C’è chi parla del mondo per non smettere di farne parte

Era un’estate dei primi anni Ottanta. Si passava la domenica pomeriggio in un giardino che era stato campo da bocce in viale Sabotino, a Milano. Rita e Franco si portavano appresso un Oscar Mondadori che si passavano di mano con grande soddisfazione. Il libro era Bar Sport e non potevano fare a meno di rivelarci l’estremo piacere comico dal quale si lasciavano trasportare. Chi fosse Benni, io non sapevo. Loro sì. Ma loro leggevano le “novità” – così si diceva – e frequentavano i giovani scrittori italiani (altra categoria emersa sul finire dei Settanta). L’espressione “giovane scrittore” fu coniata proprio per Benni, e lui se l’è trascinata dietro con ironia fino ai suoi sessant’anni: si divertiva a ripetere che era stato per un certo periodo l’unico “giovane scrittore”, un marchio di origine garantita. Gli amici Rita e Franco erano arrivati a Bar Sport tre anni dopo l’uscita dell’edizione maggiore (1976), quando ormai la fama si propagava in edizione tascabile. Sarebbe risultato presto evidente che l’avventura editoriale di Stefano Benni sarebbe passata nella messa a fuoco di un pubblico giovane, sensibile al prezzo più accessibile del tascabile, e forse anche per questo più fidelizzato e in forza della sua fedeltà pronto a farsi veicolo di una trasmigrazione progressivamente aperta al succedersi delle generazioni.
In quel campo di bocce eravamo trentenni come lui, e Rita e Franco impersonarono con autorevolezza il ruolo di untori. La sorpresa si rinnovò con Terra! e Comici spaventati guerrieri: i lettori maturi che eravamo noi convivevano beatamente con lettori più giovani e ancor più giovani negli anni Novanta. Quando da semplice lettore sono diventato suo editore, questa compresenza di ventenni e cinquantenni è stata ancora più interessante. Il “giovane scrittore” era arrivato ad altri giovani che non avvertivano la sua età come dirimente. Sono sempre state le sue storie, sono sempre stati i suoi personaggi a dettare legge, a stabilire i confini. Ho provato (e non l’ho fatto solo io) a domandarmi che cosa ha determinato la continuità e l’affezione del pubblico per uno scrittore come Stefano Benni. Ci riprovo ora. Rita e Franco ridevano in quei primi anni Ottanta, perché c’era stato ben poco da ridere nei cinque precedenti: i Settanta si erano chiusi con una tristezza sorda. Di lì a poco le tv private avrebbero preso la strada dalla comicità sgangherata, volgare, appiccicosa, ma la tristezza sorda aveva bisogno d’altro, aveva bisogno di guardare, di studiare, di arrivare alla nudità senza mostrarla.
Stefano era soprattutto quello. Ci si trovava in mezzo a storie che avevano ali da ippogrifi e smorfie da soffice alcolista. Prendevano le mosse da una paura e arrivavano a un’altra forma di spavento, ma in quel tracciato, in quel percorso l’almanacco dei viventi prendeva forma come se ciascun carattere fosse un compagno per non perdere la strada. E tutto cominciava con il bar, con quel Bar Sport che poi sprofonda “sotto il mare” e poi torna a segnare il tempo dentro Bar Sport Duemila. Una volta entrato nel nuovo millennio il bar aveva sempre meno ragioni di esistere. Tutto stava cambiando. Eppure. Eppure, come fosse una chiave per entrare in un’immaginazione del sociale mai frequentata con simile urgenza, tanti sentivano Bar Sport risuonare nella propria esistenza come una stazione da cui partire, per imparare a sorride, e a non morire. Lui non ne voleva più sapere. “Facciamo un’edizione speciale”. “Festeggiamo i vent’anni, i trent’anni, i cinquant’anni del libro”. “Nuova copertina”. “Uniform edition”. Così è andata avanti sino a oggi. Ma oggi Stefano non c’è più. Solo dieci anni prima di non esserci più confidava di averne le palle piene.
Eppure era anche intenerito da quella durata. Bar Sport era una sorta di giocattolo, uno di quei giocattoli di cui è impossibile disfarsi malgrado il passare del tempo e le novità che incalzano. E dicendo “giocattolo” alludo a quel po’ di infanzia squinternata che ha inseguito e segue tutti noi. Chi mai avrebbe voluto rinunciare al tennico o alla Luisona. C’è stato solo un vero incidente: provare a farne un film. Con tutta la buona volontà di chi ha avuto l’idea e di chi lo ha voluto, un film non si poteva fare perché la fisicità, anzi le figure, dei personaggi di Benni, di quei personaggi, sono intraducibili. Era come se, facendo il percorso inverso, si volesse tradurre in scrittura la comicità di Jacques Tati. Impossibile. Il film è di fatto un’adunata di tanti suoi amici attori, un omaggio. Peccato. Dal 1976 Benni ci ha tallonato, come un suo animale immaginario, per diventare ombra e specchio, fantasma e mostro, impronta e caricatura; si è arrampicato su per palazzi di città, è sceso dentro campagne devastate, dentro i pozzi dei nostri incubi e dei nostri sogni, ci ha preso alle spalle con battute memorabili e ci ha fatto anche piangere senza lacrime obbedendo al principio di Billie Holiday per cui I Gotta Right to Sing the Blues.
