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Il caos delle piazze e la tentazione della regia. Gli indizi da cercare

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scelto parole nette. Intervenendo il 20 ottobre al Defense Procurement Forum di Roma, ha definito gli scontri di Milano e delle altre città italiane il frutto di una guerra ibrida combattuta attraverso TikTok, i social e YouTube, che l’Occidente non saprebbe né riconoscere né contrastare.[1] Ha escluso che i ragazzi in piazza fossero i cosiddetti maranza o figli dell’immigrazione, parlando piuttosto di una controeducazione ricevuta fuori dalla famiglia e dalla scuola, e del rischio che alcuni Paesi usino algoritmi e dati comportamentali per orientare il pensiero dei più giovani. Non ha nominato alcuno Stato. Matteo Salvini gli ha risposto, a stretto giro, che di regia non ce n’è e che le ipotesi su un ruolo russo sono strambe, mentre Stefania Craxi e Lia Quartapelle hanno richiamato, da sponde opposte, il rischio che potenze straniere abbiano amplificato proteste convocate sui social.[2]

La domanda di sempre

È una scena che si ripete. Ogni volta che un movimento di protesta degenera, dai gilets jaunes ai no vax, la discussione pubblica si divide subito in due tifoserie: chi vede dietro ogni vetrina infranta la mano di Mosca e chi liquida qualsiasi ipotesi di interferenza come complottismo. Entrambe sbagliano, perché confondono tre cose diverse: l’esistenza di un’attività ostile, la sua capacità di amplificare un fenomeno già esistente e il suo effetto causale sulla violenza. La prima è spesso documentabile, la seconda talvolta, la terza quasi mai. La tesi del ministro, nella sua versione più solida, riguarda una vulnerabilità strutturale reale: intere generazioni esposte a ecosistemi algoritmici che piattaforme e attori statali ostili sono in grado di sfruttare. Il passaggio dalla vulnerabilità all’attribuzione di un fatto specifico richiede però prove di altra natura.

Che cosa dicono i dati

La Francia, dove tutto è cominciato, offre il termine di paragone più utile. La mobilitazione del 17 ottobre, nata dai blocchi dei licei e confluita nella protesta contro il caro vita, ha portato in piazza circa 550.000 persone e si è chiusa con quasi 2.400 arresti e un migliaio di agenti feriti.[3] Secondo i dati di Visibrain ripresi da Le Monde, l’appello aveva generato circa 460.000 messaggi e oltre 132 milioni di visualizzazioni su TikTok; ma Viginum, il servizio francese contro le ingerenze digitali straniere, non aveva individuato operazioni estere significative dietro la sua diffusione.[4] Una fonte governativa ha riconosciuto a 20 Minutes che una parte del traffico proveniva dall’estero, pur restando la conversazione prevalentemente nazionale, e che i video delle violenze sono stati rilanciati in massa dai media di Stato russi, iraniani, algerini, turchi e cinesi.[5] È il quadro tipico: nessuna regia dimostrata all’origine, un’amplificazione opportunistica evidente a valle.

In Italia il fenomeno più rivelatore non sono stati gli scontri, ma ciò che è seguito. Dal 19 ottobre le chat di studenti e genitori di Milano, Pavia, Cremona, Ravenna e del Veneto sono state invase da falsi allarmi su stupri di gruppo, spedizioni di neofascisti contro gli stranieri, incendi alle università, con video di vecchie violenze spacciati per attuali.[6] Nessuna minaccia si è materializzata, ma a Ravenna in un istituto è entrato un decimo degli studenti, a Cremona il centro è rimasto deserto per ore.[7] È la definizione di un’operazione cognitiva riuscita. Eppure l’unico caso con responsabili accertati, proprio quello di Cremona, ha portato la Digos a denunciare due ragazzi di 14 e 15 anni del posto.[8] Lo stesso panico può nascere da un adolescente come da un servizio straniero, e solo l’analisi tecnica delle reti può distinguere l’uno dall’altro.

Il jihad dell’attenzione

C’è poi un terzo attore, che nessuno ha nominato. BBC Monitoring ha documentato come account dell’area di sostegno allo Stato Islamico abbiano esortato i “fratelli” in Francia a sfruttare il caos e a non distinguere tra civili e militari, salutando una “primavera europea” che comprendeva espressamente l’Italia, mentre altri ambienti islamisti si limitavano a celebrare il declino dell’Occidente.[9] Non c’è alcuna prova di un ruolo jihadista nelle piazze; l’analista Daniele Garofalo ha ricordato che non esistono elementi su un ruolo operativo dei Fratelli musulmani o di altri gruppi.[10] Ma Europol segnala che nel 2025 108 dei 347 arrestati per terrorismo jihadista nell’Unione avevano diciotto anni o meno.[11] Il rischio non è l’infiltrazione organizzata, ma il singolo già radicalizzato che legge nel disordine una copertura. E colpisce la simmetria con la destra radicale: quando Donald Trump attribuisce le proteste francesi all’islam e all’immigrazione, offre agli account jihadisti la stessa cornice di scontro di civiltà che essi propongono.[12] Ogni estremismo trova nell’altro la conferma delle proprie premesse.

Mosca e Teheran, la stessa sceneggiatura

Il 6 ottobre l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese, accusando Parigi di repressione violenta e di doppi standard rispetto alle critiche ricevute per le proteste iraniane di gennaio.[13] Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando una campagna di disinformazione condotta dagli account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran.[14] Lo schema è noto. Durante le proteste iraniane di inizio 2026, l’Institute for Strategic Dialogue aveva documentato come RT e la diplomazia russa rilanciassero la narrazione di Teheran sulle rivolte eterodirette, in una filiera che dai media di regime passava ai gruppi islamisti alleati e arrivava fino all’estrema destra occidentale.[15] Oggi il copione si rovescia: sono i media di Mosca e di Teheran a raccontare la Francia come un regime che reprime i suoi giovani. Va detto con precisione: le fonti aperte documentano una convergenza di narrazioni e un’amplificazione reciproca, mentre un coordinamento operativo tra i due apparati resta, come osserva il CSIS, più affermato che provato.[16] Ma per l’effetto cognitivo la differenza conta poco: due voci che ripetono lo stesso racconto valgono più di una.

Quando la regia c’era

La storia recente offre casi in cui l’interferenza è stata accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Il 21 maggio 2016 a Houston due cortei contrapposti, uno contro l’”islamizzazione del Texas” e uno a difesa dei musulmani, si fronteggiarono davanti a un centro islamico: entrambi erano stati convocati da pagine Facebook gestite dall’Internet Research Agency di San Pietroburgo, che secondo il rapporto Mueller organizzò decine di manifestazioni negli Stati Uniti.[17] Nello stesso anno, a Berlino, la falsa notizia dello stupro di una tredicenne russo-tedesca, rilanciata dai media russi e dal ministro Lavrov, portò in piazza la comunità russofona prima che la polizia dimostrasse che il rapimento non era mai avvenuto.[18]

La Francia ha poi conosciuto il salto dal digitale al fisico. Nell’ottobre 2023 le stelle di David dipinte sui muri di Parigi furono rilanciate da 1.095 bot della rete russa RRN, i cui primi post comparvero quarantotto ore prima della prima foto autentica.[19] Il 31 ottobre 2025 il tribunale di Parigi ha condannato quattro bulgari per le mani rosse sul Memoriale della Shoah, definendo indiscutibile l’ingerenza straniera.[20] Nel 2025 la polizia serba ha arrestato undici persone per le teste di maiale davanti alle moschee parigine, che secondo Belgrado agivano su istruzione di un servizio straniero.[21] È la stessa logica di Houston: fabbricare incidenti che mettano comunità contro comunità.

