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L'ucrainizzazione dell'Europa ha avuto inizio. E il Corriere della Sera ne è il profeta

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

22 ottobre. A Kiev, la signora Marta Serafini va a scuola di “ucrainicità”. Poi, appresa la lezione impartita dall'ex ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, si fa portatrice del Vangelo a vantaggio dei lettori del Corriere della Sera. Così, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Kiev e il Verbo era Kiev”(Giovanni – 1,1). Il punto centrale è quello del “tradimento” americano; quindi, esordisce il Maestro, tutti noi «Dobbiamo imparare a vivere senza gli americani e l’Europa deve capire come sopravvivere a Putin». Tale è la questione delle questioni: il “nefasto autocrate” vuole la dipartita di tutti gli europei – che, da assioma UE-NATO, non comprendono i russi – a partire dagli ucraini, ultimo vallo a difesa dei valori liberali. Così, alla domanda se gli USA non siano «più alleati dell'Ucraina e dunque dell'Europa?», col che si sottintende una sorta di simbiosi, di amalgama etno-geografico, di nuovo a far da argine alla irruente aggressività russa, l'esimio pedagogo declama che «Formalmente lo sono. Ma la domanda onesta è un’altra: i soldati americani moriranno per l’Europa? Penso che al momento la risposta sia no». E quindi, chiede al precettore l'attenta discepola, «Cosa dovrebbe fare allora l'Europa?». È qui che l'insegnamento entra nel cuore del vangelo nazigolpista e “in quel tempo, io vi ordinai tutte le cose che dovevate fare” (Deuteronomio – 1,18) - l'Europa dovrebbe «rispondere a una domanda molto semplice, che ha poco a che fare con l’Ucraina: la Russia è un nemico? Se non lo pensate, non ci sarà un cambiamento sostanziale delle politiche attuali». Dunque, voi europei, affrettatevi «ad affrontare il problema nel lungo periodo» e partite dal presupposto che Putin «sia un avversario, e non soltanto una minaccia ibrida». E che diamine! “Disse allora il Signore a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?”(Esodo – 16,28). Basta con le mezze misure e gli innocenti allarmi sulla “guerra ibrida”: Putin è un nemico della “civiltà occidentale”, attenta ai “valori euroliberali”; quindi, contro un simile pericolo mortale per le angeliche sorti dell'Eden euro-ucraino, servono armi vere, droni a reazione e missili, per rimpiazzare i Patriot che quegli infidi di americani non vogliono darci. Ragion per cui, incalza l'istitutore, voi europei dovete armarvi il più possibile e il prima possibile e fornirci quante più armi possibile, perché «non vedo una sola ragione per cui Putin non dovrebbe prendersela con l’Europa».

“Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua”(Levitico – 14,17). E allora, o Vate, «cosa può offrire Kiev alla sicurezza europea?». Ascolta e ripeti con me, sussurra Kuleba all'allieva: «senza gli Stati Uniti, l’unico esercito in Europa temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi sarebbe quello ucraino... L’Ucraina sopravvive finché si sviluppa, costruisce capacità proprie e garantisce l’unità con l’Europa». Va' e riporta il Verbo a tutti quegli sprovveduti che non credono nella necessaria ucrainizzazione dell'Europa; e ricorda: “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo – 10,16). Infine, come disse l'altissimo a Marta (per l'appunto!) solo chi crede nella ucrainicità vivrà e “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"(Giovanni – 11,25-26).

Peccato che, nella stessa Ucraina, si esprimano pareri non altrettanto evangelici. 

L'emigrata russa liberale Julija Latinina ritiene che il repentino cambio di posizione di Donald Trump sull'Ucraina sia dovuto al fatto che la sconfitta dei banderisti sia ormai inevitabile, come testimoniato dal «predominio strategico russo che, già emerso negli ultimi mesi, sta entrando nella fase finale, nella fase di esaurimento dell'Ucraina». Ciò che accade non è tanto il risultato degli eventi al fronte, dove poco accade, quanto della sconfitta di Zelenskij nella guerra delle città, afferma Latinina; una sconfitta schiacciante: aveva dichiarato una campagna di 40 giorni per costringere la Russia a fare la pace, dopo di che si è scoperto che non aveva né missili balistici, né protezione per i cieli sopra Kiev. E solo quando è diventato evidente che le forze in campo erano completamente impari, Trump, che propende sempre per la forza, si è reso conto che, continuando sulla precedente strada, avrebbe dovuto affrontare problemi strategici ben maggiori dei vantaggi che avrebbe ottenuto. Solo allora Trump ha detto: "Basta", con ciò riconoscendo il vantaggio strategico della Russia.

E c'è addirittura chi pronostica – per quanto, di tali predizioni, se ne siano ripetute parecchie: mai avveratesi; quantomeno nell'immediato – un prossimo colpo di stato: la storia dei ritiri statunitensi dai paesi in cui hanno sostenuto una delle parti in conflitto, si è sempre conclusa in modo disastroso per gli ex protetti di Washington e il cocainomane Zelenskij non può fare a meno di rendersene conto, scrive l'ex funzionario di Naftogaz Ukraina, Jurij Korolchuk. «Se ricordate, come gli Stati Uniti abbiano sempre risolto (con successo, meno successo o senza successo) i problemi con i paesi in cui hanno iniziato conflitti o in cui vi sono stati partecipi... la soluzione è stata sempre un colpo di stato, una rivoluzione, una cospirazione, un putsch. È solo per l'innata modestia degli ucraini che oggi tali parallelismi storici vengono raramente menzionati». A detta di Korolchuk, Zelenskij starebbe correndo un serio rischio, intralciando il processo negoziale tra Stati Uniti e Russia. «Se qualcuno crede che tutte le dichiarazioni di Trump siano puramente una manovra pre-elettorale dei repubblicani, ciò è semplicemente ridicolo. La questione ucraina è così insignificante per gli elettori americani che tutti questi “scontri nella piccola Kiev” non avranno alcun impatto... è un errore pensare che solo Trump, che lo ha dichiarato apertamente, voglia rimuovere Zelenskij. Sono convinto che anche tra i leader silenziosi della UE vi sia chi la pensa allo stesso modo». Korolchuk ritiene che gli attuali rivali di Zelenskij degli ambienti militari (Zaluzhnyj, Budanov o Biletskij) sperino erroneamente che un ipotetico colpo di stato porti loro dei vantaggi: il «beneficiario potrebbe essere chiunque, da un capitano a un colonnello e non è un caso che oligarchi come Akhmetov e Pinchuk si siano incontrati a Londra, si siano abbracciati e tifino insieme per il calcio. E non solo per il calcio».

Kiev deve trovare soluzioni per porre fine alla guerra entro sei mesi, altrimenti anche i finanziamenti europei cesseranno, afferma Gennadij Druzenko, il “dottor Mengele” ucraino, fondatore di un ospedale mobile noto per le sevizie sui prigionieri. «La discussione dovrebbe vertere su quando negoziare, quando avremo una finestra di opportunità, quando non saremo costretti a piegarci e inginocchiarci. Credo non prima della primavera. Ma l'estate sarà molto peggio, perché la situazione delle risorse sta cambiando... siamo completamente dipendenti dai nostri partner europei... più a lungo si andrà avanti, più difficile sarà per gli europei pagare per la nostra guerra. E più a lungo andrà avanti, meno saranno disposti a farlo... È chiaro che non si impegneranno per sempre in una guerra che li riguarda da lontano».

Fin dentro il parlamento, c'è chi dichiara che gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina verso la capitolazione. Serghej Rakhmanin, della Commissione Difesa della Rada, afferma che «Ci stanno spingendo verso la pace, secondo la loro visione, e verso la capitolazione, secondo la nostra. Permettetemi di ricordarvi che c'è stato Anchorage, che è stato il primo, come pensavano i partecipanti a questa cospirazione, un tentativo riuscito di prendere una decisione su di noi senza il nostro consenso. Non ha funzionato, e ora c'è un secondo tentativo, che viene semplicemente rafforzato da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato. Beh, ci stanno ricordando che dipendiamo dagli Stati Uniti».

In questo quadro e nella gesuitica cornici della euro-ucrainicità, da parte europeista ci si preoccupa comunque di trarre il massimo beneficio da quell'esercito che, sul vecchio continente, come certifica il Verbo del nazigolpista Kuleba, sarebbe l’unico «temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi». E anche non difensivi. PolitNavigator riporta come l'eurodeputato polacco Grzegorz Braun, abbia detto senza mezzi termini che la UE sta addestrando gli ucraini come mercenari che combatteranno per gli interessi di Bruxelles in Africa e in altre regioni del mondo. «Mentre voi siete impegnati a coltivare e sovvenzionare il regime di Kiev, trasformando questo regime corrotto e neonazista nel vostro principale partner e cercando di farlo entrare nella UE, la guerra e le azioni militari sono diventate l'industria nazionale ucraina e il suo principale prodotto di esportazione... «Qualche settimana fa, il Primo ministro del Niger ha avvertito l'ONU che si osserva una forte concentrazione di forze armate francesi e ucraine al confine settentrionale. E qual è stata la vostra reazione? Volete che sovvenzioniamo guerre che l'Ucraina condurrà in diversi continenti usando i soldi e le risorse di diverse nazioni».

È questa l'ucrainizzazione dell'Europa. E il Corriere della Sera ne è il profeta.

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Gli Stati Uniti evacuano le basi in Medio Oriente – NBC

 

L’esercito statunitense ha iniziato in sordina a ritirare le truppe dalle basi in tutto il Medio Oriente e il personale diplomatico dai paesi del Golfo. E' quanto riferisce la NBC, sottolineando come queste decisioni arrivino mentre il presidente Donald Trump sta effettivamente valutando di lanciare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. "Tali ritiri", prosegue l'emittente USA, "ricordano i preparativi messi in atto dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato in vista dei primi attacchi statunitensi-israeliani a febbraio scorso".

Secondo la NBC, in particolare, tra le truppe in fase di trasferimento figurano quelle di stanza in Giordania, Qatar e Kuwait. Secondo quanto riferito, Washington intende mantenere una presenza limitata nelle proprie basi regionali, compreso il personale responsabile della difesa aerea e della sicurezza.

In vista dell’attacco del 28 febbraio, il Pentagono aveva ritirato un gran numero di truppe dalle basi potenzialmente vulnerabili per proteggerle dalla prevista rappresaglia iraniana. Teheran aveva per questo accusato Washington di utilizzare i residenti del Golfo come “scudi umani” dopo che migliaia di militari statunitensi avevano trovato rifugio in alberghi civili ed edifici adibiti a uffici.

Il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, ha rifiutato di commentare i presunti spostamenti di truppe, affermando che le forze statunitensi vengono regolarmente riposizionate per “ottimizzare la prontezza operativa” e rimangono pronte a difendere il personale e gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ordinato al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, citando l’escalation degli attacchi da parte del movimento Houthi yemenita contro aeroporti civili e altre infrastrutture critiche.

Questi sviluppi giungono mentre circolano notizie secondo cui alti funzionari militari statunitensi avrebbero presentato a Trump diverse opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran. Secondo la NBC, le proposte includono attacchi contro impianti nucleari iraniani, strutture sotterranee e isole strategiche, tra cui l’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio, e Qeshm nello Stretto di Hormuz. Reuters sempre oggi riporta che Washington sta preparando ulteriori ritiri diplomatici in tutto il Golfo, citando funzionari statunitensi, ma il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha definito le notizie su ulteriori ritiri «inesatte».

