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‘Vivono tra noi’: il giornalista Daniel Lavelle indaga l’America degli Ufo

C’è vita senziente nell’universo? E sul pianeta terra?

Ci sono persone che guardano il cielo per rintracciare dischi volanti e altre che lo guardano per cercare qualcuno che possa finalmente spiegare loro perché le cose, quaggiù, sono andate così male.

Il giornalista britannico Daniel Lavelle fa un’inchiesta sugli alieni, e soprattutto su quei curiosi gruppi umani che credono alla vita extraterrestre fino a far diventare la ricerca di una conferma il motivo della propria esistenza. In Vivono tra noi, dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto (Iperborea), Lavelle compie un viaggio attraverso gli Usa nei luoghi e tra le persone che hanno dedicato tutto a questo culto. Incontra ufologi, militari, sedicenti esperti, persone convinte di essere state rapite dagli extraterrestri e altre persuase di provenire direttamente da qualche remoto sistema stellare.

È un viaggio dentro un’America che ha trasformato il sospetto in una forma di conoscenza e il mistero in una merce da vendere. Un’America nella quale il confine tra una domanda scientifica legittima e una convinzione delirante può diventare sottile come la linea luminosa di un oggetto non identificato. È un intreccio di storie inverosimili, alcune buffe, altre terrificanti.

A volte prendono strade bizzarre, come quando si intreccia l’ufologia con la religione: “La Bibbia non parla apertamente di alieni, ma credo che siano angeli venuti a metterci in guardia perché stiamo distruggendo il mondo”, gli dice a un certo punto uno dei personaggi intervistati da Lavelle.

Ma gli alieni sono soltanto il pretesto del libro. Il vero oggetto dell’indagine di Lavelle è il bisogno umano di credere che esista qualcosa dietro le cose, un disegno nascosto, una verità che qualcuno ci impedisce di conoscere. Non importa se a custodirla siano il governo, i servizi segreti o una civiltà venuta da un’altra galassia. L’importante è che il mondo non sia esattamente quello che sembra. Perché accettare che la realtà sia spesso banale, ingiusta e priva di un significato prestabilito richiede una forma di coraggio che non tutti possiedono.

Il complottismo, in questo senso, è una religione senza chiesa. Offre ai suoi fedeli un nemico, una comunità e soprattutto una missione: smascherare la menzogna. Chi crede non è più una persona qualunque, smarrita nella confusione del presente. È qualcuno che sa. Lavelle osserva questo universo con curiosità e scetticismo, senza rinunciare all’umorismo. Il suo sguardo non è quello del cacciatore di mostri che vuole tornare a casa con una fotografia sensazionale, ma quello del cronista che si domanda che cosa spinga una persona a trascorrere la vita aspettando una rivelazione.

Forse, più che incontrare gli alieni, queste persone vogliono incontrare una versione diversa di se stesse: vogliono sentirsi speciali, prescelti, depositari di un sapere che gli altri non possono comprendere.

È qui che il libro smette di parlare soltanto di Ufo e comincia a raccontare il nostro tempo. Perché la fame di verità assolute non riguarda solo chi scruta il cielo del Nevada. Attraversa la politica, i social network, le comunità digitali nelle quali ogni informazione può diventare una prova e ogni smentita un ulteriore indizio della cospirazione.

Forse, alla fine, il nostro desiderio di credere negli extraterrestri non nasce tanto dalla speranza di incontrare una civiltà superiore, quanto dalla delusione nei confronti della nostra. Il buio e il silenzio del cosmo con le sue domande forse fa meno paura di quello che vediamo attorno a noi.

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Cosa racconta di noi la borsa che portiamo? Dai modelli con il telefono incorporato alle pochette in cui non entra nulla, 300 oggetti svelano due secoli di abitudini, desideri e contraddizioni

C’è una borsa americana degli anni Settanta in vinile nero lucido che nasconde un vero telefono funzionante, con tanto di cornetta a fare da manico e cavo incorporato. Ce n’è un’altra, coeva, il cui corpo è intrecciato interamente piegando pacchetti di sigarette Camel. E poi c’è un’incredibile (e inquietante) “Armadillo Purse” degli anni Quaranta, che conserva intatti il carapace, la testa e le zampe dell’animale, impreziositi da strass. Se siete alla ricerca del solito catalogo patinato dedicato alle “It-Bag” inarrivabili o alla storia dei grandi marchi del lusso, siete fuori strada, e di molto anche. La borsa. 200 anni, 5 continenti, il volume a cura di Antonio Mancinelli pubblicato da Marsilio Arte (256 pagine, 50 euro), prende l’oggetto più codificato dal mondo della moda e lo spoglia della sua banale dimensione di status symbol. Perché, come riassume brillantemente il curatore, “se l’abito presenta il personaggio, la borsa conserva le prove”.