Per i grandi movimenti spontanei, invece, le prove dicono altro. Durante i gilets jaunes una rete di circa seicento account legati alla Russia e i media di Stato cavalcarono la protesta, ma gli studiosi ne hanno giudicato limitato l’effetto e nessuno ha dimostrato un ruolo nella sua nascita.[22] Sui vaccini, i troll dell’IRA postavano in eguale misura messaggi pro e contro, con l’unico scopo di dividere.[23] Nel 2021 Facebook smantellò la rete Fazze, che dalla Russia tentava di pagare influencer per screditare i vaccini Pfizer e AstraZeneca: fu scoperta perché furono gli stessi influencer a denunciarla.[24] E quando il fronte no vax è passato alla violenza, come nell’assalto alla Cgil del 2021, i responsabili condannati erano dirigenti di Forza Nuova.[25] Il caso più grave, le rivolte anti-immigrati seguite all’accoltellamento di Southport nel 2024, nacque dal nome falso di un presunto aggressore musulmano diffuso da un sito commerciale a caccia di traffico, senza che la commissione Affari interni di Westminster abbia individuato alcun attore statale.[26] L’interferenza straniera, nell’ultimo decennio, ha fatto da acceleratore, non da detonatore, e il detonatore è stato quasi sempre domestico.

Gli indizi da cercare

Che cosa servirebbe, allora, per trasformare l’allarme del ministro in un’attribuzione? Tre elementi, che l’esperienza francese ha reso riconoscibili. Il primo è temporale: un’operazione coordinata si tradisce quando l’amplificazione anticipa l’evento. Il secondo è materiale: le provocazioni affidate a esecutori stranieri lasciano tracce di viaggi, telefoni e pagamenti. Il terzo è infrastrutturale: le reti già note riutilizzano domini, account e tecniche. Finché nessuno di questi elementi emerge da una valutazione tecnica pubblica, la guerra ibrida resta un’ipotesi plausibile e un allarme legittimo, ma non una prova. E un’attribuzione prematura rischia di fare esattamente ciò che l’avversario desidera: alimentare sfiducia e polarizzazione. La vulnerabilità più grave, ci dice il decennio alle spalle, non è la forza di chi ci attacca, ma la disponibilità delle nostre società a fare da sole il suo lavoro.

[1]Ansa, «Crosetto: “I fatti di Milano frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026; Lettera43, «Scontri a Milano, Crosetto: “Frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026

[2]mam-e, «Scontri a Milano, Crosetto parla di “guerra ibrida”. Salvini lo smentisce», 20 ottobre 2026, ; Il Fatto Quotidiano, «Guerra ibrida a Milano, Crosetto: “I social usati contro l’Occidente”», 20 ottobre 2026

[3]CNBC, «France hit by worst unrest in years», 19 ottobre 2026

[4]La Clé publique, «17 octobre : lycéens et gilets jaunes se retrouvent sur TikTok», 17 ottobre 2026

[5]20 Minutes, «Violences du 17 octobre : y a-t-il eu des ingérences étrangères sur les réseaux sociaux ?», ottobre 2026

[6]Il Fatto Quotidiano, «Fake news nelle chat: falsi allarmi su stupri e incendi alle università», 20 ottobre 2026

[7]Ravenna&Dintorni, «Minacce nelle chat, scuole presidiate a Ravenna ma nessun incidente», 20 ottobre 2026

[8]Cremonaoggi, «Psicosi da disordini: denunciati due minori per istigazione a delinquere e procurato allarme», 20 ottobre 2026

[9]BBC Monitoring, «Briefing: Jihadists, Islamists seek to exploit protests in France, Europe», 19 ottobre 2026

[10]The Media Line, «France’s Riots Give Extremist Networks an Opening, Experts Warn», 20 ottobre 2026

[11]Europol, EU Terrorism Situation and Trend Report 2026; sintesi in eucrim 

[12]AFP, «Islam Wanting to Take Over: Trump Blames France Protests on Migration», 7 ottobre 2026, ripreso da Deccan Chronicle

[13]Anadolu Agency, «Iran summons French ambassador over student protests», 6 ottobre 2026

[14]KUNA/ Kuwait Times, «France summons Iran’s ambassador over disinformation campaign», ottobre 2026

[15]Institute for Strategic Dialogue, «Axis of amplification: Regime media, proxies and Western supporters respond to Iranian protests», 2026

[16]N. Shah, J. Sherman, «Understanding Russia-Iran Collaboration in Cyberspace», CSIS, 14 luglio 2026

[17]RFE/RL, «U.S. Senator Says Russian Trolls Were Behind Competing Protests In Houston», 2 novembre 2017; KUT, «Confederate Rally In Houston Cited In Mueller Report As Earliest Evidence Of Russian Interference», 18 aprile 2019

[18]The Local Germany, «Germany warns Moscow not to exploit Berlin rape investigation», 27 gennaio 2016; per la ricostruzione complessiva

[19]Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères, «Russie – Nouvelle ingérence numérique russe contre la France», 9 novembre 2023,

[20]The Local France, «French court jails Bulgarians for up to four years for Holocaust memorial defacement», 1° novembre 2025

[21]Brut, «Têtes de cochon devant des mosquées en région parisienne : 11 arrestations en Serbie», 2025

[22]Deutsche Welle, «France’s “yellow vests” and the Russian trolls that encourage them», 15 dicembre 2018, ripubblicato dall’IFRI

[23]D. A. Broniatowski et al., «Weaponized Health Communication: Twitter Bots and Russian Trolls Amplify the Vaccine Debate», American Journal of Public Health, 2018

[24]CyberScoop, sul rapporto di Facebook del 10 agosto 2021

[25]LaPresse, «Assalto Cgil, Giuliano Castellino condannato a 8 anni e 7 mesi», 20 dicembre 2023

[26]Logically Facts, «How dubious website Channel3Now fueled misinformation about Southport suspect», 6 agosto 2024; sulla relazione della Home Affairs Committee del 14 aprile 2025

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Chi decide di cosa dobbiamo avere paura? La lezione del caso Coxon

L’8 settembre Jacob Coxon, ricercatore ventisettenne che per tre anni ha lavorato al pretraining dei modelli prima in OpenAI e poi in Anthropic, ha annunciato su X le proprie dimissioni con un messaggio destinato a fare il giro del mondo: i grandi laboratori, ha scritto, corrono verso una superintelligenza capace di migliorarsi da sé e stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. In trentasei ore il post ha superato, secondo Time, i centocinquanta milioni di visualizzazioni. Nel giro di una settimana gli hanno dato ragione un dirigente della sua stessa azienda, Bernie Sanders e Steve Bannon; e una parte non piccola della rete gli ha dato del burattino.