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Regno Unito, sanzioni e sorveglianza per chi manifesta per Gaza

 

Un recente rapporto di Amnesty International ha messo in luce una linea di forte fermezza adottata dalle università del Regno Unito nei confronti di studenti e docenti che esprimono solidarietà alla causa palestinese e si oppongono all'azione militare israeliana a Gaza. L'analisi, che prende in esame decine di casi verificatisi tra la fine del 2023 e la seconda metà del 2025, evidenzia l'uso sistematico di misure punitive quali divieti di accesso ai campus, ingiunzioni legali, sorveglianza attiva e lunghi procedimenti disciplinari per arginare le manifestazioni pacifiche.

Gli accertamenti dell'organizzazione mostrano come i provvedimenti abbiano colpito anche condotte di per sé pacifiche, inclusa la semplice esposizione di simboli come la kefiah o la partecipazione a cori di protesta, interpretati dai vertici accademici come atti di disturbo pur in assenza di danni o minacce concrete. Le ripercussioni più gravi hanno interessato gli studenti e il personale di origine araba, musulmana o palestinese, sottoposti a controlli sproporzionati, nonché i cittadini internazionali in possesso di visto, la cui permanenza nel Paese è stata messa a rischio dalle procedure disciplinari. In diversi casi è emersa persino la creazione di dossier riservati sulle attività degli studenti, raccolti senza consenso e resi inaccessibili ai diretti interessati.

Tra gli atenei coinvolti figurano prestigiosi istituti come Oxford, Cambridge e la London School of Economics. In quest'ultima, comunicazioni interne avrebbero liquidate le mobilitazioni studentesche con toni svalutativi, equiparandole a proteste infantili. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, la linea rigorosa risponde a un preciso orientamento di settore, alimentato da direttive governative, pressioni esterne e dall'applicazione delle normative antiterrorismo, di cui si chiede ora l'abolizione nell'ambito educativo.

Amnesty International sottolinea come molte delle restrizioni adottate violino gli obblighi vincolanti degli atenei in materia di diritti umani, avendo limitato in modo sproporzionato e discriminatorio la libertà di espressione e di manifestazione. Il clima di forte rigore ha finito per generare un marcato effetto deterrente all'interno del mondo accademico britannico, spingendo molti a rinunciare al dibattito pubblico per il timore di conseguenze sul piano disciplinare, professionale o d'immigrazione.

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La Cina avanza, gli Stati Uniti rincorrono: la partita geopolitica per l’Asia centrale

Gli Stati Uniti tornano a bussare alla porta dell'Asia centrale, ma dietro la diplomazia commerciale di Marco Rubio si intravede soprattutto la crescente preoccupazione di Washington per l'avanzata della Cina. Il 19 ottobre, il segretario di Stato è arrivato a Samarcanda, in Uzbekistan, accompagnato da quasi 300 rappresentanti delle imprese USA. Una spedizione economica e diplomatica che racconta molto delle difficoltà statunitensi nel conservare la propria influenza internazionale. Al centro della missione ci sono i minerali critici, le infrastrutture e le catene di approvvigionamento. Washington vuole ridurre la dipendenza industriale dalla Cina proprio mentre Pechino consolida la propria posizione in settori strategici, dalle tecnologie avanzate alla trasformazione delle materie prime. Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti cercano alternative alla potenza asiatica rivolgendosi a una regione nella quale la presenza economica cinese è già profondamente radicata.

La Cina ha investito nelle reti di trasporto, sviluppato relazioni commerciali e costruito legami economici di lungo periodo con le cinque repubbliche centroasiatiche. La Russia, dal canto suo, mantiene rapporti consolidati nei settori dell'energia, del commercio, della migrazione e della sicurezza. Washington arriva quindi in un contesto nel quale non può più dare per scontato che la propria capacità finanziaria e diplomatica sia sufficiente a orientare le scelte degli altri. Non sorprende che Rubio abbia dichiarato di non voler costringere Uzbekistan e gli altri Paesi della regione a scegliere tra Stati Uniti, Russia e Cina. È un riconoscimento pragmatico dei nuovi rapporti di forza: le repubbliche centroasiatiche hanno ormai margini di manovra che non intendono sacrificare per assecondare le strategie di una singola potenza. Ma la questione è anche più profonda. Washington non cerca soltanto nuove fonti di approvvigionamento: vuole impedire che la Cina continui a consolidare il proprio vantaggio nelle filiere industriali strategiche. Possedere le materie prime, infatti, non basta. Il potere economico risiede anche nella capacità di trasformarle, controllare le tecnologie e dominare i segmenti a maggiore valore aggiunto.

Per questo l'Uzbekistan insiste sulla creazione di impianti di lavorazione e poli industriali locali, anziché limitarsi all'esportazione di risorse. Le repubbliche della regione non vogliono diventare semplici fornitori di materie prime per le ambizioni industriali altrui. Vogliono utilizzare la competizione tra le grandi potenze per sviluppare le proprie economie e rafforzare la propria sovranità. Anche il progetto del corridoio transcaspico, che dovrebbe migliorare i collegamenti commerciali tra Asia centrale ed Europa, richiede investimenti ingenti e una cooperazione duratura. Non basteranno le delegazioni imprenditoriali e le dichiarazioni solenni a colmare il divario accumulato negli anni sul terreno delle infrastrutture e delle relazioni economiche. La missione USA si inserisce dunque in una competizione globale nella quale gli Stati Uniti cercano di recuperare posizioni, mentre la Cina ha già costruito legami produttivi e commerciali difficili da sostituire. La retorica della diversificazione non cancella questa realtà, né garantisce che le imprese statunitensi riescano a conquistare lo spazio auspicato da Washington. Il punto decisivo è che l'Asia centrale non è più una periferia da contendere secondo le vecchie logiche egemoniche. I suoi governi possono negoziare con più interlocutori e scegliere le partnership più vantaggiose, senza accettare ultimatum geopolitici. Per gli Stati Uniti, la sfida di Samarcanda è quindi anche una prova dei limiti della propria influenza.

Dopo anni trascorsi a utilizzare sanzioni, pressioni e restrizioni tecnologiche per contenere i rivali, Washington deve ora convincere altri Paesi a investire nella propria alternativa economica. E deve farlo in una fase in cui la Cina dispone già di un peso industriale, commerciale e infrastrutturale che gli annunci statunitensi non possono cancellare. La vera domanda, allora, non è se gli Stati Uniti riusciranno a firmare nuovi accordi, ma se saranno capaci di recuperare il terreno perduto. Perché la corsa alle risorse dell'Asia centrale è soltanto un altro fronte della più ampia competizione per un ordine mondiale nel quale il predominio statunitense non è più indiscusso.

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Dalla povertà alle rivolte: la vera «guerra ibrida» contro gli italiani

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

Si racconta che un ufficiale nazista, osservando il Guernica, chiese a Picasso: - Avete fatto voi questo orrore? – No, siete stati voi a farlo – rispose il maestro. Allo stesso modo si potrebbe rispondere a quanti si chiedano in questo momento da dove provenga la violenza distruttiva delle rivolte di Milano.

“È la vostra stessa violenza”.

L’alibi della “regia esterna”

La stampa persegue teorie del complotto, secondo cui la regia dei disordini starebbe a Mosca. L’ombra di Putin dietro i riot occupa le prime pagine dei giornali. Tra i dietrologi: Lia Quartapelle, Stefania Craxi, Enrico Borghi, Matteo Salvini. I primi agitano lo spauracchio dei russi, l’ultimo degli islamici.

Marco Taradash, dalle pagine social de Linkiesta, accusa fantomatici putiniani, “islamopalestinesi, e nichilisti”, ignorando le regole di punteggiatura, oltre che la realtà.

Giorgia Meloni è convinta che “entità esterne” abbiano soffiato sul fuoco, scrive il Corriere. “Anche se vuole attendere «elementi certi» per denunciarlo pubblicamente“, specifica. Per Crosetto le rivolte di piazza sono il risultato di una guerra ibrida che “qualcuno sta portando nelle nostre nazioni” attraverso YouTube, Tik Tok e i social.

Interviene – dall’estero – persino il presidente ucraino Zelensky, mettendoci in guardia sulle interferenze russe attraverso i social. Il Capo di Stato Mattarella, infine, parla di non precisati “soggetti inediti”.

La classe dirigente si aggrappa a improbabili cospirazioni, come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, inviso a dittatori e autocrati pronti a tutto per sabotare il nostro insuperabile stile di vita.

Se i leader europei ci assicurano che viviamo nel giardino fiorito, i dati statistici ci descrivono un’altra realtà.

 

La povertà imposta è violenza

Secondo i dati ISTAT pubblicati il 15 ottobre, in Italia ci sono oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. Di questi, 1 milione 136mila sono minori. Questo vuol dire che il 12,5% dei minori residenti vivono in una condizione di povertà assoluta.

Figli vuol dire povertà. L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico, scrive ISTAT.

L’incidenza della povertà aumenta all’aumentare dei figli minori, attestandosi al 7,8% per le coppie con un figlio, 10% per quelle con due e 17,7% se i figli minori sono almeno tre. L’11,6% delle famiglie monogenitore è in povertà assoluta.

Altrettanto allarmanti i dati della povertà relativa, che colpisce il 10,8% delle famiglie e il 14,8% degli individui. Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.

L’indagine ISTAT traccia un Paese in cui circa una famiglia su dieci è povera, mentre un minore su otto vive in una condizione di povertà assoluta.

A fronte di questo spaccato, ISTAT rivela che l’indice dei prezzi al consumo a settembre 2026 è aumentato del 4,2% in un anno.  Se è vero che nel secondo trimestre 2026 il risparmio delle famiglie è aumentato dello 0,4%,  la quota di reddito destinato ai consumi è aumentata dell’1,7%.  Ciò ha determinato una riduzione della propensione al risparmio delle famiglie di 1,2% rispetto al trimestre precedente. In calo anche il potere d’acquisto dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

Questi dati rivelano una tendenza generale della popolazione italiana all’impoverimento.

Un lavoratore può guadagnare poco più di 1400 euro al mese. Una borsa esposta nei negozi attaccati dai giovanissimi “maranza” milanesi vale almeno tre volte tanto. Qual è il crimine peggiore: spaccare una vetrina o condannare milioni di giovani alla miseria irreversibile? 

 

La “guerra ibrida” contro gli italiani

Le rivolte e i saccheggi non sono il risultato di una guerra ibrida condotta da entità esterne per distruggere l’Italia immaginaria del Bengodi che esiste solo negli studi della Telemeloni.

Sono la conseguenza di questo desolante quadro sociale descritto dalle statistiche, a cui si aggiunge il dato delle morti sul lavoro: oltre 1100 dall’inizio dell’anno ad oggi, secondo l’Osservatorio sulle morti sul lavoro. È un bollettino di guerra.

La domanda che dovremmo farci non è “chi sta dietro i maranza?”, ma “cosa c’è dietro queste statistiche?”

Le cause del deterioramento sociale e delle condizioni di vita non vanno ricercate nei russi o negli islamici. Il progressivo immiserimento degli italiani è proporzionale alla progressiva cessione di sovranità a entità esterne. Prima hanno scelto per noi privatizzazioni e austerity. Adesso ci impongono guerra e genocidio, decidendo di sostituire il nostro sistema di welfare con uno di warfare.

