L’esproprio proletario delle Jordan, e i cattivi maestri della sinistra milanese

Spero che saremo tutti d’accordo sul fatto che tra il piccolo Youssef che ruba le Jordan da Foot Locker in San Babila e l’editorialista che scrive «i nostri ragazzi», il candidato sindaco che parla di «disagio giovanile» e il professore che si mette in posa in manifestazione, stiamo tutti dalla parte di quel ladruncolo del piccolo Youssef. C’è un celebre tweet pubblicato il 7 ottobre 2023 da una che lavorava per Teen Vogue che recitava così: «What did y’all think decolonization meant? Vibes? Papers? Essays? Losers».
La domanda è solo una: tutti quelli che, con grande commozione, parlano dei «nostri ragazzi», dall’intellettuale al politico, esattamente cosa pensavano che «i loro ragazzi» stessero dicendo e facendo quando uscivano di casa col passamontagna, il corso di russo di Duolingo nelle cuffie e la bandiera di Hezbollah negli ultimi tre anni? Se il cattivo maestro assomiglia alla mamma che stira lo striscione dell’intifada e non a Charles Manson, bisognerebbe anche essere abbastanza onesti da dire che l’adolescente che fa l’adolescente ha un comportamento sano, mentre l’adulto che fa dell’adulazione un principio pedagogico no, perché diventa una questione di manipolazione e non di educazione.
Da un certo punto di vista, trovo che l’adolescente che spacca la vetrina senza metterci dentro il messaggio psicopedagogico che ci mettono i suoi genitori, ma solo bro, fra, chill, sia la cosa più normale che è successa negli ultimi anni, a differenza del quarantacinquantenne che fa la morale agli altri con messaggini più o meno eversivi dicendo «i miei ragazzi», cosa che, onestamente, proprio normale non è.
Davanti alla Questura di Milano, ieri c’erano circa duecento genitori incazzati come dei puma a prendere i figli con i vari «ero contento se ti spaccavano la testa» e «che branco di deficienti», mentre in corso Vittorio Emanuele una signora si metteva a fare la morale ai poliziotti sul chiedere i documenti ai ragazzini. Senonché, dopo trenta secondi, la signora veniva interrotta dal rumore di un’esplosione e immagino che, a quel punto, si sia diretta verso il corso pilates reformer a passi lunghi e ben distesi.
Come saprete, in Francia e poi in Italia, soprattutto a Milano, sono andate in scena quelle situazioni che l’editorialista chiama «disagio giovanile», mentre il resto del mondo le chiama «rapine». Capisco che sia difficile sia per la politica milanese che per gli intellettuali al confino in Brera costruire concetti spendibili sulle rapine, però il risultato ottenuto è stato quello di risultare ambigui e pure un po’ strani, perché, fatemelo dire, è sempre un po’ strano l’adulto che cerca il consenso dell’adolescente.
Non mi metterò certo qui a dire che le manifestazioni sono legittime mentre le rapine no: siamo tutti andati a scuola, chi più chi meno; permettetemi di dare questo concetto per scontato. Dal fiume Senna al mar Mediterraneo, i moti di Parigi hanno fornito materiale estetico che resisterà all’usura del tempo: Mathieu Kassovitz che, in mezzo ai manifestanti, gongola per il fatto che il film lui lo ha già fatto; il sacco di Sephora coi maschi che mettono tutto il catalogo Huda Beauty su Vinted sbagliando i prezzi; quello che ruba il Dyson Airwrap per la mamma; la povera bionda gauche caviar in lacrime che chiede ai rapinatori: «Ma perché lo fate? Questa non è la nostra lotta», e questi le dicono qualcosa come «Sì, sì, come no, ora spostati»; la brigata del disagio giovanile che guida un trenino turistico; le ragazzine commosse che uno vestito da Spider-Man abbia regalato loro i Tampax invece della Birkin – per l’amor di Dio, ragazze, datevi una svegliata –; il nerd che difende il suo negozio di videogiochi. La rivoluzione o è instagrammabile o non è rivoluzione, e i francesi questa cosa la sanno e la fanno meglio di tutti.
