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La democrazia della rabbia e il futuro che stiamo tradendo

L’assalto alla libreria Feltrinelli di Porta Nuova, a Torino, sabato 17 ottobre (LaPresse)

L’incendio che ha colpito la storica sede del Comune di Limoges, in Francia, l’assalto alla libreria Feltrinelli di Torino, le devastazioni che hanno accompagnato i cortei di Milano: i fatti di questi giorni riportano alla memoria immagini che credevamo confinate alle pagine più buie del Novecento. Luoghi delle istituzioni, della memoria e della cultura sono diventati bersagli di una violenza che non può essere giustificata né confusa con il dissenso.

Quando dalla ragione si passa al torto
Protestare è un diritto, distruggere e saccheggiare è un reato. È una distinzione elementare, eppure una democrazia rischia di smarrirla ogni volta che gruppi organizzati trasformano una manifestazione in un’occasione di intimidazione. Anche quando le ragioni della protesta sono fondate e il disagio sociale è autentico, anche quando le istituzioni non ascoltano, la violenza resta una scorciatoia che fa passare dalla ragione al torto. Chi rivendica diritti finisce per calpestare quelli degli altri: il diritto di lavorare, di vivere la propria città, di manifestare pacificamente. E finisce per delegittimare le ragioni delle migliaia di cittadini che in piazza ci vanno senza distruggere nulla.

La legalità è il confine della protesta, l’ascolto è il dovere della democrazia, e confondere i due piani significa rinunciare tanto alla sicurezza quanto alla politica. Ma fermarsi all’indignazione sarebbe troppo comodo. Dopo la pandemia, le guerre che hanno riportato la paura in Europa, le disuguaglianze crescenti e il logoramento della fiducia nelle istituzioni, dovremmo chiederci che cosa abbiamo fatto, o non abbiamo fatto, perché la rabbia diventasse uno dei linguaggi dominanti della nostra epoca.

Carlo Invernizzi Accetti, in Vent’anni di rabbia. Come il risentimento ha preso il posto della politica, offre una lettura che merita attenzione. Il risentimento contemporaneo, sostiene, nasce meno dalle condizioni materiali che dalla sensazione di essere irrilevanti, dalla convinzione che le decisioni vengano prese altrove, secondo logiche sulle quali i cittadini non hanno alcuna presa. È una questione di reddito, ma anche di dignità e di riconoscimento.

Il passaggio più interessante riguarda il rapporto tra populismo e tecnocrazia, che si presentano come avversari e finiscono per produrre effetti simili. Il populismo invoca il popolo ma ne riduce la partecipazione all’identificazione con un leader; la tecnocrazia rivendica la competenza ma tratta i cittadini come destinatari di decisioni prese in sedi sottratte al confronto. Da una parte si chiede di applaudire, dall’altra di fidarsi, e troppo raramente di partecipare.

La democrazia si riduce così a procedura elettorale, mentre si svuotano gli spazi in cui dovrebbe formarsi una volontà collettiva. Il voto resta, ma la voce dei cittadini conta sempre meno, e in questo vuoto cresce il risentimento: quando la politica rinuncia a costruire comunità, la rabbia diventa una forma distorta di appartenenza e l’avversario lascia il posto al nemico. Capire queste cause non significa assolvere chi devasta. Significa ammettere che una società incapace di interrogarsi sulle proprie fratture finisce per subirne le conseguenze. E qui emerge una responsabilità che chi lavora nella cultura preferisce spesso ignorare.

La cultura non è innocente
Per anni abbiamo moltiplicato festival, rassegne, premi, capitali della cultura e grandi eventi, misurandone il successo in visitatori, presenze e visibilità mediatica, molto meno nella capacità di generare cittadinanza e ridurre le distanze sociali. Abbiamo parlato di inclusione senza sempre praticarla, celebrato la diversità frequentando ambienti omogenei, invocato il dialogo continuando a parlare soprattutto tra noi.

Il rischio è un sistema autoreferenziale, che rappresenta la società senza riuscire a cambiarne le relazioni e discute di democrazia senza sperimentare la partecipazione. La cultura dovrebbe essere invece il luogo in cui le differenze imparano a convivere, il sapere diventa accessibile e il dissenso trova parole diverse dalla violenza: un’opportunità per chi gli strumenti per comprenderla deve ancora conquistarli, più che un privilegio per chi li possiede già.

SEMI26: la cultura è democrazia
Proprio su quello che non siamo riusciti a fare vogliamo interrogarci a Napoli, dove il 23, 24 e 25 ottobre Cultura Italiae celebra dieci anni di attività con SEMI26. Il titolo, La Cultura è Democrazia, per noi è un impegno prima ancora che un tema. Per questo abbiamo introdotto una novità semplice: al termine degli interventi, saranno i bambini e i ragazzi di alcune scuole napoletane a porre una domanda agli ospiti, libera e anche scomoda, non condizionata dalle convenienze che spesso governano il dibattito pubblico. Le abbiamo chiamate domande impertinenti, perché sono gli adulti ad aver bisogno di essere messi in discussione.

Da troppo tempo parliamo del futuro senza ascoltare chi dovrà viverlo. Progettiamo città, scuole e modelli di sviluppo senza coinvolgere le generazioni che ne erediteranno le conseguenze, e ripetiamo che i giovani sono il futuro come se la formula ci sollevasse dalle responsabilità del presente. La generazione che ci ha preceduto ci ha consegnato un’Europa ricostruita dalle macerie, istituzioni democratiche, diritti sociali e una lunga stagione di pace. Noi rischiamo di lasciare ai nostri figli un mondo più ricco di tecnologia e più povero di fiducia, in cui la paura è diventata una risorsa politica e la rabbia un mercato elettorale.

Una democrazia non vive soltanto di regole ed elezioni, ma della convinzione condivisa che ciascuno possa contribuire a cambiarla. Quando questa convinzione viene meno, le istituzioni continuano a funzionare ma ne perdono l’anima. Non pensiamo che tre giornate possano risolvere le contraddizioni del nostro tempo; possiamo però provare a invertire il metodo, con meno celebrazioni e più ascolto, meno risposte precostituite e più domande. Il contrario della rabbia è la possibilità di contare, e una democrazia svuotata torna a vivere soltanto se qualcuno ricomincia ad ascoltare.

Dovremmo cominciare dai bambini, non perché abbiano già le risposte, ma perché siamo noi adulti ad aver dimenticato le domande.

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