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For Israel’s sake, Netanyahu has to go

He failed us on October 7, and every day since by refusing to answer for it. He clung to power, and now promises the same shameful coalition, with the same divisive and dangerous policies
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Death is a master from Russia

At the beginning of Russia's full-scale invasion of Ukraine in 2022, while in my hometown of Kyiv, I wrote an essay in German for a German website titled "Russia Dehumanizes the World."

The Ukrainian translation of this text, published under the title "The Dehumanization of

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"Muoia Sansone e tutti i filistei": la verità sulle proteste che la farsa del liberismo ha innescato

 

di Vincenzo Costa*

 

Ciò che non può essere cambiato può solo essere distrutto. Se voi togliete ai popoli la possibilità di cambiare, se li mettete in un recinto stretto e asfissiante in cui tutto è già deciso, distruggete la possibilità di un progetto politico.

Ogni progetto politico risulta velleitario, farsesco, irrealistico. Puro esercizio da salotto. Privo di credibilità.

Le persone possono anche essere d'accordo, ma sono realiste e sanno che è fantasia.

Nella coscienza popolare e' cresciuta la consapevolezza che non si può cambiare niente, e dunque che la democrazia liberale è una farsa inutile.

Questo è il fondo di tutti i fenomeni attuali: le violenze, gli scontri, il voto di protesta.

Quando il bisogno di cambiare non può assumere la forma di un progetto politico, quando la speranza di cambiare muore, resta disperazione e rabbia.

Inutile disputare e moraleggiare sui singoli fenomeni.

Ma anche velleitario e' illudersi che siano segni di un inizio, di una rivitalizzazione della politica. Per due ragioni oltre quelle menzionate.

1) sono scoppi di rabbia impossibili da unificare in un progetto di cambiamento. Non sono orientati da affermazione positiva, un ideale, una vita che vuole affermarsi. Sono solo reattive, non sono fenomeni collettivi, ma di massa. Non li sto disprezzando. Anzi. Sono fenomeni importanti perché la rabbia è una reazione a una espropriazione di possibilità di vita, delimita il senso del rispetto personale. Ma non difende una collettività. Può evolvere o non evolvere in questa direzione, se genera legame, se fa riscoprire forme di appartenenza. Altrimenti sarà, e credo sarà così, un fuoco di paglia, seguito da tanti altri fuochi di paglia. Contro qualcosa non è niente. Ma senza il "per qualcosa" non dura.

2) sono espressione di rabbia individuale ma non espressione di rabbia collettiva. Ognuno protesta per sé, ma non per un popolo cui si appartiene. Probabilmente le lotte politiche in questa epoca possono essere solo di questo tipo, ma producono un cambiamento profondo nella nozione di lotta politica e di lotta popolare. Non ci può essere lotta popolare senza un popolo dotato di una propria identità. Ciò cui assistiamo non è un inizio: è un ulteriore momento del processo di disgregazione delle nostre società, una disgregazione resa inevitabile dalla chiusura elitaria di questi ultimi 40 anni.
 
Le persone non ne possono più, anche se sanno che non possono cambiare. Da questa contraddizione nasce ciò che vediamo. A muoverli è rabbia e disperazione, e' "muoia Sansone e tutti i filistei".
 
 

*Commento Facebook del 19 ottobre 2026

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Missili balistici (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2026

 

