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Sabato non sarà soltanto una prova per Meloni, ma per tutta la politica

Vetrine danneggiate dei negozi di Corso Garibaldi, a Milano, nel corso dei raid di domenica 18 ottobre 2026 (LaPresse)

Si spera che non accadrà nulla di grave, ma è possibile che sabato prossimo la Repubblica italiana si troverà di fronte a una prova difficile: dovrà rispondere alla violenza con gli strumenti democratici dello Stato di diritto. Il che non significa debolezza o resa, ma esercitare l’autorità pubblica, far rispettare le leggi, proteggere i cittadini, isolare i violenti e assicurare alla giustizia chi trasforma una manifestazione in un campo di battaglia. Le leggi esistono già: vanno applicate possibilmente meglio di quanto non si sia fatto a Milano nel weekend scorso, e ancora non si sono capite le ragioni di una mezza disfatta sul campo.

Il 24 si prevede un’altra giornata pesante. C’è da augurarsi che l’intelligence sappia interpretare il tam tam informatico che “dirige” gli Incappucciati e i ragazzini malati di nichilismo per prevenire i disordini. Ieri nel capoluogo lombardo si è tenuto un vertice delle forze dell’ordine, c’erano anche Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti – una presenza quest’ultima un po’ inquietante, come a voler ergersi a ministro dell’Interno ombra.

C’è da chiedersi cosa la destra pensi di fare. Fulminati dal Quirinale i propositi più bellicosi, ma soprattutto giuridicamente insostenibili, covati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prova di sabato verrà affrontata senza misure eccezionali.

Dopodiché, dinanzi a un movimento che non è un movimento ma uno sciame di ribellismo senza obiettivi, può succedere qualsiasi cosa. Se la giornata sarà pacifica, il governo faticherà a sostenere l’esistenza di un’emergenza tale da giustificare misure eccezionali. Se invece torneranno sugli schermi immagini di cassonetti incendiati, vetrine sfondate e agenti aggrediti, Meloni potrebbe presentarsi al Paese con una spiegazione pronta: è accaduto perché non ci hanno consentito di approvare le leggi richieste. La responsabilità ricadrebbe così non solo sui violenti, ma anche su chi avrebbe impedito al governo di dotarsi di strumenti più duri. Sarebbe un gioco molto pericoloso. Si avviterebbe l’antica spirale di violenza. Riapparirebbe da una parte la debolezza di uno Stato che non sa difendere i cittadini e dall’altra l’evocazione di maniere forti al di là dello Stato di diritto.

Certo, se sabato ci saranno violenze, lo Stato dovrà intervenire con determinazione: nessuna indulgenza verso chi aggredisce gli agenti, devasta le città o usa una manifestazione come copertura. Il governo è dunque davanti forse alla sua prova più difficile.

Ma sbaglierebbero le opposizioni se pensassero che si tratta di un problema solo di Meloni. Il centrosinistra finora ha fatto i soliti discorsi sul disagio sociale per condire la scontata condanna della violenza ma poteva fare di più, per esempio organizzando subito una manifestazione contro la violenza. Nemmeno il Pd, che pure è erede di partiti prontissimi a dare una risposta civile, ha prodotto qualcosa di significativo malgrado avesse l’occasione – l’assemblea nazionale di domenica, all’indomani dei fatti di Milano – per un’analisi seria e una responsabile presa di posizione.

La vera sfida di sabato dunque riguarda la tenuta della politica. Vale per il governo in primo luogo. Ma se il gioco si fa duro, il centrosinistra deve cominciare a giocare in prima persona, a difesa delle istituzioni e della libertà nelle nostre città e anche per replicare con i fatti alla campagna della destra che già indica nelle opposizioni i sodali dei violenti. Un minimo di iniziativa, su.

