision for a Golden Age of Science, dedicata al ruolo dell’AI nella ricerca scientifica, e aderito all’iniziativa americana per lo sviluppo di reti 6G sicure, aperte e interoperabili.

Iniziative distinte, ma riconducibili a una crescente attenzione italiana verso la sicurezza delle catene tecnologiche, la cooperazione con partner affidabili e lo sviluppo delle infrastrutture digitali di nuova generazione.

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Fondi ai tir e minacce dal Sud. Cosa ha deciso il Cdm

Chi vuole lavorare deve poterlo fare e lo Stato deve garantirlo. Parte da questa premessa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’annunciare il decreto tir, con 105 milioni per l’autotrasporto e altri 70 milioni per agricoltura e pesca varato oggi dal Consiglio dei ministri. Una mossa che da un lato immette altri 45,2 milioni di euro per il credito d’imposta già previsto per il periodo di spesa marzo-agosto 2026 e dall’altro prevede 60 milioni per le spese dal primo settembre al 5 ottobre.

Le parole di Meloni

“Voglio ringraziare le associazioni che hanno scelto il confronto, hanno revocato i fermi e le manifestazioni – afferma la premier – È stato un atto di responsabilità, però voglio dire anche un’altra cosa. In alcune zone pochi soggetti continuano a bloccare le strade e non si fermano lì. Minacciano chi vuole lavorare, tagliano le gomme ai camion dei colleghi. Questa non è protesta, è intimidazione e l’intimidazione non la tolleriamo non lo dico soltanto io. Per chiedere di rimuovere questi blocchi sono gli stessi autotrasportatori, i commercianti, gli agricoltori, i sindaci, le istituzioni di ogni colore politico. Perché a pagare, come sempre, non è il potente di turno, è la gente comune, è il camionista che deve portare a casa lo stipendio, è l’impresa che non riesce a consegnare, è la famiglia che si ritrova a pagare di più”.

Per questa ragione ha richiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di accogliere la richiesta giunta a Palazzo Chigi dalle associazioni degli autotrasportatori, degli agricoltori, della distribuzione per assicurare alla libera circolazione la fornitura delle merci alle attività commerciali, al fine di evitare anche speculazioni che altrimenti sarebbero inevitabili sui prezzi. E annuncia di voler usare tutti gli strumenti che la legge offre, comprese le norme del decreto sicurezza che hanno reso reato il blocco stradale. “Questo governo rispetta pienamente chi vuole manifestare, ascolta chi chiede aiuto nel rispetto delle regole. Però abbiamo anche il dovere di far rispettare le leggi dello Stato e di non farci ricattare da chi usa la violenza come strumento di pressione Chi vuole lavorare deve poterlo fare e lo Stato deve garantirlo”.

Le reazioni

Separare fenomeni di pura criminalità dalle proteste: lo chiede il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, secondo cui accanto al tema di costo del trasporto, vi sono anche altri fenomeni che stanno interessando i blocchi. “Sono due cose totalmente diverse. E sulle sofferenze servono i tavoli di confronto per un costo che sia sostenibile”. Il riferimento è ad alcuni blocchi abusivi posti anche verso chi vuole lavorare. Passaggio ripreso anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Luigi Sbarra, secondo cui si sono viste “situazioni di tensione, di violenza e minacce, io penso che tutto questo dovrà essere attento, valutato e se ci sono casi vanno perseguiti”. Ma da Orsini arriva un altro spunto, questa volta di prospettiva: quando dice che questa crisi deve insegnare ad avere un’indipendenza strategica, mette nero su bianco un elemento primario.

Il blocco “costa alle imprese, costa al Paese, costa ai cittadini”, spiega, “abbiamo perso le raffinerie dell’Europa per scelte fatte in passato dalla Commissione europea, quindi oggi per ripristinare ci vuole tempo. Questo ci deve insegnare ad avere un’indipendenza strategica da tutte quelle fonti che servono a sopravvivere”. Nonostante il decreto del Cdm, però, a Napoli non sono contenti e proseguono la protesta: decine di camion si sono messi in marcia nell’area portuale, con forti rallentamenti e ingorghi.

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Batterie cinesi, la pacchia è finita. L’Europa alza le difese

Stessa storia, solo che al posto delle auto ci sono le batterie. Da quando l’Europa ha imparato a difendersi dalla Cina, molte cose sono cambiate nel Dragone. I costruttori di auto della Repubblica popolare, per esempio, hanno cominciato a girare al largo dal Vecchio continente, complici le regole sempre più stringenti messe in piedi da Bruxelles, a cominciare dall’accordo bilaterale che dimezza i veicoli ibridi cinesi da piazzare sul mercato dell’Unione. Adesso sembra essere arrivato il turno delle batterie, settore direttamente connesso alla mobilità elettrica e di cui la Cina, nemmeno a dirlo è monopolista. Colossi come Catl, Gotion e Sungrow stanno infatti continuando a rafforzare la propria presenza all’estero, anche per espressa richiesta del governo cinese.

Ma, ed è questa la novità, calcolando molto bene le proprie mosse. Non bisogna mai dimenticare che la Cina è orfana da tempo dei propri cavalli di Troia nel Vecchio continente. Vale su tutti il caso dell’Ungheria che all’indomani della caduta di Viktor Orban, che al contrario al Dragone aveva aperto le braccia, ha improvvisamente voltato le spalle ai produttori di batterie cinesi. Il fatto è che le barriere occidentali aumentano e di questo la concorrenza sleale cinese non può non tenere conto. Ora, se è vero come ha scritto il centro studi Climate Energy Finance che le aziende della Cina hanno annunciato 12 miliardi di dollari in investimenti all’estero spalmati su 14 accordi quest’anno e circa 90 miliardi di dollari dal 2023 è altrettanto vero che le autorità di regolamentazione occidentali stanno diventando più severe.

Un esempio? Il Regno Unito ha bloccato le turbine Ming Yang lo scorso marzo, la Germania ha bloccato poche settimane fa un’acquisizione da parte di imprese cinesi nei suoi porti. Non è allora una caso se, tornando alle batterie, le azioni di Catl negli ultimi giorni sono crollate di oltre l’8% dopo risultati del terzo trimestre, ben inferiori alle attese. Mentre Sungrow è sì in trattative con importanti aziende statunitensi di intelligenza artificiale per quanto riguarda lo storage, ma Ubs altre banche d’affari dubitano della possibilità di accesso al mercato statunitense del colosso cinese a causa di dazi e divieti imposti dall’amministrazione Trump.

Tutto questo mentre le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026.

C’è però il caso inverso. Yes-Eu, società europea specializzata nell’assistenza alle batterie ad alta tensione, ha inaugurato nell’area di Oslo, in Norvegia, quello che definisce il più grande centro europeo di assistenza per batterie, con una superficie di oltre 10mila metri quadrati. L’iniziativa nasce dalla partnership con Ning Service, il marchio del gruppo cinese Catl dedicato ai servizi post-vendita.Il nuovo polo offrirà servizi di diagnostica, riparazione certificata e gestione dell’intero ciclo di vita delle batterie destinate ad auto, autobus, camion elettrici e sistemi di accumulo energetico. L’obiettivo è ridurre i costi di manutenzione intervenendo, quando possibile, sui singoli moduli difettosi anziché sostituire l’intero pacco batteria.

 

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Dalle primarie alle piazze, quando la politica non parla più alla società. L’analisi di Valbruzzi

C’è una politica che discute di leadership, candidature e assetti interni, mentre una parte della società manifesta un malcontento che fatica a trovare rappresentanza. È in questa frattura che si incrociano alcune delle principali questioni del dibattito pubblico: il campo largo alle prese con le primarie, la Lega che si avvicina al congresso senza aver sciolto il nodo della propria identità, le proteste che attraversano il Paese e un governo costretto a fare i conti con margini di bilancio sempre più stretti. Per Marco Valbruzzi, politologo che insegna Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, il problema non riguarda soltanto la tenuta degli attuali equilibri politici, ma la capacità stessa dei partiti di interpretare trasformazioni sociali che procedono a velocità differenti. Un’analisi che si intreccia con il suo ultimo libro, Democrazie e no, appena uscito nelle librerie per Utet. Con una distinzione decisiva: il dissenso non è una patologia della democrazia, mentre lo è l’incapacità della rappresentanza di costruire un dialogo con chi protesta.

Professore, partiamo dal centrosinistra. Le primarie del campo largo potrebbero allargarsi oltre Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il pluralismo delle candidature è una risorsa o rischia di trasformare la competizione in una resa dei conti tra leader?

Il campo largo ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: proprio mentre il governo attraversa una fase critica sul piano del consenso, dovrebbe essere in grado di proporre un’alternativa credibile a Giorgia Meloni e alle sue politiche. Invece, si sta attorcigliando su se stesso, discutendo dei propri problemi anziché di quelli degli italiani. Se ormai le primarie non si possono evitare, devono diventare l’inizio della campagna elettorale del centrosinistra, non la conclusione della competizione interna tra Conte e Schlein. Si facciano, dunque, bene e in fretta, garantendo agli elettori una scelta autentica e il pluralismo delle candidature. Altrimenti, sarà l’ennesima occasione persa.

Le piazze, intanto, raccontano un malessere che assume forme differenti. Quanto pesa la radicalizzazione del dissenso e quanto l’incapacità dei partiti di intercettarlo?

In questo momento esistono due proteste molto diverse, anche nelle modalità, al Nord e al Sud. Le mobilitazioni studentesche nelle grandi metropoli post-industriali del Nord si muovono in una dimensione distante da quella dei partiti e dei loro rappresentanti. I giovani vivono nel digitale e seguono comportamenti che rispondono alla logica degli algoritmi; i partiti sono ancora immersi nell’analogico e nei ritmi della politica organizzata. Sono due mondi che non comunicano. Non basteranno decreti o misure di ordine pubblico a risolvere il problema. Al Sud, invece, le proteste seguono ritmi più vicini a quelli della politica partitica, ma il contrasto con il governo è netto. Qui è in gioco anche la lunga luna di miele di Meloni con gli italiani. Le risposte non possono arrivare attraverso annunci anticipati sui social, ma richiedono provvedimenti economici che, in questa fase, il governo fatica a permettersi.

Passiamo alla Lega. L’ipotesi di una candidatura di Garavaglia al congresso può rappresentare un’alternativa a Salvini oppure siamo davanti soprattutto a una partita sulle liste elettorali?

Più che un congresso fondato su mozioni e visioni alternative della Lega, mi sembra una conta in vista della composizione delle liste per le prossime elezioni politiche. Il ruolo di Garavaglia è quello di garantire a sé e alla minoranza interna una quota di candidature per il prossimo Parlamento, evitando che Salvini e i salviniani esercitino un controllo pieno. Nel frattempo, il partito continuerà a vivere in una sorta di limbo, senza risolvere la propria crisi d’identità e, di conseguenza, quella della leadership. Il congresso, insomma, rischia di regolare i rapporti di forza interni senza affrontare le ragioni profonde della difficoltà politica della Lega.

Se il Carroccio dovesse cambiare pelle, quali conseguenze ci sarebbero per gli equilibri del centrodestra e per i rapporti tra Salvini, Meloni e Tajani?

