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Trump struggles to keep his story straight on prisoner release from Russia

22 October 2026 at 14:01

Over the last decade or so, Donald Trump hasn’t exactly been subtle about his support for Vladimir Putin, but in recent weeks, the American president has gone to almost cartoonish lengths to reward his Russian counterpart.

The list includes instances in which the Republican has offered sanctions relief for Russian diesel fuel, echoed Kremlin talking points, pumped billions of dollars into the Russian economy, peddled false accusations against Ukraine, ignored existing U.S. laws that ban Russian oil imports, looked the other way on Russia aiding Iran during the ongoing U.S. war, and delivered diplomatic victories for Moscow — all in exchange for nothing except more deadly attacks.

On Wednesday morning, however, Trump finally claimed to have secured a concession of sorts from the Russian leader: In a statement published to his social media platform, the American president said Stephen Hubbard, a 74-year-old retired teacher who had been imprisoned by the Putin government, has been released from detention and was headed home.

After some pointless and gratuitous whining about the Biden administration, Trump wrote that Putin agreed to free Hubbard “out of respect” for the American president, adding that the United States “was not required to give anything in return — an unprecedented situation for Russia.”

Just 12 minutes later, the Republican published a follow-up item, which read, “Numerous people, who requested that sanctions be immediately imposed on Russia, have called to apologize to President Trump in that they didn’t know that he was negotiating the release of Stephen Hubbard, a truly big and important deal for the U.S. If sanctions would have been placed, certainly those negotiations would have come to a complete and total halt.”

Putting aside the fact that those calls of apology almost certainly didn’t happen in reality, the second message clearly contradicted the first: After saying his administration didn’t have to give Russia anything to secure Hubbard’s release, Trump effectively conceded that he had to waive sanctions on Russia in order to secure Hubbard’s release.

Hours later, at an unrelated White House event, he did it again.

TRUMP: We gave nothing in exchange for Stephen. We never give anything in exchange for hostages.TRUMP LITERALLY MOMENTS LATER: If I implemented sanctions on Russia, Steven wouldn't be coming out right now.

— Aaron Rupar (@atrupar.com) 2026-10-21T19:33:20.698Z

“We gave nothing in exchange, which is very rare,” the American president boasted. “We never give anything in exchange.” Moments later, he added that if he’d implemented sanctions on Russia, as required by the U.S. law Trump recently signed, Hubbard “wouldn’t be coming out right now, he’d be in there for another 20 years.”

Trump seemed entirely oblivious to the obvious tension between claiming that he made no concessions, except for the concessions he made.

During a Wednesday afternoon Q&A with reporters, CNN’s Kaitlin Collins pressed him on this point, subtly trying to explain to Trump that, based on his own explanation, he obviously did give Putin something in return for Hubbard’s release.

Apparently frustrated by the cognitive dissonance, Trump decided to resolve the dispute by telling Collins, “You’re a low-IQ person. You’re a dummy.”

Hours later, Russia launched a new round of attacks on Ukraine’s capital, killing one person and wounding 22, as part of an assault that targeted civilians. A day earlier, Russia also unleashed another missile and drone blitz of civilian areas in Ukraine, killing at least four people.

As recently as Monday, Trump told reporters, “Russia, frankly, has been fine on Ukraine, they haven’t been doing much.” The White House has not yet explained why the Republican routinely sounds like he’s reading from a script written by the Kremlin.

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Il campo largo decida ora da che parte starà l’Italia o si spaccherà al primo voto

22 October 2026 at 13:10

A un anno dalle elezioni politiche (se non verranno anticipate) il centrosinistra è competitivo come non accadeva da tempo. Secondo i sondaggi di metà ottobre 2026, la coalizione progressista e il centrodestra sono separati da pochi decimali. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Più Europa e il nuovo soggetto politico di Ernesto Maria Ruffini discutono di primarie, di un programma da scrivere e di un nome nuovo per l’ormai logora formula del “campo largo”. Prima del nome, del candidato e del programma c’è però una domanda che nessuno vuole porsi apertamente traendone le necessarie conseguenze: su quale idea della collocazione internazionale dell’Italia si fonda questa alleanza?

Dove sono d’accordo – Sarebbe ingeneroso negare che i punti di convergenza siano numerosi e concreti. Le forze del centrosinistra (continuiamo a chiamarle così anche se qualcuna tra esse a sentire sinistra se la dà a gambe) hanno presentato insieme una proposta di salario minimo legale. Difendono il finanziamento della sanità pubblica e la lotta alle liste d’attesa. Si sono opposte all’autonomia differenziata e al premierato. Condividono un’agenda sui diritti civili, sulla scuola pubblica, sulla transizione ecologica e sul contrasto alla precarietà. Su Gaza, dopo molte incertezze, hanno trovato posizioni comuni in Parlamento e in piazza. È un patrimonio programmatico reale, un dato di fatto, non un’invenzione propagandistica.

Dove si dividono – Anche le divergenze, però, non sono marginali. In politica interna riguardano la giustizia, con Italia Viva più vicina alla separazione delle carriere, e il lavoro, come ha mostrato il referendum sul Jobs Act, che ha visto il Pd (ma non solo) di Schlein e i renziani su fronti opposti. Riguardano anche le infrastrutture e l’energia, dai termovalorizzatori al nucleare, le politiche di sostegno al reddito e i bonus edilizi. Sono differenze serie che a essere seri precluderebbero qualsiasi possibilità di spacciarsi di fronte agli elettori come possibile maggioranza credibile e coesa. Ma volendo fare uno sconto agli interessati e munendosi di uno sconfinato ottimismo, diciamo che potrebbero essere divergenze negoziabili, collocabili nella normale dialettica di ogni coalizione italiana.

Diverso è il caso della politica estera. Le posizioni sull’invio di armi all’Ucraina, sull’aumento delle spese militari, sul piano europeo di riarmo e sul rapporto con la Nato e con l’amministrazione americana non sono sfumature di uno stesso orientamento: sono orientamenti diversi. Il Pd, pur con un dibattito interno vivace, ha sostenuto l’aiuto militare a Kiev. Italia Viva, Più Europa e l’area riformista lo considerano non negoziabile. Il Movimento 5 Stelle e AVS chiedono di fermare l’invio di armi e di puntare solo sulla via diplomatica (come se fossero alternative) e hanno votato contro il riarmo europeo. Non a caso, dentro il Pd c’è chi già oggi giudica inaccettabile la linea di Conte, e dentro il Movimento c’è chi considera la linea del Pd subalterna all’Alleanza atlantica e dunque da respingere.

Perché la politica estera non è un capitolo come gli altri

Nella tradizione politica italiana (ma aggiungerei in qualsiasi seria democrazia) la politica estera non è mai stata un semplice capitolo del programma: è stata la cornice entro cui tutto il resto prendeva senso. Ai congressi dei grandi partiti di una volta, dalla Dc al Pci al Psi, le relazioni iniziali, la base su cui confrontarsi, si aprivano immancabilmente con l’analisi della situazione internazionale e solo dopo passavano alle questioni interne. Non era un rito: era la consapevolezza che la collocazione internazionale del Paese fissa i margini di ogni altra scelta, dall’economia al welfare, dalle politiche fiscali alla sicurezza.

