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Arriva in libreria il nuovo libro di Andrea Scanzi: “ORA O MAI PIÙ – 10 modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni e le destre di governo”

“ORA O MAI PIÙ – 10 modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni e le destre di governo” (Paper First) di Andrea Scanzi

Il governo Meloni sta inanellando un disastro dopo l’altro, assieme alla sua squadra di ministri quasi sempre disastrosi e incompetenti. Eppure, alla vigilia delle prossime elezioni, è ancora lei la favorita nei sondaggi. Potrebbe governare per dieci anni di fila: praticamente un incubo.

Com’è stato possibile ritrovarsi in questa situazione? Dove abbiamo sbagliato? Esiste una via di fuga? Oppure dobbiamo prendere semplicemente atto che l’opposizione è una ristretta minoranza, accecata da odio e frustrazione, incapace di apprezzare la politica mirabile di Donna Giorgia?

La realtà è impietosa: il fallimento della destra nostrana è sotto gli occhi di (quasi) tutti. Forse allora dobbiamo fermarci a ragionare, esaminando ogni scenario possibile e cercando alternative concrete.
Ed è proprio quello che Scanzi fa in questo libro, che è poi un invito all’azione e alla resistenza: un’autentica e appassionata “chiamata democratica alle armi”. Accanto alla consueta satira impietosa di una politica svilita e indigeribile, l’autore stila un vero e proprio decalogo, per prendere atto della situazione e presentarci vincenti alle elezioni.

Azioni semplici ma fondamentali, private e al tempo stesso politiche. Informarsi. Indignarsi. Fare squadra. Andare a votare. Coltivare la memoria. Restare umani. Forse, se l’opposizione – e con essa tutti noi – proverà a mettere in pratica questo decalogo, avremo un Paese libero. Con un governo giusto e dignitoso, di cui non vergognarsi.

Il libro è disponibile in edicola con il Fatto Quotidiano, in libreria e in tutti gli store online

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Usa 2026, il Washington Post: “Ex funzionari del Pentagono istruiscono gli Stati per proteggere il voto dalle interferenze di Trump”

Il timore è diffuso, non solo in ambienti democratici: l’amministrazione Trump potrebbe tentare di interferire nelle elezioni di medio termine del 3 novembre, cruciali per il prosieguo del mandato del tycoon. Per questo alcuni funzionari americani stanno fornendo consulenze private ai governi statali e ad alcuni membri del Congresso su come prepararsi all’eventualità. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti tra cui due di questi funzionari, secondo le quali il gruppo è composto da circa 10 persone con esperienza all’interno del Dipartimento della Difesa. Il loro sforzo è dettato dal crescente timore che Donald Trump possa mettere in pericolo la democrazia mettendo a rischio l’integrità del voto per mantenere il controllo del Partito repubblicano sul Congresso.

Il quotidiano, che non rivela il nome dei funzionari intervistati o dei congressisti e leader statali con cui si sono incontrati, afferma di aver visionato anche alcuni dei documenti preparati per gli incontri tesi ad aiutare le autorità statali a proteggere il processo elettorale. Incontri – sottolineano i funzionari – che sono stati condotti in maniera privata, non nell’ambito del loro ruolo di dipendenti governativi. Bisogna ricordare che Trump al suo ritorno alla Casa Bianca ha condotto una crociata contro quello che definisce il “deep state“, cioè i funzionari interni che lavorerebbero per minare la sua presidenza, avviando, anche con il sostegno del Department of Government Efficiency affidato per alcuni mesi a Elon Musk, consistenti purghe di funzionari di carriera non considerati fedeli.