È così che Benni ha lavorato intorno a noi e dentro di noi. E in principio c’era Bar Sport. Che cosa davvero può averlo infastidito a un certo punto del suo percorso di scrittore? Che cos’era quella specie di smorfia che lo accompagnava quando si tornava da editori sul peso che quell’opera aveva avuto e continuava ad avere? Forse si rendeva conto che quei personaggi a cui migliaia di lettori si erano affezionati avevano cominciato a guardare indietro, o semplicemente si erano fermati al confine della sua visione del mondo. Vogliamo chiamarlo il morbo della Luisona? Ma sì.
Bar Sport resisteva dietro la vetrinetta come la celebre pasta, e Stefano, che pure gli era affezionato, temeva una forma di persistenza simile. Da quei lontani anni Ottanta Stefano si è progressivamente espanso come se le forme legate alla scrittura (libri, giornali, riviste) non bastassero. Ha stretto amicizia con musicisti e ha chiesto la loro complicità, ha esplorato il mondo del fumetto e tanti illustratori hanno portato sulle copertine dei suoi libri il loro talento, ha frequentato attrici e attori per conquistare il teatro o più semplicemente per chiedere alla loro voce di leggere. Cito qui soltanto Angela Finocchiaro (non certo per sminuire altri nomi egualmente decisivi) perché non ha mai smesso di cercare il teatro dentro la prosa di Benni, facendo del leggio che aveva (che ha) di fronte una tastiera magica. Una mattina d’autunno del 2018 passai per Monzone, nella bassa Lunigiana, e percorrendo la via centrale del borgo dovetti inchiodare e scendere dall’auto. Mi trovavo di fronte alla fatidica insegna «Bar Sport» e, appena sotto, «di Ugo e Nina».
Mi feci fare una foto e gliela inviai. Scoprivo che i Bar Sport erano rimasti, ma non brillavano più di luce propria: era Stefano che ora li restituiva alla loro storia. Non sembrò così sorpreso della mia scoperta, ma mi disse che ne aveva avuto uno proprio sotto la casa dove aveva abitato a Roma fino a qualche anno prima. Io ci ero stato, ma non lo avevo visto. Mi sembrava che il mio – di Monzone – somigliava molto di più del bar romano a quello di cui aveva scritto. Forse sarebbe stato interessante fare un censimento dei Bar Sport rimasti su tutto il territorio italiano. Così pensavo tutte le volte che mi tornava in mente Monzone. Insomma, più di quarant’anni dopo la sua pubblicazione mi scoprivo sociologo letterario a maggior gloria di quel titolo e di quella microsocietà. Siamo diventati con lui tanti “saltatempo”, “spaventati guerrieri”, “orfani celestini”, una banda che ha visto affollarsi borghi immaginari di infanzia smagliante. Mi piace immaginare Stefano a spasso con Kurt Vonnegut e Thelonius Monk. Vederli di spalle andare a raccontarsi il mondo e il ritmo. Nei suoi ultimi anni, Stefano non era più lui. Quando lo andai a trovare, da poco ricoverato in una casa di cura, faceva fatica a esprimersi. Mi vede, mi riconobbe e disse subito: “Billy!”. Billy era stato fino a qualche anno prima il mio cane, che Stefano aveva amato. Dunque temetti per la sua memoria e gli dissi che, come ben sapeva, Billy non c’era più. Ma lui ripeteva ostinato: “Billy!”. Io non sapevo che fare, finché non arrivò un infermiere che mi svelò che con Billy intendeva il bar appena oltre via Saragozza, dove gli piaceva essere portato. “Molto bene”, feci. Andammo da Billy e questa volta fui io a imbrogliare le carte dicendogli che era un destino andarci a fare un gelato da Billy.
Il cane, il bar. Erano due luoghi del cuore. Non si trattava di un Bar Sport, ma ci somigliava molto. E così rimanemmo lì a guardare la gente passare. E ad aspettare un incantesimo, un fantasma femminile, una voce di soprano e quell’aria di cui condividevamo la magia: «Mon coeur s’ouvre à ta voix». Non smetto di aspettare. Anzi, non smettiamo: Rita, Franco e tutti quelli che si sono portati via un segmento di lui.

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