L’Europa non può perdere la corsa alla new space economy. Parla Santangelo (Space Industries)
La space economy si prepara a una nuova fase, in cui la competitività non dipenderà tanto dalla capacità di progettare i satelliti, ma da quella di produrli su scala industriale. Un modello inaugurato da SpaceX, ma a cui anche l’Europa, giocoforza, dovrà adeguarsi. A portare questo modello in Italia è Space Industries, realtà nata un anno fa e che si appresta a inaugurare il suo primo impianto produttivo. Obiettivo: produrre centinaia di satelliti all’anno. L’intervista di Airpress a Giuseppe Santangelo, amministratore delegato della società.
Ingegnere, come sta cambiando lo spazio e cosa si intende per “new space economy”?
Chi lavora nello spazio da anni, come me, in Italia e negli Stati Uniti, riesce a osservare certi movimenti di mercato in entrambi i contesti e a prevedere cosa potrebbe succedere. Gli Stati Uniti sono più avanti sotto diversi aspetti della space economy commerciale e secondo me la loro visione sta arrivando in Europa con qualche anno di ritardo. A questo si aggiunge la geopolitica, che evolve a sua volta. La difesa è un elemento non nuovo ma oggi più accentuato, e porta con sé il concetto di dual use, per cui tutto ciò che si trova nello spazio deve esserlo. Il cambiamento di fondo, però, è il passaggio da una logica istituzionale a una di mercato. Fino ad oggi, il settore è stato trainato dalla spinta pubblica. In Europa pensiamo ai fondi dell’Esa, con le loro logiche di ritorno geografico e un sistema di finanziamento delle missioni con un obiettivi pubblici e non privati. In questa modalità è difficile che si sviluppi un vero mercato.
Perché?
Un qualunque mercato nasce quando esiste un’esigenza che può essere risolta con una tecnologia, in questo caso spaziale. Quell’esigenza oggi c’è e possiamo declinarla attraverso il dato. Il dato può essere generato a terra con infrastrutture terrestri e usato per scopi di business, oppure generato in orbita con obiettivi terrestri, oppure in orbita con obiettivi spaziali. In ogni caso si tratta di un business industriale e tecnologico, che risponde a necessità concrete.
Se questo business non si è ancora sviluppato in modo prorompente, pur con qualche eccezione, è perché oggi il mercato è quasi un single player, SpaceX, che ha avuto per prima l’accesso allo spazio, si è costruita i suoi satelliti e ha creato il proprio mercato. Nel segmento Leo (Orbita bassa terrestre) vale quasi il 50% della space economy. Questo non vuol dire però che sarà sempre così. SpaceX ha aperto il mercato ed è arrivata prima, ma io sono convinto che il mercato spaziale del futuro sarà caratterizzato da player che oggi non sono ancora evidenti. Stiamo guardando al futuro facendo i conti senza l’oste.
Chi sono questi nuovi attori?
Saranno realtà che oggi ancora non operano nello spazio e che non fanno parte di questo mercato. Sono aziende con esigenze relative ai dati e alla connettività: monitorare siti produttivi, gestire telecomunicazioni, logistica, cybersicurezza. Quando entreranno nel settore faranno la differenza e chi oggi si occupa di spazio dovrà essere pronto a un adattamento al nuovo modello, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. A queste realtà serve una tecnologia in orbita ma agile, che si lanci in fretta e costi il giusto per il dato che serve, in modo da essere confrontabile con le soluzioni terrestri. Se posso fare telecomunicazioni dallo spazio spendendo meno che costruendo antenne in tutto il mondo, allora è lì che, come azienda, scelgo di andare nello spazio.
Per questo l’idea che una sola costellazione basti per tutti non regge. In Europa, per esempio, ce n’è una sola ed è stata pensata con metriche istituzionali, non commerciali. Funzionerà bene per chi impara a gestire le costellazioni, ma a livello di business il concetto è diverso. Un’industria che ha grandi risorse e oggi spende molto per gestire il rapporto con diversi operatori potrà decidere di costruirsi la propria costellazione privata, e di concentrare lì tutto il suo sviluppo, dalle telecomunicazioni alla logistica alla cybersicurezza, con un’infrastruttura che nessun altro può gestire o spegnere. Se avremo cinquanta operatori nel mondo, ci saranno cinquanta costellazioni, e intorno a esse si svilupperanno i servizi: ad esempio chi le mantiene in orbita e chi effettua l’in-orbit servicing, oltre ad altre infrastrutture a un livello più alto che supporteranno quelle più basse.
Come accennava, l’Europa registra più di una criticità nell’adeguarsi a questo nuovo mercato. Qual è, secondo lei, la più pressante?