Veniamo quindi a Milano, che ricordiamo essere in balia di una campagna elettorale che, se continua così, ci ucciderà di noia, se non ci uccidono prima i dodicenni. Come in un famoso video in cui si vedono alcuni parigini fare l’aperitivo con i cassonetti in fiamme e la guerra civile a dieci metri di distanza, Tommaso Goisis stava chiuso dentro al Teatro Elfo Puccini a spiegare il suo programma, programma che prevede, come leggo dalle sue storie Instagram, «l’assunzione di 100 giovani community organizer, in larga parte con background di origine migratorio». Che lavoro fa il community organizer con background migratorio non l’ho ben capito; immagino sia la risposta a un bisogno che non sapevamo di avere.
Nel comunicato stampa da lui rilasciato nelle storie Instagram dice: «In questa situazione il sindaco Giuseppe Sala ha un ruolo fondamentale, può fare una cosa sola, ma è la più potente: difendere le persone con il suo corpo. Un sindaco che scende in piazza, con la fascia, accanto ai ragazzi, li ascolta e li protegge con la sia presenza, toglie alla destra ogni alibi», per poi citare come esempio il mitologico sindaco di Saint-Denis, il sindaco più instagrammabile dell’universo dopo Zohran Mamdani, quello che si mette il collirio per i lacrimogeni, quello che si fa fare l’applauso perché sposta un cassonetto in fiamme, quello che si mette in giacca e cravatta in testa al corteo, proprio lui, il Martin Luther King dell’aura battle.
Carlotta Cossutta, che si è candidata alle primarie, immagino, nella categoria «nepo baby», ha detto che «il modo migliore per evitare questo tipo di violenza è offrire ascolto e poi risposte concrete», e io mi immagino il piccolo Youssef come sarà contento di ottenere risposte transfemministe ai suoi problemi: che ne so, usare il neutro, andare dallo psicologo, fare i barattolini della calma. A seguire, sia Goisis che Cossutta hanno postato su Instagram «la passeggiata arrabbiata» del pregiato collettivo Non Una di Meno, forse proprio la risposta che il piccolo Youssef stava aspettando.
La vicesindaca Anna Scavuzzo, dopo il pranzo di gala di Milano Ristorazione, ha scritto una serie di storie Instagram culminate in un «siamo di fronte a giovani e giovanissimi che esprimono insofferenza, rabbia, disagio profondo»: non credo ci sia alcun disagio profondo nell’esproprio delle Jordan. Mica sono andati a occupare Palazzo Marino, cosa che, onestamente, avrei amato. Comunque sia, onore al merito a Scavuzzo perché è andata all’alba in via Torino con i lavoratori dell’Amsa che hanno passato la notte a fare la differenziata con le bombe carta nella carta e le molotov nel vetro: veri eroi delle due giornate di Milano.
Come ampiamente previsto, Pierfrancesco Majorino ha dato la colpa del casino alla destra; Matteo Perego di Cremnago ha detto che «appena governeremo Milano non ci sarà spazio per questi delinquenti»; il generale Carmelo Burgio ha citato Pier Paolo Pasolini, mentre Lorenzo Pacini, inutile che ve lo stia a dire, era alla manifestazione contro il caro vita, ma non mi risulta abbia fatto l’esproprio proletario del Decathlon con il socialismo municipale.
A Torino, invece, un gruppo di giovani ha devastato una libreria Feltrinelli, un episodio che a molti ha ricordato l’incendio della biblioteca di Alessandria. Nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il candidato sindaco Mario Calabresi, alla domanda su che senso politico avesse distruggere le librerie Feltrinelli, ha risposto: «Perché è una vetrina del centro, in questo caso di Torino, ed è vissuta come un luogo che esclude, da cui ci si sente tagliati fuori. È uno spazio di chi sta bene, di chi ce l’ha fatta, di chi ha un lavoro». A occhio, non mi sembra che la Feltrinelli e il suo angolo del piantino siano il simbolo di chi ce l’ha fatta.
A questo punto ci vorrebbe un podcast true crime sul libricidio della Feltrinelli di Torino, una specie di devianza che ti fa pensare al libro a terra come a un omicidio premeditato, l’odore della carta che non odora più, il vilipendio di cadavere della cultura, una pena che va dai 5 ai 10 anni di reclusione ad ascoltare i podcast di libri. Il popolo ha fame: a questo punto, diamogli le Jordan.
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