Il “sé portatile” diviso per occasioni d’uso

Il libro, arricchito da un saggio del filosofo Emanuele Coccia e dai puntuali contributi della giornalista Beatrice Manca, firma di FqMagazine, è una vera e propria cosmogonia dell’accessorio per eccellenza. Al centro dell’opera ci sono 300 esemplari rigorosamente selezionati fra gli 850 che compongono la sterminata collezione privata di Roberta Butti. Mancinelli rifugge la noiosa classificazione cronologica o la divisione per brand, scegliendo un approccio squisitamente antropologico: le borse sono divise in dodici sezioni che ricalcano le circostanze della vita. C’è il giorno e la sera, il tempo libero e le vacanze, il viaggio, l’infanzia, fino ad arrivare alle invenzioni eccentriche e al recupero dei materiali (come la geniale borsa della Plastic Fashions Inc. degli anni Cinquanta, tessuta con i fili colorati del telefono, o la più recente Spaghetti Bag di Moschino a forma di piatto di pasta). La domanda che guida la catalogazione è sempre concreta: che cosa doveva fare la persona per la quale questo oggetto è stato costruito?

È qui che si inseriscono le intuizioni di Beatrice Manca, che esplora il rapporto tra la borsa, il corpo e l’emancipazione femminile. Passare da una capiente borsa da giorno a una microscopica minaudière da sera cambia radicalmente la postura e l’autonomia di chi la indossa. Analizzando le microscopiche borse da cerimonia, Manca offre una delle chiavi di lettura del volume: “Meno è funzionale, più è appropriata”. A chiunque abbia lottato per infilare chiavi e telefono in una pochette rigida, la spiegazione parrà un’epifania: quella sproporzione tra la scomodità e l’aiuto offerto ha una precisa ragione sociale, poiché “rappresenta il privilegio dell’ospite di non dover far nulla, se non prendere parte a un evento”.

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La “Carrier Bag Theory”: il primo strumento umano

Nel saggio introduttivo Portatili romanzi, Mancinelli spinge la riflessione fino agli albori della civiltà. “La borsa è la risposta culturale al bisogno di portare con sé più di quanto le mani possano reggere”, scrive, definendola un vero e proprio “arto culturale” aggiuntivo. Il libro riprende la Carrier Bag Theory di Elizabeth Fisher, resa celebre da Ursula K. Le Guin, secondo cui il primo strumento inventato dall’essere umano non fu l’arma (il bastone o la lancia), bensì il recipiente. Un’ipotesi affascinante, supportata da ritrovamenti clamorosi come la sacca cucita alla cintura di Ötzi, la mummia del Similaun vecchia di cinquemila anni. Mettere qualcosa in una borsa per conservarlo o condividerlo segna l’inizio della cooperazione sociale.

I gesti, le icone e la teoria delle “mani occupate”

Un ulteriore livello di lettura è offerto dalla ricchissima e inedita ricerca iconografica. Il volume non si limita a isolare gli oggetti su sfondi asettici per esaltarne cuciture, bordi e chiusure, ma li restituisce alla fisicità di chi li ha posseduti. Attraverso scatti d’archivio che immortalano donne comuni accanto a icone come Jacqueline Kennedy, Jane Birkin, Ornella Vanoni e Raffaella Carrà, il libro indaga come l’accessorio modifichi la postura a seconda di come viene impugnato o stretto al corpo. Un’indagine visiva che si sposa perfettamente con la teoria formalizzata da Audrey Wollen, citata nel volume, secondo cui l’essere umano è di fatto un animale “con le mani occupate”: necessita fisiologicamente di un contenitore in cui riporre il proprio mondo per poter continuare a muoversi liberamente nello spazio.

