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Luca Mercalli a Conversazioni sul futuro smonta la scusa dell’impotenza: bisogna agire ora

Il ciclo di podcast “Conversazioni sul futuro”, promosso dall’ente del terzo settore Terra Giusta, dedicato alla memoria del sociologo Domenico De Masi, si apre con un’intervista essenziale a Luca Mercalli. Un dialogo che non lascia spazio a consolazioni e che dovrebbe rappresentare l’agenda prioritaria di qualunque governo responsabile: globale, nazionale, locale.

I dati richiamati dal presidente della Società Meteorologica Italiana sono impietosi. L’estate del 2026, da poco conclusa, è la più calda da oltre 270 anni, se si analizzano le serie storiche. Il prolungarsi di anomalie termiche estreme anche nel mese di settembre ha definito una sequenza quadrimestrale mai registrata prima, i cui costi umani dono drammaticamente evidenti: oltre 45.000 morti in Europa per le ondate di calore, un bilancio parziale destinato tragicamente a salire.

Di fronte a questa realtà, tutto è ovattato, nascosto, insabbiato. Con un’informazione nelle mani dei padroni del mondo, dei miliardari, parlare quotidianamente delle crisi ecologiche e del surriscaldamento globale, metterlo in cima alle notizie dei telegiornali, delle testate e delle trasmissioni televisive è vietato. Farlo metterebbe in breve tempo in luce l’insostenibilità dell’attuale modello economico che si regge sulla promozioni di desideri insani, infiniti consumi e infiniti rifiuti.

Parlarne metterebbe a rischio il capitale dei miliardari e romperebbe l’incantesimo di chi trae vantaggio da questo sistema, di chi è quotidianamente manipolato o fa parte di quella metà degli esseri umani che rischia la propria sopravvivenza ogni giorno, dato che è in condizioni di non soddisfare i propri bisogni essenziali.

L’accordo di Parigi del 2015 fissava a 1,5 gradi il limite di aumento della temperatura globale da non superare: un traguardo negativo che ormai abbiamo già valicato. Gli stati sono nelle mani delle aziende più potenti di questo mondo e difendono i loro interessi e con il loro potere sui media, dettando l’agenda a tutti, cittadini e partiti. Poco importa se tutto questo ci sta portando ad un aumento drammatico di 2,7 gradi entro la fine del secolo, un territorio del tutto sconosciuto e pericoloso in cui, solo in Italia, l’innalzamento dei mari minaccia direttamente territori fragili come Venezia, Delta del Po e coste romagnole.

Mercalli smonta con chiarezza la scusa dell’impotenza. La responsabilità della transizione ecologica per fermare le crisi ambientali si divide in due parti: il 50% attiene alle scelte individuali, l’altro 50% alle decisioni politiche e di sistema.

Se ciascuno di noi può e deve incidere riducendo le proprie emissioni personali, migliorando l’efficienza energetica delle abitazioni, tagliando i voli aerei, riducendo lo spreco alimentare e il consumo di carne, esiste almeno una quota pro capite irriducibile – circa 2.000 chilogrammi di CO2 – che dipende esclusivamente dal funzionamento dello Stato: scuole, ospedali, trasporti, infrastrutture pubbliche, comuni.

E poi c’è il nodo politico ed economico che è il nostro cappio al collo.

Come evidenziato già nel 1972 dal celebre rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, è un fatto inoppugnabile che una crescita infinita sia impossibile all’interno di un pianeta finito. E l’attuale capitalismo estrattivo non fa che condannare le attuali e future generazioni.

Dove è, quindi, il coraggio di esplorare e finanziare modelli economici alternativi come l’economia della ciambella e renderla strategia nazionale o locale? Dove è la riconversione della produzione? Quando si spostano gli investimenti dalle armi ai pannelli solari? Quando le 8000 scuole italiane forniranno energia all’intera comunità Italia? Quando potremmo lasciare a casa l’auto privata perché con lo stesso tempo di percorrenza potrò raggiungere il luogo di lavoro con mezzi di trasporto alternativi? Quando verrà sostituito il cemento con gli alberi?