Chi studia la guerra cognitiva sa che i fatti raramente arrivano al pubblico nudi: arrivano dentro una cornice, e la battaglia vera si combatte sulla cornice. Il caso Coxon è istruttivo proprio perché ne ha prodotte due, simultanee e incompatibili, ciascuna con i propri argomenti, i propri amplificatori e i propri interessi. Vale la pena metterle una accanto all’altra.

La storia del testimone

La prima è la storia del testimone che rinuncia. Coxon non è un addetto alla sicurezza assunto per preoccuparsi: è uno di quelli che il motore lo hanno costruito, accreditato da OpenAI tra i contributori principali di GPT-4o. Si è dimesso, riferisce Axios, circa due mesi prima che maturassero le sue azioni, rinunciandovi. E soprattutto non è rimasto solo: Evan Hubinger, responsabile dell’alignment science di Anthropic, ha dichiarato pubblicamente di condividerne la diagnosi, stimando oltre il dieci per cento la probabilità che l’IA causi l’estinzione umana entro il decennio; pochi giorni dopo lo stesso amministratore delegato, Dario Amodei, ha invocato un rallentamento. In questa lettura l’allarme non è un’operazione: è la crepa che si apre quando chi sta dentro dice ad alta voce ciò che si ripete in privato.

La storia della campagna

La seconda è la storia della campagna. Qui l’attenzione si sposta dal messaggio alla sua meccanica: l’esclusiva del Wall Street Journal online circa diciotto minuti prima del post; le prime risposte arrivate in pochi minuti da esponenti di Encode AI, AI Futures Project e AI Policy Network, organizzazioni che condividono finanziatori legati al mondo dell’altruismo efficace e, in alcuni casi, agli investitori di Anthropic; la sponda immediata di parlamentari che invocano una legge già pronta. La cornice teorica è quella che il critico Cal Newport ha chiamato “doom trolling”: aziende che descrivono solennemente i danni potenziali dei propri sistemi continuando a svilupparli, con l’effetto, secondo chi la sostiene, di gonfiarne la percezione di potenza e di favorire regole che soffocano i concorrenti più piccoli.

Che cosa regge e che cosa no

Entrambe le storie contengono elementi veri, ed entrambe ne omettono altri. La narrazione della campagna ha ragione su un punto che merita di essere preso sul serio: l’ecosistema della “sicurezza dell’IA” è finanziato in larga parte da pochi donatori, e quando giornalisti, testate ed esperti citati sono sostenuti dalle stesse fonti senza dichiararlo, c’è un problema di trasparenza che non dipende dalla buona fede di nessuno. Ma la stessa narrazione inciampa sui fatti. La proposta Sanders-Casar per la messa al bando della superintelligenza era stata annunciata il 3 settembre, cinque giorni prima delle dimissioni: il post le ha dato slancio, non l’ha generata. E un’esclusiva concessa sotto embargo a un grande quotidiano è prassi comune di chi prepara un annuncio pubblico: prova la pianificazione, non una regia altrui. La verifica più accurata finora disponibile conclude che le evidenze pubbliche non dimostrano né un controllo dei donatori su Coxon né un’operazione condotta da Anthropic, e che il ricercatore appare sincero.

La narrazione del testimone, a sua volta, tace qualcosa. Coxon non denuncia illeciti verificabili; ad Axios ha anzi detto di non aver visto Anthropic sacrificare la sicurezza per battere i rivali. La sua è una previsione, non una prova: che le cose possano sfuggire di mano entro la fine del 2027 è un giudizio personale, che oggi non può essere né confermato né smentito. E il dilemma su cui poggia la critica opposta, se ci credete fermatevi e se non ci credete state manipolando, trascura la posizione che le aziende effettivamente dichiarano: il rischio è reale ma incerto, e se la tecnologia verrà costruita comunque è meglio che a costruirla sia chi lo prende sul serio. È un argomento discutibile, ma va discusso, non eluso.

Una paura trasversale

C’è poi un dato che smonta entrambe le cornici nella loro versione più semplice: la geografia politica. La lettura della campagna sottolinea che quasi tutti i politici intervenuti sono democratici, a due mesi dal voto di metà mandato. Ma il 15 settembre, a Washington, Sanders e Bannon sono intervenuti alla stessa conferenza su un approccio “pro-umano” all’IA, uniti nell’allarme e divisi sui rimedi, mentre il presidente Trump liquidava la reazione come una bufala. La diffidenza verso i nuovi oligarchi della tecnologia è diventata trasversale, e la paura dell’IA è ormai una risorsa contesa da destra e da sinistra. Anche la contronarrazione, del resto, ha i suoi sponsor: l’argomento del regulatory capture è stato reso popolare da David Sacks e dal fronte che chiede meno regole, non meno potenza di calcolo.

La contesa sulle parole

Il punto, allora, non è stabilire se Coxon sia un profeta o una pedina. È capire che la contesa sulle parole, “sicurezza”, “rischio”, “controllo”, precede e determina qualunque regola verrà scritta, e che entrambi i campi lo sanno benissimo. Per un decisore pubblico, e per l’Europa in particolare, la lezione è doppia. Da un lato pretendere trasparenza sui finanziamenti di chiunque partecipi al dibattito, allarmisti e scettici. Dall’altro riportare l’attenzione su ciò che è verificabile oggi: il consumo di energia e acqua dei data center, l’impiego dei modelli negli apparati di sorveglianza e nelle decisioni militari, la sostenibilità finanziaria di un’industria che brucia capitale in attesa di ricavi futuri. Episodi come quello riferito dalle cronache di luglio, quando agenti di OpenAI sarebbero usciti dall’ambiente di test attaccando Hugging Face, mostrano che il confine tra rischio ipotetico e incidente presente è più sottile di quanto entrambe le narrazioni lascino credere.

Chi abbia ragione, alla fine, conta meno di una domanda: chi decide di che cosa dobbiamo avere paura?

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Vi spiego la narrazione che muove la guerra cognitiva del Cremlino. Scrive Pagani

Non menzogne, ma una visione del mondo

Quando si parla della macchina della propaganda del Cremlino si tende a ridurla a una sequenza di falsi: il video manipolato, il sito clone dell’operazione Doppelgänger, la rete di bot che rilancia l’ennesima teoria sui laboratori biologici in Ucraina. È una lettura comprensibile ma fuorviante, perché scambia i singoli messaggi per la strategia. Le menzogne sono le munizioni; ciò che conta è l’arma che le spara, cioè una cornice interpretativa stabile dentro la quale ogni notizia, vera o falsa, assume un significato già scritto. La guerra cognitiva russa non vince quando fa credere un fatto inesistente, ma quando riesce a far leggere i fatti reali attraverso le sue categorie. Per questo il fact-checking, da solo, arriva sempre tardi: smentisce il dettaglio e lascia intatto il quadro.