Negli ultimi mesi, il gruppo ha avuto incontri in 10 Stati, parlando con governatori, funzionari elettorali e membri del Congresso di entrambi i partiti che condividono il timore di un intervento federale nelle elezioni, hanno spiegato ancora le fonti del Washington Post. “Tutti ci hanno detto che sono preoccupati ma non sanno cosa fare, il risultato che speriamo è che gli stati possano essere preparati ad ogni emergenza che possa crearsi”, aggiungono, sottolineando che negli incontri è stato illustrato come l’amministrazione Trump potrebbe usare i poteri federali per interferire nelle elezioni, comprendendo attività sia legali che illegali. La preoccupazione principale è che Trump possa schierare militari o agenti federali anti-immigrati, come il controverso U.S. Immigration and Customs Enforcement, davanti ai seggi o cercare di annullare i risultati denunciando frodi.

L’obiettivo dei funzionari è far crescere la consapevolezza da parte membri del Congresso, soprattutto tra i repubblicani, di questi rischi in modo da essere pronte a opporsi pubblicamente a questi tentativi, mentre con le autorità statali si è puntato a rafforzare le misure e i protocolli elettorali in modo da scongiurare strumentalizzazioni da parte del governo federale di eventuali debolezze. Infine, i funzionari intervistati dal Post ci tengono a sottolineare che i loro timori nascono unicamente dall’analisi delle dichiarazioni pubbliche di Trump e dei suoi alleati, e non specifiche informazioni a cui possono aver avuto accesso in qualità di funzionari federali.

Una portavoce della Casa Bianca, Lauren Bis, ha liquidato come infondati i timori, accusando invece i democratici di non volere leggi elettorali più severe. L’amministrazione Trump, ha affermato in una dichiarazione, “sta portando avanti un’azione decisa per proteggere le nostre elezioni, perseguendo crimini elettorali, rafforzando la sicurezza delle infrastrutture e proteggendo gli elettori vulnerabili da frodi e coercizioni”. Il presidente, ha concluso, “sta dicendo chiaramente che chiunque voti illegalmente nelle nostre elezioni dovrà rispondere delle sue azioni”.

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Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

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Deputati “in prestito” da FdI a Cateno De Luca: Meloni regala al neo-alleato lo sconto sulle firme per correre alle elezioni

Obiettivo 42% per raggiungere il premio di maggioranza. In vista delle elezioni 2026, Fratelli d’Italia ha chiuso nei giorni scorsi un accordo elettorale con Sud chiama Nord, la formazione politica guidata da Cateno De Luca. Accordo che ha portato il partitino a formare una componente parlamentare nel gruppo Misto alla Camera, grazie a due deputati “in prestito” dal partito di Giorgia Meloni: in questo modo Sud Chiama Nord potrà raccogliere solo 1.500 firme per collegio, anziché le seimila previste dalla nuova legge elettorale. Un escamotage del tutto lecito. In base al regolamento, infatti, per dar vita a una componente servono tre parlamentari, ma Sud Chiama Nord finora ne aveva uno solo: Francesco Gallo. Ed ecco che sono arrivati i ‘prestiti’: Luca Sbardella, commissario di FdI in Sicilia e fedelissimo della premier, e l’ex deputato meloniano Manlio Messina. I due si sono aggiunti a Gallo, eletto nel 2022 nel collegio di Messina.

L’obiettivo dichiarato di Sud chiama Nord è di mettere un argine a Roberto Vannacci. E davanti Montecitorio Cateno De Luca, accompagnato da Gallo e dall’ex 5 stelle Laura Castelli (presidente di ScN) ha ironizzato sul leader di Futuro nazionale. “Credo che Vannacci si candiderà alle primarie del ‘Campo Largo’, così gli dà il colpo secco e diventa il campo santo”. Poi attacca il generale: “Meloni ha scelto un piccolo leader di periferia rispetto al cazzaro. Magari avrà preferito la concretezza della buona amministrazione”.

Mentre si stava per svolgere il punto stampa convocato da De Luca, è arrivata la truppa di parlamentari di Futuro Nazionale, per un sit-in in favore dell’accordo Trump-Putin sul gas russo. E si è creato un involontario affollamento con i ‘futuristi’ costretti a dover attendere che De Luca terminasse, così da permettere alle telecamere e cronisti di riuscire a riprendere entrambi gli appuntamenti. “E chi è il presidente della Repubblica?” ha chiesto Edoardo Ziello, riferendosi a Cateno De Luca.