La storia lo conferma. Nel 1949 la scelta atlantica di De Gasperi definì per decenni il perimetro delle maggioranze possibili. Negli anni Sessanta il centrosinistra organico nacque solo dopo che il Psi di Nenni ebbe chiarito la propria posizione sull’Alleanza atlantica: senza quel chiarimento i socialisti non sarebbero potuti entrare al governo. Nel 1976 Enrico Berlinguer sentì il bisogno di dichiarare che si sentiva “più sicuro” sotto l’ombrello della Nato, perché sapeva che la credibilità di governo del Pci passava di lì.

Gli esempi più recenti sono ancora più eloquenti e dovrebbero essere oggi considerati alla stregua di un monito. Nel febbraio 2007 il secondo governo Prodi andò in crisi proprio su un voto di politica estera, quello al Senato sulla mozione presentata da D’Alema su Afghanistan e base di Vicenza, che fu affossata da senatori della stessa maggioranza. L’anno seguente quella fragilità portò alla caduta definitiva. Nel 2022 la scissione di Di Maio dal Movimento 5 Stelle nacque dallo scontro sulle armi all’Ucraina, e da quelle tensioni partì la crisi che chiuse l’esperienza del governo Draghi. La politica estera, insomma, non è soltanto il terreno su cui le coalizioni nascono, discutono, litigano: è quello su cui cadono.

Una questione di onestà verso gli elettori

Per questo il problema smette di essere tattico e diventa non solo strategico ma, per la buona politica, anche etico. Già oggi, infatti, si può prevedere con ragionevole certezza che, chiunque vinca le primarie, Schlein o Conte, la maggioranza si spaccherebbe al primo voto sugli aiuti a Kiev o sulle spese per la difesa. Se è così, presentare questa coalizione come un’alternativa di governo stabile significa chiedere agli elettori di chiudere gli occhi e concedere una delega su qualcosa -piena coesione della maggioranza, unità di intenti, assicurazioni sulla stabilità- che non esiste. Non basta una formula lessicale da scrivere nel programma, tipo un “sostegno all’Ucraina nel quadro di un’iniziativa diplomatica europea” o simili, che ciascuno può domani leggere anche in due modi opposti. Le formule ambigue reggono in campagna elettorale, non al momento del voto nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama.

Prima ancora delle ricette economiche, i cittadini hanno dunque diritto di sapere da che parte starà l’Italia: con quali alleati, con quali impegni, con quale idea della sicurezza europea. È questa la prima garanzia di trasparenza che una forza di governo deve offrire. Un’alleanza che ha come unico obiettivo battere l’avversario e rimanda il nodo decisivo della collocazione internazionale in un contesto bellico a dopo il voto rischia di essere percepita persino dai propri elettori, come un cartello elettorale piuttosto che come un serio progetto di governo.

Che cosa resta in mano agli elettori

Si dirà che anche il centrodestra ha le sue contraddizioni in politica estera e che nessuna coalizione è perfettamente omogenea. È vero, ed è giusto riconoscerlo. Ma i problemi del fronte contrapposto non risolvono i propri. La strada onesta è una sola: affrontare ora, pubblicamente, la divergenza sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale, e risolverla con una scelta chiara, anche a costo di perdere un pezzo dell’alleanza. Se la divergenza è insanabile, onestà intellettuale e politica dei diversi partiti, ma anche dei rispettivi leader, impongono di dichiararlo. A quel punto restano due strade: andare al voto con alleanze più ristrette ma coerenti, oppure stringere un patto esplicitamente limitato, dicendo agli elettori fin dove arriva.

Fingere che il problema non esista è la soluzione peggiore. Lo è per i partiti, che si condannerebbero a un governo fragile. Lo è per i cittadini che voterebbero un’alleanza che non sa nemmeno dove portare l’Italia nel mondo. Un pastrocchio, se non un’impostura, in grado di assicurare poltrone di governo, ma non certo quella alternativa politica di cui si dice il Paese ha bisogno. Morale: se la buona politica si fonda sulla trasparenza e l’onestà di intenti, il campo largo-progressista deve avere il coraggio e la saggezza di sciogliere immediatamente questo nodo in maniera chiara e netta di fronte agli elettori. A meno che non voglia prenderli in giro promettendo cose che non riuscirà mai a realizzare con il rischio di tornare alle urne al primo inciampo.

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Azerbaigian e Turchia agli antipodi sulla laicità scolastica. Anche sulla questione hijab

22 October 2026 at 11:26

Da un lato c’è un paese che prosegue coerentemente nella strada del laicismo, imboccata costituzionalmente. Dall’altro ce n’è un altro che si mostra sordo ad un principio di libertà, evocato dai paesi progressisti e da cittadini e cittadine desiderosi di diritti.

Azerbaigian e Turchia sono agli antipodi, sotto questo aspetto. Baku sta lavorando con profitto per una scuola laica in un Paese musulmano: lo scorso 21 settembre infatti è stato deciso dal governo con un decreto di fissare un unico standard di abbigliamento per gli alunni delle scuole statali: l’hijab non è contemplato. La Costituzione azera definisce il paese “laico”, anche per questa ragione i principi del carattere nazionale e laico dell’istruzione sono stati recentemente inseriti nella legge sull’istruzione generale e le nuove norme sulle divise rispondono essenzialmente a quell’impulso riformatore.

Di diverso avviso il governo turco, che ha promosso una protesta dinanzi al consolato azero di Istanbul, supportata da deputati del partito di governo. Non tutti, però, in Turchia sostengono la vulgata governativa: è il caso della parte laica del paese, che dal Bosforo vede la decisione azerbaigiana come un modello da seguire.

Tra queste voci libere spicca quella del teologo e opinionista Cemil Kılıç, noto critico dell’islam politico, che pochi giorni fa ha osservato: “Se l’Azerbaigian farà concessioni agli islamisti politici, in futuro andrà incontro a seri problemi. Non bisogna cedere in alcun modo. Occorre custodire con cura la propria identità laica”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il giornalista Ardan Zentürk, editorialista del quotidiano Star ed ex direttore di Star TV, che ha dichiarato: “Non possiamo consegnare i giovani nelle mani delle comunità religiose. I giovani, naturalmente, devono essere laici”. Ma cosa ne pensa Baku? Ha semplicemente ricordato che la laicità è scritta nelle costituzioni di entrambi i Paesi e che le scelte interne di ciascuno restano affar suo.

Interessante la chiave di lettura offerta dall’editorialista del quotidiano Akşam Oğuzhan Bilgin, che si è domandato se ci sia qualcuno intenzionato a sabotare la fratellanza turco-azerbaigiana, rispondendo che nessuno ci riuscirà. Ecco un altro aspetto che presenta una coloritura anche geopolitica della questione.

Infatti vi sono altri Stati musulmani che adottano la scuola laica, come il Kazakistan dove i requisiti per l’uniforme scolastica obbligatoria, che escludono elementi religiosi, sono stati approvati nel 2016; o come l’Uzbekistan dove da otto anni è in vigore l’uniforme unica; o come il Tagikistan che nel giugno di due anni fa ha fatto di più, vietando per legge di indossare nei luoghi pubblici abiti “estranei alla cultura nazionale”. Tra le altre cose, Azerbaigian, Kazakistan e Uzbekistan sono membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica, e nel 2027 Baku dovrebbe ospitare il suo prossimo vertice.