L’unica guerra ibrida è quella che la NATO e la UE combattono contro le classi lavoratrici e le famiglie italiane, tramite il governo Meloni. E questa guerra ibrida ha un nome specifico: lotta di classe dall’alto verso il basso.

Lasciare i malati senza cure è violenza. Lasciare gli anziani con una pensione da fame è violenza. Lasciare madri e padri senza asili pubblici per i loro figli è violenza. Lasciare famiglie senza casa è violenza. Relegare nelle periferie degradate adolescenti figli di operai o che non hanno grandi disponibilità economiche è violenza.

Le cause della violenza dei rivoltosi vanno ricercate nella violenza delle politiche disumane e disumanizzanti adottate dai vari governi italiani, condizionate dal cosiddetto vincolo esterno.

 

Chi sono davvero i rivoltosi?

Non c’è il “soggetto inedito” evocato dal presidente Mattarella, né le interferenze maligne non convenzionali menzionate dal ministro Crosetto.

Privati delle ideologie di liberazione o salvezza, delle organizzazioni sociali o soggetti politici, i giovani rivoltosi agiscono in maniera spontanea, utilizzando i social per coordinarsi. Non hanno davanti a sé grandiosi orizzonti politici, ma obiettivi concreti: possedere quei beni status symbol che trapper e influencer celebrano, ma che il sistema gli nega.  

Le rivolte di sabato non sono affatto inedite. Sono come le Banlieue francesi, sono i riots di Londra del 2011. Adesso, dopo anni di austerity, emergenza sanitaria e guerra, sono esplose anche in Italia.

La repressione dei “leader democratici”

Lo Stato si autoassolve e anziché ascoltare le istanze di chi manifesta, cerca un capro espiatorio.

Macron, Meloni, Merz, gli stessi leader che promuovevano regime change per difendere giovani manifestanti dalla repressione in Iran, Georgia e Venezuela, hanno promesso dura repressione per i giovani manifestanti europei.   

La Francia ha imposto il coprifuoco, il governo italiano manderà 500 militari a Milano. Non militari qualsiasi. Manderà i parà della Folgore contro ragazzini dai 12 ai 17 anni. Inoltre sarà disposto un inasprimento delle pene, incluso il pagamento dei danni inferti.

Una famiglia con un reddito inferiore a 1500 euro al mese potrebbe essere costretta a ripagare i danni ad un negozio che vende borse da 5000 euro l’una.

Viviamo in un Paese in cui i governi non riescono a tutelare milioni di minori, donne e anziani. Ma mandano i reparti speciali per proteggere una borsa Louis Vuitton o Ermes.

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La mappa di Netanyahu: alleanze con separatisti e tensione col mondo arabo

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha presentato una mappa del Medio Oriente allargato che mostra Israele e gli Emirati Arabi Uniti allineati con un gruppo paramilitare in Sudan, accusato di genocidio, e con diverse fazioni separatiste in Libia, Yemen e Somaliland.

La mappa, che riportava il logo dell'istituto tedesco Friedrich-Ebert-Stiftung, non ha sorpreso gli osservatori regionali, ma potrebbe rivelarsi imbarazzante per alcuni partner di Israele e alimentare forti sospetti tra i Paesi arabi.

Nel documento cartografico, Israele e gli Emirati Arabi Uniti appaiono come parte di un’"Alleanza Esagonale" insieme a Grecia, Etiopia e parte dell'India. La mappa indicava inoltre come "amica" un'ampia area del Sudan sudoccidentale, attualmente controllata dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).

Esperti delle Nazioni Unite e numerose inchieste giornalistiche — incluse quelle di Middle East Eye — hanno svelato l'ampio sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle RSF, la milizia guidata dall'ex leader dei Janjaweed, Mohamed Hamdan Dagalo, accusata di genocidio in Darfur. Gli Emirati continuano tuttavia a negare ufficialmente ogni coinvolgimento.

La presentazione della mappa si inserisce nell'illustrazione della nuova dottrina di sicurezza israeliana da parte di Netanyahu: un approccio basato su attacchi preventivi e sull'istituzione di "zone cuscinetto" lungo i confini.

"La Guerra di Redenzione ha reso necessario un aggiornamento dei principi fondamentali della dottrina di sicurezza nazionale: priorità alla prevenzione e all'offensiva rispetto a contenimento e difesa, compresi attacchi preventivi per contrastare minacce in evoluzione; rafforzamento della difesa interna e consolidamento dello status di Israele come potenza regionale", ha dichiarato l'ufficio del Premier. "Si sono create nuove opportunità per stringere alleanze nella regione e oltre."

L'“Alleanza sunnita del diamante” e i gruppi secessionisti

Ciò che colpisce è l'allineamento con gruppi secessionisti a scapito dei partner storici con cui Israele ha firmato trattati di pace: la mappa non include infatti Egitto e Giordania tra gli alleati diretti.

L'Egitto viene inserito in un’"Alleanza sunnita del diamante" assieme a Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, mentre la Giordania — il cui trattato di pace con Tel Aviv risale al 1994 — figura semplicemente come Paese "amico" di tale alleanza.

Questa visione alimenta le preoccupazioni dei critici riguardo al potenziale sostegno israeliano ai movimenti secessionisti e alla frammentazione di Stati già fragili. La mappa mostra infatti come alleati:

In Libia: Il governo orientale controllato dal generale Khalifa Haftar.

In Yemen: Il movimento separatista del Sud (ex Consiglio di Transizione Meridionale, riorganizzatosi come Consiglio di Transizione dell'Arabia Meridionale), sostenuto dagli Emirati.

In Somaliland: La repubblica separatista della Somalia, recentemente riconosciuta da Israele, dove sia Tel Aviv che Abu Dhabi hanno ampliato la propria presenza militare.

La mappa dimostra come Tel Aviv concepisca la propria sicurezza all'interno di uno scacchiere molto più ampio rispetto al solo mondo arabo: la Grecia e l'Etiopia sono definite nazioni "amiche". Quest'ultima si trova attualmente al limite di un conflitto su vasta scala con l'Eritrea, area in cui Israele mira da tempo a stabilire una base militare sul Mar Rosso.

Infine, la presentazione ha ribadito i legami strategici consolidati tra Hezbollah, gli Houthi e l'Iran, inquadrati all'interno del cosiddetto "Asse della Resistenza".

 

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Le “democrazie” europeiste e la “guerra ibrida” della Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


20 ottobre. Certo che qualcuno si aspetterebbe un po' di fantasia, anche solo una minima dose di putrido eclettismo, quel tanto per inscenare un “pensiero” diverso, o quantomeno fantasioso. Invece no: quando la direttiva è quella della guerra alla Russia, ogni occasione è buona per cercare di inculcare nell'opinione pubblica la leggenda della “mano di Mosca”, responsabile della nebbia in Valpadana e della penuria di tartufi nelle Langhe. Quando poi la crisi assume aspetti che chiamano direttamente in causa le politiche affamatrici decretate da governi parafascisti agli ordini della finanza e dell'industria di guerra, allora non ci si dà più neppure la pena di salvaguardare le apparenze del “popolo sovrano”, come ha dimostrato, con fare inquisitorio degno di un editto da ancien régime, il ministro italico della guerra Guido Crosetto.

Quando poi tocca ai media guerrafondai delineare le “linee d'azione” su cui indirizzare le coscienze, si ripropone l'ormai esausto gioco delle parti, volto comunque a un unico, medesimo obiettivo: mettere sull'attenti contro la “mano di Mosca”.

Così, in una divisione dei compiti dettata dall'unica necessità di attrarre lettori geograficamente distanti, ma accomunati dal fiero dovere di difendere i “valori liberal-europeisti” - che a questo si riducono ormai i lettori dei fogliacci padronal-militaristi – la torinese La Stampa e il milanese “Corriere della Sera” mostrano approcci “diversi”, arrivando però a una medesima conclusione: la “mano di Mosca”.

Su La Stampa, in relazione alle manifestazioni di piazza, senz'altro qualificate come «violenze», si parte dalle parole del presidente della repubblica che, alla maniera dell'oracolo di Delfi, «evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa». Non sia mai, che qualcuno immagini si possa scendere in piazza contro un governo che “lavora per il bene degli italiani”: è chiaro che, dall'esterno – o meglio: dall'estero – una mano oscura briga per distorcere le coscienze dagli “alti valori” del sostegno a Kiev. Dunque, scrivono gli articolisti, i signori Ilario Lombardi e Ugo Magri, «Zero giustificazioni per violenze “inaccettabili” e vandalismi» da parte di Mattarella, che, però, al tempo stesso avverte «delle anomalie, aspetti della protesta che non sono chiari. Vi sono, avverte, “interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”... Va elaborata, aggiunge, “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”». Chi sarebbero? Ce lo dicono, scrive La Stampa, nientepopodimeno che il ministero della Difesa – sì: il ministero della guerra; quello che decide cosa debbano pensare le masse riguardo alle armi ai nazigolpisti di Kiev – e anche i «partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa».

Ecco fatto: la “mano di Mosca”; «non c’è nulla di esplicito, sia inteso», nelle parole di Mattarella, rassicurano i signori Lombardi e Magri. E allora provvedono loro a chiarire: «quell’espressione che evoca mandanti e soggetti anonimi risuona come un allarme a prestare la massima vigilanza sulle infiltrazioni straniere. L’inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino, alle prese con l’aggressione all’Ucraina e con le minacce ai suoi alleati europei». Quando si tratta di guerra alla Russia non si possono lasciare le parole a metà: bisogna dire la “verità” fino in fondo e questo è “dovere della stampa libera”, che si interroga su “misteri” come quello di come sia «nato il passaparola sul web, cosa l’ha innescato, chi c’è dietro certe strane sigle comparse come dal nulla alla vigilia delle devastazioni». Bisogna stare molto attenti: ad esempio, com'è che nella “libera” Italia, si possa ammettere che «al tavolo convocato alla prefettura di Napoli, mentre continuano i blocchi stradali contro il caro carburante», sieda addirittura «il presidente Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, nominato console onorario dalla Federazione russa. Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista». Siamo davvero messi male, urlano a La Stampa: la “mano di Mosca” fin nel cuore degli apparati statali! Poi, dovendo in qualche modo fingere “obiettività”, sono costretti a scrivere che «Ci sono ragioni profonde di disagio che nessuno osa negare, per il caro vita e la casa diventata un miraggio di lusso per tanti»; ma, attenzione, stridono, qualcuno potrebbe approfittare di quelle «ragioni profonde». E chi, se non i perfidi “autocrati” del Cremlino, che mirano a sabotare gli angelici governi para-fascisti, così attenti ai bisogni delle masse; e quei perfidi “autocrati”, mette sull'avviso il fogliaccio torinese, stanno senz'altro rafforzando «a pochi mesi da elezioni, in Italia e in Francia, decisive per il destino dell’Europa - la propria propaganda contro l’indipendenza dell’Ucraina e contro l’Unione fondata sull’idea democratica di una società aperta e tollerante». La democrazia e la tolleranza dei manganelli, da Milano, Torino, Genova a Parigi.

