❌

Reading view

Eurallumina, 4 operai protestano a 60 metri d’altezza. Sul forno di calcinazione per chiedere risposte

“Basta rinvii, ora ognuno si assuma le proprie responsabilità“. Quattro operai dell’Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis, in Sardegna, sono saliti in cima al forno di calcinazione statico numero 1, a oltre 60 metri d’altezza. La decisione è arrivata durante durante il sit-in e l’assemblea organizzati stamani davanti allo stabilimento, indetti dalle segreterie territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil. La protesta arriva alla vigilia del vertice convocato per domani al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

I lavoratori di Eurallumina tornano sul forno di calcinazione, a oltre 60 metri d’altezza, per chiedere risposte sul futuro dello stabilimento di Portoscuso. Una delegazione ha occupato la sommità del forno statico numero 1 mentre ai cancelli si svolgevano il sit-in e l’assemblea dei dipendenti. La mobilitazione arriva alla vigilia dell’incontro convocato per domani, 23 ottobre, al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

Gli operai chiedono al tavolo ministeriale almeno lo stanziamento immediato delle risorse necessarie a mantenere operativo l’impianto fino alla fine dell’anno e, se necessario, per tutto il tempo utile a individuare una soluzione strutturale. “Ritrovarci quassù quasi un anno dopo è la prova più evidente di quanto poco sia cambiato”, si legge nel comunicato della protesta. I colleghi rimasti in presidio ai cancelli sostengono l’iniziativa, diretta al Governo, ai ministeri, alla Regione e agli enti locali.

L'articolo Eurallumina, 4 operai protestano a 60 metri d’altezza. Sul forno di calcinazione per chiedere risposte proviene da Affaritaliani.it.

  •  

La Sardegna non tollererà altra speculazione sull’eolico: così deciderà il suo destino energetico

di Enza Plotino

Gli sciocchi crescono e fanno danno! Ma come si può demonizzare l’arrivo di un cargo cinese che trasporta pale eoliche e accusarlo di contribuire alla “distruzione” dell’isola? Sottintendendo la complicità della Regione?

Cavalcare le polemiche o creare informazioni parziali o completamente errate sulle pale eoliche in Sardegna è pura azione di disturbo e basta! Sui social è tutto un fiorire di foto di colline con turbine eoliche accompagnate da frasi indignate sulla “deturpazione del paesaggio”. Si accusa l’eolico di uccidere uccelli, di fare rumore, di costare troppo, di servire solo a “fare guadagnare i soliti noti”. Ma sono, a volte, gli stessi che negli anni passati hanno colpevolmente taciuto quando la deregulation, la speculazione energetica ha colpito anche l’isola e i governi regionali hanno fatto “affari d’oro”, lasciando alle imprese, per la maggior parte straniere, di fare scempio del territorio con progetti di grandi impianti speculativi localizzati in lungo e in largo su coste, aree interne, territori protetti e via dicendo.

Quando è arrivata Todde a governare una regione ormai preda di un vero e proprio “assalto eolico”, con oltre 800 richieste di autorizzazione alla realizzazione di impianti, on e off-shore, e ha introdotto come prima misura utile una moratoria per fermare la speculazione e il blocco di nuove autorizzazioni, gli stessi che avevano in passato “governato” colpevolmente la deregulation hanno tacciato di incoerenza la presidente, rappresentante di un Movimento che dell’ambiente e delle fonti rinnovabili aveva fatto la sua battaglia identitaria. A questi attacchi scomposti in casa, si è aggiunto il conflitto con il Governo nazionale che ha impugnato la moratoria di 18 mesi sul blocco della realizzazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici, aprendo un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale che ancora va avanti.

Ma già durante la campagna elettorale, prima della sua elezione, la governatrice aveva promesso battaglia contro la speculazione energetica che stava colpendo la Regione. “Ci siamo presi la responsabilità di governare e sappiamo bene cosa dobbiamo fare per fermare la speculazione senza interrompere la transizione ecologica”, ha spiegato ad ogni piè sospinto, e “non sulla pelle dei sardi”. Oggi, finalmente, la Sardegna ha conquistato un ruolo attivo e confermato un cambio di registro rispetto al passato: “sulla Sardegna decidono i sardi” afferma Todde in ogni sua dichiarazione.

Non c’è pregiudizio alcuno sull’eolico offshore, si vuole promuovere il fotovoltaico flottante sui bacini, l’agrivoltaico e si vuole potenziare l’idroelettrico e favorire la nascita di impianti geotermici. Quello che la Regione non è più disposta ad accettare è il pericolo concreto che imprenditori e aziende non sardi, e spesso neanche italiani, approfittino ancora del contesto normativo fino a qualche tempo fa estremamente favorevole e delle caratteristiche di insolazione e ventosità della Sardegna, per installare i loro impianti, “senza che la popolazione sarda riceva da ciò un reale beneficio e imponendo delle modifiche al paesaggio che in tanti casi sono semplicemente inaccettabili”.