Questo non è il problema di domani da riversare sulle spalle delle future generazioni. Sarà troppo tardi. Bisogna agire ora. E per rompere l’incantesimo continueremo a fare “Conversazioni sul futuro”, parlando ad ottobre con Marco D’Eramo, scrittore di Dominio, la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, per continuare a smascherare le leve del Dominio su tutti noi.

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Emissioni e clima, per l’Onu se tutto va bene andrà male: rispettando ‘solo’ gli impegni attuali il riscaldamento salirà a 2,6°C (l’obiettivo era 1,5)

Anche se le nazioni dovessero rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas serra, entro la fine del secolo le temperature globali risulterebbero superiori di 2,6°C rispetto ai livelli preindustriali. È l’ennesima tegola che arriva sul fronte del riscaldamento globale, forse una delle più dure da metabolizzare, ma è quanto si afferma nell’Emissions Gap Report 2026, il rapporto sul divario tra la riduzione delle emissioni e gli obiettivi da raggiungere, appena pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Il mondo è “pericolosamente lontano dall’obiettivo” e “non può più evitare di superare il limite di 1,5°C (non annuale, ma basato su medie decennali, ndr)” ha spiegato António Guterres, segretario generale dell’Onu (nella foto), in occasione della presentazione del rapporto, riferendosi al traguardo più ambizioso fissato dall’Accordo di Parigi del 2015. Dieci anni dopo quegli impegni, lo scorso anno, le emissioni globali di gas serra si sono mantenute su livelli record. “I piani climatici nazionali e le politiche attuali – aggiunge Guterres – sono pericolosamente insufficienti, lasciando presagire un riscaldamento compreso tra 2,6°C e 2,8°C” entro il 2100. Si tratta di proiezioni persino più cupe rispetto a quelle dello scorso anno, che indicavano un riscaldamento compreso tra 2,3°C e 2,5°C (Leggi l’articolo). E dovute, tra l’altro, al ritiro degli Stati Uniti (il secondo maggior inquinatore al mondo) dall’Accordo di Parigi e alla revisione delle stime sulle emissioni storiche.

Emissioni ancora su livelli record

Tra i sei maggiori emettitori, i dati preliminari per il 2025 indicano un aumento delle emissioni negli Stati Uniti, in Indonesia e in Cina, a fronte di una diminuzione in India, Russia e Unione Europea. Tuttavia, gli analisti dell’Unep si sono mostrati cauti nel definire i livelli attuali come un vero e proprio “picco”, date le grandi incertezze geopolitiche e la crescente dipendenza dai combustibili fossili, nonostante la forte crescita delle energie rinnovabili. L’Emissions Gap Report 2026, intitolato ‘The Point of Return’ (Il punto di ritorno), rileva che la possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, senza alcuno sforamento o con uno sforamento limitato, è ormai svanita dopo “decenni di un’azione climatica insufficiente”, in particolare da parte dei paesi ricchi del G20, responsabili di tre quarti delle emissioni. Dure, durissime le parole di Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep: “Per anni, i governi sono stati avvertiti che il tempo stava per scadere. Dicevamo che c’era ancora un’opportunità, se avessimo fatto questo sforzo erculeo per rimanere entro il limite di 1,5°C, ma ora è chiaro che lo sforzo non è stato fatto. Abbiamo temporeggiato e ora diciamo che questa finestra di opportunità si è chiusa”.