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La resa del Pd di Schlein alla politica degli incazzati

Per una stranissima coincidenza, la battaglia nel Partito democratico tra sinistra di governo e sinistra populista, finita con la vittoria di quest’ultima e la completa schleinizzazione del partito, ha incrociato temporalmente l’esplosione della violenza giovanile di piazza. Cose diverse, ma un incrocio c’è. Come ha detto Sergio Mattarella, bisogna capire e, insieme, condannare «violenze che emergono in modo inatteso, da soggetti inediti». La sinistra non sembra in grado di capire. Il Movimento degli studenti, nato con motivazioni sensate, è stato rapidissimamente ingoiato dai teppisti. Quel Movimento, in verità un po’ vago e di dimensioni forse non di massa, è chiamato a riprendersi lo spazio che i violenti gli hanno tolto: pare molto difficile, ma si vedrà presto.

Ieri, in un giornale radio della Rai, si è parlato di «casseur, come si dice a Milano», probabilmente confondendo con la «cassoeula», ma inconsapevolmente accostando, e non senza ragione, il fenomeno dei casseurs parigini con questi delinquentelli milanesi, nipotini dei «paninari» che quarant’anni fa fregavano le Timberland ai malcapitati passanti. Solo che questi sono peggio. Il fatto di vivere in periferie difficili non li assolve.

Gli operai della Milano degli anni Cinquanta erano in condizioni peggiori, ma facevano sindacato, non spaccavano le vetrine. Dunque, altro che Sessantotto. Altro che autunno caldo. Qui non c’è alcun ragionamento, meno che mai ideologia. A Herbert Marcuse si è sostituito TikTok («C’è il bordello, brò»). Si torna alla violenza come fatto in sé, a un’orrenda estetica dell’attacco militare che speriamo non sfoci in una qualche «geometrica potenza».

Purtroppo, domenica Elly Schlein non ha fatto nessun’analisi su quanto sta avvenendo. Né altri dirigenti. L’assemblea nazionale è servita ad altro: a fare piazza pulita di dissensi e mugugni e a promettere miliardi agli italiani. Fuori dal partito, anche Walter Veltroni, che è sempre attento a quello che si muove nella società, ha ripetuto che «c’è un malessere di questi giorni che va interpretato». Certo che c’è il malessere. Così come è certo che c’è la follia nichilista. Attenzione a non mescolare piani diversi e a fare i soliti sociologismi. O a battersi il petto con il mea culpa come già fanno i sessantenni della gauche au caviar in certi salotti.

Il fatto è che la sinistra non ha le categorie per capire che dietro questi che distruggono i negozi per rubare i giacconi firmati c’è qualcosa di nuovo e di terribile, cioè lo spappolamento di cervelli rovinati da messaggi di vario tipo scagliati da centri occulti, che siano Elon Musk o Vladimir Putin, veicolati dai social e alimentati dalla demagogia dell’era populista. Una bomba tecnopolitica che travolge razionalità, serietà, cultura, senso dell’ordine.

La sinistra dovrebbe darsi il compito di ricostruire la razionalità perduta non disgiungendolo da quello di fare credibili battaglie. Invece, la sinistra populista è l’esito dell’imbastardimento per cui il popolo ha sempre ragione e gli altri sono l’establishment cattivo. Il riformismo mondiale ha capito troppo tardi che non siamo più nel mondo di ieri, come scriveva Stefan Zweig, quello dello sviluppo progressivo da guidare con la tecnorazionalità macroniana, l’illuminismo degli scandinavi, l’ottimismo obamiano, il pragmatismo renano. C’è qui tutto da ripensare: le cose che ci siamo detti dagli anni Novanta sono in buona parte superate.

Domenica, nel Pd, c’è stata la solennizzazione dell’abbandono della cultura riformista per approdare sui lidi del magma populista, un abbandono che è anch’esso figlio di una colère politica che semplifica – noi buoni, gli altri cattivi – e la fa facile: soldi a tutti e ciao. L’idea che Schlein fornisce è quella di un partito schierato a fianco degli «incazzati» – ormai anche il linguaggio è andato – proprio come teorizza da anni Maurizio Landini, capo della protesta più che autore di una proposta, nella speranza che la massa incazzata possa gonfiare le vele del campo largo.