Del resto, la scuola laica è la regola anche in Europa. In Francia, dal 2004, la legge vieta nelle scuole pubbliche i “simboli religiosi ostentati”, con l’avallo della Corte europea dei diritti dell’uomo. In Austria, da questo settembre, le alunne sotto i 14 anni non indossano l’hijab a scuola. Nessuno di questi Paesi è ritenuto, per questo, meno libero. Baku ha semplicemente scelto la stessa strada.

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Maranza sarà lei! Dai casseurs ai nostri ragazzini, la risposta dei governi è tutta ‘safety’

22 October 2026 at 10:04

Come spesso accade tutto nasce a Parigi; compresi i fatti di domenica scorsa, quando Milano – stando ai bollettini di guerra dei media benpensanti – è stata messa a ferro e fuoco da bande giovanili in piena trance da furore ribellista. Un modello ricorrente di insorgenza generazionale, che nel 2005 era apparso per la prima volta con il fenomeno dei “casseurs” parigini, discendenti di terza generazione degli immigrati maghrebini (cosiddetti Beurs) emersi dalle banlieues per scatenare tutto il loro risentimento rabbioso contro i quartieri chic della Ville Lumière. Schema più volte reiterato, per dilagare adesso in tutto l’Esagono messo sossopra dagli studenti scesi in piazza contro le politiche del governo guerrafondaio e liquidatore del diritto allo studio. Subito seguiti a ruota dai nostri ragazzini.

Perché un tratto costante di queste insorgenze, partite da luoghi del disagio reclutando legioni di emarginati, è la reiterazione emulativa mediatizzata di un analogo precedente: se il 29 maggio 1985 torme di skinhead sedicenti fan del Liverpool scatenarono il massacro di tifosi della Juventus presenti alla finale della Coppa dei Campioni di calcio nello stadio Heysel d Bruxelles, subito dopo il tifo nei nostri stadi, un tempo casereccio e sfottente, andò trasformandosi in guerriglia urbana tra bande, dove talvolta ci scappa il morto. Per non parlare del tragico G8 genovese del giugno 2001, preceduto dalle prove generali negli scontri di Seattle del novembre 1999, con l’attacco alla conferenza WTO, e di Napoli marzo 2001, dei 30mila manifestanti contro il Global Forum dell’OCSE.

Nota bene: simmetrie urbane speculari all’uso fatto dai partiti “d’ordine” sotto minaccia; pronti a varare politiche di repressione poliziesca per incassare dividendi di consenso dalla pubblica opinione benestante, in preda al terrore che le tocchino la roba. Reazioni emotive potenziate sovente da provocatori infiltrati (il caso G8 fa scuola) e dalla grancassa terroristica dei media (testimoni oculari mi assicurano che nel milanese corso Torino le smisurate devastazioni denunciate si riducono a quattro esercizi: fenomeno esecrabile quanto diverso dallo scenario da caduta dell’impero romano promosso). Sicché, ritornando al caso eponimo della Parigi 2005, ci imbattiamo in Nicolas Sarkozy, allora ministro degli interni muscolare (poi – eletto presidente – lo si scoprì anche peggio), che aveva immediatamente bollato i guerriglieri urbani come “racaille” – feccia – da tenere in riga con il pugno duro della polizia in assetto di anti-sommossa.

Ora il pencolante Macron proclama il coprifuoco in tutta la Francia, sperando di invertire con dosi legge&ordine un trend di popolarità al ribasso, e la sua collega a Palazzo Chigi vara l’ottavo pacchetto sicurezza, che prevede l’estensione della punibilità ai minori. Cosa hanno in comune queste risposte dell’esecutivo? Presto detto: sono concentrate esclusivamente sulla safety (la questione fattasi nevrotica dell’incolumità) e dimenticano sistematicamente la questione security: l’istanza delle persone alla dignità e a una consona posizione nella società in termine di diritti (nel caso dei ragazzini in piazza, all’istruzione, alla casa, a un degno progetto di vita). Mentre dilagano paranoie da complotto: la Gruber si chiede se dietro i fatti milanesi non c’è una regia (tipo Spectre o un Grande Vecchio?), il ministro della difesa Crosetto straparla di guerre ibride che confortano la sua vera missione di piazzista delle armi. Eppure già nel lontano 2005 l’esprit de finesse francese offriva ben altre letture della rabbia Beurs (parenti diretti dei nostri Maranza).

Allora il mitico direttore del Nouvel Observateur Jean Daniel indicò la causa principale nell’inerzia dei modelli di accoglienza/integrazione. Faceva eco lo scrittore franco-algerino Yassir Benmiloud: “se la disoccupazione è al 9,9%, la percentuale tocca il 45% nei quartieri ribelli. L’insuccesso scolastico in quei quartieri interessa un allievo su due, altrove uno su cinque. Lo stesso vale per la possibilità di trovare un posto di lavoro”. Ma guai a farlo presente: Ignazio La Russa, che nel “servizio d’ordine MSI” menava gli antifascisti, bolla i distinguo come connivenza.

E per quanto riguarda l’assalto a quelle sneakers in bella vista nelle vetrine del mall che vende a prezzi proibitivi calzature da tempo libero col marchio del baffo, importate per pochi dollari da qualche export zone del Far East, questo nasce dalla convinzione maranza che senza tali status symbol non ci si monderà mai dalle stigmate infamanti di reietti. Idea conculcata nelle nuove generazioni dall’insensato consumismo possessivo che ha sostituito l’inclusione sociale. Baudrillard commenterebbe alla Von Clausewitz: “prolungamento dell’assenza di politica con altri mezzi”.

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Luca Mercalli a Conversazioni sul futuro smonta la scusa dell’impotenza: bisogna agire ora

22 October 2026 at 06:43

Il ciclo di podcast “Conversazioni sul futuro”, promosso dall’ente del terzo settore Terra Giusta, dedicato alla memoria del sociologo Domenico De Masi, si apre con un’intervista essenziale a Luca Mercalli. Un dialogo che non lascia spazio a consolazioni e che dovrebbe rappresentare l’agenda prioritaria di qualunque governo responsabile: globale, nazionale, locale.

I dati richiamati dal presidente della Società Meteorologica Italiana sono impietosi. L’estate del 2026, da poco conclusa, è la più calda da oltre 270 anni, se si analizzano le serie storiche. Il prolungarsi di anomalie termiche estreme anche nel mese di settembre ha definito una sequenza quadrimestrale mai registrata prima, i cui costi umani dono drammaticamente evidenti: oltre 45.000 morti in Europa per le ondate di calore, un bilancio parziale destinato tragicamente a salire.

Di fronte a questa realtà, tutto è ovattato, nascosto, insabbiato. Con un’informazione nelle mani dei padroni del mondo, dei miliardari, parlare quotidianamente delle crisi ecologiche e del surriscaldamento globale, metterlo in cima alle notizie dei telegiornali, delle testate e delle trasmissioni televisive è vietato. Farlo metterebbe in breve tempo in luce l’insostenibilità dell’attuale modello economico che si regge sulla promozioni di desideri insani, infiniti consumi e infiniti rifiuti.

Parlarne metterebbe a rischio il capitale dei miliardari e romperebbe l’incantesimo di chi trae vantaggio da questo sistema, di chi è quotidianamente manipolato o fa parte di quella metà degli esseri umani che rischia la propria sopravvivenza ogni giorno, dato che è in condizioni di non soddisfare i propri bisogni essenziali.