Il peso degli imprevisti e il “maltrattamento” estivo

La relazione tra corpo e oggetto esplorata nel libro passa anche per la nevrosi del quotidiano. Manca, infatti, analizza la borsa da giorno come un contenitore che deve essere soprattutto “affidabile“, destinato a farsi carico di tutto ciò che “potrebbe servire”. Una formula in cui si riconoscerà chiunque abbia trasportato per mesi pesi inutilizzati, assecondando l’ansia di dover fronteggiare ogni possibile imprevisto. Diametralmente opposto è il destino della borsa da mare, progettata letteralmente “per essere maltrattata”. Stipata nei cestini delle bici, usata all’occorrenza come cuscino e abbandonata sotto il sole, diventa il ricettacolo caotico di conchiglie, scontrini, elastici e cosmetici dimenticati. La prova definitiva di come ogni modello detti regole di ingaggio e livelli di cura completamente diversi.

Da Topolino a Hello Kitty: il gioco di immaginarsi adulte

Il catalogo emotivo della collezione Butti non trascura nemmeno le prime fasi della vita, ospitando portapranzi di Hello Kitty e una microscopica borsa Whiting & Davis (appena sette centimetri per nove) dedicata a Topolino e Minnie, realizzata in maglia metallica e smalto. Come osserva Beatrice Manca, la borsetta infantile svolge una duplice funzione psicologica: se da bambine rappresenta lo strumento perfetto per il gioco di immaginarsi adulte, scimmiottando l’autonomia materna, anni dopo offre a una donna fatta e finita il piacere rassicurante di ritrovare un personaggio familiare. È così che l’immaginario colorato e “zuccheroso” dei Looney Tunes o di Sailor Moon viene sempre più spesso fagocitato dalle grandi Maison, assecondando il desiderio di tornare a un’età in cui le vere responsabilità erano, fortunatamente, custodite nelle borse degli altri.

Un atlante geografico ed emotivo

Sfogliare il volume significa viaggiare. Dallo zaino ifugao delle Filippine in midollino, al namakdan turkmeno in lana usato per trasportare sale sul dorso dei cammelli, fino a una borsa yoruba nigeriana degli anni Cinquanta destinata ai riti di divinazione. Non mancano i souvenir commerciali ante litteram, come la borsa irochese decorata con perline di vetro del 1870 che reca la scritta “FROM NIAGARA FALLS”. Dietro questa formidabile mappatura c’è l’anima della collezionista, Roberta Butti. Per lei, che da bambina inventava storie guardando le cartoline e l’atlante regalatole dal nonno, la borsa è sempre stata “quel piccolo mondo portatile, segreto e inaccessibile che accompagna ovunque le signore”. “C’è chi usa la parola e scrive per narrare, io ho costruito una narrazione tramite un oggetto“, confessa Butti nelle battute finali del libro. Un approccio che respinge la sterilizzazione del feticcio di lusso per abbracciare la vita vissuta degli oggetti. “Rifiuto i restauri che levigano il passato fino a renderlo anonimo”, conclude la collezionista. “Velluti consunti, cuciture stanche e patine restano al loro posto”. Perché una fodera lisa o una chiusura graffiata non sono difetti da nascondere, ma le prove inconfutabili di un’esistenza.

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Rileggere l’operaismo: tre libri fondamentali, con un affondo speciale su ‘Operai e Stato’

Per tornare sull’operaismo italiano al di là delle formule stereotipate o delle letture di comodo maturate negli anni successivi, esistono tre volumi pubblicati da DeriveApprodi che offrono una bussola imprescindibile: L’operaismo degli anni Sessanta (a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana), Gli operaisti (a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero) e il volume collettivo Operai e Stato. Si tratta di tre testi differenti per struttura e finalità, ma uniti dall’intento di ricostruire la vicenda di un gruppo di intellettuali e militanti che, tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta, provò a decifrare le trasformazioni profonde della classe operaia e del capitalismo italiano.