In vista del 2027, il centrodestra resterà congelato nella sua composizione storica, quella proposta e imposta per la prima volta da Berlusconi. Ma se la coalizione dovesse uscire sconfitta dalle urne, potremmo assistere alla fine del centrodestra nella sua versione della Seconda Repubblica. Si aprirebbe allora una fase di rimescolamento, che imporrebbe da un lato una ridefinizione interna alla Lega e dall’altro un rapporto meno conflittuale con Futuro Nazionale. Il punto è che gli equilibri attuali possono reggere finché la coalizione mantiene la prospettiva di governare. Una sconfitta elettorale, invece, rimetterebbe in discussione non soltanto i rapporti tra i leader, ma anche il modello politico sul quale il centrodestra si è retto negli ultimi decenni.

Primarie, proteste e leadership in discussione: siamo davanti a una fisiologica ridefinizione degli equilibri democratici o a una crisi più profonda della rappresentanza?

Le proteste, anche quelle smodate e incontrollate delle ultime settimane, fanno parte della democrazia. La sua forza sta proprio nella capacità di assorbire, con tempi e strumenti diversi, le forme radicali di dissenso e opposizione che attraversano la società. Ce lo insegna la storia delle democrazie, compresa quella italiana. L’elemento nuovo di questa fase è però l’incapacità strutturale della rappresentanza partitica di costruire ponti stabili con il mondo nel quale vivono le nuove generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, partiti e movimenti, pur entrando spesso in conflitto, condividevano linguaggi e una grammatica politica comune. Oggi quei mondi sembrano vivere su pianeti diversi. È questa distanza, più ancora della radicalità delle singole proteste, a porre un problema alla democrazia italiana.

L’ultima questione riguarda la manovra economica. Quanto spazio ha il governo per tenere insieme taglio delle tasse, sostegno alle famiglie e crescita, senza compromettere gli obiettivi di bilancio?

Le manovre del ministro Giorgetti sono sempre state orientate alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, ma mai come quest’anno il governo deve fare i conti con proteste sociali e di piazza che potrebbero essere arginate più efficacemente attraverso stanziamenti incisivi. Meloni ha provato a forzare la mano nella trattativa con l’Europa per ampliare i margini di manovra, ottenendo risultati limitati, al netto della flessibilità sulle spese energetiche e di difesa, che consentirà comunque al Paese di respirare. L’impossibilità di costruire una manovra pienamente elettorale, orientata ad allargare il consenso in vista delle prossime politiche, è uno dei fattori che potrebbero spingere il governo a rinviare al prossimo autunno l’appuntamento elettorale, nella speranza che le proteste, soprattutto al Sud, si attenuino. Il problema è che i vincoli finanziari restringono lo spazio delle risposte economiche proprio nel momento in cui la pressione sociale richiederebbe interventi più consistenti.

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Armi più rapide e meno care. Kyiv entra nel sistema di procurement della Nato

L’Ucraina potrà acquistare armi, munizioni ed equipaggiamenti militari attraverso la Nato Support and Procurement Agency (Nspa), l’agenzia centralizzata dell’Alleanza per gli approvvigionamenti. Secondo il Financial Times Kyiv starebbe avviando una partnership con l’agenzia che le offrirà un ulteriore canale di procurement, senza dover più dipendere esclusivamente dalle trattative bilaterali con i singoli alleati. L’obiettivo di quetso sforzo è ottenere forniture in tempi più brevi e a prezzi più contenuti.

Secondo Jacqueline Borsboom, direttrice del supporto alle operazioni della Nspa, l’accordo darà all’Ucraina una cornice più strutturata per sfruttare le competenze dell’agenzia in materia di acquisti, i suoi servizi di supporto e l’accesso a una base industriale consolidata, con il vantaggio delle economie di scala. In concreto, ha spiegato al quotidiano britannico, Kyiv potrà ad esempio incaricare l’agenzia di acquistare per suo conto trentamila uniformi. Per la capo della missione ucraina presso la Nato, Alyona Getmanchuk la partnership rappresenta una “porta d’accesso importante” all’ecosistema industriale della difesa alleato, oltre a un accesso più ampio ai contratti gestiti dall’agenzia.

Il provvedimento si inserisce nel solco della decisione presa dall’Alleanza ad aprile, che ha consentito alle aziende della difesa ucraine di partecipare alle gare d’appalto della Nspa, aprendo prospettive commerciali potenzialmente redditizie per un comparto in rapida crescita. La scorsa settimana l’agenzia ha organizzato a Kyiv un evento con circa 150 imprese ucraine, illustrando le procedure per registrarsi come fornitori e competere per i contratti. Non è un dettaglio secondario, considerando che il procurement militare è diventato terreno di scontro politico in Ucraina dopo diversi scandali legati alla corruzione. L’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha sostenuto di essere stato rimosso a luglio perché i suoi sforzi per rendere più trasparenti i contratti avevano suscitato l’opposizione di interessi consolidati. Volodymyr Zelensky ha invece motivato il licenziamento con il lungo contrasto tra Fedorov e il comandante in capo delle forze armate, Oleksandr Syrsky.

L’annuncio arriva in un momento delicato per i rapporti tra Kyiv e Washington, scesi al livello più basso dallo scontro nello Studio Ovale dello scorso anno. Donald Trump ha recentemente criticato gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie russe, accusandoli di aver fatto salire i prezzi del carburante a ridosso delle elezioni di metà mandato di novembre. Mercoledì l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha incontrato Vladimir Putin a San Pietroburgo: secondo fonti russe, i due hanno discusso della ripresa dei negoziati di pace a tre tra Russia, Stati Uniti e Ucraina e di un possibile vertice il mese prossimo tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping. Un avvicinamento a Mosca che preoccupa gli alleati di Kyiv.

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Malcontento e minacce ibride, perché la crisi francese è un test per l’Europa

La Francia attraversa una fase estremamente delicata, stretta tra il malcontento di una parte della società, la crescente sfiducia nelle istituzioni e un esecutivo chiamato a confrontarsi con una crisi politica, economica e sociale di ampia portata. Tra proteste, mobilitazioni studentesche e tensioni nelle principali città del Paese, Emmanuel Macron deve fare i conti con un quadro sempre più complesso, mentre la tenuta delle istituzioni francesi è sottoposta a una pressione significativa. A questa dimensione interna se ne aggiunge un’altra, che Parigi non può permettersi di trascurare: il rischio che attori stranieri ostili sfruttino le fratture della società per alimentare instabilità e polarizzazione, indebolendo ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.

È questo l’allarme che arriva dalla Francia e che riguarda da vicino l’intera Europa. Secondo quanto riportato da fonti francesi, le possibili attività di influenza e ingerenza sarebbero riconducibili a reti straniere di matrice russa, algerina e iraniana. Un quadro che richiama l’attenzione sulla capacità delle democrazie europee di individuare e contrastare le minacce ibride, soprattutto quando queste si innestano su tensioni sociali già esistenti. La questione non è soltanto comprendere le ragioni del malcontento francese, ma anche verificare se e in quale misura eventuali attori esterni possano sfruttarlo per amplificare le divisioni e indebolire la fiducia nelle democrazie occidentali.

Di fronte a una crisi che richiede lucidità e tempestività, il confronto sulle misure necessarie a garantire la sicurezza si intreccia con una questione più ampia: la capacità dello Stato di riconoscere e affrontare le nuove forme di minaccia asimmetrica. Non si tratta di ricondurre ogni protesta a una regia esterna, né di sottovalutare le cause interne del malcontento. Si tratta, piuttosto, di evitare che la dimensione internazionale delle possibili operazioni di destabilizzazione venga esclusa dall’analisi prima ancora di essere verificata.

Il rischio è che le tensioni sociali, sommandosi a campagne di disinformazione e operazioni di influenza straniera, diventino un moltiplicatore di instabilità e uno strumento di pressione sulle istituzioni nazionali. La cosiddetta “guerra ibrida”, del resto, non richiede necessariamente un intervento diretto sul terreno: può agire attraverso la manipolazione del dibattito pubblico, la diffusione di narrazioni divisive e la delegittimazione delle autorità. In questo contesto, distinguere il dissenso autentico dalle eventuali operazioni di ingerenza ostile rappresenta una delle sfide centrali per la sicurezza democratica.

La sfida per la République non riguarda, dunque, soltanto il mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche la tutela della sovranità nazionale e della coesione sociale. Affrontare la crisi esclusivamente come una questione interna potrebbe significare trascurarne la possibile dimensione geopolitica. Al tempo stesso, attribuire alle reti straniere la responsabilità delle proteste in assenza di riscontri solidi rischierebbe di distogliere l’attenzione dalle cause politiche e sociali del malcontento, compromettendo la qualità dell’analisi.

È in questa prospettiva che la crisi francese assume una rilevanza europea. Eventuali attività di influenza riconducibili a reti straniere, qualora documentate, non riguarderebbero soltanto Parigi, ma chiamerebbero in causa la sicurezza e la resilienza democratica dell’intera Unione. La questione investe la capacità degli Stati membri di proteggere le proprie istituzioni, salvaguardare lo spazio informativo e impedire che le vulnerabilità interne di un singolo Paese diventino strumenti di pressione nelle mani di attori esterni.

L’allarme relativo alle possibili ingerenze di reti russe, algerine e iraniane merita pertanto attenzione e una risposta coordinata da parte delle democrazie europee. Occorrono una maggiore cooperazione d’intelligence, strumenti più efficaci per contrastare la disinformazione e una strategia comune per individuare e affrontare le possibili interferenze straniere.

La crisi francese, in definitiva, non riguarda soltanto la leadership di Emmanuel Macron o la stabilità dell’esecutivo transalpino. È, soprattutto, un banco di prova per l’intera Europa. Ignorare il rischio di ingerenze esterne sarebbe un errore grave; considerarle dimostrate senza riscontri concreti lo sarebbe altrettanto. Tra questi due estremi si colloca la responsabilità strategica delle democrazie europee: riconoscere le minacce, verificarne le origini e contrastarle attraverso una risposta comune, prima che le fragilità di un singolo Paese possano ripercuotersi sulla sicurezza dell’intero continente.

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Dalle piazze ai social, la competizione geopolitica investe le democrazie

Quando il 13 ottobre Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, ha descritto un ambiente di sicurezza profondamente mutato, le proteste che nei giorni successivi avrebbero attraversato diverse città europee non erano ancora diventate oggetto di verifiche sulle possibili interferenze straniere. Il suo intervento delineava una stagione nella quale le attività degli Stati ostili, il terrorismo e l’evoluzione tecnologica stanno modificando la natura delle minacce alle società occidentali. Le successive notizie sulle indagini europee relative a campagne di disinformazione e amplificazione dei disordini hanno conferito a quell’avvertimento una particolare attualità.

La successione degli eventi non dimostra un collegamento diretto tra le violenze e le attività di governi stranieri. Le verifiche riferite dal Financial Times riguardano possibili operazioni condotte nell’ambiente digitale, con il coinvolgimento sospettato di reti filorusse e di altri attori. Restano da accertare responsabilità ed effetti concreti, ma la difficoltà di distinguere tra mobilitazione spontanea e sfruttamento esterno delle tensioni sociali riflette una delle complessità dell’attuale ambiente di sicurezza.

Il Council on Foreign Relations è tornato sull’intervento di McCallum, approfondendo il ruolo della radicalizzazione e delle tecnologie digitali. In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che da tempo parla di “guerra ibrida” contro l’Europa, ha denunciato l’utilizzo delle piattaforme social da parte di alcuni Paesi per monitorare, studiare e influenzare gli utenti, mentre il concetto di “conflitto cognitivo” diventa sempre più utile per interpretare la possibile interazione tra disordini e strategie di destabilizzazione. Angolazioni differenti, che tuttavia convergono su una questione più ampia: la crescente rilevanza delle vulnerabilità interne delle democrazie nella competizione geopolitica.