A queste perle “informative” fa eco, da Milano, il Corriere della Sera, con l'intervista benevolmente concessa dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij alla signora Marta Serafini, tra i più solerti corifei de la junta di Kiev. Cos', alla «inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino» de La Stampa, dal Corriere si risponde divulgando il “verbo” del jefe de la junta: «anche l'Italia è vittima della guerra ibrida di Putin». Non ci sarebbe da aggiungere altro: dal marxengelsiano “Ein Gespenst geht um in Europa”, a la “mano di Mosca” überall in Europa. Nel catechismo zelenskiano, presentato come “intervista”, si spazia ovviamente dalle questioni di Starlink, ai rapporti con Trump, dai Patriot che mancano, alla NATO, alle amorevoli note della signora Serafini che ravvisa in Zelenskij «i segni della fatica di chi guida un Paese in guerra da più di quattro anni e mezzo» - chissenefrega delle masse ucraine, che fanno la fame, quando non riescono a fuggire da un paese ridotto in schiavitù dai nazisti agli ordini di Londra, Berlino, Parigi – dagli ammiccamenti della stessa signora sulla possibilità che Trump esca sconfitto dal voto di novembre, alle ulteriori decine di miliardi che la UE dovrebbe elargire a Kiev, fino al “lavoro comune” sulle armi evocato dal nazigolpista.

Ma, quello che qui interessa arriva dopo: alla domanda «Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Ha considerato che la propaganda russa possa sfruttare un tema così sensibile per dividere l’Europa?», ecco che il giullare nazigolpista risponde che Moskva «conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio e continuerà a farlo. Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti e in Ucraina».

Quindi la sviolinata d'obbligo: dice Zelenskij che con «Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto... L’unione europea non è perfetta. So che ad alcuni non piace neppure la parola Bruxelles. Ma quell’unione di democrazie esiste, è stata costruita e l’Ucraina vuole farne parte. Oggi quelle democrazie vanno anche difese: noi siamo tra i loro difensori. Anche i politici che dubitano di noi dovrebbero essere sicuri di voler proteggere la democrazia, la libertà, l’economia e i cittadini dei propri Paesi».

Grazie, signor Zelenskij, per augurare alle masse italiane di continuare ad avere la fascista di governo quale «guida stabile per l'Italia»; c n'é davvero tanto bisogno. Grazie, signor Zelenskij, per l'elogio di «quelle democrazie» europeiste e per il fatto che i nazigolpisti siano «tra i loro difensori».

La “democrazia” spiegata dai nazigolpisti ai popoli  che “stanno sbagliando". Manca ancora qualcosa?

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La Cina invierà una delegazione alla COP31 e chiede una transizione equa per il sud globale

 

La Cina invierà una delegazione alla 31ª Conferenza delle Parti (COP31) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che si terrà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre, e promuoverà attivamente i negoziati internazionali sul clima, ha dichiarato mercoledì un funzionario del Ministero cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente. Lo ha affermato Li Gao, viceministro del dicastero titolare dell'ambiente, durante una conferenza stampa tenuta dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato. "La Cina si adopererà per garantire che il processo multilaterale sostenga e consenta a tutte le parti, in particolare ai paesi in via di sviluppo, di attuare i propri contributi determinati a livello nazionale (NDC), promuovendo così gli obiettivi dell’Accordo di Parigi attraverso azioni concrete", ha affermato il ministro. 

Li ha aggiunto che la priorità assoluta è consolidare il consenso politico sulla solidarietà e la cooperazione nell’affrontare il cambiamento climatico. La COP31 dovrebbe sostenere il multilateralismo e aderire agli obiettivi dell’UNFCCC e dell’Accordo di Parigi, nonché al principio delle «responsabilità comuni ma differenziate», inviando un chiaro segnale politico alla comunità internazionale che la transizione globale verso un’economia verde e a basse emissioni di carbonio è irreversibile.

Si dovrebbero compiere progressi anche in materia di finanziamenti per il clima. "La COP31 dovrebbe facilitare discussioni approfondite su una tabella di marcia che consenta ai paesi sviluppati di raggiungere l’obiettivo di 300 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima entro il 2035 e di triplicare i finanziamenti per l’adattamento", ha sottolineato il ministro che ha auspicato l’istituzione di meccanismi internazionali per una transizione equa, aiutando i paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, ad affrontare le sfide legate alla transizione e a ridurre il divario tra il Nord e il Sud del mondo.

"La Cina ha compiuto progressi significativi nella lotta ai cambiamenti climatici", ha affermato Li. Secondo quanto riportato nel briefing, la capacità installata di energia rinnovabile in Cina ha raggiunto i 2,455 miliardi di kilowatt nella prima metà di quest’anno, rappresentando il 60,7% della capacità totale installata di generazione elettrica del Paese. Alla fine di luglio, la capacità installata di energia solare in Cina ha superato per la prima volta quella delle centrali a carbone, rendendo l’energia solare la principale fonte di capacità di generazione elettrica del Paese. La Cina è inoltre al primo posto al mondo per la capacità installata complessiva delle unità nucleari in funzione e di quelle approvate o in costruzione.

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Pechino: Il principio di “una sola Cina” è un consenso universale della comunità internazionale

La Cina apprezza il fatto che le organizzazioni internazionali competenti gestiscano le questioni relative a Taiwan in conformità con il principio di “una sola Cina”. Lo ha affermato mercoledì Zhang Han, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato, durante una conferenza stampa riportata oggi dal Global Times.  Zhang ha rilasciato queste dichiarazioni in risposta a una domanda sul fatto che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) abbia classificato la regione di Taiwan come provincia della Cina nelle sue ultime previsioni economiche, il che ha suscitato una protesta da parte delle autorità taiwanesi competenti in materia di «affari esteri», che hanno invitato il FMI a mantenere una posizione neutrale.

«Taiwan fa parte della Cina, e il principio di “una sola Cina” è una norma fondamentale che regola le relazioni internazionali e rappresenta un consenso universale della comunità internazionale. Le autorità del Partito Democratico Progressista aderiscono ostinatamente alla loro posizione separatista a favore dell’“indipendenza di Taiwan” e rifiutano di riconoscere il principio di “una sola Cina”, il che non farà altro che procurare loro umiliazione», ha affermato Zhang.

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Giovani, vetri rotti e il bon ton “progressista”

 

di Pasquale Liguori

 

Lasciamo per un momento da parte i fascisti, gli aspiranti colonnelli da golpe sudamericano, i nostalgici del manganello e quanti, davanti a ogni manifestazione di insubordinazione sociale, invocano un supplemento di repressione. Non perché costituiscano un problema secondario, tutt'altro. Ma perché esiste un'altra questione, per me altrettanto insidiosa, che riguarda coloro che si riconoscono in una cultura progressista, di diritti e libertà civili, di democrazia e difesa degli ultimi. È soprattutto a loro che vorrei rivolgermi.

Sono bastate alcune vetrine infrante, qualche sassata, gli scontri nelle strade di Milano perché si mettesse in moto il consueto apparato delle condanne. Anche i possibili candidati alla guida di un futuro governo “progressista” hanno sentito il bisogno di prendere immediatamente le distanze dalle violenze, accompagnando naturalmente la riprovazione con qualche laterale riferimento alle ragioni del disagio sociale. Eh già, perché prima ne va della propria rispettabilità elettorale, poi, purché non disturbi troppo, viene concessa qualche parola a corollario delle contraddizioni materiali che hanno generato la protesta.

Eppure, mi domando quanti tra questi rigorosi custodi della civiltà democratica abbiano letto i documenti che circolano tra quei giovani liquidati come facinorosi, maranza, minorenni irresponsabili e apprendisti delinquenti. Mi riferisco, in particolare, al manifesto del Movimento 17 Ottobre, che meriterebbe ben altra attenzione rispetto alla cronaca ossessionata dalle devastazioni. Vi si trovano considerazioni sulla crisi della rappresentanza politica, sulla trasformazione delle piazze in luoghi di formazione della coscienza collettiva, sull'organizzazione decentrata e sull'esperienza dei movimenti popolari di diversi continenti. Non un trattato compiuto di teoria politica, certamente; con semplificazioni e passaggi discutibili. Ma una riflessione rilevante, testimonianza di un'elaborazione politica che, seppur sintetica, è di gran lunga più articolata di quanto riverberato nelle caricature televisive.

Questi giovani non chiedono semplicemente di essere ascoltati. Contestano le forme stesse attraverso le quali la politica istituzionale pretende di rappresentarli, amministrarli e, all'occorrenza, neutralizzarli. Non si limitano alla richiesta di qualche concessione da ottenere da parte di chi governa, ma mettono totalmente in discussione il tavolo al quale dovrebbero sedersi. È una posizione che può essere interrogata nelle sue possibilità e nei suoi limiti. Sarebbe però necessario, per farlo, riconoscerle preliminarmente una dignità politica. Ed è precisamente questo riconoscimento che manca da parte delle tante anime belle di queste ultime ore che ben vedrei integrate nella marcia ordinata, rispettabile dei quarantamila colletti bianchi FIAT dell'ottobre 1980, che contribuì a sancire la sconfitta di una delle più importanti vertenze operaie del dopoguerra. Oppure, più recentemente, nella mobilitazione delle cosiddette madamine “Sì TAV”, espressione di quella società civile nella quale gli interessi dello sviluppo capitalistico e della competitività territoriale riescono agevolmente a presentarsi come interessi universali.

Vicende storicamente diverse, vero. Ma con una continuità politica, perché la rispettabilità delle forme non dice nulla, di per sé, del contenuto sociale di una mobilitazione. Una piazza può essere impeccabilmente pacifica e contribuire al consolidamento di rapporti di dominio; un'altra può essere attraversata da contraddizioni e disordini senza che per questo le ragioni della sua esistenza risultino politicamente insignificanti. Non è difficile immaginare, almeno sul piano delle affinità culturali e delle concezioni dell'ordine sociale, dove una parte consistente dell'attuale “progressismo” ztl avrebbe trovato più facilmente la propria collocazione.

Ma c'è una questione ancora più grave, che rende quasi grottesca questa improvvisa sensibilità verso la violenza.

Attraversiamo anni nei quali un intero popolo è sottoposto a una distruzione sistematica, fino al genocidio. Abbiamo assistito alla devastazione di Gaza, alla distruzione di ospedali, scuole e abitazioni, alla fame imposta come condizione di esistenza, alla morte di un numero spaventoso di civili, testimoniando una soglia di tolleranza ben più elevata rispetto al grido di disgusto e indignazione indotto dalla pressione mainstream per i vetri rotti nell'enclave del lusso sfrenato.

Viene perciò spontaneo domandarsi quale idea della violenza e, soprattutto, quale gerarchia della vita umana presieda al giudizio politico. Com'è possibile che una vetrina infranta produca tanta sollecitudine morale, tanta urgenza di prendere le distanze, tanta enfasi sulla necessità di ristabilire l'ordine, mentre la distruzione di un popolo è stata accompagnata da un'ininterrotta litania di distinguo, appelli e manifestazioni incapaci di imporre alle classi dirigenti una responsabilità all'altezza degli eventi?

Rompere una vetrina non è, per definizione, un atto rivoluzionario, e aggredire una persona non diventa emancipatore perché avviene durante una manifestazione. Ma la riprovazione morale dell'episodio specifico non può sostituire l'analisi dei rapporti sociali. Una società che riconosce senza esitazione la violenza quando viene colpita la proprietà, ma fatica a riconoscere quella che innerva le proprie istituzioni e gli interessi finanziari, rivela una struttura morale fatiscente.

E veniamo all'altra faccia della questione, forse la più dolorosa: dove sono gli “adulti”?