Mentre festeggiamo con Guido Crosetto la lieta novella che ha finalmente trovato casa a canone calmierato al Comando dei Carabinieri e non dovrà unirsi alla protesta degli altri senzatetto nelle tende contro il suo governo, ci incuriosisce la sua intervista alla Bbc. Lì rivela che “Putin non si fermerà all’Ucraina”, anzi “prepariamoci ad altre follie” perché “la maggior parte del bilancio russo è ormai investita in armi e spese militari. Se la guerra finisse domani, cosa farebbe Putin con un milione e mezzo di soldati?”. Infatti. Peccato che, come ex presidente dei costruttori di armi e superconsulente di Leonardo, Crosetto abbia passato la vita a ripetere che le armi non servono solo a scatenare guerre, ma anche a difendersi da guerre scatenate da altri o a spaventarli affinché non ne scatenino (la famosa “deterrenza”). Vale solo per le nostre o anche per quelle russe? E poi l’anno scorso i Paesi europei hanno speso in armi e difesa oltre 450 miliardi (prima di iniziare a finanziare i piani di riarmo Ue&Nato), contro i 150 della Russia: se la propensione a scatenare guerre dipendesse dall’entità delle spese militari, i timori russi per un attacco dall’Europa dovrebbero essere tripli rispetto ai timori europei di un attacco dalla Russia. Tantopiù che negli ultimi due secoli gli europei – italiani inclusi – hanno invaso la Russia quattro volte (con Napoleone, con la guerra di Crimea, con le truppe a sostegno degli zaristi contro i bolscevichi e con Hitler e Mussolini), senza esserne mai stati invasi.

Crosetto è affranto perché i popoli europei non vogliono più buttare miliardi in armi e aiuti all’Ucraina a causa della “disinformazione russa” che li suborna con “narrazioni volte a indebolire il clima politico ostile alla Russia”. E, di grazia, chi ha deciso che creare un clima politico ostile alla Russia è cosa buona e giusta? Per noi ciascuno è libero di creare climi politici ostili o favorevoli a chi gli pare. Ma, visto che le leggi italiane puniscono chi crea un clima politico ostile agli altri popoli (vedi legge Mancino e ddl Antisemitismo), va punito anche chi lo fa contro i russi. In ogni caso, la stragrande maggioranza degli italiani è contraria a buttare soldi per il riarmo e per Kiev non per le balle che le racconta Putin, ma per quelle che le raccontano i capi di Ue&Nato. L’altroieri il comandante Nato Grynkevich ha annunciato che “siamo pronti a combattere con la Russia e a vincere anche subito”. Ottima notizia, ma allora perché dovremmo riarmarci fino al 5% del Pil (oggi siamo poco sopra l’1,5%), che per l’Italia significa passare da una trentina a oltre 100 miliardi l’anno? E, in base all’Equazione Crosetto “riarmo=guerra”, quando arriviamo a 100 miliardi che facciamo: invadiamo la Svizzera?

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La grande truffa dei "piani europei" (di Pino Arlacchi)

 

di Pino Arlacchi*
 
 
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma.

Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni sugli investimenti cinesi. Ma sono strumenti difensivi. Rallentano l’emorragia, non curano il malato. Alla domanda su che cosa l’Europa intenda produrre fra dieci anni, la risposta è il silenzio, o un nuovo acronimo. La verità è che l’Unione non ha alcuna visione del suo futuro. Non ha un progetto industriale. La sua leadership, mai così scadente, ha il suo peso nella spiegazione, ma se si vuole capire occorre guardare alla natura stessa dell’Unione, che è un debole regolatore che pretende di essere un governo sovranazionale. L’Unione non può spendere, perché il suo bilancio proviene da un punto del Pil di ciascuno dei suoi membri. Non può decidere, perché ogni scelta strategica richiede una maggioranza qualificata che non esiste. Da questa impotenza congenita nasce il bluff come metodo di governo. Quando non si possono mobilitare risorse, si annunciano cifre.
 
La serie comincia a Barcellona nel 2002, quando i capi di governo proclamarono che entro il 2010 l’Europa sarebbe diventata “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, con una spesa in ricerca al 3% del Pil. Il 2010 passò, e si spostò l’obiettivo al 2020. Oggi la spesa europea in ricerca resta poco sopra il 2,2%, mentre la Cina sfiora il 2,7%. Nel 2014 Jean-Claude Juncker presentò un piano di investimenti da 315 miliardi. I soldi veri erano 21 miliardi. Il resto sarebbe venuto da un effetto leva di quindici volte. Quando i conti non tornarono, l’obiettivo fu alzato a 500 miliardi, poi dichiarato raggiunto. Qualcuno ricorda oggi il Piano Juncker? Nel 2020 toccò a Ursula von der Leyen, appena scaricata a Bruxelles dal governo tedesco, con il Green Deal e il suo trilione verde, almeno 1.000 miliardi in un decennio. Metà proveniva dal bilancio ordinario rietichettato come spesa climatica. Il resto da prestiti della Banca europea per gli investimenti e da investimenti privati immaginari. Che fine ha fatto il trilione? Nessuno lo sa. La Commissione non ha mai pubblicato un consuntivo, e dal 2025 smonta essa stessa il Green Deal con i pacchetti “Omnibus”. Nel 2025 è arrivato il Clean Industrial Deal, con la promessa di 100 miliardi per la manifattura pulita. Nel frattempo Northvolt falliva e i pannelli solari installati in Europa continuavano a venire dalla Cina.