Le fondamenta interne del potere

Le operazioni di influenza accompagnano da decenni la rivalità tra potenze. Durante la Guerra fredda, propaganda e disinformazione costituivano strumenti consolidati della competizione internazionale. Sono cambiate soprattutto le condizioni tecnologiche nelle quali queste attività vengono condotte, la quantità di informazioni disponibili sugli individui e la possibilità di intervenire rapidamente su processi sociali già in corso.

Le piattaforme digitali hanno ampliato le opportunità di partecipazione politica, creando contemporaneamente un ambiente nel quale la visibilità dei contenuti dipende da sistemi algoritmici e meccanismi commerciali che possono favorire la circolazione di messaggi divisivi. L’intelligenza artificiale consente inoltre di produrre e personalizzare contenuti su scala crescente, riducendo i costi di determinate operazioni informative.

Per un attore ostile, il vantaggio consiste nella possibilità di inserirsi in controversie autentiche, sfruttando tensioni economiche, politiche o identitarie senza necessariamente provocarle. Il malcontento sociale conserva cause proprie, che non possono essere subordinate a spiegazioni geopolitiche, ma la sua rappresentazione pubblica può essere alterata attraverso campagne di amplificazione e manipolazione.

Le conseguenze strategiche emergono nel rapporto tra le risorse di uno Stato e la sua capacità di impiegarle. Le decisioni di politica estera e sicurezza richiedono legittimazione politica e continuità istituzionale, soprattutto quando comportano costi prolungati, come il sostegno militare agli alleati, le sanzioni economiche o gli investimenti nella difesa. L’erosione della fiducia istituzionale e la frammentazione dell’ambiente informativo possono rendere più difficile sostenere tali scelte, anche quando le capacità materiali dello Stato rimangono intatte.

Il dissenso costituisce naturalmente una componente essenziale della democrazia e può contribuire a migliorare le decisioni. La vulnerabilità si manifesta quando interventi manipolativi, di attori statuali o organizzazioni (anche criminali), compromettono le condizioni informative nelle quali il confronto politico si sviluppa. La tenuta interna diventa così una variabile della capacità di proiezione internazionale, offrendo agli attori ostili la possibilità di esercitare pressioni strategiche senza ricorrere necessariamente a forme dirette di aggressione.

Il potere delle infrastrutture digitali

Le preoccupazioni espresse da Crosetto richiamano una dimensione che supera la tradizionale disinformazione: il ruolo delle infrastrutture attraverso le quali vengono raccolte informazioni sui comportamenti degli utenti e organizzata la distribuzione dei contenuti. Le grandi piattaforme dispongono di capacità di analisi e personalizzazione che incidono quotidianamente sull’esperienza informativa individuale. Sebbene queste tecnologie rispondano prevalentemente a finalità commerciali, il loro funzionamento assume rilevanza strategica quando soggetti esterni possono sfruttarne le caratteristiche o esercitare influenza sulle imprese che le gestiscono. La concentrazione di dati e capacità tecnologiche attribuisce inoltre a pochi operatori privati un peso considerevole sulle condizioni del dibattito pubblico.

Occorre comunque distinguere tra la disponibilità di informazioni sugli utenti e l’effettiva capacità di modificarne opinioni e comportamenti, che rimane complessa e non automatica. La rilevanza del problema risiede anche nella crescente dipendenza delle società democratiche da infrastrutture transnazionali sulle quali le istituzioni pubbliche esercitano un controllo limitato.

Il dibattito italiano sull’estensione a 14 anni del divieto di iscrizione ai social network, pur riguardando principalmente la tutela dei minori, riflette una più ampia attenzione politica verso gli effetti dell’ambiente digitale sulla formazione individuale. Non costituisce una risposta alla guerra ibrida, ma segnala quanto le conseguenze sociali delle piattaforme stiano entrando in ambiti differenti dell’azione pubblica.

Il concetto di conflitto cognitivo assume significato in questo contesto, descrivendo il tentativo di incidere sui processi attraverso i quali individui e collettività interpretano gli avvenimenti e maturano orientamenti politici. Per le democrazie, la questione riguarda la possibilità di preservare l’autonomia dei propri processi decisionali in un ambiente informativo sempre più condizionato da infrastrutture private e da potenziali interferenze esterne.

Il dilemma della sicurezza democratica

L’evoluzione delle minacce richiede una cooperazione più stretta tra intelligence, autorità regolatorie, istituzioni pubbliche e operatori tecnologici. Ma l’ampliamento del perimetro della sicurezza comporta anche il rischio di attribuire rilevanza strategica a fenomeni che appartengono al normale funzionamento del confronto democratico.

La distinzione tra attività ostili e legittimo esercizio delle libertà diventa particolarmente delicata quando le operazioni di influenza si inseriscono in mobilitazioni collettive o controversie politiche autentiche. Le indagini sulle proteste europee mostrano l’importanza di separare amplificazione digitale, coordinamento operativo e coinvolgimento diretto negli episodi violenti. La complessità delle attività online può rendere difficile attribuire responsabilità, ma l’incertezza non può trasformarsi in una presunzione di interferenza straniera.

La risposta richiede capacità investigative, trasparenza delle piattaforme e cooperazione internazionale, accompagnate da garanzie democratiche adeguate. Esiste tuttavia un limite all’efficacia degli strumenti di sicurezza: una società attraversata da profonde fratture economiche e politiche non può diventare resiliente attraverso la sola individuazione delle campagne ostili. Le interferenze possono aggravare tensioni preesistenti, le cui cause richiedono risposte politiche e istituzionali.

È qui che l’avvertimento dell’MI5 acquista una portata più ampia. La competizione geopolitica continua a misurarsi attraverso risorse militari, economiche e tecnologiche, ma la possibilità di tradurle in risultati dipende anche dalla credibilità delle istituzioni e dalla capacità di sostenere decisioni collettive. Una democrazia può conservare strumenti di potere considerevoli e vedere ridotta la propria autonomia strategica se il deterioramento del confronto pubblico ne compromette la capacità decisionale.

La sfida per le società occidentali consiste dunque nel rafforzare la protezione dei propri processi politici senza confondere il dissenso con la destabilizzazione o subordinare il pluralismo alle esigenze della sicurezza. In un ambiente internazionale nel quale gli avversari possono cercare di condizionare le scelte di uno Stato agendo sulle condizioni sociali e informative che le rendono possibili, la qualità del funzionamento democratico diventa essa stessa una risorsa strategica.

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Cdp Equity entra in 2i Aeroporti e punta sul futuro degli scali italiani. Perché per Barchiesi è un’infrastruttura strategica

Cdp Equity fa il suo ingresso nel settore aeroportuale italiano con un investimento destinato a rafforzare una delle infrastrutture più importanti per la competitività e la connettività del Paese. La holding di Cassa depositi e prestiti acquisirà infatti una partecipazione dell’8,9% in 2i Aeroporti, la principale piattaforma nazionale per numero di passeggeri. L’operazione rappresenta il primo investimento diretto e con un ruolo attivo di Cdp Equity nel comparto e si inserisce nel percorso tracciato dal piano strategico 2025-2027 del Gruppo Cdp e porta in dote una grande valenza industriale e strategica che promuove lo sviluppo di un settore in crescita, altamente rilevante anche per la connettività e la coesione territoriale.

Nel dettaglio, la quota sarà rilevata per l’8% da Asterion Industrial Partners, primario fondo infrastrutturale europeo, e per lo 0,9% dal Terzo Fondo gestito da F2i, principale fondo infrastrutturale italiano. Al completamento dell’operazione, l’azionariato di 2i Aeroporti sarà composto da F2i con il 50,1%, Asterion con il 41% e Cdp Equity con l’8,9%. Al nuovo socio saranno riconosciuti diritti di governance rilevanti e un diritto di prima offerta in occasione dell’eventuale uscita dei fondi, a conferma di una prospettiva industriale e finanziaria di lungo periodo.

“Questa operazione si inscrive in una visione strategica e industriale più ampia”, ha dichiarato Fabio Barchiesi, amministratore delegato di Cdp Equity. “Dopo PayTech, Pharma e security, realizziamo l’ingresso diretto in un altro settore chiave per l’economia italiana. La nostra partecipazione in 2i, con un ruolo attivo e di lungo periodo, ci consentirà di sviluppare un’infrastruttura strategica per rafforzare la coesione territoriale, anche grazie a una presenza significativa nel Mezzogiorno, migliorando i collegamenti tra le diverse aree del Paese e sostenendone la competitività”.

Tornando all’operazione, questa dà e darà continuità alla stessa strategia di Cdp Equity nei settori e nelle piattaforme cruciali per il sistema produttivo nazionale. Dopo il recente aumento della quota in Nexi, infrastruttura tecnologica strategica per la digitalizzazione della moneta e dei servizi di pagamento, la holding si rivolge ora agli aeroporti con l’obiettivo di accompagnare il consolidamento di un mercato ancora frammentato, favorire nuovi investimenti e mettere a disposizione le competenze maturate nel settore infrastrutturale. La piattaforma su cui punta Cdp Equity ha dimensioni e diffusione difficilmente replicabili attraverso investimenti in singoli scali.

Non bisogna dimenticare come 2i Aeroporti sia la prima realtà italiana del comparto e che oggi movimenta circa 80 milioni di passeggeri includendo lo scalo di Orio al Serio, pari a circa il 35% del traffico nazionale. Il portafoglio comprende poi partecipazioni negli aeroporti di Malpensa e Linate, attraverso il 45% di Sea, Napoli e Salerno con l’83% di Gesac, Torino con il 100% di Sagat e Trieste con il 55%, tramite Sea, la piattaforma è presente anche nello scalo bergamasco. La diversificazione geografica, insieme alla varietà dei flussi di traffico, dei vettori e delle attività cargo, assicura alla piattaforma scala e resilienza. Nel prossimo triennio sono previsti circa 800 milioni di euro di investimenti autofinanziati. Tra gli interventi figurano l’espansione del Terminal 1 di Malpensa, la realizzazione di un nuovo terminal extra-Schengen a Napoli e progetti dedicati alle energie rinnovabili, alla digitalizzazione e all’innovazione. Ed è proprio su queste direttrici che Cdp Equity intende contribuire, accelerando il percorso di crescita e la transizione degli scali verso modelli più efficienti e sostenibili.

Il contesto di mercato sostiene, comunque, la scelta. Nel 2025 gli aeroporti italiani hanno movimentato 229 milioni di passeggeri, collocando l’Italia al terzo posto in Europa. Il settore genera circa 65 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 3,4% del Pil, e oltre 1,3 milioni di occupati. Il trasporto aereo è inoltre determinante per turismo ed export: vale il 27,4% delle esportazioni italiane extra-Ue, mentre i turisti stranieri arrivati in aereo hanno speso in media circa 38 miliardi di euro l’anno nel periodo 2023-2025. Non è tutto. Le prospettive indicano un’ulteriore espansione: entro il 2035 i passeggeri sono attesi a quota 305 milioni, con una crescita media annua del 2,9%. Per assorbire l’aumento dei volumi, il sistema dovrà incrementare la capacità e intervenire su infrastrutture, servizi e tecnologie. Gli operatori hanno già annunciato oltre 12 miliardi di euro di investimenti di lungo periodo in terminal, piste, cargo, fonti rinnovabili, carburanti sostenibili e nuove soluzioni digitali.