L’accordo di Parigi del 2015 fissava a 1,5 gradi il limite di aumento della temperatura globale da non superare: un traguardo negativo che ormai abbiamo già valicato. Gli stati sono nelle mani delle aziende più potenti di questo mondo e difendono i loro interessi e con il loro potere sui media, dettando l’agenda a tutti, cittadini e partiti. Poco importa se tutto questo ci sta portando ad un aumento drammatico di 2,7 gradi entro la fine del secolo, un territorio del tutto sconosciuto e pericoloso in cui, solo in Italia, l’innalzamento dei mari minaccia direttamente territori fragili come Venezia, Delta del Po e coste romagnole.

Mercalli smonta con chiarezza la scusa dell’impotenza. La responsabilità della transizione ecologica per fermare le crisi ambientali si divide in due parti: il 50% attiene alle scelte individuali, l’altro 50% alle decisioni politiche e di sistema.

Se ciascuno di noi può e deve incidere riducendo le proprie emissioni personali, migliorando l’efficienza energetica delle abitazioni, tagliando i voli aerei, riducendo lo spreco alimentare e il consumo di carne, esiste almeno una quota pro capite irriducibile – circa 2.000 chilogrammi di CO2 – che dipende esclusivamente dal funzionamento dello Stato: scuole, ospedali, trasporti, infrastrutture pubbliche, comuni.

E poi c’è il nodo politico ed economico che è il nostro cappio al collo.

Come evidenziato già nel 1972 dal celebre rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, è un fatto inoppugnabile che una crescita infinita sia impossibile all’interno di un pianeta finito. E l’attuale capitalismo estrattivo non fa che condannare le attuali e future generazioni.

Dove è, quindi, il coraggio di esplorare e finanziare modelli economici alternativi come l’economia della ciambella e renderla strategia nazionale o locale? Dove è la riconversione della produzione? Quando si spostano gli investimenti dalle armi ai pannelli solari? Quando le 8000 scuole italiane forniranno energia all’intera comunità Italia? Quando potremmo lasciare a casa l’auto privata perché con lo stesso tempo di percorrenza potrò raggiungere il luogo di lavoro con mezzi di trasporto alternativi? Quando verrà sostituito il cemento con gli alberi?

Questo non è il problema di domani da riversare sulle spalle delle future generazioni. Sarà troppo tardi. Bisogna agire ora. E per rompere l’incantesimo continueremo a fare “Conversazioni sul futuro”, parlando ad ottobre con Marco D’Eramo, scrittore di Dominio, la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, per continuare a smascherare le leve del Dominio su tutti noi.

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A2a ricompra le proprie azioni a 3,3 milioni: perché si tratta di un’operazione inaccettabile

22 October 2026 at 06:40

Mentre famiglie e imprese pagano bollette salate, A2A spende 3,3 milioni di euro per ricomprare le proprie azioni. Una scelta inaccettabile per una società controllata dai Comuni di Brescia e Milano, che dovrebbe mettere al primo posto l’interesse pubblico, la transizione ecologica e tariffe più eque, non la valorizzazione del titolo in Borsa

Tra il 12 e il 16 ottobre 2026, A2A ha acquistato complessivamente 1.401.500 azioni proprie, per un controvalore di circa 3,3 milioni di euro. Un’operazione di buyback sbagliata e politicamente inaccettabile, perché destina risorse alla valorizzazione finanziaria della società anziché rafforzare gli investimenti industriali, ambientali e occupazionali.

Il buyback di A2A non è un caso isolato: anche grandi gruppi energetici pubblici come Eni, o privati TotalEnergies, ExxonMobil e Chevron destinano ingenti risorse al riacquisto di azioni proprie, mentre i cittadini subiscono il caro energia. I Comuni di Brescia e Milano dovrebbero rompere questa logica finanziaria: le risorse dei servizi pubblici devono servire a ridurre le bollette e finanziare la transizione ecologica, non a remunerare gli azionisti.

Impiegare milioni di euro per riacquistare le proprie azioni è una scelta che rivela quali priorità si stanno affermando nella gestione di un’azienda che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, non degli azionisti.

Quelle risorse avrebbero potuto contribuire ad accelerare la transizione energetica, sviluppare le fonti rinnovabili, sostenere l’innovazione tecnologica e finanziare interventi per ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese, oltre a rendere le tariffe del teleriscaldamento più eque, superando il riferimento al costo del gas quando il calore è recuperato dai rifiuti bruciati dove A2A gestisce questo servizio come a Brescia, Bergamo, Cremona e Milano.

La contraddizione è ancora più evidente perché A2A è controllata pariteticamente dai Comuni di Brescia e Milano, che insieme detengono la maggioranza del capitale, mentre circa il 45% delle azioni è in mano a investitori privati, tra cui fondi statunitensi, britannici, italiani e tedeschi. È legittimo che gli investitori perseguano i propri rendimenti, ma non è accettabile che la ricerca della remunerazione finanziaria si traduca in extraprofitti a scapito dell’interesse pubblico.

I Comuni di Brescia e Milano dovrebbero esercitare fino in fondo il proprio ruolo di azionisti pubblici e di riportare A2A alla sua missione prioritaria: investire nella decarbonizzazione, migliorare i servizi (luce, gas, acqua e rifiuti), creare occupazione qualificata e contribuire a contrastare la povertà energetica.

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I riots di Londra ci avevano avvisato quindici anni fa: ora il disagio è ovunque in Europa

22 October 2026 at 06:33

di Federico Guerrieri

Nell’agosto del 2011 scrivevo sul blog de Il Fatto Quotidiano una testimonianza dai riots di Londra. Vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una realtà molto diversa dall’immagine patinata della capitale britannica: quartieri segnati dalla disoccupazione, dall’abbandono sociale e dalla povertà. All’epoca sostenevo che quei disordini non fossero arrivati all’improvviso. Erano stati annunciati da anni di tagli al welfare, dalla riduzione dei servizi sociali, dall’aumento delle tasse universitarie e da una mobilità sociale ormai bloccata. Scrivevo che l’uccisione di Mark Duggan era stata soltanto la scintilla che aveva fatto esplodere un disagio accumulato per anni. Ricordo in particolare una frase: gli abitanti di quei sobborghi erano “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.

Quindici anni dopo, rileggendo quelle parole, la sensazione più inquietante non è aver avuto ragione. È rendersi conto che il problema non è mai stato affrontato davvero. Negli ultimi mesi abbiamo visto immagini che ricordano da vicino quelle dell’estate londinese del 2011. A Milano tornano al centro del dibattito il disagio delle periferie e l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi circolano sui social video di ragazzi incappucciati che svaligiano negozi di marchi internazionali, appropriandosi di scarpe, vestiti e beni di consumo. E osservando città come Bruxelles, dove vivo oggi, è difficile non notare come esistano molte delle stesse condizioni che rendevano Londra una polveriera sociale già quindici anni fa.

La domanda che molti si pongono è sempre la stessa: come possono questi ragazzi criticare il sistema e allo stesso tempo desiderarne i simboli? Ma forse la risposta era già evidente nel 2011.

Quei giovani non stavano rifiutando la società dei consumi. Stavano cercando disperatamente di entrarvi. Le scarpe Nike, gli smartphone o i vestiti firmati non rappresentavano una contestazione del capitalismo, ma il desiderio di essere riconosciuti all’interno di un sistema che li aveva esclusi da quasi tutto il resto. Nel frattempo, molte delle cause che alimentavano quel disagio non sono scomparse. Anzi.

