“Non è mai troppo tardi per diventare se stessi”, Julianne Moore alla Festa del Cinema di Roma. Jesse Eisenberg le cuce addosso un ruolo tra teatro, comicità ed emancipazione
“Non è mai troppo tardi per diventare se stessi. È un percorso. Non importa da dove parti, dove vivi, chi sei. Conta che a un certo punto arriva una rivoluzione dentro di te e la devi vivere. E sono felicissima e grata a Jesse per questo ruolo che mi ha riempito di gioia”. Non si percepisce alcun filtro nelle parole grate ed entusiastiche di Julianne Moore, alla 21esima Festa del Cinema di Roma dove riceverà il Premio alla Carriera e dove accompagna, da protagonista, il terzo film di Jesse Eisenberg, The Debut.
Una commedia brillante che sa di “lettera d’amore” al teatro (“ma quello amatoriale, un po’ buffo, casalingo…” chiosa l’attore e regista americano) ma che è anche, e soprattutto, il ritratto di una donna rimasta bambina che “cresce” grazie all’esperienza terapeutica della recitazione teatrale. Mona è infatti una timidissima casalinga del New Jersey, moglie e madre di figli laureandi. Ha trascorso l’esistenza nell’invisibilità, nella distrazione della famiglia d’origine e ora nell’indifferenza di quella da lei formata. Quando si appresta a fare un provino per un ruolo secondario nel musical teatrale “Vicini ficcanaso” non sa cosa l’attende.
Scritto e pensato da Eisenberg appositamente per Moore, il film la vede impegnata in uno dei personaggi più vibranti della sua carriera, ruolo che Julianne esprime con il talento che la contraddistingue e che, probabilmente, la proietterà nella corsa verso un suo secondo premio Oscar. “Jesse in realtà mi ha donato due ruoli. Uno era quello di Mona, molto timida, servile, invisibile. L’altro era quello della mutazione in Miss Danielle, il personaggio teatrale. Il teatro le fa da psicoterapia verso un’emancipazione organica, la fa diventare adulta”, spiega l’attrice ben lontana dal dimostrare i suoi 65 anni. The Debut, di fatto, è un film sul doppio processo: da una parte, quello di assunzione di una maschera, ovvero di ingresso in un personaggio immaginario, dall’altra quello di costruzione di una personalità che non ha mai avuto l’opportunità di formarsi. Partner perfetto in questi siparietti di training teatrali è Paul Giamatti, che interpreta il regista “psicologo” della povera Mona. E Julianne è clamorosa nel tradurre sul proprio corpo e voce lo shock di Mona vs Miss Danielle, dove una combatte contro l’altra, in un gioco di maschere eccezionale.
“Spesso ci viene chiesto dove si incontrano la vita dell’attore e quella dei suoi personaggi. Per quanto mi riguarda, il mio metodo consiste nell’avvicinarmi quanto più possibile al mondo emotivo dei personaggi che incarno. La collisione arriva gradualmente, e si compie quando le nostre soggettività, cioè le percezioni di mondo e le emozioni che esse comportano, arrivano quasi a coincidere. È proprio per tutto questo che amo il mio lavoro”, sottolinea Moore. Ed è dunque meraviglioso vederla nella sua “mutazione” comportamentale che entra fin troppo nel suo personaggio fino a diventarlo, in un crescendo del film che tocca notevoli toni di comicità. “È basato sulla mia vita”, spiega Eisenberg. “Da bambino frequentavo la comunità teatrale per via della mia famiglia. Il tono che ho voluto in The Debut è surreale, non realistico. Ma le emozioni che lo attraversano sono assolutamente agganciate alla realtà. Quanto a Julianne: senza di lei non ci sarebbe stato alcun Debut. È un’attrice drammatica favolosa ma è anche un… clown!”
The Debut, già osannato al Festival di Toronto, sarà nelle sale italiane dal 1° gennaio e certamente cavalcherà la Award Season in diverse categorie. Nella giornata dedicata ai “debutti”, è giusto dedicare alcune parole al film concorrente Ulya del lettone Viesturs Kairiss. Opera virtuosa in bianco e nero, racconta la biografia della leggendaria giocatrice di basket lettone Uļjana Semjonova, dotata della straordinaria altezza di 2,13 metri. Il film, che ha visto la sua première al Festival di Cannes, mette a fuoco la sua difficile adolescenza, le origini contadine nella Lettonia sovietica del 1964, il “debutto” nel basket, il bullismo, la solitudine, ma anche i sogni, le speranze e le gioie che nel tempo seppe costruirsi. Un film interessante, visivamente vibrante, e con un protagonista prodigioso – Kārlis Arnolds Avots – che ha voluto a tutti i costi vestire i panni della giovane e collaborare alla sceneggiatura. È il candidato della Lettonia ai prossimi Oscar.