Apparso per la prima volta all’inizio degli anni Settanta, Operai e Stato rappresenta senza dubbio un pilastro del pensiero operaista e un testo fondamentale per la formazione di un’intera generazione di militanti. Il volume affronta una vastissima gamma di nodi teorici e storici, a partire dalle teorie sull’organizzazione politica e la composizione di classe tra la fine dell’Ottocento e l’ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra. A questo si affiancano l’analisi dello sviluppo capitalistico attraverso la lezione di John Maynard Keynes, le sue applicazioni pratiche nel New Deal rooseveltiano e l’esame comparato dei grandi cicli di mobilitazione internazionale, dalle vertenze britanniche fino al ciclo di scioperi negli Stati Uniti.

In tutti i saggi che compongono il libro, la critica dell’ideologia e la ricostruzione storica procedono di pari passo. Il merito principale del volume è stato quello di abbattere un grande tabù della storiografia del movimento operaio tradizionale: la rigida e artificiosa separazione tra le lotte di classe americane e quelle europee, proponendo invece una lettura dei processi capitalistici in una prospettiva globale e interconnessa.

All’interno di questo quadro teorico, di particolare pregio è il saggio firmato da Mauro Gobbini, dedicato alla grande vertenza britannica del 1926. Più che di rivolte spontanee o disordinate, si trattò di uno Sciopero Generale (General Strike): la più imponente e organizzata mobilitazione operaia della storia della Gran Bretagna, capace di paralizzare il Paese per nove giorni coinvolgendo oltre 1,7 milioni di lavoratori.

Gobbini non rientra tra i nomi più celebrati o mediatici dell’operaismo, ma incarna una precisa e rigorosa filosofia politica: non apparire, ma dare la propria interpretazione rimanendo dentro la massa e dentro il movimento. La sua testimonianza e la sua analisi offrono una prospettiva unica sul lavoro politico quotidiano, radicato nelle fabbriche e nel vivo delle discussioni tra compagni.

La formazione di Gobbini — fortemente influenzata dall’esperienza sul campo in Sicilia al fianco di Danilo Dolci — tiene insieme economia, sociologia, condizioni materiali e organizzazione sociale. Nel suo saggio in Operai e Stato, così come nella sua pratica militante, emerge con forza un rifiuto netto di qualsiasi impostazione verticistica: la linea e la strategia politica non vengono calate dall’alto sulle masse, ma nascono dal basso, elaborate a partire da ciò che accade concretamente nei luoghi di lavoro. Attraverso una verifica quotidiana si analizzano direttamente sul campo i turni, gli accordi sindacali, i cambiamenti della produzione e le reali esigenze operative degli operai.

È proprio questo metodo basato sull’inchiesta e sulla presenza costante davanti ai cancelli a rappresentare il cuore autentico dell’esperienza operaista. Al contempo, è anche il punto in cui Gobbini individuerà i limiti successivi del movimento: il momento in cui la pratica della verifica quotidiana cederà progressivamente il passo alla competizione tra organizzazioni e alla ricerca esasperata di una direzione politica centralizzata.

Leggere oggi questi tre libri — e in particolare rimettere al centro la densità teorica e militante di Operai e Stato — significa sottrarre l’operaismo alla polvere degli archivi. Non consegnano una verità dogmatica o preconfezionata, ma mettono a disposizione strumenti d’analisi ancora vivi per continuare a rispondere alla domanda originaria da cui tutto era iniziato: come comprendere ciò che sta cambiando nella società e nel lavoro prima che quel cambiamento diventi una storia già scritta.

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“L’eleganza non è sovrabbondanza, ma sottrazione”: dall’abbronzatura di Coco Chanel alle curve di Rubens, Philippe Daverio svela come la storia ha cambiato i canoni della bellezza nel suo libro postumo

Basta abbassare lo sguardo su un paio di scarpe di cuoio stringate o abbottonare fino al collo una giacca maschile per accorgersi di indossare, letteralmente, un reperto storico. Le calzature sono identiche a quelle dei signori del 1880; il taglio della giacca tradisce una chiara derivazione militare, e l’abbinamento con pantaloni dello stesso colore risponde ancora all’antica logica dell’uniforme. Parte esattamente da qui, dalla superficie concreta degli oggetti quotidiani e dalle parole che pronunciamo per inerzia, Le origini dell’eleganza. Un viaggio nella storia dell’arte per capire noi stessi (Solferino, 224 pagine), libro postumo di Philippe DAverio.