L’obiettivo attuale: il minimo sforamento possibile

Ma non bisogna gettare la spugna. Questo è il messaggio dell’Unep. Ogni ulteriore frazione di grado e ogni anno aggiuntivo di riscaldamento al di sopra di 1,5°C accrescono i rischi climatici, come cambiamenti irreversibili nelle calotte glaciali, nel carbonio contenuto nel permafrost, nella circolazione oceanica, nelle barriere coralline e altro ancora, con gravi ripercussioni per la salute e la prosperità umana. L’obiettivo attuale, ormai è noto, deve essere quello di ridurre al minimo la durata e l’entità dello sforamento, per poi tornare a 1,5°C entro la fine del secolo. A questo riguardo, il rapporto esamina uno scenario di sforamento del target di 1,5°C definito come il “più contenuto possibile”, in cui il picco di riscaldamento viene limitato a 1,7-1,8°C. Per intraprendere questo percorso, le emissioni globali di gas serra (GHG) dovrebbero essere ridotte, rispetto ai livelli del 2025, del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040. Per fare un confronto, secondo l’Onu, il rispetto degli attuali impegni climatici porterebbe a una riduzione di appena il 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035. Si tratta quindi di un obiettivo difficilissimo da raggiungere, impossibile senza un cambio di rotta deciso e repentino. Implica tassi di riduzione medi annui del 5,7 per cento nel decennio 2025-2035, superiori al quelli indicati nel sesto rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, che richiedeva tassi di riduzione annuali di circa il 5 per cento.

Tornare sotto l’1,5°C di riscaldamento

Per tornare a 1,5°C o scendere al di sotto di tale soglia, sarà necessaria la rimozione di CO2 dall’atmosfera su larga scala. Si parla della necessità di rimozione dall’atmosfera e di stoccaggio permanente di circa 320 gigatonnellate di CO2 (equivalente a circa otto anni di emissioni globali di CO2 del 2024) nel corso di questo secole, oltre all’avvio di rigorose misure di mitigazione. Solo in questo modo, si stima nel rapporto, si avrà una probabilità del 66% di non superare 1,8°C, riportando, con una probabilità del 50% invece, l’aumento della temperatura globale a 1,5°C o meno, entro il 2100. Sebbene la sfida sia imponente, esistono ampie opportunità per accelerare l’azione: “Dall’adozione dell’Accordo di Parigi, le energie rinnovabili hanno registrato un forte sviluppo, l’offerta complessiva di energia derivante da carbone e petrolio è cresciuta meno di quanto previsto e le politiche climatiche si sono dimostrate efficaci nel ridurre le emissioni”. Il report indica la strada: la capacità globale di produzione elettrica da fonti rinnovabili dovrebbe almeno triplicare entro il 2035 (rispetto al 2025) e al massimo cinque anni più tardo (entro il 2040) dovrebbe raggiungere almeno 4,5 volte il livello del 2025. Sempre entro il 2035 le quote di carbone, petrolio e gas nell’offerta energetica globale dovrebbero ridursi rispettivamente di almeno il 55%, il 1% e il 5%, raggiungendo nel 2040 riduzioni del 75%, del 30% e del 35%. La generazione elettrica da carbone, invece, dovrebbe diminuire di almeno il 75% entro il 2035, per arrivare all’eliminazione a livello globale cinque anni dopo.

Dove si arriva con le politiche attuali (o rispettando gli impegni). I vari scenari

Le traiettorie attuali sono ben lontane dal consentire il raggiungimento di questo obiettivo. Se le politiche che si stanno mettendo in campo oggi dovessero proseguire, senza quindi seguire gli impegni presi dai Paesi, il riscaldamento si attesterebbe a 2,8°C entro il 2100 per poi aumentare ulteriormente. Qualora venissero attuati tutti i contributi determinati a livello nazionale (Ndc, i Nationally Determined Contributions*) e proseguissero sforzi analoghi, il riscaldamento sarebbe limitato a 2,6°C. Questi piani, come si diceva, ridurrebbero le emissioni solo del 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035, ma si tratta comunque di una risposta del tutto insufficiente per invertire la rotta in tempi utili. Si tratta di stime peggiori rispetto alle proiezioni dello scorso anno. I nuovi Ndc presentati dopo la pubblicazione del rapporto dell’anno scorso hanno avuto un impatto trascurabile sulle proiezioni. Anche nello scenario più ottimistico, in cui vengono raggiunti tutti gli Ndc più ulteriori obiettivi net-zero, il riscaldamento globale raggiungerebbe 2,1°C in questo secolo. Morale: “Senza un’azione urgente, la traiettoria che prevede il superamento più contenuto della soglia di 1,5°C diventerà rapidamente irraggiungibile”. Basta fare i conti: “Ogni cinque anni di emissioni di CO2 ai livelli attuali – avverte l’Unep – innalza il picco di riscaldamento di circa 0,1°C”.

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