In questo scenario, l’operazione ha anche una forte dimensione territoriale. La presenza della piattaforma in diverse aree del Paese, compreso il Mezzogiorno, rende gli aeroporti una leva per avvicinare mercati, imprese e comunità e per distribuire gli effetti degli investimenti in modo capillare. “L’obiettivo, attraverso un investimento che prevede una solida redditività, è contribuire al consolidamento e alla crescita del settore”, ha aggiunto Barchiesi, sottolineando il ruolo di Cdp Equity nel sostenere digitalizzazione e decarbonizzazione, “due direttrici centrali per il futuro del sistema aeroportuale nazionale”.

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La minaccia che non esplode. Le mail alle scuole e la nuova frontiera dell’intelligence cognitiva

Il 19 ottobre decine di scuole italiane hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica che annunciava la presenza di un ordigno esplosivo negli edifici e prospettava una serie di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Nel testo comparivano riferimenti ad Allah, alla Sharia e all’utilizzo di nitrato d’ammonio. Secondo l’Ansa, la comunicazione ha raggiunto almeno cinquanta istituti da Nord a Sud; soltanto nel Veronese le procedure precauzionali hanno interessato 27 plessi scolastici. I controlli effettuati non hanno portato al ritrovamento di ordigni. Considerare quindi l’episodio soltanto come l’ennesimo falso allarme rischia però di coglierne soltanto una parte.

Il punto non è soltanto chiedersi se una bomba esista realmente. Bisogna interrogarsi anche sulla capacità di una comunicazione digitale, inviata a costi estremamente bassi, di attivare procedure di emergenza, mobilitare forze dell’ordine, interrompere l’attività scolastica, coinvolgere migliaia di famiglie e conquistare rapidamente lo spazio mediatico. In altre parole: la minaccia può essere falsa, ma i suoi effetti sono reali.

Prima della matrice viene l’attribuzione

Il primo rischio analitico è quello di attribuire automaticamente l’azione all’attore che il messaggio dichiara, suggerisce o imita. “Allah”, “Sharia”, “attacco terroristico” costituiscono elementi di una narrazione. Non costituiscono, da soli, una prova dell’identità di chi l’ha prodotta.

È una distinzione essenziale nell’analisi di intelligence contemporanea. Nell’ambiente digitale l’identità dichiarata dall’autore di un messaggio può essere autentica, falsificata, clonata o deliberatamente costruita per orientare la lettura dell’evento. Anche il mittente apparente di un’e-mail può essere manipolato. Per questo l’attribuzione richiede l’analisi congiunta di elementi tecnici, infrastrutturali, comportamentali e contestuali.

La domanda, dunque, non può essere semplicemente: chi usa questo linguaggio? Deve diventare: chi ha prodotto il messaggio, attraverso quale infrastruttura, con quali modalità e soprattutto con quale obiettivo? Il problema assume ancora più rilevanza osservando ciò che contemporaneamente è avvenuto fuori dall’Italia.

Nello stesso 19 ottobre fino a 300 scuole dell’Irlanda del Nord hanno segnalato alla polizia la ricezione di una medesima minaccia generalizzata. La Police Service of Northern Ireland ha successivamente comunicato di considerare l’episodio un hoax, precisando che le verifiche non avevano individuato elementi anomali e che l’e-mail proveniva dall’esterno del Regno Unito. Messaggi analoghi sono stati segnalati anche in altre aree britanniche; scuole in Ungheria e Serbia sono state interessate nello stesso arco temporale, anche se le autorità non hanno finora stabilito pubblicamente che tutti gli episodi appartengano a un’unica operazione.

La formulazione della minaccia riportata in Irlanda del Nord presenta inoltre evidenti somiglianze con quella circolata in Italia: riferimento a un ordigno contenente ANFO, prospettiva di ulteriori attentati e instaurazione della Sharia. È un elemento investigativo rilevante. Non è ancora un’attribuzione. Ed è precisamente in questa distanza che deve operare l’intelligence.

Quando il bersaglio è la decisione

L’aspetto più interessante dell’episodio emerge infatti se si abbandona per un momento la ricerca dell’ordigno e si osserva la sequenza delle conseguenze. Un’e-mail entra nella casella di posta di un istituto. La scuola segnala la minaccia. Vengono attivate le autorità. Gli edifici vengono controllati o evacuati. Le famiglie modificano i propri comportamenti. La notizia entra nei media e nei social network. Altri istituti aumentano il livello di attenzione.

Tutto questo può verificarsi senza che l’autore disponga di un solo grammo di esplosivo.

Il rapporto tra costo dell’azione ed effetto prodotto diventa così fortemente asimmetrico. È sufficiente introdurre nell’ambiente informativo un segnale abbastanza credibile da non poter essere ignorato. Qui entra in gioco la dimensione cognitiva della sicurezza.

La Nato definisce la cognitive warfare come un insieme di attività capaci di influenzare percezioni, atteggiamenti, comportamenti e processi decisionali attraverso lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive. L’Allied Command Transformation sottolinea come il dominio cognitivo riguardi non soltanto ciò che un individuo pensa, ma anche il modo in cui interpreta l’ambiente e decide di agire.

Sarebbe prematuro e metodologicamente scorretto classificare automaticamente gli allarmi alle scuole come un’operazione di cognitive warfare: manca innanzitutto un’attribuzione e non conosciamo ancora l’intenzione dell’autore. L’episodio, tuttavia, mostra perfettamente una vulnerabilità cognitiva che un attore ostile potrebbe sfruttare.

Paura, incertezza e urgenza alterano infatti il processo decisionale. E quando il possibile bersaglio è una scuola, la soglia di tolleranza del rischio è inevitabilmente bassissima. Le istituzioni non possono permettersi di ignorare il messaggio soltanto perché potrebbe essere falso. È proprio questa asimmetria a rendere efficace la minaccia.

Il rischio della falsa attribuzione

C’è poi un secondo effetto. L’autore non influenza soltanto ciò che facciamo, ma potenzialmente anche chi riteniamo responsabile di ciò che sta accadendo. L’impiego di simboli jihadisti attiva immediatamente nell’opinione pubblica un preciso sistema di associazioni: terrorismo islamista, radicalizzazione, attentati, sicurezza interna. È una scorciatoia cognitiva comprensibile, ma pericolosa se precede l’analisi. Il contesto politico europeo rende questa cautela ancora più necessaria.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia europea contro l’“entrisme islamiste” e sull’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani. Lo stesso Parlamento, però, ha esplicitamente sottolineato la necessità di distinguere l’Islam come religione dall’islamismo politico come fenomeno politico.

La prossimità temporale tra quel dibattito e le minacce alle scuole può naturalmente alimentare ipotesi investigative o interpretazioni politiche. Ma la successione temporale non costituisce un nesso causale. Allo stato delle informazioni pubbliche non vi sono elementi sufficienti per attribuire le e-mail ai Fratelli Musulmani, allo Stato Islamico o ad altra organizzazione jihadista. Completare autonomamente questa attribuzione significherebbe, paradossalmente, fare parte del lavoro dell’autore della minaccia: accettare l’identità che egli ha scelto di rappresentare.

Dall’intelligence della fonte all’intelligence dell’effetto

L’episodio suggerisce allora una riflessione più ampia. Per lungo tempo il processo analitico ha privilegiato una sequenza apparentemente lineare: identificare l’attore, comprenderne capacità e intenzioni, valutare la minaccia. Nell’infosfera contemporanea occorre affiancare a questa prospettiva un secondo livello di analisi: valutare l’effetto indipendentemente dall’attribuzione.

Chi ha inviato il messaggio? È la prima domanda. Ma non può essere l’unica. Bisogna anche chiedersi: quali comportamenti ha generato? Quali processi decisionali ha attivato? Quanto personale e quante risorse ha mobilitato? Quali narrazioni ha rafforzato? Quale livello di amplificazione mediatica ha ottenuto? Quali divisioni sociali potrebbe alimentare?

La Nato osserva ormai apertamente come le minacce informative possano avere conseguenze sulla sicurezza nazionale e come attività manipolative coordinate possano alterare percezioni, generare confusione e incidere sulla fiducia pubblica.

Per questo la superiorità informativa non coincide più semplicemente con il possesso di una maggiore quantità di dati. Significa anche riuscire a preservare la qualità del processo decisionale quando l’ambiente viene intenzionalmente saturato da segnali ambigui.

È qui che l’intelligence assume una funzione anche cognitiva ed epistemica: non soltanto raccogliere informazioni, ma proteggere la capacità dello Stato di distinguere ciò che sa, ciò che presume e ciò che ancora non può attribuire.

La resilienza comincia dalla gestione dell’incertezza

Naturalmente nessuna riflessione sulla dimensione cognitiva può sostituire le procedure di sicurezza. Davanti a una minaccia indirizzata a una scuola, verifiche ed eventuali evacuazioni rappresentano misure necessarie. Resilienza non significa sottovalutare il rischio. Significa evitare che alla corretta risposta operativa si accompagni automaticamente una risposta cognitiva scelta dall’autore della minaccia.

Serve quindi una capacità integrata: indagine tecnica, condivisione internazionale delle informazioni, analisi dei modelli ricorrenti, comunicazione istituzionale coordinata e valutazione degli effetti prodotti nell’ambiente informativo.

Europol rileva da tempo come l’ecosistema della minaccia terroristica europea si intrecci sempre più con comunità digitali, nuove tecnologie e forme ibride di propaganda e mobilitazione. Il rapporto TE-SAT evidenzia inoltre una crescente sovrapposizione tra narrative e ambienti estremisti differenti, rendendo sempre meno efficace un’interpretazione basata esclusivamente sulle etichette ideologiche tradizionali.

Le e-mail del 19 ottobre potrebbero rivelarsi un gesto dimostrativo, una provocazione, un’azione criminale, una campagna coordinata o qualcosa di ancora diverso. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma hanno già indicato qualcosa di importante.

Nell’ambiente strategico contemporaneo non è sempre necessario colpire fisicamente un bersaglio per condizionarne il comportamento. A volte è sufficiente convincerlo, anche soltanto per pochi minuti, che il colpo stia per arrivare. Ed è proprio in quei minuti, tra la ricezione del segnale e la sua corretta comprensione, che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.

La minaccia può essere falsa. L’effetto prodotto, invece, è già reale.

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La pace da difendere, la sicurezza da costruire. Tutti i protagonisti della festa di Airpress a Villa Blanc

Difendere la pace significa assumersi responsabilità politiche, disporre di capacità militari credibili e poter contare su un’industria in grado di sostenerle. È questo il filo conduttore dell’evento annuale di Airpress, dal titolo Arsenale per la pace, cha ha riunito a Villa Blanc, a Roma, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze armate e protagonisti dell’aerospazio e della difesa. Una serata per confrontarsi sul futuro della sicurezza italiana ed europea, nella consapevolezza che deterrenza, innovazione tecnologica e capacità industriali sono parte integrante di una strategia capace di preservare la pace.

La pace, la difesa e la responsabilità della politica

Il rapporto tra deterrenza e sicurezza europea ha attraversato il confronto tra Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso la Nato. Tre prospettive istituzionali diverse, accomunate dall’esigenza di rafforzare le capacità di difesa e, soprattutto, di spiegare ai cittadini le ragioni delle scelte necessarie per garantire la sicurezza.