Lo Stato-civiltà e il katechon

Il fondamento di questa cornice è un’idea che ha smesso da tempo di essere solo retorica ed è entrata nei documenti ufficiali. Il Concetto di politica estera del marzo 2023 definisce la Russia “uno Stato-civiltà originale”[1]: non una nazione tra le altre, soggetta alle stesse regole, ma un mondo a sé, portatore di valori propri e di una missione storica. Il decreto presidenziale n. 809 del novembre 2022 sui «valori spirituali e morali tradizionali» ha tradotto questa autorappresentazione in politica di Stato, indicando nell’«ideologia distruttiva» occidentale una minaccia alla sicurezza nazionale[2].

Dietro le formule burocratiche c’è un sincretismo che attinge a strati diversi della cultura russa: lo slavofilismo ottocentesco, che opponeva la comunità spirituale slava all’individualismo razionalista europeo; l’eurasismo degli esuli degli anni Venti, rilanciato da Aleksandr Dugin come scontro perenne tra potenza di terra, gerarchica e spirituale, e potenza di mare, mercantile e liberale; il mito di Mosca Terza Roma, ultimo rifugio della vera fede dopo Bisanzio. E soprattutto Ivan Il’in, il filosofo dell’emigrazione bianca più volte citato da Putin, teorico di uno Stato forte e redentore. Da qui proviene la figura del katechon, la forza che «trattiene» l’avvento del caos: la Russia si presenta come ultimo argine contro la dissoluzione morale dell’Occidente. Quando Putin, annettendo quattro regioni ucraine, ha parlato di «satanismo puro» e il patriarca Kirill ha descritto la guerra come una lotta “metafisica”, non improvvisavano: recitavano la liturgia di una teologia politica[3].

La fortezza assediata e il mito del 1945

Il secondo pilastro è il rovesciamento sistematico del rapporto tra causa ed effetto. Nella narrazione del Cremlino la Russia non agisce mai, reagisce. L’allargamento della Nato non è la libera scelta di Stati che temevano Mosca, ma un accerchiamento; la guerra non è un’aggressione, ma un’”operazione” resa inevitabile dalla minaccia occidentale; la fine dell’Urss non è l’emancipazione di popoli, ma «la più grande catastrofe geopolitica del secolo»[4]. A tenere insieme questo vittimismo strategico è la russofobia, presentata come odio ontologico dell’Occidente per la Russia in quanto tale: se il nemico ti odia per ciò che sei, nessun negoziato è possibile e ogni compromesso è un inganno.

Su questo impianto si innesta il mito fondativo della Grande guerra patriottica, l’unico capace di unire memoria zarista, sovietica e postsovietica. La sacralizzazione del 1945 permette un’operazione semantica potentissima: chiunque si opponga alla Russia diventa per definizione erede del nazismo. La “denazificazione” di un Paese guidato da un presidente ebreo è un nonsenso sul piano dei fatti, ma è coerente sul piano mitologico, perché riattiva un trauma collettivo e trasforma l’aggressione in liberazione. Il saggio di Putin del luglio 2021 sull’«unità storica di russi e ucraini» aveva già preparato il terreno, negando all’Ucraina una soggettività propria e iscrivendola nel Russkij Mir, lo spazio spirituale e linguistico che Mosca si arroga il diritto di proteggere.

Una sintassi modulare

La forza di questa architettura sta nella modularità. Lo stesso nucleo narrativo viene declinato in registri diversi, e talvolta opposti, a seconda del pubblico: al conservatore europeo si offre la Russia custode della tradizione, alla sinistra antiatlantista la Russia antimperialista erede dell’Urss, al Sud globale il “mondo multipolare” e un anticolonialismo di facciata che occulta la natura coloniale della guerra contro un vicino, al cittadino stanco e impaurito il disfattismo di chi ripete che resistere significa solo prolungare la sofferenza. Le versioni sono incompatibili tra loro, e non ha importanza: quando le contraddizioni affiorano servono a dissolvere l’idea stessa che esista una verità verificabile.

Le affinità elettive

Non tutti i pubblici, però, sono uguali. La narrazione del Cremlino trova il suo terreno naturale nelle destre populiste e sovraniste europee, con cui condivide il lessico prima ancora degli obiettivi: la nazione come comunità organica assediata, la diffidenza verso le istituzioni sovranazionali, il disprezzo per le “élite globaliste”, la famiglia tradizionale come trincea contro i diritti civili, l’uomo forte come rimedio alla presunta debolezza delle democrazie liberali. Non è un caso che proprio in quell’area politica Mosca abbia coltivato negli anni rapporti, convergenze e, in casi documentati, finanziamenti[5].

Per la sinistra, invece, quella stessa narrazione dovrebbe essere antitetica. Un regime che teorizza la gerarchia contro l’eguaglianza e la sovranità assoluta dello Stato contro i diritti universali della persona, che soffoca il dissenso e la società civile, che concentra la ricchezza in un’oligarchia e manda a morire al fronte soprattutto i figli delle regioni più povere, è quanto di più lontano si possa immaginare dagli ideali di progresso, solidarietà e giustizia sociale. Eppure una parte della sinistra europea si lascia sedurre dal travestimento antimperialista, scambiando l’ostilità all’egemonia americana per una forma di emancipazione. È l’errore più grave, perché consegna a un’autocrazia reazionaria le parole della propria tradizione: la pace che diventa resa, l’antimperialismo che diventa complicità con un impero.

Dalla persuasione al controllo riflessivo

Qui si coglie la differenza tra propaganda classica e guerra cognitiva. La prima cerca di convincere che la Russia ha ragione. La seconda non ha bisogno di farsi credere né amare: le basta indurre l’avversario a prendere, secondo la propria logica e in apparente autonomia, la decisione che conviene a Mosca. È il principio del controllo riflessivo, elaborato negli anni Sessanta dallo psicologo e matematico sovietico Vladimir Lefebvre e assorbito nella dottrina militare russa[6]. Lo si è visto in Crimea, quando l’ambiguità sui “piccoli uomini verdi” ha congelato la reazione occidentale il tempo necessario a chiudere l’annessione. Lo si vede ogni volta che l’evocazione dosata dell’escalation nucleare induce le cancellerie a rinviare forniture decisive: nessuno deve convincerci di nulla, la nostra avversione al rischio fa il resto. La narrazione, in questo schema, non è il fine ma il serbatoio di significati che rende plausibili le decisioni che si vogliono provocare.

Lo specchio delle nostre crepe

La conclusione più scomoda è che l’efficacia di questa macchina dipende meno dalla sua potenza che dalle nostre vulnerabilità. La propaganda russa agisce come un reagente: non crea le fratture, le rivela e le allarga. Si insinua nella sfiducia verso le istituzioni, nella polarizzazione alimentata dagli algoritmi, nella stanchezza per l’inflazione e la crisi energetica, nella falsa equivalenza che scambia il pluralismo per relativismo e invita in studio la “seconda campana” anche quando suona una menzogna. E sfrutta l’asimmetria tra un regime che non risponde a nessun elettorato e democrazie che vivono di cicli elettorali brevi.

La risposta, dunque, non può essere solo difensiva. Il prebunking, che smaschera i meccanismi della manipolazione prima che attecchiscano, e l’applicazione rigorosa del Digital Services Act contro le reti inautentiche sono necessari, ma non bastano. A una visione del mondo si risponde con un’altra visione del mondo. Finché l’Europa si limiterà a smentire, inseguendo la propaganda notizia per notizia, giocherà dentro la cornice disegnata a Mosca. Uscirne significa tornare a spiegare con convinzione perché la sovranità degli Stati, il diritto internazionale e la libertà delle persone non sono l’ipocrisia di una civiltà decadente, ma le ragioni per cui vale la pena difenderla.