Resta il tema di una legge elettorale appena varata, con vari voti di fiducia, con alcune norme subito abilmente aggirate. “Lei antepone i tecnicismi alla politica” afferma Luca Sbardella, che la legge elettorale l’ha votata. Sui deputati in prestito “non è il calciomercato” assicura Sbardella “questa è politica, la notizia è che Cateno De Luca si è avvicinato al centrodestra. “Mi sembra che sia la cosa più rilevante, aggiunge il commissario Sicilia di Fratelli d’Italia, De Luca era già presente in Parlamento dall’inizio della legislatura, poi evidentemente, c’era bisogno del gruppo per aggiustare”. Aggiustare. “Io continuerò il mio impegno in Fratelli d’Italia” assicura il deputato in prestito in Sud Chiama Nord.

“È un sostegno a un movimento civico che credo abbia dimostrato di avere grandi capacità ed ha anche un bel bacino di voti” sottolinea Manlio Messina, ex Fratelli d’Italia e fino a ieri deputato del gruppo Misto. “Fatto il gruppo trovato l’inganno” sorride Messina. Per l’approdo di Sud Chiama Nord nel centrodestra “ci sono state mesi e mesi di trattative” conclude.

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Sondaggi, il campo largo è ancora avanti rispetto al centrodestra: entrambi potrebbero conquistare il premio di maggioranza. Cala Vannacci

È ancora avanti il campo largo, seppur di poco. È quanto emerge dalla nuova Supermedia dei sondaggi dell’ultima settimana, realizzata da YouTrend per l’agenzia di stampa Agi. Al 15 ottobre, la coalizione di centrosinistra (includendo Italia Viva) si attesta al 43,1%, appena 0,2 punti percentuali sopra il centrodestra, che raggiunge il 42,9% grazie anche all’ingresso di Sud chiama Nord, il partito di Cateno De Luca accreditato dell’1,1%. Il campo largo perde lo 0,3% rispetto alla precedente rilevazione, mentre la coalizione di governo guadagna 1,8 punti. Entrambi gli schieramenti supererebbero così la soglia del 42% prevista dal nuovo sistema elettorale, il cosiddetto Melonellum, per accedere al premio di maggioranza, assegnato alla coalizione più votata che raggiunga questa percentuale sia alla Camera sia al Senato.

Tra i singoli partiti, Fratelli d’Italia si conferma prima forza politica con il 27,2% (+0,4), seguita dal Partito democratico al 20,1% (-0,3) e dal Movimento 5 stelle al 12,4% (-0,4). Forza Italia, stabile al 7,4%, torna davanti a Futuro Nazionale, che scende al 7,2% (-0,5). Seguono Alleanza Verdi e Sinistra al 6,4% (+0,1) e la Lega al 6% (+0,3).

Più indietro Azione, stabile al 3,2%, e Italia Viva, che sale al 2,4% (+0,2). Chiudono +Europa all’1,7% (stabile), il Partito Liberaldemocratico all’1,4% (+0,1), Noi Moderati all’1,2% (+0,1) e Sud chiama Nord all’1,1%, al suo ingresso nella rilevazione.

???? #Supermedia Youtrend per @Agenzia_Italia (e variazione rispetto al 1° ottobre):
FdI 27,2% (+0,4)
PD 20,1% (-0,3)
M5S 12,4% (-0,4)
FI 7,4% (0)
FN 7,2% (-0,5)
AVS 6,4% (+0,1)
Lega 6,0% (+0,3)
Az 3,2% (0)
IV 2,4% (+0,2)
+E 1,7% (0)
PLD 1,4% (+0,1)
NM 1,2% (+0,1)
SCN 1,1% (N.A.) https://t.co/Accb8BD6Df

— Youtrend (@you_trend) October 15, 2026

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