A sei anni dalla scomparsa del critico dal papillon rosso e dal ricciolo barocco, il volume raccoglie e ordina le lezioni tenute alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano. Il lavoro di curatela, affidato al figlio Sebastiano, non ha lo scopo di musealizzare un pensiero, ma di mantenerlo vitale: “Quello che mi interessa è che l’eredità di Philippe non diventi qualcosa di immobile”, spiega il figlio. “Non limitarsi a conservare un archivio, ma permettere a quei pensieri di incontrare persone nuove“. Ne scaturisce un libro che rifiuta l’impostazione del manuale accademico per abbracciare lo stile inconfondibile di Daverio: la conversazione colta, aneddotica ed elegantemente provocatoria.

L’etimologia come arma: l’invenzione del Classico e della Moda

Daverio procede per continui cortocircuiti logici. Prende i concetti assoluti dell’estetica occidentale e li riporta brutalmente alla loro radice materiale, tecnica o politica. L’aggettivo “classico“, ad esempio, prima di definire un canone dell’arte, indicava a Roma una fascia fiscale. Quando Servio Tullio suddivise i cittadini in base al reddito, stabilì che i “classici” (gli appartenenti alla prima classe) erano gli unici abbastanza ricchi da potersi comprare l’equipaggiamento militare completo. Di conseguenza, combattevano in prima fila. Il principio era brutale: chi guadagna di più ha il diritto di morire per primo. Solo secoli dopo la parola è scivolata dalle trincee alle biblioteche.

Altrettanto folgorante è la genesi del “moderno“. A metà dell’XI secolo, in Francia, le cancellerie scoprono che la penna d’oca permette di scrivere dieci volte più velocemente del vecchio calamo. Questo nuovo strumento spezza l’armonia tondeggiante della scrittura, imponendo un tratto nervoso, verticale e appuntito che dalle pergamene finirà per contagiare persino l’architettura delle cattedrali gotiche. Quella nuova scrittura veloce si chiamava modus parisiensis: dalla sua contrazione, sostiene Daverio, nasce la parola “moderno”, e di conseguenza il concetto stesso di “moda”.

Lusso contro Eleganza: il peso dell’oro e l’arte di togliere

Nella seconda metà del saggio si consuma un affascinante divorzio linguistico e concettuale: quello tra lusso ed eleganza. Attraverso la comparazione tra lingue, Daverio smonta l’idea di una bellezza universale. Nel mondo germanico, la parola bello (schön) rimanda a scheinen (brillare): è una questione di ostentazione muscolare, di quantità di materia, che attraversa i secoli dalle coppe micenee fino agli interni sovraccarichi delle odierne berline tedesche.

Nella tradizione latina, al contrario, il lusso (da lux, ciò che luccica) era considerato una degenerazione morale da arginare per legge. Il valore assoluto risiedeva nell’eleganza, termine che deriva da exlegere, ovvero “trarre fuori”, “selezionare”. Era il gesto con cui i censori romani sceglievano i senatori, riconoscibili non per lo sfarzo, ma per una sobria toga candida con un orlo purpureo. L’eleganza, conclude Daverio, “non è sovrabbondanza, ma sottrazione”. È la medesima misura aurea che i Greci usavano battendo l’oro fino a renderlo una foglia leggerissima, e che il miglior design italiano sapeva infondere nelle linee pulite di una Lancia storica.

Il corpo femminile come termometro geopolitico

Se la bellezza non è un’idea platonica ma un patto sociale mutevole, nulla ne registra le scosse meglio del corpo femminile. Le figure esili e diafane dipinte da Botticelli sono lo specchio di una Firenze ricca e sedentaria, mentre i corpi muscolosi scolpiti da Michelangelo rispondono all’urgenza delle guerre d’Italia (“meglio avere un fisico pronto a scattare”). La celebre “cellulite barocca” e le carni opulente delle donne di Rubens sono invece un esorcismo pittorico contro la fame nera della Guerra dei Trent’anni.

Il Novecento ribalta nuovamente il paradigma. L’abbronzatura, per secoli marchio d’infamia legato al lavoro nei campi, diventa status symbol nell’estate del 1923, grazie a una vacanza di Coco Chanel in Costa Azzurra. Il boom calorico del secondo dopoguerra trova la sua incarnazione formosa in Sophia Loren, subito soppiantata nei ruggenti anni Sessanta dai 43 chili di Twiggy: un corpo filiforme che decreta la fine definitiva della memoria della fame.