C’è un’eccezione, e onestà vuole che la si riconosca. Next Generation EU, varato nel 2020 in emergenza Covid-19, non era un bluff. l’Unione si indebitò per 750 miliardi rompendo il tabù tedesco e olandese sul debito comune. Ma i soldi non finanziavano progetti europei. Finanziavano 27 piani nazionali, scritti secondo le priorità elettorali di ciascun governo e sostitutivi della spesa pubblica ordinaria. Il più grande sforzo finanziario della storia dell’Unione non ha prodotto un solo campione capace di competere con BYD o CATL. Il tabù rotto nel 2020 è stato rapidamente ricucito. Next Generation EU dimostra che l’Europa, quando ha paura, trova il denaro, ma non sa trasformarlo in un progetto.

Nel settembre 2024 Mario Draghi consegnò il suo rapporto sulla competitività. La diagnosi era dura. Rivoluzione digitale perduta, energia due o tre volte più cara che negli Stati Uniti, imprese innovative che emigrano oltre Atlantico. Per evitare una “lenta agonia” servirebbero 750-800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, il 4,4-4,7% del Pil, più del doppio del Piano Marshall. La cifra è stata la prima a sparire. Restano 567 raccomandazioni, per lo più di manutenzione dell’esistente. Il rapporto dice che l’Europa deve scegliere, e poi non indica quali filiere ricostruire, quali abbandonare, chi debba coordinare. E il Fondo europeo per la competitività, che dovrebbe finanziare l’agenda Draghi, è proprio la voce che i governi stanno tagliando. Restano poco più di 60 miliardi l’anno, meno di un decimo di quanto chiedeva Draghi.

Poi è arrivato il riarmo: ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030. Altri 800 miliardi. L’industria bellica come succedaneo dell’industria civile perduta. Ma i soldi che l’Unione raccoglie davvero sono 150, i prestiti SAFE, che finiscono nel debito di chi li riceve. Gli altri 650 non esistono. Sono una stima di quanto gli Stati potrebbero spendere sforando il Patto di stabilità. Un permesso di indebitarsi, non un finanziamento. La Germania ha rinunciato ai prestiti SAFE. Non c’è pianificazione comune, non c’è un’agenzia degli acquisti, e una parte cospicua della spesa prende la strada degli Stati Uniti, perché comprare americano è il pedaggio di sempre. Il moltiplicatore della spesa militare, com’è noto, è inferiore a quello degli investimenti civili. E le catene di fornitura delle tecnologie che oggi decidono le guerre, cioè droni, sensori ed elettronica, passano per la Cina. La parola d’ordine riarmo, inoltre, verrà sepolta dalla rivolta dei popoli europei contro una minaccia russa inesistente, creata per pura incapacità di affrontare le reali minacce, tutte interne all’Ue. Il prossimo bluff è già pronto: la ricostruzione dell’Ucraina. L’ultima stima la valuta in oltre 500 miliardi nel decennio, quasi tre volte il Pil ucraino. Si sente già il lessico: il “più grande cantiere d’Europa”, il “nuovo Piano Marshall”. Ma per il 2026 Kiev ha indicato priorità per appena 15 miliardi di dollari e ne ha trovati meno di un decimo di quanto servirebbe in un anno. È la leva di Juncker che ritorna. Il prestito garantito dalle riserve russe congelate in Belgio si è arenato davanti al no belga, e il ripiego da 90 miliardi si è aggiunto al debito comune. Il progetto Ucraina detiene però un vantaggio politico decisivo. Sposta il grande progetto europeo fuori dall’Europa, esonerando l’imbelle leadership europea dal compiere le scelte dolorose che una politica industriale interna richiederebbe.