Questo slittamento del Pd colloca Schlein sullo stesso terreno di Giuseppe Conte, rendendo dunque, nella sostanza, poco interessante il duello tra loro alle primarie, perché le primarie tra due campioni della sinistra populista, senza una seria alternativa di un esponente della sinistra di governo, significano solo lotta tra due apparati e due tifoserie.

Tutto questo, naturalmente, lascia grande spazio a Giorgia Meloni, che nell’anno elettorale apparirà come l’unica pronta a farsi carico del diritto dello Stato a reagire contro i violenti, oltre ad avere la scusa per non fare nulla sui problemi concreti dei giovani. Come al solito, la violenza aiuta la destra. Tanto più con una sinistra che pensa solo ai fatti suoi e non sa più distinguere tra giusto e sbagliato.

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I guappi di Schlein danno la caccia ai riformisti del Pd, e fanno il gioco di Conte

AP/LaPresse

A Elly Schlein non conviene proprio perdere pezzi del suo partito. Altrimenti, contro Giuseppe Conte, nel duello rusticano che si profila, rischia di soccombere. Già, perché è possibile, per non dire probabile, che queste benedette primarie saranno una sfida a due: lei contro lui.

Sembra la dinamica politica generale: con il turno unico, un terzo polo sembra un’avventura. Invece è partita la caccia. La caccia ai riformisti del Partito democratico. Si invocano purghe. Soprattutto da gente che non è del Pd: Marco Travaglio e le sue giornaliste, tipi come Andrea Scanzi, intellettuali come Marco Revelli – questi scrivono tutti sul Fatto – ma anche ex dirigenti o ex parlamentari che tifano Schlein. È un’arietta tardostaliniana che filtra sotto le porte del Nazareno e avvelena il clima interno. La causa è sempre la stessa. I riformisti reclamano chiarezza sul completo sostegno all’Ucraina, che sarebbe poi la posizione ufficiale così com’è scritta nella mozione parlamentare di mercoledì scorso. Quindi chi è “fuori linea” sono gli agitati turboschleiniani che di fatto sposano più la posizione di Conte – basta armi, cioè arrendetevi – che quella ufficialmente sostenuta dalla segretaria, sia pure con tutte le cautele e sottovoce per non disturbare il Conte russo, il Vronskij dei Cinquestelle.

I reprobi fedeli a Kyjiv – «zavorra» l’ha definita Scanzi come se fosse il responsabile organizzazione del Pd – sono bersagli sui social, sui giornali, nei conciliaboli, probabilmente anche in certe riunioni delle correnti che sostengono Schlein.

L’applauso a Giorgia Meloni dei senatori riformisti al passaggio sull’Ucraina ha fatto saltare i nervi a qualcuno. Peccato che il sostegno anche armato all’Ucraina sia la linea del socialismo europeo, dal premier britannico Andy Burnham a quello spagnolo Pedro Sanchez, dal candidato socialista francese Raphaël Glucksmann alla premier danese Mette Frederiksen.

Quella che perciò sta venendo fuori nel Pd non è dunque la quinta colonna di Matteo Renzi, ma semmai una posizione simile a quella di Conte, cioè l’avversario di Schlein.

Dunque, questi che danno la caccia ai riformisti tifando Elly stanno lavorando per il Re di Prussia – o di Russia – cioè Conte. Così, il tema del sostegno all’Ucraina sta diventando la principale linea di faglia tra i duellanti. Un discrimine talmente profondo che, per come si stanno mettendo le cose, sembra destinato a trascinarsi nei gazebo delle primarie. Elly Schlein rischia di farsi male. Vedremo cosa dirà la segretaria domani mattina all’assemblea nazionale del Pd chiamata a prolungarne il mandato.