La cultura del contagio e il Medioevo Digitale

Il vero motore della creatività umana, sottolinea il critico citando il Cardinale Carlo Maria Martini, è la “cultura del contagio”. L’identità europea è un ininterrotto meticciato: lo zero arabo portato da Fibonacci, lo zafferano che nasce come pigmento pittorico e finisce nelle cucine per inventare il risotto alla milanese. Ma è la contaminazione giapponese di metà Ottocento a riscrivere il nostro sguardo. Le stampe ukiyo-e e l’Expo parigina del 1867 insegnano all’Europa, ossessionata dalla mimesi e dall’imitazione, la genialità della sintesi e del concetto. Il giapponese non dipinge un uccello, ma l'”uccellicità”; da questa epifania nasce la grande ripulitura visiva che porterà all’astrazione, al razionalismo di Adolf Loos e ai muri bianchi del design moderno.

Chiudendo il cerchio, Daverio sposta la sua lente sul nostro “medioevo digitale”, un’epoca frammentata dallo smartphone in cui dominano i nuovi “frati predicatori” dello slogan emotivo. Di fronte al caos della comunicazione contemporanea, l’ultima lezione del critico è un antidoto contro la dittatura della semplificazione: «Più un linguaggio è comprensibile e diretto, più si avvicina alla pubblicità e si allontana dall’arte. Se un quadro ci racconta tutto al primo sguardo, è decorazione». Le origini dell’eleganza lascia in eredità un vibrante elogio dell’ambiguità: molto meglio un’idea confusa, complessa e sfaccettata, piuttosto che la rassicurante banalità di un’idea chiara. Un estremo e giocoso esercizio di libertà intellettuale, per ricordarci che l’arte è certamente lo specchio di ciò che siamo stati, ma soprattutto una finestra spalancata su ciò che potremmo diventare.

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Francesco Guccini, ritrovata dopo quasi trent’anni un’intervista dimenticata in uno scatolone: il libro che racconta il suo legame con l’Emilia e il ricordo di Beppe Carletti – L’ESTRATTO IN ESCLUSIVA

Sono trascorsi già due mesi dalla scomparsa di Francesco Guccini, nella sua casa di Pavana, dove viveva da tempo.

Ottantasei anni, emiliano di Modena, vissuto per oltre cinquant’anni a Bologna, il Maestrone è stato celebrato e ricordato con grande affetto dai colleghi, dalla stampa e dal suo pubblico, una vera e propria “comunità intergenerazionale”.

Ma c’è un piccolo libro, uscito da qualche giorno in libreria, che ci racconta di quel legame con la sua terra, l’Emilia, e con la musica che lì è nata. Si intitola “La locomotiva della memoria. L’intervista ritrovata”. Scritto dall’editore Francesco Aliberti, il volume ci restituisce un piccolo pezzo di storia, dove il cantautore modenese si racconta a un giovane novellarese fresco di laurea (Aliberti, appunto) nel 1998.

Una conversazione sulla lingua, i dialetti, la musica, il futuro e i computer, ma soprattutto sulla memoria, rimasta tanti anni sepolta in uno scatolone e ora tornata alla luce accompagnata dalla prefazione di Beppe Carletti – il Nomade che conobbe Guccini quando tutto poteva ancora accadere – e i contributi di Alessandro Di Nuzzo, Alessandro Scillitani, e Stefano Ferrari.

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo in esclusiva il contributo di Alessandro Di Nuzzo:

Se qualcuno ha mai pensato che il Guc­cio, con il suo carattere da burbero buono, capace di essere estroverso e giovialone tanto quanto di chiudersi in sé stesso in un silenzio impenetrabile e oscuro, sia stato un emiliano anomalo, allora ha capito poco o nulla dell’emilianità.

Perché si sa che la gentilezza, la dispo­nibilità e quella che oggi chiamiamo l’etica orizzontale (definizione sulla quale proba­bilmente il Guccio avrebbe molto da ironiz­zare) sono virtù per le quali un gesto vale più di molte parole. Ed è noto che, finché Guccini visse a Bologna, si poteva tranquil­lamente suonare al campanello di via Paolo Fabbri 43 (meglio, però, non la mattina) ed essere accolti in casa da Francesco pur es­sendo perfetti sconosciuti e solo desiderosi di stringergli la mano.