[1]Concetto di politica estera della Federazione Russa, approvato con decreto presidenziale del 31 marzo 2023.

[2]Decreto del Presidente della Federazione Russa n. 809 del 9 novembre 2022, «Sui fondamenti della politica statale per la preservazione e il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali russi».

[3]V. Putin, discorso per la firma dei trattati di annessione, Cremlino, 30 settembre 2022; patriarca Kirill, omelia del 6 marzo 2022, cattedrale di Cristo Salvatore, Mosca.

[4]V. Putin, messaggio annuale all’Assemblea federale, 25 aprile 2005.

[5]Il caso più noto è il prestito di 9,4 milioni di euro concesso nel 2014 al Front National dalla First Czech-Russian Bank.

[6]V. A. Lefebvre, Konfliktujuščie struktury, Mosca, 1967; sulla sua ricezione nella dottrina russa, T. L. Thomas, «Russia’s Reflexive Control Theory and the Military», Journal of Slavic Military Studies, 17 (2004), 2.

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Auto che filmano soldati norvegesi e sensori che la Pa compra senza saperlo

Esercitazione Hovedstad

Il tenente Fredrik Blanck se n’è accorto quasi per caso. Era la metà di settembre e circa cinquemila uomini e donne della Heimevernet, la Guardia nazionale norvegese, erano impegnati nell’esercitazione Hovedstad, «Capitale», che simulava la difesa dell’aeroporto di Oslo-Gardermoen in tempo di guerra. Per la carenza di mezzi di trasporto, le Forze armate avevano preso a noleggio alcune vetture civili, tra cui almeno due elettriche Deepal, marchio del gruppo statale cinese Changan. Scorrendo i menu del sistema di bordo, i militari hanno trovato ciò che nessuno aveva messo in conto: le telecamere perimetrali avevano registrato e conservato i volti dei soldati, i loro spostamenti e perfino le dita che digitavano i codici sui tastierini dei varchi militari.[1]

Le registrazioni sono state cancellate a esercitazione conclusa, e soltanto sulle auto dove era possibile farlo. Nessuno sa, però, se quei file siano rimasti nella memoria delle vetture o abbiano preso la strada di un server lontano. È esattamente questa incertezza, più ancora del fatto in sé, il cuore del problema. C’è poi un dettaglio che rende la vicenda quasi un apologo: la società di noleggio appartiene a Volvo Cars, a sua volta controllata dalla cinese Geely, che ha escluso qualsiasi rischio, ricordando che la condivisione di dati con la casa madre richiede una base giuridica. Formalmente ineccepibile. Ma il punto, come vedremo, non è la buona fede di un’azienda: è la legge cui quell’azienda, in ultima istanza, deve rispondere.

La teoria del mosaico

Si potrebbe archiviare l’episodio come un incidente tattico, rimediato cambiando i codici e rimproverando chi non ci aveva pensato. Sarebbe una lettura comoda e sbagliata. L’intelligence raramente vive di colpi di scena; vive di accumulo. Il volto di un caporale, l’orario in cui un convoglio lascia la caserma, il punto in cui un ufficiale parcheggia ogni mattina sono informazioni che, prese una alla volta, non valgono nulla. Messe insieme, raccontano chi comanda davvero, quali reparti si muovono prima di un’operazione, quali procedure si ripetono e dove si aprono le crepe. È ciò che gli analisti chiamano teoria del mosaico: la tessera isolata è insignificante, il disegno che compongono è un segreto di Stato. Nel 2018 bastò la mappa pubblica delle corse registrate da un’app di fitness per rivelare il perimetro e le abitudini di basi militari in mezzo mondo.[2] Nessuno aveva tradito nulla: avevano solo fatto jogging e scaricato i dati su di un’app che registra gli allenamenti, come fanno tanti sportivi.

Algoritmi, quanti e vantaggio decisionale

Quello che è cambiato, rispetto ad allora, è la scala. Per comporre un mosaico, un tempo servivano reti di informatori, pazienza e intere sale di analisti. Oggi servono sensori sempre accesi e algoritmi capaci di correlare milioni di punti dati eterogenei: la telemetria di un’auto, i metadati di un telefono, una ripresa satellitare, un registro doganale. L’intelligenza artificiale ricostruisce i grafi delle relazioni, individua i nodi di una catena di comando dal modo in cui i veicoli si muovono insieme, stabilisce la «routine» di una base e segnala la minima anomalia che precede un’operazione. Non si limita a descrivere il presente o a stimare il futuro: suggerisce al decisore la mossa migliore. È l’intelligence prescrittiva, quella che trasforma la conoscenza in vantaggio decisionale.

E c’è un orizzonte ulteriore. Le grandi potenze stanno già accumulando enormi volumi di traffico cifrato che oggi non possono leggere, secondo la logica che gli specialisti riassumono con la formula harvest now, decrypt later: raccogli ora, decifra dopo. Quando il calcolo quantistico sarà abbastanza maturo da piegare gli attuali standard di crittografia asimmetrica, quegli archivi diventeranno leggibili all’indietro. Ciò che oggi sembra al sicuro dietro una chiave RSA potrebbe tra qualche anno alimentare, con decenni di storia, i modelli di chi lo ha conservato.

Internet of Things ed i sensori della pubblica amministrazione

A questo punto la domanda torna inevitabilmente a casa nostra. Le auto norvegesi non sono un’eccezione, sono un campione. L’insieme della pubblica amministrazione, in Italia come altrove, acquista ogni giorno dispositivi connessi: videocamere di sorveglianza, inverter fotovoltaici sui tetti degli edifici pubblici, impianti di climatizzazione intelligenti, controlli d’accesso, stampanti di rete, droni per la protezione civile, auto di servizio. Ognuno di questi oggetti è un sensore, e molti dialogano regolarmente con i server del produttore per aggiornamenti e diagnostica. Lo ha scoperto, sempre in Norvegia, l’operatore dei trasporti di Oslo, Ruter, quando i test sui nuovi autobus elettrici di un costruttore cinese hanno mostrato che la casa madre poteva intervenire da remoto sui sistemi di controllo, fino a spegnerli.[3] C’è poi un paradosso che merita di essere detto con chiarezza: la pubblica amministrazione acquista, e paga di tasca propria, i dispositivi che potrebbero servire a spiarla. Per chi intendesse sfruttarli, quei sensori valgono più come fonte di informazioni che come merce. Il venditore può dunque permettersi di presentare in gara il prezzo più basso, perché per accedere a quei dati sarebbe disposto, in fondo, a pagare lui. Semmai, si guarderà bene dall’abbassarlo troppo, per non insospettire le sue potenziali vittime: uno sconto ben calibrato vince la gara, uno sconto eccessivo accende un campanello d’allarme. Se il criterio di aggiudicazione resta il massimo ribasso, l’asta finisce per premiare proprio chi ha interessi che vanno ben oltre la vendita, e la sicurezza diventa una voce che nessuno mette a bilancio.