Per quarant’anni la Commissione ha concepito la propria missione come lo smantellamento delle politiche industriali nazionali in nome della concorrenza, senza mai costruire un sostituto europeo. Su questo vuoto si è innestato il modello tedesco: compressione della domanda interna, moderazione salariale, pareggio di bilancio come dogma, crescita affidata alle esportazioni. Il modello ha funzionato finché la Cina comprava macchinari tedeschi e gli Stati Uniti assorbivano gli avanzi europei. Oggi la Cina quei macchinari li produce da sé, gli Usa alzano i dazi, e l’Europa si ritrova con una domanda interna depressa da 15 anni di austerità. Nel 2015 Pechino pubblicò Made in China 2025, con dieci settori in cui raggiungere la frontiera tecnologica. Dieci anni dopo domina la produzione mondiale di auto elettriche, batterie, pannelli solari, treni ad alta velocità e navi. I piani cinesi hanno obiettivi, scadenze, responsabili e risorse dedicate. La politica commerciale europea verso la Cina, per quanto si faccia più dura, resta una ritirata ordinata. Dazi, quote, clausole Made in Europe proteggono per qualche anno ciò che esiste senza creare ciò che manca. Senza un progetto industriale servono soltanto a rendere più lento un declino che sembra inarrestabile.

*Il Fatto Quotidiano | 14 ottobre 2026

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How Russia exploits echoes of war fatigue in Ukraine

On the night of Oct. 2, Russian drones struck Kyiv's Southern Bridge once again. The city closed it and Paton Bridge, restricted traffic on Metro Bridge, and was gridlocked by multi-kilometer traffic jams by morning.

On the same day, Oleksii Honcharenko, a member of parliament from the opposition

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La pentola a pressione sta per saltare (di Andrea Zhok)

 

di Andrea Zhok*

Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.
 
Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.
 
Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e da ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.
 
Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie.
 
Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.
 
Ciò che sta avvenendo ha una razionalità collettiva ferrea, anche se chi vi partecipa ne ha spesso una comprensione limitata, o persino nulla.
 
L’esperienza che le popolazioni europee fanno delle proprie classi dirigenti oramai da molti anni è quella di un organismo tecnocratico anonimo, un muro di gomma semovente, che procede con un “pilota automatico” del tutto indifferente ai bisogni della popolazione. La scommessa di questi ceti tecnocratici legati alla finanza è stata di riuscire ad addormentare le coscienze con l’odierno oppio dei popoli dei media (entertainment & infotainment), e di domare i refrattari con interventi restrittivi (una manganellata qua, una chiusura dei conti là, una leggina elettorale su, un annullamento di elezioni giù, ecc.).
 
L’assunto generale, tacito e indiscusso, delle dirigenze europee è che con la plebe non si ragiona ma, semplicemente, si alternano carota e bastone.
Tutto ciò che viene detto pubblicamente è sempre una menzogna strumentale, senza eccezioni salvo i casi incidentali in cui una verità possa essere a sua volta strumentalizzata. Il discorso pubblico è divenuto una infinita recita che si cura sempre meno di preservare una parvenza di credibilità.
 
Così, nessuno sano di mente pensa davvero che la Russia stia per invaderci, ma ciò non impedisce a schiere di quaquaraquà istituzionali di ripetere con la faccia seria queste puttanate ogni giorno. E naturalmente tutto il mondo sa che in questo gioco di fiabe pompate dai giornali a gettone il solo punto rilevante, il cardine stabile al variare delle contingenze, è l’intento di gestire arbitrariamente le risorse pubbliche, da veicolare per interessi privati.
 
In sostanza, da tempo, le classi dirigenti si sono abituate a trattare la popolazione come una bestia idiota, rispetto a cui ogni motivazione razionale è esclusa e che va trattata da un lato con blandizie selettive e privilegi mirati, e dall’altro con la riduzione all’impotenza.
 