Dove sono coloro che dovrebbero trasmettere una memoria delle lotte, una conoscenza dei rapporti di classe, una capacità di organizzazione collettiva? Quanti sono ancora disposti a mettere in discussione qualcosa della propria esistenza, delle proprie abitudini, della propria sicurezza materiale per intervenire realmente nei conflitti che attraversano la società?

Una parte considerevole del mondo adulto “progressista” sembra avere sostituito la pratica politica con il consumo della politica. Si informa con il telegiornale di Mentana, perfeziona la propria coscienza democratica nel salottino di Otto e mezzo, assiste alle interminabili dispute di Floris, alle inchieste di Formigli, ai bizantinismi culturali di Augias, e finisce persino per essere indulgente con se stesso, convinto di coltivare un improbabile residuo di spirito controcorrente attraverso Propaganda Live.

È il progressismo della buona coscienza, dei piccoli gesti simbolici elevati a testimonianze sufficienti di impegno, del sudario appeso al balcone, delle lampadine accese e spente a intermittenza, delle grandi manifestazioni celebrate per la loro imponenza numerica e poi abbandonate senza una prospettiva organizzativa. È il progressismo da sardine, con capipopolo improvvisati, con l'antifascismo ridotto a etichetta di una propria superiorità morale, salvo tornare, terminato il rito collettivo, nel tepore dei piccoli privilegi e autoritarismi della vita quotidiana.

Il capitalismo contemporaneo ha precarizzato sì il lavoro e mercificato l'esistenza, ma ha anche contribuito a separare la coscienza critica dalla capacità collettiva di trasformazione, fino a rendere perfettamente compatibili l'indignazione permanente e l'accettazione pratica dell'ordine esistente.

Dentro questa separazione sono cresciute generazioni alle quali è stato sottratto non soltanto un futuro economicamente sostenibile, ma anche un patrimonio organizzativo e conflittuale, una tradizione politica vivente. Quando poi una parte di questi giovani prova a ricominciare, magari con strumenti ancora insufficienti, magari commettendo errori, gli adulti che hanno smesso da tempo di mettere in discussione il mondo si affrettano a impartire lezioni di comportamento.

Il vero scandalo non sono i giovani che non sanno ancora come cambiare il mondo, ma gli adulti che hanno imparato perfettamente come abitarlo senza cambiarlo.

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Un quadro di riferimento per la pace in Ucraina (di Jeffrey Sachs)

 

 

Pubblichiamo la traduzione dell'ultimo articolo del Prof. Jeffrey Sachs che enuncia quella che definisce lui stesso come una proposta di accordo "concepita per contribuire a porre fine a un conflitto che è costato centinaia di migliaia di vite e comporta un rischio costante di scontro — affronta le cause della guerra anziché limitarsi a neppur solo ai suoi sintomi."


di Jeffrey D. Sachs | 20 ottobre 2026 | Common Dreams


La guerra in Ucraina può essere conclusa in modo definitivo a condizioni che tutelino la sovranità dell’Ucraina, rispondano alle preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e gettino le basi per un ordine di sicurezza europeo duraturo. Mentre in Norvegia si avvia un nuovo ciclo di negoziati, propongo un accordo concluso come pacchetto unico, firmato dall’Ucraina e dalla Russia, adottato con voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capitolo VII della Carta e garantito congiuntamente dai cinque membri permanenti del Consiglio insieme ad altri Stati che decidano di aderirvi. La proposta si basa sul principio della sicurezza indivisibile sancito dall’Atto finale di Helsinki e dalla Carta di Parigi.

Il pacchetto prevedrebbe quattro impegni fondamentali.

 

Il primo è la neutralità permanente dell’Ucraina, sancita da una legge costituzionale sul modello della legge austriaca del 1955, che riporterebbe l’Ucraina alla scelta fondante della sua Dichiarazione di sovranità statale del 1990. L’Ucraina non aderirebbe ad alcuna alleanza militare né ospiterebbe basi o forze straniere, siano esse della NATO, dell’Unione Europea, dei loro Stati membri o della Russia. La neutralità non comporterebbe il disarmo e l’Ucraina manterrebbe forze armate per la propria difesa.

Il secondo è che l’Ucraina perseguirebbe la propria candidatura all’adesione all’Unione Europea in qualità di Stato permanentemente neutrale, con un protocollo di neutralità nel proprio trattato di adesione sul modello di quello irlandese, e la Russia affermerebbe che l’adesione dell’Ucraina all’UE è compatibile con la sicurezza della Russia.

Il terzo punto è una linea di armistizio tracciata lungo la linea di contatto alla data della firma. Ciascuna parte eserciterebbe la giurisdizione de facto sul proprio lato della linea, nessuna delle due riconoscerebbe le rivendicazioni territoriali dell’altra ed entrambe rinuncerebbero all’uso della forza in qualsiasi futuro adeguamento. Questa formula è compatibile con le costituzioni di entrambi i paesi, che vietano o limitano severamente la cessione di territorio.

La quarta opzione è la fine dell’allargamento della NATO verso est. Al momento della firma, il Consiglio del Nord Atlantico dichiarerebbe che la NATO non ammetterà l’Ucraina né altri nuovi membri nell’Europa orientale o nel Caucaso meridionale, ritirando l’impegno di Bucarest del 2008.

 

L’accordo entrerebbe in vigore come cessazione definitiva delle ostilità al momento della firma, non come cessate il fuoco temporaneo, e le sue disposizioni sarebbero attuate per fasi sotto verifica internazionale. Nessun elemento sarebbe negoziato isolatamente e a nessuna parte verrebbe chiesto di fare concessioni prima della firma.

Gli accordi territoriali sono concepiti per rispondere alle preoccupazioni e alle rivendicazioni di entrambe le parti. Le forze ucraine si ritirerebbero dalla parte della regione di Donetsk attualmente controllata dall’Ucraina, che diventerebbe una zona speciale smilitarizzata. Le forze russe non vi entrerebbero, l’attuale amministrazione civile locale continuerebbe a funzionare e il suo status definitivo sarebbe oggetto di negoziazione. La Russia si ritirerebbe dalle aree che controlla nella regione di Dnipropetrovsk e dalla penisola di Kinburn. Una zona di sicurezza settentrionale verrebbe smilitarizzata su entrambi i lati del confine russo-ucraino, e le forze russe lascerebbero le aree che controllano nelle regioni di Kharkiv e Sumy man mano che le forze ucraine si ritirano dalla loro parte. La centrale nucleare di Zaporizhzhia rimarrebbe sotto il controllo russo con la supervisione di sicurezza dell’AIEA e venderebbe all’Ucraina una quota concordata della propria energia elettrica al prezzo di costo.

Una fascia smilitarizzata si estenderebbe lungo entrambi i lati della linea di armistizio, con le armi pesanti e i sistemi d’attacco a lungo raggio ritirati a distanze concordate, e nelle regioni di confine di entrambe le parti verrebbero applicati limiti massimi reciproci alle forze presenti. Nel Mar Nero e nel Mar d’Azov, la navigazione commerciale sarebbe libera per tutti i porti ucraini e russi, e sarebbero vietati gli attacchi alle navi e ai porti.

La soluzione in Ucraina dovrebbe anche avviare il ripristino della sicurezza europea nel suo complesso. La NATO e la Russia concorderebbero una moratoria sui missili a medio raggio lanciati da terra in Europa, si asterrebbero dal dispiegare armi nucleari in qualsiasi altro Stato e ripristinerebbero il Consiglio NATO-Russia. Verrebbero ripristinate normali relazioni diplomatiche da entrambe le parti. Le parti convocherebbero il primo vertice dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa dal 2010 per affidare all’OSCE il monitoraggio della soluzione, la verifica dei limiti alle armi e la supervisione delle disposizioni in materia di diritti.

Le questioni relative alla lingua, all’istruzione, alla cultura e alla religione verrebbero risolte secondo gli standard europei, con la lingua russa trattata alla stregua delle altre lingue minoritarie dell’Ucraina, e la Russia accetterebbe gli stessi obblighi nei confronti dei parlanti ucraini e delle comunità religiose presenti sul proprio territorio. Tutti gli obblighi relativi all’estremismo e all’istigazione sarebbero reciproci e monitorati dall’OSCE. I prigionieri di guerra verrebbero scambiati secondo il principio «tutti contro tutti», i civili detenuti verrebbero rilasciati e i bambini separati verrebbero ricongiunti alle loro famiglie.

Le sanzioni verrebbero revocate nel corso del 2027. Verrebbero inoltre sbloccati i beni sovrani russi congelati e verrebbero restituite le proprietà private sequestrate o congelate da entrambe le parti. Un fondo internazionale per la ricostruzione, amministrato dalla Banca europea per gli investimenti, finanzierebbe la ricostruzione su entrambi i lati della linea di confine, con contributi da parte di tutte le parti, Russia inclusa, nell’ambito di uno sforzo comune piuttosto che a titolo di riparazioni. Il transito del gas attraverso l’Ucraina potrebbe riprendere ovunque vi siano acquirenti disposti ad acquistarlo, senza alcun impegno da parte dell’Unione europea ad acquistare gas russo.

Una segnalazione di grave violazione da parte di una missione di monitoraggio dell’OSCE composta da osservatori disarmati provenienti da Stati non membri della NATO darebbe luogo a consultazioni tra i garanti e al deferimento al Consiglio di Sicurezza. L’Ucraina revocerebbe la legge marziale e terrebbe elezioni sotto l’osservazione dell’OSCE, e la Verkhovna Rada neoeletta ratificherebbe l’accordo e adotterebbe la legge costituzionale sulla neutralità, mentre l’Assemblea Federale russa lo ratificherebbe nella stessa fase.

La proposta di accordo affronta le cause della guerra piuttosto che limitarsi ai suoi sintomi. L’Europa è stata in gran parte assente dalla definizione della pace. Proponendo un quadro di questo tipo, i governi europei possono assumere un ruolo guida nella costruzione della sicurezza indivisibile dell’Europa e contribuire a porre fine a una guerra che è costata centinaia di migliaia di vite e comporta un rischio costante di scontro tra potenze nucleari.

Fonte: https://www.commondreams.org/opinion/framework-for-peace-in-ukraine

 

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Sondaggio Change Research: i militari USA dicono no alla guerra in Iran

 

Secondo un sondaggio condotto da Change Research per l'organizzazione di veterani Common Defense tra il 15 e il 28 settembre, quasi la metà dei militari statunitensi in servizio attivo si oppone al ruolo dell'esercito nella guerra israelo-americana contro l'Iran.

La rilevazione, svolta su oltre 730 tra soldati in servizio attivo, familiari e veterani, mostra che il 49% degli intervistati si dichiara contrario al conflitto, contro il 44% dei favorevoli. Nel dettaglio, le famiglie dei militari respingono la guerra con un margine di 38 punti percentuali, mentre tra le truppe in servizio attivo i contrari staccano i favorevoli di 16 punti. L'unico gruppo a maggioranza favorevole è quello dei veterani, con il 53% di consensi contro il 44% di no.

Oltre al fronte iraniano, la maggioranza del campione si dice contraria anche all'impiego di forze statunitensi a sostegno delle operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano. Tra le priorità che il Congresso dovrebbe affrontare, gli intervistati segnalano la prolungata durata delle missioni insieme alla tutela di salute, sicurezza e benessere delle truppe.

I dati riflettono un diffuso crollo del consenso della popolazione americana verso il conflitto, alimentato dal rialzo dei prezzi del carburante, dai disagi economici e dal calo di gradimento del presidente Donald Trump a poche settimane dalle elezioni di medio termine.