Il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. L’accesso alla casa è sempre più difficile. Il lavoro è spesso precario. Ma soprattutto si rafforza la percezione che l’ascensore sociale si sia fermato. Che chi nasce privilegiato continuerà ad accumulare vantaggi e opportunità, mentre chi nasce ai margini avrà possibilità sempre più ridotte di cambiare il proprio destino. È questa sensazione di futuro negato che dovrebbe preoccuparci.

Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e prosperità diffuse. Oggi una parte crescente della popolazione europea percepisce invece stagnazione, insicurezza e assenza di prospettive. La risposta politica, però, appare limitata a due alternative: continuare sulla stessa strada oppure affidarsi a un populismo nazionalista che intercetta il malcontento senza mettere in discussione i meccanismi economici che lo producono, preferendo individuare nemici esterni e capri espiatori.
Nel frattempo il risentimento continua ad accumularsi.

Quindici anni fa Londra era un avvertimento. Oggi quel disagio attraversa gran parte delle città europee.
La vera domanda non è perché certe scene si ripetano.
La vera domanda è perché, dopo quindici anni, continuiamo a produrre le stesse condizioni che le rendono possibili.

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‘Vivono tra noi’: il giornalista Daniel Lavelle indaga l’America degli Ufo

22 October 2026 at 06:02

C’è vita senziente nell’universo? E sul pianeta terra?

Ci sono persone che guardano il cielo per rintracciare dischi volanti e altre che lo guardano per cercare qualcuno che possa finalmente spiegare loro perché le cose, quaggiù, sono andate così male.

Il giornalista britannico Daniel Lavelle fa un’inchiesta sugli alieni, e soprattutto su quei curiosi gruppi umani che credono alla vita extraterrestre fino a far diventare la ricerca di una conferma il motivo della propria esistenza. In Vivono tra noi, dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto (Iperborea), Lavelle compie un viaggio attraverso gli Usa nei luoghi e tra le persone che hanno dedicato tutto a questo culto. Incontra ufologi, militari, sedicenti esperti, persone convinte di essere state rapite dagli extraterrestri e altre persuase di provenire direttamente da qualche remoto sistema stellare.

È un viaggio dentro un’America che ha trasformato il sospetto in una forma di conoscenza e il mistero in una merce da vendere. Un’America nella quale il confine tra una domanda scientifica legittima e una convinzione delirante può diventare sottile come la linea luminosa di un oggetto non identificato. È un intreccio di storie inverosimili, alcune buffe, altre terrificanti.

A volte prendono strade bizzarre, come quando si intreccia l’ufologia con la religione: “La Bibbia non parla apertamente di alieni, ma credo che siano angeli venuti a metterci in guardia perché stiamo distruggendo il mondo”, gli dice a un certo punto uno dei personaggi intervistati da Lavelle.

Ma gli alieni sono soltanto il pretesto del libro. Il vero oggetto dell’indagine di Lavelle è il bisogno umano di credere che esista qualcosa dietro le cose, un disegno nascosto, una verità che qualcuno ci impedisce di conoscere. Non importa se a custodirla siano il governo, i servizi segreti o una civiltà venuta da un’altra galassia. L’importante è che il mondo non sia esattamente quello che sembra. Perché accettare che la realtà sia spesso banale, ingiusta e priva di un significato prestabilito richiede una forma di coraggio che non tutti possiedono.

Il complottismo, in questo senso, è una religione senza chiesa. Offre ai suoi fedeli un nemico, una comunità e soprattutto una missione: smascherare la menzogna. Chi crede non è più una persona qualunque, smarrita nella confusione del presente. È qualcuno che sa. Lavelle osserva questo universo con curiosità e scetticismo, senza rinunciare all’umorismo. Il suo sguardo non è quello del cacciatore di mostri che vuole tornare a casa con una fotografia sensazionale, ma quello del cronista che si domanda che cosa spinga una persona a trascorrere la vita aspettando una rivelazione.

Forse, più che incontrare gli alieni, queste persone vogliono incontrare una versione diversa di se stesse: vogliono sentirsi speciali, prescelti, depositari di un sapere che gli altri non possono comprendere.

È qui che il libro smette di parlare soltanto di Ufo e comincia a raccontare il nostro tempo. Perché la fame di verità assolute non riguarda solo chi scruta il cielo del Nevada. Attraversa la politica, i social network, le comunità digitali nelle quali ogni informazione può diventare una prova e ogni smentita un ulteriore indizio della cospirazione.

Forse, alla fine, il nostro desiderio di credere negli extraterrestri non nasce tanto dalla speranza di incontrare una civiltà superiore, quanto dalla delusione nei confronti della nostra. Il buio e il silenzio del cosmo con le sue domande forse fa meno paura di quello che vediamo attorno a noi.

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Perché proprio Milano? Qualcosa vorrà dire se i redditi al Duomo sono cinque volte Quarto Oggiaro

22 October 2026 at 05:53

di Carlo Sorgi

Parlare oggi di giovani appare perlomeno generico e fuorviante se pensiamo a quello che succede nelle piazze in Italia , in Europa e anche negli Stati Uniti. Specificità ci sono sicuramente nelle manifestazioni in Spagna, legate fondamentalmente al problema dell’abitazione ed al diritto di abitare negato. Contenuti analoghi animano le proteste in Portogallo.

Il tema dell’abitare possibile per altro costituisce uno degli argomenti fondamentali per il successo della campagna elettorale di Mamdani a New York ed anche del partito Die Linke a Berlino. Anche a Roma l’esperienza di Spin Time mobilita da tempo le forze progressiste. Le proteste in Albania nascono invece da un profondo malcontento sociale ed economico legato alla crisi delle università, al carovita, alla corruzione diffusa e al governo del primo ministro Edi Rama. Le rivolte studentesche sono invece caratteristiche della situazione francese e italiana, dove l’UDU e la Rete degli Studenti Medi organizza manifestazioni in molte città per il diritto allo studio e ad una vita dignitosa. Bellissima la manifestazione della Via Maestà a Roma del 17 ottobre.

In questo contesto di grande mobilitazione politica si inserisce la rivolta di giovani e giovanissimi scoppiata sabato 17 a Milano e in altre città del nord, proseguite a Milano domenica 18. Il 17 ottobre in piazza Duomo era stata convocata una mobilitazione contro il carovita, con appuntamenti in diverse città e un richiamo circolato su TikTok e su Telegram in particolare dalla piattaforma “L’Italia in piazza”. I protagonisti degli scontri non erano gli studenti che avevano convocato la manifestazione, ma ragazzi giovanissimi, italiani e stranieri, spesso minorenni, provenienti dalle periferie milanesi e da altri comuni del Norditalia. Giovani che il sabato pomeriggio frequentano il centro città e che, una volta innescato il conflitto, hanno approfittato della confusione per porre in essere violenza e devastazione.

Il 18 ottobre la dinamica è stata diversa. Non c’era una manifestazione politica convocata pubblicamente, ma un appuntamento che è circolato solo sui social media.