Sicuramente l’accesso allo spazio. Oggi questo settore è di fatto monopolizzato da un solo player mondiale, SpaceX, che ha dato avvio all’intero fenomeno della new space. Infatti, senza SpaceX non staremmo facendo questa intervista. Ma chi detta le regole è anche un rischio per il mercato. Mi risulta che il manifesto dei lanci commerciali di Falcon 9 sia chiuso fino al 2029, e stiamo tutti lì a capire cosa succederà. Starship, che sarà operativa tra il 2029 e il 2030, potrebbe riaprire lo spazio commerciale. Il costo per lanciare un proprio satellite, oggi intorno ai 10mila dollari al chilo, secondo gli annunci più recenti potrebbe scendere anche sotto i 500. Gli altri lanciatori, in Europa e negli Stati Uniti, stanno emergendo ma non sono allo stesso livello, lanciano carichi più piccoli, con minore frequenza e a costi più bassi. Direi che Starship, in questo senso, ha almeno dieci anni di vantaggio rispetto a tutti gli altri. Se un operatore europeo vende un lancio a 5mila euro al chilo e SpaceX a 500, è ovvio che il mercato guarderà alla soluzione più economica.
E poi?
La scala. Per garantire continuità di servizio servono molti satelliti. Un satellite passa sopra di noi decine di volte al giorno, quindi ne servono almeno 15-20 per coprire una singola località. Poi bisogna moltiplicare per le diverse aree geografiche e per la ridondanza del segnale. Si arriva a migliaia di satelliti per fare, in sostanza, una sola cosa. In Europa il satellite è ancora trattato come un prodotto artigianale, un “proto-flight” in cui conta la missione e con i costi che ne derivano. Negli Stati Uniti si è già andati verso la modularizzazione e la scala. Venti anni fa un satellite da una tonnellata costava circa 30 milioni. Oggi, per le stesse funzioni, pesa 200-300 chili e costa 3-4 milioni. Credo che in futuro dovremo scendere almeno di un altro ordine di grandezza. Quando il satellite diventerà una commodity, con componenti commerciali qualificati e certificati e una costruzione in linea, quasi come una lavastoviglie, il mercato spaziale sarà davvero attivo.
Quali altre criticità vede, oltre a quelle industriali?
Ne vedo due, entrambe di lungo periodo. La prima è la regolamentazione. Esiste l’Unoosa, l’ufficio Onu per gli affari spaziali, che cerca un accordo su regole comuni, ma oggi di fatto ognuno fa ciò che vuole. Finché i satelliti si contavano sulle dita di una mano il rischio era contenuto, ma quando diventeranno centinaia di migliaia, la gestione del traffico spaziale e del deorbiting dovrà essere comune. Se qualcuno distrugge il satellite di un altro, o lancia troppi satelliti e rende un’orbita inutilizzabile, oggi non c’è una norma che stabilisca di chi sia la colpa o chi sanzioni. È un diritto internazionale ancora da declinare.
La seconda è proprio il deorbiting. Quei satelliti resteranno in orbita non decenni ma probabilmente un paio d’anni, poi saranno sostituiti dalla generazione successiva. Deorbitare significa distruggerli in atmosfera, e lì che fine fanno l’alluminio e i materiali delle batterie? Finiscono in mare, restano sospesi in aria? Con un lancio SpaceX a settimana, stima che sappiamo essere destinata ad aumentare, tra dieci-quindici anni la sostenibilità dei materiali con cui si costruiscono i satelliti sarà uno dei problemi principali.
Cosa insegna, allora, il modello americano?
Che il mercato lo apre chi rischia. Musk ha dovuto mettersi in grandissima difficoltà, usando capitali propri e bruciando cassa per continuare a lanciare, prima di riuscire nell’impresa. Non è corretto dire, come tendono a fare alcuni, che sia stato semplicemente finanziato dallo Stato e dalla Nasa. Gli Stati Uniti sono avanti sulla space economy commerciale e hanno iniziato ad applicare anni fa la modularizzazione, si pensi che un satellite come quelli di Starlink ha costi di produzione molto inferiori a quelli degli analoghi europei. Ciò ovviamente non toglie che il sostegno pubblico sia e rimanga una componente importante, specialmente per attori emergenti e non ancora consolidati.
E l’Italia? Cosa sta facendo?
L’Italia, a mio avviso, è stata molto lungimirante, infatti si è dotata per prima in Europa di una legge sullo spazio. Il rischio, però, è che altri continuino a non farlo per trarre il massimo vantaggio dall’assenza di regole e sanzioni in caso di condotte ambigue. Gli Stati, dalla legislazione agli aspetti finanziari pubblici, devono ascoltare e capire cosa succederà in questo mercato, perché può essere un’opportunità grandiosa. E l’Italia questo lo sta facendo, ad esempio con le varie tappe degli Stati generali della space economy, dove noi operatori ci incontriamo molte volte e il governo ascolta tutti.
Veniamo ora alla realtà che lei guida. Come nasce Space Industries?