Un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos del 19 ottobre attesta l'approvazione per Trump al 33%, il minimo storico, con il 65% degli intervistati che giudica un errore l'azione militare contro l'Iran. L'interruzione delle esportazioni energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz ha spinto sette cittadini su dieci a definire insostenibile il costo della benzina.

Con l'approssimarsi del voto, un numero crescente di parlamentari repubblicani attribuisce la probabile perdita del controllo del Congresso alla gestione della guerra, al rincaro dei carburanti e ai dazi commerciali. Il malcontento sfiora ormai anche il bacino elettorale di Trump: secondo un sondaggio CNN/SSRS, l'approvazione tra i repubblicani sulla condotta del conflitto è scesa dal 73% di marzo al 60% di settembre. Infine, una rilevazione dell'Università del Massachusetts Amherst colloca il gradimento generale del presidente al 32%, con il 68% degli americani che boccia la gestione della crisi iraniana e dell'inflazione.

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Belgrado: l’UE invia osservatori “di parte” per interferire nelle elezioni serbe

 

La presidente ad interim della Serbia Ana Brnabi? ha accusato il Parlamento europeo di aver violato le proprie norme etiche e di aver inviato in Serbia una squadra di operatori politici “con conclusioni già pronte” su come vorrebbero che si concludessero le elezioni di questo fine settimana. L’ex presidente serbo Aleksandar Vu?i? si candida alle elezioni parlamentari di questa domenica, dopo aver lasciato la presidenza il mese scorso. La coalizione di Vu?i?, guidata dal suo partito SNS, è in competizione con la Lista degli Studenti – una formazione elettorale messa insieme dagli organizzatori delle proteste antigovernative che infuriano in Serbia dal 2024.

Gli osservatori delle elezioni del Parlamento europeo dovrebbero arrivare a Belgrado giovedì. Tuttavia, in una lettera inviata martedì alla presidente del Parlamento Roberta Metsola, Brnabi? ha accusato la squadra di parzialità politica, sottolineando che alcuni dei suoi membri hanno espresso apertamente «giudizi estremamente negativi sulle autorità serbe [e] aspettative riguardo alla loro destituzione».

Il capo degli osservatori dell’UE, Andreas Schieder, ha monitorato le elezioni parlamentari in Serbia nel 2023 e ha approvato il risultato ufficiale, prima di accusare il partito di Vu?i? di frode e acquisto di voti. Brnabi? lo ha spiegato nella sua lettera alla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, visionata dai media serbi. La nomina di Schieder, un socialdemocratico austriaco, viola la Dichiarazione dei principi per l’osservazione elettorale internazionale delle Nazioni Unite, ha proseguito. Questo documento, a cui tutte le delegazioni dell’UE sono tenute ad attenersi, stabilisce che gli osservatori debbano essere «liberi da qualsiasi conflitto di interessi politico, economico o di altro tipo».

A giugno, Schieder ha pubblicamente sostenuto il movimento di protesta studentesco e ha accusato Vu?i? di condurre la Serbia in una «spirale autoritaria discendente». Martedì, parlando all’agenzia di stampa austriaca APA, Schieder ha descritto la lettera di Brnabi? come «un attacco senza precedenti alla missione di osservazione elettorale del Parlamento europeo».

La squadra di osservatori comprende anche l’eurodeputato liberale Helmut Branstetter, il quale ha descritto Vu?i? «non la persona adatta a guidare la Serbia verso l’Unione europea» e ha promesso di «fare di tutto» per tagliare fuori la Serbia dai fondi dell’UE e dai negoziati di adesione, a causa del suo rifiuto di vietare il funerale dell’ex comandante militare serbo-bosniaco Ratko Mladi? a settembre.

Due eurodeputati croati fanno, inoltre, parte della missione. Gordan Bosanac ha incontrato i manifestanti presso il Parlamento europeo a Strasburgo, mentre Sun?ana Glavak ha firmato una lettera indirizzata alla commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos in cui chiede la sospensione dei negoziati con la Serbia.

«Tutto quanto sopra indica che il Parlamento europeo ha inviato in Serbia una missione di osservazione che ha già posizioni politiche prestabilite e che l’obiettivo di tale valutazione delle elezioni e delle condizioni elettorali è quello di aiutare direttamente uno dei partecipanti alle elezioni», ha scritto Brnabi? nella sua lettera. «È chiaro che il loro obiettivo non è quello di osservare le elezioni in modo imparziale, ma di parteciparvi politicamente».

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Kallas attacca apertamente i tentativi di pace degli Usa in Ucraina

 

La responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha accusato Washington "di cercare di costringere l’Ucraina ad arrendersi alla Russia", criticando gli sforzi diplomatici del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto.

Intervenendo martedì al Parlamento europeo a Strasburgo, Kallas ha attribuito al sostegno militare e finanziario dell’Europa a Kiev il merito di aver prolungato il conflitto e di aver impedito all’Ucraina di accettare le condizioni di Mosca. «I negoziatori americani stanno cercando di spingere l’Ucraina alla resa ormai da quasi due anni, un anno e mezzo ormai», ha affermato, come riportato da Euronews.

Mosca ha indicato l’atteggiamento aggressivo di Kiev e la posizione ostile dei suoi sostenitori europei come i principali ostacoli a un accordo di pace, anche se è noto come Kiev abbia costantemente respinto le condizioni della Russia, insistendo sull’adesione alla NATO e sul ripristino del controllo su tutti i territori che rivendica.

Le dichiarazioni di Kallas sono giunte il giorno dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva affermato che i negoziati stavano compiendo «grandi progressi», difendendo la sua decisione di allentare la pressione economica sulla Russia per mantenere viva la diplomazia. Trump ha intensificato le critiche nei confronti del leader ucraino Vladimir Zelensky, descrivendolo come «più difficile da gestire» rispetto al presidente russo Vladimir Putin. Ha accusato Zelensky di prolungare il conflitto e di dare per scontato l’ampio sostegno di Washington, e ha criticato i continui attacchi di Kiev alle raffinerie russe per aver destabilizzato i mercati globali del gasolio.

All’inizio di questo mese, Trump ha revocato le sanzioni sulle esportazioni russe di gasolio per frenare l’aumento dei prezzi dell’energia in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Venerdì ha sospeso i dazi nei confronti di Cina, India e altri principali acquirenti di petrolio e gas russi. Trump ha difeso le misure, affermando di non voler allontanare Mosca dal tavolo dei negoziati. Le decisioni hanno suscitato critiche da parte dei funzionari europei, con Kallas che ha definito l’accordo sul gasolio un “regalo a Putin”.

La Russia insiste su un accordo di pace a lungo termine che affronti le cause profonde del conflitto, respingendo l’idea di una tregua temporanea. Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha accusato Zelensky di minare ripetutamente i negoziati, suggerendo che qualsiasi accordo accettabile per Mosca e Washington minaccerebbe il potere del leader ucraino. Anche l’ulteriore sostegno finanziario a Kiev è diventato fonte di disaccordo all’interno dell’UE. Al vertice UE di venerdì a Bruxelles, Zelensky ha chiesto altri 70 miliardi di euro (78,5 miliardi di dollari) per il prossimo anno, oltre ai 90 miliardi di euro già promessi dall’Unione per finanziare lo sforzo bellico di Kiev.

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La caduta di Dobropolie ridisegna gli equilibri sul fronte del Donbass

Il 16 ottobre le forze russe hanno liberato Dobropolie, città strategica del Donbass la cui caduta, come evidenzia Mosca, apre la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'operazione un evento significativo nel corso dell'operazione militare speciale. In un'intervista a RT, il tenente colonnello Ivan Debitski, responsabile della pianificazione e della direzione dell'attacco, ha illustrato le difficoltà e le soluzioni tattiche che hanno permesso alle truppe russe di raggiungere l'obiettivo.

«Il nemico non se lo aspettava, e questo ci ha favorito», ha spiegato l'ufficiale, sintetizzando il ruolo della sorpresa nell'operazione. L'avanzata ha richiesto l'impiego coordinato di diversi sistemi d'arma, dall'artiglieria tradizionale ai razzi, fino ai droni utilizzati per colpire singoli obiettivi e colonne di mezzi corazzati. Particolarmente insidiosi si sono rivelati i droni predisposti lungo le strade, pronti a intervenire al passaggio dei veicoli militari ucraini.

La conformazione del territorio ha rappresentato uno degli ostacoli principali. Dobropolie sorge infatti su un'altura, posizione che garantiva alle forze ucraine un vantaggio nell'individuazione delle postazioni russe. Per ridurre l'esposizione al fuoco nemico, i militari russi hanno dovuto nascondere gli armamenti nelle aree boschive, operando in un contesto reso ancora più difficile dalla sorveglianza costante delle posizioni avversarie. Un aiuto importante è arrivato dalle condizioni meteorologiche. Nebbia, pioggia, nuvole basse e vento forte hanno favorito i movimenti delle truppe, limitando la visibilità.

«Queste sono ormai le nostre condizioni normali, quelle favorevoli», ha osservato Debitski. La conquista della città, tuttavia, non significa che i combattimenti siano completamente terminati. Secondo l'ufficiale, alcune unità ucraine isolate continuano a resistere all'interno di Dobropolie, anche se Mosca considera ormai raggiunto l'obiettivo principale dell'operazione. La caduta della città rappresenta un nuovo passaggio nella battaglia per il controllo del Donbass, dove la liberazione dei centri abitati e delle posizioni dominanti può modificare gli equilibri sul terreno.

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Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

 
 
 
 
 
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E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

 
 
 
 
 
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Molinari e lo spettro della "guerra ibrida" russa dietro le proteste (VIDEO)


Il giornalista Maurizio Molinari a La7 tocca nuove, inarrivabili vette di distorsione della realtà, scivolando apertamente nella promozione di teorie del complotto. Senza fornire la minima prova a sostegno delle sue tesi, l'ex direttore de La Repubblica e La Stampa, ha rilanciato la sempiterna narrazione delle "ingerenze russe" nelle proteste, nel palese tentativo di delegittimare il dissenso democratico come manovra straniera frutto di "guerra ibrida".

Nel suo sforzo di dare una parvenza di credibilità a questa tesi, Molinari ha persino richiamato recenti dichiarazioni del primo ministro britannico, Andy Burnham, riguardo una fantomatica ingerenza russa nel referendum per la Brexit. Un’affermazione clamorosamente smentita: sia l’ex premier Boris Johnson che il capo dell’MI5 hanno già chiarito in modo inequivocabile l’assenza di prove di un tale impatto sul voto, smontando alla radice questa retorica allarmistica.

Quando il giornalismo mainstream non ha più argomenti per contrastare le ragioni di chi scende in piazza, ricorre allo spettro del nemico esterno e della "guerra ibrida". 

Guardate il video e giudicate voi stessi: fino a dove si può spingere la propaganda mainstream?

 
 
 
 
 
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Canada: la Calgary Opera censura un artista per la sua solidarietà con la Palestina (VIDEO)

Vergogna in Canada. La Calgary Opera ha estromesso il basso-baritono Gabriel Sanchez-Ortega dalle future rappresentazioni della Tosca dopo che, durante il saluto finale della serata di apertura, ha sventolato una bandiera palestinese in solidarietà a un popolo vittima del terrorismo sionista. 