“Bisogna indossare occhiali nuovi e disporsi a categorie inedite per leggere ciò che avviene nelle piazze in questi giorni e per cogliere il senso politico dell’insorgenza dei giovanissimi che ha come epicentro Milano” ci dice Giuliano Santoro sul Manifesto e sicuramente le categorie di destra e sinistra non servono a niente se vogliamo cercare una spiegazione senza dare etichette a quello che è successo. Il passato in qualche modo ci aiuta. La mente torna a Parigi, 2005: “I giovani dalle banlieue misero a ferro e fuoco la città di Parigi con la rivolta portata nel cuore della Ville Lumière. Erano minorenni apparentemente senza guida politica anche allora, soprattutto ma non solo figli di immigrati, la seconda/terza generazione” ci ricorda Gigi Riva su Domani.

Perché è successo a Milano? Secondo le elaborazioni di Eures – European Employment Services- sui redditi dichiarati, il capoluogo lombardo ha l’indice di Gini (il coefficiente di Gini è un indicatore economico che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza) più alto fra le città italiane 0,54 contro una media nazionale di 0,43. E il quartiere dove la forbice è più larga, con un valore record di 0,71, è proprio Duomo-Crocetta – teatro delle devastazioni- dove il reddito medio lordo supera i 94 mila euro mentre a Quarto Oggiaro si scende a 18 mila euro, un rapporto quasi di uno a cinque. Qualcosa vorrà dire.

Allora cerchiamo non di giustificare ma di capire quello che sta succedendo perché altrimenti ci ritroviamo dieci, cento mille decreti sicurezza uno più inutile, pragmaticamente, e più pericoloso, in termini di spazi democratici, degli altri.
“Se non avessimo in Italia ben 1,28 milioni di minorenni in povertà assoluta forse non avremmo assistito a quanto accaduto nei giorni scorsi. Si tratta della fascia di età con la maggiore incidenza di persone in povertà assoluta tra i residenti nel nostro paese. E anche questa è violenza, di tipo strutturale” ha scritto Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone sul suo Blog sul Fatto Quotidiano.

Il problema centrale è di ridistribuzione della ricchezza, di lotta alla povertà e al disagio sociale. Se quella che è oggi l’opposizione non ha neppure il coraggio di parlare unitariamente di patrimoniale, affannandosi nelle alchimie incomprensibili di primarie, insieme con una lotta dura e inflessibile contro l’evasione fiscale dove li troviamo i soldi per la sanità, il lavoro, la casa, la scuola, in una parola per la giustizia sociale? Come facciamo ad attuare la Costituzione, che vuole che la Repubblica rimuova gli ostacoli economici e sociali per la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, se abbiamo una società sempre più diseguale?

I giovani che hanno sfasciato le vetrine e ai quali questa società ha sfasciato il futuro non andranno a votare, ammesso che siano maggiorenni, perché nessuno risponde al loro grido disperato. Alla destra va bene, questo per loro non è un paese per giovani ancora di più da quando governa Meloni. Non a caso il suo primo atto è stata una dichiarazione di guerra nei loro confronti, il decreto rave. Completamente inutile che non ha portato a nessuna condanna definitiva. Chiacchiere e distintivo.

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Se i diritti costituzionali sono negati ogni giorno, la ribellione è un dovere

22 October 2026 at 05:48

Il liberismo e la fase del capitalismo letale in cui siamo precipitati stanno producendo i loro frutti malati e mortali, con una politica mediocre e subalterna che è serva di un sistema economico disumano. Guerre, disastri climatici ed ambientali, diritto alla salute negata, lavoro nella sua accezione più completa calpestato, gigantesche disuguaglianze sociali ed economiche, diritti umani e costituzionali cancellati: la casa, l’istruzione pubblica, i beni comuni, la libera manifestazione del pensiero, il dissenso. Senza l’affermazione di un nuovo modello etico, culturale, sociale, economico e politico non ne usciamo e non potremo che precipitare sempre di più nel baratro.

La casta parlamentare con la legge elettorale truffa approvata si è blindata, esultano nascosti insieme maggioranza e opposizione, nessuno li potrà più disturbare in parlamento, da luogo centrale della democrazia a sultanato di sepolcri imbiancati, in un sistema che ha scelto liberismo e distruzione dei diritti costituzionali. Sono diverse sfumature di grigio, al netto di qualche voce parlamentare dissonante e accettabile, siamo di fronte ad in sistema politico, istituzionale ed economico, con la complicità di un pezzo significativo della magistratura e dell’informazione, che ha tradito la Costituzione, i diritti e il popolo.

Le sacrosante mobilitazioni e proteste di questi giorni si fondano su ragioni totalmente condivisibili: caro vita, prezzi insostenibili, bollette, pigioni, gasolio, benzina, energia, salute, istruzione, lavoro, povertà, giovani. La responsabilità del disagio, della rabbia, della violenza è tutta ascrivibile ad un sistema politico ed economico, europeo ed italiano. Come si fa a scegliere guerre ed armi quando la gente non ha i soldi per campare e i diritti fondamentali sono negati? Si affama il popolo per sostenere il genocidio dei palestinesi ed una guerra in Ucraina che è una grande trappola mortale.

I giovani il potere sa solo giudicarli ma ha smesso di capirli, perché è un potere fatto di donne ed uomini che pensano solo ai loro interessi, non attraversano quella linea di confine sottilissima e fragilissima tra legalità ed illegalità, tra disagio, devianza e crimine, non stanno per strada, ma nei loro salotti che tracimano di opulenza di potere e ricchezze, con un deserto di umanità che li rende mediocri e pusillanimi.

Se i diritti sono negati al punto di realizzare un costante colpo di stato occulto contro democrazia e Costituzione, la ribellione costituzionalmente orientata è un dovere, il popolo sovrano deve riprendersi i diritti e ognuno di noi assumersi la responsabilità, con coerenza e credibilità, delle proprie condotte. Si sceglie di stare dalla parte della Costituzione anche se si pagano prezzi alti. Ma non c’è prezzo a non avere prezzo. Dal basso, tra la gente, nelle manifestazioni, nelle città, nei comuni, stiamo costruendo l’alternativa, senza compromessi morali, con la schiena dritta, il coraggio e la passione per la lotta per i diritti. C’è chi ha scelto il sistema e chi lo ha combattuto, c’è chi ha tradito la Costituzione e chi è stato colpito per aver difeso ed attuato la Costituzione.

La lotta è una missione, saranno i popoli e le comunità a scrivere la storia. Bisogna unire le lotte, evitare che ci mettano gli uni contro gli altri, avere anche un progetto di governo, ad iniziare dalla città, e manifestare e lottare senza violenza come ci stanno insegnando agricoltori ed autotrasportatori nel mio amato sud. Sui giovani ribelli faccio mia una frase del presidente cileno Salvador Allende prima di essere assassinato dal generale Pinochet con un colpo di stato su mandato degli americani e con il decisivo sostegno della CIA: se un giovane non è ribelle è una contraddizione biologica.

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“La fine del mondo è prevista per le 14: sarà la Francia ad aggiudicarsela”, disse Macron

22 October 2026 at 05:28

Marine Le Pen, in un videomessaggio su X, punta il dito contro “un’alleanza di casseurs politicizzati e delinquenti provenienti dalle banlieue”. Ma denuncia anche “un potere macroniano allo stremo, sfinito, disorientato, che sembra ormai incapace di fare qualsiasi cosa salvo commentare la propria impotenza e direi anche decadenza”. Ansa, 18 ottobre.