Dall’incontro di due competenze. Io porto l’esperienza spaziale, maturata negli Stati Uniti e in Italia, e avevo un’idea chiara di cosa serviva. L’azionista principale, Comat, è un’industria di Torino che non aveva alcuna esperienza nello spazio ma aveva due cose: il capitale e la capacità tecnica di costruire impianti, clean room e impianti energetici. Mi sono seduto con loro, ne abbiamo discusso e poi abbiamo disegnato l’azienda a tavolino. Io ho indicato cosa andava fatto e loro hanno avuto la capacità di farlo nei tempi previsti. È un investimento interamente privato, e anche questo è un elemento “alieno” rispetto al sistema spaziale attuale. Un’industria che decide di investire fondi propri, con competenze molto diverse ma utilissime per lo spazio. Pensata principalmente per il mercato commerciale, con un approccio del tutto privato.
Di cosa si occupa, nel concreto?
Space Industries costruisce satelliti, ma non li progetta. Non ci collochiamo nell’ambito dei “piattaformisti”, quello è un mercato in fortissima evoluzione e richiede altri tipi di focus. Noi preferiamo concentrarci su un singolo segmento della filiera e farlo bene. Il nostro obiettivo è portare l’elemento della scala nell’industria spaziale europea e puntiamo a produrre fino a centinaia di satelliti l’anno.
E come si rende sostenibile un simile produzione?
Abbiamo ribaltato la prospettiva. Nel mondo spaziale si faceva prima il satellite e poi si costruiva la fabbrica, o almeno le attrezzature di test, su misura per quell’oggetto. Noi abbiamo fatto prima la fabbrica, ottimizzata secondo i criteri della lean manufacturing, e ci aspettiamo che il satellite sia adatto a essere costruito lì. Oltre al livello di maturità tecnologica, per noi esiste un livello di maturità produttiva, e quindi se un satellite non è immediatamente producibile, per noi non è pronto. In pratica, vuol dire definire procedure di costruzione ben definite, test funzionali e di performance già predisposti e automatici, un assemblaggio agile e un ciclo produttivo di pochi mesi e non di anni. Se un cliente mi chiede di lanciare tra tre anni una costellazione da cento satelliti, devo poter rispondere di sì, restando nel budget che si aspetta. Per riuscirci abbiamo concentrato nello stesso stabilimento produzione, metrologia e tutte le macchine di test ambientale e funzionale: termovuoto, shaker, camera anecoica, il tutto in clean room. Il satellite si produce in condizioni ISO 8 ed è sottoposto a tutti i test direttamente in loco, evitando trasferimenti fuori dalla struttura e tutti i problemi annessi. È un costo importante, ma è la risposta agli errori e ai problemi che ho visto nell’approccio proto-flight.
Ecco, quali sono le principali novità rispetto al “vecchio” approccio?
Due le scelte chiave. La prima è il layout, pensato per un ciclo produttivo di linea. La seconda è che, essendo agnostici rispetto alle piattaforme, dobbiamo servire più clienti in contemporanea. Invece del solito grande stanzone, abbiamo creato dodici clean room modulari e separate, che permettono di gestire in parallelo fino a dodici progetti diversi. C’è poi un dettaglio solo apparentemente banale, ovvero le control room. Gli ingegneri di sistema, gli esperti di software, non entrano in clean room ma si collegano al satellite dall’esterno tramite degli ombelicali. In clean room lavorano solo gli operatori specializzati nell’integrazione hardware. Così si riducono le non conformance, cioè gli errori di integrazione che nascono quando mette le mani sull’hardware chi non è adatto a farlo. E si seguono procedure definite in anticipo, provate e riprovate, come avviene nelle industrie dell’automotive e dell’aeronautica.
Il prossimo 28 ottobre, a Torino, si terrà l’inaugurazione del vostro primo impianto produttivo.
Esatto, e in quell’occasione dimostreremo che quello che volevamo fare l’abbiamo fatto. A marzo 2025, avevamo annunciato in conferenza stampa che lo stabilimento sarebbe stato pronto nel 2026, e così è stato. E non parliamo solo di un taglio del nastro, l’impianto sarà già operativo al momento dell’inaugurazione. Con questo ci teniamo a far passare due messaggi. Il primo è, appunto, il rispetto degli impegni: la fabbrica c’è e nei tempi dichiarati, secondo i piani. Il secondo è che questo modello commerciale è sostenibile. Space Industries non va in cerca di contratti istituzionali, ma scava nel modello di business commerciale. Ci sono altri player che oggi non sono ancora nello spazio e che, quando entreranno, faranno la differenza. Chi si occupa di spazio e non è pronto a un adattamento mentale al nuovo modello rischia di scomparire. Saper fare un satellite non basta, bisogna anche essere pronti a capire dove andrà il mercato. E noi siamo convinti di averlo fatto.