Il Decreto sulle aree idonee risponde proprio a questo pericolo, definendo le prerogative della Sardegna sulla dislocazione degli impianti eolici e fotovoltaici sul territorio per raggiungere entro il 2030 la quota di 6,2 GWp aggiuntivi rispetto agli impianti già entrati in esercizio prima del 2021. E’ un nuovo campo di gara in cui la Sardegna decide il suo destino energetico. Se ne facciano una ragione tutti coloro che speculano demagogicamente sulle difficoltà con cui la Regione si sta riprendendo il governo di se stessa!

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo La Sardegna non tollererà altra speculazione sull’eolico: così deciderà il suo destino energetico proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar

Zustissia non è il solito film italiano. Partiamo da qui. Da un dato più estetico-produttivo. Perché recensire l’opera prima di Francesco Piras iniziando dal cuore del racconto, i 33 anni di carcere ingiustamente patiti da Beniamino Zuncheddu per un triplice omicidio mai commesso – tratto da una storia vera, si dice di solito al cinema – sarebbe retoricamente più semplice.

Dicevamo che Zustissia è prima di tutto il risultato di un’idea visiva solidamente non convenzionale, senso dell’immagine oltre la banale ripresa dei dialoghi, ricostruzione, esplorazione e restituzione di uno spazio e di un tempo dell’attesa (e della rivincita) come fossero sospesi e astratti oltre il regime dell’ordinarietà. Piras sa dare significato ai propri movimenti di macchina, sa disegnare traiettorie di sguardo attraverso brevi panoramiche circolari, piani sequenza e carrellate, sa mantenere alta la temperatura emotiva sia negli stralci insanguinati tra pecore e ruderi sia nella più classica prossimità di visi e corpi, modello court room movie hollywoodiano.

Regia completa, distinta, amalgamata a un sapiente taglio di scrittura (spiegare i dettagli del caso e della legge, pitturare anime silenti e passive e timidi eroi coraggiosi); poi, ovviamente, la volumetria straordinaria dell’errore giudiziario più lungo d’Italia, viziato realmente da superficialità e volontaria approssimazione inquirente.

La sera del 27 febbraio 1991, mentre si trova in casa a Burcei, nel sud-est della Sardegna, con la sorella e il cognato a guardare in tv la performance dei Tazenda e di Pierangelo Bertoli a Sanremo, il pastore ventiseienne Beniamino Zuncheddu (da carcerato adulto interpretato da Fabrizio Ferracane) viene improvvisamente arrestato dalla polizia. Accusato del brutale omicidio di tre pastori e del ferimento di un altro, avvenuti vicino alle terre in cui pascola con le sue bestie, il giovane verrà condannato all’ergastolo in tre rapidi processi che attraverseranno i tre gradi di giudizio con sedute sprint in nemmeno un anno.

Zuncheddu si dichiara innocente, ma passerà 25 anni in carcere senza mai uscire, anche solo per un permesso, fino a quando, nel 2016, l’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino) prenderà in mano il caso e riuscirà, comunque con immane fatica, a ottenere, a 2021 inoltrato, la revisione del processo con la clamorosa svolta di una nuova prova. Il ferito e testimone oculare, che già nel 1991, nel giro di 40 giorni, aveva cambiato versione dei fatti, afferma definitivamente di non aver riconosciuto Zuncheddu la notte della mattanza e che a suggerirgli di riconoscerlo in una foto segnaletica era stato un agente della Criminalpol.

Immersa in un’atmosfera grigia e rarefatta, la ricostruzione biografica evita il pietismo e cerca la giusta distanza umana e morale; mentre la ricostruzione giuridico-processuale, preceduta dal flashback iniziale dei delitti, che irradia sotterraneamente l’opera in ogni possibile ganglio di senso, si immerge nelle secche di un tunnel prima crudele e cieco, poi paradossalmente kafkiano (il tribunale fa “galleggiare” per mesi il processo di revisione per mille cavilli procedurali).

Il risultato è un levigato racconto in crescendo che tifa evidentemente per i deboli e le vittime, ma che non usa mai sguaiatamente le urla per affermarlo. Gli attori poi non corrono, non sbrodolano, non biascicano in romanesco (il posato pseudo-sardo di Riondino, nella sua mimesi mai sovraccarica, è da antologia): vivono di sguardi, di microespressioni, di lenti movimenti. E Fabrizio Ferracane, nel riprodurre la silenziosa remissività di Zuncheddu, questo farsi tritare da un destino disegnato meschinamente da altri, millimetro dopo millimetro, cellula di invecchiamento dopo cellula, negli Stati Uniti sarebbe da Oscar. Il commento musicale, sussurrato, modello Città di pianura, è di Iosonouncane. Il vero Zuncheddu è uscito di galera dopo 33 anni e 8 mesi, con assoluzione per non aver commesso il fatto.

L'articolo Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