E questo meccanismo può funzionare e funziona a lungo.
 
Fino a quando non funziona più.
 
E non funziona più il giorno in cui troppe persone stanno perdendo troppo per potersi permettere di rimanere in stato di torpore.
 
Qui non bisogna pensare al “perdere troppo” come a cose tipo la “morte per inedia”.
 
In una società moderna la gente entra in condizioni di deprivazione insopportabile molto prima di “morire di fame”.
 
Oggi, per dire, non potersi permettere di utilizzare la macchina o l’accesso a internet per la maggioranza della popolazione significa essere tagliati fuori dal mondo, dal lavoro, dalla socialità, dalla vita. E il fatto che automobili e telefonini fossero un tempo beni di lusso non significa nulla: ora questo è il nuovo livello di “partecipazione alla vita comune”, ciò che distingue vita e non vita.
 
Plebi coltivate come bestie da soma cui somministrare occasionalmente panem et circenses, lavoretti di merda e imbonimento televisivo, il giorno in cui questo gioco si inceppa non sono e non saranno sensibili alle ragioni del decoro pubblico, del rispetto per la proprietà, dell’ossequio ai monumenti, ecc.
 
A bruciare automobili, edifici storici e negozi sono soggetti deprivati culturalmente e moralmente. Ma i colpevoli reali, quelli che dovrebbero essere chiamati a pagare, sono quei ceti apicali che quella deprivazione hanno coltivato e voluto, pensando gli fosse utile.
 
Oggi la pentola a pressione sta per saltare. Anche se questa ondata dovesse rientrare, questo è solo l’inizio, perché i ceti dirigenti europei non sono nella posizione, né materiale né culturale, per correggere la rotta. Dunque allacciate le cinture, perché andremo a sbattere.

*Post Facebook del 17 ottobre 2026

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There is nothing apolitical about the scientists behind Russian weapons

A lunchtime drone attack on the head office of Ukraine's National Academy of Sciences in Kyiv's downtown on Sept. 28, 2026, might have come as a shock to scientists based outside the country.

Unfortunately, for Ukrainian scientists, those who can be seen climbing down the ladders

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Segnali di rivolta sociale nel Mezzogiorno

 

di Alessandro Volpi

 

Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni  ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l'autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale. 

La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell'autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all'origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte. 

Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d'acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l'inflazione energetica. 

A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide. 

L'esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare. 

Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell'ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell'indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d'assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali. 

L'ex Ilva rappresenta non solo l'ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell'economia locale dove ditte di trasporto dell'indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato. 

A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere. 

Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell'innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni. 

La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive. 

A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera la concorrenza sleale e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.

Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l'assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico,

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Open letter to Trump from ex-Ukrainian President Yushchenko: Ukraine's desire for peace is not willingness to surrender

Mr. President,

I write these words without diplomatic formulas or ceremonial language. I write simply, from one human being to another, and from one president to another — two men who understand that there are moments in history when decisions determine not only the fate of nations, but the fate

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L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa

 

di Moon of Alabama

L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump accusò la Russia di avervi interferito. Da allora le accuse contro la Russia di interferire nelle elezioni altrove sono state ripetute innumerevoli volte e la tesi dei bot russi che esercitano un'influenza russa viene tirata in ballo ogni volta che degli outsider populisti riescono a vincere.

Un'altra accusa è che la Russia stia conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. Questo meme risale alla falsa affermazione del giornalista Mark Galeotti che nel 2014 sostenne l'esistenza di una dottrina Gerasimov dal nome del più alto generale russo che stava portando la Russia a condurre guerre non lineari o ibride. Ci sono voluti quattro anni a Galeotti durante i quali la sua tesi aveva ottenuto un enorme seguito per ritrattare le sue affermazioni.