Parigi, 21 ottobre. Il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha dichiarato oggi a un magrebino che lo aveva fermato per vendergli dei fazzoletti di carta la sua decisione di sganciare su Mururoa una bomba atomica da 50 squilioni di megatoni che spaccherà in quattro il globo terrestre, ponendo così fino al pianeta Terra per come lo conosciamo. “La fine del mondo è un traguardo importante, e sarà la Francia ad aggiudicarselo”, ha tagliato corto Macron, allontanandosi senza comprare nulla. L’esplosione è prevista per le 14 di domani (oggi per chi legge).

La reazione dell’opinione pubblica non si è fatta attendere: le strade di Parigi sono gremite di manifestanti, sono fermi i trasporti, le poste, il settore privato, l’università e le fabbriche, mentre il sindacato cavalca la protesta sostenendo che, come il bilancio o la razionalizzazione della spesa pubblica, anche la fine del mondo non può essere decisa senza un accordo fra le parti sociali. Per tutta risposta, Macron ha dato vita a “Comitati degli utenti” che organizzeranno una contro-manifestazione a favore della fine del mondo, idea subito stigmatizzata dai Mau Mau di Jean-Luc Mélenchon. “Solo perché avrebbero voluto averla loro!”, ha commentato sarcastica Brigitte Macron assestando un ceffone sonoro al marito (è il suo hobby preferito, dopo le sforbiciate nel percalle con Catherine Deneuve).

I mercati sono sul chi vive: i tassi sono ripartiti al rialzo e l’euro ha perso circa tre punti rispetto al renminbi, la valuta mondiale di riferimento (a Trump devono ancora dirlo, ma nessuno ha il coraggio di farlo poiché non si sa come potrebbe reagire: capace che ti sbriciola la Mecca). I più allarmati sono i commercianti, che hanno visto diminuire del 70% la loro clientela in una mattinata: un dato inquietante perché questo è il mese decisivo per la distribuzione, dal suo andamento dipendono i conti di fine anno.

A questo proposito, l’Organizzazione Nazionale dei Grossisti, tramite il suo portavoce Bernard-Henri Lévy, sta facendo pressioni sul governo per persuaderlo a spostare la fine del mondo dalle 14 alle 20 e 30, magari di sabato, l’orario di maggior ascolto, in modo che dall’evento venga almeno garantito un minimo di ritorno pubblicitario. Una soluzione, questa, che trova consensi anche in Italia, dove Canale 5 s’è assicurata i diritti del programma. “In prima serata”, afferma contento come una pasqua il presidente e amministratore delegato di Mediaset Pier Silvio Berlusconi, “la fine del mondo potrebbe eguagliare o addirittura superare lo share della Ruota della fortuna”.

Gli avvenimenti di oggi riconducono inevitabilmente la memoria al maggio ’68. Allora, di fronte a un Paese bloccato dalla rivolta studentesca, il generale De Gaulle ebbe prima un lungo smarrimento, poi un attacco di sciatica, quindi sciolse l’Assemblea nazionale, che però fu subito riletta tale e quale. Lui la sciolse di nuovo, di nuovo fu rieletta tale quale. Sciolta, rieletta, sciolta, rieletta, sciolta, rieletta, alla fine De Gaulle mandò tutti a cagare, salì sulla sua spider decappottabile e se ne andò a Cap d’Antibes per un weekend con Brigitte Bardot.

“Sono indeciso se far presentare il programma sulla fine del mondo a Gerry Scotti o a Maria De Filippi”, ha detto, preoccupato come una pasqua, il presidente e amministratore delegato di Mediaset Pier Silvio Berlusconi. “Certo, Giletti sarebbe perfetto. Una fine del mondo presentata da Giletti senti subito che è una cosa giusta. E’ in Rai? Come se fosse un problema. Mal che vada, Chiambretti”.

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Wednesday’s Mini-Report, 10.21.26

21 October 2026 at 22:30

Today’s edition of quick hits.

* Stephen Hubbard is headed home: “Russia has released a retired American teacher who had been imprisoned on charges of fighting as a mercenary in Ukraine, U.S. envoy Steve Witkoff said Wednesday at a meeting with Russian President Vladimir Putin in St. Petersburg.”

* In related news: “Special envoy Steve Witkoff heaped praise on Russian President Vladimir Putin in St. Petersburg on Wednesday, the latest sign that Ukrainian and European efforts to get Washington to ramp up pressure on Russia to end the war are failing. … ‘You talk so much about my president, President Trump, being a humanitarian. You are a humanitarian also, sir, and I salute that, I commend you, and I thank you again,’ Witkoff said.”

* Even some Republicans criticized Witkoff’s gushing praise for the head of a government that imprisoned Hubbard in the first place: “WTF, Steve? Look up the definition of ‘humanitarian,’’’ Sen. Thom Tillis, R-N.C., posted on X. “You should go back to Ukraine and ask the families of the children Putin has kidnapped and murdered whether they agree your friend Putin is a ‘humanitarian.’” Sen. John Cornyn, R-Texas, responded, “Putin is stone cold killer.”

* In the Middle East: “The US State Department has ordered some diplomats and family members ​to depart from its missions in Saudi Arabia ‌and is planning to move out family members from a number of other US missions in the Gulf, US officials told Reuters.”

* Crisis conditions at the Centers for Disease Control and Prevention: “Health officials in California and Washington, facing outbreaks of measles this past spring, asked the Centers for Disease Control and Prevention in May to validate a test that can diagnose 500 cases in eight hours. They did not hear back for two months.”

* An intensifying climate emergency: “Losing more ground in the fight against climate change, humanity is heading for a hotter world than experts projected last year — and the United States is a big reason for that, a new United Nations report says.”

* Good for Kagan for speaking out: “With Americans deciding the congressional balance of power in November’s midterm elections, Justice Elena Kagan is reminding the nation of how the Supreme Court’s decisions have shaped the ballot. It’s an antidemocratic shape, according to the Obama-appointed justice’s remarks Tuesday at Catholic University’s law school in Washington.”

* I’m with the majority on this one: “A majority of Americans say artificial intelligence is a bad thing for society and about two-thirds oppose the construction of new data centers in the U.S., with opposition even higher to building data centers in people’s own communities, according to an ABC News/Washington Post/Ipsos poll conducted using Ipsos’ KnowledgePanel.”

* Facebook’s parent company: “Meta is finally being forced to pay for its near-decade-old falsehoods about the Cambridge Analytica scandal that saw millions of users’ data harvested for political purposes. On Wednesday, a judge in New Mexico ordered the social media company to pay a $25 billion penalty following a jury’s determination in late September that the company’s executives broke state laws with knowingly false statements they made in the wake of the scandal.”

* Speaking of New Mexico, state Attorney General Raúl Torrez “has filed a civil lawsuit against Jeffrey Epstein’s personal lawyer, Darren Indyke, and accountant, Richard Kahn, accusing them of helping to facilitate and conceal Epstein’s sex trafficking operation.”

See you tomorrow.

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Supreme Court’s split on gender care highlights Alito and Thomas as pro-Trump outliers

21 October 2026 at 21:11

Justices Clarence Thomas and Samuel Alito further distanced themselves from their Supreme Court colleagues on Wednesday when they were the only two jurists to note their objections to the court’s refusal to let the Trump administration immediately enforce its preferred policy on gender-affirming care in prison.

The court’s unsigned order contained no explanation from the majority or the dissenting duo. Still, it’s the latest data point showing Thomas and Alito backing the administration even when their fellow GOP appointees — including President Donald Trump’s own three appointees — decline to do so.