A richiamare la politica alle proprie responsabilità è stato Guerini, invitandola ad affrontare questi temi “senza mentire all’opinione pubblica per un voto in più”. Il disimpegno americano in Europa impone, secondo il presidente del Copasir, un salto di qualità negli investimenti comuni, nella pianificazione militare e nella cooperazione industriale. Una responsabilità che riguarda anche il rapporto con i cittadini, come ha ricordato Rauti. “Per decenni abbiamo dato la pace per scontata, oggi sappiamo che va difesa ogni giorno”. La deterrenza, nella lettura del sottosegretario, è anzitutto uno strumento per prevenire i conflitti e tutelare le società democratiche.

È su questo rapporto tra sicurezza e consapevolezza pubblica che si è soffermata Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, spiegando la scelta del titolo. Un richiamo al legame tra capacità di difesa, deterrenza e innovazione, in una stagione di confronto permanente non sempre compresa dall’opinione pubblica italiana.

Una comunità riunita

La fotografia della serata restituisce anche una politica capace di ritrovarsi attorno ai temi della sicurezza. A Villa Blanc erano presenti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, Gianfranco Fini, già presidente della Camera, Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue, insieme a numerosi altri esponenti del Parlamento tra cui Raffaele Nevi, Stefano Graziano, Giulia Pastorella, Stefania Pucciarelli, Alberto Pandolfo, Elena Murelli, Andrea Casu, Lavinia Mennuni, Tilde Minasi.

Accanto alla politica, chi della difesa conosce soprattutto la dimensione operativa. A rappresentare le Forze armate, tra gli altri, il generale Franco Federici, consigliere militare del presidente del Consiglio, il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, e l’ammiraglio Fabio Gregori, sottocapo di Stato maggiore della Marina militare. Una presenza che abbracciava anche il settore degli armamenti, con Luisa Riccardi, vicedirettore nazionale degli Armamenti, il generale Luca De Martinis, direttore degli Armamenti aeronautici, e l’ammiraglio Cristiano Nervi, direttore degli Armamenti navali. A completare il quadro delle responsabilità operative, il generale Giovanni Gagliano, comandante delle Forze di supporto al combattimento dell’Esercito, e l’ammiraglio Sergio Liardo, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto. Non mancava poi l’esperienza di chi ha guidato le Forze armate ai massimi livelli, come gli ex capi di Stato maggiore Vincenzo Camporini, Enrico Credendino e Pietro Serino. Una partecipazione che ha riunito generazioni diverse della leadership militare italiana, tra responsabilità attuali ed esperienza maturata ai vertici.

L’industria e le capacità della difesa

Alle scelte della politica e alle esigenze delle Forze armate devono corrispondere tecnologie, competenze e capacità produttive. Una riflessione che parte dalla necessità di ampliare il concetto stesso di sicurezza, come ha sottolineato Massimo Claudio Comparini, managing director della Space division di Leonardo, richiamando la protezione delle infrastrutture critiche, delle economie e degli spostamenti. Una visione che deve andare “oltre quello che ci porta a pensare solo alle applicazioni militari”, per riconoscere il valore strategico delle tecnologie anche nella dimensione civile.

In questa prospettiva, la solidità della filiera industriale nazionale assume un peso centrale. Per Paolo Graziano, executive chairman di Magnaghi Aerospace Group, l’innovazione nella difesa è essenziale per “preservare le competenze dell’Italia e la sua competitività nel mondo”. Competenze che devono tradursi in capacità produttive, come ha evidenziato Frank Paul Spina, managing director e general manager di Northrop Grumman Italia, sottolineando la necessità di sviluppare capacità “concrete, affidabili e producibili su scala”, in grado di rispondere alle crescenti esigenze operative. Una sicurezza che passa anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla continuità operativa, ambiti nei quali Francesco Miraglia, business unit director government, intelligence & defense di CBRE, ha richiamato il “ruolo strategico” del Facility management.

Accanto a queste realtà, a Villa Blanc erano presenti numerose altre aziende del settore, alcune delle quali hanno anche contribuito a sostenere l’iniziativa, a testimonianza della varietà di competenze industriali che ruotano attorno al mondo della difesa e dell’aerospazio.

Tra confronto politico, vertici militari e industria, la festa di Airpress ha restituito il ritratto di una comunità chiamata a confrontarsi sulle stesse sfide, pur con responsabilità differenti. Un’immagine che riassume lo spirito di Arsenale per la pace, ricordando quanto la sicurezza dipenda dalla capacità di far dialogare scelte politiche, competenze militari, innovazione tecnologica e capacità industriali.

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Taglio tasse, meno sbarchi, più lavoro. I 4 anni del governo Meloni secondo Palazzo Chigi

Il primo governo della storia italiana a superare i quattro anni di vita è l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con alcuni numeri che danno la cifra dei provvedimenti varati, come il taglio di 140 miliardi di tasse a famiglie e imprese; la riduzione del 70% degli sbarchi illegali; l’aumento di 1,4 milioni di posti di lavoro stabili. Il documento diffuso dal governo elenca in modo sintetico i numeri più importanti e i provvedimenti più significativi approvati e avviati dall’insediamento a oggi.

I numeri sull’occupazione

Quasi un milione e mezzo di posti di lavoro e disoccupazione al 5,6% (era all’8,1% nel 2022). Tra i provvedimenti da citare il salario giusto legato ai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, il cosiddetto Decreto Primo Maggio; la svolta sulla sicurezza sui posti di lavoro che consiste in più ispettori, sblocco assunzioni in Inail e Inps, raddoppio delle assunzioni previste nell’Ispettorato e più 100 Carabinieri per la tutela del lavoro, oltre al tracciamento dei mancati infortuni, interoperabilità delle banche dati e sperimentazione del badge di cantiere. Sono stati stanziati 30 mln in più per le vittime di infortuni sul lavoro e 26 mln per le borse di studi per i figli superstiti.

Il bilancio

Il governo ha manifestato una particolare attenzione ai costi, dopo l’allegra gestione del super bonus e del reddito di cittadinanza: l’Italia infatti è l’unica Nazione del G7 tornata già dal 2024 in avanzo primario dopo il Covid. Lo scorso 15 ottobre lo spread era a 109 punti, contro i 236 di quattro anni fa, segno di una fiducia da parte dei mercati e degli investitori. Ammonta a tre miliardi e mezzo il risparmio sugli interessi, destinabili a sanità, scuola, senza contare il minor peso fiscale per le famiglie. Sempre restando al comparto economico, la Borsa ha fatto registrare un più 130%, con la possibilità per le famiglie di detenere nel proprio portafogli più titoli. Inoltre c’è il pollice alzato da parte delle principali agenzie di rating, che migliorano il giudizio sull’affidabilità e solidità economica. La zes unica impatta complessivamente per 60 miliardi, che si somma alla decontribuzione al sud da 7 miliardi fino al 2030 per chi assume.

La coesione

Altro capitolo, quello che riguarda la coesione grazie a 34 accordi siglati per lo sviluppo con Regioni, Province autonome e Amministrazioni centrali che si sono manifestati in oltre 50 miliardi di investimenti attivati, tra cui la riqualificazione dell’area di Bagnoli-Coroglio, le Province di Taranto e il Sulcis Iglesiente. Altre intese approvate in CdM sono quelle con Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto che si sommano alla legge per l’attuazione dell’Autonomia differenziata delle Regioni a Statuto ordinario e alla legge delega per la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).

Record export

Capitolo export, la voglia di Italia nel mondo cresce, come dimostra la quarta posizione mondiale raggiunta dall’Italia fra le nazioni esportatrici, impreziosita dal valore dell’agroalimentare giunto a 73 miliardi. I numeri inoltre dicono 401,8 mld nei primi 7 mesi del 2026; nuovo record di investimenti diretti esteri (più 12%). La comparazione con altri paesi rivela che il valore dell’export italiano ha superato il Giappone, i BTP decennali mostrano uno spread sceso al di sotto dei titoli francesi, il tasso disoccupazione dal IV trimestre 2025 è sceso sotto la media europea e dell’Eurozona, e infine sono state superate Germania e Uk per pil pro capite.

Infrastrutture e Piano Casa

Alla voce infrastrutture il governo rivendica una serie di iniziative come la riforma del Codice degli appalti e della Governance portuale, il sostegno abitativo (oltre 20 mln nel 2026 per genitori separati o divorziati), il decreto Salva Casa per semplificare e rilanciare il mercato immobiliare, il Nuovo Codice della Strada e i 6,35 mld per 729 interventi sulle infrastrutture idriche. E poi c’è il Piano Casa, che consiste in 10 miliardi per 100mila alloggi in 10 anni, accanto al recupero di 60mila alloggi popolari ora non disponibili, al Fondo per l’Housing sociale e l’emergenza abitativa, agli alloggi a prezzi calmierati, al fondo garanzia mutui prima casa.

Il versante internazionale

Sul versante internazionale, il governo sottolinea il ruolo dell’Italia nel mondo ottenuto con “coerenza e credibilità” di fronte alle crisi geopolitiche. In primis il sostegno all’integrazione dei Balcani Occidentali nella Ue, poi il rinnovato legame con l’America Latina, accanto al sostegno di una pace giusta e duratura in Ucraina, all’impegno per un quadro di pace e stabilità in Medio Oriente, fino alle nuove connessioni con l’Indo-Pacifico e a un rapporto da pari a pari con l’Africa e il Sud Globale. In questo senso si inserisce il ragionamento dedicato alla proiezione globale del Mediterraneo, con Roma player riconosciuto nella Ue, nella Nato e nel G7, senza dimenticare un “rapporto equilibrato con la Cina attraverso il nuovo partenariato strategico”.

Entrando nel merito dei singoli atti spiccano gli interventi a Gaza dove l’Italia è stata la prima Nazione occidentale per evacuazioni sanitarie oltre all’operazione imbastita Food for Gaza; e ancora la riforma della cittadinanza, i maggiori servizi per i connazionali all’estero (dal 2023 rilasciati 2mln di passaporti e oltre 670mila carte d’identità elettroniche) fino alle 16 intese su materie prime critiche e catene di approvvigionamento. Infine l’impegno per le interconnessioni strategiche: corridoio IMEC, corridoio VIII nei Balcani, progetto Elmed.

Una menzione a parte merita il Piano Mattei, che vede ben 18 paesi coinvolti, il doppio rispetto al varo del gennaio 2024. Sono 76 i progetti in corso, per un modello di cooperazione che si poggia su sette linee-obiettivo e che si sta intrecciando sia con progetti Ue come il Global Gateway, sia con le esigenze dei singoli paesi coinvolti, attirando le attenzioni di soggetti internazionali come Banca Mondiale, Banca africana, Commissione europea, Bei, Unione Africana.

Non solo difesa: i nuovi domini strategici

Per quanto riguarda la difesa, l’Italia è presente in 39 missioni con alcune novità, come il ritorno alla guida della missione KFOR nei Balcani, passando per l’impegno concretizzatosi in solidarietà internazionale con aiuti a Gaza, Medio Oriente e sisma in Venezuela. A tal proposito sono molteplici i fronti geopolitici che vedono l’Italia coinvolta, come l’istituzione del Polo nazionale della dimensione subacquea, il lancio del satellite CSG-FM3, i 16 accordi internazionali e le 400 intese tecniche siglati con i partner nei campi della difesa, sicurezza, ricerca e sviluppo tecnologico, la riforma della sanità militare e l’attenzione ai nuovi domini strategici come spazio, cyber, dimensione subacquea e Artico.