La prima cosa che dovrebbe fare è unire il suo partito su una linea chiara che non può essere diversa da quella del socialismo europeo. E calmare i bollori degli stalinisti filocontiani che stanno avvelenando i pozzi.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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Meloni e Conte tengono insieme destra e sinistra, ma non sanno più dove portarle

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Presidente della Repubblica di Polonia, Karol Nawrocki a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 18 Maggio 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets with President of the Republic of Poland , Karol Nawrocki at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday May 18 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Della lunghissima campagna elettorale della destra fa parte il capitolo della compattezza della coalizione. In questo senso, l’apertura di Giorgia Meloni sull’autonomia differenziata – la riforma meno interessante degli ultimi anni – è un chiaro regalino a Matteo Salvini in vista del congresso “sovietico”, cioè senza rivali, che la Lega terrà il 24 e 25 ottobre a Milano.

Il capo leghista, dopo mesi di tribolazioni, lo vincerà anche grazie a questi piccolo scalpo gentilmente donatogli dalla presidente del Consiglio che ha tutto l’interesse a salvare il vicepremier dalla contestazione, come al solito inefficace, dei suoi oppositori interni, le eterne promesse dei Luca Zaia e dei Massimiliano Fedriga che regolarmente sul più bello se la squagliano. Meloni lavora su tre piani intimamente connessi: il rilancio dell’azione di governo, il rafforzamento del suo partito, la compattezza della coalizione. Sul secondo e terzo punto ci siamo abbastanza. In particolare, si ha l’impressione che la campagna elettorale permanente della presidente del Consiglio stia funzionando per quel che riguarda il consenso a Fratelli d’Italia.

È un po’ lo stesso meccanismo mediatico adottato ai suoi tempi da Silvio Berlusconi, le cui uscite pubbliche facevano crescere costantemente i consensi di Forza Italia: in questo senso anche Fratelli d’Italia, checché se ne dica, è ormai un partito personale. Meloni ha aperto la sua campagna elettorale alle 19 del 4 settembre al porto di Bari per la celebrazione della durata del governo, la mitica longevità: ha tenuto un comizio privo di indicazioni, ma di forte richiamo identitario. Da quel giorno è stato un susseguirsi di iniziative pubbliche, sul territorio e davanti a ogni tipo di associazioni economiche e del mondo produttivo. E su vedono gli effetti di questi attivismo della premier su Fratelli d’Italia e sulla compattezza, registrata anche nei vari voti di fiducia e in quello segreto sulla legge elettorale, del centrodestra.

Dove le cose vanno male invece è sul piano dell’azione del governo. È una strana contraddizione: i partiti della maggioranza tengono botta ma l’esecutivo annaspa. A parte i penosi diversivi sugli alunni stranieri nelle classi e gli scarsi interventi sul prezzo dei carburanti, il governo non ha prodotto altro. Non sa come affrontare la crisi economica con un’idea di respiro. È questo il muro su cui la premier va a sbattere: l’economia. Quella reale delle famiglie massacrate dal carovita. E l’economia nel senso delle prospettive: la scena di un Giancarlo Giorgetti ieri alla Camera ne è stata una dimostrazione veramente molto triste.  Non solo perché ad ascoltarlo non c’era nessuno. Ma perché ha praticamente ammesso che davanti ai nuvoloni in arrivo non sa bene cosa fare.

Siccome l’economia è il terreno sul quale si misura l’efficacia di un governo e su cui ci si giocano le elezioni, il problema è molto serio e da questo si può concludere che il governo Meloni ha esaurito la sua spinta.

Se ci fosse un’alternativa seria e credibile, Giorgia Meloni e i suoi sodali sarebbero al capolinea. Ma il campo largo, in mano a Giuseppe Conte o a Rosy Bindi – che lanciando Pier Luigi Bersani ha implicitamente sfiduciato Elly Schlein – risulta sempre meno affidabile per costruire qualcosa di diverso. Che il capo del Movimento 5 stelle stia esercitando una pressione egemonica è ormai certo. Ieri il campo largo ha trovato una convergenza parlamentare contro l’aumento delle spese militari. Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e, novità dirompente, Italia Viva hanno sottoscritto una risoluzione comune che contesta il piano di riarmo e chiede di riconsiderare gli impegni di spesa assunti in sede Nato.