Il nodo giuridico è noto. L’articolo 7 della legge cinese sull’intelligence nazionale del 2017 impone a organizzazioni e cittadini di sostenere, assistere e collaborare con l’attività informativa dello Stato.[4] Non serve immaginare un complotto per ogni inverter: basta sapere che, se Pechino chiedesse, nessuna azienda soggetta a quella legge potrebbe legalmente rifiutare. I dati apparentemente innocui, dunque, non lo sono affatto. Sono innocui soltanto finché qualcuno non decide di metterli insieme.

Le contromisure

Le contromisure esistono, e non richiedono di rinunciare alla tecnologia. Gli Stati Uniti hanno vietato con una regola del Bureau of Industry and Security l’hardware e il software di connettività provenienti da Paesi avversari nei veicoli connessi;[5] la Polonia ha escluso le auto di fabbricazione cinese dalle installazioni militari protette.[6] Ma oltre ai divieti servono abitudini e architetture: zone di esclusione attorno a basi e infrastrutture critiche; la mappatura di ogni chip e di ogni modulo SIM nelle forniture pubbliche; dispositivi fissi confinati in reti locali isolate, con firewall capaci di intercettare le «telefonate a casa» verso server stranieri; la disattivazione fisica di microfoni e moduli di trasmissione nei mezzi impiegati per scopi istituzionali; codici d’accesso che cambiano spesso e non si digitano davanti a una telecamera. E, nel lungo periodo, norme che obblighino a elaborare a bordo i dati di telecamere e sensori, cancellando quelli grezzi, una filiera europea di semiconduttori e sensoristica, e reparti di cyber-difesa che smontino e mettano alla prova i dispositivi commerciali prima che entrino in servizio.

Una comodità, non una spia

La lezione di Gardermoen è semplice e scomoda. La minaccia più insidiosa non ha l’aspetto di una spia, ma di una comodità: un’auto noleggiata in fretta perché mancavano i mezzi, una telecamera acquistata al ribasso, un pannello solare che si aggiorna da solo. Nell’era dell’Internet delle cose ogni oggetto racconta qualcosa di noi. Il problema non è impedirgli di parlare, ma decidere a chi, e prima che qualcun altro abbia già finito di comporre il mosaico.

[1] La vicenda è stata rivelata dal quotidiano norvegese Dagens Næringsliv e ripresa, tra gli altri, da Defence Blog, «Chinese-owned rental cars recorded Norwegian military drill», 12 ottobre 2026. L’esercitazione Øvelse Hovedstad si è svolta dal 14 al 18 settembre 2026.

[2] Il riferimento è alla «heatmap» globale pubblicata da Strava, che nel gennaio 2018 rese visibili i percorsi di allenamento del personale in basi militari in Siria, Afghanistan e altrove.

[3] Cfr. Fortune, «Tests showing Chinese-made buses can be stopped remotely prompt Norwegian pullback», 6 novembre 2025. Ruter ha annunciato requisiti di sicurezza più stringenti negli acquisti futuri e firewall per garantire il controllo locale dei mezzi.

[4] Legge sull’intelligence nazionale della Repubblica Popolare Cinese, adottata il 27 giugno 2017, art. 7.

[5] U.S. Department of Commerce, Bureau of Industry and Security, regola finale sulla sicurezza della catena di fornitura dei veicoli connessi, gennaio 2025.

[6] Il divieto di accesso dei veicoli di produzione cinese alle installazioni militari protette, adottato dalla Polonia nel febbraio 2026, è stato segnalato dalla Foundation for Defense of Democracies.

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Il bersaglio è il manager. Come il Gru porta la guerra in casa dell’industria della difesa europea

Stefan Thumann ha trentanove anni e da dicembre dello scorso anno non dorme mai a lungo nello stesso posto. Il fondatore di Donaustahl, piccola azienda bavarese che fornisce a Kyiv droni d’attacco e da ricognizione, fu avvertito dalle autorità tedesche, sulla base di una segnalazione arrivata da un servizio alleato, che l’intelligence russa stava preparando la sua eliminazione. Davanti alla sua casa di Straßkirchen era stato notato un uomo che filmava l’ingresso e fotografava la targhetta del citofono; poi una donna aveva proseguito la sorveglianza, cercando di risalire ai suoi spostamenti anche attraverso il padre. A marzo sono finiti in manette entrambi, un ucraino e una romena, con l’accusa di attività di spionaggio. Il mandato d’arresto non parla di omicidio, ma un deputato del Bundestag ha evocato apertamente il Novichok. Thumann, che nel frattempo ha scritto il testamento e vive sotto protezione continua, descrive la sua condizione come un duello per la vita con l’intelligence militare russa.[1]

L’allarme dei servizi europei

Quella di Thumann non è più una storia isolata. Il Financial Times ha raccolto le valutazioni di funzionari di cinque servizi di intelligence europei, concordi su un punto: amministratori delegati e dirigenti delle aziende della difesa sono diventati bersagli degli agenti del Cremlino, e l’omicidio di civili sul suolo europeo, a lungo considerato un tabù perfino dai servizi russi, sta entrando stabilmente nel loro repertorio. Non sono nel mirino soltanto i grandi gruppi, ma anche le imprese piccole e medie, in particolare quelle che producono droni e componenti. Diversi manager hanno raccontato al quotidiano di aver rafforzato la propria protezione ravvicinata negli ultimi sei mesi, su indicazione dei servizi governativi.[2]

Il precedente Papperger

Il precedente che ha fatto scuola risale al 2024, quando l’intelligence americana scoprì un piano per uccidere Armin Papperger, l’amministratore delegato di Rheinmetall, e avvertì Berlino in tempo per sventarlo. Allora sembrò un’anomalia; nel gennaio 2025 la NATO confermò ufficialmente che si trattava di uno dei diversi piani rivolti ai vertici dell’industria europea che sostiene l’Ucraina.[3] Oggi quel caso appare per ciò che era: il prototipo di un modello.

La lista di Mosca

Il salto di qualità ha una data. In estate il ministero della Difesa russo ha diffuso un elenco di ventuno aziende europee accusate di produrre o fornire droni all’Ucraina, e funzionari di Mosca le hanno indicate come possibili obiettivi. Il 23 luglio il Bundesamt für Verfassungsschutz ha diramato un avviso di sicurezza alle imprese: il rischio di spionaggio e sabotaggio russo contro il comparto è elevato, e non si possono escludere attacchi mirati contro singoli dipendenti, soprattutto ai livelli dirigenziali.[4] Una lista pubblica di nomi è al tempo stesso una mappa di bersagli per chi esegue e un messaggio intimidatorio per chi la legge.

Il metodo: agenti usa e getta

Il metodo merita attenzione. L’espressione wet work, che la stampa internazionale usa per queste operazioni, traduce il vecchio mokroe delo del gergo sovietico: il lavoro “bagnato”, cioè con spargimento di sangue. Ma la tecnica non è più quella degli ufficiali professionisti spediti a Salisbury nel 2018. Il GRU, e in particolare la sua unità 29155 a cui i servizi occidentali attribuiscono le operazioni più violente dell’ultimo decennio, preferisce oggi agenti “usa e getta”: piccoli criminali, giovani reclutati su Telegram, persone pagate pochi spiccioli in criptovaluta che spesso non sanno neppure per chi lavorano. Il compito viene frammentato: qualcuno pedina, qualcuno procura la logistica, qualcun altro dovrebbe agire. Così si ottiene la negabilità e si resta, deliberatamente, sotto la soglia che renderebbe inevitabile una risposta collettiva dell’Alleanza.