Politiche migratorie: un modello anche per l’Ue

Infine la sicurezza: meno 70% di sbarchi e più 55% di rimpatri. I numeri sull’azione svolta da Viminale si legano ad azioni mirate, come la lotta alle reti criminali che di fatto è entrata nel nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Da questo punto di vista va citata l’Alleanza globale contro il traffico di migranti e il rafforzamento di Europol. Gli accordi con i Paesi terzi rappresentano la novità italiana per il contrasto all’immigrazione illegale che trova concreta applicazione nel Memorandum Ue-Tunisia e nel partenariato strategico UE-Egitto. Di fatto l’Italia orienta le politiche migratorie europee grazie al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, per cui è stato superato il requisito obbligatorio di collegamento personale tra richiedente asilo e Paese terzo, consentendo, attraverso appositi accordi, l’esame delle richieste di protezione da parte di Paesi terzi sicuri

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La vera malata d’Europa è la Germania, non la Francia. Gros spiega perché

Sì, un rischio di contagio dalla Francia c’è per l’Europa. E comunque, se proprio la si vuol raccontare tutta, la Germania è messa peggio dei cugini d’Oltralpe. Daniel Gros, economista tedesco, direttore dell’Institute for European policymaking presso la Bocconi, la prende di petto quando gli si chiede se la polveriera francese, di cui sabato scorso qualcuno ha visto lo spettro per le vie di Milano, sia un rischio per il Vecchio continente, a quindici anni dal dramma della crisi greca. Mario Draghi, certo, non vede particolari pericoli, arrivando a giudicare del tutto fuorviante e dispersivo anche il solo immaginare un intervento della Bce sul debito francese. Per Gros, invece, un rischio, seppur calcolato e minimo, c’è.

Gros, la Francia è una pentola a pressione. Nessuno vuole tirare fuori dall’armadio i fantasmi della crisi greca. Però…

Un pericolo di contagio, contenuto per il momento, c’è. Dipenderà molto da quello che faranno gli altri Paesi e anche la stessa Bce. Ma il rischio, lo ripeto, c’è.

C’è chi ha fatto notare, con cognizione di causa, che oggi l’Europa sia decisamente più grande e vaccinata rispetto a dieci o quindici anni fa. Stiamo negando il problema provando a nasconderci dietro un dito?

No, oggi l’Europa è certamente più attrezzata di quindici anni fa. E anche per questo molti Paesi stanno meglio di anni fa. Però il vero punto sono le banche: oggi il sistema continentale del credito è molto più robusto e strutturato rispetto al 2008, quando esplose la crisi di Lehman Brothers ci colse impreparati.

Se le dico che oggi la Francia è la grande malata d’Europa, lei è d’accordo?

La Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania.

D’accordo, concesso. Però le immagini delle devastazioni per le strade delle città francesi parlano chiaro. Come si è arrivati a questo?

La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso.

Lei ha citato la Germania. In effetti Berlino, tra concorrenza cinese e dipendenza energetica dalla Russia, è messa male. La crisi, drammatica, di Volkswagen sta lì a dimostrarlo. Come si immagina l’ex locomotiva d’Europa tra cinque anni?

Siamo vicini al fondo della valle, i settori energivori stanno lasciando la Germania, mentre il settore automobilistico si sta riconvertendo, passando dalle macchine agli armamenti. Toccando il fondo, forse, ci potrà essere qualche cambiamento significativo.

Parliamo di energia. L’Italia è tra i Paesi in Europa che batte maggiormente i pugni sul tavolo per riformare, se non azzerare, il meccanismo della tassazione del carbonio, l’Ets. Le pare una battaglia giusta?

Francamente, l’ultima cosa che cambierei in Europa è proprio il sistema Ets, che è indolore ed efficace nel ridurre le emissioni. Magari si possono abolire altri regolamenti che impattano sul prezzo dell’energia. Ma l’Ets credo che ci serva.

L’Europa e le banche. Il futuro, viene detto da più parti, è il consolidamento: spalle larghe per competere con i giganti di Cina e Stati Uniti. E l’immancabile mercato unico dei capitali…

Non sono d’accordo. Non vedo il bisogno di aggregazioni per competere con i colossi americani, che fanno profitto dalla loro posizione da oligopolio. Le ricerche non evidenziano economie di scala per le banche oltre una dimensione di bilancio di qualche miliardo.

Insomma?

La competitività delle banche europee dipende meno dall’assenza di un mercato unico dei capitali e più da costi di personale molto rigidi, che rallentano l’adozione di tecnologie. Il caso Commerzbank (la banca tedesca sempre più vicina alle nozze con Unicredit, ndr) ci insegna che è più importante avere un mercato e una concorrenza per corporate control, che un mercato unico dei capitali a livello europeo.

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Terre rare, il riciclo europeo cerca capacità industriale. Il progetto Inspiree

A Ceccano, in provincia di Frosinone, Itelyum sta sviluppando un impianto per recuperare terre rare dai magneti permanenti contenuti nei motori elettrici e nelle apparecchiature elettroniche dismesse. Il progetto Inspiree, autorizzato nel giugno scorso, prevede il trattamento di 2.000 tonnellate annue di magneti, da cui ottenere circa 700 tonnellate di ossalati di terre rare. Sono capacità previste, ancora da realizzare. Quegli ossalati, inoltre, dovranno attraversare altre lavorazioni prima di diventare nuovi magneti destinati alla manifattura.

La distinzione tra recuperare una materia prima e riportarla in una produzione industriale riguarda direttamente il voto con cui il Parlamento europeo, il 20 ottobre, ha approvato la propria posizione sulla revisione del Critical Raw Materials Act: 470 favorevoli, 83 contrari e 108 astensioni. Fra le modifiche figura la possibilità di limitare, a determinate condizioni, le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti. Si tratta di una proposta negoziale, che dovrà essere concordata con il Consiglio; oggi non esiste un divieto già operativo derivante da quel voto.

La posta economica emerge dalla geografia della produzione mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina controllava il 91% della raffinazione delle terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Le difficoltà registrate nel 2025 a seguito delle restrizioni cinesi alle esportazioni hanno mostrato quanto l’industria automobilistica europea sia esposta alla disponibilità di questi componenti. La dipendenza riguarda soprattutto le lavorazioni nelle quali i materiali vengono separati, raffinati e trasformati in prodotti utilizzabili.

Il piano RESourceEU della Commissione, presentato nel dicembre 2025, rileva che nell’Unione viene riciclato meno dell’1% delle terre rare. Una parte dei magneti a fine vita esce dal territorio europeo, rimane inutilizzata o non viene recuperata. Bruxelles stima che iniziative come Inspiree in Italia e alcuni progetti francesi possano contribuire, con materiali e incentivi adeguati, alla futura produzione di 3.800 tonnellate di magneti permanenti: circa un quinto della domanda attuale. La stima descrive un potenziale da sviluppare, lontano da una capacità già disponibile.

Un’impresa che raccoglie magneti dismessi deve trovare acquirenti per il materiale recuperato. Chi lo acquista per trasformarlo deve invece sostenere i costi degli impianti e assicurarsi forniture sufficienti a mantenerli in esercizio. La proposta parlamentare interviene sulla circolazione commerciale dei rottami, mentre l’ampliamento della capacità di trattamento richiede investimenti, autorizzazioni e tempi industriali. Il progetto di Ceccano, passato attraverso un’autorizzazione prima dell’avvio della produzione su scala prevista, rende concreta questa differenza. I volumi trattenuti in Europa andranno considerati insieme a quelli che gli impianti europei sono effettivamente in grado di lavorare.

Gli investimenti devono poi coprire l’intera sequenza produttiva. Dopo il trattamento chimico sono necessarie la conversione dei composti in metalli, la preparazione delle leghe e la fabbricazione dei magneti. Ogni fase comporta tecnologie e rischi differenti. Un aumento delle quantità recuperate può alimentare la filiera soltanto quando le lavorazioni successive trovano capacità adeguata e clienti disposti ad acquistare il prodotto.

Le difficoltà della fase finale sono documentate anche dal caso Gkn Powder Metallurgy. Nel febbraio 2026 Reuters ha ricostruito la rinuncia del gruppo al progetto di una fabbrica europea di magneti permanenti, dopo circa 20 milioni di euro investiti e l’avvio di un impianto pilota in Germania. L’obiettivo era raggiungere 4.000 tonnellate annue entro il 2030. Secondo le fonti citate dall’agenzia, l’attività era stata giudicata estranea al perimetro centrale del gruppo e caratterizzata da prospettive economiche incerte, in un contesto di concorrenza cinese sui costi. Il passaggio dal pilota alla produzione commerciale non è arrivato a compimento.

Per attenuare l’incertezza degli investimenti, il Parlamento propone meccanismi di stabilizzazione dei prezzi e un Centro europeo per le materie prime critiche, con funzioni di coordinamento degli approvvigionamenti, delle scorte e degli acquisti congiunti. L’Eurocamera chiede anche una dotazione di 2 miliardi di euro nel prossimo bilancio pluriennale, ancora da approvare. Strumenti finanziari e coordinamento acquistano utilità quando accompagnano progetti industriali sostenuti da forniture e sbocchi commerciali verificabili. Il solo riconoscimento di un impianto come strategico non ne garantisce la redditività.

La domanda dei produttori finali può contribuire a dare stabilità alla filiera. L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che le terre rare incidano per circa il 40% sul costo di un magnete permanente, ma per meno dell’1% sul valore di un’automobile. I costruttori devono dunque confrontare l’eventuale maggior costo di una fornitura diversificata con quello derivante dall’interruzione della produzione. Contratti pluriennali e impegni di acquisto offrirebbero ai produttori europei una base più solida sulla quale programmare i nuovi stabilimenti.

L’Italia dispone di competenze nel trattamento dei rifiuti industriali, nella chimica e nella componentistica destinata all’automotive e all’aerospazio. Inspiree mostra una capacità tecnologica in sviluppo nel recupero, mentre i componenti finali richiedono ulteriori lavorazioni e rapporti industriali con chi li utilizza. La sicurezza degli approvvigionamenti interessa anche l’elettronica e la difesa, settori nei quali qualità, continuità e tracciabilità delle forniture hanno un peso particolare.

Il negoziato tra Parlamento e Consiglio dovrà definire le condizioni delle eventuali restrizioni, tenendo conto della capacità di trasformazione disponibile e degli obblighi commerciali internazionali. Per valutare gli effetti sui mercati serviranno dati più precisi sui flussi dei magneti recuperabili, distinti dalle statistiche aggregate sui rottami. La quantità di metalli, leghe e magneti prodotti nell’Unione con quei materiali, e successivamente acquistati dalla manifattura, offrirà una misura concreta dei risultati raggiunti. Anche la continuità delle forniture dovrà entrare in questa valutazione.

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La rivoluzione e i frangifiamma della democrazia. La riflessione di Sisci

Ci sono due forze convergenti ma distinte alla base delle proteste violente di Milano e, forse, anche di quelle francesi o greche. La prima è il risentimento, lo scontento sociale. È la legna secca che si accumula. La seconda è quello di chi soffia su questo scontento, non per risolvere i problemi, ma per farli crescere. Questa è probabilmente l’operazione che ha contribuito a organizzare la violenza in piazza nei giorni scorsi.