Wednesday’s order follows last month’s Supreme Court rejection of Trump’s desired mail-ballot restrictions for the midterm elections. That loss led the president to lash out at the court, including his own appointees, while calling Thomas and Alito “legends.”

Asked during a recently published CBS News interview about a Wall Street Journal study showing that Alito sided with Trump more than any of his colleagues, the justice said he’s “not trying to decide cases to help President Trump.”

Whatever his or Thomas’ intentions, their latest actions spotlight their dynamic of voting for the president’s position when other justices don’t. Their votes come ahead of the rapidly approaching Election Day in less than two weeks, with voters set to determine which party will control Senate confirmation of justices for the near future.

Alito said he’s staying on the court at least through this court term, even if Democrats win back Senate control. Thomas has likewise not signaled that he is stepping down imminently. If he stays on the court through the next term, he will become the longest-serving justice ever. In their late 70s, Thomas and Alito are the two eldest members of the current court, but they aren’t very old by the court’s historical standards.

Yet if Trump has an opportunity to appoint their successors or any other justices before he leaves office in 2029, their latest votes underscore why he will likely model his next selection(s) on them, rather than on the justices he has put on the bench thus far, who have backed him in a series of significant cases but not all of them.

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FEMA chief tells states they shouldn’t count on disaster aid under Trump

21 October 2026 at 20:55

By any fair measure, Donald Trump’s second term has been brutal for the Federal Emergency Management Agency for a variety of reasons. At the heart of the problem is the president’s stated determination not merely to brazenly politicize federal disaster aid, but to destroy the agency altogether, for reasons he has struggled to explain.

In May 2025, then-acting FEMA chief Cameron Hamilton testified before Congress that it would be in the public’s interest if FEMA continued to exist. He was fired the next day, because Hamilton’s line was at odds with Trump’s stated position, which is that FEMA should be destroyed and states left to their own devices.

A year later, after quite a few acting FEMA administrators had come and gone, the president made an unexpected move: He brought Hamilton back for a second stint, and the Senate confirmed him soon after.

I can’t help but notice that Hamilton’s position is far more in line with the White House’s than it was early last year. Politico reported:

The Trump administration’s disaster chief told state officials Tuesday they must increase their financial reserves and emergency capabilities to handle most disasters on their own, without federal help.

Federal Emergency Management Agency Administrator Cameron Hamilton gave unprecedented detail at a conference in Little Rock, Arkansas, about the administration’s long-planned shift of disaster responsibilities to states.

“Every state must have the appropriate financial reserves” and other abilities “to ensure that recovery efforts can start immediately and not necessarily be held up simply because of the federal [disaster] declaration process,” Hamilton said, according to a recording of his remarks obtained by Politico.

“A future that I hope we would shoot for is one where we wouldn’t require as many disasters because the capability of states is so high and so substantial,” Hamilton added, referring to presidential authorizations of federal disaster aid.

Whether the current FEMA chief is allowed to say so or not, the Trump-backed model that Hamilton endorsed will not and cannot work. State and local governments simply do not have the wherewithal — financial resources, personnel, equipment, etc. — to respond to major disasters. It’s why FEMA was created in the first place: The federal government can marshal effective responses before and after a crisis in ways others cannot.

As Politico’s report added, Eric Holdeman, a longtime emergency management official, wrote on LinkedIn on Monday in response to Hamilton’s memo, “There are many states with [minuscule] emergency management offices and budgets. There are states with slim rainy-day funds and no capacity to make up for a lack of federal disaster recovery funds — without RAISING TAXES!”

Holdeman added, “Reducing the number of federal disaster declarations will be difficult and its implementation will be impossible! All Presidents, not just the one we have today, will ignore such a policy when it becomes politically expedient to do so.”

Nevertheless, in the leaked audio recording of Hamilton’s comments, the FEMA administrator said to expect changes to get underway in earnest “in the next six months.”

If there’s a Democratic Congress next year, it’s a safe bet that the administration will get meaningful pushback long before such plans are implemented. Watch this space.

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JD Vance is ‘disgusted,’ not by Ramaswamy’s vile ad but by its bipartisan critics

21 October 2026 at 19:54

Most Americans probably understand that politics can be an ugly business. As long as there have been campaigns, there have been candidates and parties trying to appeal to voters’ worst instincts by aiming for the gutter.

But once in a while, a campaign ad comes along that manages to disgust a wide variety of decent people, regardless of party or ideology. MS NOW reported:

In a new, unaired attack ad against Amy Acton, the Democrat running for governor of Ohio, her estranged mother speaks directly to the camera to accuse her of lying about her past.

“Don’t vote for people who lie,” says Donna Arthur — who married a man whom Acton accused of sexually abusing her as a child — in the video.

The campaign team for Vivek Ramaswamy, Acton’s Republican rival, confirmed to The Associated Press that it produced the ad and plans to spend $4 million airing it, apparently indifferent to the condemnations.

“It’s not surprising that Vivek Ramaswamy has stooped to such a despicable low as to attempt to turn the sexual abuse Amy endured at 12 years old from our birth mother’s husband into a political talking point,” Acton’s brother, Philip Stearns, said in a statement.

“After he was arrested and Amy and I were removed from their custody, our birth mother stayed married to Amy’s rapist until he died,” Stearns added. “This desperate, disgusting attack reveals exactly who Vivek Ramaswamy is at his core — a pathetic excuse for a man who is willing to hurt anyone as long as it gets him what he wants.”

Plenty of Republicans also slammed the vile attack, including former GOP presidential contender Nikki Haley, who said via social media that Ramaswamy is “a bad guy.”

One day later, however, JD Vance traveled to Ohio, in large part in the hopes of boosting Ramaswamy, who’s trailed Acton in several recent statewide polls, with time running out in the election cycle. Any chance the vice president might take the high road on the year’s most offensive attack ad?

Evidently not.

On Wednesday morning, Vance, himself an Ohio Republican, initially said the propriety of the ad (or lack thereof) was “not really my concern.” But he didn’t stop there.

Reporter: "Vivek Ramaswamy's campaign put out a controversial ad featuring his opponent's mother…was [that] appropriate?"Vance: "I'm a little bit disgusted when I see Republicans…whining more about that ad than they are about what…Democrats want to do to the United States of America."

— The Bulwark (@thebulwark.com) 2026-10-21T16:25:47.443Z

“I have to admit that I’m a little bit disgusted when I see Republicans across the country who are whining more about that advertisement than they are about what the congressional Democrats and other Democrats want to do to the United States of America,” the vice president said.

In other words, Vance isn’t disgusted by the ad, which features a woman who sided with her alleged rapist husband over her own daughter, whom she calls a “liar”; Vance is disgusted by Republicans who have a problem with that ad.

Soon after, the vice president headlined a rally and went even further, insisting that the commercial “calls it out like it is.” Vance went on to accuse Acton of somehow controlling independent news organizations, adding that Ramaswamy has never complained about any of the criticisms he’s faced — which might be credible if anyone had ever targeted the GOP nominee with an ad this abhorrent.

We’ll see soon enough whether the commercial ends up backfiring on Ramaswamy, who almost certainly wouldn’t have pursued such an attack if he thought he was likely to win the gubernatorial race. But in the meantime, Vance just faced a test of his personal character, and he flunked.

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