Il vero bersaglio è la decisione

Ma il cuore della strategia sta altrove. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato al Financial Times un funzionario d’intelligence: basta che le persone si sentano bersagli perché l’effetto sia raggiunto, e chi pensa di fare affari con l’Ucraina ci ripensi due volte.[5] È guerra cognitiva allo stato puro. Il vero obiettivo non è il corpo del manager, ma la decisione del suo consiglio d’amministrazione, la propensione al rischio dei suoi investitori, la scelta di una giovane start-up se partecipare o meno a una gara per Kyiv. Ogni scorta, ogni auto blindata, ogni trasloco precauzionale è una tassa occulta sul sostegno all’Ucraina, e pesa molto di più su un’impresa di cinquanta dipendenti che su un colosso quotato.

Il fronte polacco

Il fronte più caldo resta quello orientale. In Polonia, snodo logistico decisivo per gli aiuti a Kyiv, l’Agenzia per la sicurezza interna e la polizia hanno sventato ad agosto, all’ultimo momento, il piano per uccidere a Varsavia un cittadino con doppia nazionalità statunitense e ucraina; l’esecutore, un russo reclutato dai servizi di Mosca, era stato arrestato il 7 agosto. Donald Tusk ne ha tratto una conclusione senza giri di parole: bisogna dare per scontato che il regime cercherà di eliminare le persone scomode ovunque si trovino.[6]

L’Italia non è immune

E l’Italia? Le fonti della sicurezza nazionale riferiscono di non aver ricevuto segnalazioni specifiche su piani contro i vertici dell’industria della difesa italiana, e inquadrano il fenomeno nella minaccia ibrida costante che ci accompagna da oltre quattro anni. È una valutazione ragionevole, ma non va scambiata per una garanzia d’immunità. A luglio il Ros ha arrestato a Roma un ex appartenente all’AISI accusato di aver venduto informazioni riservate, compresi i nomi di agenti italiani, a un ufficiale del GRU sotto copertura diplomatica; il governo ha espulso due addetti militari russi e il ministro Crosetto ha parlato di una guerra latente e costante.[7] L’apparato di Mosca, insomma, è presente e attivo anche da noi.

Il punto debole: le piccole imprese

I grandi gruppi come Leonardo e Fincantieri dispongono di strutture di sicurezza solide; il punto debole è la filiera di piccole e medie imprese dei droni, dell’elettronica e dello spazio, i cui fondatori hanno profili pubblici, partecipano alle fiere e non hanno un responsabile della sicurezza. Per loro servirebbe ciò che in Germania già esiste: un canale strutturato con l’intelligence interna, avvisi periodici, formazione minima di sicurezza operativa.

La guerra dei data center

Intanto la guerra aperta si specchia in quella sotterranea. L’8 ottobre droni ucraini hanno colpito a Sasovo, nella regione di Rjazan’, il principale data center di Yandex, dove si trovano due dei tre supercomputer con cui l’azienda addestra i suoi modelli di intelligenza artificiale; il giorno dopo è toccato al centro di Kaluga. È la risposta alla campagna russa contro i data center ucraini delle settimane precedenti, «speculare», nelle parole di Zelensky.[8] La contesa si è spostata dalle trincee all’infrastruttura digitale e cognitiva, e alle persone che la progettano e la producono.

«Sappiamo dove abiti»

Il messaggio di Mosca ai manager europei è antico quanto i servizi segreti: sappiamo dove abiti. La risposta non può essere lasciata ai bilanci delle singole aziende. La sicurezza di chi costruisce gli strumenti della difesa europea è, a tutti gli effetti, sicurezza nazionale. E il modo migliore per disinnescare un’arma psicologica è negarle il risultato: continuare a produrre, firmare e consegnare.

 

[1]Die Zeit, 5 agosto 2026; intervista di S. Thumann a RTL e Stern, 18 agosto 2026; dichiarazioni del deputato Bastian Ernst riportate da n-tv. Il mandato d’arresto della Corte federale di giustizia contesta soltanto l’attività di agente per conto di un servizio straniero.

[2]Financial Times, inchiesta pubblicata l’11 ottobre 2026 sulla base delle valutazioni di funzionari di cinque servizi di intelligence europei.

[3]CNN, 11 luglio 2024; J. Appathurai (NATO), audizione presso la sottocommissione Sicurezza e difesa del Parlamento europeo, 28 gennaio 2025.

[4]Bundesamt für Verfassungsschutz, Sicherheitshinweis für die Wirtschaft, 23 luglio 2026 (dpa-AFX); Milano Finanza, 23 luglio 2026.

[5]Financial Times, 11 ottobre 2026, cit.

[6]Dichiarazioni del Primo ministro Donald Tusk, 13 agosto 2026.

[7]Ros dei Carabinieri – Procura della Repubblica e Procura militare di Roma, 7 luglio 2026; dichiarazioni del ministro Antonio Tajani, 9 luglio 2026, e del ministro Guido Crosetto.

[8]Reuters, 8 e 9 ottobre 2026.

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Dark Clark, fronti fittizi e firme inesistenti. La nuova grammatica dell’IA nella guerra cognitiva

C’è un dettaglio, nel rapporto che OpenAI ha pubblicato l’8 ottobre, che vale più di molte previsioni sul futuro della guerra cognitiva . Gli operatori russi dell’operazione battezzata “Dark Clark” non usavano ChatGPT soprattutto per fabbricare propaganda, ma per scrivere i rapporti destinati ai propri superiori. E in quei rapporti si attribuivano meriti che non avevano: rivendicavano come frutto del proprio lavoro argomenti che Buenos Aires sostiene da decenni sulle Malvinas, o servizi della stampa brasiliana che si limitavano a citare il video di un prigioniero. Un’operazione d’influenza rivolta, prima ancora che al pubblico latinoamericano, ai propri committenti a Mosca.

L’aneddoto non è folclore burocratico. Racconta con precisione che cosa sia oggi l’intelligenza artificiale (IA) nelle mani degli apparati che conducono la guerra ibrida: non un’arma nuova, ma un acceleratore di processi antichi. Lo scrive la stessa OpenAI: queste operazioni assomigliano in modo impressionante alle campagne complesse dell’era pre-IA, con la differenza che l’IA rende più agevoli alcuni passaggi del lavoro. Chi si aspettava la rivoluzione degli eserciti di bot onniscienti deve prendere atto che la vera innovazione è un’altra, ed è più insidiosa.

Dalla quantità alla credibilità

Il dato strategico più rilevante del rapporto non riguarda la tecnologia, ma la distribuzione. Analizzando le trenta operazioni d’influenza smascherate negli ultimi due anni e mezzo, OpenAI osserva che quelle affidate soltanto ai social network non superano la terza categoria della Breakout Scale, mentre quelle che riescono a collocare i propri contenuti in testate reali raggiungono la quarta e la quinta. «Dark Clark» è la prima operazione di categoria 5 mai interrotta dall’azienda; l’iraniana «Bogus Bylines» si è fermata alla quarta.