Le due forze convergono poi con la scintilla che può essere l’incidente, anche casuale, durante le manifestazioni pacifiche. L’incidente, naturalmente, può non essere casuale e può essere stato provocato ad arte. Le due forze devono essere affrontate separatamente. Sono entrambe politiche ma hanno bisogno di politiche diverse.

La prima ha bisogno di un’analisi approfondita, misure probabilmente di medio-lungo termine per togliere legna dal fuoco. La seconda, invece, richiede misure tempestive per evitare che il fuoco si trasformi in un incendio.

Il problema oggi, come ottant’anni fa, alla fine della Seconda guerra mondiale, è il nemico dall’altra parte della Cortina, che prima era di ferro e oggi è più tenue, di plastica traforata, perché, a differenza di allora, le comunicazioni tra i due lati sono più trasparenti.

Si fanno sempre più concreti, infatti, i sospetti che ad aizzare le folle siano forze pilotate da Mosca. Esse cercano di raccogliere a Milano o a Parigi successi politici che non riescono a ottenere sui campi di battaglia in Ucraina.

Il metodo è antico. La Germania guglielmina appoggiò e facilitò la rivoluzione bolscevica per liberarsi dalla Russia sul fronte orientale nel 1917. Dopo, l’Unione Sovietica sostenne e organizzò rivoluzioni in tutto il mondo, per un misto di idealismo ed espansione delle proprie ambizioni geopolitiche. Le successive rivoluzioni colorate (non più rosse) sostenute dall’America e dall’Occidente seguivano lo stesso tracciato, ma con molto minore sapienza rispetto ai rivoluzionari professionisti sovietici. Oggi Mosca sembra tornata al suo antico mestiere, che sa fare meglio di chiunque altro: esportare rivoluzione.

Le rivoluzioni sono una cosa seria e, a volte, anche giuste, se ci si oppone a un sistema che non consente la libera partecipazione alla politica. Ma usare la violenza in un sistema aperto, libero sovverte la democrazia e la libertà di tutti e forza la volontà di una minoranza aggressiva su una maggioranza che la può pensare diversamente. Questo non è tollerabile per la sopravvivenza di un sistema democratico, specie se organizzato, in tutto o in parte, da uno Stato non alleato e spesso ostile.

Ciò pone con urgenza la necessità di frangifiamme, bisogna abbattere gli alberi in prossimità del fuoco per evitare che l’incendio si espanda. In altre parole, torna di attualità quello che, nella prima guerra fredda, si chiamava il fattore K: chi era idealmente vicino all’Unione Sovietica non poteva governare.

L’Italia risolse questo problema delicato per una democrazia, concedendo alle forze filo-sovietiche una rappresentanza parlamentare e la libertà di espressione, ma impedendo loro di accedere alle stanze del potere.

Fu un divorzio non facile. Nel 1946 tutte le forze che avevano combattuto il fascismo sedettero insieme per scrivere la Costituzione della Repubblica, ma due anni dopo si divisero tra chi sarebbe andato al governo e chi sarebbe restato all’opposizione. La divisione fondamentale fu tra l’alleanza con l’America, da una parte, e con la Russia, dall’altra.

Oggi si è di fronte allo stesso frangente. I problemi politici che hanno portato all’insoddisfazione e alla furia della gente in piazza a Milano e a Parigi richiedono una risposta politica articolata. Ma le forze che accendono le fiamme, o sono anche solo vicine a quelle fiamme, devono essere escluse dalle leve del governo.

Ciò non significa arrestare tutti i dissidenti; anzi, le voci dissidenti e stridenti devono restare come forza e stimolo della democrazia italiana. Ma se queste forze mirano alla sovversione violenta del sistema democratico, o tifano per essa, non possono ragionevolmente guidare un governo che ha deciso di stare dall’altra parte.

Oppure devono chiedere con chiarezza un cambiamento della posizione internazionale dell’Italia nei confronti dell’Unione europea e della Nato. Lo spartiacque è la guerra in Ucraina.

Ciò pone domande concrete a tutte le forze politiche che legittimamente tifano per la Russia: o cambiano posizione oppure non possono avvicinarsi al governo, o, se sono al governo, devono uscirne. È stato difficile mantenere l’ambiguità finora, ma evidentemente dopo queste violenze diventa pressoché impossibile.

Ciò implica che tutti i partiti, a destra o a sinistra, che si impegneranno nella prossima campagna elettorale dovranno scegliere con chiarezza da che parte stare nella politica internazionale. Concretamente, quindi, Giuseppe Conte, leader del M5s, e Matteo Salvini, leader della Lega. In Francia ci saranno probabilmente scelte analoghe.

Se non si pone questa alternativa politica, si crea una situazione insostenibile: non è possibile cominciare ad affrontare i problemi di medio-lungo termine sul tappeto, e si obbligano le forze dell’ordine a essere non l’ultimo anello di una lunga catena di ordine istituzionale, ma l’unica barriera delle istituzioni contro il caos.

Le barriere isolate, prima o poi cadono e poi c’è il saccheggio della città e la fine delle istituzioni. Il sacco di Roma varrebbe più di quello di Kyiv.

Sarebbe uno smacco enorme per gli Stati Uniti d’America guidati dal presidente Donald Trump: Roma o Parigi sono sue alleate, perché dovrebbe cederle al leader russo Vladimir Putin? Alla vigilia di un autunno che si preannuncia di fuoco, con pochi pompieri e tanti incendiari, l’inizio della soluzione del rovello è forse nelle stanze del Parlamento a Roma.

Le ombre di Alarico, dei cosacchi che abbeverano i loro cavalli nella piazza di San Pietro, sono immagini crude, quasi surreali di tempi andati ma ora si stagliano all’orizzonte forse più concrete di quanto non lo siano state da 40 anni.

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Dal Tap alle terre rare, Roma e Baku rafforzano la partnership industriale

Cooperazione industriale, export rafforzato, nuove strade di investimenti e ulteriori partnership nei settori strategici, come le materie critiche. Italia e Azerbaigian viaggiano spedite verso una nuova stagione di relazioni, fondate su business, cultura e geopolitica, in vista del Business Forum di Baku. Gli ultimi accordi siglati a Roma alla presenza di istituzioni e imprese raccontano tutta la bontà dell’iniziativa “Italy-Azerbaijan: Strengthening Economic and Industrial Cooperation”, organizzata da Confindustria, in collaborazione con il ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il ministero dell’Economia della Repubblica dell’Azerbaigian.

Gli accordi

La presenza del ministro dell’Economia azero Mikayil Jabbarov, in visita in Italia, racconta i concreti passi in avanti nel rafforzamento delle relazioni bilaterali, anche in vista del Business Forum Italia-Azerbaigian, in programma a Baku entro la fine dell’anno. Primo punto affrontato le prospettive di collaborazione tra i sistemi produttivi dei due Paesi in settori nevralgici, come energia, materie prime critiche, industria mineraria e metallurgica, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali. Dal momento che l’Italia è il primo mercato di destinazione delle esportazioni azere, con un interscambio bilaterale che nel 2025 ha raggiunto gli 8 miliardi di euro, ecco che il futuro delle relazioni tra i due Paesi può essere costruito su una base già ampiamente solida, che è cartina di tornasole per individuare nuove partnership.

Come è noto, la cooperazione energetica è stato uno dei pilastri del partenariato bilaterale, grazie al gasdotto TAP, che ha permesso di inviare in Italia quasi 48 miliardi di metri cubi di gas tra il 2021 e il 2025. Si tratta di un’infrastruttura decisamente strategica per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici italiani ed europei, per cui Baku e Roma intendono mettere a frutto questa buona relazione al fine di lavorare per nuove filiere industriali e tecnologiche. L’incontro, aperto dal vicepresidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, ha approfondito le opportunità di cooperazione tra i due Paesi. Le imprese azere hanno presentato progetti e possibili ambiti di collaborazione, seguiti da incontri B2B con le aziende italiane.

Le voci

“Il partenariato strategico tra Italia e Azerbaigian si rafforza con una nuova prospettiva: affiancare alla consolidata collaborazione energetica tra i nostri Paesi nuovi investimenti azeri nel nostro sistema produttivo”, ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Vogliamo costruire con l’Azerbaigian una partnership tecnologica e industriale che valorizzi le eccellenze italiane nei settori più innovativi, dall’intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, fino alla robotica avanzata. La dichiarazione congiunta sulle materie prime critiche firmata oggi va in questa direzione: unire risorse azere e competenze italiane per diversificare gli approvvigionamenti e promuovere investimenti lungo l’intera filiera, anche con il possibile sostegno del Fondo Nazionale del Made in Italy”, ha aggiunto. “L’Azerbaigian può essere un partner importante anche per il progetto di deposito strategico di materie prime critiche che l’Italia si candida a realizzare a Porto Marghera: un primo sito pilota europeo per proteggere le industrie italiane ed europee dagli shock nelle forniture e rafforzare la nostra autonomia strategica”.

“La cooperazione energetica è un pilastro delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, ma oggi abbiamo l’opportunità di rafforzare e ampliare questa partnership a nuovi settori strategici, dalle materie prime critiche alla metallurgia, dall’intelligenza artificiale alle tecnologie digitali. Il nostro export verso l’Azerbaigian ha raggiunto i 432 milioni di euro nel 2025, ma possiamo fare molto di più: secondo le stime del nostro Centro Studi esiste un potenziale aggiuntivo di oltre 110 milioni di euro”, ha dichiarato il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “L’obiettivo è trasformare queste opportunità in progetti industriali, investimenti e collaborazioni di lungo periodo, valorizzando le competenze e le tecnologie delle nostre imprese e contribuendo alla diversificazione produttiva dell’Azerbaigian. Confindustria è pronta a sostenere questo percorso e a favorire nuove sinergie tra i due sistemi produttivi, anche in vista del prossimo Business Forum di Baku”.

“L’Azerbaigian è un partner strategico per l’Italia, sia sul piano economico che su quello politico e vogliamo rafforzare ulteriormente le opportunità di cooperazione industriale, anche nel settore delle materie prime critiche. La Dichiarazione congiunta sulla cooperazione strategica offrirà una cornice per integrare le competenze italiane con il potenziale minerario azero, lungo l’intera filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Le prospettive

La capacità di intercettare le nuove rotte geopolitiche a cavallo tra Caucaso e Mare Nostrum è all’origine dell’intensificarsi delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, convinzione che il Governo Meloni ha da subito avuta ben chiara nelle priorità internazionali. Baku rappresenta un peculiare partner che si inserisce alla perfezione nel concetto di Mediterraneo Globale, da dove Roma può tessere nuove relazioni e imprimere un’accelerazione alle proprie priorità. Se in principio il nesso era essenzialmente circoscritto al dossier energetico coagulatosi attorno al TAP, progressivamente le interlocuzioni del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e di quello delle Imprese e del Made in Italy Urso hanno rafforzato anche le relazioni personali, oltre che di sistema tra i due Paesi. Molto lavoro negli ultimi anni si deve anche all’ambasciatore Rashad Aslanov, che ha da poco lasciato Roma per la nuova destinazione in Turchia.