Ed è proprio all’emilianità non ano­mala ma profonda ed essenziale del Guc­cio che è dedicato questo volume, l’o­maggio al Maestro da una casa editrice emiliana che con le sue canzoni-poesie è cresciuta e che da lui ha imparato tanto. La locomotiva della memoria è una lunga in­tervista che Guccini concesse a Francesco Aliberti nel 1998 per una piccola rivista, «Il Sicomoro», poi ripresa dal «Fatto Quo­tidiano» molti anni dopo. È una riflessione lucida e puntuale sulle radici, sull’identità geografica, linguistica (la grande passione del Guccio), culturale e perché no politica di uno degli autori-chiave della cultura “popo­lare” del dopoguerra italiano. Modena, Bo­logna, Carpi: la loro memoria si mescola in queste pagine ai luoghi fantastici di Borges, ai paesi e ai mari del Sud di Pavese, al Ve­neto di Meneghello, a Gadda. Si conferma una volta di più che quella di Guccini è una voce colta, come diceva Umberto Eco: però mai saccente o accademica. Erudita sì, ma il giusto: perché l’erudizione, la filologia non è altro che una forma d’amore per la cultu­ra, forse alla fine la più sincera, la più fedele. Per completare un volume sull’emilianità di Guccini, ci voleva un ricordo dell’emiliano (novellarese come la casa editrice) che ha vissuto gli anni cruciali della carriera arti­stica sua e del suo gruppo, i Nomadi, insie­me al primo, folgorante, non sempre com­preso Guccini. Beppe Carletti, che ci offre un ritratto pieno di memoria e affetto, con qualche punta di umanissimo rimpianto. E poi le testimonianze di altri due emiliani-gucciniani, il giornalista Stefano Ferrari e il regista Alessandro Scillitani. Tutti concordi nell’affermare che, da oggi, Guccini è con­segnato definitivamente, senza bisogno di consacrazioni, alla cultura italiana oltre che alla musica popolare: e che, se già la sua voce poetica compare nelle antologie sco­lastiche, nei prossimi anni lo sarà ancora di più, a maggior gloria sua e per il maggior beneficio delle generazioni, che non hanno mai smesso di ascoltarla e sempre la ascol­teranno.

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‘Eravamo comunisti’: Massimo D’Alema ripercorre la propria storia e quella della sinistra italiana

Ci sono personalità nella politica, sempre meno, che divengono personaggi iconici. Negli anni della Seconda Repubblica Berlusconi, sicuramente, a destra più di ogni altro. A sinistra questa casella la riempie Massimo D’Alema.

Sono cresciuto in un’epoca storica in cui tutto, dalle nostre parti, era “colpa di D’Alema”: Ma era proprio così? Di sicuro quello che per un popolo è stato il lìder Massimo ci ha sempre messo la faccia, sia in incarichi di governo – basti pensare al Libano e al Kosovo – sia in quelli di partito: la lista è troppo lunga. E ce la mette anche nel riconoscere gli errori e i fallimenti, politici e personali in un libro prezioso, Eravamo comunisti (Feltrinelli), che non si inserisce nella solita stanca memorialistica dei politici al tramonto. Intanto, perché in D’Alema il tramonto ancora non si vede: conversando insieme appassionatamente e affettuosamente Itaca pare piuttosto ancora un obiettivo. Anche se egli preferirebbe evocare Enea, non certo Ulisse.

E’ diventato proverbiale il morettiano “di’ qualcosa di sinistra”, per ritornare al concetto di icona. Freddure, cinismo, arroganza in qualche caso, sono caratteristiche negative ascoltate mille volte sul conto di D’Alema. Il bambino, il ragazzo, l’uomo ha attraversato una storia straordinaria a cui non mi riferisco per giustificare niente, ma per cercare di inquadrare il contesto e rendere comprensibile la grandezza di certi passaggi di cui a volte si parla con troppa superficialità nel dibattito pubblico. Perché D’Alema era il bimbo “pioniere” che a 11 anni tiene il suo primo comizio al cospetto di Togliatti, era il normalista combattuto fra il movimentismo e figure carismatiche quanto estremistiche come Adriano Sofri da una parte e il suo essere già un dirigente comiunista di altissimo livello in potenza dall’altra.