Sanchez-Ortega, giovane talento al primo anno del programma di sviluppo artistico della compagnia, ha visto il suo momento di gloria trasformarsi in un licenziamento. La direzione ha rilasciato un comunicato sterile, definendo il gesto "non autorizzato" e lamentando il "disagio" causato al pubblico e allo staff, annunciando freddamente che il ruolo di Angelotti sarà affidato a un altro artista. 

Ma l’arte è politica. Pretendere che gli artisti restino in silenzio di fronte alle atrocità del mondo significa snaturare la cultura stessa, riducendola a mero intrattenimento di regime. Punire un cantante per aver espresso il proprio sostegno al popolo palestinese, che sta subendo un genocidio, non è tutela della "civiltà", come ipocritamente afferma il comunicato, ma un atto di censura codarda contro chi ha il coraggio di alzare la voce contro l'ingiustizia. 

Il gesto di Sanchez-Ortega, che fa eco a episodi simili di resistenza artistica, risuona molto più forte di qualsiasi silenzio imposto. La lotta per la libertà, la verità e la dignità umana passa anche dai palcoscenici di tutto il mondo. 

 
 
 
 
 
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Le “democrazie” europeiste e la “guerra ibrida” della Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


20 ottobre. Certo che qualcuno si aspetterebbe un po' di fantasia, anche solo una minima dose di putrido eclettismo, quel tanto per inscenare un “pensiero” diverso, o quantomeno fantasioso. Invece no: quando la direttiva è quella della guerra alla Russia, ogni occasione è buona per cercare di inculcare nell'opinione pubblica la leggenda della “mano di Mosca”, responsabile della nebbia in Valpadana e della penuria di tartufi nelle Langhe. Quando poi la crisi assume aspetti che chiamano direttamente in causa le politiche affamatrici decretate da governi parafascisti agli ordini della finanza e dell'industria di guerra, allora non ci si dà più neppure la pena di salvaguardare le apparenze del “popolo sovrano”, come ha dimostrato, con fare inquisitorio degno di un editto da ancien régime, il ministro italico della guerra Guido Crosetto.

Quando poi tocca ai media guerrafondai delineare le “linee d'azione” su cui indirizzare le coscienze, si ripropone l'ormai esausto gioco delle parti, volto comunque a un unico, medesimo obiettivo: mettere sull'attenti contro la “mano di Mosca”.

Così, in una divisione dei compiti dettata dall'unica necessità di attrarre lettori geograficamente distanti, ma accomunati dal fiero dovere di difendere i “valori liberal-europeisti” - che a questo si riducono ormai i lettori dei fogliacci padronal-militaristi – la torinese La Stampa e il milanese “Corriere della Sera” mostrano approcci “diversi”, arrivando però a una medesima conclusione: la “mano di Mosca”.

Su La Stampa, in relazione alle manifestazioni di piazza, senz'altro qualificate come «violenze», si parte dalle parole del presidente della repubblica che, alla maniera dell'oracolo di Delfi, «evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa». Non sia mai, che qualcuno immagini si possa scendere in piazza contro un governo che “lavora per il bene degli italiani”: è chiaro che, dall'esterno – o meglio: dall'estero – una mano oscura briga per distorcere le coscienze dagli “alti valori” del sostegno a Kiev. Dunque, scrivono gli articolisti, i signori Ilario Lombardi e Ugo Magri, «Zero giustificazioni per violenze “inaccettabili” e vandalismi» da parte di Mattarella, che, però, al tempo stesso avverte «delle anomalie, aspetti della protesta che non sono chiari. Vi sono, avverte, “interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”... Va elaborata, aggiunge, “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”». Chi sarebbero? Ce lo dicono, scrive La Stampa, nientepopodimeno che il ministero della Difesa – sì: il ministero della guerra; quello che decide cosa debbano pensare le masse riguardo alle armi ai nazigolpisti di Kiev – e anche i «partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa».

Ecco fatto: la “mano di Mosca”; «non c’è nulla di esplicito, sia inteso», nelle parole di Mattarella, rassicurano i signori Lombardi e Magri. E allora provvedono loro a chiarire: «quell’espressione che evoca mandanti e soggetti anonimi risuona come un allarme a prestare la massima vigilanza sulle infiltrazioni straniere. L’inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino, alle prese con l’aggressione all’Ucraina e con le minacce ai suoi alleati europei». Quando si tratta di guerra alla Russia non si possono lasciare le parole a metà: bisogna dire la “verità” fino in fondo e questo è “dovere della stampa libera”, che si interroga su “misteri” come quello di come sia «nato il passaparola sul web, cosa l’ha innescato, chi c’è dietro certe strane sigle comparse come dal nulla alla vigilia delle devastazioni». Bisogna stare molto attenti: ad esempio, com'è che nella “libera” Italia, si possa ammettere che «al tavolo convocato alla prefettura di Napoli, mentre continuano i blocchi stradali contro il caro carburante», sieda addirittura «il presidente Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, nominato console onorario dalla Federazione russa. Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista». Siamo davvero messi male, urlano a La Stampa: la “mano di Mosca” fin nel cuore degli apparati statali! Poi, dovendo in qualche modo fingere “obiettività”, sono costretti a scrivere che «Ci sono ragioni profonde di disagio che nessuno osa negare, per il caro vita e la casa diventata un miraggio di lusso per tanti»; ma, attenzione, stridono, qualcuno potrebbe approfittare di quelle «ragioni profonde». E chi, se non i perfidi “autocrati” del Cremlino, che mirano a sabotare gli angelici governi para-fascisti, così attenti ai bisogni delle masse; e quei perfidi “autocrati”, mette sull'avviso il fogliaccio torinese, stanno senz'altro rafforzando «a pochi mesi da elezioni, in Italia e in Francia, decisive per il destino dell’Europa - la propria propaganda contro l’indipendenza dell’Ucraina e contro l’Unione fondata sull’idea democratica di una società aperta e tollerante». La democrazia e la tolleranza dei manganelli, da Milano, Torino, Genova a Parigi.

A queste perle “informative” fa eco, da Milano, il Corriere della Sera, con l'intervista benevolmente concessa dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij alla signora Marta Serafini, tra i più solerti corifei de la junta di Kiev. Cos', alla «inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino» de La Stampa, dal Corriere si risponde divulgando il “verbo” del jefe de la junta: «anche l'Italia è vittima della guerra ibrida di Putin». Non ci sarebbe da aggiungere altro: dal marxengelsiano “Ein Gespenst geht um in Europa”, a la “mano di Mosca” überall in Europa. Nel catechismo zelenskiano, presentato come “intervista”, si spazia ovviamente dalle questioni di Starlink, ai rapporti con Trump, dai Patriot che mancano, alla NATO, alle amorevoli note della signora Serafini che ravvisa in Zelenskij «i segni della fatica di chi guida un Paese in guerra da più di quattro anni e mezzo» - chissenefrega delle masse ucraine, che fanno la fame, quando non riescono a fuggire da un paese ridotto in schiavitù dai nazisti agli ordini di Londra, Berlino, Parigi – dagli ammiccamenti della stessa signora sulla possibilità che Trump esca sconfitto dal voto di novembre, alle ulteriori decine di miliardi che la UE dovrebbe elargire a Kiev, fino al “lavoro comune” sulle armi evocato dal nazigolpista.

Ma, quello che qui interessa arriva dopo: alla domanda «Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Ha considerato che la propaganda russa possa sfruttare un tema così sensibile per dividere l’Europa?», ecco che il giullare nazigolpista risponde che Moskva «conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio e continuerà a farlo. Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti e in Ucraina».

Quindi la sviolinata d'obbligo: dice Zelenskij che con «Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto... L’unione europea non è perfetta. So che ad alcuni non piace neppure la parola Bruxelles. Ma quell’unione di democrazie esiste, è stata costruita e l’Ucraina vuole farne parte. Oggi quelle democrazie vanno anche difese: noi siamo tra i loro difensori. Anche i politici che dubitano di noi dovrebbero essere sicuri di voler proteggere la democrazia, la libertà, l’economia e i cittadini dei propri Paesi».

Grazie, signor Zelenskij, per augurare alle masse italiane di continuare ad avere la fascista di governo quale «guida stabile per l'Italia»; c n'é davvero tanto bisogno. Grazie, signor Zelenskij, per l'elogio di «quelle democrazie» europeiste e per il fatto che i nazigolpisti siano «tra i loro difensori».

La “democrazia” spiegata dai nazigolpisti ai popoli  che “stanno sbagliando". Manca ancora qualcosa?

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Comprendere lo Yemen in dialogo per l’Italia

 

di Roberta Rivolta

 

È nata come un’idea balzana, di quelle che guizzano improvvise tra i pensieri una sera, mentre stai per addormentarti, e non ci fai quasi caso. Ma poi ritorna, e cominci a guardarla meglio, a soppesarla, a dirti: perché no?

Allora fai un passo, vedi se il terreno regge, ne fai un altro. Lanci un segnale, trovi un paio di persone, a centinaia di chilometri di distanza, che lo raccolgono.

È cresciuto una tappa alla volta, questo progetto. Un dettaglio alla volta. Quasi non ci credevamo neanche noi. Nove incontri per l’Italia per presentare Tim Anderson e il suo libro sullo Yemen, un paese ancora poco conosciuto dalle nostre parti ma che in questi mesi sta scrivendo la storia dell’Asia Occidentale, se non del mondo intero.

Siamo partiti in tre da Milano – io, Tim e il mio compagno, Stefano – con l’inno nazionale dell’Iran che usciva dalle casse della nostra vecchia auto, la bandiera dello Yemen sul sedile e la testa piena di domande, riflessioni, aspettative, apprensione.

Siamo tornati con 3.200 chilometri in più sul display del cruscotto, omaggi e numeri di telefono raccolti nel corso delle nove tappe. Una rccolta di poesie dedicate al popolo palestinese.

In mezzo, un carosello di emozioni, stimoli, aneddoti, considerazioni;; su Ansarallah, sull’Asia Occidentale, sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra, sull’attivismo in Occidente. Mille ricerche in rete, a verificare notizie, dati storici, curiosità turistiche. Perché, visto attraverso gli occhi di uno straniero che non ci è mai stato, il nostro paese assume sempre contorni inediti. L’attenzione di Tim si posa su dettagli che noi non notiamo più, propone nuove angolazioni di lettura, suggerisce analogie inaspettate.

Le statue a Vittorio Emanuele II, per esempio, a cui avevo smesso di prestare attenzione, e che sono disseminate in tutte le piazze d’Italia, quasi a voler ingenerare un sentimento nazionale che si sapeva fragile e controverso. A suo modo, una propaganda mediatica ante litteram. Non posso non spiegare a Tim Anderson che l’unità d’Italia è stata maturata attraverso un percorso lungo e tortuoso, elaborata con fatica in questi pochi secoli più che determinata politicamente dal gesto eclatante di Garibaldi. E per certi versi è ancora precaria; ancora tira sulle cuciture, soprattutto nei momenti di difficoltà o quando qualcuno va a rintuzzare rancori irrisolti.

Mi sono sempre chiesta quanto avrebbe tenuto la nostra nazione se la CIA avesse deciso di soffiare sul fuoco dei separatismi, come ha fatto in Siria e in Yemen, e come ancora cerca di fare ovunque, dall’Iran alla Cina.

In Yemen gli è andata male. L’intera popolazione, divisa in passato tra colonizzatori diversi, ha lottato strenuamente per riconquistare l’unità nazionale. E non appena gli stati del Golfo hanno paventato nuove ripartizioni, si è sollevata. È così che è arrivato al potere Ansarallah. Il popolo yemenita ha rispedito al mittente a suon di missili il “divide et impera” tanto caro agli imperialisti occidentali.