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Chi è Gurmeher Kaur, leader del movimento degli scarafaggi in India

Da molti mesi, il Cockroach Janta Party dell’India, conosciuto come il Movimento degli Scarafaggi, in riferimento agli esclusi, chiede profondi cambiamenti nel sistema politico indiano. L’ultima protesta, dove hanno partecipato principalmente giovani, esigeva le dimissioni del ministro dell’Istruzione indiano, Dharmendra Pradhan. La manifestazione è diventata violenta, con feriti e detenuti.

Gli “scarafaggi” chiedono anche le dimissioni del commissario elettorale, Gyanesh Kumar. Lo accusano di avere annullato il diritto al voto di circa 130 elettori. Ma tra le richieste ci sono anche più diritti, protezione e autonomia per le donne, dopo il caso di stupro di gruppo di una ragazza di 17 anni a New Delhi alla fine di settembre del 2026, diventato simbolo dello stato precario della sicurezza nel Paese.

Una delle portavoce di questa causa è la giovane attivista Gurmehar Kaur. Nata a Jalandhar nel 1996, si è laureata al Lady Shri Ram College e ha un master all’Università di Oxford. È ambasciatrice dell’organizzazione benefica inglese “Postcards for Peace”, che si dedica a combattere ogni forma di discriminazione. Nel 2017 la rivista Time l’ha definita una “paladina della libertà di parola”, e l’ha considerata uno dei “10 leader della prossima generazione”. Ha scritto un libro autobiografico intitolato “Small Acts of Freedom” e “The Young and the Restless: Youth and Politics in India”.

Il suo attivismo l’ha portata a numerosi arresti. Il prezzo da pagare per le giovani donne che si battono per un cambiamento è molto più alto rispetto agli uomini. Kaur racconta che, mentre i colleghi maschi festeggiano la visibilità nei media, le donne si preparano a minacce di morte, stupro, umiliazioni e altri abusi in rete. Su internet si trovano immagini sessualizzate delle manifestanti create con intelligenza artificiale, inserite tra quelle delle proteste.

In un’intervista all’emittente tedesca Deutsche Welle, Kaur ha spiegato che per lei “la resistenza non può essere un evento isolato. Un giorno e il seguente tornare alla vita quotidiana […] La resistenza è essere presenti e mettere il corpo in prima linea”. Per questo ha deciso di entrare a fare parte del gruppo giovanile del Congresso Nazionale, il primo partito dell’opposizione dell’India.

 

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Doppelgänger, così Mosca costruisce la disinformazione per l’Occidente. Il dossier di The Insider

Doppelgänger? Una struttura che individua le vulnerabilità politiche di ciascun Paese, costruisce il messaggio più adatto per sfruttarle, produce il contenuto e infine ne misura la capacità di penetrazione. Dietro, funzionari dell’Amministrazione presidenziale russa, comunicatori, ex diplomatici, specialisti dei social network e professionisti della propaganda.

Un’inchiesta di The Insider spiega, sulla base della corrispondenza hackerata tra personale dell’Amministrazione presidenziale russa e dipendenti dell’Agency for Social Design (Asd), la struttura che avrebbe coordinato una parte rilevante delle attività della rete conosciuta in Occidente come Doppelgänger.

La documentazione descritta da The Insider permette soprattutto di guardare dietro il prodotto finale della disinformazione, dagli articoli falsi e video manipolati a quello che c’è dietro: riunioni, indicazioni operative, distribuzione delle competenze, studio dei pubblici e valutazioni sull’efficacia delle campagne.

La regia del Cremlino

Secondo i documenti esaminati dalla testata, l’operazione sarebbe stata avviata da Sergei Kiriyenko, primo vicecapo dell’Amministrazione presidenziale russa. La supervisione avrebbe coinvolto in particolare Alexander Kharichev, responsabile della componente rivolta all’Ucraina, e Sofia Zakharova, indicata invece come figura di riferimento per le operazioni destinate ai Paesi occidentali. L’esecuzione del progetto sarebbe stata affidata a Ilya Gambashidze e alla sua Agency for Social Design.

In un rapporto indirizzato all’Amministrazione presidenziale, ricostruisce The Insider, Gambashidze presentava il progetto come uno strumento capace di influenzare l’opinione pubblica dei Paesi bersaglio senza apparire apertamente come propaganda russa. L’obiettivo non era necessariamente convincere un pubblico occidentale ad assumere posizioni esplicitamente filorusse, quanto fare entrare determinate narrative all’interno di discussioni politiche già esistenti.

A luglio 2022, secondo l’inchiesta, era già stato delineato un piano per condurre contemporaneamente la campagna in cinque Paesi europei. Le priorità indicate erano tre: screditare Stati Uniti, Regno Unito e Nato; diffondere la rappresentazione russa della guerra in Ucraina; e, soprattutto sul fronte tedesco, alimentare l’opposizione alle sanzioni.

L’Italia era già un bersaglio nel 2022

L’Italia compare fin dalle prime fasi dell’operazione. Secondo i documenti consultati da The Insider, alla fine di giugno 2022 Doppelgänger era già attivo almeno in Germania, Italia e Regno Unito.

Il sistema prevedeva la pubblicazione sui social network di post collegati a falsi siti che imitavano testate giornalistiche conosciute. Collegamenti agli stessi siti venivano inoltre inseriti nei commenti sotto i contenuti pubblicati da media reali, utilizzando Facebook, Instagram e Telegram. Per promuovere alcuni post venivano investite quotidianamente centinaia di dollari. Con l’obiettivo di alimentare l’ostilità verso i rifugiati ucraini, gli operatori proposero di diffondere una falsa storia secondo cui le ville sequestrate ai cittadini russi sarebbero state consegnate ai profughi provenienti dall’Ucraina, mentre le spese necessarie al loro mantenimento sarebbero state sostenute dai bilanci locali, cercando ci collegare la presenza dei rifugiati alla pressione sulle risorse pubbliche italiane, trasformando una questione internazionale in un potenziale elemento di conflitto politico interno.

L’Agency for Social Design, secondo la documentazione esaminata da The Insider, pensò di commissionare a blogger italiani uno sketch contro le sanzioni alla Russia, senza però rivelare chi fosse davvero il committente. Agli interessati, secondo quella stessa comunicazione, era stato fatto credere che dietro l’incarico ci fosse un partito politico italiano.

Come si costruisce un falso

Il materiale ottenuto da The Insider contiene anche una sorta di manuale per la produzione dei contenuti, dalla realtà aumentata o special report per indicare fotografie, video e screenshot manipolati, fino ai veri e propri fake. Le tecniche previste andavano dalla modifica digitale di un’immagine alla sostituzione dei volti, dal doppiaggio di filmati alla produzione di video su green screen. Tra questi, anche la realizzazione di scene completamente costruite.

Ed è ancora una volta l’Italia a comparire espressamente nelle istruzioni: gli operatori potevano girare in Russia utilizzando oggetti e scenografie capaci di ricreare ambientazioni simili alla Germania, all’Italia o all’Inghilterra, affidando ad attori l’interpretazione delle scene predisposte e intervenendo successivamente con la computer grafica. In alternativa, le riprese potevano essere effettuate direttamente nei Paesi bersaglio.

Un messaggio diverso per ogni pubblico

Dai documenti emerge anche una notevole attenzione alla segmentazione del pubblico. Uno stesso evento poteva essere commentato attraverso identità politiche, nazionali o religiose differenti, in modo da inserirsi contemporaneamente in comunità che partivano da posizioni persino opposte.

The Insider riporta, ad esempio, istruzioni per costruire commenti attribuibili di volta in volta a un cittadino francese medio, a un musulmano francese, a un elettore tedesco di sinistra o a un tedesco di origine turca. Insomma, non era necessario che queste voci sostenessero la stessa argomentazione, ma che potessero inserirsi nella sensibilità del pubblico prescelto.

Lo stesso principio compare poi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’inchiesta ha trovato tra i materiali di un responsabile della campagna alcuni prompt risalenti ad aprile 2024, destinati a generare commenti scritti dal punto di vista di persone con caratteristiche sociali e politiche precise: un francese contrario alle spese per le Olimpiadi, una donna polacca preoccupata per l’inflazione e l’immigrazione ucraina, una cittadina israeliana critica verso i costi della guerra.

Diplomatici, funzionari e specialisti della comunicazione

La ricostruzione di The Insider dedica una parte consistente anche alle persone impiegate nella cosiddetta “European counter-campaign”. Secondo l’inchiesta, alcuni lavoravano formalmente per il Center for Global IT Cooperation, ma provenivano da istituzioni dello Stato russo. Nel 2024 il centro avrebbe assunto circa due dozzine di persone, tra cui ex funzionari del Ministero degli Esteri e laureati dell’MGIMO, l’università moscovita tradizionalmente legata alla formazione della diplomazia russa.

La figura più importante dell’Unione europea viene identificata in Alexey Goltyaev, ex funzionario del Ministero degli Esteri e, dal 2024, dirigente nell’apparato del Consiglio di sicurezza russo. Margarita Klimanova, consigliera dell’Amministrazione presidenziale, avrebbe invece avuto la responsabilità del targeting delle audience, con particolare attenzione ai giovani e alle comunità migranti. Un’altra funzionaria dell’Amministrazione, Ekaterina Sorokova, avrebbe seguito statistiche e calendari, contribuendo a stabilire quali eventi dovessero ricevere maggiore attenzione.

Un significativo passo in avanti rispetto alle tradizionali “fabbriche dei troll”, che affianca alla produzione del contenuto analisi dei pubblici, calendarizzazione, statistiche, distribuzione e valutazione dei risultati.

Dopo Prigozhin?

Secondo The Insider, la dissoluzione dell’apparato mediatico costruito attorno a Yevgeny Prigozhin, dopo la sua morte nell’agosto 2023, avrebbe rappresentato un punto di svolta. Rimasta senza una guida, la precedente infrastruttura della “troll factory”, il progetto coordinato da Kiriyenko sarebbe diventato progressivamente uno dei principali strumenti per la diffusione della disinformazione russa all’estero. Alcuni ex appartenenti alle strutture di Prigozhin sarebbero poi entrati nella distribuzione dei materiali prodotti dall’Agency for Social Design. Parallelamente, professionisti provenienti dai media russi e consulenti politici avrebbero curato video, manifesti, meme e altri prodotti destinati alle differenti campagne. Da qui,  emerge una trasformazione organizzativa importante. La logica della propaganda rimane ma diviene più strutturata: produzione professionale dei contenuti, targeting delle audience e coordinamento con figure riconducibili all’apparato statale.

Online e Onlife?

The Insider afferma di aver ricostruito il coinvolgimento di persone direttamente collegate a Kharichev e all’Agency for Social Design nell’organizzazione di campi di addestramento destinati a operazioni in Europa, dall’interferenza elettorale in Moldova fino a provocazioni e sabotaggi nei Paesi occidentali.

Secondo la testata, un gruppo composto anche da neonazisti e hooligan sarebbe stato addestrato nei Balcani all’utilizzo di droni con esplosivi. The Insider precisa che saranno oggetto della seconda parte dell’indagine. L’immagine restituita dai documenti visionati restituisce una struttura che studia il contesto politico del Paese bersaglio, individua le sue linee di frattura e prova a inserirvi contenuti costruiti per sembrare locali.

Dunque, che fare? Alla base vi è una conoscenza delle nostre divisioni e la capacità di sfruttarle; per difendersi o reagire occorre conoscere le proprie fratture meglio di chi vuole strumentalizzarle e comprendere la logica di chi vuole attaccarci per neutralizzare la sua efficacia.

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