"Con mio immenso rammarico, ho creato io questo termine, che da allora ha acquisito una vita propria e distruttiva, incedendo goffamente nel mondo per diffondere paura e avversione al suo passaggio. Gerasimov stava in realtà parlando di come il Cremlino interpreta quanto accaduto durante le rivolte della Primavera Araba, le rivoluzioni colorate contro i regimi filo-moscoviti nei Paesi vicini alla Russia e, a tempo debito, la rivolta di Maidan in Ucraina. I russi credono sinceramente, per quanto a torto, che non si sia trattato di genuine proteste contro governi brutali e corrotti, bensì di cambi di regime orchestrati a Washington, o meglio, a Langley."

Non c'è mai stata e non c'è alcuna guerra ibrida russa. C'è invece una forte campagna occidentale volta ad addossare alla Russia la colpa di qualsiasi cosa.

"Negli ultimi tempi, non passa giorno in Europa senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una spietata guerra ibrida che la Russia sta conducendo contro l'Europa, una guerra che include incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, cyberattacchi e altro ancora. Ci viene detto che ciò include complotti per collocare dispositivi incendiari a bordo di aerei cargo DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e dare alle fiamme magazzini e centri commerciali in tutta Europa, oltre ad atti di sabotaggio contro le aziende della difesa e l'industria bellica in Europa e attacchi alle infrastrutture critiche europee, ma anche, apparentemente, l'invio di agenti segreti a defecare nei bagni dei deputati finlandesi. Ci viene anche detto che tali attacchi hanno iniziato a verificarsi poco dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022 e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, l'Europa si trova ad affrontare una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo."

Non c'è tuttavia alcuna prova che uno solo dei presunti incidenti abbia qualcosa a che fare con la Russia. Una guerra ibrida però esiste ma è quella condotta dall'élite occidentale contro il proprio popolo.

"In ultima analisi, un esame serio della narrazione sulla guerra ibrida russa non può che condurre a un'unica e inquietante conclusione. Una guerra ibrida viene effettivamente condotta contro l'Europa, ma viene condotta dallo stesso establishment UE-NATO contro la propria popolazione. Gli europei sono sottoposti a una prolungata campagna di guerra cognitiva o psicologica finalizzata a condizionarli a credere che l'Europa sia sotto attacco da parte della Russia e che questi attacchi ibridi siano il preludio a ostilità convenzionali, un'affermazione per la quale, nel complesso, ci sono scarse o nulle prove. Ciò a cui i fatti puntano, in realtà, è una deliberata campagna di ingigantimento della minaccia in cui governi, organi di informazione e think tank finanziati dalla difesa hanno colluso per instillare un permanente senso di paura nella popolazione, attraverso una copertura martellante di incidenti, attacchi, sabotaggi e campagne che, nella maggior parte dei casi, semplicemente non esistono."

Ieri Andy Burnham il Primo Ministro non eletto della Gran Bretagna ha incolpato la Russia per l'esito del voto britannico sulla Brexit.

"Il Primo Ministro Andy Burnham ha scatenato la bufera in Gran Bretagna lunedì con la sua affermazione secondo cui la Russia avrebbe cercato di interferire nel voto sulla Brexit del 2016 che ha portato il Paese fuori dall'Unione Europea, rompendo con i precedenti premier che avevano dichiarato come non vi fosse alcuna prova di un'ingerenza di Mosca."

Vi era stata un'approfondita indagine parlamentare sull'ipotizzata influenza russa nel referendum sulla Brexit la quale non aveva riscontrato nulla. Burnham ora sostiene senza alcuna prova tale ingerenza perché vuole annullare l'uscita della Gran Bretagna dall'UE.

"Solo poche settimane fa, nel suo primo discorso al congresso da leader laburista, Burnham è diventato il primo premier ad aprire la porta al rientro nell'Unione Europea. Poco dopo, ha suggerito che il programma del suo partito per le prossime elezioni potrebbe includere un referendum proprio su questa questione."

L'argomentazione non detta di Burnham è che se la Russia ha influenzato il referendum sulla Brexit il risultato è illegittimo e deve essere annullato. Si tratta di una tesi falsa tanto quanto le accuse dello stesso Burnham secondo cui l'Iran sarebbe dietro ad alcuni contrabbandieri di carburante arrestati vicino a un aeroporto militare in Gran Bretagna e poi rilasciati su cauzione.