La posizione non è stata ammessa al voto per un impedimento regolamentare, ma resta il fatto che la coalizione sia unita, addirittura con la firma del partito di Matteo Renzi, nel mancato rispetto degli impegni assunti dalla Nato. L’avvocato del populismo ha esultato.

Oggi in Parlamento però ci sarà l’ennesima divisione sull’Ucraina, con Conte che su questo tema sta dando l’idea di tirare molto la corda. Che potrebbe anche spezzarsi. Sarebbe il caso che il Pd lo richiamasse all’ordine: se non lo facesse, sarebbe complice. Si può essere certi che se gli convenisse l’avvocato del populismo troverebbe il modo di rompere. Antipasto di un disastro elettorale e quindi di un big bang del centrosinistra dagli esiti imprevedibili. Altro che Bersani leader.

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Le manovre di Conte, e il grottesco tutti contro tutti del centro del centrosinistra

Maionese

La maionese centrista del campo largo impazzisce ogni giorno di più: tanto forti sono gli appelli a unirsi tanto deboli sono i segnali che vanno in questa direzione. È forse il terreno più scivoloso di tutti, dove si moltiplicano, si intrecciano e si scontrano appetiti più diversi: passa l’autobus che porta in Parlamento, bisogna saltarci sopra, ora o mai più, anche a costo che qualcuno cada dal predellino. Mors tua vita mea.

Va da sé che dietro le mosse di questo o di quello ci possono essere motivazioni nobili – per il bene del Paese – o tentativi di salvare gloriose tradizioni politiche, i radicali, i socialisti. Ma ci sono anche e soprattutto giochi politici pesanti, come quello di far fuori Matteo Renzi utilizzando il nuovo soggetto di Alessandro Onorato e della sua lista Progetto Civico Italia (Pci).

È Giuseppe Conte, in particolare, nel solito tandem con Goffredo Bettini, mentore di Onorato, a lavorare per quest’ultimo cercando di favorire la presentazione della sua lista. Infatti ieri il senatore contiano Luigi Nave è passato al gruppo misto (nella componente di Alleanza Verdi-Sinistra), una mossa formale per agevolare la raccolta delle firme di Progetto civico. Ma un senatore non basta: chi gliene darà altri? Si assiste così a una sotto-partita tra Elly Schlein e l’avvocato del populismo, a riprova che i due continuano a pestarsi i piedi più o meno su tutto: la leader del Pd lavora per tenere Renzi dentro la coalizione – i due filano d’accordo da tempo – mentre Conte, che odia Renzi, gli mette tra le ruote il bastone onoratiano nella speranza che l’assessore romano lo scavalchi e entri il suo Progetto civico in Parlamento invece di Italia Viva.

È un disegno che rende l’idea del livello di parossismo raggiunto dall’uomo di Volturara Appula e che conferma la confusione in quel pezzo di centrosinistra che, fatti i conti, è decisivo per vincere.

Da parte sua, il leader di Italia Viva continua a cercare di allargare Casa riformista, ma non sono chiare le prospettive di Più Europa e dei socialisti che in un primo momento erano sembrati disponibili al progetto di Casa riformista: adesso invece il segretario socialista Enzo Maraio ha scelto di stare con Onorato, in aperta contraddizione con la scelta delle Europee. Ed è ben strambo, per un socialista, appoggiare un disegno di un personaggio come Conte. Vedremo poi il destino della formazione “Più uno” di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, che dovrebbero essere esentati dalla raccolta delle firme grazie a Bruno Tabacci che gli ha prestato il suo simbolo (e la piccola componente parlamentare con annessa agevolazione nella raccolta delle firme). Il tutto mentre Silvia Salis sta entrando in scena, ieri sera a Genova con Massimo D’Alema per parlare del libro di quest’ultimo, “Eravamo comunisti”, domani con l’ospitata da Fabio Fazio.