Poi, le punizioni e gli incarichi di partito, il convivere col fatto di essere il prescelto da parte di un certo Enrico Berlinguer. Reggere questo peso credo sia sottovalutato. Difficile immaginare oggi che cosa potesse significare, quale portata umana, politica, storica, ammesso che questa consapevolezza D’Alema l’avesse fino in fondo. In ogni caso in queste poche righe – congeniali al post di un blog che non annoi e renda accessibile la lettura anche attraverso un piccolo monitor – corre l’obbligo di consigliare la lettura di Eravamo comunisti a tutti coloro che siano interessati alla storia della sinistra italiana, comunque la si pensi e la si sia pensata riguardo i suoi passaggi e le sue mille sfumature.

E’ un libro ovviamente indispensabile per cultori e appassionati della storia del Novecento. E’ un pezzo di noi. E rivela anche dei risvolti umani e perfino teneri di una personalità che si è sempre mossa nel rigore berlingueriano, anche rispetto all’esposizione pubblica e anche a costo di apparire maledettamente antipatico. So già che citando il rigore berlingueriano saranno tirate fuori nei commenti la barca a vela e magari qualche scarpa costosa, perché è sempre un bello sport essere pauperisti sulla pelle degli altri, ma questi non sono argomenti. Invece, Eravamo comunisti permette di scoprire un D’Alema per certi versi sentimentalmente indifeso e scorgere anche una tenerezza malcelata, il che può riportare alla realtà anche certi giudizi negativi troppo frettolosi.

Sul bilancio dell’azione politica di D’Alema ognuno può restare o meno della propria idea, anche se negativa o profondamente negativa, ma scorrere le pagine di Eravamo comunisti val la pena allo stesso modo. Non sono attanagliato da nessun tipo di sentimento nostalgico, ma di sicuro noto che nell’agone politico, ad anni ruggenti e personalità di alto profilo, si sostituiscono oggi anni deprimenti e personaggi senza prospettiva.

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Bambini sempre più stressati e sovrastimolati? Lo yoga può aiutarli a gestire le emozioni e ritrovare la concentrazione: come funziona e i 6 libri per iniziare giocando

La scuola è ripartita e insieme ripartono anche le attività exstrascolastiche. Per molti bambini e ragazzi è il momento di scegliere uno sport da praticare durante l’anno: calcio, nuoto, danza, basket, arti marziali, tante sono le possibilità di scelta.

Tra queste perchè non praticare yoga? Praticare yoga è spesso associata al mondo degli adulti, invece rivela essere una pratica piacevole e adatta anche ai più piccoli, soprattutto se proposta attraverso il gioco.

L’orgine di questa pratica meditativa nasce in India; è una disciplina che integra movimento fisico e respirazione. I tre componenti fondamentali sono infatti rappresentati da: postura, controllo del respiro e rilassamento che si integrano tra loro a formare differenti stili di yoga.

Recenti studi scientifici hanno dimostrato i benefici che questa pratica comporta: dalla gestione della rabbia, della depressione, dello stress, dell’accettazione del proprio corpo e dell’ansia non solo nell’adulto, ma anche nell’ambito pediatrico.

Oggi giorno i bambini sono sovrastimolati con mille attività ludiche, tanto da aumentare la stanchezza e lo stress, e questo comporta una capacità di apprendimento ridotta.

C’è un aspetto interessante che la disciplina yogica ci porta alla riflessione ed è l’incapacità di ascoltarsi, calmarsi e concentrarsi ritrovando uno stato di quiete e di sgombro da pensieri che ci affliggono durante la giornata.

Proprio per questo praticare yoga può aiutare i bambini a conoscere meglio il proprio corpo, a sviluppare equilibrio, ad essere più sereni e tranquilli, più capaci a gestire l’ansia e lo stress. Gli esercizi di respirazione e rilassamento possono inoltre diventare strumenti utili per gestire le emozioni, anche dopo una giornata trascorsa sui banchi.

Oltre ad imparare determinate asana, ossia posizioni, i bambini imparano a rispettare delle regole come la durata della seduta, la modalità in cui non si corre e si parla a sotto voce, per creare dei piacevoli momenti da condividere con chi pratica con loro.

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