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Connesso a Mustang per il tema della perdita, intesa soprattutto come “sparizione” dal campo visivo per relegarsi in quello della memoria, ma anche per la presenza di una natura imponente, è Idda di Irene Dionisio, collocato in Alice nella Città dopo l’apprezzamento ottenuto al Festival di Toronto. Al suo secondo lungometraggio di finzione, l’artista visiva e cineasta torinese si è cimentata nel racconto di due giovani amiche, Adele “Idda” e Sofia, che si ritrovano a Catania con l’intento di risalire le pendici dell’Etna. L’obiettivo è cercare il leggendario soffio del vulcano-femmina, anch’esso chiamato come una delle due protagoniste, Idda. Rarefatto, dotato di un notevole studio visivo e sonoro, a tratti perturbante, Idda diventa quasi immediatamente un teorema metafisico e metaforico, sia sull’essenza femminea sia sul valore trascendente dell’immagine stampata. Interpretato dalle migliori esponenti della nuovissima generazione di attrici, Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film procede verso un sacro Graal inevitabile, inscritto nella “paura del buio” di cui soffre la vivace e folle Sofia, interpretata da un’appassionata Vergano.
Ed è proprio la giovane interprete romana a fare da cerniera con Desiderio di Michela Cescon, liberamente ispirato al romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020, in cui Romana Maggiora Vergano incarna Livia, anima inquieta, bella e ribelle, di cui si innamora perdutamente Matteo, interpretato da un convincente Enrico Borello. Sono giovani e inesperti al loro primo incontro: lui è uno studente universitario di Lettere, lei una nullafacente ricchissima e viziata nella Roma di fine anni Ottanta. Vogliono scoprire insieme un bosco, ma la separazione, dovuta alla partenza della ragazza per Londra (“mia madre mi ha iscritto a una scuola d’arte, parto domani”), si protrae per anni.
L’amore, invece, sboccia ancor meglio delle rose che profumano il giardino della grande villa di Marrakesh dell’ormai malata terminale Fanny Ardant. Il riferimento è al nuovo lavoro da regista di Ginevra Elkann, Le rose di Marrakesh, un piccolo e delicatissimo romanzo di emancipazione femminile racchiuso fra le mura di un ricco palazzo nella città marocchina. La vita si consuma tra la stanza di Isabelle, la padrona francese, quella di Leila, la sua giovane cameriera marocchina che nasconde un segreto, e il giardino che l’anziana proprietaria desidera ricolmo di verde e fiori rigogliosi. “Un film sulla memoria, e sull’amore che teniamo in silenzio”, spiega Elkann, sottolineando quanto l’elemento evocativo costituisca l’essenza di questo suo film, interamente parlato in francese e marocchino. Un racconto che assomiglia a una favola, una favola che rispecchia la vita, ma, purtroppo, un film «cinematograficamente» troppo esile per rimanere nella memoria.
Quattro opere contemporanee si cimentano nel raccontarla, tra la Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città: dal nuovo, bellissimo film di Daniele Luchetti, Noi, un po’ meglio, con la dolcissima coppia formata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, alle prese con il dubbio se intraprendere o meno il percorso dell’adozione, allo spassoso È andata così di Gianni Zanasi, in cui abbondano i figli “naturali”, così come i compagni e i mariti, grazie a una generosa Valentina Lodovini.
Molto bene tutti gli attori, tra cui spiccano il solito impeccabile Valerio Mastandrea, un irrequieto Michele Riondino e un serafico Leonardo Lidi, ultimamente presenza sempre più piacevole nel cinema italiano (alla Festa recita anche ne Il ministero dell’amore).
Su toni e registri completamente diversi da quelli della commedia si colloca invece il nuovo, ambizioso e imponente lavoro di Salvatore Mereu, Alberi erranti, nel programma di Alice nella Città. Presentato con successo in concorso all’ultimo Festival di Locarno, il film segna il primo vero distacco narrativo e linguistico di Mereu dalla natìa Sardegna, benché sia stato girato proprio sull’isola.