Il punto politico è che il centrosinistra rischia di diventare una coalizione nella quale ciascuno lavora per conquistare il voto dell’elettore avversario, ma soprattutto per sottrarlo al proprio vicino di banco. Una singolare forma di competizione, nella quale il nemico comune resta sullo sfondo e il nemico interno occupa tutta la scena. Insomma, la maionese del centro del centrosinistra per ora sta impazzendo alla grande. Come ha sintetizzato con una certa efficacia Carlo Calenda, «è un casino, come tutto il campo largo».

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Il Melonellum è fatto, ora Schlein faccia (davvero) il campo largo

Approvata la legge elettorale, tutto procede secondo i piani di Giorgia Meloni, mentre a sinistra Elly Schlein tentenna ancora e gli elettori aspettano di sapere chi sarà il candidato premier, con quale programma, cosa faranno Conte e i centristi

Signore e signori del campo largo, ora non avete più scuse. La legge elettorale, il Melonellum, è stato approvato ieri senza problemi, com’era ovvio – perché mai i deputati della maggioranza avrebbero dovuto far cadere il loro governo con il rischio di andare presto alle elezioni? – e dunque adesso bisogna darsi una regolata e mettersi a lavorare seriamente.

Basta con queste buffonate dei gruppi whatsapp, questi pranzi inconcludenti, queste schermaglie politiciste. Gli elettori del centrosinistra non meritano di dover tollerare ancora a lungo l’impasse che si trascina da mesi: chi è il candidato premier? Dov’è il programma? Qual è il perimetro esatto della coalizione? Domande che non hanno ancora uno straccio di risposte. Ora basta.

Inutile fingere che il Melonellum sia ancora sospeso in attesa dei ricorsi e della sentenza della Corte Costituzionale. È molto probabile che della legge essa cancelli qualche punto non fondamentale e che l’impianto regga intatto, sia sull’indicazione del premier nel programma, sia sul premio di maggioranza. Una legge autoapplicativa, come si dice.

Dunque sentenza della Consulta a gennaio e poi ogni giorno è buono per sciogliere le Camere, secondo i piani di Giorgia Meloni (che certo può sempre cambiarli, ma per ora pare così) e quindi urne ad aprile. Ma in ogni caso, anche se i tempi si diluissero, il campo largo deve risolvere in fretta i suoi problemi. Per una ragione molto semplice: perché deve parlare agli italiani. Dicendogli adesso chi sarà il premier in caso di vittoria. Che proposte ha. Com’è fatto questo benedetto campo largo.

L’estate è trascorsa invano, il gran caldo è passato, è iniziato un autunno un po’ umido, e nessun passo avanti è stato fatto. Nulla sul leader, nulla sul programma, nulla sul perimetro della coalizione. Il Pd sembra voglia procedere lentamente perché ha paura che se si vota tra una anno il leader si bruci, si appanni, si sfianchi: che inconsapevolmente cela un bella mancanza di fiducia in Elly Schlein, che il Nazareno considera già vincitrice delle primarie. Ma come? Vuoi fare la presidente del Consiglio e non reggi alcuni mesi di leadership della coalizione?

Se l’obiettivo è governare l’Italia, bisognerà pur cominciare a governare, politicamente, il proprio campo. E reggere qualche mese di leadership non dovrebbe essere considerato uno sport estremo.

Per forza che poi vengono avanti proposte diverse come quella che riguarda Roberto Gualtieri cui ormai molti guardano come il salvatore della Patria. Comunque, l’assemblea nazionale del Pd del 18 porrà fine al tormentone, la candidata alle primarie sarà la segretaria del partito, prorogata perché il suo mandato è scaduto. Da lei ci si attende un discorso chiaro che indichi il percorso da affrontare.

E Giuseppe Conte, l’avvocato del diavolo, cosa vuole fare? E Matteo Renzi riesce o no ad aggregare un centro serio, magari in accordo con Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, e chi candida alle primarie? E quando si incontrano per definire le linee del programma?

Care signore e cari signori del campo largo, è giunto il tempo delle risposte. Di cominciare a dire qualcosa sulla nuova emergenza economica, sulla sicurezza, sulle riforme. E ovviamente sull’Ucraina. La maggioranza ha fatto la sua legge, ora tocca a voi.

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