La propaganda sulla non esistente guerra ibrida che la Russia starebbe conducendo contro l'Europa ha raggiunto un nuovo picco ieri. L'Ucraina aveva appena bombardato diversi data center in Russia utilizzati da Yandex l'equivalente russo di Google. Yandex come Google Bing e altri scansiona costantemente internet per aggiornare il proprio indice di ricerca. Le statistiche sul traffico internet globale fornite da Cloudflare e da altri operatori hanno mostrato che a seguito dell'attacco ucraino l'attività del web crawler di Yandex è crollata. I media anti russi hanno immediatamente approfittato di questo fatto per sostenere che la famigerata influenza russa fosse improvvisamente crollata.

"I bot del Cremlino sono scomparsi? Dopo i raid sui data center di Yandex, il traffico automatizzato è crollato di quasi 250 volte. Gli utenti dei social media hanno rapidamente notato un'interessante coincidenza: con il calo del traffico, anche i bot filo-cremlino sono sembrati diventare meno attivi. Questi account inondano le sezioni commenti, fomentano conflitti e creano l'illusione di un ampio sostegno pubblico."

L'eurodeputato ceco Tomáš Zdechovský non ha saputo resistere dal lanciare una frecciata al partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland.

"Tanto parlare di patriottismo tedesco e poi la connessione con la Russia cade."

Diversi altri politici europei hanno fatto affermazioni simili. Il calo del traffico di Yandex avrebbe secondo loro ridotto anche il sostegno online a vari partiti e cause sgradite tra cui il partito tedesco AfD e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Nonostante non vi fosse alcuna prova a supporto di tali affermazioni i media mainstream in Germania Francia e altrove ci si sono tuffati a capofitto. Sono bastate poche ore perché venissero smentiti e svergognati.

"Vi presento la fonte della gigantesca fake news che è stata sdoganata in totale impunità da queste persone che si definiscono giornalisti, e che si sono appena rese di nuovo spettacolarmente ridicole. Le Parisien, BFM, Ouest France, TV5 Monde, oltre a Caroline Fourest, hanno rilanciato una falsa statistica proveniente da un fasullo grafico generato dall'IA che sosteneva di mostrare un calo del 56% dell'attività dell'AfD sui social media a seguito dei raid sui server di Yandex. Questo sedicente grafico, pubblicato da un parlamentare europeo del partito di Ursula von der Leyen, non indicava né che tipo di dati venissero misurati, né la fonte di tali dati, né come fossero stati aggregati; non includeva alcuna nota esplicativa sulla metodologia; e pretendeva di misurare il traffico fino al 15 ottobre 2026, ovvero nel futuro. Chiunque abbia più di due neuroni funzionanti non avrebbe mai preso sul serio un falso così rozzo. Ma apparentemente ai nostri giornalisti manca anche questo requisito minimo. Per quanto riguarda l'attività pro-Trump, si tratta di un filo-democratico americano che ha letteralmente detto: «Ho la sensazione che ci siano meno bot». Tutto qui. Nessuna fonte, nessun dato, nessun documento falso. È fondamentalmente la sua sensazione di pancia a parlare. E come se non bastasse, questi giornalisti hanno anche del tutto travisato una vera pubblicazione di Cloudflare, la quale mostrava che la maggior parte dei web crawler di Yandex era scomparsa a seguito dell'attacco ai server. I crawler sono i bot utilizzati dai motori di ricerca per scansionare e indicizzare le pagine web. Non hanno alcun legame con i bot che diffondono messaggi sui social media. Questo è il livello di affidabilità con cui questi giornalisti gestiscono le informazioni e eppure hanno l'arroganza di salire in cattedra."

Quei giornalisti naturalmente non sono altro che compiacenti accoliti che diffondono qualsiasi sciocchezza anti russa i loro leader vogliano che producano. Non si curano dei fatti né della morale e la loro unica missione è spingere l'opinione pubblica verso una nuova guerra in Europa.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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