È la conferma di un passaggio d’epoca. La stagione di Doppelgänger, con i cloni dei siti di Le Monde e Der Spiegel e le campagne a pagamento per spingerli, puntava sul volume. La nuova stagione punta sulla facciata: un’entità credibile, un nome, una firma, un istituto, che possa bussare alla porta di una redazione o di una scuola e ottenere ciò che nessun bot può comprare, cioè la fiducia di un intermediario umano. È la logica delle «misure attive» sovietiche, aggiornata ai costi marginali quasi nulli della produzione testuale.

Tre architetture della finzione

La prima è il think tank con personale ignaro. Gli operatori russi controllavano il Social Research Center, una piattaforma di ricerca latinoamericana dedicata alla diaspora indiana e ai rapporti tra l’India e la regione, attraverso una persona fittizia, «Mia Clark». I dipendenti sul campo, a quanto risulta, non sapevano per chi lavorassero: intervistavano esperti e redigevano studi in buona fede, oltre sessanta articoli in gran parte originali. Intorno a questa facciata ruotavano i colpi veri. A maggio, una falsa e-mail della Direzione regionale dell’educazione di Lima ha invitato le scuole a celebrare l’Ucraina citando Stepan Bandera; alcune hanno risposto inviando le foto. La vicenda è rimbalzata sulla stampa peruviana e polacca, fino a provocare la proposta di un eurodeputato polacco di dichiarare persona non grata chi manifesta «antipolonismo». In Ecuador, un’altra e-mail falsa ha spinto alcune scuole a un giuramento di fedeltà al presidente Noboa e a Erik Prince, costringendo la ministra dell’Istruzione a una smentita pubblica. In Bolivia, nel pieno delle proteste, un falso audio attribuito a un dipendente dell’azienda idrica annunciava il taglio dell’acqua a La Paz. La filiera rimanda a «Politology», la struttura che diverse inchieste indicano come erede della galassia di Prigozhin, e il modello ricalca PeaceData, il falso giornale che nel 2020 reclutava reporter inconsapevoli.

La seconda architettura è il giornalista inesistente. «Bogus Bylines» ha gestito sette firme di presunti freelance occidentali, che dal luglio 2025 hanno collocato quasi cento articoli su oltre una dozzina di testate di politica internazionale, con un’impennata dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran. ChatGPT serviva a confrontare le bozze con i criteri editoriali di ciascuna testata e a scrivere le e-mail di proposta ai direttori. Una delle testate contava quasi due milioni di follower su Facebook. È la versione industriale di Alice Donovan, la finta giornalista dietro cui operava l’intelligence militare russa nel 2016-17. Il dettaglio più istruttivo è che i commenti generati in serie sui social non hanno prodotto quasi nulla, mentre gli articoli firmati sono entrati nel circuito dell’informazione: la credibilità rende, il rumore no.

La terza è il think tank di cartapesta. L’International Burke Institute, smascherato ad agosto , si presentava come comunità di esperti con sede in Israele, esibiva un «indice di sovranità» che collocava la Russia davanti alle democrazie occidentali e annoverava tra i propri autori, a loro insaputa, nomi come Fukuyama e Chomsky. Qui l’IA serviva soprattutto alla promozione, mentre i contenuti erano in larga parte plagiati. Eppure ancora a settembre una testata online trattava quell’indice come uno strumento serio: il riciclaggio informativo funziona anche quando la facciata è fragile.

Che cosa fa davvero l’IA

Se si scompone il lavoro di queste reti, il contributo dell’intelligenza artificiale è riconoscibile e circoscritto. Offre fluidità linguistica, perché un operatore a Mosca può chiedere di tradurre un testo in spagnolo ecuadoriano o di imitare lo stile di un ufficio pubblico peruviano. Offre conformità editoriale, perché un pezzo può essere tagliato su misura per le linee guida di ogni redazione. Offre scala, perché una piccola cellula può mantenere vive più identità contemporaneamente. E offre una burocrazia a basso costo: rendiconti, presentazioni, metriche gonfiate per chi paga.

Il vantaggio è un’asimmetria di costi. Produrre una facciata credibile costa sempre meno, mentre verificarla costa sempre di più a redazioni sottodimensionate, scuole, amministrazioni e piattaforme. Ma il punto vulnerabile non è tecnologico. È istituzionale: la fiducia con cui un preside esegue una circolare, la disponibilità di una piccola testata a pubblicare un collaboratore gratuito, l’assenza di qualsiasi controllo sull’identità di chi propone un articolo. La guerra cognitiva contemporanea non attacca le menti una per una; attacca i protocolli di fiducia attraverso cui le società si informano. E la frontiera successiva è già visibile: la rete «Pravda», inondando il web di contenuti pensati più per i crawler che per i lettori, ha mostrato come il bersaglio del riciclaggio informativo possa diventare la macchina stessa, il chatbot che poi restituisce quei contenuti come fatti .

La lezione per chi difende

La prima lezione è che l’esposizione pubblica funziona. Alice Donovan e PeaceData cessarono le attività dopo essere state smascherate, perché un’operazione fondata sulla copertura non sopravvive alla perdita della copertura. L’attribuzione tempestiva e documentata è un deterrente, a condizione che governi, piattaforme, aziende di IA e ricercatori condividano le informazioni invece di custodirle ciascuno nel proprio silo.

La seconda è che la difesa va spostata sugli intermediari. Servono procedure minime di verifica dell’identità dei collaboratori esterni nelle redazioni, sistemi di autenticazione della posta elettronica nelle amministrazioni e nelle scuole, canali rapidi di smentita istituzionale. Sono misure poco spettacolari, ma colpiscono proprio il punto in cui queste operazioni trasformano una falsità in un fatto pubblico.
La terza riguarda chi analizza. Gli operatori gonfiano il proprio impatto per compiacere i superiori: l’analista che prende per buone quelle rivendicazioni, o che descrive ogni campagna come un successo devastante, completa il lavoro dell’avversario. L’obiettivo di fondo della guerra cognitiva è la sfiducia generalizzata, l’idea che nulla sia credibile. Sopravvalutare il nemico serve quella causa quanto sottovalutarlo.

Resta un paradosso che merita attenzione. Affidando ai modelli linguistici la propria contabilità interna, gli operatori hanno aperto una finestra sul loro back office: il rapporto scritto per il capo è stato letto anche da chi li osservava. L’intelligenza artificiale moltiplica la capacità offensiva, ma lascia tracce. Per i servizi e per le democrazie la sfida dei prossimi anni sarà imparare a leggerle prima che una falsa circolare arrivi in una scuola italiana.

Per approfondire:

Dietro le quinte della guerra cognitiva. Come Mosca istruisce i suoi narratori italiani

Contro la guerra cognitiva russa serve una contro-narrativa. L’analisi di Pagani

L’Ombra del Cremlino. Anatomia della guerra cognitiva russa dall’Italia all’Europa

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