Di imperi e imperialismi siamo esperti anche noi italiani. La dialettica della storia si srotola lungo la geografia della penisola; perché ogni viaggio nello spazio è anche un po’ un viaggio nel tempo.

E noi siamo partiti da piazza Fontana e piazza della Loggia, ferite recenti inferte dall’impero statunitense, nel corso di quella colonizzazione silenziosa e taciuta che ci ha strappato di mano il timone della nostra storia. Abbiamo poi proseguito a ritroso nei secoli, attraverso la potente Venezia dei Dogi, attraverso l’ ancora più potente Roma imperiale, per chiudere il nostro viaggio nella Cosenza dei Bruzi, popolazione indomita che oppose una lunga e strenua resistenza alla conquista latina.

Nel mezzo, nove presentazioni, dunque, e tanti incontri, tante facce e tanti pensieri diversi, in uno scambio stimolante e istruttivo.

Nel mezzo l’Italia in tutta la sua ricchezza e la sua bellezza. L’Italia non è una nazione, è un caleidoscopio; di storia, arte, lingue, tradizioni, paesaggi, cibi. A percorrerla tutta così, un po’ di corsa, quasi ti gira la testa.

Eppure ovunque, letteralmente ovunque, ci accompagnava un sentimento costante: la solidarietà con la Palestina. È scritta sui muri di tutto lo stivale, la si ritrova nelle vetrine dei negozi, alle finestre delle case, nei volantini attaccati con lo scotch ai pali della luce. È nei sorrisi delle persone che per strada applaudono alla maglietta che indossi, nell’orgoglio di chi ti ferma per raccontarti che “la turista con la bandiera israeliana che è stata fischiata dai passanti qualche giorno fa... è successo qui, proprio qui davanti”. Le strade d’Italia sono un abbraccio solidale con il popolo palestinese. A dispetto di una classe politica che non li merita, gli italiani hanno capito benissimo chi sono gli aggressori e chi le vittime in quel minuscolo lembo di terra.

 

Eppure non è abbastanza. Ed è per questo che Tim Anderson si trova in Italia in questo momento. Perché è ora di fare un passo in più.

 

Condivido le posizioni politiche di Tim Anderson quasi alla virgola. Non è un caso. Da quando l’ho scoperto, come autore e come attivista, l’ho scelto come mia guida, la voce di riferimento di cui avevo bisogno.

Perché, come ho raccontato in alcuni incontri, è stato il primo autore occidentale in cui ho riconosciuto la rarissima capacità di sostenere le lotte anticoloniali senza sovrapporvi le proprie aspettative, senza trasformare quei popoli in strumenti di realizzazione per procura dei propri sogni e ideali politici.

Non è cosa banale. Per quanto solidali con i popoli colonizzati, noi non vi apparteniamo. Non siamo palestinesi, né iraniani. Non siamo yemeniti. Non siamo africani, né sudamericani. E non ci è consentito ignorare questa “estraneità”. Non è politicamente utile né legittimo porsi sul loro stesso piano; fingere di non vedere il peso e il segno diverso di cui, per molteplici ragioni, si carica il nostro agire quando trasportata in quei pesi. Ci vuole tanta consapevolezza e maturità politica per essere solidali, in modo attivo e concreto, conservando uno sguardo lucido sulle rispettive prerogative, e rispettando fino in fondo e con sincerità il principio di autodeterminazione dei popoli.

Ecco perché avevo deciso già da parecchio che avrei tradotto il primo libro che Tim avesse scritto, dopo il suo ultimo, West Asia after Washington, mai uscito in italiano. Ed è stata una fortunatissima coincidenza che si sia trattato di una raccolta di saggi su Ansarallah.

Anche io sapevo molto poco di Ansarallah. E il testo curato d Tim l’ho divorato, più che tradurlo, dalla fame che avevo di apprendere di più su questa formazione che, contro ogni aspettativa, ha sfidato i giganti (i mostri) del pianeta, uscendone vittoriosa e rigettandosi nella mischia solo pochi mesi dopo, al fianco dei fratelli palestinesi. La mia ammirazione e il mio rispetto per Ansarallah e per l’intero popolo yemenita sono cresciuti capitolo dopo capitolo.

Ed è stato meraviglioso ritrovare la stessa ammirazione e lo stesso rispetto negli sguardi e nelle parole di tante persone che sono venute alle presentazioni.

Ansarallah ci offre un’opportunità unica, diceva Tim, perché nessuno li conosce e la curiosità è ancora genuina, le menti sono ancora aperte, disponibili ad ascoltare.

Dello Yemen si è parlato solo quel poco che bastava per lamentare la crisi umanitaria – tacendone le origini – sciacquarci la coscienza e voltarci altrove. La propaganda occidentale non ha ancora attivato a pieno ritmo la macchina del fango per inimicare l’opinione pubblica alla causa yemenita. Non sono ancora partite le campagne infamanti e diffamatorie, la rete non è stata ancora inondata di notizie false, insinuazioni velenose, prodotti culturali apparentemente innocenti ma in realtà volti a proiettare nelle menti degli occidentali immagini distorte di quel paese. Amnesty International non ha ancora lanciato alcun appello sulla spia del Mossad travestita da padre di famiglia, le femministe e i femministi nostrani ancora non si strappano i capelli se in Yemen le ragazze indossano l’hijab e non scorrazzano per gli skatepark vestendo jeans imitazione Giorgio Armani.

Purtroppo la propaganda occidentale, infatti, non è alimentata solo dai media di governo, ma anche da una bella fetta di canali “alternativi” che si appropriano quotidianamente della storia altrui a uso e consumo del proprio immaginario. Una volta si scandiva in piazza lo slogan colonialista “Palestina libera, Palestina, rossa”. Oggi neanche i pochi, pochissimi comunisti sopravvissuti osano invocare una Palestina rossa, ma tanti, troppi “filopalestinesi” storcono il naso sulla Palestina “verde”, nonostante il popolo palestinese sia in stragrande maggioranza musulmano, credente e praticante.

Dello Yemen sappiamo ancora poco, e forse anche le immagini dei combattenti “in ciabatte”, così distanti dalla tracotanza visiva delle divise militari occidentali, scoraggiano qualunque tentativo di sovrascrittura occidentale. A noi occidentali è stato insegnato che è sbagliato notare le differenze, che bisogna sentirsi tutti uguali e che è su questa uniformità che si fonda la solidarietà. Io non sono d’accordo. Condizionare il rispetto dell’altro alla sua assimilazione ai nostri canoni è un’operazione autoritaria. Significa rinunciare alla vera solidarietà, che abbraccia l’altro nella differenza, e riconosce che la differenza è una risorsa e non un ostacolo.

Ma torniamo al nostro viaggio, e alla splendida opportunità che lo Yemen ci ha dato di parlare di rispetto della lotta di resistenza, dello spirito di indipendenza, del coraggio, del valore di un popolo diverso da noi.

È stato questo abbraccio il valore più alto che ho raccolto nel corso dei nove incontri. L’ammirazione sottesa alla curiosità: ma come hanno fatto? Perché l’hanno fatto? Domande vere, interesse genuino, non le domande pretestuose – che già sottendono le risposte – che vengono spesso formulate su altri protagonisti della storia contemporanea.

L’Iran, per esempio.

Già, l’Iran.

L’Iran è la cartina di tornasole, mi dice Tim una sera. Quello che intende è che la posizione sull’Iran è dirimente. Distingue la risposa emotiva inconsapevole, apolitico, quando non addirittura ipocrita, dalla maturazione di posizioni politiche coerenti e di una solidarietà consapevole. L’Iran è oggi ciò che è stata la Siria per oltre un decennio, mi dice.

Non è un caso che sia proprio sull’Iran che il movimento “filopalestinese” si spacca. È sempre e solo sull’Iran che le domande e le conversazioni durante e dopo gli incontri si fanno a volte stridenti.

Prima di ogni presentazione raccontavo a Tim ciò che sapevo sugli organizzatori e sul pubblico che avremmo potuto aspettarci, E la domanda centrale a cui cercavo di rispondere ogni volta era, immancabilmente:, “qual è la loro posizione sull’Iran”.

E allora lo vedevo calibrare i suoi interventi, insistere su questo punto dove riteneva fosse opportuno farlo. Esprimere a parole chiare un concetto semplice ma fondamentale: oggi non esisterebbe più un popolo palestinese se non esistesse la resistenza palestinese. E la resistenza palestinese non esisterebbe se non esistesse l’Iran.

 

A pensarci, questo tour sullo Yemen in realtà era anche un tour sull’Iran.

Perché l’Iran campeggia dietro ogni movimento di resistenza nella regione. L’Iran è il padre dell’Asse della Resistenza: progetto voluto da Khamenei e costruito militarmente dal generale Qassem Soleimani. È dalla rivoluzione iraniana che parte tutto.

In Occidente facciamo fatica a riconoscerlo, perché ci detronizza, ci scavalca. Ma è quello il nodo da sbrogliare. Finché non si abbatte questo muro di diffidenza e ostilità verso l’Iran, la solidarietà con la Palestina non si trasformerà mai in vera lotta anticolonialista, e remerà inevitabilmente a favore di Israele, magari un Israele meno cruento, meno sfacciatamente genocida, ma ugualmente colonialista e oppressore.

Non è vero che Ansarallah sia un proxy dell’Iran, ma è vero – come ha ripetutamente ribadito Tim a ogni incontro – che i due paesi sono accomunati da rivoluzioni speculari. Rivoluzioni anticolonialiste animate da principi religiosi. Il punto di contatto tra lo sciismo iraniano e lo zaidismo yemenita è la forte componente politica, il valore della ribellione all’oppressione. E, nel rispetto delle differenze, ogni sincero socialista, ogni essere umano che crede nel valore della giustizia non può che sostenere senza riserve queste nazioni nobili e indomite nella loro lotta per la propria autodeterminazione.

Ed è proprio di questo che ci ha permesso di parlare lo Yemen: di autodeterminazione.

E ce l’ha permesso perché, come dicevo, ancora la propaganda di guerra non si è mobilitata appieno contro Ansarallah. La propaganda di guerra è disattenta nei confronti delle nazioni “povere” quanto lo siamo mediamente noi. Sono i piani bellici di Washington ad allertare il nostro establishment sull’uno o sull’altro obiettivo e lo Yemen, come diceva Tim Anderson, finora è sfuggito ai radar dell’Occidente. L’abbiamo sottovalutato, e l’hanno sottovalutato i nostri leader, o padroni.

Scherzando gli ho risposto: “non ne parlano male perché anche loro non ne sanno niente. Probabilmente leggeranno il tuo libro per carpire i dati su cui costruire le campagne di disinformazione”.

Ma per una volta siamo partiti noi per primi. Per una volta non abbiamo dovuto agire in reazione, per una volta il testimone è in mano nostra. Passiamocelo, diffondiamo informazione perché si riducano gli spazi in cui possano attecchire le loro menzogne.

Come commentava un compagno al telefono, mentre risalivamo la penisola, è ora di mettere da parte la spocchia dell’Occidente e andare da questi popoli con il cappello in mano a chiedere lumi, a farci spiegare: ma voi come avete fatto?

Il popolo yemenita ha tanto da insegnarci. Ascoltiamolo e impariamo.

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